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sabato 12 settembre 2026

Venezia 2026 - Il Totoleone

Siamo giunti al termine di un'altra Mostra del Cinema, segnata da un clima mite nella prima parte, caprioccioso nella seconda, biciclette, spritz, cene, spritz che diventano cene, e critici con e senza panama bianco a seconda dell'umore. 

L'edizione numero 83 della Mostra è stata forse la meno eccitante del nuovo mandato di Alberto Barbera. Non per l'assenza di grandi produzioni hollywoodiane (che già erano mancate lo scorso anno senza che la qualità ne risentisse), ma per una certa aurea mediocritas che ha fatto sì che ci siano stati pochissimi film scadenti (chi scrive ne conta solo due nel Concorso, e guardando ai critici internazionali se ne trova solo uno gravemente bocciato, due tra gli italiani), ma anche pochissimi film davvero esaltanti: chi scrive ne conta due, e in generale non si va oltre i tre/quattro. È stato però anche l'anno migliore della direzione Barbera per quanto riguarda il cinema italiano, con cinque titoli comunque validi e che, nonostante i difetti, hanno tutti provato a raccontare storie diverse rispetto a quelle cui siamo abituati, o quantomeno a raccontare storie conosciuti con tagli e generi che ci sono poco familiari.

È stata una Mostra molto focalizzata sulle vicende geopolitiche, e in particolare sull'imposizione brutale della legge del più forte: Gaza (NAZA) e l'Iran (A Bit of Light) nel presente, ma anche il Cile (Wild Horse Nine), l'Argentina (Ritorno a Buenos Aires) e il Vietnam (Mr. Nelson, Did You Kill People?) nel passato. Non sono mancati nemmeno i temi sociali, con una particolare attenzione (come lo scorso anno) al tema del capitalismo e come sta distruggendo il mondo del lavoro (Possible Love, Un Bon Petit Soldat). Forse in reazione o come specchio dell'orrore della realtà che ci circonda, molti registi si sono rifugiati nelle vicende intime e domestiche, con molti film focalizzati sulle relazioni di amicizia e amore (Look Back, Echo Chamber, Succederà Questa Notte, Bunker), sulla famiglia (Bucking FastardIl Fuoco che Ti Porti Dentro), e sull'importanza dell'ascolto e del perdono (Company).

Qui trovate un elenco, con voti, dei film visti. Di seguito, invece, trovate i pronostici, come sempre sbagliati, per il Leone d'Oro e gli altri premi, corredati dalle mie preferenze personali.


Premio Mastroianni per il miglior attore emergente
A differenza dello scorso anno, i candidati per questo premio sono molti. Puntiamo su un premio corale al cast di 15/18 (A Place To Heal), uno dei film più interessanti visti in mostra. Meriterebbero anche Romana Maggiora Vergano, ottima ne L'Estranea, il magnetico Atticus Affleck di Company, e le due attrici protagoniste di Look Back,Natsuki Deguchi e Aju Makita. Su queste ultime e sulla loro splendida amicizia ricade la mia scelta personale. 
Pronostico: cast di 15/18 (A Place To Heal)
Scelta personaleNatsuki Deguchi e Aju Makita, Look Back

Coppa Volpi maschile
Sfida non molto accesa, dove il favorito dovrebbe essere lo splendido John Malkovich di Wild Horse Nine, per il quale si parla addirittura di Oscar. A contendergli il premio potrebbero esserci Javier Bardem per Bunker e Luca Marinelli per Echo Chamberche però rispetto a Malkovich pagano un ruolo da protagonista meno evidente, dato che condividono equamente la scena con Penelope Cruz e Alicia Vikander, e film che sembrano aver raccolto meno consenso. Su Malkovich ricadono quindi sia il mio pronostico che la mia scelta personale.
Pronostico: John Malkovich, Wild Horse Nine
Scelta personale: John Malkovich, Wild Horse Nine

Coppa Volpi femminile 
Sfida molto accesa, con tantissime attrici che possono contendersi il premio, da Alba Rohrwacher - visto il gradimento incontrato da Un Bon Petit Soldat (i critici, si sa, hanno scarsa conoscenza delle aziende - curioso che l'unico critico a bocciarlo, in Italia, sia stato quello del giornale teoricamente più vicino alle istanze del film, ovvero Il Manifesto) - alla splendida Vanessa Scalera de Il Fuoco che Ti Porti Dentro, passando per Penelope Cruz in Bunker (per cui però dovrebbe valere lo stesso discorso fatto per Bardem) e Jasmine Trinca, protagonista di addirittura due film e con ruoli molto diversi (Succederà Questa Notte, L'Estranea. Non darei per spacciata neppure Alicia Vikander, la cui interpretazione in Echo Chamber potrebbe incontrare il gusto di Maggie Gyllenhaal, presidentessa di giuria. Il mio pronostico ricade però su Mathilde Arcel per Woman Unknown, sotto la cui maschera glaciale si intravede un vulcano di emozioni. La mia scelta personale ricade invece sulla Angela di Valeria Scalera, un vero e proprio vulcano che le emozioni non le nasconde ma le fa esplodere in faccia alla famiglia.
Pronostico: Mathilde Arcel, Woman Unknown
Scelta personale: Vanessa Scalera, Il Fuoco che Ti Porti Dentro

Leone d'Argento (Miglior Regia)
Scelta molto difficile, vista la presenza di pochi film che si "staccano" dagli altri e visto il regolamento che impedisce che due dei premi maggiori vadano allo stesso film. Spero che la giuria non lasci a mani vuote il poetico film di Koreeda, Look Back, su cui non ricade però la mia preferenza perché gli riserverei premi più importanti. La mia scelta personale ricade invece su A Bit of Light di Ali Asgari, una masterclass di come raccontare un tema difficile in maniera semplice, efficace, e senza inutile pornografia del dolore. Menzione speciale per un gioiello stregato come Company - un film che non ha paura di essere strano e diverso, e che proprio per questo ha ricevuto un'accoglienza tiepida dalla critica.
Pronostico: Hirokazu Koreeda, Look Back
Scelta personale: Ali Asgari, A Bit of Light

Gran Premio della Giuria 
Tra i favoriti per il Gran Premio della Giuria ci sarebbero Possible LoveWild Horse Nine, e NAZA: anche se la natura scarsamente filmica di quest'ultimo farebbe pensare che potrebbe non ricevere premi, penso che la giuria alla fine sceglierà di premiarlo. Possibile sorpresa Un Bon Petit Soldat, cui però secondo me verrà assegnato qualche premio "minore" come quello per la sceneggiatura. La mia scelta personale ricade invece su Koreeda per Look Back.
Pronostico: NAZA
Scelta personale: Look Back

Leone d'Oro 
Vista l'accoglienza internazionale, la giuria potrebbe premiare con il premio più importante il ritorno alla regia di Lee Chang-dong con Possible Love, un racconto che unisce Ken Loach e Parasite, racconto di coppia e critica sociale, in una confezione fredda ma perfetta. La mia scelta personale ricade invece su Wild Horse Nine, uno dei due film che mi ha scaldato il cuore in questa mostra.
Pronostico: Possible Love
Scelta personale: Wild Horse Nine

È tutto anche per quest'anno. Correte in SNAI a scommettere sull'opposto dei miei pronostici, e noi ci risentiamo per l'edizione 2027.

Pier

venerdì 11 settembre 2026

Telegrammi da Venezia 2026 - #6

Sesto telegramma da Venezia, con il film più inutile della Mostra, un documentario che racconta la cronaca ma anche la Storia, una storia di fantasmi, un viaggio doloroso e dolcissimo per Teheran, e un processo al passato e a se stessi.

Un Peu Avant Minuit (Concorso), voto 2. Il film racconta la crisi esistenziale di un cinquantenne abbiente che non ha alcun motivo di essere in crisi, ma decide di mettersi alla ricerca delle donne della sua vita per provare a capire cosa c'è che non va in lui. Un film nato vecchio, verboso e retorico, la perfetta incarnazione dello stereotipo di un film francese che ha in testa chi odia i film francesi. Annoia, non fa riflettere, e spreca l'unico spunto interessante (un futuro politico prossimo e oscuro) relegandolo sullo sfondo. 

NAZA (Concorso), voto 8. Il voto è al contenuto, perché il documentario di per sé ha scarso valore filmico. Tuttavia, ciò che racconta è una fondamentale testimonianza per bocca di membri delle forze armate isralieane di come ciò che è accaduto e sta continuando ad accadere a Gaza sia stato pianificato scientificamente. La banalità del male è di fronte a noi, e si fa intervistare sui tetti di Tel Aviv. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Scherzetto (Fuori Concorso), voto 7.5. Un nonno illustratore, un nipote in cerca di affetto, una casa piena di ricordi - e di fantasmi. Da queste semplici ma intriganti premesse Martone costruisce un film divertente ed emotivamente coinvolgente, una commedia malinconica che flirta con il soprannaturale e ci restituisce il peso di passati mai realizzati ma anche il profumo di futuri ancora da scrivere.

A Bit of Light (Concorso), voto 8. Arash, un medico iraniano il cui studio è stato chiuso perché ha curato dei manifestanti feriti durante le proteste contro il regime, decide di suicidarsi, e lo comunica alla famiglia. Un film semplice nella premessa drammaturgica, ma estremamente stratificato a livello tematico ed emotivo. Il regista Ali Asgari parla di libertà, di depressione, di morte, ma anche di famiglia, legami, vita. Il film è amaro e sofferto, ma non spettacolarizza il dramma, lascia che traspaia dai piccoli gesti e dai silenzi, che restituiscono il freddo nel cuore di Arash. Asgari però circonda questo freddo di calore e dolcezza, costellando il film momenti di malinconia, connessione umana, e addirittura comicità. Il regista tesse uno splendido arazzo che racconta la disperazione e l'oscurità, ma brilla anche di vita e speranza.

Ritorno a Buenos Aires (Concorso), voto 6.5. Bechis torna a parlare di desaparecidos sotto il regime di Videla in Argentina. Lo fa con un film dove uno di loro, sopravvissuto perché costretto a collaborare con i suoi aguzzini, testimonia al processo che dovrebbe condannarli all'ergastolo: nel farlo, mette sotto accusa anche sé stesso, facendo finalmente i conti con il suo passato. Il film ha degli ottimi momenti, soprattutto nel finale, ma è inutilmente lungo a causa di tantissimi "silenzi eloquenti", una delle piaghe del cinema italiano, e di alcune scene esageratamente urlate. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Pier

Oasis: Don’t Look Back in Anger

 You're gonna be the one that saves me


Nel 2009, dopo l’ennesima lite, gli Oasis si sciolgono: i fratelli Liam e Noel Gallagher prendono strade diverse, formando ciascuno il proprio gruppo, e non si parleranno per quindici anni. Nel 2025, gli Oasis tornano insieme, ma le antiche tensioni non sono state ancora risolte: riusciranno i fratelli a mettere da parte i propri problemi e tornare a essere una delle più grandi rock band del pianeta? E come li accoglieranno i fan dopo tanti anni?

Chi si aspettava un documentario che spiegava per filo e per segno il processo decisionale che ha portato alla reunion rimarrà deluso: Steven Knight (l’autore di Peaky Blinders e già regista di Locke) non è interessato al gossip, ma alle emozioni. Quelle che scorrono impetuose tra i due fratelli, due caratteri difficili sempre in bilico tra odio e amore, certo, ma anche quelle tra gli Oasis e i fan e tra i fan stessi. Knight confeziona un documentario che parla dell’importanza di sentirsi parte di una comunità, di una tribù che condivide valori, e si ritrova dopo tanto tempo.

In un’epoca di sempre maggiore polarizzazione e alienazione, con la solitudine che ha assunto i contorni di un’epidemia sociale, band come gli Oasis contribuiscono a portare insieme (oltretutto fisicamente, non virtualmente) persone di ogni estrazione sociale e di diverse generazioni, creando un senso di collettività che sembra sempre più raro. Nel documentario vediamo adulti piangere, genitori che cantano con figlie e figli, paesi diversissimi che riversano sulla band un amore smisurato, sottolinenando quanto le canzoni sulla capacità di essere se stessi e di farcela a dispetto delle difficoltà siano state importanti per loro. Una fan riassume perfettamente il pensiero collettivo quando dice che le canzoni degli Oasis non servono semplicemente a tirarti su nei momenti difficili: cadono con te, e poi ti aiutano a rialzarti.

All’interno di questo rito pagano moderno, Knight non rinuncia a raccontare il grande tema di questa reunion, la ritrovata armonia tra i fratelli Gallagher dopo quindici anni di distacco e ostilità – talmente totali che i nipoti, ora molto amici, non si erano mai conosciuti fino al 2025. Knight non chiede mai esplicitamente come sia avvenuto questo riavvicinamento, ma lascia che siano le immagini a parlare. Liam e Noel non si chiedono mai esplicitamente scusa perché non hanno le parole per farlo, ennesime vittime dell’analfabetismo emotivo che attanaglia molti uomini. Knight intuisce questo problema, ed evita di fare domande esplicite, lasciando che siano loro ad arrivare, gradualmente, a dirgli quel che tutti vogliono sapere, e che la tematica centrale – quella del perdono – emerga indirettamente, attraverso le immagini o le parole di altri (splendida, in tal senso, l’omelia di un prete in occasione del loro primo concerto a Manchester).

La riconciliazione non passa dalle parole, ma dal lavoro: Liam e Noel riescono a perdonarsi davvero solo lavorando insieme, riconnettendosi attraverso la musica, in un’eco delle immagini di Get Back, il documentario sull'ultima sessione in studio dei Beatles, in cui Lennon e McCartney, ormai a un passo dalla separazione, sembrano trasformarsi nuovamente in migliori amici ogni volta che suonano insieme. La riconnessione dei due Gallagher avviene però anche attraverso la realizzazione di quanto siano ancora amati dai fan: il loro affetto diviene uno specchio in cui Noel riesce finalmente a vedere l’importanta dello straripante carisma e, al contempo, della fragilità di Liam nel successo degli Oasis, e Liam torna a capire la genialità musicale del fratello, esattamente come aveva fatto in gioventù quando gli aveva chiesto di unirsi alla sua neonata band.

Oasis: Don’t Look Back in Anger è un documentario che non brilla per creatività compositiva, ma centra in pieno il suo cuore emotivo, parlando di ciò che tutti vorrebbero sapere senza affrontarlo esplicitamente, ma lasciando che emerga per sottrazione, superando con la forza di immagini e musica le barriere e le sovrastrutture che i due Gallagher hanno costruito intorno a sé, e restituendoci un ritratto di una tribù e di due fratelli che si ritrovano dopo tanto tempo, e che capiscono che la vera forza sta nel perdonare e nel capire che, forse, la persona che li salverà è sempre stata di fronte a loro.

*** 1/2

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

domenica 6 settembre 2026

Telegrammi da Venezia 2026 - #2

Secondo telegramma da Venezia, con adolescenti problematici, fratelli ancora più problematici che riempiono stadi e imparano a perdonarsi, drammi borghesi con punte di surrealismo, e il lato oscuro del successo.


15/18 (A Place To Heal) (Concorso), voto 7.5. Il film racconta con efficacia e sensibilità la quotidianità di ragazze, ragazzi, e personale sanitario di un reparto di neuropsichiatria per adolescenti. Vediamo le loro vittorie, le loro sconfitte, e soprattutto la loro capacità di diventare collettivo e sostenersi l'un l'altro, raccontate con un taglio documentaristico che riesce però a emozionare, focalizzandosi su relazioni e personaggi anziché sulla facile spettacolarizzazione del diverso. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Succederà Questa Notte (Concorso), voto 6. Nanni Moretti torna a Venezia per la prima volta dal 1989 e lo fa con un nuovo adattamento da Eshkol Nevo, del quale aveva già adattato Tre piani, uno dei film meno morettiani di sempre per tematiche e freddezza stilistica. Succederà questa notte è un film cinematograficamente peggiore di Tre Piani: più disunito, meno coeso, con una tematica meno chiara. Tuttavia, a chi scrive è piaciuto molto di più, perché al suo interno spuntano ogni tanto, come fiumi carsici, momenti di meraviglioso morettismo, dai monologhi/dialoghi di commedia osservazionale (quello sulle campane) ai momenti surreali (le memorie degli amici che si fanno mitologia, il ballo collettivo recentemente visto nel morettianissimo Il sol dell'avvenire). Troppo poco per elevare il film al livello dei migliori di Moretti, ma abbastanza per dargli un'anima ed evitare che lo spettatore (o, quantomeno, questo spettatore) si annoi di fronte all'ennesimo dramma borghese fatto di tradimenti, passioni artistiche non perseguite, e sensi di colpa.

Oasis: Don't Look Back in Anger (Fuori Concorso), voto 7.5. Steven Knight, già autore di Peaky Blinders e Locke, realizza un documentario che non brilla per creatività compositiva, ma centra in pieno il suo cuore emotivo, parlando di ciò che tutti vorrebbero sapere senza affrontarlo esplicitamente, ma lasciando che emerga per sottrazione, superando con la forza di immagini e musica le barriere e le sovrastrutture che i due Gallagher hanno costruito intorno a sé, e restituendoci un ritratto di una tribù e di due fratelli che si ritrovano dopo tanto tempo, e che capiscono che la vera forza sta nel perdonare e nel capire che, forse, la persona che li salverà è sempre stata di fronte a loro. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Primetime (Concorso), voto 6. Il film segue l'ascesa al successo di Chris Hansen, autore e conduttore del programma To Catch a Predator, programma NBC in cui, nei primi anni duemila, venivano incastrati potenziali pedofili. Il successo, però, può diventare un'arma a doppio taglio, che impone di alzare sempre di più il tiro, creando pressioni insostenibili. Lance Oppenheimer gira un film talmente frenetico e cinico da essere a volte nauseante, un Uncut gems ambientato nel mondo della televisione. Pattinson è ipnotico e inquietante nel ruolo di Hansen, e incarna alla perfezione la crescente smania di successo che lo attanaglia. Primetime, però, manca di efficacia nel messaggio: il film cattura l'attenzione e suscita le emozioni desiderate, ma lascia poco al termine della visione.

Pier

venerdì 4 settembre 2026

Telegrammi da Venezia 2026 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia, e vi accompagnerà per tutta la Mostra del Cinema con i suoi telegrammi: brevi recensioni dei film visti nelle varie sezioni. Una Mostra con tantissimi titoli interessanti, che vede il ritorno alla Mostra di grandi registi assenti da tempo (Danny Boyle, Nanni Moretti, Kore-Eda), oltre che molti graditi abitué (Martin McDonagh, Werner Herzog). Una mostra che, nonostante l'assenza di grandi produzioni hollywoodiane, promette di presentare film che diranno la loro nella stagione dei premi.


Ecco i film visti nel primo giorno e mezzo di Mostra, collegati da interessanti riflessioni sul rapporto che abbiamo con il passato e la realtà, e su come l'establishment trovi sempre il modo di sopravvivere e reinventarsi.

Ink (Concorso), voto 7.5. Un Trainspotting ambientato nel mondo del giornalismo, che racconta l'ascesa dirompente e punk del tabloid The Sun nel Regno Unito degli anni Settanta, che spazzò via il giornalismo paludato e serio che dominava il paese a suon di gossip, sport, educazione sessuale e donne discinte, sotto la direzione di Larry Lamb (un ottimo Jack O' Connell) e la proprietà di Rupert Murdoch. Lamb e Murdoch sono anti-establishment, e tendiamo a tifare per loro, anche perché l'establishment inglese dell'epoca è ricco, classista, e razzista. Tuttavia, il film offre un'interessante racconto ammonitore su come essere anti-establishment non sia sempre un bene: chi vuole distruggere qualcosa finisce spesso per distruggere tutto. The Sun spazza via le ipocrisie della società inglese, ma finisce per distruggerne anche i valori; infonde libertà nel giornalismo, ma ne tradisce la missione di informazione ed educazione. Boyle non dà risposte, non crea vittime e carnefici, ma mette uno specchio davanti agli spettatori, costringendoli ad affrontare alcune scomode verità.

Bucking Fastard (Concorso), voto 7. Herzog torna al cinema di finzione dopo sette anni e realizza un film spiazzante, chiaramente debitore di David Lynch e della sua "dream logic" fin dalla prima scena, in cui le due protagoniste - due sorelle che parlano, pensano, amano in sincrono - raccontano un loro sogno identico che forse non lo è. Herzog prende spunto da una storia vera, ma la declina in chiave fortemente simbolica ed emotiva, caricando il film di possibili interpretazioni senza prediligerne nessuna. Molti lo troveranno ostico, ma l'unico modo di approcciarlo correttamente è di abbandonare ogni tentativo di trovare un filo logico-razionale e lasciarsi travolgere dal donchisciottesco scontro tra le due sorelle e un mondo che non è pronto per loro, facendosi trascinare nel loro folle scavo per arrivare dall'Irlanda alle Orcadi (un'impresa ambiziosissima e impossibile, come in Fitzcarraldo): un tunnel per un mondo nuovo in cui sentirsi finalmente libere. Manca la potenza evocativa di Lynch, ma il risultato è comunque intrigante anche grazie all'ipnotica interpretazione delle sorelle Mara, Kate e Rooney.

Wild Horse Nine (Concorso), voto 9.5. McDonagh torna a Venezia dopo Gli spiriti dell'isola e realizza un altro film indimenticabile su amicizia, memoria, e l'apparente incapacità umana di vivere in pace con il prossimo. Un film profondamente politico, che riprende l'anarchico desiderio di ribellione al potere costituito di Una battaglia dopo l'altra ma lo declina nei toni della commedia nera a tinte crime/spionistiche. Siamo in Cile, poche settimane prima del colpo di stato di Pinochet, e segue due agenti della CIA che hanno lavorato per organizzarlo. Uno di loro sta morendo, e vuole fare una vacanza sull'isola di Pasqua, dove si troverà a tracciare un bilancio della sua vita. La sceneggiatura è semplicemente perfetta, e consacra ancora una volta McDonagh come uno dei migliori scrittori per il cinema (e il teatro) del nostro tempo: i dialoghi sono profondi e filosofici, e al tempo stesso taglienti ed esilaranti. Si ride, tanto, ma si resta sempre immersi in un'aura di malinconia per il tempo che se ne va, per peccati che non si possono annullare, ma che forse si può provare a espiare. John Malkovich offre una prova da Oscar, unendo alla perfezione stralunatezza e rimpianto, ma intorno a lui brillano anche Sam Rockwell (grandissimo attore che McDonagh valorizza come pochi altri) e Steve Buscemi.

Sumo: Spirit Weights Nothing (Fuori Concorso), voto 7. Documentario asciutto ed efficace, in pieno stile ESPN, sul sumo che va dietro le quinte di una delle icone culturali giapponesi: allenamenti, regime alimentare, classifiche, ma soprattutto l'impatto sul corpo e sulla psiche degli atleti, che consacrano tutti se stessi a una tradizione e ai valori che rappresenta.

Mr. Nelson, Did You Kill People (Concorso), voto 5.5. Tsukamoto, leggendario regista giapponese, si cimenta con la storia di Allen Nelson, un veterano del Vietnam che, al termine di un lungo percorso psicologico, racconta gli orrori della guerra in pubblico, portando la sua testimonianza e il suo rimorso in Giappone e persino nello stesso Vietnam. La sua vicenda di testimone dell'orrore è interessantissima, ma viene relegata agli ultimi venti minuti scarsi di film. Prima assistiamo alla fiera del già visto, un racconto di orrori di guerra e stress post-traumatico che tanti, troppi (Tsukamoto incluso) hanno già raccontato, spesso con maggiore efficacia. Lo stile recitativo che Tsukamoto impone ai suoi attori e che funziona benissimo con interpreti giapponesi stona con un cast occidentale, rendendo il tutto troppo "urlato". Restano una vicenda morale di grande interesse e un eccellente lavoro sul sonoro: peccato, poteva essere molto di più.

Pier

sabato 6 settembre 2025

Telegrammi da Venezia 2025 - #7

Settimo telegramma da Venezia, tra tuffi nella testa di un'assassina, alberi che osservano le nostre vite, film su film che non si sono fatti, festival di grande musica e coesione sociale, favole distopiche, e un Minority Report in salsa francese.


Elisa (Concorso), voto 7. Di Costanzo realizza un film carcerario che è per gran parte efficacissimo, una fredda e impietosa discesa nella mente di un'assassina, sorretto da una fotografia algida e distante e da un cast eccezionale capitanato da Barbara Ronchi. Tuttavia il film perde forza e potenza (e guadagna inutilmente in durata) per inseguire delle pulsioni da televisione nazionalpopolare in cui tutto deve essere spiegato e tutti i personaggi devono piacere al pubblico. Peccato, ma il talento resta. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Silent Friend (Concorso), voto 8.5. Un albero di ginkgo biloba domina il cortile di un'università medioevale tedesca, e osserva silenzioso tre storie che si dipanano su più di un secolo: quella della prima donna ammessa all'università, quella di due ragazzi che cercano di comunicare con un geranio, e quella di un neuroscienziato (Tony Leung) che cerca di tracciare paralleli tra il nostro cervello e il pensiero della pianta. Ildiko Enyedi realizza un film lirico ma anche divertente, una splendida meditazione sul nostro rapporto con la natura, ma soprattutto su cosa significhi comunicare con "l'altro" - l'albero, ma anche le persone - e sul nostro insopprimibile desiderio di farlo. L'albero è quasi un alieno (si pensa spesso a un film diversissimo eppure simile come Arrival, durante la visione) che osserva le nostre vite effimere e i nostri tentativi di creare una connessione - tra noi, e con lui, attraverso i secoli. Alla regista ungherese riesce l'impresa di trovare il delicato equilibrio tra riflessione filosofica e narrazione, e nel farlo ci regala un film evocativo e misterioso, che lascia lo spettatore con una sensazione di pace e compiutezza, ma anche di leopardiana inadeguatezza di fronte all'infinito.

Un film fatto per Bene (Bravo Bene!) (Concorso), voto 7. Maresco realizza una riflessione metacinematografica su arte, cinema e depressione eclettica e folle, in cui reale e finzione si mescolano al punto che diventa impossibile distinguerli. Il film su Carmelo Bene diventa un delirio, una meditazione, un non-film che avrebbe fatto contento il grande artista cui è dedicato. Moresco mette se stesso (o una versione cinematografica di se stesso?) davanti alla telecamere e regala un racconto volutamente sconclusionato ma divertente e ispirato, l'ennesima riflessione sulla Sicilia, sull'Italia, e sull'eredità (tradita o raccolta) di un grande artista come Bene, che ne avrebbe apprezzato il taglio nichilista, misterioso e senza risposte.

Newport and the Great Folk Dream (Fuori Concorso), voto 8.5. Un magnifico documentario fatto di sole immagini d'archivio che racconta gli anni di gloria del festival di musica folk di Newport, che lanciò tra gli altri Bob Dylan e Joan Baez. Il film racconta alla perfezione le radici democratiche e sociali del festival, che pagava tutti alla stessa maniera e dava spazio a tutte le tradizioni musicali degli USA, permettendo un incontro tra generazioni ed etnie diversissime. Si creava così non solo un terreno fertile per la contaminazione artistica e la creatività, ma un punto di incontro dove si superavano tutte le divisioni civili e sociali che allora come oggi laceravano gli Stati Uniti. Un'utopia durata solo pochi anni, prima che il commercio prendesse il sopravvento, che ha però permesso lo sviluppo di idee di pace e solidarietà. Qui la recensione completa scritta da Nonsolocinema.

100 Nights of Hero (Settimana della Critica), voto 7.5 Bizzarro incrocio tra Le mille e una notte The Handmaid's Tale, ma girato con il piglio di Emerald Fennell: Julia Jackman, all'esordio alla regia, crea un'intera mitologia per un mondo che è diverso dal nostro eppure simile, in cui gli dei influenzano la vita degli essere umani e creano la religione come strumento di oppressione femminile. Il risultato è una divertente fiaba distopica sul potere delle storie e della conoscenza come fonte di libertà ed emancipazione, femminile ma non solo, con un bellissimo finale.

Chien 51 (Fuori Concorso), voto 6. In un futuro prossimo, Parigi è divisa in zone, e l'intelligenza artificiale Alma aiuta la polizia a risolvere e prevenire i crimini. L'omicidio del creatore di Alma e la successiva indagine, tuttavia, rivelano che qualcosa è fuori posto. Un noir distopico molto classico realizzato molto bene a livello tecnico, anche se avrebbe beneficiato da una maggiore attenzione alla sceneggiatura, a tratti molto prevedibile. La tematica, tuttavia, è rilevante, e purtroppo non troppo distante dalla realtà.

Pier

domenica 31 agosto 2025

Telegrammi da Venezia 2025 - #3

Terzo telegramma da Venezia, tra mostri creatori e umani creati, Napoli e il sottosuolo, manager d'hotel sconnessi, e gocce di poesia famigliare.


Frankenstein (Concorso), voto 7.5. Del Toro adatta la storia di Frankenstein toccando tutte le corde ricorrenti nel suo cinema: dall'umanità del mostro alla mostruosità dell'uomo, passando per la ricerca dell'amore e della connessione. Visivamente sontuoso (il laboratorio di Viktor è splendido, così come le scene nell'Artico), a livello tematico non rivoluziona un mito già esplorato più volte dalla cinematografia, riprendendo toni e situazioni già viste sia in altri adattamenti (il mostro è molto debitore dell'incarnazione vista in Penny Dreadful), sia in altri lavori di Del Toro. Forse era inevitabile, visto che questo mito ha formato la poetica deltoriana, e ha finito quindi per permearne l'opera. Rimane però la sensazione che si potesse fare di più, trovare chiavi nuove che qui sono invece assenti, fatta eccezione per uno spunto tolkieniano su come la morte sia un dono e non una maledizione da cui fuggire (la creatura è qui immortale) e un Viktor che è l'incarnazione della mascolinità tossica, con Elizabeth che diviene da amata desiderio proibito e capriccio di un bambino mai veramente cresciuto (Viktor beve solo latte durante il film). Splendida prova del cast, con Oscar Isaac mostro-creatore, Elordi dolente quanto basta, e Mia Goth ambigua e carismatica, cuore emotivo del film.

Sotto le Nuvole (Concorso), voto 6.5. Gianfranco Rosi torna sulle note di Sacro GRA, il documentario che gli valse il Leone d'oro nel 2013. Questa volta la protagonista è Napoli, e in particolare il suo rapporto con il sottosuolo, dalla Napoli sotterranea ai terremoti causati dai Campi Flegrei e dal Vesuvio. Il suo approccio al documentario come commedia umana mostra però la corda, alternando racconti molto riusciti (il centralino dei pompieri meriterebbe un film dedicato) ad altri meno efficaci (la parte archeologica risulta, alla lunga, ripetitiva), oltre a indugiare troppo in inquadrature "a effetto" che soddisfano la vista ma appesantiscono la narrazione.

The Souffleur (Orizzonti), voto 3. Una storia potenzialmente interessante (il manager di un hotel cerca disperatamente di evitarne la chiusura) viene raccontata in maniera non lineare, per suggestioni: il gioco potrebbe anche funzionare (è la cifra stilistica di Lynch), ma qui deraglia miseramente, risultando del tutto disconnesso. Si salvano solo la breve durata (meno di 90', un miracolo di questi tempi) e un Willem Dafoe piacevolmente gigione.

Father Mother Sister Brother (Concorso), voto 8.5. Il film del cuore del Concorso finora, anche se meno ambizioso di altri visti fin qui. Jarmush realizza un film sull'essere famiglia attraverso tre episodi disconnessi narrativamente ma fortemente interconnessi a livello tematico ed emotivo, come i movimenti di una sonata. Delicato e fragile come un fiore, ma con radici che affondano profonde, scavando nell'anima. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Pier

giovedì 28 agosto 2025

Telegrammi da Venezia 2025 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia, e vi accompagnerà per tutta la Mostra del Cinema con i suoi telegrammi: brevi recensioni dei film visti nelle varie sezioni. Una Mostra con tantissimi titoli interessanti, che vede il ritorno dietro la macchina da presa di grandi registi (Kathryn Bigelow, Gus Van Sant) che non si vedevano da tempo, oltre che molti graditi abitué (Jim Jarmush, Paolo Sorrentino, Guillermo Del Toro). Una mostra che promette bene, quindi, anche se non mancheranno le inevitabili delusioni.


Ecco i film visti nel primo giorno e mezzo di Mostra:

La Grazia (Concorso), voto 7.5. Dopo averne messo alla berlina gli eccessi e i crimini, Sorrentino torna a raccontare la politica, ma questa volta si occupa della politica "alta", che si occupa con responsabilità di tematiche spinose e pungenti. Questo non significa, tuttavia, che rinunci a raccontare l'umanità e la fallibilità dei personaggi: il Presidente De Santis di Servillo è un uomo dignitoso che vive nella paura di non esserlo, e che per questo sta lentamente perdendo amore per la vita, intrappolato in una rete di sua costruzione. Sorrentino offre non più uno sguardo alla morte incombente che si nasconde in agguato dietro una vitalità esibita ma di facciata, ma la vita che cerca di farsi strada, una pianta che cerca di rifiorire in un terreno arido e bruciato. Non passerà alla storia come il suo film migliore, ma offre molti spunti emotivi ed etici di grande impatto, nonostante qualche sbrodolata evitabile. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Ghost Elephants (Fuori Concorso), voto 8. Werner Herzog si addentra negli inaccessibili altipiani dell'Angola per scoprire gli sfuggenti discendenti del più grande elefante mai catturato. La sua è una storia di resilienza e bellezza, ma anche di come la crudeltà umana abbia spinto sull'orlo dell'estinzione queste nobili creature, e di come popolazioni che amiamo considerare "arretrate" abbiano in realtà un rapporto con la natura da cui potremmo imparare molto.

Il Rapimento di Arabella (Orizzonti), voto 7. Carolina Cavalli realizza un'opera seconda sulle stesse note dell'assurdo di Amanda, la sua opera prima, ma con influenze ulteriori che spaziano da Lynch a Thelma & Louise. La storia di un'adulta che vuole tornare bambina, viaggiare nel tempo per riparare agli errori fatti, convince e conquista, grazie anche all'ottima prova delle protagoniste e alla capacità di Cavalli di creare dei "non-luoghi" narrativi, sospesi tra l'Italia e gli USA.

Bugonia (Concorso), voto 9. Lanthimos trova una perfetta sintesi tra il suo cinema degli esordi e il suo periodo hollywoodiano, realizzando un'opera (remake di un film coreano del 2003) ipnotica, ironica e disperata, che si nutre di opposti: una tragedia in cui si ride, un film senza speranza che mira a risvegliare le coscienze, una storia in cui il villain non è nessuno e, al tempo stesso, siamo tutti noi, con un finale che pietrifica e, al tempo stesso, lascia con un senso di giustizia compiuta. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Jay Kelly (Concorso), voto 6.5. Baumbach firma un film malinconico, in cui un attore si ritrova a fine carriera con una vita personale disastrata e la sensazione di non aver fatto nulla della sua vita. Il film funziona, nonostante la lunghezza eccessiva e alcuni stereotipi culturali (sull'Italia in primis) un po' datati, e farà breccia nel cuore del pubblico. Tuttavia, il merito non è tanto della scrittura di Baumbach, efficace ma molto meno brillante del solito, quanto di un George Clooney che unisce alla perfezione la sua anima gigiona e quella drammatica.

Pier

venerdì 6 settembre 2024

Telegrammi da Venezia 2024 - #7

Settimo telegramma da Venezia 2024, tra rivendicazioni sindacali intrise di misticismo, geniali autoparodie, documentari su Cina e Ucraina, storie di immigrazione, e riflessioni sull'amore.


Sugar Island (Giornate degli Autori), voto 7. La rivendicazione dei diritti dei lavoratori delle piantagioni da zucchero in Repubblica Dominicana si intreccia con il misticismo locale, con un culto matriarcale che cerca di comprendere il corso degli eventi. Al centro, la vicenda di una ragazza senza documenti e identità, condannata ai margini dagli errori del passato che continuano ad avere un impatto sul presente. Non tutto funziona, ma la commistione tra tematica socio-sindacale e mistica è originale e ben costruita.

Broken Rage (Fuori Concorso), voto 8. Kitano realizza un film ferocemente dissacrante, con una prima metà che è un thriller serio e teso, e la seconda che è una spledida parodia della prima. Si ride a crepapelle, ma le risate non nascondono la sublime sensibilità di Kitano per la messa in scena: ogni inquadratura è una piccola opera d'arte.

Youth: Homecoming (Concorso), voto 6. Documentario sulla gioventù cinese e il suo rapporto con il mondo del lavoro, che soffre di un'eccessiva lunghezza e di una scarsa attenzione per chi non conosce bene la società cinese, che fatica a comprendere molti passaggi della vicenda narrata.

Love (Concorso), voto 6.5. Love è un film di buona fattura che, nonostante qualche giro a vuoto, riesce a offrire alcuni momenti di riflessione e lirismo, grazie anche a un ottimo uso della luce, che dipinge momenti, persone, situazioni, stringendoli in un caldo abbraccio che li rende fortemente, irresistibilmente umani. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Songs of Slow Burning Earth (Fuori Concorso), voto 6.5. Interessante documentario che racconta come è cambiata la quotidianità degli Ucraini con la guerra. Immagini interessanti, ma il taglio è forse troppo cronachistico, senza una riflessione o un punto di vista "particolare."

Little Jafna (Settimana della Critica), voto 8. Due gang rivali di origine tamil si affrontano per le strade di Parigi. Il loro paese d'origine (Sri Lanka) domina la scena nonostante la distanza geografica, regalando uno spaccato sociale degli espatriati che intrattiene e fa riflettere.

Pier e Simone

martedì 3 settembre 2024

Telegrammi da Venezia 2024 - #5

Quinto telegramma da Venezia 2024, tra figli radicalizzati, documentari geniali su iconiche band, futuri distopici, esperimenti inutili, donne tradite, e donne che risolvono tradimenti.


The Quiet Son (Concorso), voto 7.5. Il racconto della crescente disperazione di un padre che assiste, impotente, alla radicalizzazione del figlio, che aderisce a gruppi di estrema destra. Un film che, pur non brillando per originalità della costruzione, è potente, a tratti devastante dal punto di vista emotivo grazie a una sceneggiatura solida e senza fronzoli e alla prova dolente del sempre bravissimo Vincent Lindon.

Pavements (Orizzonti), voto 8.5. Documentario geniale, non convenzionale, meta-filmico e folle. Insomma, perfettamente in linea con i Pavement, la band che racconta in maniera creativa e originale - talmente originale che non riveliamo il "trucco" per lasciare allo spettatore il piacere della scoperta. Un solo indizio: quella "s" nel titolo è, in parte, rivelatoria dell'approccio caleidoscopico alla narrazione. Parla ai fan, e anche a chi volesse scoprire da zero la storia dell'iconica band.

2073 (Fuori Concorso), voto 3. Immagini di repertorio rielaborate a fini narrativi per raccontare un futuro preconizzato senza alcuna originalità né guizzo creativo.

Possibility of Paradise (Giornate degli Autori - Evento Speciale), voto 2. Esperimento visivo poco riuscito, fatto di continui fermi immagine e immagini fuori fuoco, incomprensibile senza un commento esplicativo del regista.

Mistress Dispeller (Orizzonti), voto 6. Il film racconta una professione realmente esistente nella società cinese, quella di "terminatrice" di relazioni extraconiugali. Tra documentario e finzione, il film rivela un mondo di relazioni sull'orlo della distruzione, e dell'atto di equilibrismo richiesto per ricostruirle.

Don't Cry, Butterfly (Settimana della Critica), voto 8. I tormenti di una donna tradita che si sfoga con amiche e vicine, che le danno consigli bellicosi mentre una misteriosa macchia, visibile solo alle donne, si espande sul soffitto. La dramedy a tinte horror mette a nudo delle verità nascoste, raccontando al tempo stesso una cultura patriarcale in cui le donne devono lottare per il proprio spazio anche in assenza dei mariti.

Simone 

venerdì 30 agosto 2024

Telegrammi da Venezia 2024 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia, e vi accompagnerà per tutta la Mostra del Cinema con i suoi telegrammi, recensioni brevi dei film visti nelle varie sezioni. Una Mostra con tantissimi titoli interessanti, che promette belle sorprese e anche qualche inevitabile delusione.


Ecco i film visti nel primo giorno e mezzo di Mostra:

Beetlejuice, Beetlejuice (Fuori Concorso), voto 7. Burton torna all'universo (e al genere) che lo ha reso famoso e firma una dark comedy divertente e divertita, meno dissacrante dell'originale ma con una verve visiva finalmente ritrovata - per quanto in parte già vista -  dopo gli innumerevoli passi falsi disneyani. Tematicamente Beetlejuice, Beetlejuice dimostra un'attenzione maggiore al lato emotivo della narrazione: mentre Keaton gigioneggia adorabilmente, Burton trova il tempo di parlare del male nascosto dei sobborghi USA, di lutto, e di relazioni familiari.

Separated (Fuori Concorso), voto 7.5. Morris firma un efficace documentario sulla family separation policy dell'amministrazione Trump. Lo fa con un piglio di denuncia alla Michael Moore ma uno stile più sobrio, secco, espositivo, che colpisce dritto allo stomaco proprio per la pulizia della narrazione, e viene solo parzialmente sporcato dalla scelta di avere delle parti ricostruite che ondeggiano tra il ridondante e l'inutile. Qui la recensione completa fatta per Nonsolocinema.

Nonostante (Orizzonti), voto 5. Uno spunto potenzialmente geniale - un ospedale abitato dalle anime di chi è in coma - elaborato in maniera pasticciata, confusa, senza né capo né coda. Peccato, perché per ambizione e creatività visiva questa opera seconda da regista di Mastandrea poteva essere molto di più.

El Jockey (Concorso), voto 8.5. Si può parlare di identità (di genere, ma non solo) facendo un film sull’ippica? La risposta è sì. El Jockey è un film sulla necessità di rinnovarsi e sul potere catartico di questo atto di riscoperta, in grado di correggere la rotta di una vita lanciata come un cavallo in corsa, riuscendo a evitare che si schianti sulle balaustre e facendolo invece correre, finalmente, libero, verso un futuro non ancora scritto.Qui la recensione completa fatta per Nonsolocinema.

Maria (Concorso), voto 7. Larrain racconta la Callas in modo patinato, attraverso un melodramma perfettamente confezionato ma scontato, che si concentra sulle sue storie d'amore e sulla sua natura di diva tanto quanto sulla sua musica. Peccato, perché il dramma di una donna che non riesce più a fare ciò che l'ha resa immortale meritava più spazio, così come altri capitoli della sua vita artistica (il rapporto con Visconti e Di Stefano e la sua carriera cinematografica in primis) che potevano sostituire molti inutili siparietti domestici (soprattutto) e alcune delle interazioni con Onassis. Il film risulta comunque ben riuscito grazie a una prova strepitosa di Angelina Jolie, che dà corpo e voce alla fragile divinità della Callas.

Pooja, Sir (Orizzonti), voto 6.5. Il film racconta un indagine su un caso di rapimento in Nepal, sullo sfondo di tensioni etniche e discriminazione di genere. Il film funziona, pur senza guizzi significativi e con una lunghezza forse eccessiva: è teso il giusto e la tematica culturale è affrontata con un taglio umano che conquista.

Pier


lunedì 20 febbraio 2023

Tutta la Bellezza e il Dolore

L'arte che salva


Il documentario racconta la battaglia di Nan Goldin, celebre fotografia statunitense, con la famiglia Sackler e la loro Purdue Pharma. Purdue era la produttrice dell’OxyContin, farmaco che crea una forte dipendenza e che si calcola abbia causato più di 400mila morti negli USA.

Può l’arte salvare il mondo dalla crisi degli oppiacei? La risposta, apparentemente, è sì. In Tutta la bellezza e il dolore, Laura Poitras intervalla la storia della battaglia contro i Sackler con la biografia di Nan Goldin. Inizialmente questa scelta risulta spaesante, e si fatica a comprendere il collegamento tra la gioventù ribelle e gli inizi artistici della Goldin, dedicati alla liberazione femminile e sessuale più in generale, e la tragedia causata dall’OxyContin.

Con il proseguire dei minuti, tuttavia, il collegamento diventa sempre più evidente, al punto che la passione che Goldin mette nella battaglia sarebbe incomprensibile senza conoscere il suo vissuto, la sua personale dipendenza da sostanze, la sua sensazione di impotenza di fronte alla moria dei suoi amici nella prima epidemia di AIDS. La determinazione mostrata da Goldin è una conseguenza diretta della frustrazione del passato, un desiderio di fare qualcosa quando in precedenza non ha potuto far altro che restare a guardare.

Il documentario diviene sempre più un pugno allo stomaco man mano che procede nel raccontare la decennale battaglia, raggiungendo il suo apice nella scena in cui i parenti delle vittime possono finalmente confrontarsi con il nemico: un nemico silente, costretto ad ascoltarli, ferito ma non davvero sconfitto. È una scena carica di sofferenza e di frustrazione, di rabbia repressa e di un desiderio di giustizia non pienamente soddisfatto. A farle da contraltare, una delle scene visivamente più potenti del film, una pioggia di flaconi lanciati dalle scale del Guggenheim, un atto sovversivo che si fa pianto di rabbia e consolazione - un atto che sa di vittoria, per quanto effimera, capace di trasformare l'orrore in arte, il dolore in bellezza.

Laura Poitras realizza un film efficace, evocativo, e incisivo. Si poteva, forse, sforbiciare qualcosa, soprattutto nella prima parte, ma nel complesso resta un film molto riuscito nella sua capacità di raccontare una tragedia nazionale e la battaglia donchisciottesca di un gruppo di idealisti che, alla fine, contro ogni pronostico, sono riusciti a inibire il mostro. Un Leone d'oro inusuale, ma pienamente meritato.

****

Pier

Nota: questa recensione è stata inizialmente pubblicata su Nonsolocinema.

giovedì 8 settembre 2022

Telegrammi da Venezia 2022 - #6

Sesto telegramma da Venezia, con documentari su grandi maestri, splendidi esordi giudiziari, figli problematici, e riscoperte musicali.


Sergio Leone - L'italiano che inventò l'America (Venezia Classici), voto 8. Splendido documentario sulla carriera di Sergio Leone, che alterna testimonianze dei suoi storici collaboratori (dal rumorista a Morricone, dall'addetto al sonoro a Dario Argento) e di registi statunitensi influenzati dal suo lavoro, come Scorsese, Spielberg, e Tarantino. Ricostruzioni e commenti sono puntuali, un saggio di storia e analisi del cinema che farà felici gli appassionati ma costituisce anche un ottimo punto di partenza per un neofita.

The Son (Concorso), voto 6. Dopo The Father, Zeller torna alla regia con l'adattamento di un'altra sua pièce teatrale, questa volta incentrata sulla gestione di un figlio problematico e tormentato. Il ritratto delle difficoltà e dell'incapacità sociale di capire e gestire la depressione è efficace, ma manca di originalità espressiva e tematica. 

Dreamin' Wild (Fuori Concorso), voto 6. Il film racconta l'incredibile storia vera dei fratelli Emerson: da adolescenti, a fine anni Settanta, registrano un album casalingo, che dà il titolo al film. L'album non riceve alcuna attenzione, ma viene riscoperto quasi per caso alla fine degli anni Duemila, quando raggiunge un grande successo critico e persino commerciale. Ma è forse troppo tardi per resuscitare un sogno che i due fratelli, e in particolare Donnie, autore di tutte le canzoni, credevano morto e sepolto, e cui hanno già sacrificato tanto. Film molto classico nella struttura, ma ben scritto e recitato, con Noah Jupp che ruba la scena nel ruolo del giovane Donnie.

Saint Omer (Concorso), voto 8.5. Un esordio folgorante nel cinema di finzione per Alice Diop, finora documentarista, che racconta la storia di due donne che si incrocia attraverso il mito di Medea: una regista che vuole farne un film, e una donna accusata di aver ucciso il proprio figlio. Diop riprende il processo a quest'ultima, vero cuore del film, con un piglio documentarista, ed è una scelta vincente: le emozioni scorrono potenti senza bisogno di artifici retorici e pelosi pietismi (Gianni Amelio avrebbe potuto imparare qualcosa), la maternità viene analizzata nei suoi lati più oscuri e inconfessati, scoperchiando una tematica che la nostra società tende a seppellire. 

Pier

domenica 4 settembre 2022

Telegrammi da Venezia 2022 - #4

Quarto telegramma da Venezia, con ricordi d'infanzia, lotte artistiche e morali, maternità alternative, creative elaborazioni del lutto, e guerre di mafia sul Gargano.


Princess (Orizzonti), voto 4. Un film dal tema interessante (la prostituzione clandestina nella periferia di Roma), che convince nella costruzione dei personaggi, ma risulta inconcludente nel messaggio e nella messa in scena.

All the Beauty and the Bloodshed (Concorso), voto 7.5. Il film racconta la battaglia di Nan Goldin, celebre fotografia statunitense, con la famiglia Sackler e la loro Purdue Pharma. Purdue era la produttrice dell'OxyContin, farmaco che crea una forte dipendenza e che si calcola abbia causato più di 400mila morti negli USA. Può l'arte salvare il mondo dalla crisi degli oppiacei? La risposta, apparentemente, è sì. Il film intervalla la storia della battaglia contro i Sackler con la biografia della Goldin: inizialmente questa scelta risulta spaesante, ma con il proseguire dei minuti il collegamento diventa sempre più evidente, al punto che la passione che Goldin mette nella battaglia sarebbe incomprensibile senza conoscere il suo vissuto. Si poteva, forse, sforbiciare qualcosa, ma nel complesso resta un film molto riuscito nella sua capacità di colpire ripetutamente allo stomaco.

Love Life (Concorso), voto 7. Il racconto di una vita di coppia tra lutti, fantasmi dal passato che si ripresentano, risate e lacrime, raccontata con un tocco leggero e dolce, che riprende le lezioni di Ozu e di altri grandi film del cinema giapponese come L'estate di Kikujiro. 

L'Immensità (Concorso), voto 7.5. Emanuele Crialese torna dietro la macchina da presa undici anni dopo Terraferma, e lo fa con un film profondamente personale, che racconta una versione romanzata della sua infanzia e dell'inizio del suo percorso di transizione da donna a uomo. Il film ha due scene di apertura che sono da manuale dello show don't tell, con la danza scatenata di Penelope Cruz e figli su Rumore di Raffaella Carrà a farla da padrone. Il film si ripete un po' in alcuni momenti, ma nel complesso risulta emotivamente e visivamente solido e ispirato.

Les Enfants des Autres (Concorso), voto 5. Un film di cui si fatica a comprendere la presenza in concorso, che racconta con una regia quasi invisibile la storia di una donna che si ritrova ad affezionarsi alla figlia di primo letto del compagno. Ci si interroga su cosa sia la maternità, sulla sua necessità o non necessità, e in generale sullo scopo di una vita lunga e breve al tempo stesso: i messaggi sono a volte un po' vecchi, ma tutto sommato il film non annoia.

Ti Mangio il Cuore (Orizzonti), voto 6.5. Pippo Mezzapesa racconta una storia di mafia e amore sul Gargano in un bianco e nero fatto più di ombre che di luci, che racconta una Puglia rurale che sembra uscita dal selvaggio west. Sangue chiama sangue, e la spirale sembra destinata a non arrestarsi mai. Buono l'esordio da attrice di Elodie, che firma anche la canzone di chiusura. 

Pier e Simone

venerdì 2 settembre 2022

Telegrammi da Venezia 2022 - #2

Secondo telegramma da Venezia, con cannibali, mogli di grandi scrittori, spie misericordiose, rivolte nelle periferie, e concerti punk.


Un Couple (Concorso), voto 4. Il primo lavoro di finzione di Frederick Wiseman è tale solo di nome, dato che consiste in un'alternanza tra splendide immagini della natura e di un'attrice che recita le lettere di Sof'ja Tolstaja, la moglie di Tolstoj. Sfugge il senso dell'operazione, che risulta una versione filmata di quei monologhi teatrali "al femminile" talmente stereotipati e diffusi da essere divenuti oggetto di parodia. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

A Compassionate Spy (Fuori Concorso), voto 8. Una storia poco nota sul Progetto Manhattan, che ricostruisce le ragioni per cui Ted Hall, il più giovane fisico a lavorare al progetto, decise di passare i piani alla Russia. Hall temeva la tirannide che gli Stati Uniti avrebbero potuto esercitare se fossero stati i soli ad avere la bomba, ma al tempo stesso ha armato il regime staliniano: i dubbi etici di Hall e della moglie, vera protagonista del documentario, impongono al pubblico riflessioni fondamentali, soprattutto di questi tempi.

Athena (Concorso), voto 7.5. Una rivolta nelle banlieu diventa una vera e propria guerra, e il regista Gravas la riprende come tale. La scena d'apertura è magnifica, un piano sequenza di rara potenza con una immagine di chiusura potente ed evocativa; il resto del film è comunque girato sublimemente e, anche se perde strada facendo un po' della sua forza dirompente, colpisce e avvince per tutta la sua durata.

Bones and All (Concorso), voto 8.5. Una ragazza cannibale si ritrova sola, abbandonata dalla famiglia, ma scopre che ci sono altri come lei, incapaci di resistere al richiamo della carne umana. Come nella tradizione del grande cinema horror, la loro condizione diviene una metafora dell'emarginazione - sociale, generazionale, esistenziale. Guadagnino gira una storia d'amore sui generis rinunciando a virtuosismi tenendosi in disparte, lasciando che siano i suoi protagonisti (gli ottimi Taylor Russell e Timothée Chalamet) a raccontare sentimenti, incertezze, scheletri nell'armadio (letterali e non). La macchina da presa indaga i loro volti, i loro viaggi on the road nel cuore dell'America, offrendoci un film all'apparenza semplice ma di grande complessità emotiva, che mette a nudo le sue ossa, la sua carne, e il suo cuore.

Margini (Settimana della Critica), voto 6.5. Una lettera d'amore al punk, a tratti onesta, a tratti furbetta, ma comunque dotata di energia e humor. Si poteva fare di meglio, ma la storia di una sgangherata band punk di Grosseto riesce comunque a divertire.

Pier


venerdì 10 settembre 2021

Telegrammi da Venezia 2021 - #6

Sesto e ultimo telegramma da Venezia 2021: l'ultimo film in concorso, il film di Ridley Scott sull'ultimo duello di Dio, qualche bella sorpresa nelle sezioni collaterali, e tanto altro.


Mama, Ya Doma (Orizzonti), voto 6.5. Un racconto sul lutto e sulla sua (non) accettazione, con una madre che rifiuta di credere alla morte del figlio: complotto o pazzia? L'idea è interessante e, pur non riuscendo mai a decollare veramente, offre un'efficace riflessione sul potere, grazie anche all'ottima prova dell'attrice protagonista.

Un Autre Monde (Concorso), voto 7.5. Un film sul lavoro e sullo sfruttamento dei lavoratori visto dal punto di vista di un manager che finisce per essere dilaniato dalle richieste del quartier generale e le preoccupazioni dei lavoratori. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

Rhino (Orizzonti), voto 5. Un film erratico, che dopo una scena d'apertura di grande impatto visivo e narrativo si perde in un turbinio di violenza, spesso gratuita, senza riuscire né a trasmettere emozioni, né a stimolare riflessioni. 

The Last Duel (Fuori Concorso), voto 7.5. Il racconto dell'ultimo "duello di Dio" legittimato dalla legge nella Francia del XIV secolo. Il tema non potrebbe essere più attuale - una denuncia per stupro - e viene raccontato alla Rashomon, mostrandoci gli eventi dal punto di vista dei tre protagonisti: l'accusato, il marito della vittima, e soprattutto la vittima, trattata come un oggetto e costretta a continue umiliazioni per sostenere la veridicità delle sue accuse. La regia di Ridley Scott è poco originale ma solida, la sceneggiatura asciutta ed efficace: sarebbe bello dire che le cose sono cambiate, ma la cronaca di dice, purtroppo, che non è così. Ottima prova di tutti i protagonisti, tra cui spiccano un Ben Affleck stranamente (ma efficacemente) gigione e Jodie Comer, perfetta nella parte della protagonista.

Al Garib (Giornate degli Autori), voto 7.5. Un medico mancato trascina la sua esistenza in un frutteto che il padre non vuole nemmeno lasciargli in eredità. Un incontro a sorpresa con un guerrigliero ferito cambierà le sue prospettive. Un film che racconta la solitudine, il desiderio e l'incapacità di riscatto, l'attaccamento alle proprie radici: una storia di emozioni, rapporti umani, paesaggi splendidi e decadenti, che raccontano il dramma di una terra, la Siria, dove anche la speranza sembra ormai impossibile.

La Macchina delle Immagini di Alfredo C. (Orizzonti), voto 7. Curioso documentario narrato su una storia poco conosciuta, quella degli italiani bloccati in Albania dopo la cacciata dei fascisti e l'instaurazione di un governo comunista. Protagonista un cameraman del fascismo, che si ritrova a svolgere lo stesso lavoro per il neonato governo albanese. Il documentario mette in luce i meccanismi universali della propaganda, e la centralità dell'immagine filmata nell'alimentare il culto della personalità e del partito.

Per ora è tutto, appuntamento a più tardi per il Totoleone.

Pier e Simone

giovedì 9 settembre 2021

Telegrammi da Venezia 2021 - #5

Quinto telegramma da Venezia: belle sorprese da Finlandia e Filippine, delusioni italiane, e peculiari film d'animazione giapponesi.


The Blind Man Who Did Not Want to See Titanic (Orizzonti), voto 8. Un film finlandese che parla di disabilità senza pietismo, ma anzi con grande ironia e lanciandosi anche su toni thriller. Fotografia splendida, sceneggiatura asciutta ed efficace, e splendida prova del protagonista.

White Building (Orizzonti), voto 5.5. Una famiglia riceve un'offerta per lasciare l'appartamento dove ha sempre vissuto, cadente ma molto centrale. La loro negoziazione procede in parallelo ai sogni di gloria del figlio, che aspira a diventare un celebre ballerino. Senza infamia e senza lode, il film non ha mai un guizzo, un momento ispirato che lo renda più che un discreto compitino.

America Latina (Concorso), voto 4. Dopo il successo alla Berlinale con Favolacce, i fratelli D'Innocenzo provano la strada del thriller psicologico. Il tentativo è ambizioso ma il risultato è un film inconcludente, con un colpo di scena poco sensato, mal giustificato e che arriva troppo tardi. Bella la fotografia, fastidiosa l'interpretazione del solitamente bravo Elio Germano, qui troppo sopra le righe.

Inu-Oh (Orizzonti), voto 6. Unico film d'animazione in concorso alla Mostra, racconta la storia di un grande innovatore del teatro Noh e delle leggende che ha contribuito a tramandare. Bella la scelta di rappresentare gli esponenti delle innovazioni Noh come veri e propri divi rock, sia musicalmente che visivamente, con coreografie che ricordano i concerti e i video di varie band, i Queen su tutti. L'animazione, inoltre, è di altissimo livello artistico. Il film, tuttavia, risulta un po' troppo ostico a chi non conosce a menadito la storia e le leggende del Giappone: peccato.

On the Job - The Missing 8 (Concorso), voto 7.5. Un film camaleontico, che ibrida vari generi - dall'indagine giornalistica al film d'azione, dal prison movie al noir - con grande creatività e inventiva e una colonna sonora strepitosa. Peccato per la durata eccessiva, ma merita la visione.

Life of Crime 1984-2020 (Fuori Concorso), voto 7.5. Un documentario che è un inno alla perseveranza, portato avanti per 36 anni seguendo tre amici tossicodipendenti nel loro continuo oscillare tra autodistruzione e tentativi di sopravvivenza e redenzione. Un film di forte impatto, che sottolinea l'importanza dei rapporti umani, con la droga che diventa quasi una persona in carne e ossa.

Simone

mercoledì 8 settembre 2021

Telegrammi da Venezia 2021 - #4

Quarto telegramma da Venezia: due dei film migliori del concorso (uno italiano), belle sorprese nelle sezioni collaterali, e qualche piccola delusione.
























Mother Lode (Settimana della Critica), voto 5. Il racconto di un minatore che promette misticismo (il diavolo nelle gallerie che promette una vena aurifera più ricca in cambio di sacrifici) ma offre solo un ritratto di miseria e condizioni lavorative degradanti. Sia la trama che il bianco e nero sanno di già visto, e offrono pochissimi spunti di interesse.

Mon Pére, le Diable (Biennale College), voto 8. Un esordio maturo, di impatto, che si incentra su temi complessi come vendetta e perdono e li elabora in maniera originale, personale, portando lo spettatore a interrogarsi sui demoni che ognuno si porta dentro.

La Caja (Concorso), voto 7. Un ragazzo attraversa il Messico per recuperare i resti del padre scomparso. Un incontro, però, lo convincerà che quei resti non sono quelli del genitore. Un curioso ed efficace mix tra un thriller e un film sullo sfruttamento dei lavoratori alla Ken Loach, girato con taglio documentaristico da Vigas, già Leone d'Oro nel 2015.

Django & Django (Fuori Concorso), voto 7.5. Peculiare ma stimolante documentario su Sergio Corbucci, narrato da un Quentin Tarantino enciclopedico e con gli interessanti contributi di Franco Nero e Ruggero Deodato, storico aiutoregista di Corbucci.

Captain Volkogonov Escaped (Concorso), voto 9. La fuga di un capitano dalle purghe staliniane diventa un percorso di pentimento dalle forti tinte dostoevskijane, sia per tematica sia per la presenza di elementi metafisici. Un racconto teso, ricco, con una fotografia sontuosa, che riesce a trattare temi complessi senza annoiare mai, alternando la tensione di un thriller a momenti di sublime lirismo.

Freaks Out (Concorso), voto 8.5. Un’esplosione di creatività visiva e narrativa, che unisce neoralismo, Fellini, e X Men per realizzare un film che emoziona e conquista, una gioia per gli occhi e per il cuore. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

Pier

giovedì 3 settembre 2020

Telegrammi da Venezia 2020 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia, e vi accompagnerà per tutta la Mostra del Cinema con i suoi telegrammi, recensioni brevi dei film visti nelle varie sezioni. Una Mostra giocoforza particolare, nell'anno di una pandemia, ma organizzata con passione artistico e un rigore logistico finora impeccabile.



Ecco i film visti nel primo giorno e mezzo di Mostra:

Lacci (Fuori Concorso), voto 4.5. Un film che sembra realizzato al solo scopo di corroborare la tesi di chi sostiene che il cinema italiano sia moribondo e sempre uguale a se stesso. La solita storia di infedeltà coniugale, con il solito campionario di ripicche, rimproveri, nevrosi, paturnie, e patemi recitata dai soliti attori e attrici con le solite nevrosi, paturnie, e patemi. Spiace che venga da Daniele Luchetti, che ci aveva abituato a ben altro.

Mila - Apples (Orizzonti), voto 7.5. Una pandemia che cancella la memoria, e un protagonista che, nel cercare di ritrovare se stesso si infila in una serie di situazioni paradossali. Un'idea di partenza brillante, sviluppata forse al di sotto del suo potenziale, ma comunque efficace, sempre in sospeso tra farsa e dramma, commedia e tragedia.

The Book of Vision (Settimana della Critica), voto 6.5. Un esordio ambizioso per il regista italiano Carlo S. Hintermann: un libro che collega due storie a secoli di distanza, due approcci alla medicina diversi, uno scientifico, l'altro più spirituale. Un film in costume che sfocia a tratti nel fantasy, mescolando generi, piani temporali, e suggestioni. Sorretto da un cast in ottima forma, il film pecca di eccessi, cercando di unire troppi messaggi, linee narrative, e tematiche. Tuttavia, non si può che applaudire al coraggio di osare, persino di eccedere, soprattutto all'interno di una cinematografia nazionale che sembra spesso una triste fiera del già visto.

Quo Vadis, Aida (Concorso), voto 8. La storia del massacro di Srebrenica, raccontata dalla prospettiva di un'interprete bosniaca che lavora per le Nazioni Unite. Un film che è un pugno allo stomaco, una denuncia di impatto devastante sull'inerzia della Nato, girato con rigore e forza espressiva, senza sconti, e sorretto dallo sguardo stralunato e dalla grinta della bravissima protagonista, Jasna Đuričić. 

Final Account (Fuori Concorso), voto 7.5. Un documentario sul nazismo costruito sulle memorie di chi il nazismo lo ha vissuto in prima persona: ex ufficiali delle SS, della Wehrmacht, guardie dei campi di concentramento, contabili. Persone che non hanno commesso in prima persona le efferatezze del regime, ma che sono costretti, ognuno a modo suo, a fare i conti con ciò che è accaduto intorno a loro senza che facessero niente. Un film potente, che mette i suoi protagonisti e, quindi, lo spettatore di fronte a dilemmi etici di difficile risoluzione, costringendoci a chiederci quanto sia facile essere "cattivi", e quando sia difficile eroi.

Amants (Concorso), voto 4.5. Un melodramma classico, troppo classico, con una sceneggiatura pigra e prevedibile e due protagonisti con scarsa chimica. Resta la bellezza di qualche immagine, ma è davvero troppo poco.

Pier e Simone

venerdì 3 aprile 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 21

Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi suggerisce film da vedere durante la quarantena.


Il genere di oggi è il documentario.

1) Man on wire (disponibile a noleggio su Chili). Vertiginoso: questa l'unica parola possibile per descrivere Man on wire, la storia di un'impresa eccezionale, il "crimine artistico del secolo" con cui Philippe Petit nel 1974 passeggiò su un cavo teso tra le due torri del World Trade Center di New York.

2) Jim and Andy (disponibile su Netflix). Splendido documentario su come Jim Carrey si è calato nei panni di Andy Kaufman per il film Man on The Moon, che offre una profonda riflessione su arte e identità - oltre che sulla pazienza di Milos Forman, regista del film. Qui la recensione completa.

3) Il risveglio della magia (disponibile su Disney+). La storia del cosiddetto "Rinascimento Disney", il periodo tra il 1988 e il 1996 in cui l'animazione disneyana tornò a recitare la parte del leone dopo anni di crisi sia artistica che commerciale. Attraverso il racconto dei protagonisti, il film ci porta all'interno della produzione di quelli che ormai sono grandi classici, da La sirenetta ad Aladdin, da La bella e la bestia a Il re leone.

A domani per la ventiduesima puntata!

Pier