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domenica 29 ottobre 2023

Killers of the Flower Moon

La banalità del male


Oklahoma, anni Venti. Ernest Burkhart torna dalla guerra e si reca dallo zio, William Hale, che gli ha promesso un lavoro. Hale è in ottimi rapporti con i nativi che vivono in quella zona, gli Osage, divenuti improvvisamente ricchi perché nella loro terra è stato trovata (inaspettatamente) una grande quantità di petrolio. Quando Ernest si invaghisce di Mollie, un'ereditiera Osage, lo zio non solo approva, ma favorisce la relazione. Il perché diverrà terribilmente chiaro di lì a poco, ed Ernest si troverà di fronte a una scelta.

Dopo l'epico e crepuscolare The Irishman, un inno al potere salvifico della memoria e dei ricordi a fronte di un presente di delusione, Martin Scorsese realizza un altro film che ha al suo cuore l'importanza del ricordo, declinato qui però come testimonianza, come memoria di un passato orribile, di vicende che vorremmo, ma non dobbiamo, dimenticare. In Killers of the Flower Moon, Scorsese continua a raccontare il tema che attraversa tutta la sua cinematografia, le mille manifestazioni del Male nel mondo, e lo fa con un piglio di denucia e quasi documentaristico degno di Michael Moore, regalandoci protagonisti che, per immensa idiozia o ancor più immensa avidità, non si fanno scrupolo nello sterminare un'intera popolazione.

A differenza che in altri suoi film, tuttavia, Scorsese non ammanta di alcun romanticismo i suoi villains e le loro azioni: i killer del titolo si comportano come contabili, e dispongono delle vite altrui come si disporrebbe di un masso che impedisce il passaggio sulla strada. Gli Osage sono de-umanizzati dai protagonisti e, in parte, anche dall'occhio del regista, che sembra voler costringere lo spettatore a "immedesimarsi" con gli omicidi per fargli comprendere appieno gli orrori che si nascondono nel passato degli USA: il West non è stato scoperto o conquistato, ma rubato, e l'indifferenza di oggi nei confronti di quella tragedia non è meno terribile delle atrocità di ieri. 

Ernest, interpretato con magnifica e credibile stolidità da Di Caprio, è il simbolo dell'ignavia di un intero paese, un utile idiota che si fa trascinare dagli eventi ma che, nonostante ne abbia più volte occasione, non sceglie mai la strada della redenzione, minimizzando di continuo la severità delle sue azioni.
Il vero Male è incarnato invece dallo zio Bill, un De Niro mai così spaventoso nonostante non maneggi mai nulla di più pericoloso di un'asse di legno: il  suo personaggio è il Satana biblico, un affascinante tentatore che, come il serpente, si insinua nel giardino dell'Eden fingendosi amico, per poi inquinare le vite di coloro che si sono fidati di lui.

La de-umanizzazione degli Osage, tuttavia, non è totale: Scorsese affida il cuore emotivo del film a Molly, una Osage che - nel bene e nel male - è sempre artefice del suo destino, e che vede il proprio mondo crollare a causa delle azioni abiette di chi aveva giurato di proteggere lei e la sua gente. È lei la vera vittima del Male che si insinua in Oklahoma, distruggendo la sua famiglia e devastandole il corpo e lo spirito. Non è un caso, in tal senso, che le scene della sua malattia siano riprese proprio come quelle di una possessione demoniaca, e che solo un salvifico intervento esterno riesca a liberarla del Male che la stava portando alla morte.

Se l'operazione di Scorsese è vincente a livello cognitivo, è invece parzialmente fallimentare a livello emotivo: l'oggettificazione degli Osage e la banalizzazione del male funzionano a livello di denucia, ma azzoppano il coinvolgimento dello spettatore, che non riesce davvero a empatizzare con protagonisti cui le cose sembrano sempre accadere, anche quando, come nel caso di Mollie, la loro attività nelle decisioni prese è presentata chiaramente sullo schermo. Anche Mollie, dunque, nonostante l'ottima (anche se non stratosferica come si è letto in giro) prova di Lily Gladstone, non riesce a conquistare il cuore dello spettatore dato che ogni coda che le accade sembra inevitabile, ineludibile: non si "tifa" per lei perché non c'è mai davvero un momento in cui sembra che possa sfuggire a quel che le sta succedendo, in cui possa fare una scelta diversa, congegnare un piano di azione per liberarsi del giogo cui è costretta.

Il risultato è un film forse troppo cerebrale, e che finisce quindi per avere un impatto infinitamente inferiore rispetto al potenziale della storia narrata, complice anche una durata che non sembra giustificata dallo svolgimento narrativo, soprattutto nella seconda metà, dove alcune situazioni risultano un po' ripetitive. La bellezza delle immagini e della costruzione bastano a rendere il film eccellente, ma non a elevarlo allo status di capolavoro.

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Pier

domenica 24 maggio 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Speciale "Vita d'ufficio"

Puntata speciale di Nuovo Cinema Paravirus, dedicata alla vita d'ufficio

Il genere di oggi sono i film ambientati sul posto di lavoro.


I tre film segnalati sono:

1) Il posto (disponibile a noleggio su vari servizi). Uno dei capolavori di Ermanno Olmi, un film rimasto per lungo tempo introvabile e ora finalmente accessibile al pubblico. Una storia semplice, con un ragazzo alle prese con il suo primo lavoro nella Milano del dopoguerra tra desiderio di rinascita, indipendenza, e primi amori.

2) Lo stagista inaspettato (disponibile su Netflix). Un De Niro inedito, comico ma in tono minore, malinconico, lontano dalla sguaiatezza di alcuni delle sue recenti prove nel genere. La storia di un pensionato che si reinventa stagista per un'azienda giovane e cool non brilla per originalità dell'intreccio ma funziona, diverte, e riesce persino a emozionare.

3) Monsters & Co. (disponibile su Disney+). Uno dei capolavori della Pixar, che traspone la vita in fabbrica in un mondo di fantasia in cui i mostri sopravvivono grazie alle paure dei bambini. Divertente ed emozionate, uno dei migliori esempi della Pixar di unire temi adulti e infantili, risate e lacrime, in un amalgama perfetto che arriva dritto al cuore.

Tenete gli occhi aperti per il prossimo speciale di Nuovo Cinema Paravirus. Coming soon!

Pier

giovedì 30 aprile 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 48

Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi suggerisce film da vedere in quarantena.


Il genere di oggi sono i film di magia.

I film segnalati sono:

1) Harry Potter e il prigioniero di Azkaban (disponibile su vari noleggi). Il migliore della saga, quello con più visione autoriale, in grado di tradurre in immagini la paura e l'inquietudine, ma anche la meraviglia e la magia.

2) Stardust (disponibile su vari noleggi). Da un romanzo di Neil Gaiman, una piccola gemma passata ingiustamente in sordina, con una meravigliosa Michelle Pfeiffer nei panni della strega malvagia che cerca di accaparrarsi il cuore di una cometa.

3) Il castello errante di Howl (disponibile su Netflix). Un castello che cammina, un mago solitario, una ragazza alla ricerca di se stessa: questi gli ingredienti della meravigliosa fiaba di Miyazaki, capace come sempre di far sognare a occhi aperti.

A domani per la quarantanovesima puntata!

Pier


venerdì 17 aprile 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 35

Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi suggerisce film da vedere in quarantena.


Il genere di oggi sono i film sugli sport di combattimento

I film segnalati sono:

1) Toro scatenato (disponibile su Sky). Un capolavoro immortale, fotografato in un bianco e nero da manuale per raccontare la sinfonia rusticana di Jake La Motta, interpretato da un magistrale Robert De Niro nel percorso che lo porta dalla polvere alla gloria, per poi tornare nella polvere. Uno dei migliori film di Scorsese.

2) Warrior (disponibile su Netflix e Amazon Prime). Due fratelli divisi dalla vita e da un padre troppo esigente si ritrovano nel contesto più improbabile, ma allo stesso tempo più prevedibile: il ring. Una storia di caduta e redenzione dal sapore biblico, in cui il sangue e il sudore della lotta sono nulla rispetto alla sofferenza interiore. Tom Hardy, Joel Edgerton e Nick Nolte sono semplicemente perfetti.

3) Street Fighter (disponibile a noleggio su vari servizi). Un cult involontario, non tanto per l'estrema fedeltà al videogioco da cui è tratto quanto per la genesi quasi assurda del film, tra malattie terminali e storie di droga. Il risultato finale è un fumettone che piacerà ai fan del videogioco e ai ragazzi: considerate le premesse, è già un miracolo.

A domani per la trentaseiesima puntata!

Pier


domenica 10 novembre 2019

The Irishman

Quando bruciavamo di vita


Frank Sheeran è un anziano che vive in casa di riposo che si trova a ripercorrere la sua vita, a partire da quando, da autista di camion, per una serie di coincidenze finisce per lavorare per Russell Bufalino, boss della mafia a Filadelfia. Sarà l'inizio di un'amicizia, ma anche di una collaborazione che porterà Frank a contatto con alcune figure chiave della storia statunitense, tra cui spicca quella di Jimmy Hoffa, il capo del sindacato dei camionisti, a quei tempi più popolare di Elvis e dei Beatles.

Cosa significa fare i conti con la propria vita? Se lo chiede Frank Sheeran, il protagonista di The Irishman, ma sembra chiederselo anche Martin Scorsese, che gira un film in cui il ricordo e il passato sono assoluti protagonisti, e il presente è pallido comprimario. Il passato è vibrante di vita e di energia, il presente è scolorito, esausto; il passato è il momento in cui si è fatta la storia, in cui addirittura si è stati al centro della Storia, anche se non necessariamente dalla parte giusta; il presente è fatto di abbandono, solitudine, perifericità umana e sociale.

La scena di apertura ci presenta Frank, narratore forse inattendibile - non è importante - dopo averci portato a passeggio nei corridoi della casa di riposo dove vive. Frank rompe la quarta parete e sfonda le pareti della casa con i suoi ricordi, portandoci a passeggio per la sua vita spesa al servizio della mafia italoamericana di Philadelphia. Il film segue il filo delle sue memorie, muovendosi in direzioni sempre imprevedibili, alternando toni completamente diversi anche all'interno della stessa scena, vagando tra piani temporali e spaziali diversi, confuso eppure coerente come solo i ricordi sanno essere.

Scorsese abbandona i toni ipercinetici e adrenalici che contraddistinguono il suo cinema, soprattutto quello che si focalizza su malavitosi di diversa caratura, e adotta un tono nostalgico, struggente, quasi proustiano, in cui ciò che conta non è che ciò che si è fatto ma ciò che non si è fatto e non si ha avuto il coraggio di fare. L'azione viene spesso dilatata o addirittura nascosta, negata: ai ritmi frenetici si sostituisce il lento incedere dello sguardo (tante le inquadrature in soggettiva, tanti i piani sequenza) e del ricordo, che vaga a ritroso senza una meta precisa, alla ricerca di qualcosa di indefinito ma che si sa di aver perduto. Lo sguardo si distoglie dalla carneficina, anziché abbracciarla ed esaltarla come in Quei bravi ragazzi o altre pietre miliari del cinema scorsesiano, preferendo concentrarsi su sguardi, espressioni, situazioni. La scena si svuota di epica e si riempie di dialoghi esilaranti, silenzi, momenti quasi profetici, in cui il protagonista, ormai condannato dalla vita, cerca di trovare ex post un senso in azioni che forse un senso non lo hanno mai avuto.


Man mano che il film procede, l'azione viene progressivamente tolta dalle mani degli uomini e diviene destino ineluttabile, in un lento incedere da tragedia greca che culmina in una devastante solitudine. Frank è Edipo, giovane pieno di vita costretto a uccidere il padre, e che si ritrova a morire in un'oscura periferia, solo e menomato, lontano dalla famiglia e dagli amici.
Frank non è solo in questa tragedia, ma è semplicemente la storia che Scorsese ha deciso di raccontarci, il simbolo di un'intera categoria, forse di un intero paese, come ben esemplificato dalla magistrale scena delle bocce in prigione, perfetto ritratto della decadenza umana e della transitorietà della gloria, della gioia, della vita.

De Niro porta magistralmente in scena un Frank enigmatico, il cui volto spesso esprime ciò che le parole non sanno e non vogliono dire, artefice degli eventi e al tempo stesso loro vittima, trascinato in un vortice di lealtà cui non può davvero appartenere fino in fondo. Per aiutare la Famiglia sacrifica la sua famiglia, dalle figlie alla moglie, fino all'amico Jimmy Hoffa, interpretato da un Pacino mai così affabile e abile nel tenere sotto controllo la sua irresistibile gigioneria. A brillare tra i comprimari, però, è un Joe Pesci in tono solo apparentemente minore: il suo Russell Bufalino è un gentiluomo decaduto, raccolto, silenzioso, che sembra quasi avulso dal mondo di eccessi in cui si ritrova ad operare.

Sullo sfondo dei ricordi di Frank si muove l'America, tra storia ufficiale e storia sotterranea, in cui ogni evento che conosciamo, dalla Baia dei Porci alla morte di Kennedy sembra in qualche modo collegata alla mafia. Attraverso gli occhi e la narrazione di Frank, Scorsese arriva addirittura a ribaltare questo parallelismo, rendendo la storia "mafiosa" più vera e vibrante di quella reale, pallida eco degli eventi che attraversano le vite dei vari Bufalino, Salerno, e Jimmy Hoffa. Con l'afflato che solo i grandi film come C'era una volta in America Il dottor Zivago posseggono, il film racconta anche un intero paese e un'intera generazione, mettendone a nudo le contraddizioni e stracciandone il velo superficiale di felicità materiale per rivelarne la desolazione spirituale.

Come Tarantino con C'era una volta a Hollywood (curioso siano usciti nello stesso anno)Scorsese realizza un film che è anche una summa del suo lavoro, un testamento artistico permeato dalla sua impronta autoriale e dalla sua visione del cinema. Come C'era una volta a HollywoodThe Irishman è un film che non ha paura di essere uno, nessuno, e centomila, di giocare con i generi e le aspettative, né di prendersi i tempi necessari per raccontare la sua storia esattamente come vuole raccontarla 1.

Ma laddove Tarantino esorcizza nostalgia e perdita con uno scarto fantastico che reclama il diritto al sogno e alla vita, Scorsese abbraccia queste emozioni, realizzando un film che segna la fine di un'epoca e di un certo modo di fare cinema, ma segna anche l'inizio di una nuova: The Irishman è un film vibrante di vita, ma di una vita passata, lontana, nostalgica, e finisce quindi per raccontare la fine di questa vita, che è anche fine di un certo modo di essere, di pensare, di fare (settima) arte.
Se Tarantino si rifiuta donchisciottescamente di voltare pagina e leggere la parola "fine", Scorsese chiude il libro, e lo fa con una potenza devastante, un pugno allo stomaco che spiazza e sconvolge ma che, ne siamo certi, apre anche una nuova pagina nel suo cinema.

The Irishman è, senza ombra di dubbio un capolavoro, e un inno alla bellezza e alla varietà del cinema. Guardatelo, assaporatelo, godetevelo (se possibile al cinema). Per una volta si può davvero dire: di film così non ne fanno più.

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Pier

1: e qui andiamo controcorrente rispetto ai miopi critici ed esercenti nostrani, e riconosciamo che, senza la libertà pressoché totale concessa da Netflix, un film del genere non si sarebbe probabilmente mai fatto. Quando capiremo che la morte (sempre annunciata, mai definitiva) della sala non è causata da Netflix sarà sempre troppo tardi.

domenica 8 settembre 2019

Joker

Risate di dolore



Arthur Fleck lavora come clown per un’agenzia. È affetto da sindrome pseudobulbare, che gli causa risate incontrollate, e da una grave forma di depressione che cerca di tenere a freno concentrandosi sul suo lavoro. Vive ancora con la madre, che ama molto e che gli ha insegnato il motto che guida le sue giornate: affrontare la vita con una faccia felice. Nel giro di pochi giorni, però, Arthur subisce due violenti soprusi che intaccano la sua fragile psiche, precipitandolo in una spirale autodistruttiva che lo porterà a scoprire nuove, inquietanti cose sul suo passato e su se stesso.

Che cos’è la follia? Molti grandi artisti hanno cercato di dare una risposta a questa domanda. Letteratura, teatro, musica, cinema: il tema è stato sviscerato in mille modi e attraverso mille storie e personaggi, ma senza mai trovare una vera risposta. Nessun personaggio, tuttavia, ha mai messo in crisi questa domanda come il Joker, l’iconico villain di Batman. Che sia nell’incarnazione di Jack Nicholson, o in quella più recente di Heath Ledger, Joker ha sempre sfidato il concetto stesso di follia, ribaltando il tavolo e chiedendo allo stordito intervistatore: chi stabilisce cosa sia normale e cosa sia a-normale, senza normalità, fuori dall’ordinario?

Tuttavia, nessuna versione cinematografica del Joker, nessun film precedente era arrivato tanto vicino a cogliere l’essenza della follia come il Joker di Todd Phillips, usandola per creare un ritratto spietato della società contemporanea. Una società che finge di incoraggiare la diversità ma in realtà la ripudia; in cui chi è davvero diverso viene nascosto, sepolto vivo lontano dai nostri occhi e dalle nostre menti, spesso senza alcuna speranza di riscatto; in cui chi per sbaglio riesce a riemergere dall’oscuro pertugio in cui lo avevamo cacciato lo fa solo per essere deriso, umiliato, e rimandato a suon di risate sul fondo dell’abisso, dove è giusto che stia. Perché, in fondo, la società la pensa come Thomas Wayne: se ti ritrovi a vivere in una periferia marcia e pestilenziale, distopica e al tempo stesso terribilmente reale, è sicuramente colpa tua.


E quindi, chi è davvero il folle? Attraverso la storia di Arthur Fleck, Todd Phillips ci risbatte in faccia la domanda con una violenza necessaria, che ci costringe a guardare alla sperequazione sociale degli Stati Uniti e del mondo. È colui che viene marginalizzato per via di una malattia e di una depressione causate da una vita di soprusi? O è colui che, come Thomas Wayne, pensa che l’attuale struttura sociale sia giusta ed equa? La parabola di Arthur Fleck non è (solo) quella di una progressiva discesa negli abissi della ragione, ma è una ribellione come quella del Travis Bickle di Taxi Driver, un altro reietto respinto dalla società che realizza attraverso le sue azioni “a-morali” di non essere solo nel suo dolore, nella sua frustrazione, nella sua sorda disperazione.

La storia di Arthur cessa di essere (solo) la origin story di un villain dei fumetti per diventare una storia universale che costringe con violenza lo spettatore a prendere coscienza delle iniquità del mondo, del tradimento degli affetti più stretti, della sordità dello Stato di fronte alle difficoltà dei suoi cittadini: in una parola, delle cause della rabbia che fermenta e brucia nella società odierna, un mondo “impazzito”, come dice Arthur, dove deridere, calpestare il tuo vicino più debole è visto come normale e persino divertente, almeno fino a quando il debole non diventi tu, come nella mirabile scena della metropolitana. Il Joker è l’unico a cogliere una verità che ci viene dalla Grecia classica: commedia e tragedia sono due facce di una stessa medaglia, ambedue essenziali per poter raggiungere o quantomeno aspirare a una vera catarsi.

Phillips dirige questo magma di emozioni e significati con mano sicura, ispirandosi al Batman di Nolan ma soprattutto al Martin Scorsese di Taxi Driver, Re per una notte (non è un caso la presenza di Robert De Niro nella parte di Murray Franklin) e Mean Streets, creando un’atmosfera da noir metropolitano, con una Gotham City mai così realistica, sporca, senza speranza, talmente viva che lo spettatore percepisce il sudore, il sudiciume, la puzza in cui sono sprofondati i protagonisti. Da questa materia quasi scatologica Phillips riesce però a ricavare immagini di rara bellezza, sfondi perfetti per la danza delirante ed estatica del Joker, la cui frenesia cresce fino ad esplodere in sequenze finali mozzafiato per capacità emotiva e filmica.


Phillips, contrariamente ad alcune critiche infondate e superficiali lette in questi giorni, riesce anche a evitare la trappola dell'assoluzione della violenza, in particolare di quella (verbale e fisica) perpetrata dai cosiddetti incels (uomini bianchi che pensano di essere "forzatamente" single e si sentono esclusi dalla società). Arthur non è, infatti, un incel, e la cosa è talmente chiara che non dovrebbe nemmeno richiedere una spiegazione. Non è un uomo che si sente escluso dalla società e che la incolpa per i suoi insuccessi, ma un uomo malato, in cura farmacologica e psicologica per una grave forma di depressione e per la sua sindrome pseudobulbare. Non pensa di essere un grande comico, né che il mondo sbagli a non riconoscere la sua grandezza: la standup comedy è il suo modo di connettersi con un'umanità che non capisce (come è evidente dagli appunti che prende durante le esibizioni di altri comici), di sentirsi meno isolato, di entrare in contatto con la gente. Non sogna di essere invitato al Murray Franklin show, ma una figura paterna che lo apprezzi, e che lui identifica in Murray, unico compagno delle sue serate solitarie: la scena onirica è in tal senso chiarissima, e non lascia spazio a interpretazioni capziose come quelle lette in questi giorni.

La sua involuzione, infine, non dipende da una donna che lo respinge, ma dall'ennesima umiliazione gratuita subita, un'umiliazione non cercata, frutto di quella cultura avida di video e immagini da mettere alla berlina, spernacchiare, che trasforma un momento felice in una distruzione della dignità individuale; una cultura che nasce in televisione, ma è esplosa nell'era dei social media anche grazie agli stessi incels, pronti a dileggiare chiunque "ci provi", quasi fosse colpevole di lesa maestà nei confronti della loro autocommiserazione; una cultura, infine, perpetrata anche da quei membri delle elites che vedono nell'ignoranza un motivo di dileggio anziché un nemico da sconfiggere, nella povertà crescente una colpa anziché un problema collettivo. Di questa cultura fanno parte anche coloro che hanno criticato il film per questi motivi capziosi: personaggi che non vogliono ascoltare i campannelli d'allarme, che additano coloro che sottolineano il problema (come Joker) come delle Cassandre in cerca di attenzione e facile consenso; personaggi che, in sintesi, continuano a sostenere che il termometro sia la causa della febbre.


Al centro del film c’è la prova trascendente di Joaquin Phoenix: il suo Arthur/Joker è tutto e niente al tempo stesso, un personaggio comico e tragico, in cui la risata si fa dolore insopportabile e il corpo diviene semplicemente un veicolo per la mania (da Dioniso a Loki, la follia è sempre divina) che scatena l’incenerimento del vecchio che è necessario alla nascita del nuovo. Il suo corpo si piega, si contorce, si deforma, squassato da una risata incontrollabile che diventa cieco urlo di dolore e di frustrazione per non avere il pieno controllo del proprio corpo e della propria vita, una richiesta d'aiuto disperata e lacerante: raramente si è vista una tale capacità di comunicare una molteplicità e complessità di emozioni con un solo sguardo, una sola frase, un solo movimento di un corpo martoriato, perfetta riflessione della mente del protagonista. Phoenix si fa interprete non solo di un personaggio, ma di un’intera categoria sociale, e regala un’interpretazione che rimarrà nella storia del cinema.

Joker non è il miglior cinecomic di sempre semplicemente perché non è (solo) un cinecomic: non è un film sui fumetti, ma un film che, senza rinnegare le sue origini, parte dai fumetti per parlare della società di oggi e della realtà, senza avere paura di esporne le ferite purulente. È un film vibrante, vivo, necessario, che mette a disagio a ogni inquadratura e lascia lo spettatore con più domande che risposte: è, in due parole, grande cinema.

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Pier

NB: Parte di questa recensione è già stata pubblicata dallo stesso autore su Nonsolocinema.

lunedì 17 febbraio 2014

American Hustle

Come truffare Hollywood



New York, anni Settanta. Irving Rosenfeld è un piccolo truffatore che si guadagna da vivere promettendo grandi somme di denaro in cambio di piccoli anticipi, che poi regolarmente non restituisce. Ad aiutarlo nel mettere in atto le sue truffe c'è la sua amante Sydney Prosser, sedicente contessa inglese che dovrebbe garantire l'accesso al capitale che Irving promette alle sue vittime. Quando i due vengono scoperti da un ambizioso agente dell'FBI, Richie Di Maso, saranno costretti ad accettare di aiutarlo in cambio della libertà. Il progetto di Di Maso è semplice: usare l'abilità di Irving e Sydney per mettere allo scoperto la corruzione dei politici e le loro relazioni con alcuni gruppi mafiosi. Il piano sembra perfetto, ma gli imprevisti, tra cui l'incontrollabile moglie di Irving, sono in agguato.

Dopo il grande successo di pubblico e critica ottenuto con Il lato positivo, David O. Russell cambia genere e realizza una grottesca parodia dei film sulle truffe, condendolo con tutti gli stereotipi del genere, rivisitati e ribaltati con cinismo e creatività. Il risultato è un film godibile e divertente, lontano dal coinvolgimento emotivo dei precedenti lavori di Russell ma comunque in grado di intrattenere e interessare lo spettatore. La lente, fin da subito, si sposta sui rapporti umani piuttosto che sul piano truffaldino, enfatizzando le miserie dei protagonisti piuttosto che la brillantezza dei loro dialoghi o dei loro imbrogli. I protagonisti sono brutti, sporchi e fuori forma, grotteschi nella loro eccessiva attenzione per il proprio aspetto fisico e nella loro totale noncuranza per quello della loro coscienza. Gli attori offrono un'ottima prova, capitanati da un Christian Bale eccellente per misura e credibilità e da un'Amy Adams determinata e intensa. Accanto a loro si muovono un Bradley Cooper efficace ma sottotono e una Jennifer Lawrence svampita e vacua, oltre che il sindaco piacione Jeremy Renner e il boss De Niro in un cameo semplicemente perfetto.

Russell, tuttavia, affronta il tema della decadenza morale solo in superficie, limitandosi a presentare i suoi personaggi senza scavare a fondo nel contesto socio-culturale in cui opera. Questo finisce per indebolire il film, privandolo della significatività che potrebbe avere e riducendolo a una semplice analisi delle relazioni. La trama, pur divertente, risulta appensantita dalla mancanza di univocità e chiarezza nei toni. Il genere del film rimane indefinito, sospeso in un limbo tra parodia, gangster movie, commedia e ricostruzione storica, e resta così intrappolato in un continuo e schizofrenico cambio di registro che ha il solo effetto di straniare lo spettatore.

American Hustle è un film divertente e ben interpretato, che però manca di profondità e spessore. Stupisce quindi la pletora di nomination ricevute dall'Academy, che sembra aver premiato le intenzioni del film più che il suo effettivo contenuto, come se i giurati, al pari dei clienti di Irving, si fossero fatti incantare da false promesse di grandezza. Il film rimane ben lontano dai grandi classici del genere, come La stangata, avvicinandosi di più a prodotti come la saga degli Ocean, ottimi film di intrattenimento senza alcuna pretesa artistica.

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Pier

venerdì 25 ottobre 2013

Cose nostre - Malavita

Commedia nera in salsa gangster



Giovanni Manzoni è un boss mafioso che ha deciso di collaborare con la giustizia. I suoi vecchi compagni, che ha contribuito a mandare in galera, lo vogliono morto, e così Giovanni è costretto a muoversi continuamente, assumendo identità fittizie, aiutato dal programma protezione testimoni dell'FBI. Insieme alla moglie e ai due figli arriva così in una cittadina della Normandia. La famiglia, dopo qualche difficoltà iniziale, riuscirà a integrarsi nella realtà locale, ovviamente a modo suo.

Tratto dal romanzo Malavita di Tonino Benacquista, il film di Luc Besson risente fortemente dell'influenza del cinema di Martin Scorsese, qui produttore, ma soprattutto delle più recenti rivisitazioni delle famiglie mafiose italoamericane come I Sopranos. Besson mescola infatti sapientemente humor e sparatorie, commedia nera, thriller e noir, con tocchi tarantiniani e incursioni negli stilemi della commedia adolescenziale.
La miscela è ben riuscita, con ritmi elevati e una trama che, nonostante non brilli per originalità, gioca con intelligenza con gli stereotipi del genere, rielaborandoli con intelligenza e personalità.
La presenza di De Niro regala alcuni momenti di metacinema sottili ma esilaranti, soprattutto quando il suo personaggio si ritrova a dover commentare Quei Bravi Ragazzi con un sorriso divertito sul volto: dove inizia Giovanni Manzoni, e dove finisce il De Niro attore?

Il cast regala un'ottima prova corale, da De Niro alla moglie-madre di famiglia della Pfeiffer, passando per due figli adolescenti con attitudine all'estorsione e alla violenza, interpretati da Dianna Agron, reduce di Glee, e il promettente John D´Leo, che il truccatore dota di neo à-la-De Niro. Su tutti spicca però il federale disilluso ed esasperato di Tommy Lee-Jones, perfetto come sempre nel sottile equilibrio tra durezza e gelida ironia.

Cose nostre - Malavita (ma c'era davvero bisogno della solito, inutile "aggiunta" nel titolo italiano? Malavita non era chiaro?) non brilla per originalità di trama e tematiche, ma ha il pregio di affrontare il genere e rielaborarlo con sapienza e gusto cinematografico, regalando allo spettatore 111 minuti di intrattenimento di alta qualità.

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Pier

sabato 16 marzo 2013

Il lato positivo

L'incontro di due solitudini



Pat esce dall'ospedale psichiatrico dove è stato ricoverato otto mesi prima per aver massacrato di botte l'uomo che aveva trovato in doccia con la moglie Nikki. Determinato a riconquistarla, Pat cerca di affrontare la vita e ogni avversità con positività e ottimismo. Torna così a vivere con i genitori, ma la convivenza si rivela più complessa del previsto, tra crisi continue e un rapporto con il padre, disoccupato che si è dato alle scommesse, mai decollato fin dall'infanzia. A sconvolgere ulteriormente il delicato equilibrio di Pat arriva Tiffany, giovane vedova con una reputazione non esattamente cristallina in termini di abitudini sessuali e abuso di farmaci. Quello che sembra destinato a essere un incontro casuale diventa invece, grazie a un corso di danza, un percorso di riabilitazione alla vita sia per Pat che per Tiffany, portandoli a riconsiderare molte cose del loro passato e le loro prospettive per il futuro.

Dopo aver conquistato le platee e la critica con un film ambientato nel mondo della boxe, David O. Russell torna con una commedia dal sapore drammatico, in cui due personaggi problematici e destinati a una vita solitaria si incontrano e imparano a comprendere la vita, ma prima di tutto se stessi. La regia, nervosa e a scatti, con un largo e abbondante uso della camera a mano, sembra voler riflettere la psicologia dei protagonisti, tormentati e schiacciati da un passato che non vogliono o non riescono a scrollarsi di dosso. Proprio il rapporto con il passato è l'elemento che maggiormente distingue Pat e Tiffany: il primo vorrebbe solo che le cose tornassero com'erano, nel tentativo di ritornare a una sua personale età dell'oro che, forse, non è mai esistita; la seconda, invece, vorrebbe solo andare avanti, rimuovere la morte del marito, di cui si sente indirettamente responsabile, e tutte le azioni autodistruttive che ha compiuto successivamente, ma sembra incapace di farlo.

Il contrasto tra i due protagonisti è solo apparente, in quanto entrambi sono alla disperata ricerca di un equilibrio, di un pezzo di legno cui aggrapparsi per non naufragare nel mare delle loro esistenze. Intorno a loro gravitano due coppie di genitori solo apparentemente distanti, ma in realtà unite dal desiderio quasi soffocante di proteggere i figli dalle loro azioni, da quella vita che inesorabilmente si presenta a bussare alla loro porta presentando il conto. Laddove i genitori di Tiffany sono solo tratteggiati, quelli di Pat sono centrali per la vicenda, con una madre buona, dolce ma apprensiva, e un padre, magistralmente intepretato da un De Niro finalmente sui suoi livelli, che cerca di recuperare un rapporto mai nato con il figlio attraverso l'unica passione che hanno in comune, il baseball.

La regia di Russell, così come in The Fighter, esalta l'interpretazione degli attori, cui si deve gran parte della riuscita del film. Bradley Cooper è perfetto per misura e sentimento, e Jennifer Lawrence offre una prova eccellente nei panni di un personaggio fuori dagli schemi, con la lingua appuntita e degli occhi che quasi feriscono per intensità. Fotografia e montaggio non sono nulla di eccezionale, ma supportano la storia in modo adeguato, con una forte insistenza sui primi piani e un largo uso del piano sequenza. Una menzione meritano le musiche e la colonna sonora di Danny Elfman, davvero azzeccate e parte attiva della narrazione.

Il lato positivo è un film potente nella sua semplicità, capace di suscitare forti emozioni attraverso una trama semplice solo all'apparenza, in cui fanno continuamente capolino sentimenti, conflitti irrisolti e crisi interiori. Russell conferma la sua capacità di esaltare le capacità dei suoi attori, regalando dei personaggi che arricchiscono la storia di un'umanità difficile da trovare nel cinema contemporaneo.

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Pier

venerdì 6 maggio 2011

Machete

Quando esce "Machete Kills"?



Machete è un ex agente federale messicano, creduto morto dopo uno scontro con il narcotrafficante Torrez. Miracolosamente sopravvissuto, si rifugia in Texas, dove finirà al centro di uno complotto legato a doppio filo all'immigrazione messicana negli USA e allo stesso boss che lo aveva quasi ucciso.

Ci sono due correnti di pensiero su Machete: quelli che dicono che è solo una furbata, un film di serie B furbetto che spaccia lo splatter per citazionismo. E quelli che lo ritengono un sincero omaggio ai B-movie, un B-movie talmente B che è quasi di serie C, realizzato e girato con amore per il genere da un regista che del genere è cultore e che lo ha portato sulle soglie del capolavoro.

Ammetto di appartenere al secondo gruppo, ma ho delle ottime ragioni. La prima è che Rodriguez è sempre stato un regista "onesto", lontano dalle furbate che hanno contraddistinto persino qualche film di Tarantino. Insomma, di uno che dopo la trilogia del Mariachi si mette a girare dei film per bambini per fare contenti i figli non può che essere degno della mia fiducia.
La seconda è che il film è stato richiesto a viva voce dai fan, innamoratisi della storia e del viso di Danny Trejo dopo averne visto il finto trailer realizzato per Grindhouse (quello sì un prodotto furbetto e di scarso spessore).
La terza, e più importante, è che Machete, in mezzo alle mille trovate geniali, ai mille combattimenti e alle mille citazioni, ha anche un messaggio serio. La denuncia della politica anti-immigrazione messa in atto dagli USA sul confine con il Messico non è accessoria, ma è un elemento fondamentale della trama, con forti ed evidenti richiami alla situazione reale.

Dopo le ragioni, i fatti: Machete è un capolavoro del suo genere.
I personaggi sono geniali, ben costruiti, e ognuno di loro e tratteggiato con precisione e vivacità. La storia, salvo qualche breve pausa qua e là, gira che è una meraviglia, ed ha un ritmo eccellente. Gli attori sono perfetti, da Danny Trejo a Robert De Niro, passando per Jessica Alba e il grande ritorno di Steven Seagal (che oggettivamente non poteva mancare). Convince, perchè no, anche da una Lindsay Lohan in versione suora vendicatrice.
Le citazioni si sprecano, ma i momenti migliori sono quelli ideati dalla mente di Rodriguez, scena iniziale e finale su tutte.

Machete non è certamente un prodotto per palati fini, ma tra inseguimenti, sgozzamenti, complotti e morti risulta uno dei più divertenti film d'azione degli ultimi anni.

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Pier

sabato 13 novembre 2010

Stanno tutti bene

La garanzia di un attore come De Niro


Robert De Niro è Frank Goode, un lavoratore americano in pensione. Quando i suoi figli li comunicano che non sarebbero stati in grado di andarlo a trovare per Natale, Frank, contro il consiglio del medico, prende il treno, attraversa l'America, e li raggiunge uno ad uno. La realtà non è quella che Frank aveva immaginato, e la vita dei figli non è così rosa e fiori come gli veniva raccontata.

Stanno tutti bene è la versione americana del film omonimo di Tornatore del 1990. Sebbene il film italiano era noioso e ripetitivo, con una morale chiara ma poco concreta, Kirk Jones è magistrale nel costruire il film attorno ad un De Niro inedito e di poche parole. Questo splendido attore abbraccia una recitazione pulita e diretta, orientata a comunicare la convinzione apparente del protagonista della vita perfetta dei figli; Frank, solo adesso capisce gli errori fatti in buona fede, conseguenza del suo desiderio di far vivere ai propri figli una vita migliore.

Il film è fortemente emozionale e per molti aspetti ne richiama un altro simile: A proposito di Schmidt. In fase crepuscolare, due grandissimi attori come Nicholson e De Niro, si calano nei panni di due anziani che ripensano malinconicamente alla loro vita; se nel film di Nicholson il rapporto con la figlia è marginale, in Tutti stanno bene, il focus è proprio la dimensione paterna di De Niro e dove i figli sono la materializzazione del suo fallimento come padre. Il regista è straordinario nel sottolineare la bontà di Frank e la sua buona fede negli atteggiamenti, ed è proprio questo a dare una forte dimensione emozionale al film; si percepisce infatti la grande sofferenza del protagonista dovuta alla consapevolezza di essere la causa di tutti i mali dei figli.

Gli attori sono pazzeschi, con un De Niro nuovo, ma anche con Drew Barrymore e Sam Rockwell in grande spolvero; il film è costruito bene, mai banale né noioso e con una dimensione emozionale davvero inaspettata.

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Alessandro