lunedì 19 settembre 2022
Il Signore delle Formiche
martedì 6 settembre 2022
Telegrammi da Venezia 2022 - #5
giovedì 9 settembre 2021
Telegrammi da Venezia 2021 - #5
Quinto telegramma da Venezia: belle sorprese da Finlandia e Filippine, delusioni italiane, e peculiari film d'animazione giapponesi.

mercoledì 24 maggio 2017
La tenerezza
Lorenzo è un avvocato in pensione che ha sempre vissuto a Napoli, in una bella casa del centro. Finito in ospedale per un infarto, quando torna che ha dei nuovi vicini, Michela e Fabio, con due figli piccoli. Lorenzo, anaffettivo e distante con i suoi figli, si affeziona invece ai nuovi arrivati, che diventano parte integrante della sua vita. Dietro l'angolo, tuttavia, si annida una sorpresa che cambierà ancora una volta la vita di Lorenzo.
Parlare di affetti al cinema, soprattutto quando si parla di anziani e genitorialità, è complicato: si rischia da un lato di scivolare nel retorico e nel pietismo, e dall'altro di banalizzare e semplificare tutto, con toni e finale da "volemose bene". Pochi sono i film che sono riusciti a trovare il sottile equilibrio tra questi due estremi, soprattutto nel cinema italiano (Il giovedì di Dino Risi e Romance di Massimo Mazzucco sono tra i preferiti di chi scrive - ne abbiamo parlato qui; in tempi più recenti ci è riuscito Nanni Moretti con Mia madre ). Amelio riesce a trovarlo, e si muove con delicatezza sul filo che separa tragedia e commedia, creando un vero film drammatico, in cui si racconta un dramma nel suo senso etimologico più vero, una vicenda che rappresenta la vita in tutte le sue sfaccettature.
Amelio riesce a coniugare la complessità emotiva e l'imprevedibilità narrativa di un film francese con degli squarci di commedia tipici della tradizione italiana, realizzando un film che commuove senza annoiare, intrattiene pur senza avere una vera e propria struttura narrativa. Gli eventi si susseguono a un ritmo naturale, come accade nella vita, ed è dalla reazione dei protagonisti agli eventi che la storia si sviluppa e si evolve. I sentimenti sono il vero motore del film, il tema che Amelio esplora attraverso diversi quadri che ci offrono uno sguardo sulla vita di Lorenzo, permettendoci di andare oltre la facciata delle sue parole e della sua dichiarata anaffetività. Non c'è un vero arco narrativo, ma non ci si annoia mai e, anzi, ci si commuove di fronte a un protagonista solo all'apparenza burbero e distante, ma capace di slanci di affetto semplici, disordinati e ostinati, che rivelano che all'incapacità di esprimere i propri sentimenti si accompagna un desiderio lancinante di farlo. Così gesti semplici come prendere la mano o aprire una porta diventano carichi di mille significati, delle aperture al mondo e alla vita che possono segnare un nuovo inizio.
Il cast supporta alla perfezione la sceneggiatura atipica di Amelio, capitanato da un Renato Carpentieri (scandalosamente relegato sullo sfondo in tutto il materiale promozionale per bieche ragioni di marketing) eccezionale nella sua umanità e nella sua cocciuta chiusura verso il mondo, anche quando il mondo vorrebbe accoglierlo. Accanto a lui una Giovanna Mezzogiorno convincente nella sua infinita dolcezza, e soprattutto una Micaela Ramazzotti e un Elio Germano veri, autentici, cui ci si affeziona nel giro di pochi minuti, una coppia reale, con i suoi sogni e i suoi problemi irrisolti.
La tenerezza è un piccolo gioiello, uno di quei film che sono sempre più rari nel panorama italiano, soffocati da commedie imbarazzanti e drammoni da orchite istantanea, in cui il dramma viene confuso con la tragedia e il numero di disgrazie con l'autorialità, perdendo di vista il centro di ogni film: i personaggi. Amelio ama i suoi personaggi, li segue con dolcezza nel loro percorso, accompagnandoci all'interno della loro vita e facendoci scoprire il loro mondo nascosto, la loro storia, e il loro potenziale futuro. Da non perdere.
**** 1/2
Pier
lunedì 20 ottobre 2014
Il giovane favoloso
Il racconto della vita di Giacomo Leopardi, dall'infanzia di "studio matto e disperatissimo" a Recanati fino alla morte in quel di Napoli, passando per la contrastata esperienza fiorentina. Un viaggio attraverso la poesia e l'animo del poeta, accompagnato dalla lenta deformazione del suo corpo.
Portare al cinema la vita di Giacomo Leopardi è impresa complessa e audace, soprattutto in Italia: la figura è complessa sotto molteplici punti di vista, e il suo multiforme ingegno difficilmente si presta a un inquadramento preciso e definito quale quello richiesto da un'opera biografica tradizionale. Servirebbe qualcosa come ciò che ha realizzato Todd Haynes con Io non sono qui, in cui Bob Dylan viene raccontato da angolature diverse, attraverso attori diversi e storie diverse, nel tentativo di restituire il caleidoscopio artistico della sua opera. In Italia, tuttavia, un'operazione di questo genere è impossibile, e Martone non sarebbe comunque il regista indicato per portarla avanti. Il regista napoletano riesce però a evitare il rischio fiction tv, e realizza un film rigoroso, che nel suo impianto classico riesce ad avere qualche spunto innovativo.
Leopardi viene raccontato attraverso ciò che più lo rappresenta, le sue parole, che permeano tutto il film, fuoriuscendo da lettere, poesie e racconti per entrare nel parlato, nella sua vita di tutti i giorni. Attraverso la sua viva voce ripercorriamo l'ambiguo rapporto con il padre Monaldo, sia mentore che carnefice, l'amicizia con Ranieri, l'impietoso e inesorabile incedere della malattia che ne avrebbe deformato il corpo. Elio Germano dà voce e fisico al poeta con una prestazione sublime e misurata, in cui riesce a rendere lo strazio interiore di Leopardi senza scivolare nella gigioneria né nell'eccesso.
La musica, moderna come composizione ma fuori dal tempo nel suono, accompagna alla perfezione le vicissitudini di Leopardi, divenendo non solo complemento alle immagini ma parte attiva del processo narrativo.
Martone dirige il film con mano sicura, inserendo all'interno di una biografia classica alcuni elementi visivi di forte impatto (la Natura matrigna, il finale), che contribuiscono ad arricchire una trama per il resto molto classica e con poco slancio nello svolgimento e nell'impostazione. Nonostante la durata eccessiva e alcuni momenti artificiosi e ridondanti, il film stimola e coinvolge lo spettatore, fino a un finale emozionante, in cui la penultima poesia di Leopardi, La ginestra, diviene la summa della sua vita e della sua esistenza, testamento spirituale di un intellettuale incompreso dal suo tempo e dalla famiglia, ma che ha segnato in modo indelebile la storia della letteratura non solo italiana.
***1/2
Pier
mercoledì 3 settembre 2014
Telegrammi da Venezia 2014 - #4
Quarta parte dei telegrammi veneziani, con i film visti negli ultimi due giorni e qualcuno che mi ero dimenticato da quelli precedenti.
Ich seh, Ich seh - Goodnight Mommy (Orizzonti), voto 7.5. Thriller psicologico a tinte horror che indaga il rapporto tra realtà effettiva e realtà percepita, attraverso un confronto scontro tra una madre reduce da un'operazione che le ha cambiato i lineamenti e i due figli convinti che si tratti di un impostore. L'inquietudine cresce inquadratura dopo inquadratura, fino al disturbante ma potente finale.
Il Giovane Favoloso (Concorso), voto 7. Martone dirige un film solido e dall'impianto molto classico, che pecca di lungaggini ma ha il grande merito di raccontare Leopardi senza scivoloni retorici né facili pietismi. Germano dona anima e corpo al poeta di Recanati, offrendo un'interpretazione superba. Finale poeticamente perfetto.
Nobi - Fires on the Plain (Concorso), voto 7.5. Tsukamoto dirige un film di grande forza visiva, in cui l'orrore della guerra e le sue devastanti conseguenze sulla psiche umana vengono raccontate senza sconti né edulcorazioni. Nonostante gli evitabilissimi eccessi di alcune scene, il film colpisce per realismo e drammaticità.
A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence (Concorso), voto 9. Geniale, dissacrante e filosofico, con una fotografia strepitosa. A mio parere, fin qui, il film migliore della mostra. Qui la recensione completa.
venerdì 28 maggio 2010
La nostra vita
giovedì 18 dicembre 2008
Come Dio Comanda - Paolo Mereghetti
Il tema delle «colpe» dei padri e dei «rimpianti» dei figli è presente da sempre nell’opera di Gabriele Salvatores, a volte solo in negativo (come nella trilogia generazionale degli inizi) a volte come una delle possibili sottotrame (come in Sud). Da un po’ di film a questa parte, invece, quel tema ha preso sempre più spazio, fino a diventare una delle linee di forza dell’ispirazione: importante in Amnèsia e Quo vadis baby?, centrale in Io non ho paura, totalizzante in Come dio comanda, in uscita oggi.Da sinistra Elio Germano nei panni di «Quattro formaggi» e Filippo Timi (Il padre «adottivo)
Ispirato a un romanzo fluviale di Niccolò Ammaniti, il film ne espunge molti personaggi e avvenimenti per concentrarsi sul tormentato rapporto di Rino Zena (Filippo Timi) col figlio vero Cristiano (Alvaro Caleca, al suo esordio) e quello «adottivo » Quattro Formaggi (Elio Germano). Il primo è un adolescente cupo e ombroso, succube verso il genitore di cui ha assorbito il vitalismo apocalittico e oltranzista; il secondo è un ex compagno di lavoro di Rino, menomato da un incidente sul lavoro che l’ha fatto regredire a uno stato para-infantile. Il terzetto vive in un paese montano senza nome del Nord-Est italiano, ognuno rabbiosamente alle prese con i problemi quotidiani: Rino alla ricerca di un lavoro che non trova e che vede sparire ogni giorno di più per la concorrenza di «negri e slavi»; Cristiano nel tentativo di mascherare la sua vera anima e le sue vere idee di fronte a insegnanti e compagni da cui si sente distantissimo; e Quattro Formaggi all’inseguimento di un suo mondo di fantasie e desideri che carica di troppe aspettative.
Salvatores, che ha scritto la sceneggiatura con Niccolò Ammaniti e Antonio Manzini, salta di getto qualsiasi tipo di mediazione sia sociologica che psicologica. Non sappiamo niente del passato di Rino e Cristiano né della «fine» della madre, così come Quattro Formaggi ci viene presentato senza altri legami familiari che non quelli dei due Zena. E fin dall’episodio del Suv e della motoretta che ne impedisce il parcheggio, i rapporti sociali tra le persone sembrano essere costruiti solo sulla sopraffazione e la violenza. Un mondo senza anima e un’umanità senza passato, dove (un po’ troppo simbolicamente) chi è strambo raccoglie oggetti nelle discariche e chi teorizza il razzismo e dipinge gigantesche svastiche sui muri di casa non può che divertirsi a sparare tra le cave di ghiaia.Gabriele Salvatores
C’è come un sovraccarico di disvalori, un incupimento eccessivo del quadro che può trovare una giustificazione in certi fatti di cronaca ma che nella logica del racconto cinematografico finisce per sembrare eccessivo, fin troppo sgradevole, volutamente esasperato, così da togliere (e non si capisce perché) ogni possibilità di immedesimazione con qualcuno dei protagonisti. In questo modo, l’inevitabile dramma che scoppia in una notte troppo piena di metafore (lampi, pioggia, fango, sentieri solitari) rischia di non appassionare e di essere vista come l’epilogo «inevitabile» di fronte ai comportamenti di tre emarginati «destinati» alla tragedia.
Nel film ogni personaggio si comporta come da manuale: Quattro Formaggi confonde tragicamente una ragazza (Angelica Leo) con l’oggetto delle sue fantasie erotiche, Rino mescola ancora una volta rabbia e paternalismo (vuole aiutare l’amico ma finisce per restare, involontariamente, coinvolto) e il piccolo Cristiano si sforza come sempre di conciliare senso del dovere e senso di obbedienza, bisogno d’affetto e paura reverenziale.
Ma al di là dell’indubitabile abilità tecnica che permette a Salvatores (e al direttore della fotografia Italo Petriccione e al montatore Massimo Fiocchi) di costruire una scena lunga quasi mezz’ora tra il buio delle notte e il fango di un temporale senza che lo spettatore ne provi stanchezza, tutto sembra troppo «significativo » (e un po’ prevedibile) per emozionare davvero. Proprio come la parentesi «erotica» (l’avventura notturna del padre con una occasionale conquista) o quella «sociologica » (il rabbioso discorso del padre al funerale della figlia), troppo programmaticamente cariche di significato perché lo spettatore in qualche modo non se le aspetti e non le metabolizzi velocemente. E questo nonostante l’impegno di tutto il cast, convincente soprattutto quando non sottolinea eccessivamente la solitudine e il dolore che affligge ogni personaggio.Germano interpreta un giovane che dopo un incidente sul lavoro regredisce a uno stato para-infantile
Così la scelta di adeguare completamente stile e narrazione a un codice realistico (senza per esempio gli squarci favolistico-ecologici che spezzavano la tensione di Io non ho paura) finisce per schiacciare tutto — la storia di un delitto di provincia, il ritratto di tre personaggi senza speranza, il quadro di una società egoistica e violenta—sotto una cappa di disperazione e di sociologia dove tutto sembra preda di un «male» metafisico e indistinguibile, troppo apocalittico quando accenna a un mondo ostile e vendicativo o superficialmente assolutorio quando invece si chiude solo sul rapporto tra padre e figlio.
Paolo Mereghetti
12 dicembre 2008
