Visualizzazione post con etichetta Elio Germano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Elio Germano. Mostra tutti i post

lunedì 19 settembre 2022

Il Signore delle Formiche

Quando il cinema profuma di cadavere


Il film racconta la storia del processo ad Aldo Braibanti, intellettuale omosessuale che negli anni Sessanta fu mandato a processo con l'accusa di plagio, un reato finora mai applicato e inserito nel codice penale durante il fascismo appositamente per punire i "diversi". La sua sorte e quella di Riccardo, il suo giovane innamorato, vengono quindi rimesse nelle mani dei giudici, all'interno di un'Italia bigotta e perbenista che vede nella loro condotta un attentato alla pubblica morale.

È raro che un film riesca a colpire tutti i sensi: solitamente colpisce gli occhi e l’udito, ma olfatto e gusto ne restano esclusi (salvo che in alcune eccentricità come l’Odorama). Il signore delle formiche fa eccezione, perché è un film di cui lo spettatore riesce a percepire l’odore: un odore di muffa, di stantio, di cadavere in decomposizione, dove il cadavere è il cinema. 

Il signore delle formiche è il prodotto deteriore di un cinema vecchio, superato, retorico, e intollerabile: un cinema che annega un soggetto interessante in un mare di parole mal scritte e recitate ancora peggio – un soggetto che dovrebbe essere in grado di parlare all’oggi ma finisce per parlare solo dell’altroieri, e pure male. La vicenda giudiziaria di Braibanti viene messa in secondo piano, affogata in un mare di retorica. Gli attori sono diretti in modo imbarazzante, con tempi prolungati e pause infinite da telenovela brasiliana, talmente eccessivi che a tratti ricordano Duccio Patané quando, in Boris, cerca di dare una prova di recitazione. Si salva solo Elio Germano che, pur con un personaggio che è un coacervo di stereotipi, riesce a offrire un’interpretazione da cui traspare un po’ di vita. I personaggi parlano in modo del tutto innaturale, pronunciando parole e discorsi che nessuna persona reale pronuncerebbe mai: la prima mezz’ora in particolare è ricca di pistolotti filosofeggianti ai limiti dell’imbarazzo, con una retorica insopportabile, affettata, emetica. 

Questo cinema regressivo sarebbe già un peccato mortale di per sé, ma lo diventa ancora di più perché mortifica un tema che aveva tutto il potenziale per essere interessante: il caso di Braibanti racconta l’Italia di allora e anche quella di oggi, un’Italia fatta di ipocrisie e piccole meschinità, dove la pubblica morale viene sbandierata a targhe alterne e solo quando il bersaglio è “l’altro”, il diverso da noi. C’era quindi il potenziale di fare un film simile a L’ufficiale e la spia o a Il processo ai Chicago 7, giusto per citare due esempi recenti. Amelio sacrifica però il rigore del legal drama sull’altare del melodramma da fiction, e il risultato è una tomba, una cripta in cui viene sepolto il buon cinema giudiziario, con l’aula del tribunale che non fa la sua comparsa fino alla seconda metà inoltrata del film. 

 La vicenda viene presentata in modo peloso, quasi pruriginoso attraverso scene e personaggi che sono stereotipi da operetta (operetta che peraltro fa la sua comparsa – così, di botto, senza senso, sempre per citare Boris – nel finale): tra madri iperreligiose e nevrotiche e fratelli tutto stupore e ferocia, passando per le scappatelle nei boschi di Braibanti, Amelio non dimentica nessun grande classico del peggior cinema italiano. Gli unici momenti di stupore derivano dalla totale mancanza di senso e scopo, tra scene che non servono alcun proposito e la comparsa di Emma Bonino, fugace apparizione stile Madonna di Fatima di cui solo al regista può essere chiaro il motivo. 

Il signore delle formiche è un esempio di quel cinema italiano che speravamo di non dover più vedere – in generale, e in particolare alla Mostra del Cinema: vecchio, stanco, pieno di sé, con dialoghi del tutto innaturali e interpretazioni ai limiti dell’allucinante. Stupisce che venga da Gianni Amelio, che ci aveva abituato a molto di meglio: ma, forse, questo cinema è ormai talmente interiorizzato da tutti gli addetti ai lavori da essere come una cancrena, uno di quei funghi-zombie che, lentamente, divorano le formiche dall’interno, piegandole al loro volere.

*

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

martedì 6 settembre 2022

Telegrammi da Venezia 2022 - #5

Quinto telegramma da Venezia, con utopie/distopie anni cinquanta, storie di fantasmi sui generis, cadaveri cinematografici italiani, western classici, e il film migliore visto finora alla Mostra.


Don't Worry Darling (Fuori Concorso), voto 6. Dopo l'ottimo esordio di Booksmart, Olivia Wilde torna alla regia con un film del tutto diverso, un'utopia anni Cinquanta dove qualcosa è fuori posto. Il film si muove tra thriller e horror con un buon ritmo, ma ripete temi già visti e non spicca per originalità. Ottima la prova di Florence Pugh, cuore pulsante del film. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

The Banshees of Inisherin (Concorso), voto 10. Che dire? Martin McDonagh non sbaglia un film. Dopo In Bruges, 7 Psicopatici, e Tre Manifesti, il regista-scrittore sfodera un altro film impeccabile, forse il suo migliore: una sceneggiatura perfetta, interpretazioni sublimi, musiche e fotografia evocative, e una regia che amalgama il tutto con sapienza. Un film che, attraverso il microcosmo di un'isola, racconta il macrocosmo dell'umanità, con il conflitto per futili motivi tra due (ex) amici che si fa simbolo del conflitto irlandese, ma in generale di tutti i conflitti tra uomini, gruppi, e nazioni. 

The Eternal Daughter (Concorso), voto 5.5. Una ghost story sui generis, con l'ennesima ottima interpretazione di Tilda Swinton (in un doppio ruolo) e splendidi fotografie e sonoro, gotici e d'atmosfera. La sceneggiatura è però debole, con un colpo di scena (peraltro non fondamentale ai fini del messaggio) che tale non è, e una tematica già vista. Peccato, perché le atmosfere sono davvero suggestive.

Il Signore delle Formiche (Concorso), voto 2. Un film che puzza di cadavere per quanto è vecchio, mal scritto e mal recitato, al punto di sembrare la parodia di uno di quei prodotti da cineforum che sarebbero piaciuti a Guidobaldo Maria Riccardelli. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

Dead for a Dollar (Fuori Concorso), voto 6. Un western classico con qualche spunto bizzarro e innovativo, soprattutto nel montaggio. Cast di livello che include, oltre a Waltz e Dafoe, anche Rachel "Mrs. Maisel" Brosnahan. 

Pier

giovedì 9 settembre 2021

Telegrammi da Venezia 2021 - #5

Quinto telegramma da Venezia: belle sorprese da Finlandia e Filippine, delusioni italiane, e peculiari film d'animazione giapponesi.


The Blind Man Who Did Not Want to See Titanic (Orizzonti), voto 8. Un film finlandese che parla di disabilità senza pietismo, ma anzi con grande ironia e lanciandosi anche su toni thriller. Fotografia splendida, sceneggiatura asciutta ed efficace, e splendida prova del protagonista.

White Building (Orizzonti), voto 5.5. Una famiglia riceve un'offerta per lasciare l'appartamento dove ha sempre vissuto, cadente ma molto centrale. La loro negoziazione procede in parallelo ai sogni di gloria del figlio, che aspira a diventare un celebre ballerino. Senza infamia e senza lode, il film non ha mai un guizzo, un momento ispirato che lo renda più che un discreto compitino.

America Latina (Concorso), voto 4. Dopo il successo alla Berlinale con Favolacce, i fratelli D'Innocenzo provano la strada del thriller psicologico. Il tentativo è ambizioso ma il risultato è un film inconcludente, con un colpo di scena poco sensato, mal giustificato e che arriva troppo tardi. Bella la fotografia, fastidiosa l'interpretazione del solitamente bravo Elio Germano, qui troppo sopra le righe.

Inu-Oh (Orizzonti), voto 6. Unico film d'animazione in concorso alla Mostra, racconta la storia di un grande innovatore del teatro Noh e delle leggende che ha contribuito a tramandare. Bella la scelta di rappresentare gli esponenti delle innovazioni Noh come veri e propri divi rock, sia musicalmente che visivamente, con coreografie che ricordano i concerti e i video di varie band, i Queen su tutti. L'animazione, inoltre, è di altissimo livello artistico. Il film, tuttavia, risulta un po' troppo ostico a chi non conosce a menadito la storia e le leggende del Giappone: peccato.

On the Job - The Missing 8 (Concorso), voto 7.5. Un film camaleontico, che ibrida vari generi - dall'indagine giornalistica al film d'azione, dal prison movie al noir - con grande creatività e inventiva e una colonna sonora strepitosa. Peccato per la durata eccessiva, ma merita la visione.

Life of Crime 1984-2020 (Fuori Concorso), voto 7.5. Un documentario che è un inno alla perseveranza, portato avanti per 36 anni seguendo tre amici tossicodipendenti nel loro continuo oscillare tra autodistruzione e tentativi di sopravvivenza e redenzione. Un film di forte impatto, che sottolinea l'importanza dei rapporti umani, con la droga che diventa quasi una persona in carne e ossa.

Simone

mercoledì 24 maggio 2017

La tenerezza

I sentimenti della vecchiaia




Lorenzo è un avvocato in pensione che ha sempre vissuto a Napoli, in una bella casa del centro. Finito in ospedale per un infarto, quando torna che ha dei nuovi vicini, Michela e Fabio, con due figli piccoli. Lorenzo, anaffettivo e distante con i suoi figli, si affeziona invece ai nuovi arrivati, che diventano parte integrante della sua vita. Dietro l'angolo, tuttavia, si annida una sorpresa che cambierà ancora una volta la vita di Lorenzo.

Parlare di affetti al cinema, soprattutto quando si parla di anziani e genitorialità, è complicato: si rischia da un lato di scivolare nel retorico e nel pietismo, e dall'altro di banalizzare e semplificare tutto, con toni e finale da "volemose bene". Pochi sono i film che sono riusciti a trovare il sottile equilibrio tra questi due estremi, soprattutto nel cinema italiano (Il giovedì di Dino Risi e Romance di Massimo Mazzucco sono tra i preferiti di chi scrive - ne abbiamo parlato qui; in tempi più recenti ci è riuscito Nanni Moretti con Mia madre ). Amelio riesce a trovarlo, e si muove con delicatezza sul filo che separa tragedia e commedia, creando un vero film drammatico, in cui si racconta un dramma nel suo senso etimologico più vero, una vicenda che rappresenta la vita in tutte le sue sfaccettature.

Amelio riesce a coniugare la complessità emotiva e l'imprevedibilità narrativa di un film francese con degli squarci di commedia tipici della tradizione italiana, realizzando un film che commuove senza annoiare, intrattiene pur senza avere una vera e propria struttura narrativa. Gli eventi si susseguono a un ritmo naturale, come accade nella vita, ed è dalla reazione dei protagonisti agli eventi che la storia si sviluppa e si evolve. I sentimenti sono il vero motore del film, il tema che Amelio esplora attraverso diversi quadri che ci offrono uno sguardo sulla vita di Lorenzo, permettendoci di andare oltre la facciata delle sue parole e della sua dichiarata anaffetività. Non c'è un vero arco narrativo, ma non ci si annoia mai e, anzi, ci si commuove di fronte a un protagonista solo all'apparenza burbero e distante, ma capace di slanci di affetto semplici, disordinati e ostinati, che rivelano che all'incapacità di esprimere i propri sentimenti si accompagna un desiderio lancinante di farlo. Così gesti semplici come prendere la mano o aprire una porta diventano carichi di mille significati, delle aperture al mondo e alla vita che possono segnare un nuovo inizio.

Il cast supporta alla perfezione la sceneggiatura atipica di Amelio, capitanato da un Renato Carpentieri (scandalosamente relegato sullo sfondo in tutto il materiale promozionale per bieche ragioni di marketing) eccezionale nella sua umanità e nella sua cocciuta chiusura verso il mondo, anche quando il mondo vorrebbe accoglierlo. Accanto a lui una Giovanna Mezzogiorno convincente nella sua infinita dolcezza, e soprattutto una Micaela Ramazzotti e un Elio Germano veri, autentici, cui ci si affeziona nel giro di pochi minuti, una coppia reale, con i suoi sogni e i suoi problemi irrisolti.

La tenerezza è un piccolo gioiello, uno di quei film che sono sempre più rari nel panorama italiano, soffocati da commedie imbarazzanti e drammoni da orchite istantanea, in cui il dramma viene confuso con la tragedia e il numero di disgrazie con l'autorialità, perdendo di vista il centro di ogni film: i personaggi. Amelio ama i suoi personaggi, li segue con dolcezza nel loro percorso, accompagnandoci all'interno della loro vita e facendoci scoprire il loro mondo nascosto, la loro storia, e il loro potenziale futuro. Da non perdere.

**** 1/2

Pier

lunedì 20 ottobre 2014

Il giovane favoloso

Una biografia dell'anima



Il racconto della vita di Giacomo Leopardi, dall'infanzia di "studio matto e disperatissimo" a Recanati fino alla morte in quel di Napoli, passando per la contrastata esperienza fiorentina. Un viaggio attraverso la poesia e l'animo del poeta, accompagnato dalla lenta deformazione del suo corpo.

Portare al cinema la vita di Giacomo Leopardi è impresa complessa e audace, soprattutto in Italia: la figura è complessa sotto molteplici punti di vista, e il suo multiforme ingegno difficilmente si presta a un inquadramento preciso e definito quale quello richiesto da un'opera biografica tradizionale. Servirebbe qualcosa come ciò che ha realizzato Todd Haynes con Io non sono qui, in cui Bob Dylan viene raccontato da angolature diverse, attraverso attori diversi e storie diverse, nel tentativo di restituire il caleidoscopio artistico della sua opera. In Italia, tuttavia, un'operazione di questo genere è impossibile, e Martone non sarebbe comunque il regista indicato per portarla avanti. Il regista napoletano riesce però a evitare il rischio fiction tv, e realizza un film rigoroso, che nel suo impianto classico riesce ad avere qualche spunto innovativo.

Leopardi viene raccontato attraverso ciò che più lo rappresenta, le sue parole, che permeano tutto il film, fuoriuscendo da lettere, poesie e racconti per entrare nel parlato, nella sua vita di tutti i giorni. Attraverso la sua viva voce ripercorriamo l'ambiguo rapporto con il padre Monaldo, sia mentore che carnefice, l'amicizia con Ranieri, l'impietoso e inesorabile incedere della malattia che ne avrebbe deformato il corpo. Elio Germano dà voce e fisico al poeta con una prestazione sublime e misurata, in cui riesce a rendere lo strazio interiore di Leopardi senza scivolare nella gigioneria né nell'eccesso.
La musica, moderna come composizione ma fuori dal tempo nel suono, accompagna alla perfezione le vicissitudini di Leopardi, divenendo non solo complemento alle immagini ma parte attiva del processo narrativo.

Martone dirige il film con mano sicura, inserendo all'interno di una biografia classica alcuni elementi visivi di forte impatto (la Natura matrigna, il finale), che contribuiscono ad arricchire una trama per il resto molto classica e con poco slancio nello svolgimento e nell'impostazione. Nonostante la durata eccessiva e alcuni momenti artificiosi e ridondanti, il film stimola e coinvolge lo spettatore, fino a un finale emozionante, in cui la penultima poesia di Leopardi, La ginestra, diviene la summa della sua vita e della sua esistenza, testamento spirituale di un intellettuale incompreso dal suo tempo e dalla famiglia, ma che ha segnato in modo indelebile la storia della letteratura non solo italiana.

***1/2

Pier

mercoledì 3 settembre 2014

Telegrammi da Venezia 2014 - #4


Quarta parte dei telegrammi veneziani, con i film visti negli ultimi due giorni e qualcuno che mi ero dimenticato da quelli precedenti.


Ich seh, Ich seh - Goodnight Mommy (Orizzonti), voto 7.5. Thriller psicologico a tinte horror che indaga il rapporto tra realtà effettiva e realtà percepita, attraverso un confronto scontro tra una madre reduce da un'operazione che le ha cambiato i lineamenti e i due figli convinti che si tratti di un impostore. L'inquietudine cresce inquadratura dopo inquadratura, fino al disturbante ma potente finale.

Il Giovane Favoloso (Concorso), voto 7. Martone dirige un film solido e dall'impianto molto classico, che pecca di lungaggini ma ha il grande merito di raccontare Leopardi senza scivoloni retorici né facili pietismi. Germano dona anima e corpo al poeta di Recanati, offrendo un'interpretazione superba. Finale poeticamente perfetto.

Nobi - Fires on the Plain (Concorso), voto 7.5. Tsukamoto dirige un film di grande forza visiva, in cui l'orrore della guerra e le sue devastanti conseguenze sulla psiche umana vengono raccontate senza sconti né edulcorazioni. Nonostante gli evitabilissimi eccessi di alcune scene, il film colpisce per realismo e drammaticità.

A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence (Concorso), voto 9. Geniale, dissacrante e filosofico, con una fotografia strepitosa. A mio parere, fin qui, il film migliore della mostra. Qui la recensione completa.




venerdì 28 maggio 2010

La nostra vita

Una storia neorealista


Claudio è un trentenne titolare di una piccola impresa edile. Vive nella periferia romana con i due figli e l'amata moglie Elena, in attesa del terzo. Quando la morte colpisce la donna Claudio si trova del tutto impreparato, e per non affrontare il dolore comincia a concentrarsi sulle "cose": cose da comperare, cose da regalare ai figli per dare loro ciò che lui non ha avuto. Per raggiungere il suo scopo si immischia in un affare al di là delle sue forze, che gli procurerà un sacco di guai.

Luchetti sceglie ancora una volta la famiglia come tema principale di un suo film: lo fa però con un taglio completamente diverso da Mio fratello è figlio unico, scegliendo un approccio intimista, più attento alle relazioni personali e ai sottili equilibri che sostengono le vite di ciascuno. Rimane il concetto di famiglia come rifugio e supporto, ma l'attenzione si sposta dalle dinamiche storiche di un paese a quelle sociali delle classi meno abbienti, costrette ad arrabattarsi alla meno peggio, tra stipendi in nero e vacanze ridotte all'osso.

La nostra vita diventa così un film neorealista moderno, in cui le vite dei protagonisti sono analizzate in modo secco e obiettivo, senza fronzoli, portando alla luce i valori e gli affetti più importanti, legati non alle "cose" ma ai parenti e agli amici.
Il realismo dell'opera è accentuato dall'uso quasi maniacale della camera a mano, che risulta efficace ma anche eccessivo.

Gli attori offrono ottime interpretazioni: Germano è intenso come sempre, anche se personalmente non ritengo questo il suo film migliore. Eccellente anche la Ragonese nella sua breve apparizione, e danno buona prova di sè anche Zingaretti (parte da caratterista per lui) e Bova, che risulta poco credibile nella parte del fratello ingenuo solo per via della sua bellezza.

La nostra vita è un ritratto impietoso e preciso delle condizioni della classe operaia italiana, corredato dal giusto mix di ironia e riflessione. Dovendo trovargli un difetto, si può dire che manca di quella capacità di emozionare che aveva reso grande il cinema di De Sica e Rossellini: critica sociale, certo, ma anche grandi personaggi con le loro piccole, grandi storie.

***
Pier

giovedì 18 dicembre 2008

Come Dio Comanda - Paolo Mereghetti


Da sinistra Elio Germano nei panni di «Quattro formaggi» e Filippo Timi (Il padre «adottivo)
Da sinistra Elio Germano nei panni di «Quattro formaggi» e Filippo Timi (Il padre «adottivo)
Il tema delle «colpe» dei padri e dei «rimpianti» dei figli è presente da sempre nell’opera di Gabriele Salvatores, a volte solo in negativo (come nella trilogia generazionale degli inizi) a volte come una delle possibili sottotrame (come in Sud). Da un po’ di film a questa parte, invece, quel tema ha preso sempre più spazio, fino a diventare una delle linee di forza dell’ispirazione: importante in Amnèsia e Quo vadis baby?, centrale in Io non ho paura, totalizzante in Come dio comanda, in uscita oggi.

Ispirato a un romanzo fluviale di Niccolò Ammaniti, il film ne espunge molti personaggi e avvenimenti per concentrarsi sul tormentato rapporto di Rino Zena (Filippo Timi) col figlio vero Cristiano (Alvaro Caleca, al suo esordio) e quello «adottivo » Quattro Formaggi (Elio Germano). Il primo è un adolescente cupo e ombroso, succube verso il genitore di cui ha assorbito il vitalismo apocalittico e oltranzista; il secondo è un ex compagno di lavoro di Rino, menomato da un incidente sul lavoro che l’ha fatto regredire a uno stato para-infantile. Il terzetto vive in un paese montano senza nome del Nord-Est italiano, ognuno rabbiosamente alle prese con i problemi quotidiani: Rino alla ricerca di un lavoro che non trova e che vede sparire ogni giorno di più per la concorrenza di «negri e slavi»; Cristiano nel tentativo di mascherare la sua vera anima e le sue vere idee di fronte a insegnanti e compagni da cui si sente distantissimo; e Quattro Formaggi all’inseguimento di un suo mondo di fantasie e desideri che carica di troppe aspettative.

Gabriele Salvatores
Gabriele Salvatores
Salvatores, che ha scritto la sceneggiatura con Niccolò Ammaniti e Antonio Manzini, salta di getto qualsiasi tipo di mediazione sia sociologica che psicologica. Non sappiamo niente del passato di Rino e Cristiano né della «fine» della madre, così come Quattro Formaggi ci viene presentato senza altri legami familiari che non quelli dei due Zena. E fin dall’episodio del Suv e della motoretta che ne impedisce il parcheggio, i rapporti sociali tra le persone sembrano essere costruiti solo sulla sopraffazione e la violenza. Un mondo senza anima e un’umanità senza passato, dove (un po’ troppo simbolicamente) chi è strambo raccoglie oggetti nelle discariche e chi teorizza il razzismo e dipinge gigantesche svastiche sui muri di casa non può che divertirsi a sparare tra le cave di ghiaia.

C’è come un sovraccarico di disvalori, un incupimento eccessivo del quadro che può trovare una giustificazione in certi fatti di cronaca ma che nella logica del racconto cinematografico finisce per sembrare eccessivo, fin troppo sgradevole, volutamente esasperato, così da togliere (e non si capisce perché) ogni possibilità di immedesimazione con qualcuno dei protagonisti. In questo modo, l’inevitabile dramma che scoppia in una notte troppo piena di metafore (lampi, pioggia, fango, sentieri solitari) rischia di non appassionare e di essere vista come l’epilogo «inevitabile» di fronte ai comportamenti di tre emarginati «destinati» alla tragedia.

Nel film ogni personaggio si comporta come da manuale: Quattro Formaggi confonde tragicamente una ragazza (Angelica Leo) con l’oggetto delle sue fantasie erotiche, Rino mescola ancora una volta rabbia e paternalismo (vuole aiutare l’amico ma finisce per restare, involontariamente, coinvolto) e il piccolo Cristiano si sforza come sempre di conciliare senso del dovere e senso di obbedienza, bisogno d’affetto e paura reverenziale.

Germano interpreta un giovane che dopo un incidente sul lavoro regredisce a uno stato para-infantile
Germano interpreta un giovane che dopo un incidente sul lavoro regredisce a uno stato para-infantile
Ma al di là dell’indubitabile abilità tecnica che permette a Salvatores (e al direttore della fotografia Italo Petriccione e al montatore Massimo Fiocchi) di costruire una scena lunga quasi mezz’ora tra il buio delle notte e il fango di un temporale senza che lo spettatore ne provi stanchezza, tutto sembra troppo «significativo » (e un po’ prevedibile) per emozionare davvero. Proprio come la parentesi «erotica» (l’avventura notturna del padre con una occasionale conquista) o quella «sociologica » (il rabbioso discorso del padre al funerale della figlia), troppo programmaticamente cariche di significato perché lo spettatore in qualche modo non se le aspetti e non le metabolizzi velocemente. E questo nonostante l’impegno di tutto il cast, convincente soprattutto quando non sottolinea eccessivamente la solitudine e il dolore che affligge ogni personaggio.

Così la scelta di adeguare completamente stile e narrazione a un codice realistico (senza per esempio gli squarci favolistico-ecologici che spezzavano la tensione di Io non ho paura) finisce per schiacciare tutto — la storia di un delitto di provincia, il ritratto di tre personaggi senza speranza, il quadro di una società egoistica e violenta—sotto una cappa di disperazione e di sociologia dove tutto sembra preda di un «male» metafisico e indistinguibile, troppo apocalittico quando accenna a un mondo ostile e vendicativo o superficialmente assolutorio quando invece si chiude solo sul rapporto tra padre e figlio.

Paolo Mereghetti
12 dicembre 2008