lunedì 30 gennaio 2023

Babylon

 Il lato oscuro dell'innovazione



Hollywood, 1926: il messicano Menny inizia a lavorare nel mondo del cinema come tuttofare, e si fa lentamente strada nel folle mondo della produzione cinematografica nell'epoca del muto. La sua strada si incrocia con quella dell'aspirante attrice Nellie e della star Jack Conrad, e lo trascina in un mondo ricco di follia e magia che sta per essere travolto da una rivoluzionaria invenzione: il sonoro.

Mi scuso in anticipo con i lettori per l'atteggiamento da maestrina dalla penna rossa, ma in questa recensione si impone una premessa metodologica: non è la prima che trovate su queste pagine, e non sarà nemmeno l'ultima. Chi scrive ha enormemente apprezzato Babylon. Se ne scrivessi a mio gusto, questa recensione sarebbe molto più positiva ed entusiastica. Tuttavia, il lavoro del critico, anche se molti sembrano dimenticarlo, non è esprimere le proprie reazioni istintive al film, quanto analizzarlo nel modo più oggettivo possibile, partendo da quelle che sembrano essere le intenzioni del regista e valutando se sia riuscito a raggiungere i suoi obiettivi. Una certa misura di soggettività rimarrà comunque, è inevitabile: ma questo esercizio, se applicato sistematicamente, eviterebbe la polarizzazione di giudizi che si vedono spesso al cinema. Il caso di Babylon è esemplare, con metà dei critici che ha urlato al capolavoro e metà che lo ha definito una mezza ciofeca. La verità, come sempre, sta nel mezzo.

Finita la premessa, veniamo al film: Chazelle torna a guardare al cinema classico, e in particolare al musical, genere principe degli anni d'oro di Hollywood post introduzione del sonoro. Dopo averlo destrutturato e adattato ai nostri tempi in La La Land, Chazelle decide di operare un'altra operazione, questa volta di tipo storico: raccontare il lato oscuro dell'avvento del sonoro. Per farlo, prende il musical per eccellenza che ha raccontato quella storia, Cantando sotto la pioggia, e lo rende uno spettro che aleggia su tutto il film, un'illusione sublimata nel finale, dopo che abbiamo visto quale fosse la realtà nascosta sotto la patina di luci, sorrisi e allegria (esattamente come La La Land si chiudeva con la storia che un musical classico avrebbe raccontato, in opposizione a quella accaduta nella vita reale).


Se Cantando sotto la pioggia ci racconta il successo di chi ce l'ha fatta - delle nuove star, come il personaggio di Debbie Reynolds, e di quelle che riescono ad adattarsi, come il personaggio di Gene Kelly - Babylon si focalizza su chi è stato lasciato indietro, sui rottami di un sistema che porta sull'altare a velocità supersonica per poi trascinare nella polvere ancora più velocemente - un processo, questo, che l'avvento di un'innovazione rivoluzionaria come il sonoro rende ancora più rapido, violento, e spietato. Babylon è, in sintesi, la storia di Lina Lamont, il personaggio di Cantando sotto la pioggia interpretato da Jean Hagen: quella con la voce sgraziata, la recitazione inadatta al nuovo mondo del sonoro, anche un po' antipatica, e che alla fine del film ci sembra giusto abbandonare come un relitto di un'epoca sepolta. 

Chazelle ha l'intuizione (non nuova, ma mai esplorata in modo così corale e approfondito - il precedente più illustre è, ovviamente, Viale del tramonto) di prendere le Lina Lamont di quel mondo e renderle i suoi protagonisti, senza nasconderne nemmeno un difetto: i protagonisti di Babylon sono imperfetti, cialtroni, arrivisti, infedeli, maleducati, incapaci di adattarsi a un'industria che sta diventando tale, smettendo le vesti artigianali e improvvisate delle origini. Il sonoro non cambia infatti solo la componente artistica, ma anche quella produttiva: richiede precisione, attenzione, professionalità; richiede processi regolati, controllati, strutturati. Per gli eccessi non c'è più spazio, solo l'oblio: un pozzo senza fondo, di cui vergognarsi, e da nascondere il più accuratamente possibile, lontano dagli occhi del pubblico e di chi è sopravvissuto - un concetto reso alla perfezione in una delle scene migliori del film, quando un ricco malvivente fuori di testa (interpretato con divertita follia da Tobey Maguire) trascina Manny nella versione horror, ma fin troppo reale, della tana del bianconiglio. 

Per parlare dell'innovazione, tuttavia, il film deve giocoforza raccontarci anche tutto ciò che c'era prima, la "vecchia Hollywood" del cinema muto. Chazelle si ritrova quindi a gestire due anime del film, due messaggi che si intersecano ma che non sempre lo fanno alla perfezione a causa di una bulimia visiva che non sempre il regista sembra controllare appieno. Gli eccessi e gli orrori della vecchia Hollywood occupano tutta la prima parte del film, che ci mostra i nostri protagonisti nel pieno della loro gloria: una gloria fatta di alcol, droga, sicurezza del lavoro inesistente, razzismo, lavoratori sfruttati, morti dimenticati e sacrificati sull'altare del set, e chi più ne ha più ne metta. 


La scena d'apertura è un'orgia visiva che fa impallidire gli eccessi più dirompenti di Fellini, un turbinio di immagini e suoni che travolgono tutti i sensi dello spettatore così come travolgono quelli di Manny, personaggio prospettiva che Chazelle segue con occhio quasi documentarista, catturando tutto ciò che vede e che, come lo spettatore, non riesce pienamente ad assimilare. Non sarà l'unica, ma solo la discesa agli inferi piazzata a fine film e il folle montaggio che lo chiude (lo amerete o lo odierete, non c'è via di mezzo) raggiungono la stessa potenza visiva. 

La trama è spesso sfilacciata, soprattutto nella parte centrale: Chazelle utilizza il montaggio alternato con energia febbrile, e quello analogico con una creatività che avrebbe reso felice Ėjzenštejn. Tuttavia, a volte l'energia va a detrimento della coerenza emotiva e narrativa della storia, e finisce per depotenziare le numerose piccole perle presenti nella sceneggiatura: dialoghi che parlano di cinema, ma finiscono per parlare della vita, resi mirabilmente da un cast in stato di grazia, che riesce a farci empatizzare con tante versioni di Lina Lamont e il loro destino tragicamente crepuscolare. Brad Pitt è un divo dolente, che vive la sua celebrità con malinconico divertimento e distaccato cinismo. Margot Robbie dà vita a una moderna baccante, che travolge tutto ciò che incontra, una vera star anche quando non è ancora famosa, con un'energia traboccante al punto di essere autodistruttiva: le sue scene di danza sono obnubilanti, viscerali, ancestrali. Jovan Adepo ha una parte più marginale, ma anche una delle scene emotivamente più devastanti del film, in cui vediamo gli effetti del razzismo nei suoi occhi, sul suo viso, e nel suo cuore. A brillare, però, è soprattutto Diego Calva, il vero protagonista del film: il suo Manny è lo spettatore, trascinato in un mondo che non comprende ma lo affascina come un gioco di prestigio, nonostante lo squallore umano e organizzativo. Per Manny il cinema è qualcosa di permanente e immutabile, cui vuole prendere parte, anche solo per un attimo, qualunque sia il prezzo da pagare.

Babylon è un film indubbiamente imperfetto, esaltato e al tempo stesso fagocitato dalla folle ambizione di un regista che vuole fare un film personale e al tempo stesso di intrattenimento, spettacolare e al tempo stesso intimista. Spesso il giocattolo gli sfugge di mano, sbanda, va fuori strada. Però, in qualche modo, riesce sempre a rientrare in pista, e nel complesso risulta impossibile non ammirarne almeno in parte la geniale follia. Non è il capolavoro di Chazelle, come ha sostenuto qualcuno. Stroncarlo, tuttavia, dimostra una miopia incomprensibile, quasi che si volesse punire il regista per le eccezionali capacità che dimostra nonostante la giovane età (38 anni), o che si volesse negargli la possibilità di portare in scena la propria visione: una visione che trasuda un eccesso di confidenza, forse persino tracotanza, ma che produce un'estasi visiva che lascia a bocca aperta, intrattenendo attraverso l'immagine prima ancora che con la parola. Una visione, in sintesi, che incarna l'idea stessa di cinema.

*** 1/2

Pier


mercoledì 11 gennaio 2023

The Fabelmans

La magia di un mestiere


Il film racconta l'infanzia di Sammy Fabelman, dalla scoperta del cinema a sei anni fino al suo tentativo di iniziare una carriera da regista. Nel mezzo, i trasferimenti per il lavoro del padre e il rapporto con i genitori - inventore lui, pianista mancata lei - e le sorelle. 

C'è un trend impossibile da ignorare nel cinema degli ultimi anni, che vede grandi registi affermati riflettere sul proprio passato, con film autobiografici ricchi di nostalgia (è il caso di Cuarón e di Sorrentino, e in parte anche di Iñárritu), o su quello della propria arte (è il caso di Tarantino, di Scorsese e di Chazelle e, in parte, anche di P.T. Anderson). 

Spielberg unisce queste due tendenze, realizzando un memoir che è anche un inno al cinema - non alla magia della sala e delle immagini in movimento, come in Nuovo Cinema Paradiso, ma proprio al fare cinema, al mestiere, al duro lavoro e all'inventiva che stanno dietro a ogni film, dai grandi blockbuster fino ai film scolastici. Laddove Totò, alter ego di Tornatore in NCS, è uno spettatore appassionato, onnivoro e sognante, Sammy, l'alter ego del giovane Spielberg, fa e vuole fare cinema, non si limita a guardarlo: salvo che nella scena d'apertura vediamo raramente Sammy come spettatore, e solo per pochi istanti. Spendiamo invece tantissimo tempo con lui che cerca la sua strada come cineasta: lo vediamo superare difficoltà tecniche con grande ingegno, affrontare le prime indicazioni registiche a un attore, studiare inquadrature  (vedere Spielberg bambino che spiega la Spielberg face è un inside joke davvero soddisfacente) e, soprattutto, combattere con le resistenze del padre, che lo vorrebbe a fare un lavoro "vero." 

I film artigianali di Sammy sono una storia nella storia, piccoli capolavori di creatività che Spielberg si è palesemente divertito a rigirare in versione migliorata ora che ha a disposizione esperienza e budget. Il film di guerra è un piccolo gioiello, ma a brillare è il meno spettacolare filmato della gita scolastica: un'epopea giovanile degna di Un mercoledì da leoni in cui dei ragazzi diventano per un giorno eroi epici, comici, e drammatici - una perfetta rappresentazione del potere del cinema e del racconto per immagini, capace di creare miti dal nulla.

La storia della sua passione crescente si intreccia con quella del declinante matrimonio dei genitori, due anime uniche e profondamente diverse, che si amano ma non sono fatte per stare insieme: il padre, pioneristico ingegnere informatico, è calmo, metodico, preciso, schivo; la madre, pianista mancata, è irrequieta, saltabeccante, disordinata, e deve essere sempre al centro dell'attenzione. La loro differenza è chiara fin dalla prima scena, quando stanno accompagnando il giovane Sammy al cinema: il padre gli spiega come funziona la tecnologia alla base del cinema, la madre gli parla della magia e dei sogni che le immagini in movimento sono in grado di creare. 

Spielberg mette in scena una famiglia sgangherata, complessa e multiforme, in cui i non detti prevalgono sulle parole e la tensione si muove sotterranea, accumulandosi lentamente fino ad arrivare al punto di rottura. Una famiglia, quella di Sammy, che ricorda da vicino quelle disfunzionali di alcuni grandi romanzi americani (viene subito in mente Le correzioni), ma guardata con sguardo dolce e partecipe. Spielberg e Kushner, che firma con lui la sceneggiatura, sono molto attenti a gettare uno sguardo benevolo su ambedue i personaggi, nonostante quello della madre risulti istintivamente più insopportabile per il suo infantilismo: l'operazione riesce sia perché la sua principale qualità (l'amore e l'incoraggiamento per il figlio) è centrale per la passione di Sammy, sia grazie alla superba prova di Michelle Williams, che riesce a trasmettere alla perfezione la dolcezza e la fragilità che si nascondono dietro la teatralità e i capricci. Accanto al nucleo familiare dei Fabelmans si muovono personaggi memorabili, dal belloccio con una segreta sensibilità artistica al meravigliosamente strambo zio Boris, passando per un famosissimo regista il cui incontro (avvenuto esattamente nelle modalità descritte nel film) segnò la carriera del giovane Spielberg: non diciamo chi sia per lasciare allo spettatore il piacere di godersi la scena in cui fa la sua comparsa.

The Fabelmans non colpisce forte al cuore quanto alcuni dei film menzionati in apertura (È stata la mano di Dio su tutti), ma è scritto con maggiore coesione e precisione, senza sbavature. È una perfetta summa del cinema di Spielberg, nonché un grande esempio di sceneggiatura e, soprattutto, di regia nel suo senso più importante e, al tempo stesso, più dimenticato, quello che il giovane Sammy intuisce in un dialogo con il padre manager: il saper tirare le fila, la direzione efficace di tutte le parti, tutti gli artisti che lavorano su un film, per realizzare una visione di insieme. 
Spielberg realizza un film personalissimo, che racconta non solo la sua vita ma anche il suo lavoro, quello che ancora oggi svolge con grande passione e che è nato su set artigianali, fatti di treni giocattolo, costumi raffazonati, e puntine da disegno. In fondo, anche se molti blockbuster fanno di tutto per farcelo dimenticare, il cinema è fatto di piccole cose: di passione, creatività, ingegno, e sudore - della gioia di un sorriso, e delle sofferenze che nasconde; dello sguardo meravigliato di un ragazzo, e di quel momento di spasmodica attesa prima che anche noi possiamo scoprire cosa abbia visto.

**** 1/2

Pier