mercoledì 29 dicembre 2010

La banda dei Babbi Natale

Una comicità fuori dal tempo



Aldo, Giovanni e Giacomo sono tre amici con molti problemi. Il primo è un fannullone fissato con le scommesse, mantenuto da una ragazza che ora non vuole più saperne di lui. Il secondo ha due mogli, una in Svizzera e una in Italia, e non riesce a decidersi su quale delle due tenere. Il terzo è ossessionato dal ricordo della moglie morta, e non riesce a ricominciare una nuova vita nonostante le opportunità non gli manchino. La loro squadra di bocce, inoltre, è l'eterna seconda del torneo provinciale, che provano inutilmente a vincere da quattro anni. La notte di Natale i tre vengono arrestati mentre cercano di introdursi in un appartamento vestiti da Babbo Natale. Il reato sembra evidente, ma il loro racconto comincia a far vacillare le certezze del commissario di polizia.

Il nuovo film di Aldo, Giovanni e Giacomo torna sui toni che ne avevano sancito il successo cinematografico, avvalendosi di una comicità semplice, onesta, senza volgarità ed eccessi. I sorrisi prevalgono sulle risate (che pure non mancano), e si alternano con momenti di velata tristezza. Mancano però quella struttura narrativa e quel sottotesto di messaggi e significati che avevano fatto grande quello che ad oggi rimane il miglior film del trio, Chiedimi se sono felice, in cui comicità e vicende umane si fondevano alla perfezione, inserendosi nel solco della grande commedia all'italiana.
La banda dei Babbi Natale ripiega su una storia più semplice e sconnessa, strutturata per quadri ed episodi, che si rifà più alla comicità milanese, fatta di battute educate e di adorabili pasticcioni. Il breve cameo di Cochi Ponzoni sembra suggellare questo legame con la tradizione meneghina, che diventa esplicito fin dalla prima scena, in cui si vede un piccolo Duomo sotto vetro che diventerà uno dei leit motiv del film. Il trio si concede anche alcune citazioni d'autore molto riuscite, tra tutte il Giovanni bocciofilo che fa il verso al giocatore di bowling reso immortale da John Turturro nel Grande Lebowski.

Aldo, Giovanni e Giacomo offrono una buona prova corale nonostante la ripetitività di alcuni atteggiamenti, in particolare dell'attore siciliano. Accanto a loro troneggia una splendida Angela Finocchiaro, magnifica poliziotta-madre di famiglia, che ascolta pazientemente le disavventure dei tre e finisce per imparare anche qualcosa su se stessa e sulla vita.
La regia è semplice e scolastica, ma serve al meglio lo scopo del film, senza inutili virtuosismi e con un'ottima fotografia di Milano.

La Banda dei Babbi Natale è un ottimo film di svago, senza alcuna pretesa intellettuale ma anche senza quelle volgarità che caratterizzano i cinepanettoni, e permette di passare una piacevole ora e mezza in compagnia di tre simpatiche canaglie che forse, in fondo, tanto canaglie non sono.

***

Pier

Lussuria - Lo sconsiglio: puntata #10


Lussuria


Se il regista fosse stato Tinto Brass lo si sarebbe archiviato come la solita maialata. Dato che lo ha fatto Ang Lee si è parlato di poesia delle immagini e dei corpi. E no, Visconti non c'entra proprio nulla.

Livello di sconsiglio:

****

Pier

sabato 25 dicembre 2010

Stanley Donen - I dimenticati: puntata 8

Il dimenticato di oggi è Stanley Donen, spesso conosciuto solo come regista di genere ma in realtà autore poliedrico e geniale. Regista e coreografo, contribuì a rendere grande il musical realizzando alcuni dei più grandi capolavori del genere e dirigendo le due maggiori star dell'epoca, Gene Kelly e Fred Astaire, ma allo stesso tempo realizzò alcuni dei più grandi classici del cinema "tradizionale".

Nato a Columbia, nel South Carolina, dopo l'università Donen si trasferì a New York per cercare fortuna come ballerino. Dopo qualche esperienza a teatro, durante le quali conosce Gene Kelly, comincia a lavorare nel cinema, debuttando nel 1943 come ballerino nel musical Best Foot Forward, prodotto dalla MGM.
Il suo esordio da regista avviene però solo nel 1949 con il musical Un giorno a New York, primo della storia a essere girato in esterni. Il film è lo scanzonato racconto della giornata di libertà di tre marinai, magistralmente interpretati da Frank Sinatra, Gene Kelly e Jules Manshin, che trovano l'amore nella Grande Mela nonostante abbiano solo 24 ore di congedo.

La felicità scanzonata ma velata di tristezza del film rimarrà un marchio di fabbrica dei film di Donen, anche se la sua tecnica registica si evolverà notevolmente, a partire già dalla successiva pellicola, Sua altezza si sposa, dove si trovano due scene memorabili: nella prima Astaire balla con un appendiabiti, e il lavoro di Donen a coreografia e regia riesce a rendere realistica e spettacolare la danza con un oggetto inanimato, che anche grazie alle doti eccezionali di Astaire sembra quasi prendere vita. La seconda è probabilmente uno dei momenti più famosi della storia del musical, in cui Astaire balla sul muro e sul soffitto. La scena è realizzata con una maestria e una soluzione di continuità tali che per un attimo fanno pensare che non ci sia alcun effetto ottico e che quel ballo assurdo e fantasioso stia accadendo realmente sotto i nostri occhi.


Il film successivo di Donen è probabilmente anche il suo capolavoro: Cantando sotto la pioggia (1952). La storia del passaggio del cinema dal muto al sonoro è raccontata con una fantasia e un'esplosione di musica e vitalità senza precedenti. Le coreografie e la regia supportano al meglio la fisicità e il talento di Gene Kelly, in un turbino di citazioni e di "dietro le quinte" del mondo cinematografico che non perde di ritmo nemmeno un secondo e risulta irresistibilmente affascinante anche per chi non ama il musical. Alcune musiche sono memorabili, da quella che dà il titolo al film a Make 'em laugh, passando per Good Morning. La regia è semplicemente eccezionale nella sua capacità di proporre continue trovate senza per questo perdere di vista il filo della storia, e il risultato è quella che è una pietra miliare del cinema.

Questo film fu solo il preludio di altri grandi classici come Sette Spose per Sette Fratelli (1953), E' sempre bel tempo (1955) e Cenerentola a Parigi (1957), questi ultimi ancora con Gene Kelly ad affiancarlo come coreografo e attore protagonista. L'alterno successo commerciale di questi film e del musical in generale lo portano a virare su generi differenti, e così nel 1958 realizza Indiscreto, una storia di amore e tradimento molto particolare e poco tradizionale con Cary Grant e Ingrid Bergman. Nel 1960 firma L'erba del vicino è sempre più verde, uno dei grandi classici della commedia hollywoodiana, in cui dirige Cary Grant, Deborah Kerr e Robert Mitchum in una storia quasi teatrale perfetta per tempi e meccanismi.

Il vero capolavoro non musicale di Donen è però costituito da Sciarada (1963), splendido thriller hitchcockiano con Cary Grant, Audrey Hepburn e un inedito Walter Matthau. La trama si dipana in modo semplicemente perfetto, tra colpi di scena, tradimenti e doppi giochi, e il ritmo e la suspence sono degni di quelli dei maestri del genere. La storia di Reggie, giovane donna sospettata dell'omicidio del marito e coinvolta in un gioco di potere più grande di lei, ricorda da vicino quella del protagonista di Intrigo Internazionale, e la presenza di Grant al fianco della Hepburn rafforza i motivi di somiglianza.

I film successivi di Donen sono meno memorabili dei precedenti, ma tuttavia si possono individuare delle piccole perle come Due per la strada (1967) e Il piccolo principe (1974). Nel primo Donen racconta attraverso continui salti temporali la storia del matrimonio tra Joanna e Mark, magistralmente interpretati da Audrey Hepburn e Albert Finney. Il film è sorretto da un'eccellente sceneggiatura, che ricevette anche una nomination all'Oscar, ed ha un carattere estremamente innovativo sia nella messa in scena sia per la modalità con cui viene trattata la storia d'amore tra i protagonisti.
Il secondo è un adattamento musicale del romanzo di Saint-Exupery, in grado di regalare momenti di pura magia come l'incontro con la volpe (uno splendido Gene Wilder) e quello con il serpente interpretato da un inquietante Bob Fosse, il quale ci regala un numero di ballo di altissimo livello e modernità che sarà la fonte di ispirazione per tutto il bagaglio coreografico di Michael Jackson, moonwalk compreso.



Donen è stato indubbiamente il padre del musical moderno: la sua capacità di innovare continuamente, di uscire dagli schemi, di rinnovare il linguaggio del genere sono alla base di tutta la moderna produzione di commedie musicali. Allo stesso tempo, però, sarebbe un errore considerarlo "solo" un regista di musical: Donen ha infatti diretto capolavori di generi differenti, che spaziano dal thriller alla commedia, meritandosi di diritto un posto tra i grandi di Hollywood, diritto riconosciutogli dall'Academy nel 1998 con l'Oscar alla carriera, un Oscar ritirato come solo lui poteva fare: danzando.

Pier

giovedì 16 dicembre 2010

Megamind

La capacita' di cambiare



Metroman e Megamind sono due bambini alieni spediti dai genitori lontano da un pianeta prossimo alla distruzione.Una volta arrivati sulla Terra, il primo diventa subito il beniamino delle folle e il supereroe di Metro City. Il secondo, dotato solo di una grande intelligenza, e' costretto a reinventarsi come supercattivo per essere qualcuno.
Dopo anni di infruttuosi tentativi, Megamind sembra essersi finalmente liberato di Metroman, ma la vita del vincitore si rivelera' diversa da quella che si aspettava.

Megamind riprende il tema dei supereroi con problemi "normali" già portato al cinema con maggiore originalità da Gli Incredibili della Pixar. Nel farlo si concentra però su un supercattivo, analizzandone le motivazioni nello scegliere la strada del male e i processi psicologici che lo porteranno a cambiare. La prima parte del film è anche la migliore, in quanto l'infanzia di Megamind e la sua continua contrapposizione con Metroman sono allo stesso tempo un'eccellente parodia del genere superoistico e un ottimo momento di instrospezione dei personaggi, conditi anche da molte risate. Il proseguio del film è comunque interessante e divertente ma perde quell'originalità che contraddistingue la prima parte, regalando pochi momenti di vero stupore.

La Dreamworks conferma ancora una volta di essere un'ottima casa di produzione per l'animazione, mancante però di quello scarto creativo in grado di porla sullo stesso livello della Pixar o di alcune case indipendenti. I mezzi ci sono, il talento anche: la sensazione è quindi che si preferisca la strada conosciuta, che porta profitti sicuri e attira i giovanissimi, piuttosto che puntare su qualcosa di più innovativo e alzare il livello del messaggio e dei contenuti.

Megamind resta comunque un film divertente, ben disegnato e con eccellenti scene d'azione, perfetto per passare un paio d'ore in allegria. Manca però di quella verve e di quel potenziale che lasciavano intravedere i primi prodotti della casa di Spielberg.

***


Pier

venerdì 10 dicembre 2010

Rapunzel - L'intreccio della torre

Classico e moderno



Rapunzel sta per compiere diciotto anni, ma non e' mai uscita dalla torre dove sua madre la tiene segregata con la scusa di proteggerla dal mondo esterno. In realta' i suoi lunghissimi capelli biondi possiedono proprieta' curative, che la madre sfrutta per rimanere giovane.
La banalita' della vita della ragazza viene sconvolta quando Flynn Rider, il bandito piu' ricercato del regno, si rifugia nella sua torre per sfuggire alle guardie del re. L'incontro permettera' a Rapunzel di fuggire, scoprendo il mondo e facendo luce su alcuni punti oscuri del suo passato.

Il cinquantesimo classico della Disney e' la prima fiaba realizzata in computer grafica anziche' con il disegno a mano. Il risultato e' un eccellente mix di novita' e tradizione, in cui le caratteristiche storiche dei film d'animazione Disney sono esaltate dalla nuova tecnologia.
La storia e' divertente e ben orchestrata, le musiche sono le migliori da molto tempo a questa parte (su tutte quelle cantate dalla madre di Rapunzel), l'animazione e il disegno sono eccellenti e regala scene di pura magia, su tutte quella delle lanterne volanti.
I protagonisti sono convincenti e, pur rimanendo in parte legati agli stereotipi di principe e principessa, presentano anche degli elementi di novita' che li rendono freschi e interessanti.

La vera forza del film, tuttavia, sono i personaggi secondari, a partire dagli animali, finalmente non parlanti e sfruttati appieno nelle loro capacita' mimiche e facciali. Il camaleonte sembra uscito dal cinema muto per la sua forza espressiva, e il cavallo-cane da caccia e' semplicemente esilarante in alcuni momenti del film. Ugualmente convincenti sono i malviventi che aiutano Rapunzel, ciascuno con un sogno talmente particolare e bizzarro da risultare comico e commovente al tempo stesso. Menzione speciale per il vecchietto ubriacone, che strappa la risata piu' sincera quando appare per la prima volta.
La madre di Raperonzolo e' un villain convincente e moderno, malvagia ma con punte di umanita' che la rendono un personaggio piu' reale e temibile.

Rapunzel si colloca di diritto nell'Olimpo delle grandi fiabe Disney, cui aggiunge un tocco di freschezza e novita' che potrebbe segnare un'evoluzione verso un tipo di animazione piu' moderno, ma in grado comunque di regalare quei voli di fantasia e quella magia per adulti e bambini che, pur con qualche passo falso, solo la casa di Topolino sa regalare.


****1/2

Pier

giovedì 9 dicembre 2010

Lo sconsiglio #9 - Il favoloso mondo di Amelie


Il favoloso mondo di Amelie

Le espressioni di Audrey Tautou e il messaggio che questo film vorrebbe trasmettere sono talmente finti che sembrano contraffatti dai cinesi.

Livello di sconsiglio:

***1/2


Pier

venerdì 3 dicembre 2010

Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni

L'inutilità della vita, l'inutilità di un film



Helena è appena stata lasciata dal marito Alfie per una donna più giovane. La figlia Sally la convince a affidarsi alle "cure" di una maga, pur sapendo che si tratta di una ciarlatana, sperando che la cosa le porti sollievo. Nel frattempo la stessa Sally affronta la crisi del suo matrimonio con Roy, scrittore in crisi di ispirazione, e si sente attratta dal suo nuovo capo, il direttore di un'importante galleria d'arte.

L'ultimo film di Woody Allen può essere riassunto con una sola parola: inutile.
Inutile perchè non aggiunge nulla alla carriera del grande regista, in quanto non è nè un deciso e meraviglioso stacco con il passato (Match Point), nè un felice ritorno alle origini (Basta che funzioni). Inutile perchè non riesce ad essere nemmeno un divertissment, una variazione sul tema delle nevrosi alleniane in grado comunque di divertire e coinvolgere lo spettatore, (Criminali da strapazzo, La maledizione dello scorpione di giada) pur rimanendo lontano dai suoi capolavori del passato.

Inutile perchè spreca un numero spropositato di attori eccellenti dando loro personaggi senza spessore, ruoli senza senso e battute banali, infilandoli a viva forza in una trama senza nè capo nè coda. Così Naomi Watts sembra continuamente in preda a un tic nervoso, Brolin risulta monoespressivo, Hopkins totalmente fuori parte, Banderas bolso e poco credibile.
Si salva come sempre la colonna sonora, ma è una goccia nel mare.

La voce fuori campo che introduce il film illude, parlando dell'inutilità della vita e dell'amore, tematiche care a Woody fin dagli esordi. Ma alla fine il film fa riflettere solo sulla propria inutilità, sulla pretenziosità di girare un film corale senza la necessaria struttura narrativa e una sceneggiatura solida alle spalle.
In un post precedente ho scritto che Anything Else era il peggior film di Woody Allen. Bene, mi devo ricredere: Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni lo batte a mani basse.

*

Pier

lunedì 29 novembre 2010

Lo sconsiglio #8 - Anything Else


Anything Else


Anything Else non è il titolo, ma la risposta data dal fan medio di Woody Allen quando gli viene chiesto cosa preferirebbe vedere in alternativa a un film con Jason Biggs.

Poche battute riuscite non lo salvano dall'etichetta di peggior film alleniano.

Livello di sconsiglio:

****


Pier

domenica 21 novembre 2010

Harry Potter e i doni della morte - Parte 1

Dark con humour



Con la morte di Silente, il potere di Voldemort cresce sempre di più. Harry riesce a sfuggire a ben due agguati e, accompagnato solo da Ron ed Hermione, si mette alla ricerca degli horcrux, oggetti in cui Voldemort ha nascosto parte della sua anima. Durante la ricerca, i tre si imbattono a più riprese nella leggenda dei doni della morte, che sembra nascondere un fondo di verità e potrebbe giocare un ruolo nella sfida contro i maghi oscuri.

Il penultimo capitolo di Harry Potter, a dispetto dei trailer, non è affatto il più dark: il Prigioniero di Azkaban (ad oggi probabilmente il migliore della saga) aveva toni molto più cupi, senza alcun momento di speranza e nessuna prospettiva per i protagonisti. La prima parte de I doni della morte, invece, alterna momenti di commozione e tristezza a momenti di humour di ottima qualità, avvicinandosi più ai classici della commedia nera britannica che a un fantasy. Il risultato è un film molto interessante e non banale, in cui la vicenda "magica" non fa perdere di vista le emozioni e l'evoluzione caratteriale dei protagonisti, che si trovano per la prima volta a dover affrontare la vita da soli.

La fotografia è a tinte fosche e cupe, tendenti al grigio, ma la tensione è come detto spesso stemperata da una sceneggiatura di ottima fattura, agevolata anche dalla scelta (azzeccata) di dividere l'ultimo capitolo in due episodi. Questo permette al film di concentrarsi sui protagonisti e non solo sui momenti di azione e gli inseguimenti, facendo risaltare le prove dei giovani attori, e in particolare di Ron-Rupert Grint il quale, se deciderà di continuare a recitare, promette di diventare un attore eccellente. Il cast di contorno funziona perfettamente, ma sarebbe difficile aspettarsi altro visti i nomi coinvolti.
Yates, dopo l'esordio poco convincente de L'ordine della fenice, sembra aver preso in mano con decisione le redini della saga. Il ritmo è alto, e per una volta anche chi non ha letto il libro innumerevoli volte riesce a seguire la vicenda. La regia supporta e combina con successo tutti gli elementi sopracitati, creando un film che si candida seriamente ad essere uno dei migliori blockbuster prodotti negli ultimi anni.

***1/2

Pier

martedì 16 novembre 2010

Lo sconsiglio # 7 - Eyes Wide Shut


Eyes Wide Shut

Stiamo pur sempre parlando di Kubrick, quindi il film visivamente è comunque ottimo. Ma credo che lo stesso Stanley, se potesse, negherebbe di averlo mai girato.

Livello di sconsiglio:

***

Pier

sabato 13 novembre 2010

Stanno tutti bene

La garanzia di un attore come De Niro


Robert De Niro è Frank Goode, un lavoratore americano in pensione. Quando i suoi figli li comunicano che non sarebbero stati in grado di andarlo a trovare per Natale, Frank, contro il consiglio del medico, prende il treno, attraversa l'America, e li raggiunge uno ad uno. La realtà non è quella che Frank aveva immaginato, e la vita dei figli non è così rosa e fiori come gli veniva raccontata.

Stanno tutti bene è la versione americana del film omonimo di Tornatore del 1990. Sebbene il film italiano era noioso e ripetitivo, con una morale chiara ma poco concreta, Kirk Jones è magistrale nel costruire il film attorno ad un De Niro inedito e di poche parole. Questo splendido attore abbraccia una recitazione pulita e diretta, orientata a comunicare la convinzione apparente del protagonista della vita perfetta dei figli; Frank, solo adesso capisce gli errori fatti in buona fede, conseguenza del suo desiderio di far vivere ai propri figli una vita migliore.

Il film è fortemente emozionale e per molti aspetti ne richiama un altro simile: A proposito di Schmidt. In fase crepuscolare, due grandissimi attori come Nicholson e De Niro, si calano nei panni di due anziani che ripensano malinconicamente alla loro vita; se nel film di Nicholson il rapporto con la figlia è marginale, in Tutti stanno bene, il focus è proprio la dimensione paterna di De Niro e dove i figli sono la materializzazione del suo fallimento come padre. Il regista è straordinario nel sottolineare la bontà di Frank e la sua buona fede negli atteggiamenti, ed è proprio questo a dare una forte dimensione emozionale al film; si percepisce infatti la grande sofferenza del protagonista dovuta alla consapevolezza di essere la causa di tutti i mali dei figli.

Gli attori sono pazzeschi, con un De Niro nuovo, ma anche con Drew Barrymore e Sam Rockwell in grande spolvero; il film è costruito bene, mai banale né noioso e con una dimensione emozionale davvero inaspettata.

****
Alessandro

martedì 9 novembre 2010

The Social Network

A scuola di sceneggiatura



Mark Zuckerberg e' un giovane genio dell'informatica con una scarsa vita sociale. Studente ad Harvard, vuole assolutamente entrare a far parte dei club piu' esclusivi per mettersi in vista.
Dopo aver rischiato l'espulsione per aver violato il server dell'universita', mette a punto, ispirandosi a un'idea espostagli da due studenti, il social network denominato Facebook. Il sito diventa realta' grazie al contributo economico del suo migliore amico, Eduardo Saverin. Man mano che il sito acquista popolarita', pero', i due amici iniziano ad allontanarsi. Mark viene denunciato dai due studenti che avevano avuto l'idea originale e, dopo una violenta lite, si trovera' a dover affrontare anche Eduardo davanti a un tribunale.

The Social Network racconta la storia della creazione di Facebook attraverso diverse prospettive, mantenendo pero' sempre al centro il personaggio di Mark, magistralmente interpretato da Jesse Eisenberg. Nevrotico, nerd e sociopatico quanto geniale, Zuckerberg viene presentato fin dalla prima scena come una persona con un fortissimo desiderio di inclusione e di celebrita'. Questa e' la molla che lo spinge a creare Facebook e a diventare il piu' giovane miliardario della storia.
Il film e' costruito su una continua alternanza tra presente e passato, attraverso un sapiente utilizzo del flashback. La fotografia e' ottima, e raggiunge picchi di eccellenza nella scena della gara di canottaggio. La regia e' essenziale, senza fronzoli, e permette allo spettatore di concentrarsi sui punti forti del film, i personaggi e la sceneggiatura. I primi sono ben costruiti, con caratteri approfonditi e definiti, e sono interpretati da un eccellente cast di giovani attori.
La sceneggiatura di Aaron Sorkin (vero "autore del film, piu' del regista David Fincher) e' a dir poco magnifica: dialoghi stringenti, monologhi memorabili, battute secche e taglienti come la lama di un rasoio. Il ritmo e' alto, la tensione non cala mai, e la trama scorre veloce e senza ostacoli verso il finale, splendido ed efficace nella sua semplicita'.

The Social Network e' un ottimo film e una bella metafora della societa' d'oggi, in cui il desiderio di ricchezza e l'informatizzazione spesso fanno perdere di vista quei legami e quelle relazioni che invece sembrerebbero facilitare. Da vedere.

****1/2

Pier

lunedì 8 novembre 2010

Potiche

La rivincita delle belle statuine



Suzanne è la bella moglie di un ricco industriale, Robert Pujol, fedifrago e sgradevole, assai impopolare tra gli operai della fabbrica che ha ereditato dal suocero. La sua totale indifferenza alle istanze sindacali porta i dipendenti a decidere di sequestrarlo. Suzanne riesce a farlo liberare intercedendo per lui presso Babin, sua fiamma di gioventù divenuto un importante politico comunista. La tensione provoca un infarto a Robert, costringendolo a essere ricoverato in ospedale. Suzanne prende quindi il controllo dell'azienda, rivelandosi migliore del marito nella gestione del rapporto con gli operai e dell'intera attivitá aziendale. Robert si sente peró tagliato fuori, e dopo aver tentato inutilmente di convincere Suzanne a farsi da parte, inizia a tramare contro di lei.

Ozon ritorna con un'altro film al femminile ma, a differenza di Otto donne e un mistero, questa volta il rapporto con l'altro sesso è uno dei temi centrali. Suzanne passa dall'essere la statuina che orna la vita del manager a essere il manager, ottenendo risultati eccellenti grazie alla sua sensibilitá e al buon senso, dote che sembra invece mancare a tutti gli uomini del film, dal pessimo marito Robert al migliore ma non certo perfetto Babin.
Potiche è una commedia dal sapore un po' retró, apparentemente leggera ma che in realtá offre molteplici piani di lettura, primo fra tutti il tema dell'emancipazione femminile. Il film è sorretto da una sceneggiatura ricca di ritmo e da personaggi secondari indovinati, ma soprattutto da un cast stellare, capitanato da una splendida Catherine Deneuve, perfetta nel ruolo della protagonista, e da un intramontabile Gerard Depardieu, uomo diviso tra il dovere del partito e un sentimento mai sopito per Suzanne.

Potiche diverte, commuove e fa riflettere, il tutto con leggerezza e con quel sottile cinismo che e' un tratto distintivo della commedia francese e che regala al film le sue battute migliori.

****

Pier

giovedì 4 novembre 2010

Lo sconsiglio #6 - Cosa voglio di più


Cosa voglio di più

Se in un film la cosa migliore sono Favino e la Rohrwacher nudi, dato che non parliamo esattamente di Mister e Miss Universo significa che c'è qualcosa che non va.

Livello di sconsiglio:

****

Pier

lunedì 1 novembre 2010

Maschi contro femmine

Una comicità tutta italiana


Il film ruota intorno alle storie sentimentali di 5 amici. Walter (De Luigi), allenatore di pallavolo, a causa di un'astinenza prolungata con la moglie, finirà per cedere alle avances di una sua giocatrice; Diego (Preziosi), scapolo di successo e playboy incallito, si innamorerà della vicina di casa, ambientalista e radical chic, con la quale si era creato un rapporto basato sull'insulto quotidiano; infine, Marta ed Andrea (Vaporidis) sono due studenti universitari, amici inseparabili che condividono la stessa ragazza, ma che finiranno per abbandonarla quando la loro amicizia comincia a risentirne.

Il film è impostato come la maggior parte delle commedie italiane, da Ex a Gli amici del bar Margherita, dove la conoscenza dei protagonisti e il loro punto di ritrovo rappresentano il collante del racconto a più storie che si dipanano coprendo diversi aspetti di uno stesso tema: nel caso di Maschi contro Femmine, la vita sentimentale.

Quand'è che il gioco funziona? Quando le storie raccontate non sono fini a se stesse ma diventano pezzi di un mosaico dal quale è possibile riconoscere e comprendere la figura nella sua completezza. Maschi contro Femmine è uno di questi casi, dove ciascuna vicenda è integrata all'altra non tanto per raggiungere l'ora e mezza di film, ma per coprire una tematica che, sebbene trita e ritrita, è impostata in modo non banale e con cognizione di causa.

Non boccerei nessuna delle storie raccontate, gli attori sono tutti convincenti (chi più e chi meno) e gli sketch, presi nella loro singolarità, sono francamente divertenti.

Un film consigliato per passare un pomeriggio divertente e senza troppo impegno.

***
Alessandro

mercoledì 27 ottobre 2010

Post Mortem

Quando il privato diventa storia



Mario Corneo e' un impiegato statale nella Santiago del Cile del 1973. Lavora all'obitorio, dove trascrive le autopsie. Il suo lavoro, solitamente tranquillo, diventa improvvisamente frenetico a causa del colpo di stato di Pinochet, che genera migliaia di morti. I sostenitori di Allende che sono riusciti a fuggire vengono cercati, stanati e uccisi. Per salvare la sua vicina di casa, Nancy, di cui e' segretamente innamorato, Mario la nasconde nella sua soffitta, dove viene successivamente raggiunta da un altro sostenitore di Allende, che si rivela essere il suo amante.

Il terzo lavoro di Pablo Larrain ha la morte come protagonista indiscussa. Fin dal titolo, Post Mortem, il film inizia a interrogarsi sulla fine della vita, sulle sue conseguenze e sulle reazioni di chi resta. Si puo' diventare indifferenti alla morte? Mario sembra impassibile di fronte al mare di corpi che si ammassano disordinatamente nell'ospedale, ma e' invece molto sensibile alla sorte di Nancy e della sua famiglia. Questa apparente indifferenza cade insieme al suo interesse per lei, mentre i corpi diventano sempre di piu', in un crescendo di morte e sofferenza, sia interiore che esteriore, fino al tesissimo, splendido e terribile finale.

La regia e' lucida, secca, e racconta il golpe senza artifici retorici, senza morale, senza inutili interpretazioni. Le immagini parlano da sole, sorrette anche da una fotografia eccellente. Il film e' potente, evocativo, fisico. Cadaveri e corpi sono protagonisti, complice anche un protagonista volutamente compassato e dei personaggi secondari imbelli o meschini. Il dramma nazionale si incrocia con quello personale di Mario, creando una tensione tra ideali e sentimenti degna del Senso di Visconti.

Il finale e' come detto eccellente, anche se si dilunga per troppo tempo perdendo parte della sua efficacia. Post Mortem offre un'eccellente prospettiva sul dramma storico del Cile, ma allo stesso tempo ci presenta un ritratto onesto e sorprendetemente sincero di un uomo qualunque, travolto da eventi piu' grandi di lui, che si accumulano come i corpi nell'ospedale, assalendo la sua apparente indifferenza e travolgendo le sue certezze e quelle dello spettatore.

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Pier

Il Regno di Ga' Hoole - La leggenda dei guardiani

Una favola dal sapore antico



Esiste un mondo fantastico dove gli animali parlano e i gufi sono un popolo numeroso. Le loro leggende narrano di due diversi schieramenti, da una parte i malvagi gufi denominati Puri, convinti della loro superiorita' e dell'applicazione della legge del piu' forte, e dall'altra i gufi guardiani del Regno di Ga'Hoole, impegnati a salvaguardare la pace e la liberta' di tutti.
Soren e' un giovane gufo sognatore che crede che in queste storie ci sia un fondo di verita', e viene per questo preso in giro dal fratello Kludd. Durante una prova di volo, i due cadono dal nido e vengono rapiti da dei gufi misteriosi. Scopriranno loro malgrado che Soren aveva ragione, e finiranno per vivere una storia che li cambiera' profondamente e dara' una svolta imprevista al loro destino.

Fin nella sua impostazione, Il Regno di Ga' Hoole si presenta come una favola classica. Ci sono il giovane sognatore, il padre che lo asseconda, il fratello ribelle, un misterioso regno nascosto chissa' dove oltre il mare, un nemico che sembrava sconfitto e che torna prepotentemente alla carica. Fanno insomma capolino tutti gli ingredienti del fantasy moderno, che vengono pero' originalmente rivisitati e ristrutturati per adattarsi a un mondo popolato di animali parlanti di disneyana memoria. La trama e' divertente ed educativa, senza alcuna pretesa se non quella di raccontare una storia per ragazzi nel modo migliore possibile.

Snyder, pur cambiando totalmente genere rispetto alle sue esperienze precedenti, dimostra ancora una volta di saper sfruttare le potenzialita' della computer grafica come nessun altro, creando immagini realistiche e personaggi in grado di trasmettere emozioni a dispetto del freddo iperrealismo dei pixel. La forza visiva del film e' notevole, e raggiunge i suoi picchi nelle scene di azione e in quelle di volo, tra le migliori realizzate fino ad oggi.
E' un'animazione diversa da quella Pixar, piu' "adulta" e meno poetica, ma comunque in grado di stupire. La poesia non viene dalle immagini ma dalla storia, semplice e delicata, e dai personaggi, ben caratterizzati e differenziati. Anche la colonna sonora e' di buon livello, e alterna pezzi classici e moderni.

Il regno di Ga' Hoole non spicca certamente per originalita', ma risulta comunque godibile, soprattutto per un pubblico giovane e per coloro che, a qualunque eta', si appassionano ancora alle favole.

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Pier

lunedì 25 ottobre 2010

Contro gli attori cani


Ringrazio Maria Rita per avermelo segnalato. Inutile dire che quanto dice Battiston in questo video corrisponde alla pura verita'. Gli attori bravi in Italia ci sono. Il punto e' che vengono superati dagli "attori husky" del video.

O dagli attori "dicono-tutti-che-sono-bravo-ma-non-lo-sono-affatto" e che lavorano solo per parentele o relazioni con registi e produttori.

Per quello che conta, io sto con Battiston.

Pier

domenica 24 ottobre 2010

Fair Game - Caccia alla Spia

La Democrazia che ci dobbiamo guadagnare



Durante gli anni della crisi americana, immediatamente dopo l'attacco alle torri gemelle nel 2001, la vita di due coniugi, un ex ambasciatore e un'agente della CIA, viene sconvolta radicalmente per aver cercato di dimostrare le bugie della Casa Bianca che guidarono gli Stati Uniti verso la guerra contro l' Iraq.

Dopo Green Zone e Hurt Locker, Fair Game fa emergere le ben note menzogne sulle armi di distruzione di massa e sul programma di armamento iracheno, in realtà smantellato durante la fine della Guerra del Golfo nel '93. Impostato come film politico, ambientato quasi sempre a Washington, il film si differenzia dai predecessori perché la questione irachena viene presa come scusa per ragionare sulla distribuzione dei poteri all'interno della democrazie più importante del mondo, Gli Stati Uniti.

Gli intenti sono nobili, ma la realizzazione è un po' confusa. La prima parte del film, racconta in modo molto stringato l'indagine della CIA sulle armi, mentre la seconda mette al centro la coppia con i suoi problemi e i suoi ideali. Alla fine, quello che si percepisce è un calderone di elementi incollati insieme per raccontare una vicenda reale, accaduta nel 2003, ma senza dare un taglio preciso al film sia a livello di genere che di morale.

Il film si lascia guardare per più di un'ora e mezza grazie ad una buona sceneggiatura, ma alla fine la sensazione è che si sia persa una buona occasione per ragionare sui pesi sociali all'interno di tutte le democrazie del mondo.

**
Alessandro


venerdì 22 ottobre 2010

Wall Street - Il denaro non dorme mai

L'incapacita' di chiudere



Gordon Gekko e' tornato. Dopo anni spesi in prigione, ne esce proprio qualche giorno dopo l'11 Settembre 2001. Riesce a rimettersi in pista grazie a un libro di memorie, ma rimane comunque fuori da quell'ambiente finanziario che una volta controllava. Ora il suo posto e' occupato da Bretton James, spietato squalo della finanza che non esita a far sparire la storica banca gestita da Louis Zabel, che per difendere il suo onore si suicida. Sara' proprio questo suicidio a spingere Jake Moore, fidanzato della figlia di Gekko e protegee di Zabel, a offrire a Gordon l'occasione di rientrare, con l'obiettivo di "far fuori" James.

Oliver Stone riprende la storia la' dove era finito il primo Wall Street, ma la porta alle sue estreme conseguenze. Il Gekko del primo capitolo sembra un dilettante in confronto ai moderni squali della finanza, per cui l'insider trading e' all'ordine del giorno e il denaro dei propri clienti e' solo un mezzo per arricchirsi. Lo scenario dipinto da Stone e' inquietante, ma corrisponde perfettamente alle cronache cui la presente crisi finanziaria ci ha abituati. Le banche falliscono, alcune teste cadono, per scelta propria come Zabel (uno straordinario Langella) o altrui, ma i grandi squali (qui rappresentati nel personaggio interpretato alla perfezione da Eli Wallach) rimangono sempre in sella, pronti a cavalcare il prossimo cavallo vincente fino al suo esaurimento. Le bolle speculative si succedono l'una all'altra, e nemmeno la crisi piu' profonda sembra in grado di fermarle.

A questi contenuti crudi e realistici Stone accompagna un'eccezionale fotografia e, a tratti, dei toni da commedia. Questi ultimi stonano solo in parte, in quanto offrono comunque una prospettiva tagliente, ai limiti della satira, sull'odierna situazione del capitalismo. Quello che invece stona realmente sono alcune scene "oniriche", che hanno il solo effetto di togliere ritmo alla storia, e la scelta di alcuni elementi del cast. Se Michael Douglas e Josh Brolin sono perfetti nei rispettivi ruoli, infatti, lo stesso non si puo' dire delle loro giovani controparti. Shia LaBeouf e' bravo e intenso, ma e' troppo giovane per il suo personaggio, finendo per risultare poco credibile. Carey Mulligan, d'altra parte, e' l'Alba Rohrwacher d'oltre oceano (o meglio la Rohrwacher e' la Mulligan italiana), in quanto non ha qualita' recitative ne' tanto meno estetiche tali da giustificare il suo continuo inserimento in svariati progetti cinematografici.

La pecca piu' grande del secondo Wall Street e' tuttavia nel finale. La soluzione della vicenda e' tesa, rispetta il tono del film e soddisfa, ma c'e' un elemento che stona decisamente e che lascia l'amaro in bocca allo spettatore. L'incapacita' di chiudere con il passato e' un tema forte che attraversa tutto il film: nel finale va un po' perso, dando l'impressione che forse, questa volta, chi non sapeva come chiudere fosse proprio Stone.

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Pier

Un weekend da bamboccioni

Il trionfo dei luoghi comuni



La morte del vecchio allenatore di basket è la scusa per cinque vecchi amici di incontrarsi dopo tanto tempo. La vita gli ha portati su binari diversi, ma il weekend che passeranno nel loro vecchio chalet, li farà fare un tuffo nel passato, tra i ricordi e goffi tentativi di sentirsi ancora giovani.

L'impietosa traduzione Un weekend da bamboccioni, questa volta rende l'idea dello spessore del film in proiezione, come se non fosse abbastanza la presenza di Adam Sandler e Chris Rock. Il film è un'americanata sotto ogni punto di vista: la scelta di Adam Sandler sottolinea come per molti produttori, ci sia il bisogno di piazzare sullo schermo la faccia del borghesotto tipo, quello in cui tutti gli americani si possono riconoscere; una specie di giovane Homer Simpson con accanto una moglie latina (il sogno dell'americano medio).

A parte non essere un gran fan di Adam Sandler (e chi lo è?), che più che un'attore sembra un orsetto con lo sguardo bastonato perché gli hanno rubato il cestino della merenda, il film non fa altro che spiattellare luoghi comuni su luoghi comuni, banalità su banalità che possono andare bene per un pubblico americano, ma che spiazzano incredibilmente quello europeo.

Parodia ingiusta e volgare del Grande Freddo, Un weekend da bamboccioni tramuta l'antologia nostalgica del film di Kasdan in un sentimentalismo spicciolo con una happy end e una serie di improbabili situazioni comiche da far venire il voltastomaco.

Se pensavate (anche se dubito) di andarlo a vedere, tirate dritto, oltrepassate il cinema e andate alla pizzeria subito accanto.

N.C.

Alessandro

Innocenti bugie

Azione e assurdità



Dopo un incontro fortuito all'aeroporto, il destino di Roy Miller e June Havens si intreccia all'interno di una complicata vicenda che vede coinvolto l'FBI e un magnate spagnolo; tutti a caccia di un sorgente d'energia perpetua, che Roy difende gelosamente. Cambiando repentinamente scenario (treno - aereo - macchina - moto), e luogo geografico (Caraibi - Vienna - Siviglia - NewYork), la caccia al "diamante" si trasformerà in una banale storia d'amore.

James Mangold, regista di Quando l'amore brucia l'anima e Ragazze interrotte, costruisce un film dove la trama e la struttura narrativa non sono il fine ma il mezzo per supportare l'azione che, insieme a Cruise e alla Diaz, sono il centro nevralgico del film. Se però sommiamo l'azione che, in molti casi, si traduce in assurdità (emblematico lo slalom tra tori a bordo di una moto), ai due protagonisti, i quali, dopo anni di carriera, stentano ancora a fare un film che si possa definire guardabile, otteniamo un film per cui dire che meritiamo il rimborso del biglietto è dire poco.

Farei notare come per gli americani, la corsa dei tori di San Fermìn è a Siviglia e non a Pamplona.

*
Alessandro

Benvenuti al Sud

"Giù al Nord" con più folclore ma con meno spessore



Alberto è un direttore di filale, impiegato delle Poste della Brianza che sogna un trasferimento a Milano. Dopo essere stato superato in graduatoria da un handicappato, per compiacere la moglie, al nuovo concorso si finge disabile per ottenere il posto. Il suo imbroglio viene scoperto e l'azienda lo spedisce per due anni in un paesino della Cilento. Per un tipico brianzolo pieno di preconcetti, non c'è niente di più tragico, ma con il passare del tempo, Alberto scopre un calore umano e una bellezza paesaggistica del tutto inaspettata.

Il film è un remake della commedia francese Giù al Nord con quasi le stesse battute, le stesse scene e gli stessi contesti. Apparentemente sembrano due film uguali, ma il taglio italiano è molto diverso da quello francese. Gli attori e l'ambientazione fanno di Benvenuti al Sud un film infinitamente più folcloristico ed emotivo rispetto alla controparte francese che adotta uno stile più formale e sofisticato. Per questo motivo, il film italiano è molto più simpatico e caratteristico, esagerando sui luoghi comuni e sui preconcetti senza però essere banale. Questo è uno dei rari casi in cui l'assurdità è uguale a comicità (come il giubbotto antiproiettile di Bisio) rendendo complessivamente il film molto divertente.

Tuttavia, l'esagerazione passionale, tipica delle commedie italiane, rovina in parte la visione. Sebbene l'amore tra i due giovani impiegati delle Poste era presente anche in Giù al Nord, in quel caso non era il centro nevralgico del film. In Benvenuti al Sud, dopo l'ambientazione difficoltosa di Alberto nel paesino campano, l'amore incompiuto tra Siani e la Lodovini diventa il il soggetto del film sminuendo il tratto comico dell'incastro culturale.

***
Alessandro

venerdì 8 ottobre 2010

The Town

Poliziesco d'altri tempi



Doug, promettente giocatore di hockey, vede la sua carriera da professionista concludersi per una serie di scelte sbagliate. Torna allora a Charlestown, il quartiere malfamato di Boston dove è cresciuto, ed entra a far parte di una gang criminale insieme al suo amico d'infanzia. La banda ha successo, e rapina le banche più ricche della città. Durante una di queste rapine, però, Doug si invaghisce dell'ostaggio, Claire, e dopo averla liberata comincia a seguirla e la conosce, senza rivelarle la sua identità.

Dopo l'ottimo esordio di Gone baby gone, Ben Affleck torna alla regia con questo poliziesco dal sapore classico, con una struttura narrativa solida e lineare, con pochi colpi di scena ma con dialoghi tesi e vibranti, in grado di tenere lo spettatore incollato allo schermo. Anche la regia è priva di fronzoli, e tende a privilegiare l'approfondimento dei personaggi rispetto alle svolte narrative.
E proprio i personaggi sono la forza del film, dal protagonista, interpretato dallo stesso Ben Affleck, ai suoi compagni di avventura, passando per i poliziotti che cercano di catturarli. Due in particolare meritano di essere ricordati: il complice-amico di Doug, interpretato da uno splendido Jeremy Renner, che spesso ruba la scena al protagonista, e l'agente dell'FBI, cui presta il volto quel Jon Hamm che tanto successo sta riscuotendo con Mad Men. Ottime anche le prove di Rebecca Hall e Blake Lively, due donne agli antipodi eppure entrambe importanti per la vita del protagonista. Ottime anche le scene d'azione, su tutte quelle delle rapine, ben ritmate e fotografate con efficacia.

L'unica nota stonata del film è il finale, lontanissimo dal tono del resto della pellicola, e che lascia un po' di amaro in bocca rispetto alle aspettative create durante lo svolgimento della trama. The Town è comunque un film interessante e ricco di tensione, che conferma il talento di Ben Affleck come regista raccontando con un taglio duro e disincantato le scorribande di una banda di malviventi, in un quartiere in cui il male è solo un concetto relativo e non è del tutto chiaro chi sia il depositario della legge e della giustizia.

***1/2


Pier

sabato 2 ottobre 2010

La solitudine dei numeri primi

Autoreferenzialità al potere



Alice e Mattia sono due coetanei di Torino. Entrambi vivono da bambini un trauma che li condizionerà per tutta la vita. Da adolescenti si conoscono, si apprezzano, ma sono costretti a separarsi. Il destino, però, potrebbe farli reincontrare.

Saverio Costanzo traspone in film il bestseller di Paolo Giordano, una trama complessa, intricata ma dotata di una sua attrattiva per via dell'evoluzione dei personaggi. Questa buona base di partenza viene però rovinata da una pretenziosità fuori dal comune, con inquadrature forzate, effetti visivi insensati e in generale un approccio alla regia rigido, impostato, pensato per far risaltare la bravura dell'autore piuttosto che la storia raccontata. L'apoteosi si raggiunge quando, in una scena secondaria, la macchina da presa si sofferma a lungo su un comodino sul quale fa bella mostra di sè il libro da cui il film è tratto.

L'approfondimento psicologico dei personaggi viene ridotto al minimo, trasformando la vicenda adolescenziale in una sorta di teen-movie di basso livello, nonostante i due giovani attori che interpretano Alice e Mattia al liceo siano di gran lunga i migliori del cast. L'altro difetto del film è infatti l'assoluta e totale insopportabilità di Alba Rochwacher, attrice strombazzata in lungo e in largo per motivi che continuano a sfuggirmi, data la sua quasi totale assenza di mimica facciale (si passa da "smorfia" a "smorfia più smorfiosa" e via dicendo) e una voce in grado di irritare tutti i santi del paradiso. Una miglior figura fa invece Luca Marinelli, l'interprete di Mattia, che riesce quantomeno a dare al personaggio una parvenza di credibilità che la sua controparte non raggiunge mai nel corso del film.

La solitudine dei numeri primi è il trionfo del narcisismo, con un regista e un'attrice che non smettono per un minuto di compiacersi della loro presunta bravura, facendo passare un'inquadratura sballata per una scelta artistica e un dimagrimento per una prova d'attore.
La crisi del cinema italiano passa anche da qui, dall'incapacità di fare il proprio mestiere senza autocompiacersi, senza cercare di passare per artisti quando tutt'al più si è degli onesti mestieranti.

*1/2

Pier

mercoledì 29 settembre 2010

La passione

La provincia alla ribalta



Gianni Dubois e' un regista in crisi di idee. Dopo essere stato per anni una delle promesse del cinema italiano, oggi è ridotto a elemosinare un lavoro, dato che sono quindici anni che non dirige nulla. Il fato e un agente maneggione gli offrono l'occasione del riscatto su un piatto d'argento: un film con la star TV del momento. Gianni non ha però la minima idea su cosa scrivere, e decide di ritirarsi nella sua villa di campagna per trovare l'ispirazione. La sfortuna però non cessa di tormentarlo: le tubature della sua casa hanno ceduto e hanno rovinato un prezioso affresco. Per evitare una denuncia, Dubois dovrà dirigere la tradizionale rappresentazione paesana della Passione di Cristo.

Mazzacurati continua a indagare la provincia italiana e le sue regole non scritte, ma questa volta lo fa senza quell'approccio alla Twin Peaks che lo portava a scoprirne i segreti nascosti e gli scheletri nell'armadio, sconvolgendone l'ipocrita tranquillità. Con La passione sceglie i toni della commedia, raccontando l'incontro scontro di un regista fallito con una comunità rurale in cui ciascuno sembra interpretare una maschera teatrale. Così troviamo l'attore negato ma pieno di sè, la barista triste, il ladro redento, il sindaco iperattivo. L'esperimento riesce e diverte, toccando picchi di ilarità considerevoli ma miscelandoli sapientemente con sentimenti più profondi, evocati soprattutto al momento della sacra rappresentazione. Mancano però quell'introspezione e quell'approfondimento dei luoghi e delle realtà locali che davano ai suoi film precedenti quel tocco di originalità che li distinguevano e che costituivano la sua inconfondibile firma.

La sceneggiatura è sorretta da un ottimo cast, su cui spicca Giuseppe Battiston, splendido nella parte dell'ex ladro e aiuto regista. Buone anche le prove di Silvio Orlando e Kasia Smutniak, mentre risulta un po' forzato il personaggio del pur bravo Corrado Guzzanti.

La passione è un film molto divertente e piacevole, ma rappresenta comunque un passo indietro per la produzione di Mazzacurati, in quanto mancante di quello sguardo cinico e disincantato che rendeva film come Una notte italiana e La giusta distanza così particolari e interessanti.

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domenica 26 settembre 2010

Inception - recensione 2

Oltre Freud, oltre Matrix

Lo so, ne abbiamo già una di recensione di Inception. Eppure questa volta sento che una seconda recensione sia d'obbligo, proprio perchè il mio giudizio e quello di Ale sono discordi. Perchè se c'è un film di cui si può, anzi si deve, discutere all'infinito, bè quello è proprio Inception.

E' impossibile non vedere in Inception le tracce dei precedenti film di Nolan, della sua passione per la molteplicità dei piani narrativi, del loro concatenarsi, intrecciarsi, fondersi fino a diventare una trama complessa ma chiara al tempo stesso. In Memento il meccanismo era innescato da perdite di memoria, in The Prestige dalla lettura di un diario.
Questa volta, invece, Nolan decide di cimentarsi con la materia più illogica, incontrollabile e sfuggente in assoluto: il sogno.

E per farlo racconta la storia del ladro di sogni Cobb impegnato nella difficile impresa di instillare un'idea (l'inception del titolo), moltiplicando i piani narrativi come mai aveva fatto prima, ma mantenendo un'unicità d'azione che rende lo scorrere degli eventi molto più fluido. Non abusa di flashback o espedienti "esterni", semplicemente segue il dipanarsi dei sogni fino al loro punto di origine, il punto più profondo, il punto di non ritorno. Lì troviamo Di Caprio all'inizio del film, e lì lo porterà il loro viaggio attraverso l'inconscio, un viaggio costellato di paesaggi da mozzare il fiato e di insidie nascoste.
La mente è l'arma più pericolosa, e Nolan ne sfrutta al massimo il potenziale, utilizzando le sue insidie per collegare la vicenda personale di Cobb alla missione della sua squadra.

Gli attori sono eccellenti, e ciascuno di loro contribuisce a costruire il film e a conferirgli la necessaria personalità. Gli effetti speciali sono eccezionali, ma non sono di certo il motivo per vedere il film, che ha come punto di forza una sceneggiatura solida, scattante, con il solo difetto di diventare a volte un po' troppo didascalica, un peccato veniale se si pensa alla complessità dell'architettura creata da Nolan.

Inception dimostra ancora una volta la capacità di Nolan di coniugare le esigenze dei blockbuster con l'artisticità del cinema d'autore, la potenza visiva di Matrix con la complessità delle teorie di Freud. Guardatelo, poi rifletteteci su, discutetene, parlatene. Potete odiarlo, amarlo, trovarlo sgradevole come ha fatto Ale o apprezzarlo come ho fatto io. Una sola cosa non potrete fare: rimanere indifferenti.

****1/2

Pier

Inception

"Il sogno è l'infinita ombra del Vero" (Pascoli)


Dom Cobb è un ladro. Un ladro di cui le più grandi multinazionali del mondo si avvalgono per mettere in pratica il più moderno spionaggio industriale: rubare un'idea, una convinzione, una verità dai sogni delle persone. Fin qui tutto bene.
Saito, un'industriale giapponese, lo contatta per un lavoro ben più complesso e mai provato prima: inculcare nella mente di un certo Fisher Junior, suo più grande concorrente, l'idea di frammentare l'impero del padre morente. L'impresa di Cobb, supportato da un team di 5 professionisti, si svilupperà su 3 livelli onirici (e più) e verrà complicata, da una parte, dal mondo militarizzato di Fischer (il quale è stato istruito a difendersi da persone come Cobb) e, dall'altra, dalle proiezioni di colpa di Cobb sulla morte della moglie.

Cristopher Nolan ci ha abituati a trame complicate e profonde, dove il subconscio è la parte più razionale e istintiva dell'uomo. In Memento, la trama procede su due binari magistralmente alternati con un montaggio che farebbe venire i brividi anche al regista russo Sergei Eisenstein; in Insomnia il dramma accidentale dell' omicidio di un collega, porta il protagonista Al Pacino a tormentarsi in una insonnia artica dove il sole non tramonta mai; le due versione di Batman, Batman Begins e Il Cavaliere Oscuro, sono splendide rivisitazioni sempre in chiave psicologica del fumetto originale. Inception continua il filone, ma è il più debole e vi spiego il perché.

Infatti, mentre negli altri film, la rivisitazione mentale del/i protagonista/i è lineare (mancanza di memoria breve, senso di colpa, solitudine) e circoscritta in un costrutto narrativo ben definito, in Inception vengono mischiati due piani filmici: da una parte il più affascinante problema di Cobb, divorato dal senso di colpa della morte della moglie che cerca di demonizzare attraverso un palazzo di ricordi dove vive quando sogna; dall'altro, la vera trama del film, ovvero il viaggio su tre livelli nel mondo onirico di Fischer, dove sparatorie e azione fanno da padroni. Se la prima parte è Nolan, la seconda è Hollywood.

Qual è il risultato? Un film che si fa guardare per più di due ore e mezza grazie agli effetti speciali e all' originalità del viaggio nei sogni condivisi, ma che si complica esponenzialmente (e inutilmente) nel mescolare storie diverse, spesso non logicamente compatibili. La vita di Cobb e la moglie nel sogno è originale e il senso di colpa del protagonista, che si materializza nei suoi sogni come un palazzo di ricordi, è d'impatto.
Dopo la proiezioni ci si domanda (e lo dico da vero fan di Nolan) se non fosse stato meglio concentrarsi su questa dimensione, interrogandosi sulla difficoltà nel gestire un senso di colpa così divorante, e sull'importanza dell'immaginario (o proiezioni) personali all'interno di un rapporto di coppia.

Del resto l'attesa di Inception era troppo alta. Il marketing del film lo ha portato ad incassare 60 milioni di dollari il primo week end; se confrontato con i film precedenti del regista, dove la media d'incasso superava a stento i 200 mila dollari, ci accorgiamo che il sogno di Fischer, pieno di sparatorie ed effetti speciali, vale molto di più che una semplice analisi del mondo onirico.

**
Alessandro

mercoledì 22 settembre 2010

Lo sconsiglio #5 - Nessuna qualità agli eroi


Nessuna qualità agli eroi


Inspiegabilmente incensato da alcuni critici nostrani, questo polpettone non può essere descritto meglio di quanto faccia la vignetta di Stefano Disegni che riporto qui sotto.

Livello di sconsiglio:

*****

Pier

sabato 11 settembre 2010

Telegrammi da Venezia - #4


In attesa del verdetto finale, ecco l'ultimo telegramma.


La versione di Barney
, voto 8. Manca parte della vivacità del libro (niente voce narrante), ma il film è comunque godibile e si avvale di una prova eccellente di Giamatti (mia Coppa Volpi) e del cast di contorno, in cui spicca un perfetto Dustin Hoffman-Izzy Panofsky.

Essential killing, voto 7,5. Film duro e allucinato sulla fuga disperata di un talebano da un campo di prigionia statunitense. Sceneggiatura perfetta per un'ora, poi diventa un po' ripetitiva, ma resta comunque un ottimo lavoro. Grande prova d'attore di Vincent Gallo.

13 Assassins, voto 8,5. Miike, dopo l'omaggio-trash agli spaghetti western di due anni fa, torna alla mostra con un samurai-movie perfetto per tempi e atmosfere, richiamando Kurosawa ma mantenendo comunque originalità e tensione.

Silent Souls, voto 9,5. Storia delicata e toccante del funerale di una moglie che diventa il funerale di un'etnia, i Merja, legata a una vita semplice e rurale e assolutamente estranea alla modernità. Il mio personale Leone d'Oro.

La solitudine dei numeri primi, voto 4,5. Film pretenzioso e autoreferenziale (si vede il libro da cui è tratto), in cui una trama indubbiamente interessante viene rovinata da un'eccessiva ridondanza registica. Probabilmente un'occasione persa.

Pier

giovedì 9 settembre 2010

Telegrammi da Venezia - #3


The Town, voto 7. La seconda fatica da regista di Ben Affleck non è all'altezza di Gone Baby Gone, ma risulta comunque incisivo nel raccontare l'ascesa e la caduta di una gang di Boston. Un po' retorico il finale.

Balada triste de trompeta, voto 8,5. Film che si ama o si odia, racconta con gusto tarantiniano la storia di due pagliacci innamorati della stessa donna sotto il regime franchista, in una rivisitazione in salsa grottesco-pulp di Cavalleria rusticana. Da applausi il prologo.

Post Mortem, voto 8. Film duro e senza fronzoli che racconta con efficacia il regime di Pinochet attraverso la storia di un funzionario statale addetto ai verbali delle autopsie e innamorato della sua vicina di casa.

Meek's Cutoff, voto 4. Atmosfere alla Ombre rosse, con una carovana che deve attraversare il deserto evitando gli attacchi degli indiani. Peccato che il film duri almeno 30 minuti di troppo e che la trama scorra con troppa fatica, penalizzata anche dalla presenza di figure femminili poco credibili.

Pier

Telegrammi da Venezia - #2


Potiche, voto 9. Splendida commedia nera di Ozon, con un'atmosfera d'altri tempi e attori in stato di grazia, la Deneuve su tutti.

La passione, voto 7. Sostenuto da un Battiston come sempre eccellente e da una buona prova di Silvio Orlando, il film di Mazzacurati analizza il mondo del cinema e della provincia con sguardo divertito ma poco tagliente, senza la poesia che aveva caratterizzato i suoi precedenti lavori. Film comunque godibilissimo.

Into paradiso, voto 7,5. Originale commedia sugli incontri-scontri interculturali, con un ricercatore napoletano che si trova costretto a trasferirsi nel quartiere cingalese della città. Ottima prova del cast.

Promises written in water, voto 3. Pretenzioso e narcistico oltre ogni dire, il nuovo film di Vincent Gallo è un'autocelebrazione dell'autore, un film senza capo nè coda che ha come unico pregio un'eccellente fotografia.

Pier

venerdì 3 settembre 2010

Telegrammi da Venezia - #1

Se il meglio è il trash

Quest'anno anche Filmora ha il suo inviato a Venezia!

In breve vi racconterò i film visti in concorso e nelle sezioni collaterali, riservando eventuali recensioni complete ad articoli successivi.

Black Swan, voto 8. Unisce sapientemente la forza visiva dei primi film di Aronofsky (Pi greco teorema del delirio in particolare) alla solidità narrativa trovata in The Wrestler. Film che piace anche a chi non ama la danza.

Machete, voto 9. Delirante ma elettrizzante il film di Rodriguez, pulp senza prendersi sul serio che strizza l'occhio a una decina di sottogeneri, con una prova del cast semplicemente eccezionale. Nel suo genere, un piccolo capolavoro.

La pecora nera, voto 6,5. Buon film sul tema dei manicomi, ma Celestini viene dal teatro e si vede. Questo porta il film a rallentare molto spesso e genera alcune ripetizioni facilmente evitabili.

Se hai un mucchio di neve, mettilo all'ombra, voto 1. Arrogante e superflua indagine su cosa significhi cultura, in cui presunti intellettuali (si salvano in pochi, tra cui Eco), cercando di dar lezioni a contadini e braccianti, finendo per essere più ignoranti di loro.

Pier

martedì 31 agosto 2010

L'apprendista stregone

La magia può (quasi) tutto



Britannia, tanto tempo fa. Balthazar Blake e Maxim Horvath sono due discepoli di Merlino, il più grande mago bianco della storia. Inizialmente amici, diventano rivali per l'amore di Veronica, una bella maga, che sceglie Balthazar. Distrutto dalla gelosia Horvath tradisce Merlino per Morgana, la più potente maga malvagia, che uccide il maestro dei due e viene domata solo grazie al sacrificio di Veronica. Morgana però può essere uccisa solo dall'erede di Merlino, che Balthazar identificherà solo molti secoli più tardi a New York, nella persona di un goffo studente di fisica.

L'apprendista stregone trasporta uno dei più classici temi disneyani, la lotta tra bene e male, sul più classico dei teatri di questo scontro, la Grande Mela. La storia di Balthazar e del suo apprendista viene infarcita di magia, inseguimenti, momenti di humour e di riflessione, prendendo spunto dalla fisica, dal cinema e dai fumetti giapponesi (gli echi di Dragonball sono impossibili da non riconoscere).

La miscela funziona a metà, a causa di una trama molto labile e di alcuni passaggi decisamente forzati. I colpi di scena latitano, e l'unica soluzione originale compare solo nel finale. Divertono però i dialoghi e le citazioni, da quella memorabile di Guerre Stellari alla celebre scena di Fantasia (a sua volta ispirata a un poema di Goethe) che dà il titolo al film.
Nicholas Cage è convincente nella parte dello stregone, ed è ben supportato da Alfred Molina, ormai abbonato alle parti da caratterista nei blockbuster, e dal giovane Jay Baruchel, perfetto adolescente imbranato con la passione per Tesla e i suoi esperimenti.

L'apprendista stregone non entusiasma, dunque, ma risulta comunque godibile in alcuni momenti, rivelando un potenziale che avrebbe potuto essere sfruttato molto meglio.
Una nota a parte, infine, la merita Monica Bellucci, cui bisogna fare i complimenti: non è da tutti riuscire a rovinare un film in soli 10 minuti di apparizione.

**1/2


Pier

martedì 24 agosto 2010

Waiting for "Somewhere"


Senza dubbio uno dei film più attesi di fine estate è il nuovo di Sofia Coppola Somewhere che debutterà al prossimo festival di Venezia. Dopo 4 anni di "astinenza" da macchina da presa, causa gravidanza e maternità, la Coppolina torna con questa nuova imperdibile pellicola che, da trailer, sembra rispecchiare il suo stile cinematografico.

Non sono d'accordo con gli endorsement prima della visione di un film, ma in questo caso, sinceramente, farei un'eccezione. E' sempre difficile, nel cinema moderno, trovare un/a regista quarantenne di talento e personalità ed è ancora più difficile quando questo/a ha in eredità un nome bollente, cinematograficamente parlando, come Coppola.

Tuttavia, da quando ha preso in mano la cinepresa non ha sbagliato un film. Dal dramma nero Il giardino delle vergine suicide alla commedia romantica ma allucinata Lost in translation ad infine l'irriverente e moderno ritratto di Marie Antoinette; tre film dove il tratto caratteristico della regista è palesato da una comicità a volte nera, stile Fargo dei fratelli Coen, a volte sofisticata, alla Fino all'ultimo respiro di Godard, il tutto incorniciato in una fotografia ruvida tipica dei film indipendenti americani stile Jason Reitman, Wes Anderson o Alexander Payne.

Somewhere potrebbe essere l'asso che le garantirebbe il poker consacrandola come la giovane regista più completa e promettente. E' il perfetto esempio di come non sempre un nome importante può essere vissuto come peso enorme.

Alessandro