venerdì 27 dicembre 2013

Philomena

Un meccanismo perfetto



Martin Sixsmith è un giornalista senza lavoro, dopo essere stato silurato dall'establishment di Tony Blair. Disilluso e disoccupato, Martin si imbatte nel caso di Philomena Lee, una donna irlandese che, molti anni prima, è rimasta incinta da adolescente, ed è stata costretta a ritirarsi in un convento di suore a Roscrea per partorire. Qualche anno più tardi, le suore le hanno sottratto il bambino, dandolo in adozione, e lei non lo ha più rivisto. Determinata a ritrovarlo, chiede l'aiuto di Martin che, inizialmente riluttante, si appassiona a poco a poco alla storia di questa donna fiera e piena di fede, la cui ricerca viene ostacolata da omertà e misteriosi contrattempi.

Il nuovo film di Stephen Frears è un orologio tarato alla perfezione, perfetto per tempi della storia, delle battute e per l'alternanza tra momenti comici e drammatici. La storia vera di Philomena, ragazza-madre irlandese costretta dalle suore del convento che la ospitava a dare in adozione suo figlio, viene raccontata con efficacia e misura, senza indulgere in facili pietismi nè rinunciare a una pesante critica sociale nei confronti della chiesa irlandese. Tutto fila alla perfezione, senza un tempo morto e senza una pausa, grazie a una regia attenta, a una sceneggiatura eccezionale e a due protagonisti approfonditi e ben costruiti, sia a livello di scrittura che di recitazione.

Judi Dench brilla come sempre per bravura, ma Steve Coogan non le è da meno, e forma con lei una coppia formidabile per affiatamento e tempi comici. La semplicità di Philomena fa da contraltare alla serietà professionale di Martin, che finisce però per risultare eccessiva e quasi inumana, provocando un ribaltamento dei ruoli e delle simpatie dello spettatore.

Philomena è un film perfetto nella sua classicità, in grado di raccontare una bella storia vera con freschezza e sincerità. La mancanza di estro e momenti topici nella regia non sminuisce il grande lavoro di Frears, che amalgama con sapienza il materiale a sua disposizione, realizzando un film che entra nel cuore e non può lasciare indifferenti.

****1/2

Pier

lunedì 23 dicembre 2013

Frozen - Il Regno di Ghiaccio

La novità del classico



Anna ed Elsa sono le principesse di Arendelle, piccolo e fiorente regno situato sulle coste di un fiordo. Le due sorelle sono legate da un profondo affetto reciproco, e sembrano inseparabili. Elsa però nasconde un segreto, un potere di controllare ghiaccio e neve che rischia di mettere a repentaglio la sua vita e quella dei suoi cari. E' quindi costretta a iniziare una vita di clausura, che finisce per allontanarla da Anna. Dopo alcuni anni, arriva per Elsa il momento dell'incoronazione a regina: quel giorno, da lei tanto temuto per il fatto di dover aprire le porte del castello, segnerà un profondo cambiamento nella sua vita e in quella della sorella.

Dopo l'ottima prova di Rapunzel, la Disney prosegue con il suo ritorno al passato, rivisitando con molta libertà la fiaba di Andersen La regina delle nevi. Il film contiene tutti gli ingredienti che hanno reso grandi i classici della casa di Topolino: uso abbondante delle canzoni (forse troppo numerose, ma riuscitissime, con All'alba sorgerò, in originale Let it go, in testa), personaggi comici riuscitissimi, immagini magnifiche e una storia d'amore credibile e ben costruita.

Così come in Rapunzel, tuttavia, il passato si unisce all'innovazione: impossibile non notare la maturazione caratteriale delle principesse, passate dall'essere sognatrici in attesa dell'amore a eroine a tutto tondo, che trovano la propria realizzazione nelle loro capacità e nella loro indipendenza. Il personaggio di Elsa è incredibilmente moderno, dotato di una volontà sua e di un desiderio di autodeterminazione che si sublimano nella liberatoria sequenza di Let it go, visivamente sublime, in cui si lascia alle spalle il passato per iniziare una nuova vita secondo le sue regole.
Accanto a lei troviamo Anna, più "romantica", ma non meno determinata: decisa a tutto pur di riportare a casa la sorella, non esita ad avventurarsi da sola sulle montagne, a dispetto dei pericoli e delle difficoltà. La sua storia d'amore con il rozzo tagliaghiaccio non la rende meno indipendente, ma testimonia un processo di maturazione e crescita che rappresenta un profondo passo in avanti rispetto a precedenti produzioni disneyane, processo che raggiungerà il suo culmine nel bellissimo finale.

Intorno alle due eroine si muovono dei personaggi di contorno azzeccatissimi, su cui spicca Kristoff, insieme al Flynn Rider di Rapunzel uno dei principi meno ingessati e più genuinamente divertenti dei classici Disney. La sua rusticità e i suoi modi spicci nascondono un personaggio più complesso, segnato da un'infanzia solitaria e profondamente legato alla simpatica renna che lo accompagna, l'unica sua vera amica. Il personaggio dotato di maggiore verve comica è però indubbiamente Olaf, un pupazzo di neve che sogna l'estate e il caldo, un utopico sognatore che ricorda alcuni dei migliori personaggi della Pixar, come Remy di Ratatouille, e che come questi trae la sua forza dall'apparente inconciliabilità tra la sua natura e le sue aspirazioni.

Frozen è un film d'animazione maturo e profondo, in grado di divertire i bambini ma anche di appassionare gli adulti, che unisce la magia dei grandi classici Disney alla maturità dei temi della Pixar. Questa commistione genera un film che, nonostante un uso forse eccessivo delle musiche, è indubbiamente il più riuscito della stagione, e uno dei migliori degli ultimi anni.

*** 1/2

Pier

domenica 15 dicembre 2013

Still Life

Le vite (e le morti) degli altri




Come forse ricorderete, quest'anno ho collaborato con Nonsolocinema per la Mostra del Cinema di Venezia.
Per loro ho recensito Still Life, uno dei film migliori che ho visto alla Mostra, vincitore del premio per la miglior regia nella sezione Orizzonti.


Un film toccante ed emozionante, realizzato da un regista italiano atipico, Uberto Pasolini, capace di una delicatezza e di una misura che sembrano sconosciute alla gran parte dei cineasti nostrani. Still Life racconta una storia semplice ma straordinaria per la voglia di vivere che trasmette, con una perfetta commistione di momenti comici ed emozionanti.

Il protagonista possiede un'umanità ormai rara, che lo porta a dedicare il suo tempo e la sua vita a fare in modo che tutti i defunti abbiano almeno qualcuno che si ricorda di loro.

Un piccolo gioiello, una delle sorprese positive di questa stagione cinematografica.

Qui potete trovare la mia recensione completa: Still Life.

Un consiglio: non perdetelo.

****1/2

Pier

mercoledì 11 dicembre 2013

Lo Hobbit - La desolazione di Smaug

La malia del drago



Dopo essere scampati agli Orchi, il viaggio dei Nani e dell'Hobbit Bilbo alla volta della Montagna Solitaria continua. Tra orsi mutaforma, regni elfici da superare, ragni giganti e viaggi in barile, la compagnia arriverà ai piedi della Montagna dove si cela il tesoro che sono venuti a cercare: l'Archepietra. Quando Bilbo si avventura nei meandri della Montagna per recuperarla, tuttavia, scoprirà che Smaug, il drago delle leggende è reale, e ben poco disposto a cedere il suo tesoro.

Dopo aver realizzato un primo capitolo estremamente fedele all'opera di Tolkien nel suo complesso, anche se non allo stile del romanzo da cui prende il nome, Peter Jackson cambia decisamente rotta nel prosieguo dell'avventura di Bilbo e dei suoi compagni. Se ne Un viaggio inaspettato aveva prestato un'attenzione quasi ossessiva alla fedeltà di dialoghi e situazioni, ne La desolazione di Smaug Jackson preferisce concentrarsi sulle scene d'azione, enfatizzando e spettacolarizzando quelle già presenti nell'opera originale e aggiungendone di nuove.

Questa operazione di integrazione funziona fintanto che le scene sono coerenti con l'universo tolkieniano, sia perchè tratte da altri scritti dell'autore britannico (come la visita di Gandalf a Dol Guldur, forse il momento migliore del film), sia perchè fedeli allo spirito della sua opera (come la fuga da Smaug). I problemi sorgono quando Jackson decide di dare al film un tono totalmente estraneo a quello epico della Terra di Mezzo, focalizzandosi su sentimentalismi di scarso interesse, oltre che inventati di sana pianta. All'occhio del lettore affezionato, dunque, la scelta di introdurre il personaggio dell'elfa guerriera Tauriel risulta del tutto errata. Le sue scene sono del tutto pleonastiche e, se da un lato aumentano il dinamismo della trama, dall'altro tradiscono lo spirito dell'opera tolkeniana, mortificandola con una storia d'amore improbabile e del tutto inutile che finisce solo per allungare i tempi di una storia già densa.

I difetti della trama, tuttavia, vengono più che compensati da fotografia, scenografia e costumi, i veri punti di forza delle trasposizioni cinematografiche di Jackson. Il regista neozelandese si dimostra ancora una volta un narratore eccellente, capace di ammaliare lo spettatore e trasportarlo nella Terra di Mezzo attraverso ricostruzioni accurate, personaggi ben costruiti (il Re degli Elfi Thranduil su tutti) e un uso sapiente della computer grafica, che raggiunge l'eccellenza nella realizzazione del drago. Smaug ruba la scena alle sue controparti fisiche in ogni momento, sia grazie al suo aspetto, orribile e imponente, sia grazie alla voce, suadente e terribile, prestata alla perfezione da Benedict Cumberbatch che, ahimè, non avremo modo di ascoltare nell'edizione italiana.

Jackson corregge molti dei difetti riscontrati nella prima opera in termini di ritmo e struttura della trama, aiutato anche dalla varietà di personaggi e ambientazioni forniti dalla porzione di libro da cui il film è tratto. Quello che risulta deludente, tuttavia, è la scelta di integrare il materiale con scene del tutto estranee alle opere di Tolkien, che finiscono per spezzare quella magia e quel senso di stupore che colgono lo spettatore in ogni altro momento del film: una scelta a mio avviso sbagliata, che da un lato farà storcere il naso ai puristi, ma dall'altro contribuisce ad alzare il ritmo della trama, rendendo il film più appetibile e interessante per i non puristi.

** 1/2

Pier

mercoledì 4 dicembre 2013

Blue Jasmine

Solo i ricchi piangono



Jasmine è un'affascinante signora dei salotti di Manhattan. La sua vita sembra perfetta: è sposata con Hal, un uomo d'affari ricco e carismatico, e ha un figlio adottivo che adora. Tutto cambia quando Hal viene arrestato con l'accusa di truffa e bancarotta. Sola e in preda a un esaurimento nervoso, Jasmine cerca rifugio a San Francisco dalla sorella Ginger, dallo stile di vita assai più modesto. La convivenza forzata tra le due sorelle riporterà a galla antichi rancori, sconvolgendo la vita domestica di Ginger con il fidanzato Chili e le poche certezze di Jasmine.

Ci si aspetterebbe che, all'età di 78 anni e con alle spalle una carriera quasi cinquantennale, Woody Allen non avesse più nulla di nuovo da dire, soprattutto su New York, la città che più di altre ha analizzato, esplorato, sviscerato in ogni suo aspetto. Il regista della Grande Mela riesce invece a stupire, realizzando un film cupo e spietato sul crollo delle illusioni e dei sogni ai tempi della crisi. Allen mette in scena una New York finta e artefatta, un castello di menzogne e inganni costruito sulla sabbia e destinato a crollare alla prima marea. Il regista mette a nudo le miserie dei ricchi, prigionieri di una gabbia di bugie e schiavi di un denaro volatile ed effimero. La vicenda viene raccontata con gli occhi di Jasmine, ingenua e vacua, arrogante e umiliata, vittima di un sistema e di un marito che venerava, e carnefice di coloro che, come la sorella, cercano di aiutarla. Jasmine vive nel passato, in un'illusione che non esiste più, ma da cui non riesce a staccarsi. Erede morale della Blanche DuBois di Un tram che si chiama desiderio, Jasmine nasconde la sua fragilità dietro un'apparenza sofisticata e raffinata, una maschera destinata a crollare di fronte ai colpi della vita. La sua incapacità di accettare la sua nuova condizione la porta a cercare di cambiare la vita della sorella, modesta ma tranquilla, per cercare di farle ottenere quel "di più" che lei non ha più.

Jasmine è un personaggio profondamente drammatico, che suscita la pietà ma anche il disprezzo dello spettatore a causa della sua inettitudine alla vita e agli affetti. La sua figura, insieme a quella del marito Hal, è esemplificativa della classe agiata statunitense, chiusa nella sua torre di avorio e incapace di accettare il cambiamento. Allen analizza con lucidità sorprendente le miserie e i misfatti dei ricchi, facendo risaltare la loro avidità e la loro inadeguatezza grazie al confronto tra Jasmine e Hal da una parte,  e Ginger, Chili e l'ex marito di Ginger dall'altra. I ricchi vivono nel rimpianto, incapaci di affrontare la realtà e le conseguenze delle proprie azioni. I "poveri", invece non possono permettersi il lusso del rimpianto, e sono costretti ad andare avanti, affrontando la vita con dignità.

Il film diventa così un'ode degli ultimi e della semplicità, ma non demonizza chi, come Jasmine, è rimasto vittima dei suoi sogni. Allen compie un capolavoro registico nel mantenere un tono leggero, appena velato di malinconia, per tutta la durata del film, riuscendo però allo stesso tempo a trasmettere tutta la drammaticità della vicenda della protagonista. Jasmine è un personaggio femminile potente e di impatto, uno dei migliori del cinema contemporaneo, costruito con profondità e attenzione grazie a una sceneggiatura perfetta e ad una interpretazione monstre, intensa e carismatica, da parte di Cate Blanchett. Allen le cuce addosso il personaggio, e lei risponde raccontandoci con ogni frase, ogni singolo gesto l'evoluzione di una donna distrutta dalla vita, che si aggrappa ad ogni piccola speranza di rinascita come a uno scoglio nella tempesta, per poi essere inesorabilmente risospinta nel mare a causa dei suoi stessi errori.

In una perfetta alternanza tra dialoghi e flashback, il film scorre veloce fino al potente finale, aperto e in realtà chiuso, così come il futuro della protagonista. Allen realizza una tragedia con toni da commedia, confermando ancora una volta la sua eccezionale capacità nell'analizzare le miserie della vita quotidiana con occhio lucido e attento, offrendo un'analisi della società statunitense che colpisce per attenzione sociologica e approfondimento psicologico. Blue Jasmine regala forse il miglior personaggio femminile della cinematografia di Allen, e risulta uno dei suoi film più profondi e attuali, capace di raccontare attraverso la storia di un personaggio la fragilità e il grande vuoto morale di un paese intero.

****1/2

Pier

lunedì 2 dicembre 2013

Hunger Games - La ragazza di fuoco

E l'attesa continua...



Dopo essere sopravvissuta agli Hunger Games, Katniss vive in uno stato di continua tensione e inquietudine. I ricordi dell'evento la tormentano e, intorno a lei, la miseria dei distretti cresce. Inoltre fatica a mantenere il suo rapporto con Peeta, di cui in pubblico deve fingere di essere innamorata. Quando comincia il Tour dei Vincitori, Katniss comincia a rendersi conto che la ribellione serpeggia nei distretti, e che lei e Peeta sono visti come il simbolo della ribellione alla Capitale. Per mettere fine a queste voci, il Presidente organizza un'edizione speciale degli Hunger Games, che vedrà i vincitori delle passate edizioni scontrarsi tra loro.

Il primo capitolo di Hunger Games era eccessivamente lento e inconclusivo, ma era risultato efficace sia nel rappresentare il futuro distopico di Panem e le caratteristiche dei personaggi, sia nell'introdurre le tematiche di una trilogia che, giocoforza, si sarebbe sviluppata nei capitolo successivi.
La visione del secondo film lasca quindi l'amaro in bocca, dato che presenta gli stessi difetti, ma amplificati. La storia principale procede lentissima fino al finale che, come nel primo, risulta affrettato e inutilmente accelerato: i fatti più importanti avvengono tutti negli ultimi dieci minuti, senza che lo spettatore sia stato adeguatamente preparato.
Nelle due ore e venti minuti assistiamo a una replica degli Hunger Games inutilmente estesa e mal gestita: la regia migliora notevolmente la qualità delle riprese delle scene d'azione, ma sbaglia completamente la scelta dei momenti focali. Lo spettatore viene quindi sballottato da una morte all'altra senza esserne minimamente toccato emotivamente, a differenza di quanto accadeva nel primo film, e deve invece sorbirsi lunghi dialoghi esistenziali e campeggi notturni che sono un'esatta replica di quelli visti nel primo capitolo.

La prima parte del film risulta quindi la migliore, grazie al viaggio attraverso i vari distretti e agli emozionanti discorsi che i due sopravvissuti dedicano ai tributi scomparsi nell'ultima edizione. Tuttavia, anche qui il regista decide di contrentrarsi su scene che sono l'esatta replica di quelle del primo film, come il momento in cui Katniss sfida l'autorità nella prova di abilità, a scapito di una migliore analisi di molti dettagli importanti, che vengono invece affrontati sbrigativamente (il segno distintivo della ribellione, l'evoluzione del rapporto tra Peeta e Katniss nell'anno trascorso tra primo e secondo capitolo, i rapporti tra i vari Tributi).
A sorreggere il film ci pensano delle scene d'azione oggettivamente spettacolari, notevolmente arricchite e più elaborate rispetto a quelle del primo capitolo. Il loro succedersi incessante sopperisce in parte alla lentezza del film, rendendo veloce e godibile una parte centrale che, altrimenti, rischierebbe di scivolare nella noia.

Lo sviluppo dei personaggi risulta praticamente inesistente, fatta eccezione per quello di Katniss, la cui crescente insicurezza e nevrosi è ben costruita sia dalla sceneggiatura, sia dall'intensa interpretazione di Jennifer Lawrence, assolutamente perfetta per il ruolo. Peeta per larga parte del film è ancora il personaggio del primo capitolo, e non basta un singolo episodio (l'annuncio a sorpresa in tv) per rendere efficaci e credibili la sua crescita interiore e la sua maturazione.


I problemi principali, tuttavia, restano l'adattamento del finale e la resa dell'atmosfera complessiva. Il regista Francis Lawrence decide di essere del tutto fedele al libro e di far terminare il film nello stesso punto in cui finisce il suo corrispettivo cartaceo. Il cinema, tuttavia, ha tempi e ritmi narrativi diverso dalla letteratura, e un regista non può non tenerne conto in un adattamento cinematografico. Il regista avrebbe dovuto introdurre qualche elemento dell'ultimo capitolo già nel finale, al fine di rendere il film più esaustivo e "indipendente" dagli altri capitoli; in alternativa, avrebbe dovuto accelerare sulle parti ripetute, per concentrarsi sugli ingredienti nuovi di questo secondo capitolo. Proprio da questo elemento deriva anche il secondo problema: La ragazza di fuoco non fa pensare, non stimola quella riflessione intellettuale sul significato di libertà e dittatura che è invece centrale nella trilogia.

Hunger Games - La ragazza di fuoco è un buon film d'azione, che risulta però molto carente dal punto di vista narrativo e finisce per appiattire e banalizzare un materiale che potrebbe avere ben altro spessore con una resa più attenta e puntuale. La scelta di concentrarsi sugli elementi di continuità rispetto al primo capitolo (giochi su tutti), anzichè su quelli discontinui, penalizza il film e finisce per farlo sembrare un puro capitolo di passaggio anzichè un'opera  in grado di reggersi sulle sue gambe. Quello che nel primo capitolo poteva essere un peccato veniale diviene nel secondo una pecca imperdonabile, che abbassa il livello della serie e la riduce a puro prodotto di intrattenimento, quando avrebbe tutte le carte in regola per essere qualcosa di più.

** 1/2

Pier

venerdì 22 novembre 2013

Thor - The Dark World

Epica ironia



Tanto tempo fa, quando Odino era ancora solo principe di Asgaard, gli Elfi Oscuri, più antichi dell'universo stesso, minacciarono di condannare i Nove Regni a una tenebra sempiterna attraverso un'arma conosciuta come Aether. A guidarli c'è Malekith, che viene  però sconfitto da Bor, padre di Odino, che lo crede morto.
Malekith riesce invece a fuggire e, quando l'Aether torna a rivelare la sua presenza, attacca con violenza i Nove Regni. Toccherà a Thor, diviso tra Asgaard e la Terra, cercare di fermarlo.

Laddove il primo capitolo di Thor, a dispetto della presenza di Kenneth Branagh alla regia e di alcuni momenti visivamente notevoli, soffriva di alcuni imperdonabili balbettamenti a livello di sceneggiatura, il secondo si distingue per la notevole abilità con cui riesce a rendere scorrevole e piacevole una trama di per sè un po' farraginosa. Attingendo a piene mani dalla nuova "linea editoriale" imposta da Joss Whedon con The Avengers, Thor - The Dark World mescola con successo epica ed ironia, creando un film di intrattenimento che, se può far storcere il naso ad alcuni, diverte e intrattiene il pubblico, secondo la cifra stilistica che ormai contraddistingue i prodotti targati Marvel. Il regista Alan Taylor non scade negli effetti infantilistici che avevano penalizzato Iron Man 3 e realizza un film che ha il grande merito di rendere credibile una storia poco entusiasmante, e di rendere interessanti e appassionanti personaggi e situazioni che, in altri contesti, sembrerebbero artificiosi e distanti.

Thor è infatti il supereroe con cui è più difficile relazionarsi, a causa della sua natura divina e del suo muoversi in pianeti diversi dal nostro. Taylor riesce a superare questa difficoltà concentrandosi sulle relazioni personali, sul sistema di affetti che muove il mondo di Thor sia su Asgaard che sulla Terra. Il film alterna così in modo sapiente momenti drammatici e comici, quasi sempre esaltati dalla splendida prova di Tom Hiddleston, perfetto nel ruolo di Loki per la sua straordinaria abilità nel trasmettere tutte le emozioni primarie dell'animo umano.

Al ritmo della sceneggiatura si affianca una fotografia di livello molto elevato per il tipo di prodotto, con alcune scene (funerale norreno su tutte) visivamente eccellenti e pervase di una certa vena di lirismo. Detto di Hiddleston, gli altri attori svolgono il proprio dovere con diligenza, senza brillare ma senza raggiungere risultati osceni come in altri film dedicati ai supereroi.

Thor - The Dark World ha il grande merito di non prendersi troppo sul serio, arricchendo di ironia una trama non eccezionale e garantendo così ritmo e intensità al film, senza rinunciare alla sua cifra epica e mitica.
Il film risulta così uno dei più riusciti della Marvel e, forse, il migliore tra quelli che non schierano i personaggi di punta della casa editrice statunitense.

***1/2

Pier

martedì 19 novembre 2013

Roger Corman - I dimenticati: puntata 11


Il dimenticato di oggi è Roger Corman, regista statunitense, nato a Detroit il 5 aprile 1926.


Regista e produttore straordinariamente prolifico (più di 400 film al suo attivo come produttore e quasi 60 da regista), può essere considerato, insieme a John Cassavetes, tra i primi cineasti indipendenti americani a lavorare interamente secondo le proprie condizioni. All'AIP (American International Pictures) Corman lavora in estrema povertà di mezzi e capitali ma in totale autonomia. La sua firma è precisa e riconoscibile, grazie all'uso aggressivo del dolly, l’innovativo utilizzo del CinemaScope, con la macchina da presa sempre in movimento, alle luci d'atmosfera e una visione cruda e senza compromessi, che non risparmia sequenze brutali e dirette.
Corman dimostra che si può imparare a realizzare un film attraverso "on the job", con un lavoro a ritmi serrati, dimostrando così che la velocità fa trasparire la "veridicità" della produzione e influenzando un'intera generazione di registi, come Martin Scorsese e Monte Hellman.

Corman coglie chiaramente lo sconvolgimento emotivo e sociale presente nell'America dei '50, quando gli adolescenti diventano il target di riferimento per il cinema. Realizza così film come Teenage doll (1957) e Machine Gun Kelly (1958), stabilendo il suo marchio di fabbrica: impegno totale verso la storia, i personaggi e il loro mondo, senza alcuna distanza emotiva tra essi e il pubblico. La visione di Corman di quel periodo diviene così un luogo di continua contestazione e cambiamento, in cui i protagonisti sono loner e outsider, prigionieri di in un mondo in cui solo i più forti sopravvivono. Nei suoi primi lungometraggi Corman rinnova vari generi ormai logori inserendo tematiche femministe, come in Gunslinger (1956), The saga of the Viking women and their voyage to the waters of the Great Sea Serpent (1957) e Sorority Girl (1957).



Nonostante la trasgressività delle sue opere, la vita del regista inizia in maniera piuttosto ordinaria.
Il giovane Roger si interessa di letteratura inglese e ingegneria, ma con il trasloco a Beverly Hills per lui si dischiudono le porte del cinema.
Dopo la laurea, ottiene un impiego da "galoppino" alla 20th Century Fox, diventando poi lettore di sceneggiature. Dopo un viaggio in Inghilterra, ritorna a Los Angeles con uno script low-budget, che cede alla Allied Artists, ottenendo però di essere inserito come produttore associato del progetto,  dal titolo Highway Dragnet (1954).
Deluso dal film e sicuro che avrebbe fatto un lavoro migliore come produttore indipendente, Corman investe tutti i suoi averi (12.000 dollari) nella produzione di The monster from the Ocean Floor (1954).

Dopo aver venduto il film alla Lippert Releasing a titolo definitivo per 100.000 dollari, Corman sceneggia e produce The Fast and the Furious (1954). Girato in dieci giorni, il film rappresenta un grande passo per Corman, che incontra Jim Nicholson e Samuel Z. Arkoff, formando con loro la American Releasing Corporation, di cui diventa il regista "di casa". Vengono così sfornati titoli ad un ritmo incredibile e a budget ridottissimo, cominciando dal western - realizzato in 10 giorni - Five Guns West (1955), seguito da Swamp Women (1955), Apache Woman (1955) e The Oklahoma Woman (1956).

Nel 1956 Corman vira verso la sci-fi, l'horror e i film di exploitation adolescenziali, dirigendo It conquered the world e The day the world ended (entrambi 1956), Not of this Earth, Attack of the Crab Monsters', Teenage doll, The Undead, Sorority Girl, Rock All Night, Naked paradise e Carnival rock (tutti del 1957). Questi film, girati con budget di circa $ 100.000, si rivelano enormi successi per la AIP. Grazie a manifesti sconci e campagne pubblicitarie aggressive, i film fanno subito presa sugli adolescenti, complice lo stile registico di Corman, che  regala la verve e il vigore che mancavano a molti altri film a basso budget.
Il successo delle pellicole spinge la AIP a produrne di nuove, realizzando film come War of the satellites, Teenage cave man, She god of Shark Reef, The saga of the Viking women and their voyage to the waters of the Great Sea Serpent, Machine Gun Kelly (con Charles Bronson) e I, Mobster, tutti del 1958.

 

Nel 1959  il regista di Detroit vira sulla commedia nera, realizzando il satirico A Bucket of Blood, seguito da La piccola bottega degli orrori (1960). Quest'ultimo viene girato in soli due giorni, riutilizzando alcuni vecchi set. Il film, che documenta le disavventure del dipendente del negozio di fiori Seymour Krelboin (Jonathan Haze) alle prese con la sua pianta carnivora, resta uno dei più originali e idiosincratici di Corman, da cui sono in seguito stati tratti un musical di Broadway ed un remake.



In questo periodo Corman produce anche il suo film più personale, The Intruder (1961), con un giovanissimo William Shatner nei panni di un razzista determinato a creare problemi in una piccola città del Sud. Girato in un granuloso bianco e nero con un budget di $ 90.000, usando attori locali e senza permessi, il film fu un disastro al botteghino, a dispetto delle eccellenti recensioni ricevute. Corman, che credeva fortemente nel messaggio del film - il razzismo come cancro per la società americana - comincia allora a concentrarsi su film di genere, in cui il messaggio di critica sociale non è palese, ma codificato e nascosto all'interno però di un quadro molto più commerciale.

I tempi stavano però nuovante cambiando, e i film a lavorazione corta e in bianco e nero eran sul punto di perdere il loro mercato. Nel 1960, Corman persuade così la AIP a fargli dirigere una pellicola di "serie A" con un budget più alto, La caduta della casa degli Usher, tratto dal racconto di Edgar Allan Poe. Girato in CinemaScope e con protagonista Vincent Price, il film ottiene enorme successo commerciale e porta Corman a realizzare un filotto di pellicole tratte da opere di Poe: Il pozzo e il pendolo (1961), I racconti del terrore (1962), The Premature Burial (1962), The Raven (1963), La città dei mostri (1963), La maschera della Morte Rossa (1964) e La tomba di Ligeia (1965). Per The Terror (1963) vengono riutilizzati i set di The Raven, con Boris Karloff , Dick Miller e Jack Nicholson a completare il grosso del film in un'altra sessione di due giorni.
Tutti questi film, a colori, risultano estremamente eleganti nella scenografia (di Daniel Haller), nella fotografia (di Floyd Crosby), nonchè nell'uso fluido dei movimenti della macchina da presa, che accentua il clima di terrore crescente.



Nel 1966 Corman realizza The Wild Angels,  scandalizzando il pubblico con la sua raffigurazione in stile documentaristico della banda di motocilicsti Hell's Angels. Nello stesso periodo comincia a scontrarsi con Nicholson e Arkoff per questioni artistiche. Si avvicina quindi alla 20th Century Fox per dirigere uno dei film di gangster più efficaci degli anni '60, The St. Valentine Day Massacre (1967). Il lavoro per un grande Studio frustra però profondamente il regista, a causa dello scarso controllo sul processo di produzione e della sensazione di spreco di tempo e denaro.

Corman sente che ormai è giunto il momento di prendersi una pausa dalla regia e di concentrarsi sulla produzione. Nel 1971 forma la New World Pictures, distribuendo due grossi successi, Angels Die Hard (1970) e Student nurses (1970), commedia soft-core di sexploitation, di cui è anche produttore. Negli anni successivi, Corman comincia un'aggressiva politica di offerta dei suoi titoli anche nei drive-in e produce un flusso di film exploitation a basso budget realizzati da registi destinati a diventare celebri, tra cui Boxcar Bertha di Martin Scorsese (1972), Femmine in gabbia di Jonathan Demme (1974) e Grand Theft Auto di Ron Howard (1977). Contemporaneamente (e paradossalmente) la NWP diventa il distributore USA di Sussurri e grida di Bergman(1972) e di Amarcord di Fellini (1974).




Col crollo del mercato dei drive-in e l'ascesa di TV via cavo, VHS e, più tardi, DVD Corman capisce presto che i suoi giorni come produttore e distributore cinematografico stanno finendo. Di conseguenza, vende la NWP e fonda la Concorde-New Horizons, società rivolta spiccatamente all'home-video e al mercato direct-to-cable, con cui realizza film caratterizzati dalla massiccia presenza di violenza e sesso. All'inizio del 2000, Corman sposta le sue attività produttive in Irlanda, dove continua a produrre a ritmo serrato (oltre 30 tra film e TF ad oggi).

Roger Corman è stato determinante nel lanciare le carriere di molti giovani talenti del settore. Tuttavia, la sua vera eredità sono i suoi film. Omaggiato con numerose retrospettive in tutto il mondo, il regista è diventato un'autorità a Hollywood, nonostante non giri un film da Frankenstein Unbound del 1990. Corman è stato il "cane sciolto" che ha dato il via al cinema di ribellione negli Stati Uniti, rivoluzionando tecniche di regia e produzione, e segnando così in modo indelebile la storia del cinema.

Alessandro G.

domenica 3 novembre 2013

Miss Violence

La violenza dietro la normalità



Angeliki è il padre di una famiglia numerosa e apparentemente felice. La tranquillità familiare viene sconvolta quando, il giorno del suo undicesimo compleanno, la figlia minore si suicida gettandosi dal balcone. L'incidente finirà per portare alla luce alcuni segreti inconfessabili, nascosti sotto una patina di normalità e rispettabilità.

Film rivelazione dell'ultima Mostra del Cinema di Venezia, dove è stato premiato con il Leone d'Argento per la miglior regia, Miss Violence è un film crudo e senza fronzoli, che fin dal primo minuto colpisce lo spettatore come un pugno alla bocca dello stomaco, senza mai lasciarlo andare fino al finale, terribile e privo di speranza. Avranas mostra di aver appreso appieno la lezione di Haneke, e realizza un film perfetto nel suo essere asettico, violento, senza il minimo barlume di luce. La violenza è quasi sempre lasciata fuori scena, ma permea ugualmente la narrazione in ogni momento, in ogni inquadratura.

La macchina da presa sembra scrutare dentro l'animo martoriato dei protagonisti, trascinando lo spettatore nel loro mondo e costringendolo a vedere con i loro occhi. Lo sguardo in macchina della figlia prima del suicidio include fin dall'inizio il pubblico nella storia, rendendolo osservatori degli orrori nascosti nelle mura domestiche. La casa, da luogo di festa, si trasforma in uno spazio claustrofobico, dove la tensione è palpabile e crescente man mano che la verità si disvela agli occhi dello spettatore.

La regia è costruita con lo scopo di generare angoscia e disgusto, non solo attraverso la trama, ma anche attraverso un uso sapiente del linguaggio cinematografico. Il piano sequenza con cui Angeliki presenta la casa agli assistenti sociali è semplicemente perfetto, e la composizione del quadro enfatizza il ruolo di padre-padrone del protagonista, nonchè l'isolamento di questo o quel membro della famiglia quando devia dal copione preassegnato.
Regia e sceneggiatura sono adeguatamente supportati da un cast eccezionale, capitanato dal padre, Themis Panou, meritata Coppa Volpi a Venezia, e dalla giovane Eleni Rossinou, perfetta nella sua sofferta e disillusa normalità.

Miss Violence è un film forte e duro, in cui il male non è solo accessorio, ma è l'oggetto principale della narrazione. La famiglia di Angeliki iventa metafora della situazione della Grecia dove, sotto le ceneri della miseria e della povertà, cova nascosto il fuoco della violenza, un fuoco destinato a divampare, lentamente, sotto gli occhi increduli, disgustati e basiti dello spettatore.

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Pier

venerdì 25 ottobre 2013

Cose nostre - Malavita

Commedia nera in salsa gangster



Giovanni Manzoni è un boss mafioso che ha deciso di collaborare con la giustizia. I suoi vecchi compagni, che ha contribuito a mandare in galera, lo vogliono morto, e così Giovanni è costretto a muoversi continuamente, assumendo identità fittizie, aiutato dal programma protezione testimoni dell'FBI. Insieme alla moglie e ai due figli arriva così in una cittadina della Normandia. La famiglia, dopo qualche difficoltà iniziale, riuscirà a integrarsi nella realtà locale, ovviamente a modo suo.

Tratto dal romanzo Malavita di Tonino Benacquista, il film di Luc Besson risente fortemente dell'influenza del cinema di Martin Scorsese, qui produttore, ma soprattutto delle più recenti rivisitazioni delle famiglie mafiose italoamericane come I Sopranos. Besson mescola infatti sapientemente humor e sparatorie, commedia nera, thriller e noir, con tocchi tarantiniani e incursioni negli stilemi della commedia adolescenziale.
La miscela è ben riuscita, con ritmi elevati e una trama che, nonostante non brilli per originalità, gioca con intelligenza con gli stereotipi del genere, rielaborandoli con intelligenza e personalità.
La presenza di De Niro regala alcuni momenti di metacinema sottili ma esilaranti, soprattutto quando il suo personaggio si ritrova a dover commentare Quei Bravi Ragazzi con un sorriso divertito sul volto: dove inizia Giovanni Manzoni, e dove finisce il De Niro attore?

Il cast regala un'ottima prova corale, da De Niro alla moglie-madre di famiglia della Pfeiffer, passando per due figli adolescenti con attitudine all'estorsione e alla violenza, interpretati da Dianna Agron, reduce di Glee, e il promettente John D´Leo, che il truccatore dota di neo à-la-De Niro. Su tutti spicca però il federale disilluso ed esasperato di Tommy Lee-Jones, perfetto come sempre nel sottile equilibrio tra durezza e gelida ironia.

Cose nostre - Malavita (ma c'era davvero bisogno della solito, inutile "aggiunta" nel titolo italiano? Malavita non era chiaro?) non brilla per originalità di trama e tematiche, ma ha il pregio di affrontare il genere e rielaborarlo con sapienza e gusto cinematografico, regalando allo spettatore 111 minuti di intrattenimento di alta qualità.

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Pier

lunedì 7 ottobre 2013

Yasujiro Ozu - I dimenticati: puntata 10


Torna la rubrica “I dimenticati”, dedicata a quei personaggi che hanno fatto grande il cinema, ma non godono della giusta celebrità tra il grande pubblico.


Oggi parliamo di Yasujiro Ozu, regista giapponese nato il 12 dicembre 1903 a Tokyo.
Ozu sviluppa un amore per il cinema fin dalla giovane età, ma inizia la sua avventura professionale nel settore grazie a uno zio, che lo raccomanda al direttore della casa di produzione Shochiku.
Comincia così a lavorare per il grande studio, nonostante all’inizio debba accontentarsi del ruolo di assistente cameraman (lavoro ritenuto poco rispettabile all'epoca).
Dopo essere diventato assistente alla regia di Tadamoto Okubo, mette insieme il suo primo script e gira il suo primo film, La spada della penitenza (Zange no yaiba, 1927), andato purtroppo perduto. Prima di completarlo viene però chiamato alle armi, e  il film viene terminato da Torajiro Sato.

I film di Yasujiro Ozu esaminano le lotte basilari che caratterizzano la vita e la società: i cicli di nascita e morte, il passaggio dall'infanzia all'età adulta e la tensione tra tradizione e modernità. I titoli spesso enfatizzano il cambiamento delle stagioni, sfondo simbolico delle transizioni evolutive delle esperienze umane. Vista nel suo insieme, l'opera di Ozu risulta una delle più profonde descrizioni della vita familiare nella storia del cinema.
La carriera di Ozu si può dividere in due parti, pre e post II Guerra Mondiale. Nei primi lavori si scorge l'influenza dei melodrammi di Hollywood: Ozu in particolare si sarebbe ispirato a Ernst Lubitsch, anche se più volte avrebbe affermato l'assoluta 'indipendenza' dei suoi lungometraggi. Nelle opere più mature, invece, spicca uno stile più contemplativo e 'semplice', con la rinuncia quasi totale a tutti gli stilemi classici della grammatica cinematografica.

Days Of Youth (Wakaki Hi, 1929) è la più vecchia pellicola di Ozu arrivata ai giorni nostri (delle sette precedenti non rimane traccia). Si tratta di una commedia, dallo stile registico ancora acerbo, nella quale due studenti universitari, in gita sulle nevi, prendono una cotta per la stessa ragazza.
E' del 1932 quello che è generalmente riconosciuto come il primo film importante di Ozu, Sono nato, ma... (Umarete wa Mita keredo…), che ottiene grande successo di pubblico e critica in Giappone. La pellicola inizia come una commedia keatoniana ma si trasforma presto in un confronto tra l'innocenza dell'infanzia e l'ipocrisia degli adulti. 




Negli anni '30 i protagonisti di Ozu sono tutti esponenti della classe media. In questo periodo, in Giappone è molto apprezzato per l'onestà e l'attualità il genere shomin-geki ("dramma con persone come te e me"). La povertà - assieme alle differenze di classe - è la rovina di questi personaggi, ma già nel 1934 Ozu insegna che l'accettazione è la chiave di tutto. Storia di erbe fluttuanti (Ukigusa Monogatari) vede il leader di un piccolo gruppo di attori girovaghi incontrare il figlio, nato anni prima da una vecchia relazione. Ozu trasforma un racconto dal sapore melodrammatico in uno studio suggestivo ed intenso sulle certezze e sul futuro.
Un anno dopo, Ozu mostra la depressione che ha colpito il Giappone in Una locanda di Tokyo (Tokyo no Yado, 1935), una delle sue opere più commoventi. Un padre e il giovane figlio arrancano per i vicoli di Tokyo in cerca di lavoro e, con i loro pochi averi, devono scegliere ogni giorno tra il cibo e un riparo. La pellicola per molti versi anticipa il neorealismo del De Sica di Ladri di biciclette (1948), ma qui il finale è ancora più potente.
Sebbene il sonoro avesse raggiunto il Giappone nel 1935, Ozu, come Chaplin, preferisce ancora il muto, non rinunciando però all'utilizzo della musica.



Durante la guerra, Ozu realizza solo due film, Fratelli e sorelle della famiglia Toda (Toda-ke no Kyodai, 1941) e C'era un padre (Chichi Ariki, 1942), diventato poi un classico del cinema giapponese. Dopo  sei mesi in un campo di prigionia britannico vicino a Singapore, Ozu nel 1946 torna nella Tokyo ancora ferita e gira Tarda primavera (Banshun, 1949), un film che rifarà, con 'variazioni sul tema', molte volte in seguito. Una giovane donna (Setsuko Hara) che vive felicemente con il padre vedovo (Chishu Ryu), non prende in considerazione il matrimonio, preferendo il suo stato di dipendenza, che non comporta le responsabilità derivanti dalla gravidanza e dai doveri domestici. Il padre, temendo per la figlia una vita solitaria, la porta quindi a credere che intende risposarsi, 'affrancandola' così dalle sue preoccupazioni.
Alla fine del 1940 si fa più forte in Ozu la volontà di minimizzare la propria tecnica. Riduce quindi a zero i movimenti di macchina, introduce la "regola a 360 gradi" (in cui si incrociano gli assi immaginari disegnati tra due attori che parlano tra loro) e porta ogni personaggio a guardare dritto in macchina durante le conversazioni, ponendo lo spettatore nel centro delle stesse. Inoltre, decide di ridurre gli effetti di transizione, concentrando così l'attenzione sui personaggi ed esasperando la loro umanità.
Un primo esempio di questo cambiamento di stile è Il tempo del raccolto del grano del 1951 (Bakushu). Il è incentrato su una giovane donna che si ribella alla famiglia e decide di scegliere da sola il proprio marito. Attraverso storie parallele, Ozu osserva meticolosamente anche le vite di altri19 personaggi, espandendo i confini della trama principale del film, dimostrando una padronanza straordinaria nell'uso di spazio e tempo per costruire il ritmo della narrazione.

Il capolavoro di Ozu è  però generalmente considerato Viaggio a Tokyo (Tokyo Monogatari, 1953), racconto del conflitto generazionale tra una coppia di anziani in visita a Tokyo e i loro figli, che rivelano tutta la loro indifferenza verso i genitori. L'ingratitudine servirà a rivelare differenze emotive inconciliabili, che tuttavia i genitori accettano serenamente prima di far ritorno a casa. Ozu esamina la lenta frattura nella famiglia giapponese, ma mostra come la quieta rassegnazione e l'accettazione portino alla consapevolezza che la tradizione è soggetta a mutamenti. Qui la forma cinematografica di Ozu raggiunge il suo zenit. L'apparente mancanza di trama (non di storia, ma di eventi) è sostituita da una serie di momenti che hanno un effetto cumulativo e di ellissi. Ozu prepara lo spettatore ad una scena e poi semplicemente elide l'intero evento, mantenendone il mood e il tono senza bisogno di rappresentare gli eventi eliminati.



Inizio di primavera (Soshun, 1956) è il film più lungo di Ozu (144') e racconta di un giovane impiegato di Tokyo annoiato dal lavoro e dalla moglie. Ha una storia clandestina con una collega, che porta a un litigio con la consorte, e alla fine accetta un trasferimento in un piccolo centro. Così come inVivere (Ikiru) di Akira Kurosawa (1952), anche qui si mette in discussione il senso di passare tutta la tua vita dietro a una scrivania.
Nel 1958, Ozu fa il grande salto nel mondo del cinema a colori con Fiori d'equinozio (Higan-Bana), ennesimo approfondimento della vita familiare, presentato dal punto di vista delle giovani generazioni. L'uso del colore dà tono al film ed esalta la bellezza della protagonista, Fujiko Yamamoto.
Tutti i film successivi saranno a colori, e tra questi va senza dubbio ricordato Erbe fluttuanti (Ukigusa, 1959), per il quale Ozu si avvale di Kazuo Miyagawa, uno dei più grandi direttori della fotografia del Giappone, autore tra gli altri di Rashomon (1951) e Yojimbo (1961) di Kurosawa e di Ugetsu Monogatari (1953) di Mizoguchi.

In Tardo Autunno (Akibiyori, 1960) una giovane donna e la madre, con la quale vive, sono alle prese con tre amici del marito/padre defunto che provano a convincerle a farsi una nuova vita. Il film contiene alcuni dei momenti più divertenti dell'intera cinematografia di Ozu e presenta un personaggio femminile insolitamente schietto (quello di Mariko Okada), riflesso della moderna donna giapponese nel 1960.
L'ultimo film di Ozu, che morirà l'anno successivo per un cancro alla gola, è Il gusto del sakè (Sanma no aji, 1962), pellicola senza dubbio influenzata dalla morte, avvenuta durante le riprese, della madre. Si tratta di una meditazione serena sull'invecchiamento e la solitudine, in cui fanno capolino alcune sequenze più leggere.



La filmografia di Yasujiro Ozu ci presenta un incredibile studio della famiglia giapponese e dei cambiamenti da questa affrontati negli anni. Il nobilitare la monotonia del mondo in cui vive la famiglia borghese ha portato Ozu a essere etichettato come “il più giapponese” tra i registi giapponesi tradizionali e, proprio per questo motivo, i suoi film sono stati sdoganati in Occidente solo negli anni '70, poiché ritenuti poco fruibili o interessanti per il pubblico medio di questa parte del mondo.
Lo spettatore che intende imbarcarsi in questa doverosa riscoperta scoprirà una sensibilità e una visione del mondo uniche e peculiari, raccontate da un punto di vista disincantato, ma anche rilassato e pacifico. I film di Ozu non si limitano a una semplice riflessione sulla morte, ma toccano tutti gli aspetti della vita, costituendo una sorta di risposta emotiva alla bellezza della natura, alla transitorietà della vita e al dolore della morte. 

Alessandro G.

venerdì 4 ottobre 2013

Gravity

Immagini dallo spazio profondo



Ryan Stone, una ricercatrice finanziata dalla NASA, si trova nello spazio per raccogliere gli ultimi dati necessari alla sua ricerca. Insieme a lei c'è Matt Kowalsky, astronauta veterano all'ultima missione. Mentre stanno lavorando a delle riparazioni fuori dalla stazione orbitale, i due vengono investiti da una tempesta di meteoriti, che distrugge la stazione e li scaraventa nello spazio. Dovranno trovare il modo di muoversi in assenza di gravità e comunicazioni radio, nel disperato tentativo di raggiungere un'altra stazione spaziale e tornare sulla Terra.

Diciamolo subito: Gravity è un film rivoluzionario. Era dai tempi di 2001 - Odissea nello Spazio che non si assisteva a una tale innovazione dei linguaggi espressivi nel genere fantascientifico, a una tale sorprendente innovazione delle tecniche di ripresa. Attraverso un uso sapiente del 3D, Cuaròn riesce a trasmettere allo spettatore l'infinita profondità dello spazio, l'horror vacui cosmico che attanaglia chi si trova a doverlo affrontare, la totale impotenza di chi ne viene risucchiato. La vera rivoluzione è però nello stile di ripresa, con una camera "no-gravity" che, muovendosi senza avere un punto di posa preciso, simula l'assenza di gravità e restituisce la sensazione straniante che si prova muovendosi nello spazio. 

A supporto di queste innovazioni tecnologiche abbiamo una regia magistrale: Cuaròn segue e sviluppa la sua idea con convinzione e rigore, combinando alla perfezione tutti gli elementi del film, dal sonoro alla fotografia, che regala immagini di rara bellezza dentro (Sandra Bullock che "rinasce" dopo essere riuscita a mettersi momentaneamente in salvo) e fuori dalle stazioni spaziali.
La trama, d'altro canto, è tutt'altro che rivoluzionaria, finendo per essere addirittura scontata in alcuni momenti. La forza visiva delle scene e l'ottima prova dei due protagonisti, tuttavia, riescono a sopperire ai deficit di sceneggiatura, regalando un film intenso, destinato a cambiare radicalmente il modo in cui vengono girati e concepiti i film di fantascienza.

Gravity è un film che colpisce per la forza delle immagini, e che fa riflettere su come le nuove tecnologie digitali, se usate a fini espressivi, e non puramente decorativi, possano arricchire l'arte cinematografica di linguaggi nuovi e inaspettati, aprendo strade che, fino a pochi anni fa, sembravano del tutto impossibili.

****1/2

Pier

martedì 24 settembre 2013

Via Castellana Bandiera

L'ostinazione e la chiusura



Rosa si reca a Palermo dopo molti anni per accompagnare Clara, la donna che ama, al matrimonio di un comune amico. Esasperata e innervosita da una città di cui ha solo cattivi ricordi, Rosa imbocca via Castellana Bandiera, una via senza senso di marcia. Di fronte a lei si para un'altra auto, quella della famiglia Calafiore: alla guida c'è Samira, un'anziana donna albanese cui è morta la figlia molti anni prima e che è costretta a vivere con il dispotico genero. Sia Rosa che Samira sono determinate a non cedere il passaggio, e trasformano la lotta per la precedenza in una lotta per la sopravvivenza e l'onore, mentre intorno a loro le regole collassano e gli abitanti della via scommettono sul vincitore.

Al suo esordio come regista cinematografica, Emma Dante sceglie di concentrarsi sulle passioni umane, portate al loro estremo da una situazione paradossale e kafkiana. Le due auto si trasformano così in due cavalli, le due guidatrici in due duellanti al sole, decise a non concedere nulla al proprio avversario. La Dante esplora a fondo la regressione dell'uomo quando viene posto di fronte al suo orgoglio, trasformandolo quasi in un animale, che urina in pubblico segnando il territorio ed è disposto a sbranare il suo nemico. La cieca determinazione delle due donne, tuttavia, è mossa da motivazioni molto differenti: cieca rabbia per rosa, disperata rassegnazione per Samira. La prima vuole dimostrare a se stessa di essere una donna forte e assertiva, mentre la seconda non ha più nulla da perdere: la vita le ha tolto tutto, privandola degli affetti e della dignità. La sua muta resistenza è veicolata alla perfezione dalla splendida interpretazione di Elena Cotta, meritatissima Coppa Volpi a Venezia, che ruba la scena in ogni momento in cui compare.

Alla violenza delle due donne si contrappone la dolcezza dei due personaggi più giovani, il nipote di Samira, tanto affettuoso con la nonna quanto il capofamiglia dei Calafiore è brusco e dispotico, e Clara, la fidanzata di Rosa, interpretata da un'Alba Rohrwacher finalmente misurata e naturale.
Intorno a loro si muove un aberrante universo fatto di mascalzoni e prevaricatori, in cui le regole non esistono e vige solo la legge del più forte. La Dante lascia che il panorama umano della via emerga dallo sfondo, affacciandosi nella storia quasi per inerzia, per poi possederla con prepotenza, divenendone quasi il tema portante. La strada si allarga, non solo metaforicamente, ma le prospettive degli uomini restano limitate, chiuse, incapaci di vedere al di là del proprio naso e di accettare le regole del vivere civile.

Via Castellana Bandiera è un film forte e ben girato, sorretto da delle ottime prove attoriali e da una regia che, senza fronzoli, racconta con efficacia le emozioni e pulsioni umane. Il finale, potenzialmente di grande impatto, viene però trascinato troppo a lungo, rivelando l'inesperienza cinematografica della regista e depotenziando il messaggio dato dalla disperata corsa dell'auto e dei personaggi. Resta comunque un esordio promettente, in cui una cura tutta teatrale per i personaggi e i loro sentimenti si unisce a una sensibilità inaspettata nell'utilizzo del mezzo filmico.

***1/2

Pier

lunedì 16 settembre 2013

Che strano chiamarsi Federico!

Amarcord per il cinema italiano



Il film ripercorre la carriera di Federico Fellini, dagli esordi come vignettista alla rivista satirica Marco Aurelio fino al successo come regista cinematografico, prima in Italia, poi nel mondo. Utilizzando una raffinata combinazione di girato e materiale d'archivio, il film fa rivivere Fellini attraverso racconti, testimonianze e immagini dell'epoca d'oro del cinema italiano.

Ettore Scola omaggia il collega e amico Fellini con un film che di documentaristico ha solo l'intento, rivelando fin dalle prime immagini la propria natura di opera narrativa. La vita di Fellini viene raccontata con la delicatezza e l'umanità che contraddistinguevano i film del regista romagnolo, trasportando lo spettatore in una dimensione a metà tra il reale e il sogno, dove é impossibile distinguere il falso dal vero. Fellini, magnifico bugiardo, ci viene raccontato attraverso le voci di chi lo ha conosciuto, espresse attraverso immagini di repertorio o, per la maggior parte, attraverso la voce suadente di un narratore scanzonato (l'ottimo Vittorio Viviani). Ecco cosí ricostruite le amicizie con Scola e Mastroianni, le lunghe gite notturne per curare l'insonnia, l'insaziabile curiosità umana di Fellini, le prime avventure cinematografiche, il successo e la consacrazione degli Oscar. Tra tutti i momenti spiccano peró i gloriosi anni al Marco Aurelio, vera e propria fucina di talenti che vide nelle sue fila future glorie del cinema italiano come Steno, Age e Scarpelli, Marchesi e Metz, Fellini e lo stesso Scola, che proprio presso il giornale strinse amicizia con Federico. Le riunioni di redazione sono un inno alla vita, un tripudio di ironia, voglia di fare e di ridere della vita, che arricchisce il film di realismo e umanità.

La regia di Scola si muove sapiente tra i diversi piani della narrazione, tra scene reali ed oniriche, il cui ideale ponte diventano gli incontri notturni a bordo dell'auto di Fellini, tra madonnari filosofi e prostitute che coltivano illusioni d'amore e di una vita normale. La fotografia é semplicemente stupenda, e l'alternanza tra momenti "documentari" e narrativi é gestita con misura e maestria.

Che strano chiamarsi Federico! offre non solo un meraviglioso ritratto di Fellini, ma anche un affresco del cinema italiano di quell'epoca, creando una sorta di amarcord per la gloria passata che lascia lo spettatore affascinato, ma con un pizzico di amaro in bocca per il confronto con il presente.

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Pier

sabato 7 settembre 2013

Telegrammi da Venezia 2013 - Il Totoleone


Eccoci arrivati alla fine della 70 Mostra d'Arte Cinematografica, la seconda diretta da Alberto Barbera. Un'edizione, questa, caratterizzata da un livello medio più elevato dello scorso anno, ma con pochi film che spiccano decisamente dalla massa.


La critica e il pubblico presenti alla Mostra hanno incoronato Philomena, di Stephen Frears, come il miglior film visto quest'anno. Sarà Leone d'Oro? Visto il Presidente di Giuria (Bertolucci ha dichiarato di volere far vincere un film che lo ha "stupito"), è poco probabile.
Qui trovate le previsioni di Nonsolocinema, con cui ho collaborato durante la Mostra:  http://nonsolocinema.com/Leone-d-Oro-2013-le-nostre_28609.html
Ecco dunque il Totoleone, corredato come sempre dalle mie preferenze personali:

Leone d'Oro
Favorito: Tom à la ferme, originale thriller psicologico con ottimi spunti di regia. Possibile anche la vittoria di Miss Violence.
Preferenza personale: Child of God, una perfetta trasposizione del romanzo di McCarthy, un'esplorazione delle zone più oscure dell'animo umano.

Leone d'Argento (Regia)
Favorito: Sacro GRA di Gianfranco Rosi, documentario costruito alla perfezione, con uno stile narrativo originale che lo rende simile a una commedia all'italiana.
Preferenza personale: The zero theorem, un film imperfetto, che mostra però l'eccezionale capacità di Gilliam di creare mondi distopici che sono allo stesso tempo alieni e familiari.

Premio della Giuria
Favorito: Miss Violence, ritratto originale e di impatto di un inferno domestico.
Preferenza personale: Tom à la ferme, che più di tutti ha mostrato la voglia di sperimentare e contaminare diversi generi.

Coppa Volpi Maschile
Favorito: Scott Haze, splendido alienato in Child of God, che domina a livello fisico e interpretativo.
Preferenza personale: Scott Haze, con premio simpatia a Nicolas Cage.

Coppa Volpi Femminile
Favorito: Judi Dench, perfetta e commovente in Philomena.
Preferenza personale: Elena Cotta, intensa e vera, ruba la scena a Dante e Rohrwacher in Via Castellana Bandiera.

Premio Mastroianni
Favorito: Tye Sheridan, per Joe, uno dei migliori giovani attori visti quest'anno.
Preferenza personale: Tye Sheridan.

That's all, folks. Alla prossima Mostra!

Pier

venerdì 6 settembre 2013

Telegrammi da Venezia 2013 - #4


Quarto telegramma da Venezia. Ancora buoni film, ma anche qualche delusione.


Parkland (Concorso), voto 5. L'assassinio di John Fitzgerald Kennedy raccontato dalla prospettiva dell'ospedale che ne accolse il corpo. Il film è ben girato, ma non aggiunge nulla di nuovo a uno dei più grandi misteri irrisolti della storia statunitense, e risulta quindi già visto e ripetitivo.

The unknown known (Concorso), voto 8. Il film mette a nudo errori, orrori e contraddizioni dell'amministrazione Bush jr attraverso un'intervista all'eminenza grigia del Presidente, Donald Rumsfield. Ne emerge il ritratto di un leader machiavellico, abile nell'uso delle parole e preciso fino alla maniacalità, capace di perpetuare enormi nefandezze con un accattivante sorriso sulle labbra. Il film esplora il potere e le caratteristiche del suo esercizio, presentando un quadro vero e tremendamente efficace degli ultimi anni della politica USA.

Harlock, Space Pirate (Fuori Concorso), voto 8.5. Il manga-anime di Matsumoto ottengono nuova vita in questo adattamento in motion capture. Il film mantiene gli elementi chiave della saga, arricchendoli di una fotografia eccezionale, in cui il 3D diviene strumento espressivo e non mero orpello tecnologico. Effetti speciali fantastici, scene d'azione mozzafiato: Harlock ha tutto per fare felici gli spettatori, fan del manga e non.

L'intrepido (Concorso), voto 5. La prima commedia di Gianni Amelio parte alla grande, con una mezz'ora delicata e divertente, in cui un Albanese "à la Charlot" lavora come rimpiazzo, accettando la sua vita con serenità e ottimismo. Dopo questa mezz'ora, tuttavia, Amelio perde del tutto il filo, impantanandosi in mille sottotrame differenti, come se fosse indeciso sulla piega da far prendere alla trama. Il risultato è un film pasticciato, con un Albanese che, pur bravo, non può reggere da solo il peso di una sceneggiatura confusa e inconcludente.

Sacro GRA (Concorso), voto 8.5. Per il suo nuovo film, Gianfranco Rosi ha seguito per oltre un anno le storie di vari personaggi che vivono intorno al Grande Raccordo Anulare di Roma, esplorandone la vita quotidiana. Il risultato è un documentario che profuma di commedia all'italiana, una galleria di ritratti di vinti dotati di grande umanità e simpatia. Rosi realizza un film solido e commovente, dotato di un'umanità e una forza narrativa inusuali per un documentario, risultando l'erede più degno della nostra tradizione cinematografica visto qui alla Mostra.




Ecco poi il link del film recensito per Nonsolocinema, il delicato La Jalousie di Philippe Garrel, in concorso.

La Jalousie (Concorso), voto 6.5.

A domani per il toto Leone d'Oro!

Pier

martedì 3 settembre 2013

Telegrammi da Venezia 2013 - #3


Terzo telegramma da Venezia. Ancora buoni film, ma anche qualche delusione.


Tom à la ferme (Concorso), voto 8. Thriller dalle atmosfere hitchcockiane e con forti eco freudiane, il film di Xavier Dolan è senza dubbio uno dei più interessanti della Mostra. Il ritmo non è altissimo, e alcune scene sono superflue, ma il film convince, colpisce e fa discutere. Qui la recensione estesa fatta per Nonsolocinema.

The zero theorem (Concorso), voto 8. In un futuro distopico, un genio matematico cerca di dimostrare che la vita non ha senso, mentre attende una chiamata che dovrebbe dargli la felicità. Gilliam realizza un film imperfetto, ma che fa dell'imperfezione e delle domande lasciate in sospeso la sua forza, che stimola alla riflessione e al ragionamento. Scenografie e regia sono eccezionali, e Christoph Waltz è semplicemente strepitoso.

Locke (Fuori Concorso), voto 7.5.Un uomo alla guida della sua auto, solo per 90 minuti, in viaggio verso un futuro incerto. A fargli compagnia solo il telefono, in una notte che diventerà una delle più importanti della sua vita. Il film di Knight è registicamente interessante e originale, pur non essendo certamente rivoluzionario. Tom Hardy interpreta il protagonista con misura e senza eccessi, regalandoci un personaggio interessante e complesso, che vuole riprendere il controllo della propria vita.

Zoran, il mio nipote scemo (Settimana della Critica), voto 7. Una bella commedia italiana, che vede un burbero cialtrone friulano, interpretato dal sempre ottimo Giuseppe Battiston, costretto a cambiare vita a causa dell'arrivo del nipote sloveno, dotato di parlata colta e libresca e di una mira infallibile a freccette. Il film si inserisce nel solco della commedia all'italiana e, pur non brillando per originalità, ne rielabora alcuni stilemi con efficacia e ritmo. Si ride, e pure tanto.

Ecco poi il link per i film recensiti per Nonsolocinema. Delude il film di Kim Ki-Duk, Moebius, mentre convince a fondo il film di Uberto Pasolini, Still Life.

Moebius (Fuori Concorso), voto 4.5.

Still Life (Orizzonti), voto 8.5.

May in the Summer (Giornate degli Autori), voto 6.5.

Traitors (Giornate degli Autori), voto 7.

Per oggi è tutto, alla prossima!

Pier

domenica 1 settembre 2013

Telegrammi da Venezia 2013 - #2


Secondo telegramma da Venezia. Tre ottimi film in Concorso, più un bell'esordio italiano.


Child of God (Concorso), voto 9. James Franco realizza una trasposizione quasi perfetta del romanzo di McCarthy, seguendo l'odissea di un uomo che ha il solo difetto di non essere normale, e che la società finirà  per trasformare in un mostro. Franco dirige con perizia, sorretto da una bella fotografia e da una colonna sonora folk eccezionale. Scott Haze, il protagonista, è ad oggi l'unico possibile candidato per la Coppa Volpi maschile: una prova eccezionale, profonda e toccante.

The wind rises (Concorso), voto 8. Miyazaki abbandona per una volta il fantasy, ma non il suo tocco onirico e poetico. La storia di un progettatore di aeroplani viene raccontata con dolcezza e delicatezza, seguendo il percorso che porta un giovane appassionato del volo a perseguire e realizzare il suo sogno. La sua vicenda professionale si intreccia con la struggente storia d'amore con la moglie, che regala momenti di pura estasi artistica ed emotiva.

Philomena (Concorso), voto 9. Il nuovo film di Stephen Frears è un orologio tarato alla perfezione, perfetto per tempi della storia, delle battute e per l'alternanza tra momenti comici e drammatici. La storia vera di Philomena, ragazza-madre irlandese costretta dalle suore del convento che la ospitava a dare in adozione suo figlio, viene raccontata con efficacia e misura, senza indulgere in facili pietismi nè rinunciare alla critica sociale. Judi Dench brilla come sempre per bravura, ma Steve Coogan non le è da meno, e forma con lei una coppia formidabile per affiatamento e tempi comici.

Il terzo tempo (Orizzonti), voto 7. Una bella storia di sport e redenzione che, pur attingendo a piene mani a tutti i topoi del genere, riesce comunque a essere originale nel suo modo di rielabolarli. Ottimo esordio alla regia per Enrico Maria Artale, supportato da un'eccellente prova di tutto il cast, su cui spicca il giovane protagonista, Lorenzo Richelmy.

Ecco poi il link per un film recensito per Nonsolocinema:

Vi är bäst!  (Orizzonti), voto 8.

Per oggi è tutto, alla prossima!

Pier

venerdì 30 agosto 2013

Telegrammi da Venezia 2013 - #1


Come ogni anno, Filmora è a Venezia, e vi racconterà i film visti in Laguna.


Iniziamo con i film visti nei primi tre giorni:

Gravity (Fuori Concorso), voto 8.5. Il direttore Barbera, nella sua presentazione, lo ha introdotto come il film di fantascienza più rivoluzionario dai tempi di 2001 - Odissea nello spazio. Per quanto il film di Cuaròn sia alquanto distante dalla complessità  tematica del capolavoro di Kubrick, è impossibile non concordare con il direttore per quanto riguarda la regia. Il 3D è finalmente utilizzato con finalità artistiche ed espressive e, insieme a uno stile di ripresa innovativo, contribuisce alla creazione di scene mozzafiato che trasportaneo lo spettatore in un'esperienza filmica indimenticabile. Ottime le prove della Bullock e di Clooney, scanzonato coprotagonista.

Via Castellana Bandiera (Concorso), voto 7. L'esordio di Emma Dante, una delle più importanti protagoniste della scena teatrale italiana, alla regia cinematografica colpisce per forza espressiva e la capacità di scavare dentro i personaggi. Nonostante nella seconda parte perda di efficacia e mostri l'inesperienza della regista, la storia dell'incontro-scontro tra due donne testarde ed indurite dalla vita viene raccontato con profondità emotiva e leggerezza, grazie anche all'eccezionale prova di tutto il cast, con una Rohwacher finalmente misurata e una Elena Cotta che si candida seriamente per la Coppa Volpi.

Joe (Concorso), voto 6.5. Senza infamia e senza lode, il nuovo lavoro di David Gordon Green, che racconta l'incontro tra due solitudini, quella di un ex carcerato con problemi di controllo della rabbia e quella di un adolescente vessato dal padre alcolista e nullafacente. Il film si segnala per un'ottima prova di Nicolas Cage, intenso e raramente sopra le righe, che regala un personaggio sofferto e malinconico che si faticava a vedergli addosso.

Quest'anno in occasione della Mostra collaboro con Nonsolocinema, per cui recensirò alcuni film. Ecco i link di quelli che ho visto finora:

La belle vie (Giornate degli Autori), voto 8.

L'arte della felicità (Settimana della Critica), voto 7.

Tres bodas de màs (Giornate degli Autori), voto 6.

Per oggi è tutto, alla prossima!

Pier

domenica 25 agosto 2013

Monsters University

Ritorno al passato


Mike Wazowski è un giovane mostro che sogna di essere ammesso alla prestigiosa Monsters University per diventare uno spaventatore. Nonostante tutto il suo impegno, tuttavia, rischia di essere cacciato dal corso di Spaventi per la sua incapacità di fare paura. Per riabilitarsi deve vincere le Spaventiadi, facendo squadra con un gruppo di adorabili e poco spaventosi pasticcioni, e con James P. Sullivan, uno spaventatore dotato di grande talento, ma pigro e svogliato.

A più di dieci anni di distanza,  la Pixar decide di riprendere i personaggi di uno dei suoi film più amati, Monsters Inc. Invece di seguire la strada del sequel, tuttavia, John Lasseter e soci decidono di puntare su un prequel, raccontando l'incontro tra Mike e Sulley. Il risultato è un film che riporta la casa californiana ai livelli che le competono, dopo il deciso passo falso di Cars 2 e il poco convincente Brave. Monsters University diverte ed emoziona, regalando quel mix tra risate e riflessione che ha reso unici i film targati Pixar. Ci sono momenti comici per tutti i gusti e per tutte le età, con citazioni di livello (sequenza da film horror su tutte) e gag visive degne del cinema muto. Allo stesso tempo, però, il film spinge lo spettatore a interrogarsi sul valore dell'amicizia, sul confronto-scontro tra talento e duro lavoro, sull'importanza della forza di volontà. Monsters University si incentra sull'importanza di andare oltre le apparenze e di inseguire i propri sogni, riprendendo due temi cari alla Pixar fin dai tempi di A Bug's life, e ripreso con successo nei successivi Ratatouille e Wall-E.

Le immagini sono come sempre di altissimo livello, con la ricostruzione del campus universitario ai limiti della perfezione per fedeltà alle sue controparti reali e genialità degli elementi "mostruosi" inseriti per adattarlo al contesto. I personaggi sono disegnati e caratterizzati con eccezionale maestria, e contribuiscono alla buona riuscita del film affiancando con efficacia gli storici protagonisti. Meritano una menzione particolare la Preside e i membri della squadra Oozma Kappa.

Monsters University è un film divertente ed emozionante che, pur non raggiungendo le vette di creatività dei capolavori Pixar, segna il ritorno della casa di produzione di Emeryville al posto che compete loro, quello di creatori di mondi, risate e, soprattutto, di sogni.

***1/2

Pier

lunedì 29 luglio 2013

Now you see me

Il trucco c'è, ma non si vede



Quattro prestigiatori vengono convocati da un individuo misterioso che li coinvolge in un suo progetto. Un anno dopo, i quattro, con il nome di Quattro Cavalieri, si esibiscono insieme in uno show di alto profilo, al termine del quale tenteranno un'impresa mai tentata prima: rapinare una banca senza muoversi dal teatro.

Difficile dilungarsi sulla trama di Now you see me: il rischio è di rivelare uno degli innumerevoli colpi di scena, che si susseguono come in un unico, grande numero di magia. Costruito intorno ai protagonisti e alle loro idiosincrasie, il film si avvale di effetti speciali eccellenti, che contribuiscono a creare un'atmosfera di magia e incanto. La trama scorre fluida fino al finale, dove accelera e finisce per perdersi un po', chiudendo con fretta eccessiva tutti i vari filoni narrativi e ripiegando su una didascalica spiegazione che demolisce l'aura di mistero costruita durante il film.
 I personaggi sono bene interpretati, con Jesse Eisenberg, Mark Ruffalo e Woody Harrelson a fare la parte dei leoni. Resta un po' di rammarico per lo scarso sviluppo dedicato ad alcuni di loro, in particolare Henley e Jack, a causa del tempo limitato concesso da un prodotto cinematografico: forse una serie TV, anche di poche puntate, avrebbe reso miglior giustizia sia ai personaggi che alla trama.

Now you see me è un buon film di intrattenimento che, nonostante i difetti del finale, regala divertimento e suspence a sufficienza. Il trucco c'è, ma non si vede, e anche i più scettici si troveranno a seguire con attenzione il dipanarsi del piano dei Quattro Cavalieri, in una sorta di remake magico di Colpo grosso capace di incantare e divertire gli spettatori.

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Pier

martedì 23 luglio 2013

Pacific Rim

ROBOTTONI!



Da una faglia apertasi nell'Oceano Pacifico cominciano a fuoriuscire i Kaiju, mostruosi alieni decisi a distruggere il nostro pianeta. Per difendersi, il mondo unisce risorse e competenze e crea gli Jaeger, robot giganti pilotati da una coppia di piloti uniti a livello neurale. La battaglia tra mostri e robot sarà senza esclusione di colpi, nel tentativo di proteggere la terra dall'invasione aliena.

Dilungarsi sulla trama di Pacific Rim sarebbe un puro esercizio di stile: la storia è risicata, i dialoghi al limite della decenza, gli attori abbastanza piatti. Il tutto, però, svanisce come neve al sole quando entrano in scena loro, i veri protagonisti: i ROBOTTONI (maiuscolo d'obbligo). I ROBOTTONI sono eccezionali, realizzati con una precisione e una caratterizzazione di altissimo livello, totalmente mancanti, ad esempio, a quelli della serie Transformers. La loro entrata in scena è sempre spettacolare, le loro mosse di combattimento sono un puro godimento per l'adolescente che si annida in ogni spettatore. Accanto a loro, o meglio, contro di loro, Guillermo del Toro sguinzaglia un esercito di mostri giganti di nome Kaiju, in evidente omaggio ai mostri della tradizione giapponese come Godzilla. I Kaiju sono diversi ma simili, alieni ma terrestri, composti da elementi di diversi animali assemblati con perizia a creare dei giganteschi orrori semoventi.

Gli effetti speciali sono splendidi, e raggiungono il loro apice nelle scene di combattimento. Tra citazioni di Goldrake, Evangelion e tutte le serie mecha giapponesi, assistiamo a bocca aperta a scontri a base di lame rotanti, spade spaziali e petroliere (sì, avete capito bene: petroliere), in un'escalation di azione ed pathos che da tempo non si vedevano in un film d'azione.

Del Toro realizza un film d'intrattenimento perfetto, che non si prende sul serio e non pretende di essere nulla di diverso da quello che è, un luminoso e rumoroso baraccone fatto per divertire ed esaltare il pubblico. L'impresa riesce alla perfezione, facendo regredire tutti gli spettatori al livello di adolescenti esaltanti, pronti a lanciare i pugni in aria e a ridere divertiti di fronte all'ennesima impresa dei ROBOTTONI. A questo punto, rimane solo una domanda: a quando il sequel?

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Pier




mercoledì 10 luglio 2013

To the wonder

I wonder how, I wonder why



Neil e Marina si incontrano a Parigi e scocca la scintilla. Si trasferiscono negli USA, dove però la loro storia non riesce a decollare per colpa di lui, incapace di concedersi fino in fondo all'altra. Quando il permesso di soggiorno di Marina scade, le loro strade si separano, e Neil torna a una vecchia relazione. Dopo qualche tempo, tuttavia, i due si incontrano di nuovo, e riallacciano i fili della loro relazione, decisi questa volta ad abbandonarsi ai propri sentimenti.

Dopo il successo di The Tree of Life, Terrence Malick torna con un film che ne è la fotocopia sbiadita. Il film è ancora una volta un inno all'amore puro e disincantato, incarnato ancora una volta dalla figura femminile, simbolo della natura e della vita. E, ancora una volta, la figura maschile è incapace di vivere appieno i propri sentimenti, vittima di un egoismo da cui sembra incapace di uscire. Nel mezzo, interminati spazi e sovrumani silenzi in quantità industriale, a tal punto che anche Leopardi li avrebbe trovati eccessivi.
La trama è come sempre risicata, ma il fatto che sia una rivisitazione quasi pedissequa di quella del film precedente rende il film quasi insopportabile, una parodia di se stesso che stona con l'afflato universale respirato nel capolavoro imperfetto che era The Tree of Life.
To the wonder risulta quindi stucchevole e ripetitivo, e culmina in un finale che, nonostante l'ottima prova di Javier Bardem, risulta didascalico e posticcio, fatto di frasi vuote e di professioni di fede senza significato.

Il film viene anche azzoppato da due recitazioni poco convincenti: da un lato un Ben Affleck espressivo come un segnachilometri, dall'altro una Olga Kurylenko francamente insopportabile, che corre sorridente tra prati, fiumi e montagne e a cui mancano solo le caprette che fanno ciao per sembrare la versione made in USA di Heidi.
A salvare almeno in parte la pellicola ci sono fotografia e musiche, come sempre perfette nei film di Malick. La luce che illumina il film apre gli occhi allo stupore e alla meraviglia, e le musiche ne accrescono l'efficacia.

To the wonder è un film ripetitivo, che lascia sconcertati per la sua incapacità sia di staccarsi dal modello del film precedente, sia di aggiungervi qualcosa di nuovo. Viene da chiedersi cosa abbia spinto Malick, che solitamente lascia passare molto tempo tra un suo lavoro e l'altro, a dirigere questo film, che non fa onore nè alla sua carriera nè alla sua capacità di esplorare nuovi linguaggi cinematografici e di toccare le corde più intime dell'animo degli spettatori.

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Pier

venerdì 7 giugno 2013

Solo Dio perdona

L'eleganza dello scorpione e l'eccesso della katana



Julian e il fratello gestiscono una palestra di thai boxe a Bangkok. In realtà l'attività è una copertura per il traffico di droga, coordinato dagli USA dalla madre dei due. Quando il fratello violenta e uccide una ragazza, il padre di lei si vendica, assassinandolo. Julian decide di perdonarlo, ma a cambiare i suoi piani arriva la madre, sconvolta ma determinata a vendicarsi.

Sovraccarico. Questo l'aggettivo che meglio definisce il nuovo film di Nicolas Winding Refn, un regista che in passato non ci aveva certo abituato a film giocati in punta di fioretto. Tuttavia, la logica narrativa della violenza che sosteneva Pusher,Valhalla Rising e Bronson, e che aveva raggiunto il suo momento di massimo splendore e completamento in Drive, diventa qui un puro esercizio di stile, costruito attorno a una trama inesistente e a una serie di avvenimenti e personaggi pretestuosi e poco approfonditi.

Laddove Drive si muoveva con l'eleganza e il terribile splendore di uno scorpione lungo il sottile equilibrio che separa il capolavoro dal trash, Solo Dio Perdona scivola inesorabilmente verso il secondo. La cosa di per sè non sarebbe un problema, se non fosse che le pretese autoriali del regista lo rendono scadente anche come B movie. L'azione è pressochè assente, confinata pressochè interamente in una scena di combattimento, che manca di incisività nello studio dei corpi e della violenza. Ogni rissa di Bronson, ogni istante della scena del bagno turco de Le promesse dell'assassino di Cronenberg erano pervasi e dominati dal corpo, analizzato in maniera quasi scientifica, in tutta la forza (e la debolezza) di muscoli e carne. Qui Ryan Gosling, questa volta stranamente poco convincente e fuori parte, non riesce a trasmettere alcuna sensazione, se non quella di un sacrificio immotivato e inutile, non sorretto da alcuna motivazione psicologica.

La regia non salva una trama scarna e piatta, ma riesce addirittura a peggiorarla, caricando eccessivamente a livello visivo un film che aveva invece bisogno di essere alleggerito e ridotto il più possibile all'osso per esaltarne il messaggio macbethiano e conferirgli così una parvenza di significato. Refn smette di essere se stesso e si mette a "fare Refn", disegnando e dirigendo un film talmente di maniera che sembra quasi un'autoparodia. La fotografia, pur eccellente, non basta a salvare un film senza capo nè coda, che si trascina stancamente verso un finale che non emoziona e non colpisce.
Restano alcune scene di alto livello (l'interrogatorio nello strip club su tutti), un poliziotto-killer con katana che convince nonostante l'approfondimento psicologico tendente allo zero, e una Scott-Thomas superba, che domina la scena in ogni momento in cui appare, vera dea ex machina della vicenda, novella Medea disposta a tutto, anche a sacrificare il figlio, pur di ottenere vendetta.

Solo Dio perdona è un film mal riuscito, caricato oltre l'inverosimile per cercare di renderlo un film d'autore, e che finisce invece per non essere nemmeno un buon film di genere. Refn non riesce a ripetere l'ottima prova di Drive, e fa un deciso passo indietro nella sua carriera di regista, segnando un'involuzione rispetto anche ai suoi lavori più sperimentali come Valhalla Rising. La katana del poliziotto, a differenza della giacca con lo scorpione, resta un oggetto vuoto, senza significato, una citazione tarantiniana posticcia che rappresenta perfettamente il fallimento del film.

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Pier

domenica 2 giugno 2013

Una notte da leoni 3

One man show



Alan compra una giraffa, che poi rimane uccisa in autostrada, provocando un incidente a catena. Rendendosi contro che l'amico è fuori controllo, Phil, Stu e Doug decidono di farlo ricoverare in una struttura che possa aiutarlo. Mentre lo stanno accompagnando, tuttavia, vengono sequestrati da un gangster, Marshall, che abbandona Phil, Stu e Alan nel deserto con un ultimatum: se non riusciranno a ritrovare Mr. Chow e i lingotti d'oro che gli ha rubato entro 72 ore, lui ucciderà Doug. I tre si imbarcheranno in un'odissea attraverso l'America per rintracciare l'indemoniato cinese e riuscire a salvare l'amico.

Il terzo capitolo della saga di Hangover, dopo una trasferta in terra asiatica, torna negli Stati Uniti, andando a chiudersi là dove tutto era cominciato: Las Vegas. Le comiche disavventure del trio di amici questa volta si incentrano quasi esclusivamente sul personaggio di Alan, interpretato magistralmente da Zach Galifianakis: è lui il motivo per cui i tre si mettono in viaggio, lui a mettersi in contatto con Mr. Chow, lui a risolvere la situazione. Stu e Phil sono relegati ai margini della trama, a svolgere il ruolo di spalle dell'esuberanza incontenibile di Alan. Questo meccanismo, nonostante regali momenti davvero divertenti, alla lunga mostra la corda, generando un numero decrescente di risate con il passare dei minuti.

Todd Philips aggiunge con successo un tocco di dramma e di introspezione psicologica a un film nato per essere demenziale, ma perde quel brio e quella comicità istantanea che caratterizzavano il primo capitolo. L'aggiunta di John Goodman e la centralità di Mr. Chow limitano solo parzialmente i danni, riducendo il film a un "Alan show" che sacrifica molti dei punti di forza dei film precedenti.

Una notte da leoni 3 strappa ben più di una risata, ma risulta meno riuscito e divertente dei precedenti, concentrandosi sul personaggio più demenziale e finendo però ironicamente per eliminare la componente allucinata e fuori di testa che avevano fatto il successo del primo film.

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Pier