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martedì 26 ottobre 2021

Venom - La furia di Carnage

In (parziale) difesa dell'idiozia


Dopo gli eventi del primo film, Eddie Brock è tornato a fare il giornalista. Un serial killer, Cletus Kassidy, rifiuta di parlare con altri che con lui. Grazie all'aiuto di Venom, Brock riesce a decifrare i disegni apparentemente insensati nella cella di Kassidy e a scoprire dove sono sepolte le sue vittime. Quando Eddie torna a intervistarlo per l'ultima volta, prima dell'esecuzione della condanna a morte, Kassidy riesce a farlo avvicinare e ad aggredirlo. Nella colluttazione, lo morde, finendo infettato dal simbionte alieno e dando vita a un nuovo nemico: Carnage.

"Squadra che vince non si cambia" è il motto di ogni sequel di film di successo, e sembra anche la strada abbracciata da questo secondo capitolo della saga di Venom. Il primo film ha avuto successo per l'interpretazione sopra le righe di Hardy e l'umorismo facilone? Nel secondo film ritroviamo ambedue le cose, ma questa volta sono decisamente al centro della vicenda. Andy Serkis ha infatti un'idea di regia chiara, e si vede fin da subito: quello che nel primo film sembrava un risultato fortuito, un mix di ingredienti mal combinati che miracolosamente aveva prodotto un piatto appetibile, qui viene invece pianificato e perseguito fin dalle prime scene. 

Serkis sceglie di mantenere l'impianto "anni Novanta" del film, con tanto di origin story in apertura, e punta con decisione sullo humor da adolescenti e la dinamica da buddy cop tra Venom e Brock. Quel che prima era solo accennato, pezzi di un puzzle scombinato e incoerente, diviene qui il cuore del film, la sua trave portante, la sua anima. Un'anima caciarona, certo, con un senso del pudore pressoché assente, personaggi tipizzati e situazioni che sfidano la sospensione dell'incredulità: ma questa volta è tutto voluto, coerente, e coeso. Può non piacere e far storcere il naso, perché riporta l'orologio dei film di supereroi indietro di una ventina d'anni come scelte narrative, estetica, e trattamento dei personaggi: ma è una scelta, e in quanto tale rende il film quantomeno più centrato e focalizzato rispetto al primo capitolo.

Tuttavia, l'assenza di nuove dinamiche fa sì che l'effetto sorpresa che aveva fatto le fortune di pubblico del primo capitolo sia qui del tutto assente. Sappiamo già cosa aspettarci, e raramente veniamo colti di sorpresa, sia dai colpi di scena che dalle battute. A sollevare la qualità media ci pensano, ancora una volta, i due protagonisti: Hardy si diverte un mondo a intepretare il simbionte e il suo ospite Eddie Brock, cui presta un volto segnato dalla vita, stanco, desideroso solo di essere lasciato in pace. Al suo fianco, Harrelson è un Carnage convincente, anche se meno folle dell'originale del fumetto, il che fa un po' perdere d'efficacia il suo confronto con Venom: la narrativa del villain segnato dalla società è abbastanza abusata, e non è affrontata con profondità sufficiente a renderla originale.

Venom: La furia di Carnage è un film che ha il coraggio di essere stupido, facilone, un film di puro intrattenimento. E, tutto sommato, raggiunge il suo obiettivo, anche grazie a un ritmo serrato e a una durata limitata (poco più di 90 minuti, un unicum in un'epoca in cui la durata eccessiva viene spesso scambiata dai registi per valore artistico). 
Tuttavia, è anche un film che viene dimenticato appena usciti dalla sala, e la cui scarsa memorabilità è da attribuirsi soprattutto a una sceneggiatura sì lineare, ma priva di qualunque guizzo creativo. Peccato, perché sarebbe bastato spingere un po' di più sull'acceleratore della follia per ottenere qualcosa di potenzialmente memorabile.

** 1/2

Pier

giovedì 21 giugno 2018

Solo: A Star Wars Story

I have a very average feeling about this





Han è un giovane schiavo che sogna di diventare un pilota. Riesce a fuggire dal suo pianeta unendosi all'esercito imperiale, ma scopre ben presto che la disciplina della vita militare non fa al caso suo. Decide quindi di unirsi a un gruppo di avventurieri, ingaggiato da un misterioso criminale per compiere la rapina del secolo. La missione catapulterà Han in un nuovo mondo, dove si farà nuovi amici (e nemici) e ritroverà a sorpresa vecchie conoscenze.

Solo è una classica storia di formazione, di cui presenta tutti gli stilemi: l'infanzia difficile, il sogno di riscatto, il duro scontro con la realtà, l'incontro con un mentore riluttante e non esattamente edificante, la realizzazione sul proprio posto nel mondo. Tutti questi elementi costituiscono il pane quotidiano di  Ron Howard, che infatti li confeziona con efficienza ed efficacia, da grande artigiano del cinema, realizzando un film con un buon ritmo e che non annoia mai, e che ha il pregio di portarci nei bassifondi della galassia lontana lontana, ancora di più di quanto avesse fatto Rogue One. I fan della prima ora apprezzeranno anche le tante spiegazioni (a volte persino troppe) e citazioni (soprattutto quella finale, una vera sorpresa), che riannodano i fili tra il film e il resto della saga.

La storia di formazione si intreccia con gli stilemi tipici degli heist movie, e ha le sue scene migliori proprio nel tentativo di rapina al treno, adrenaliniche e spettacolari, e nei momenti in cui Han esibisce la sua faccia truffaldina, dandoci qualche sprazzo di una delle caratteristiche centrali del personaggio conosciuto nella trilogia classica. Alden Ehrenreich è convincente nella parte, e ritrare un Han più ingenuo di quello che conosciamo, ma nel quale è possibile intravedere in nuce l'Han che incontreremo a Mos Eisley. Il fatto che Ehrenreich non abbia il carisma di Ford finisce quindi per essere un bene, e per conferire credibilità all'operazione di costruzione del personaggio. Accanto ad Ehrenreich spicca Woody Harrelson, perfetto nel ruolo del mentore usurato dalla vita, e Donald Glover che, seppur meno brillante che in altre occasioni, conferisce un fascino irresistibile al suo Lando. Delude invece Emilia Clarke, che sembra incapace di esibire un numero di espressioni facciali superiore a due.

Il difetto principale del film è che non propone nulla di nuovo. Uno dei pregi della saga di Guerre Stellari è quello di aver sempre provato a fare qualcosa di nuovo: pur con risultati alterni, i vari film hanno sempre cercato di espandere i confini della galassia lontana lontana, o di esplorare nuove strade narrative per raccontare la saga degli Skywalker e dei Jedi. Solo preferisce battere vie conosciute anziché sperimentarne di nuove, e finisce quindi per essere un film godibile ma senz'anima, destinato a essere dimenticato entro poco tempo. Per quanto il risultato ottenuto sia senza dubbio migliore di quello di alcuni episodi meno riusciti della saga, la mancanza di coraggio dimostrata resta una piccola delusione, che limita la capacità del film di restare nel cuore dello spettatore.
Un peccato, perché il personaggio di Han aveva tutte le carte in regola per farci sperare in qualcosa di più.

***

Pier

lunedì 8 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Giustizia personale e giustizia sociale



La figlia di Mildred, madre divorziata residente a Ebbing, Missouri, viene violentata e uccisa. Frustrata dalla mancanza di progressi nelle indagini, Mildred acquista per un anno tre grandi spazi pubblicitari con i quali denuncia l'inefficienza della polizia locale, e in particolare dello sceriffo Willoughby. Nonostante l'ostilità di molti suoi concittadini, in primis il sergente Dixon, Mildred persiste nella sua battaglia per la verità.

Martin McDonagh è un nome che dirà poco ai più, nonostante abbia già girato un film di culto come In Bruges. Il suo tocco e la sua visione sono, tuttavia, inconfondibili, soprattutto per la capacità di muoversi al confine tra farsa e tragedia senza però premere fino in fondo sul pedale del grottesco come fanno ad esempio i fratelli Coen. La sua visione del mondo è cupa, ma non disperata; assurda, ma non surreale. McDonagh è, prima di tutto, uno scrittore fantastico, soprattutto nei dialoghi, ma possiede anche una grande sensibilità per la messa in scena che spesso manca agli sceneggiatori che si improvvisano registi.

Non stupisce, dunque, che Tre manifesti, il suo terzo film da regista, sia uno dei migliori film visti quest'anno: un capolavoro di ritmo, recitazione e, soprattutto, regia, in cui ogni elemento si incastra alla perfezione nel creare un film che intrattiene e fa riflettere, raccontando una storia appassionante e, allo stesso tempo, fornendo un ritratto convincente e non moraleggiante dell'America che ha eletto Trump. Tra una risata e l'altra, McDonagh sferra pugni violenti che ci riportano alla realtà di una società martoriata, il cui tessuto sociale è stato lacerato in modo tanto profondo che sembra quasi impossibile ripararlo. Alla ricerca di giustizia personale di Mildred si accompagna un'evidente assenza di giustizia sociale, che tocca in modo evidente tutti i personaggi. L'alternanza tra risata e riflessione è continua, e tiene lo spettatore incollato alla sedia, incapace di prevedere cosa succederà.

I dialoghi sono perfetti, fulminanti e al tempo stesso profondi, e sono messi in bocca a personaggi veri, ben definiti e costruiti, dal primo all'ultimo, a partire dalla splendida protagonista. Mildred è una donna sola, ruvida, con un'ironia icastica e politicamente scorretta; la vita le ha tolto tutto, tranne la sua dignità e una feroce, incrollabile determinazione ad avere giustizia. Non è l'odio a guidarla, ma l'insoddisfazione, l'incapacità di accettare mezze misure, compromessi, risultati approssimativi. Il suo contraltare è Dixon, un cialtrone qualunquista guidato da un odio talmente radicato in lui da non conoscerne nemmeno le origini. Si sente costantemente minacciato da tutto ciò che è diverso da lui, e non sembra conoscere reazione migliore che la violenza. A metà tra loro sta lo sceriffo Willoughby, un buon padre di famiglia che però non condanna fino in fondo i comportamenti scorretti e pericolosi dei suoi uomini, Dixon in primis; un uomo fatto di contraddizioni, che rappresenta al meglio un paese diviso come l'America di oggi, in cui persino la verità è relativa e non esistono risposte definite.
"Decideremo quando arriveremo lì", dice uno dei personaggi in un momento chiave del film, e questa frase è quasi un manifesto nazionale (e non solo): si naviga a vista, e solo il tempo potrà dirci se la direzione presa è quella giusta.

McDonagh accompagna la sua perfetta sceneggiatura con una fotografia evocativa, fatta di alternanze tra primi piani e campi lunghi che sottolineano la solitudine dei personaggi e, al tempo stesso, la loro estrema vicinanza, il loro collegamento per tramite di quel paese di cui tutti fanno parte, e di cui stanno lentamente martoriando il tessuto sociale.
L'intero cast offre una prova superlativa, da una Frances McDormand alla migliore interpretazione della sua (fantastica, e troppo spesso sottovalutata) carriera - qualcuno le offra la parte principale in un action movie stile Io ti troverò, subito - a un Sam Rockwell poliedrico nel ruolo del farsesco villain Dixon, fino a un Woody Harrelson perfetto per understatement e compassatezza e un Peter Dinklage saggio e autoironico nella sua breve ma intensa parte.

3 manifesti è un film profondamente attuale, che racconta una storia tragica con tocco ironico, ma senza perderne di vista le implicazioni drammatiche e sociali. Un film scritto, girato e interpretato alla perfezione, che si candida a essere una delle sorprese positive sia della nostra stagione cinematografica, sia della stagione dei premi (in cui si è già aggiudicato quattro meritatissimi Golden Globes). Non perdetelo.

*****

Pier

martedì 5 settembre 2017

Telegrammi da Venezia 2017 - #3

Terzo telegramma da Venezia.


The Leisure Seeker (Concorso), voto 7.5. Primo film girato in lingua inglese per Paolo Virzì, ma quasi non ce ne si accorge: The Leisure Seeker ha la stessa freschezza, lo stesso delicato equilibrio tra dramma e commedia che caratterizzano i lavori migliori di Virzì, con il grandissimo valore aggiunto di due interpreti straordinari come Helen Mirren e Donald Sutherland, che ci piacerebbe vedere insigniti di una meritatissima Coppa Volpi di coppia. La storia di Ella e John, un'anziana coppia che fugge dalla malattia su un camper sgangherato, commuove e diverte in egual misura, e fa riflettere anche dopo la visione.

Ex Libris - The New York Public Library (Concorso), voto 5.5. Wiseman decide di raccontare la New York Public Library, ma lo fa senza dare voce a chi la frequenta e senza un chiaro filo conduttore. Il risultato è un film a tratti comunque interessante, ma molto meno riuscito e incisivo di altri suoi lavori. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Three Billboards Outside Ebbing, Missouri (Concorso), voto 8.5. Una donna che vuole giustizia per la figlia violentata e uccisa; uno sceriffo con un cancro terminale; un poliziotto dalla dubbia morale e dall'ancor più dubbio acume: questi i protagonisti della splendida commedia nera di  Martin McDonagh, già regista di In Bruges. Commedia nera rischia però di essere una definizione limitante per un film poliedrico come Three Billboards: scritto e girato divinamente, il film unisce anche satira e analisi sociale, e offre un ritratto perfetto e non banale della rabbia dell'America profonda, rispondendo alla domanda "da dove arriva Trump?" molto meglio di tanti sedicenti esperti, senza indulgere in lezioncine morali. Nessuno è completamente buono, nessuno è assolutamente cattivo: la verità, come sempre, sta nel mezzo. Superbi gli interpreti, da una Frances McDormand mai così tagliente e terribile a un Sam Rockwell perfetto nella parte del cattivo idiota in cerca di riscatto, al bel cameo di Peter Dinklage.

The Third Murder (Concorso), voto 7. Un thriller legale con tinte di dramma, che a dispetto della lentezza della narrazione riesce a raccontare con efficacia una storia che unisce tante solitudini in un unico, tragico destino. Kore-eda Hirokazu dimostra la solita sensibilità e grande abilità registica, creando alcune immagini davvero indimenticabili.


Al prossimo telegramma!

Pier

lunedì 29 luglio 2013

Now you see me

Il trucco c'è, ma non si vede



Quattro prestigiatori vengono convocati da un individuo misterioso che li coinvolge in un suo progetto. Un anno dopo, i quattro, con il nome di Quattro Cavalieri, si esibiscono insieme in uno show di alto profilo, al termine del quale tenteranno un'impresa mai tentata prima: rapinare una banca senza muoversi dal teatro.

Difficile dilungarsi sulla trama di Now you see me: il rischio è di rivelare uno degli innumerevoli colpi di scena, che si susseguono come in un unico, grande numero di magia. Costruito intorno ai protagonisti e alle loro idiosincrasie, il film si avvale di effetti speciali eccellenti, che contribuiscono a creare un'atmosfera di magia e incanto. La trama scorre fluida fino al finale, dove accelera e finisce per perdersi un po', chiudendo con fretta eccessiva tutti i vari filoni narrativi e ripiegando su una didascalica spiegazione che demolisce l'aura di mistero costruita durante il film.
 I personaggi sono bene interpretati, con Jesse Eisenberg, Mark Ruffalo e Woody Harrelson a fare la parte dei leoni. Resta un po' di rammarico per lo scarso sviluppo dedicato ad alcuni di loro, in particolare Henley e Jack, a causa del tempo limitato concesso da un prodotto cinematografico: forse una serie TV, anche di poche puntate, avrebbe reso miglior giustizia sia ai personaggi che alla trama.

Now you see me è un buon film di intrattenimento che, nonostante i difetti del finale, regala divertimento e suspence a sufficienza. Il trucco c'è, ma non si vede, e anche i più scettici si troveranno a seguire con attenzione il dipanarsi del piano dei Quattro Cavalieri, in una sorta di remake magico di Colpo grosso capace di incantare e divertire gli spettatori.

***

Pier