lunedì 11 settembre 2017

Valerio Zurlini - I dimenticati: puntata 13 (seconda parte)

Seconda puntata della puntata de "I dimenticati" dedicata a Valerio Zurlini.
Potete trovare qui la prima parte.


Dopo "La ragazza con la valigia", Zurlini riuscì finalmente a convincere Pratolini a portare sullo schermo "Cronaca familiare" (1962) con Mastroianni e Jacques Perrin. Il film vinse il Leone d'Oro a Venezia, ex aequo con "L'infanzia di Ivan" di Andrej Tarkovskij, chiudendo in questo modo in soli tre anni un trittico di film straordinari, tutti nati nel rispetto di un consiglio impartitogli all'esordio dalla ditta Benvenuti&De Bernardi. I due sceneggiatori avevano fatto capire a Zurlini che i personaggi di un film devono essere autentici, perché soltanto partendo dalle loro speranze e dalle loro angosce può nascere una storia credibile. Egli recepì appieno questo insegnamento, costruendo i suoi futuri film con uno sguardo sensibile e delicato sulle emozioni dei protagonisti. 

Aveva appena trentasei anni, ma era lo Zurlini migliore; in seguito non avrebbe più saputo raggiungere questi livelli di rendimento e di continuità. Dal cinema prese le distanze, o meglio fu il cinema a prenderle da lui. Negli anni successivi realizzò soltanto due opere minori per la sua filmografia: "Le soldatesse" nel 1965 e "Seduto alla sua destra" nel 1968, ispirato alla vita del leader congolese Lumumba. Quest'ultimo ebbe gestazione tortuosa: nato per essere uno dei cortometraggi - gli altri sarebbero stati di Pasolini, Lizzani e Bertolucci - del progetto Vangelo '70, una sorta di rilettura dei testi sacri in chiave moderna da presentare al Festival di Berlino e uscito poi col titolo "Amore e rabbia", divenne invece un lungometraggio a se stante. 



In questi anni Zurlini viveva una crisi creativa a causa delle sue inquietudini e metteva più passione e curiosità nei progetti che non riusciva a realizzare che in quelli che diventarono film. Gliene furono cari tre in particolare, dei quali sono rimaste le sceneggiature con le sue annotazioni e le sue ambizioni: "La zattera della medusa", su un gruppo di intellettuali americani nella Roma della Dolce Vita, ispirato a incontri della giovinezza; "Verso Damasco", un progetto a cui lavorò con Giorgio Albertazzi e Luigi Vanzi, tratto dal racconto "L'inchiesta" di Flaiano e Suso Cecchi d'Amico, in cui s'immagina l'arrivo di un magistrato romano in Galilea per indagare sulla scomparsa di Cristo; "Il sole nero", un soggetto ispirato alla vicenda del "boia di Albenga" Luciano Luberti, già fascista
macchiatosi di sevizie contro i partigiani, accusato nel 1970 di aver ucciso la propria amante e di averne tenuto il cadavere in casa per alcuni mesi. Zurlini immaginò un confronto tra quest'uomo e un giovane giornalista depresso e vacillante nella fede cristiana, con un conseguente reciproco plagio tra i due. Un film sul tema del perdono con echi dostoevskijani, che nessun produttore era disposto a finanziare, e un protagonista di sgradevole e abietta autenticità al quale nessun attore era disposto a dare un volto. 

Zurlini ne ricavò un giudizio molto negativo sul cinema italiano, convincendosi forse non a torto che la volontà di borghese quieto vivere e la paura di sfide e innovazioni lo stessero facendo scivolare in una sonnolenza pericolosa e irreversibile e che gli attori volessero conservare un'immagine casalinga e rassicurante, evitando ogni interpretazione che potesse alterarla. Questa delusione contribuì a far sentire Zurlini un regista fuori dal sistema e a spingerlo ad isolarsi sempre di più. 



Nel 1976, ad appena cinquant'anni, girò il suo ultimo film, "Il deserto dei tartari", grazie all'impegno dell'amico Jacques Perrin (che fu anche il protagonista nei panni del tenente Drogo) nel reperire i finanziamenti necessari per un'opera tanto dispendiosa da aver già fatto desistere Antonioni dal portarla sullo schermo. Il film, con un cast stellare che includeva, oltre a Perrin, Vittorio Gassman, Philippe Noiret, Max von Sydow e Jean-Luis Trintignant. Gli valse il Nastro d'Argento e il David di Donatello e fu molto apprezzato dalla critica. 


Il vero testamento di Zurlini è però il penultimo film, "La prima notte di quiete", girato nel 1972 in una Rimini invernale. Oltre alla classica ambientazione nella riviera romagnola ritornano qui molti temi che avevano caratterizzato le sue opere giovanili: l'amore contrastato, la solitudine, l'abbandono, con l'aggiunta di una feroce descrizione dell'ambiente di provincia e dei suoi squallidi frequentatori. La figura del protagonista, un Alain Delon sempre con indosso un cappotto di cammello e un dolcevita verde appartenenti allo stesso regista, era ispirata a un personaggio di una famiglia molto nota da quelle parti, che Zurlini incontrò proprio durante un inverno. Un uomo infelice, ironico e romantico, con un passato misterioso. L'interpretazione di Delon fu eccellente e contribuì a fare de "La prima notte di quiete" uno dei film più visti di quell'anno e il maggior successo commerciale della filmografia del regista. Il quale, paradossalmente (ma non troppo), fu l'unico a non amare il film. 



Era molto esigente, tanto è vero che i film realizzati, soltanto otto, furono meno di quelli rimastigli nel cassetto. Sopra la media per sensibilità e cultura, letteraria e artistica, pretendeva di tradurre in immagini l'animo umano e i suoi sentimenti. Quando gli riusciva, il film risultava più adatto a un pubblico di nicchia che di massa. Quando non gli riusciva, se ne crucciava, come nel caso de "La prima notte di quiete", che considerava il suo film meno riuscito perché a suo giudizio Delon non possedeva nel privato la profonda gentilezza e l'inguaribile malinconia del personaggio. La cosa gli fece apparire l'intero lavoro come un falso e disse di aver provato la sofferenza e l'amarezza di un padre che scopre una vocazione di criminale in un figlio molto amato. Ma forse la verità è che detestava quel figlio proprio perché era venuto fuori a sua immagine e somiglianza, obbligandolo, ogni volta che lo guardava, a vederne riflessi come su uno specchio le illusioni del passato e le delusioni del presente che lo tormentarono per tutta la vita. 

Se ad inizio carriera l'incomprensione con Ponti lo aveva spinto in un limbo suo malgrado, in quello stesso limbo egli si gettò di nuovo spontaneamente nel giro di pochi anni. Questo non gl'impedì di fare film, anzi glieli rese più belli, perché il miglior Zurlini è stato quello impegnato a raccontare Zurlini stesso dandogli un'altra veste: ora quella di un adolescente confuso, ora quella di una ragazza giovane ma già delusa dalla vita, ora quella di un professore d'italiano fiero e decadente. Dietro ciascuno di questi personaggi faceva capolino un aspetto del loro creatore e ad accomunarli vi era sempre un senso d'inquietudine profonda. Ecco allora assimilata la lezione di Benvenuti&De Bernardi, ma in modo estremamente personale. I film di Zurlini, per lo meno quelli più riusciti, sono nati tutti dai personaggi. Ma dietro quei personaggi vi era sempre lui, costretto a confrontarsi con il brutto di una quotidianità fatta di rimpianti e occasioni perdute. Per questo ha passato la vita a cercare rifugio nel bello della letteratura e dell'arte, sempre immerso in una solitudine che, oggi che non c'è più, si è trasformata nella causa del suo immeritato oblio.

Giovanni
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sabato 9 settembre 2017

Venezia 2017 - Il Totoleone

Anche quest'anno, siamo arrivati alla fine della Mostra del Cinema.

È stata una Mostra decisamente interessante, con pochissimi picchi negativi nel Concorso, ma anche pochi amori a prima vista, che invece abbondavano lo scorso anno.

Di seguito i pronostici per il Leone d'Oro, corredati come sempre dalle mie preferenze personali.


Premio Mastroianni per il miglior attore emergente
Qui la competizione sembra davvero ridotta, con Charlie Plummer chiaramente favorito per la sua parte in Lean on Pete. Il ragazzo ha un innegabile talento e offre una splendida interpretazione; tuttavia, la mia preferenza ricade su un piccolo, grande attore: Noah Jupe, splendido protagonista di Suburbicon, la commedia nera di George Clooney.
Pronostico: Charlie Plummer, Lean on Pete
Scelta personale: Noah Jupe, Suburbicon

Coppa Volpi maschile
Sfida poco accesa che in campo femminile, causa la presenza di molti film corali, in cui è difficile identificare un protagonista univoco. Tra tutte, si staglia nettamente la commovente interpretazione di Donald Sutherland in The Leisure Seeker, cui va anche la mia preferenza personale.
Pronostico: Donald Sutherland, The Leisure Seeker
Scelta personale: Donald Sutherland, The Leisure Seeker

Coppa Volpi femminile
Come lo scorso anno, la sfida è agguerritissima, con Jennifer Lawrence (mother!), Helen Mirren (The Leisure Seeker), Charlotte Rampling (Hannah), Sally Hawkins (The Shape of Water) e Frances McDormand (Three Billboards) che possono legittimamente aspirare alla vittoria. La favorita sembra Sally Hawkins, ma personalmente sarei molto felice se la giuria decidesse di dare una coppa Volpi "di coppia", premiando sia Donald Sutherland che Helen Mirren, cuore pulsante del film più commovente visto alla Mostra.
Pronostico: Sally Hawkins, The Shape of Water
Scelta personale: Helen Mirren, The Leisure Seeker

Osella per la miglior sceneggiatura
Qui il netto favorito sembra essere Three Billboards, scritto alla perfezione da Martin McDonagh. A mio parere, tuttavia, il meriterebbe altri onori, e la mia scelta personale ricade quindi su Suburbicon, con la splendida sceneggiatura piena di humor nero dei fratelli Coen.
Pronostico: Three Billboards
Scelta personale: Suburbicon

Gran Premio della Giuria
Situazione quantomai fluida per i tre premi principali, per i quali è sempre difficile definire chi vincerà cosa. Il favorito per questo premio potrebbe essere il giapponese Kore-eda con The Third Murder, convincente legal drama che sfugge alla classificazione di genere grazie a una storia e a una fotografia quasi universali. La mia scelta personale cade invece su The Shape of Water di Guillermo del Toro, una favola moderna in grado di commuovere e far riflettere.
Pronostico: The Third Murder
Scelta personale: The Shape of Water

Leone d'Argento (Miglior Regia)
Qui il favorito rischia di essere Foxtrot, forse il film con la migliore idea di regia vista alla Mostra. Maoz riesce anche a tradurla in un film convincente, a mio parere uno dei due migliori visto in concorso, cui va quindi anche il mio voto personale.
Pronostico: Samuel Maoz, Foxtrot
Scelta personale: Samuel Maoz, Foxtrot

Leone d'Oro
Sfida davvero accesa, ma il favorito sembra a sorpresa essere mother! di Darren Aronofsky: stroncato da gran parte  della critica, il film presenta però una forza visiva e una potenza nel messaggio che potrebbero conquistare i giurati, a dispetto delle sue evidenti e clamorose imperfezioni. La mia scelta personale ricade invece su Three Billboards, film solo apparentemente più classico, che coniuga alla perfezione ogni suo elemento, dalla recitazione al montaggio, al servizio del messaggio che il regista vuole comunicare, riuscendo a divertire, emozionare e far riflettere.
Pronostico: mother!
Scelta personale: Three Billboards

È tutto per quest'anno, ci risentiamo per l'edizione 2018.

Pier

venerdì 8 settembre 2017

Telegrammi da Venezia 2017 - #5

Ultimo telegramma da Venezia 2017, in attesa dei premi.


Mektoub, My love: Canto uno (Concorso), voto 6. Ho avuto molte difficoltà nel dare un voto a questo film. Il voto è la media tra il 9 che avrei dato al film per le intenzioni, e il 3 che merita per l'effettiva realizzazione. Attraverso gli occhi del giovane sceneggiatore Amid, Kechiche racconta l'estate di un gruppo di giovani che si ritrovano in una località balneare dell'Algeria, e riesce a cogliere appieno l'essenza infinita della gioventù: infinite possibilità, infinita energia, infinita sensualità, infinito desiderio di vita.
Peccato la gioventù che racconta sia quella di un mondo irreale e visto con occhio esclusivamente maschile, e in particolare quello di un uomo misogino e guardone: tutte le ragazze sono belle, bellissime, e sessualmente disinibite; il loro unico interesse è portarsi a letto il ragazzo e, perché no, la ragazza di turno; infine, nessun personaggio femminile ha una connotazione almeno vagamente positiva, laddove gli uomini brillano per solidarietà e supporto reciproco. Il 90% delle inquadrature è dedicato ai sederi delle giovani protagoniste, e a poco vale la scusa che quello sia lo sguardo del giovane Amid quando queste scene continuano anche quando lui non è presente. Il film, insomma, sembra una versione autoriale dei cinepanettoni vanziniani o dei film erotici di Tinto Brass. Questo finisce per privare il film della sua vera forza, ovvero la pretesa di realismo: laddove narrativamente il film convince e offre un ritratto splendido e vitale della gioventù, la sua misoginia nemmeno troppo celata fa cadere il velo della verità per regalarci quello che sembra il sogno erotico di un vecchio impotente, l'occhio invidioso di un anziano che modella la gioventù sulle sue fantasie sessuali.

Hannah (Concorso), voto 6. Pallaoro, ultimo italiano in concorso, racconta la solitudine di una donna in un film scarno di dialoghi ma ricco dal punto di vista visivo. Di Hannah non sappiamo quasi nulla, e forse in fondo la sua storia non è importante: ciò che importa è la sua solitudine, la sua quotidianità, la sua lotta per rifarsi una vita. Charlotte Rampling regge il film da sola grazie a un'interpretazione straordinaria per intensità, che compensa almeno in parte lo scarsissimo dinamismo e la non eccessiva originalità dell'opera.

Brutti e cattivi (Orizzonti), voto 5. La storia di come una banda di malviventi diversamente abili (uno non ha le gambe, una non ha le braccia, uno è un nano) tenta il colpo della vita parte benissimo, con un ritmo altissimo e una bella caratterizzazione dei personaggi che ricordano i primi lavori di Guy Ritchie. Tuttavia, giunti a metà il film si incaglia e, lentamente, affonda sotto il peso di una seconda parte lentissima e retorica, in cui accadono meno eventi che in 5 minuti della prima. Un vero peccato, sia per l'intelligente idea di partenza, sia per la buona prova degli attori, Claudio Santamaria su tutti.

Jim & Andy - The Great Beyond (Fuori Concorso), voto 9. Splendido documentario su come Jim Carrey si è calato nei panni di Andy Kaufman per il film Man on The Moon, che offre una profonda riflessione su arte e identità. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

The rape of Recy Taylor (Orizzonti), voto 7.5. Un bel documentario, sia a livello narrativo che realizzativo, che racconta un episodio poco noto ma decisivo nella lotta per l'emancipazione degli afroamericani. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema

A domani per il Totoleone!

Pier

mercoledì 6 settembre 2017

Telegrammi da Venezia 2017 - #4

Quarto telegramma da Venezia, con il film più discusso della Mostra.


mother! (Concorso), voto 6.5. Il film di Aronofsky è il primo vero "caso" della Mostra 2017: da un lato la maggior parte dei critici, che lo ha massacrato, accusandolo di essere sconclusionato e senza capo né coda; dall'altro un gruppo più sparuto, ma molto agguerrito, che lo considera un capolavoro visionario e accusa il mondo di non averlo capito, lanciandosi in interpretazioni quasi più visionarie del film stesso. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo: Aronofsky vuole filmare un incubo, e per due terzi di film ci riesce, grazie a una fotografia claustrofobica, un sonoro di livello straordinario e alle interpretazioni superbe di tutti gli interpreti, Jennifer Lawrence e Michelle Pfeiffer in testa. In questa parte il film è ansiogeno, insensato a livello cognitivo ma perfettamente logico a livello emotivo e viscerale, terrorizzante nella sua normalità: tutto ciò che un incubo dovrebbe essere. Nel finale, però, Aronofsky perde decisamente il controllo della sua creatura, sia per il desiderio di mettere troppa carne al fuoco, sia per il maldestro tentativo di dare una spiegazione a qualcosa che non può e non deve averne: i sogni e l'inconscio non si spiegano, insegna il maestro del genere, David Lynch. Aronofsky dimentica questa importante lezione, condannando il suo film a sfiorare il ridicolo, dopo aver contemplato l'immenso.

Sweet Country (Concorso), voto 6.5. La storia di un paese raccontata attraverso la vicenda di un aborigeno che, per difendersi, deve uccidere un uomo bianco nel selvaggio West australiano di inizio Novecento. Pur braccato, l'uomo rivelerà una profonda connessione con la sua terra, che l'uomo bianco gli ha strappato a livello materiale ma non spirituale. Un film convincente , che si dilunga un po' troppo ma ha il pregio di una visione registica forte che si sostanzia soprattutto nelle immagini, splendide ed evocative.

Ammore e malavita (Concorso), voto 7. I Manetti Bros girano uno scanzonato divertissement che unisce film di mafia e musical. La prima ora è splendida: divertente, intelligente, ironica, con un ritmo forsennato. Poi il film si dilunga inutilmente per un'altra ora, con lungaggini e ripetizioni che lo appesantiscono e finiscono per sfiancarne la freschezza iniziale. Si arriva alla fine con fatica, ed è un peccato.

Caniba (Orizzonti), voto 1. Un documentario che butta al vento un tema interessantissimo come quello del cannibalismo per inseguire pretese autoriali. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Team Hurricane (Settimana della Critica), voto 8. Quanta freschezza in questo film di Annika Berg: di sguardo, di interpretazione, di concezione del cinema e dell'adolescenza. Il racconto delle giornate di otto adolescenti danesi passa attraverso i loro occhi, la loro visione del mondo, di se stesse, del proprio corpo, del diventare grandi: una visione colorata, piena di energia e immagini sgargianti e kitsch, ma anche di sofferenza, insicurezza e voglia di avere qualcuno che ti sta accanto. Un esordio splendido, toccante, divertente e originale.




martedì 5 settembre 2017

Telegrammi da Venezia 2017 - #3

Terzo telegramma da Venezia.


The Leisure Seeker (Concorso), voto 7.5. Primo film girato in lingua inglese per Paolo Virzì, ma quasi non ce ne si accorge: The Leisure Seeker ha la stessa freschezza, lo stesso delicato equilibrio tra dramma e commedia che caratterizzano i lavori migliori di Virzì, con il grandissimo valore aggiunto di due interpreti straordinari come Helen Mirren e Donald Sutherland, che ci piacerebbe vedere insigniti di una meritatissima Coppa Volpi di coppia. La storia di Ella e John, un'anziana coppia che fugge dalla malattia su un camper sgangherato, commuove e diverte in egual misura, e fa riflettere anche dopo la visione.

Ex Libris - The New York Public Library (Concorso), voto 5.5. Wiseman decide di raccontare la New York Public Library, ma lo fa senza dare voce a chi la frequenta e senza un chiaro filo conduttore. Il risultato è un film a tratti comunque interessante, ma molto meno riuscito e incisivo di altri suoi lavori. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Three Billboards Outside Ebbing, Missouri (Concorso), voto 8.5. Una donna che vuole giustizia per la figlia violentata e uccisa; uno sceriffo con un cancro terminale; un poliziotto dalla dubbia morale e dall'ancor più dubbio acume: questi i protagonisti della splendida commedia nera di  Martin McDonagh, già regista di In Bruges. Commedia nera rischia però di essere una definizione limitante per un film poliedrico come Three Billboards: scritto e girato divinamente, il film unisce anche satira e analisi sociale, e offre un ritratto perfetto e non banale della rabbia dell'America profonda, rispondendo alla domanda "da dove arriva Trump?" molto meglio di tanti sedicenti esperti, senza indulgere in lezioncine morali. Nessuno è completamente buono, nessuno è assolutamente cattivo: la verità, come sempre, sta nel mezzo. Superbi gli interpreti, da una Frances McDormand mai così tagliente e terribile a un Sam Rockwell perfetto nella parte del cattivo idiota in cerca di riscatto, al bel cameo di Peter Dinklage.

The Third Murder (Concorso), voto 7. Un thriller legale con tinte di dramma, che a dispetto della lentezza della narrazione riesce a raccontare con efficacia una storia che unisce tante solitudini in un unico, tragico destino. Kore-eda Hirokazu dimostra la solita sensibilità e grande abilità registica, creando alcune immagini davvero indimenticabili.


Al prossimo telegramma!

Pier

lunedì 4 settembre 2017

Telegrammi da Venezia 2017 - #2

 Secondo telegramma da Venezia 2017, con i film visti in Concorso e nelle sezioni collaterali.


Foxtrot (Concorso), voto 8.5. Si può sfuggire al destino? Partendo da questa domanda vecchia come il mondo Samuel Maoz, già regista di Lebanon, realizza un film che si muove in perfetto equilibrio tra dramma e assurdo, raccontando la guerra e le sue conseguenze con grande creatività e visione registica. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

Suburbicon (Concorso), voto 7.5. Partendo da una sceneggiatura scritta dai fratelli Coen (la cui impronta è chiaramente visibile) negli anni Ottanta, Clooney realizza un film che ritrae con efficacia le ipocrisie della società americana (e forse non solo), in cui si tende a cercare all'esterno, nell' "altro", un mostro che molto spesso si annida invece nel nido domestico. Uno humor nero di alto livello e le ottime prove degli attori rendono il film ben riuscito, anche se registicamente poco innovativo.

West of Sunshine (Orizzonti), voto 6.5. Un padre con debiti di gioco deve trovare il modo di pagare i suoi debitori in un giorno, e allo stesso tempo prendersi cura del figlio adolescente. Una trama già vista, ma trattata con estrema delicatezza e grande sensibilità (cosa non scontata, visto ad esempio quel polpettone pretenzioso di Somewhere di Sofia Coppola), in un film che diverte ed emoziona senza mai annoiare.

La mélodie (Fuori Concorso), voto 6.5. Il film racconta con efficacia una storia di riscatto sociale attraverso l'arte già vista mille volte, ma non per questo meno importante, soprattutto di questi tempi. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

Brawl in cell block 99 (Fuori Concorso), voto 7.5. Vince Vaughn è stato una delle poche note liete della seconda stagione di True Detective, e in questo film conferma il suo grande talento per i ruoli da "duro", dando vita a un personaggio ben sfaccettato e a delle sequenze d'azione spettacolari nel loro crudo realismo. Il regista S. Craig Zahler dirige con sapienza un film che, pur avendo i suoi momenti migliori nelle scene d'azione, non si esaurisce in esse, ma sviluppa la sua storia con coerenza e ritmo.

La voce di Fantozzi (Venezia Classici), voto 3. Si può fare un documentario noioso sulla storia di Fantozzi? Apparentemente sì, nonostante il materiale di partenza basterebbe per salvare anche il cineasta più incapace. Qui all'incapacità, tuttavia, si sposa l'arroganza, la pretesa di voler fare un film autoriale anziché concentrarsi sul tema che ci si era prefissi di affrontare: e allora in un documentario che dovrebbe raccontare Fantozzi e Paolo Villaggio attraverso il suo linguaggio e la sua voce, questa voce viene oscurata, nascosta, ridotta ai minimi termini, a favore di interviste senza senso (Fiorello, Travaglio, Michele Mirabella) e delle animazioni pretestuose à la Terry Gilliam che nulla aggiungono alla narrazione.

Al prossimo telegramma!

Pier

sabato 2 settembre 2017

Telegrammi da Venezia 2017 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia, e vi accompagnerà per tutta la Mostra del Cinema con i suoi telegrammi, recensioni brevi dei film visti nelle varie sezioni.


Downsizing (Concorso), voto 7. Il nuovo film di Alexander Payne parte bene, con un'idea geniale trattata in modo brillante e divertente, con toni da satira sociale. Regge anche nella parte centrale, nonostante un deciso calo di ritmo, grazie soprattutto alla splendide prove di Christoph Waltz e soprattutto di Hong Chau, bravissima a muoversi tra comico e drammatico. Il terzo atto è però eccessivamente lungo e melenso, e finisce per diluire la forza di una sceneggiatura potenzialmente dirompente.

The Insult (Concorso), voto 5. Un processo tra un cristiano e un palestinese viene trasformato dai media in una questione nazionale. Idea interessante, ma realizzata in modo troppo didascalico. Qui la recensione estesa fatta per Nonsolocinema.

The Shape of Water (Concorso), voto 8. Forse la summa del cinema di Del Toro, il film racconta l'emarginazione attraverso una fiaba non convenzionale che è al tempo stesso storia d'amore, dramma sociale e divertito e amorevole omaggio al cinema delle origini, tra mostri con il cuore d'oro e musical dove si balla il tip tap. Del Toro unisce questi elementi con un tocco delicato e poetico, realizzando un film semplice e al tempo stesso complesso, in cui i toni da fiaba si uniscono alla cruda durezza del reale, alla ricerca della definizione stessa di umanità.

First Reformed (Concorso), voto 7.5. Film difficilmente inquadrabile, questo di Paul Schrader, fotografato con sapienza e narrato in modo irregolare, disordinato, quasi onirico. Schrader segue il difficile percorso, in bilico tra dannazione e redenzione, di un prete che non ha perso la fede in Dio ma quella in se stesso, e i cui demoni sono talmente forti da rendergli quasi impossibile esorcizzare quelli altrui. Il film tocca vette di lirismo e crudo realismo di grande impatto, ma scivola pesantemente in alcuni momenti, soprattutto nella scena finale.

Human Flow (Concorso), voto 7. Ai Weiwei, eclettico artista cinese, realizza un documentario urgente e necessario sull'immigrazione e i rifugiati in ogni parte del mondo. Didascalico senza essere pesante, d'impatto senza essere retorico, il film lascia la parola alle immagini e alle voci di chi è dovuto fuggire dalle persecuzioni e dalla guerra. Non offre alcuna soluzione né un ragionamento complessivo sul fenomeno, ma forse non era necessario farlo.

Lean on Pete (Concorso), voto 6. Periferie polverose, violenza, cavalli e verdi praterie: gli ingredienti del grande romanzo americano, che qui racconta la storia di Charlie, adolescente che si trova a diventare adulto prima del tempo. Il film non brilla per originalità, ma funziona e Charlie Plummer, il giovane protagonista, è una rivelazione.

Under the Tree (Orizzonti), voto 7. Tragedia dell'assurdo in cui un albero che fa ombra sul giardino di un'altra casa scatena una serie di eventi sempre più drammatici, in un'escalation di violenza apparentemente incontrollabile. Efficace, in grado di muoversi bene sul sottile confine tra assurdo e thriller.

Invisible (Orizzonti), voto 4.5. Film già visto e rivisto su adolescente in crisi in famiglia con problemi. Il tema è trattato con delicatezza ma con scarsa originalità, e alla fine ci si chiede cosa rimanga di quanto visto: purtroppo, ben poco.

Pier

mercoledì 30 agosto 2017

Dunkirk

Il capolavoro della fuga



Nel maggio 1940, 400.000 soldati britannici sono accerchiati dai tedeschi sulla spiaggia di Dunkerque (Dunkirk in inglese). I vertici militari britannici organizzano una rocambolesca operazione di salvataggio, che coinvolge anche i civili. Il destino della guerra dipende dalla salvezza di questi soldati.

Una città deserta, silente; il suono improvviso di uno sparo; una fuga rocambolesca verso la spiaggia, a sua volta silente, ma non deserta, anzi, traboccante di uomini in attesa di una nave che potrebbe non arrivare mai: soldati ordinati o animali in fila per il mattatoio?

La scena d'apertura di Dunkirk è un perfetto ritratto della materia di cui è fatto il film: un ritratto impressionista di una fuga, in cui nulla è mai perfettamente definito se non la paura, l'ansia, il tempo che diventa il nemico più temibile, quello che davvero uccide.
Christopher Nolan gioca con il tempo da sempre, dilatandolo e comprimendolo, ma qui, ancor più che Interstellar, il tempo diviene il vero protagonista, o meglio, l'antagonista: tutti i protagonisti, che siano in mare, terra, o aria, devono lottare contro il tempo per permettere a una fuga impossibile di avere luogo, per salvarsi e salvare altri, per mantenere acceso un barlume di speranza. Nolan racconta questa corsa contro il tempo attraverso tre storie che si inseguono, si toccano e infine si allineano, dando vita a uno sforzo collettivo che ben rappresenta il miracolo che fu l'evacuazione di Dunkerque.

In quello che è forse il suo film meno "nolaniano", Nolan racconta una storia in fondo lineare, ma caratterizzata da un'urgenza e una tensione che raramente si sperimentano al cinema, lasciando lo spettatore con il cuore in gola per tutta la durata della pellicola. Nolan sincronizza con sapienza tutti gli elementi del film per costruisce una tensione palpabile, solida, fisica. Lo fa attraverso una sceneggiatura scarna e fatta più di silenzi che di parole; lo fa attraverso la splendida fotografia, fatta di campi lunghi che sembrano quadri, all'interno del quale gli uomini non sono che formiche immateriali, salvo riacquistare la propria umanità e sostanza negli intensi primi piani; lo fa con la scelta di non mostrare scene truculente per amor di spettacolo, ma di osservare i suoi soldati quasi come un entomologo, senza indulgere nella facile spettacolarizzazione ma preferendo la realtà della paura e delle emozioni; lo fa con delle prove d'attore splendide, fatte di sottrazione e di sottotono anziché delle urla che di solito caratterizzano il genere, con Kenneth Branagh, Mark Rylance e Tom Hardy che portano tre diversi ma ugualmente magistrali stili di recitazione al servizio del film; lo fa, infine, con una colonna sonora martellante e ansiogena, costruita su illusioni acustiche (come ben spiegato da Anonima Cinefili) e suoni naturali che prendono la tensione delle immagini e degli eventi e la elevano all'ennesima potenza.

Il risultato è uno dei migliori film di guerra degli ultimi trent'anni, forse della storia, capace di stordire con la forza di immagini evocative senza scivolare nella retorica, di farci affezionare ai personaggi e soffrire con loro senza indulgere in facili momenti di identificazione (nessuna foto della fidanzata nel taschino, nessun proclama patriottico del generale), di fare della fuga un'opera d'arte visiva e sonora.

Non perdetelo.

*****

Pier

domenica 27 agosto 2017

Valerio Zurlini - I dimenticati: puntata 13 (prima parte)

Torna la rubrica "I dimenticati", questa volta dedicata al regista e sceneggiatore Valerio Zurlini.



Un uomo che ama trascorrere gli inverni a Riccione è un uomo che si nasconde, dunque destinato all'oblio. Valerio Zurlini si rifugiava in quel luogo sapendo di ritrovarvi sé stesso e al tempo stesso di nascondersi agli altri. In quei viali e su quelle spiagge erano custodite l'ingenuità della sua infanzia e gli interrogativi senza risposte della sua adolescenza: per questo la riviera sarebbe diventata lo scenario dei suoi film più personali e sentiti - "Estate violenta", "La ragazza con la valigia", "La prima notte di quiete" - che furono anche i migliori. Vi passò tutte le estati da ragazzo, trasferendosi dalla Bologna dov'era nato nel 1926, fino all'ultima spensierata vacanza del 1943. Di ritorno decise di arruolarsi nel Corpo Italiano di Liberazione, nelle cui fila combatté per due anni. Trascorse la sera prima di partire in un'abitazione molto elegante, che già ospitava i suoi futuri compagni di resistenza. Al mattino dopo venne a salutarli il padrone di casa; non disse il suo nome ma Zurlini colse la forte personalità di quell'uomo che, anni dopo, scoprì essere Luchino Visconti.

A guerra finita Zurlini tornò a Roma, uomo fatto ma bisognoso di recuperare gli studi e gli amici. Una cosa gli portò l'altra, perché in un tardo pomeriggio in cui vagava per i corridoi dell'Università si imbatté in un gruppo di ragazzi che in un'aula stava provando "La Celestina" di Fernando de Rojas, un testo spagnolo del XVI secolo. Rimase incantato dalla loro passione, che glieli fece apparire tutti bravissimi, forse più di quel che erano. Si avvicinò a uno di essi, che sedeva in disparte perché in quel momento non era di scena, e gli chiese come si poteva entrare a far parte del gruppo. Era Marcello Mastroianni, che gli spiegò che per fare l'attore bastava superare un provino; se invece voleva dedicarsi alla regia avrebbe dovuto sostenere un esame piuttosto severo davanti a una commissione. Iniziò come attore, ma già l'anno successivo assunse la direzione del gruppo, il cui nome era Centro Universitario Teatrale. Si trattava della seconda scuola della capitale in ordine d'importanza dopo l'Accademia Silvio d'Amico, i cui attori passavano spesso ad osservare gli allestimenti dei giovani colleghi invidiandone la maggior libertà, che essi sfruttavano portando in scena testi che le compagnie stabili evitavano perché troppo ostiche per il pubblico.

In quel periodo Zurlini divenne amico di Mario Landi, in seguito affermatosi come regista teatrale e televisivo. Quando questi fu chiamato dal Piccolo Teatro di Milano per curare la regia de "Il soldato Tanaka" di Georg Kaiser, chiese a Zurlini di fargli da assistente. Egli accettò con piacere e si trasferì a Milano. La paga era di duemila lire al giorno, quando un pasto in trattoria gliene costava già seicento. Per arrotondare i guadagni scriveva allora i testi per un'agenzia di pubblicità, la Filmolimpia, dove lavorava anche Landi. A Milano Zurlini faticava ad ambientarsi, perché finita la giornata di lavoro non aveva nessuno da frequentare. A poco a poco, tuttavia, si ambientò, riuscendo anche ad introdursi nell'ambiente dei pittori, appassionandosi così anche all'arte moderna, perché di quella antica già lo era.


Nel frattempo le cose migliorarono anche sotto il profilo professionale: la Filmolimpia ricevette l'incarico di realizzare un cortometraggio promozionale per una ditta di Bologna e per Zurlini fu l'occasione per muovere i primi passi nell'ambiente cinematografico. Mentre si trovavano a Bologna, il titolare di un emporio locale commissionò alla troupe un secondo cortometraggio sulla sua ditta. Questa volta il giovane Zurlini ebbe anche l'incarico di girare in prima persona le riprese, dato che il titolare Mario Landi era impegnato altrove con una regia teatrale. Zurlini se la cavò egregiamente, riversando in questo pur piccolo lavoro quanto appreso come spettatore, in fatto di tecnica cinematografica, e come aiuto regista teatrale, in fatto di direzione degli attori. Questo episodio gli fece aprire gli occhi sulla sua vocazione e così, tra il 1949 e il 1952, si dedicò alla realizzazione di una quindicina di documentari. Impossibile vederli: sono andati perduti, oppure si trovano sommersi nell'archivio di qualche casa di produzione. Restano soltanto i titoli, oltre a qualche breve cenno dell'autore stesso: "Sorrida, prego", su un fotografo di Bologna; "Soldati in città", cronaca di una libera uscita; "Il mercato delle facce" su generici e comparse, girato nel loro sindacato, dove comparivano in veste di attori Franciolini, Rosi e Zeffirelli; "Serenata da un soldo", sui ragazzi che guadagnavano poche lire suonando i piani di Barberia; "Ventotto tonnellate", in viaggio per l'Italia a documentare la vita dei camionisti.

Altri due documentari meritano qualche parola in più. Il primo s'intitola "La stazione" e costituisce il primo esempio di cinema-verità: girato in un mese, in presa diretta e senza copione, nella sala d'aspetto di terza classe nella stazione Termini, registrando le parlate dialettali dei meridionali in attesa del treno che li portasse al nord in cerca di lavoro. Il secondo s'intitola "Pugilatori" e racconta le sfide tra dilettanti che combattono per arrotondare un magro salario, cercando di guadagnare in una sera, in caso di vittoria, l'equivalente di un mese di paga. Per realizzare questo progetto Zurlini ottenne un finanziamento grazie all'avallo di Luchino Visconti, ma dato che la somma non bastò fu costretto a vendere alcuni libri e oggetti di famiglia. Una volta terminato lo mostrò a Pietro Germi, il quale lo segnalò alla Lux per la distribuzione. Fu una svolta per Zurlini perché il patron della società, l'avvocato Gualino, ebbe modo di vedere e apprezzare anche gli altri suoi documentari e così nel 1952 gli propose di realizzare il suo primo lungometraggio.

La gestazione del progetto non fu semplice: Zurlini propose diversi soggetti, inediti o d'ispirazioni letterarie e storiche, che per una ragione o per l'altra vennero tutti respinti. La Lux ribattè offrendogli la riduzione cinematografica di un romanzo appena uscito di Pratolini, "Le ragazze di San Frediano". A Zurlini sarebbe piaciuto molto trarre un film da un altro libro dello stesso autore, "Cronaca familiare", ma al momento questi si oppose, considerandolo un diario privato, per poi lasciarsi convincere soltanto nel 1962. Invece "Le ragazze di San Frediano" a Zurlini non piaceva: la considerava un'opera minore, piena di toscanismi che non sentiva familiari e con un protagonista che trovava odioso. Ma l'occasione di un debutto alla regia era troppo grossa per rifiutare, così insieme a Suso Cecchi d'Amico e allo stesso Pratolini scrissero la sceneggiatura. Alla Lux però non piacque, la fece rifare da altri due sceneggiatori e venne ancora peggio. Alla fine Zurlini si ricordò di un vecchio amico, un abile cantastorie di nome Leo Benvenuti, che aveva appena iniziato un sodalizio professionale con Piero De Bernardi e cercava un'occasione per affrancarsi dal cinema comico. Gliela offrì Zurlini, che venne ripagato con un testo riuscitissimo, pur se non aderente al libro, dal quale trasse un bel film con Antonio Cifariello nel ruolo del protagonista dongiovanni.



Finite le riprese iniziò a lavorare al soggetto di un nuovo film, "Guendalina", che però non potè girare in prima persona perché all'ultimo momento il produttore Carlo Ponti decise di affidarlo a Lattuada, dichiarando pubblicamente, forse solo per giustificare il voltafaccia, che Zurlini era inaffidabile e lavorarci insieme era difficile. Questa cattiva reputazione arenò la sua carriera di regista per cinque anni, che dedicò all'elaborazione di altri due film, "Estate violenta" (1959), con Jean Louis Trintignant ed Eleonora Rossi Drago, e quello che sarà il suo capolavoro, "La ragazza con la valigia" (1961), con Claudia Cardinale e Jacques Perrin. Per realizzarlo Zurlini dovette far ricorso a tutti i sentimenti: coraggio e sfrontatezza nell'imporre due protagonisti giovanissimi (ventitrè anni la Cardinale, venti Perrin), sensibilità nel racconto, realismo fin quasi al cinismo nell'epilogo. Un capolavoro sottovalutato, con l'indimenticabile scena della Cardinale che scende le scale in accappatoio bianco sulle note di Celeste Aida.


Terminato questo lavoro, Zurlini riuscì finalmente a convincere Pratolini a portare sullo schermo "Cronaca familiare" (1962), con Mastroianni e Jacques Perrin.


Giovanni

domenica 20 agosto 2017

La torre nera

Chi ha girato questo film ha dimenticato il volto di suo padre



Jake Chambers è un ragazzino newyorkese che i suoi genitori credono pazzo. Jake ha visioni di un misterioso Uomo in Nero che sta cercando di far crollare la Torre Nera, mistico edificio che mantiene in equilibrio l'universo. Jake è convinto che queste visioni siano reali e un giorno, finalmente, ne ottiene la prova, venendo catapultato in un altro mondo.

Come è possibile prendere una delle serie fantasy più originali e di maggior successo degli ultimi vent'anni (sì, anche più originale di Harry Potter, per chi scrive), che unisce sapientemente elementi di diversi generi e mitologie, e farne uno dei peggiori blockbuster mai realizzati?

La risposta è La Torre Nera, un film che riesce nel raro compito di scontentare sia il lettore affezionato dei sette libri di Stephen King su cui il film (in teoria) si basa, sia lo spettatore occasionale, entrambi frastornati e tramortiti da un'accozzaglia di errori talmente madornali da sembrare premeditati. 

I problemi sono talmente tanti che è difficile individuare il principale. Forse la scelta di condensare sette (SETTE!) libri in un'unica pellicola è quella che ha sancito la morte qualitativa del film, ma da sola non basta a spiegare il disastro completo che si para davanti agli occhi dello spettatore. Sorvolerò per carità di patria sulla violenza narrativa perpetrata sui libri di King, con pezzi dei sette romanzi che si alternano del tutto a caso, seguendo più le logiche di un dado che quella della scrittura. Questa tuttavia non basterebbe a spiegare un brutto film, quanto solo un brutto adattamento. 

E invece La Torre Nera è un film inadeguato al netto del materiale letterario da cui è tratto. A questo risultato concorrono una sceneggiatura pedestre e sconclusionata, con dialoghi imbarazzanti (resi ancora peggiori dal doppiaggio) e salti logici incomprensibili; un ritmo cercato disperatamente e mai trovato, crivellato da spiegazioni interminabili che vorrebbero sintetizzare informazioni provenienti da sette (SETTE!) libri nel giro di dieci minuti e scene di azioni adrenaliniche dove di adrenalina non c'è nemmeno l'ombra. Il peccato più grave per chi già conosce la saga di King è però forse la totale piattezza dei personaggi: la scelta di mettere al centro della vicenda Jake Chambers, anziché Roland, è degna dei peggiori film Disney ("Mettiamoci un bambino orfano!") e impedisce qualunque tipo di identificazione con il protagonista. Il fatto che poi Jake sia pure dipinto come un bambino capriccioso e affetto da stupor permanens decisamente non aiuta.

Rimane il rammarico di aver sprecato due intepretazioni comunque buone come quelle di Idris Elba e Matthew McConaughey, uniche note positive in un marasma di aberrazione filmica, come due fiori spuntati in un vastissimo campo di letame.

La Torre Nera è uno di quei rari film in grado di mettere d'accordo pubblico e critica, ma non per i suoi aspetti positivi. La sua totale mancanza di coerenza e di senso, non solo filmico ma proprio ontologico, lo rendono probabilmente il blockbuster peggiore visto al cinema negli ultimi anni. La concorrenza era molto agguerrita, ma Nikolaj Arcel e la Sony ce l'hanno fatta. 

Evitatelo. Chi non lo evita ha dimenticato il volto di suo padre.

*

Pier

PS: le pistole che si illuminano di blu, viste sia nel trailer che nella locandina, non ci sono, così come altre scene viste nei trailer. La sensazione è che questo sia uno di quei film su cui sentiremo numerosi retroscena produttivi, in futuro, per tagli, rimontaggi e varie.

mercoledì 12 luglio 2017

Spiderman: Homecoming

Il ritorno del figliol prodigo



Dopo essere stato morso da un ragno radioattivo, Peter Parker è diventato Spiderman. Coinvolto da Tony Stark nella battaglia contro i supereroi ribelli da Capitan America, Peter da allora vive in attesa di una nuova avventura di quel livello. Stark però non si fa vivo, e Peter si deve accontentare di essere un "amichevole Spiderman di quartiere", sventando rapine e scippi. Una sera, però, incontra un gruppo di rapinatori con armi molto avanzate. Stanco di attendere il suo grande momento, decide di indagare, mettendo a rischio la sua vita, i suoi amici e la fiducia di Tony Stark.

La Marvel deve aver veramente ammazzato il proverbiale vitello grasso per festeggiare il ritorno a casa (seppur in coproduzione) del suo supereroe popolare, e ha deciso che nulla dovesse andare storto, questa volta. Già in Capitan America: Civil War avevamo visto uno Spiderman finalmente affine a quello del fumetto, sia per fisicità che per carattere: dopo lo Spidey noioso e inadatto di Tobey Maguire e quello troppo patinato di Andrew Garfield, Tom Holland e gli sceneggiatori sembravano aver trovato le corde giuste per rappresentare Spiderman.

Quelle stesse corde vengono riprese in Homecoming con precisione quasi scientifica.
Si parte in medias res, senza storia delle origini, trauma legato alla morte di zio Ben, e tutto il classico campionario: Peter Parker è già Spiderman, ha già combattuto con gli Avengers (come ci viene ricordato con un'esilarante sequenza nei primi minuti del film), ed è soprattutto un adolescente, con tutto ciò che ne consegue: impulsività, capacità decisionali rivedibili, energia ed entusiasmo, e gli immancabili turbamenti ormonali,

Holland è perfetto nel ruolo di Spiderman, sia per tempi comici che per fisicità, ed è supportato da una sceneggiatura che sembra ritagliata su di lui, con una trama semplice ma non scontata e un ritmo che non cala praticamente mai, dosando sapientemente azione e commedia. Il suo personaggio è scritto alla perfezione, compreso il suo radicamento nel suo quartiere, il Queens (sottolineato anche da una colonna sonora costeggiata di pezzi di band e artisti originari di New York se non proprio del Queens, Ramones su tutti), caratteristica che lo rende profondamente diverso da supereroi "globali" come gli Avengers.
Al suo fianco, un Michael Keaton superbo dà vita a uno dei villains più interessanti visto in un cinecomic, un Walter White in armatura (come scritto correttamente da Quantum Tarantino) che avvia un'attività criminale per mantenere la famiglia dopo aver perso il lavoro, e poi non riesce più a rinunciare all'ebbrezza del potere. Intorno a loro, come un lontano deus ex machina, si muove Robert Downey Jr., la cui identificazione con Tony Stark/Iron Man è ormai talmente completa da rendere difficile distinguere dove inizi uno e finisca l'altro. Anche i personaggi di contorno sono azzeccati e, per una volta, caratterizzati in modo indipendente dal protagonista.

Certo, non mancano i difetti: la trama non è originalissima (anche se, per una volta, ha un colpo di scena davvero inaspettato) e i personaggi di contorno rispondono in parte ad alcuni stereotipi consolidati. Il costume di Spiderman è troppo tecnologico, e finisce per privare il personaggio di una delle sue principali caratteristiche, il senso di ragno, rendendolo a tratti troppo simile a Iron Man; non a caso alcune delle scene migliori del film arrivano quando Peter non indossa quel costume, ma la sua versione casalinga da lui elaborata.
Il film sembra scritto e diretto da un computer tanto è attento a non uscire mai dal seminato, a darci esattamente quello che vogliamo vedere. Il punto è che lo fa bene, senza sbavature, e di questi tempi non è affatto poco: il cinema di intrattenimento sembra facile, ma l'inondazione di cinecomics e blockbusters di bassa qualità degli ultimi tempi ci insegna che non è affatto così.

Spiderman Homecoming è un ottimo film di intrattenimento, che diverte e al tempo stesso riesce a dare spessore ai personaggi, restituendoci uno Spiderman finalmente coerente con quello del fumetto: sconsiderato, scanzonato, vitale.

*** 1/2

Pier

mercoledì 28 giugno 2017

The Childhood of a Leader

Il sogno dell'attenzione genera mostri



Il film racconta l’ascesa dei poteri totalitari del XX secolo attraverso l’infanzia di un bambino statunitense, trasferitosi in Francia al seguito del padre, assistente personale di Wilson durante i trattati di Versailles. Attraverso diversi quadri narrativi vediamo gli eventi che porteranno il ragazzo a diventare un leader totalitario.

A distanza di due anni, esce finalmente in Italia The childhood of a leader, uno dei migliori film dell'edizione 72 della Mostra del Cinema di Venezia, in cui si aggiudicò la miglior regia della sezione Orizzonti e il premio per la miglior opera prima.

Che infanzia ha avuto Hitler? Cosa trasforma un bambino nel potenziale leader di un regime sanguinario? Brady Corbet, guidato da questa domanda, realizza un film ambizioso e diverso, che attinge a piene mani da molti mostri sacri del cinema (Welles, Bresson e Dreyer su tutti) a livello visivo e tematico, rielaborando temi e stili per analizzare l’infanzia di un leader totalitario. Il risultato è un’opera magniloquente, fortemente imperfetta ma stordente nella sua capacità di suscitare sensazioni, emozioni, nel suo sfidare lo spettatore alla comprensione pur mantenendosi all’interno di una cornice narrativa, nel suo essere quotidiano ed epico allo stesso tempo.

Corbet, pur essendo all’esordio in un lungometraggio, dirige con mano sicura e realizza un film crepuscolare, un viaggio nel sonno della ragione (o, meglio, dell’attenzione e degli affetti) che genera quei mostri totalitari che hanno infestato la storia e gli incubi del Novecento. Con una splendida fotografia caratterizzata da poca luce e pochissimi esterni, Corbet punta l’accento sulle ombre, sul non visto e sulle sue conseguenze, sull’importanza e l’infinto impatto di ciò che ignoriamo e decidiamo di ignorare, oggi un figlio indisciplinato, domani una potenziale minaccia, con conseguenze potenzialmente devastanti.

Il film ha un afflato da Romanticismo, una potenza visiva e sonora (spettacolare la colonna sonora di Scott Walker) da sturm und drang, con l’epicità da tragedia classica tipica di certi film di Luchino Visconti, in cui il destino sembra ineluttabile, il peccato è sempre dietro l’angolo, e gli uomini sembrano ciechi alla causa delle proprie disgrazie. La narrazione procede in modo ellittico, lasciando che sia lo spettatore a riempire i “buchi” e a capire cosa spinga il giovane protagonista alla ribellione, al rifiuto dei genitori e dei valori che rappresentano e, infine, alla guida di un regime totalitario. Come i regimi del Novecento nascono dal rifiuto dei valori stabiliti dal trattato di Versailles, sempre sullo sfondo nella vicenda narrata, così la disobbedienza del giovane Prescott, demonio dalla faccia d’angelo, nasce dal rifiuto per dei genitori assenti, autoritari, infedeli, che lo portano probabilmente a una precoce scoperta della sessualità e del suo potere di annichilire chi si mette sulla sua strada, del suo diritto di autoaffermazione, a qualunque costo.

Corbet si avvale di un cast eccellente, in cui il Robert Pattinson strombazzato sulle cartelle stampa per ragioni di marketing svolge solo un ruolo marginale (per quanto fondamentale per capire alcuni aspetti nella storia, soprattutto nell’ambiguo e stimolante finale), e brillano una Bérénice Bejo madre altera e terribile e il giovane Tom Sweet, adorabile, inquietante, indisponente, una vera rivelazione e una miniera di emozioni e suggestioni.

The childhood of a leader è un film ridondante ma potente, imperfetto ma evocativo, citazionista ma innovativo, che risveglia emozioni forte nello spettatore e lo costringe a fare qualcosa cui il cinema contemporaneo sembra aver rinunciato: riflettere.

**** 1/2

Pier


NdR: recensione originalmente pubblicata su nonsolocinema.com

mercoledì 21 giugno 2017

Wonder Woman (In pillole #11)

In Terra Caecorum



Diana vive su un'isola fuori dal tempo e dallo spazio, abitata da sole donne, le Amazzoni, formidabili combattenti protette da Zeus e che hanno in Ares, dio della guerra, il loro principale nemico. Quando un pilota della RAF precipita sull'isola, Diana scopre che il mondo è devastato dalla Prima Guerra Mondiale, a suo parere causata da un redivivo Ares. Decide così che è suo dovere lasciare la sua isola per trovare Ares e distruggerlo.

La prima sensazione che si ha vedendo Wonder Woman è di sollievo: il film è chiaramente migliore di tutti gli altri del DC Universe, sia per una sceneggiatura finalmente ben calibrata, sia per l'efficace scelta della protagonista, una Gal Gadot che offre un'ottima prova, unendo alla perfezione l'ingenuità di chi ha vissuto in una bolla per tutta la sua vita e l'energia marziale di una combattente.

Scavando in profondità, però, emergono i soliti problemi che ormai affliggono molti film di supereroi, e quelli della DC in particolare: un villain poco credibile, una certa formulaicità in situazioni e personaggi, e in generale una sensazione di già visto che rende il film meno godibile. Anziché cercare una propria cifra distintiva dal punto di vista visivo (cosa che era riuscita alla Marvel nei primi film, e che sembra aver ritrovato con I Guardiani della Galassia Vol. 2, dopo una serie di film indistinguibili dal punto di vista della fotografia), la regista Patty Jenkins decide di pescare a piene mani dall'immaginario visivo DC, e a volte anche da quello del primo Capitan America (vedi, ad esempio, tutto il finale, tra bosco e base nemica). C'era bisogno, ad esempio, di mantenere la slow motion tanto cara a Zach Snyder in un film su un nuovo personaggio e di cui lui non è nemmeno regista?

La sceneggiatura è senza dubbio efficace, soprattutto nel dosare momenti di humor e azione, e un netto miglioramento rispetto a quelle dei precedenti film DC come Batman vs. Superman e Suicide Squad. Tuttavia, resta l'appiattimento delle scelte narrative che sta diventando la vera piaga dei film di supereroi, e che poteva forse essere superata affidandosi a sceneggiatori nuovi e meno avvezzi alle logiche del cinecomic (magari donne, dato che parliamo di un'eroina femminile? Chissà cosa avrebbe potuto fare, che so, una Diablo Cody).

La sensazione che resta è quindi quella di un film che si apprezza perché ormai abituati alle peggiori aberrazioni filmiche (soprattutto da parte DC), il proverbiale monocolus in terra caecorum che riesce a sembrare un re. Peccato, perché il potenziale era alto, e un po' più di coraggio avrebbe dato ancora più forza ad alcune scelte azzeccate, segnando la definitiva redenzione dell'universo cinematico DC, anziché un film sufficiente, ma non in grado di scaldare i cuori.

***

Pier

lunedì 5 giugno 2017

Guardiani della Galassia Vol. 2 (In pillole #10)

Once more, without feeling



I Guardiani della Galassia sono ormai un team più o meno affiatato, ancora disfunzionale ma comunque in grado di portare a termine missioni pericolose. Proprio durante una di queste, Starlord incontra finalmente l'uomo che aveva sempre cercato: suo padre. Nel frattempo, anche gli altri personaggi devono fare i conti con la propria famiglia, di sangue o acquisita che sia.

Guardiani della Galassia era stato senza dubbio la grande sorpresa cinematografica del 2014, un film su un gruppo di supereroi sconosciuto che era riuscito a intrattenere e divertire secondo gli stilemi dei grandi film di genere degli anni Ottanta.

Il sequel riparte da lì, ma sembra aver parzialmente dimenticato la lezione che ha ispirato l'originale: al ritmo vengono spesso preferiti lunghi e inutili dialoghi introspettivi; alla creazione di personaggi a tutto tondo si è preferita la creazione di divertenti macchiette (Drax-Dave Bautista il più sacrificato in questo senso); e al mix tra leggerezza e serietà con cui veniva trattato il tema dell'emarginazione nel primo film si è preferito un susseguirsi di scene caciarone e chiassose, senza dubbio divertenti, ma raramente in grado di fare centro a livello emotivo (con una sola, rilevante eccezione).

In generale, Guardiani della Galassia vol. 2 è un sequel stanco, che non usa il primo capitolo per costruire qualcosa di nuovo, ma ne sfrutta fino allo sfinimento i punti di forza, risultando così un prodotto che intrattiene, certo, ma senza lasciare alcunché. Soprattutto, non approfondisce in modo adeguato il tema del gruppo-famiglia, che viene toccato solo superficialmente nel finale: un vero peccato, considerando che il tema è di facile lettura e trattazione, visto che ha fatto la fortuna di serial non certo autoriali come Fast & Furious.

Il film si distingue dal punto visivo da tutti gli altri film Marvel, grazie a un uso del colore finalmente brillante, sgargiante, quasi eccessivo, che però ben si confà alle strabordanti personalità dei protagonisti. Resta tuttavia l'unico elemento originale di un film che, ci scommettiamo, gli spettatori avranno dimenticato una settimana dopo averlo visto.

** 1/2

Pier

mercoledì 24 maggio 2017

La tenerezza

I sentimenti della vecchiaia




Lorenzo è un avvocato in pensione che ha sempre vissuto a Napoli, in una bella casa del centro. Finito in ospedale per un infarto, quando torna che ha dei nuovi vicini, Michela e Fabio, con due figli piccoli. Lorenzo, anaffettivo e distante con i suoi figli, si affeziona invece ai nuovi arrivati, che diventano parte integrante della sua vita. Dietro l'angolo, tuttavia, si annida una sorpresa che cambierà ancora una volta la vita di Lorenzo.

Parlare di affetti al cinema, soprattutto quando si parla di anziani e genitorialità, è complicato: si rischia da un lato di scivolare nel retorico e nel pietismo, e dall'altro di banalizzare e semplificare tutto, con toni e finale da "volemose bene". Pochi sono i film che sono riusciti a trovare il sottile equilibrio tra questi due estremi, soprattutto nel cinema italiano (Il giovedì di Dino Risi e Romance di Massimo Mazzucco sono tra i preferiti di chi scrive - ne abbiamo parlato qui; in tempi più recenti ci è riuscito Nanni Moretti con Mia madre ). Amelio riesce a trovarlo, e si muove con delicatezza sul filo che separa tragedia e commedia, creando un vero film drammatico, in cui si racconta un dramma nel suo senso etimologico più vero, una vicenda che rappresenta la vita in tutte le sue sfaccettature.

Amelio riesce a coniugare la complessità emotiva e l'imprevedibilità narrativa di un film francese con degli squarci di commedia tipici della tradizione italiana, realizzando un film che commuove senza annoiare, intrattiene pur senza avere una vera e propria struttura narrativa. Gli eventi si susseguono a un ritmo naturale, come accade nella vita, ed è dalla reazione dei protagonisti agli eventi che la storia si sviluppa e si evolve. I sentimenti sono il vero motore del film, il tema che Amelio esplora attraverso diversi quadri che ci offrono uno sguardo sulla vita di Lorenzo, permettendoci di andare oltre la facciata delle sue parole e della sua dichiarata anaffetività. Non c'è un vero arco narrativo, ma non ci si annoia mai e, anzi, ci si commuove di fronte a un protagonista solo all'apparenza burbero e distante, ma capace di slanci di affetto semplici, disordinati e ostinati, che rivelano che all'incapacità di esprimere i propri sentimenti si accompagna un desiderio lancinante di farlo. Così gesti semplici come prendere la mano o aprire una porta diventano carichi di mille significati, delle aperture al mondo e alla vita che possono segnare un nuovo inizio.

Il cast supporta alla perfezione la sceneggiatura atipica di Amelio, capitanato da un Renato Carpentieri (scandalosamente relegato sullo sfondo in tutto il materiale promozionale per bieche ragioni di marketing) eccezionale nella sua umanità e nella sua cocciuta chiusura verso il mondo, anche quando il mondo vorrebbe accoglierlo. Accanto a lui una Giovanna Mezzogiorno convincente nella sua infinita dolcezza, e soprattutto una Micaela Ramazzotti e un Elio Germano veri, autentici, cui ci si affeziona nel giro di pochi minuti, una coppia reale, con i suoi sogni e i suoi problemi irrisolti.

La tenerezza è un piccolo gioiello, uno di quei film che sono sempre più rari nel panorama italiano, soffocati da commedie imbarazzanti e drammoni da orchite istantanea, in cui il dramma viene confuso con la tragedia e il numero di disgrazie con l'autorialità, perdendo di vista il centro di ogni film: i personaggi. Amelio ama i suoi personaggi, li segue con dolcezza nel loro percorso, accompagnandoci all'interno della loro vita e facendoci scoprire il loro mondo nascosto, la loro storia, e il loro potenziale futuro. Da non perdere.

**** 1/2

Pier

martedì 16 maggio 2017

Mad Max: Fury Road - Black & Chrome Edition

Epica in movimento

Di Mad Max: Fury Road abbiamo già diffusamente parlato: è stato il film migliore del 2015, e probabilmente il miglior action movie della storia del cinema. Al momento della sua distribuzione, molti hanno lodato la saturazione della fotografia , con colori forti e intensi che contribuivano a conferire grande realismo al mondo post apocalittico così magistralmente creato da Miller.

Non tutti sanno, però, che Miller avrebbe voluto girare Mad Max in bianco e nero, senza quei colori che hanno contribuito al suo successo. 



Ora questa versione del film arriva nelle sale e in dvd. Quindi, chi aveva ragione? Miller, o gli studios che gli hanno imposto la versione a colori?

La risposta è, sorprendentemente, che aveva ragione Miller: non solo il film non perde forza visiva, ma anzi la accresce, con alcune scene che divengono ancora più memorabili in bianco e nero. L'eleganza delle riprese in bicromia, inoltre, rafforza la portata epica dell'opera, spogliandola di ogni spettacolarità "inutile" e fracassona e facendola divenire un ritratto ancora più crudo della bestialità umana quando le convenzioni sociali collassano.

Qui sotto potete vedere il trailer, che già lascia intuire la diversa atmosfera e l'accresciuto impatto della versione in B/N.


Recuperate la Black & Chrome edition: lo ammirerete ancora di più.

Pier

mercoledì 12 aprile 2017

La Bella e la Bestia (In pillole #9)

Money as old as time



Le ragioni per fare un remake de La Bella e la Bestia con attori in carne e ossa erano sfuggenti fin all'annuncio del progetto, e la visione non fuga i dubbi ma, anzi, li rinforza: a che pro realizzare un film che aggiunge pochissimo alla storia originale, sacrificando a un maggiore (e ridondante) approfondimento psicologico dei personaggi l'espressività dei personaggi stessi?

Davvero il passato di Belle e della Bestia è più importante, in quella che è comunque una fiaba, della vitalità e della simpatia trasmessa da Lumière e dagli altri abitanti del castello? Se ne Il libro della giungla la computer grafica aveva raggiunto nuove vette di eccellenza e realismo (ottenendo un sacrosanto Oscar), qui il realismo risulta una palla al piede, che indebolisce il film anziché arricchirlo, rendendo freddi e poco empatici personaggi che fanno di simpatia ed espressività il proprio punto forte, con la Bestia e Lumière che risultano i più penalizzati.

E dire che il film, al netto del paragone con l'originale, è pure ben realizzato. In particolare, il comparto visivo è d'eccellenza, con una fotografia splendida e costumi e scenografie perfette per realizzazione ed capacità evocativa. Gli attori offrono buone prove, con Emma Watson che se la cava più che dignitosamente con il canto (in originale) e Luke Evans che dà vita a un Gaston esilarante, mentre lo stellare cast di doppiatori riesce a infondere vita ai freddi arredi del castello. Anche le musiche realizzate appositamente per il remake convincono, inserendosi armoniosamente nella partitura originale.

Rimane, quindi, l'interrogativo iniziale, di cui ahimé conosciamo fin troppo bene la risposta, che non è altro che la storia più vecchia del mondo: i soldi. Tuttavia, sarebbe auspicabile che la Disney scegliesse meglio i prossimi classici da trasporre in live action, identificando quelli che possono essere arricchiti dalla computer grafica e da una sceneggiatura più "adulta" (Peter Pan, Aladdin, Hercules) e lasciando invece in pace quelli che rischiano di perdere le doti che li hanno resi celebri.

** 1/2

Pier

mercoledì 29 marzo 2017

Kong: Skull Island (In pillole #8)

Tutto stupore e ferocia




Esistono due modi di fare i film di mostri, ambedue validi: il primo è quello di Pacific Rim, in cui la "trama" viene riassunta nei primi 10 minuti senza eccessivi danni per i neuroni, e poi giù botte da orbi per i successivi 90. Il secondo è quello che ha provato a intraprendere Gareth Edwards con il suo Godzilla, in cui il mostro diviene un pretesto per parlare di altro.

Quando uscì Godzilla lo stroncammo, con il senno (e il King Kong) di poi forse immeritatamente, dato che quantomeno aveva avuto il coraggio di fare una scelta forte e di portarla fino in fondo. Kong: Skull Island sceglie invece una via di mezzo che finisce per appesantire il film nella prima parte, dove lo spettatore è costretto a sorbirsi la presentazione dei personaggi e, ancor peggio, uno sproloquio pseudoscientifico che dovrebbe spiegare l'esistenza dei mostri su Skull Island.

Restano gli effetti speciali, davvero clamorosi, e una fotografia ispirata ad Apocalypse Now (il film si ambienta alla fine della guerra in Vietnam) che regala al film una spettacolarità visiva che va al di là del mostro e delle esplosioni.

Gli attori fanno la loro parte, ma utilizzare grandi interpreti del calibro di Brie Larsson, Tom Hiddleston e Samuel L. Jackson per un film del genere sembra più uno spreco che un arricchimento.

Kong: Skull Island è un film tutto stupore e ferocia, che però vorrebbe darsi un tono intellettuale, finendo per risultare pesante là dove dovrebbe intrattenere, e poco profondo là dove dovrebbe far riflettere.

**

Pier

martedì 7 marzo 2017

Moonlight

Racconto di formazione



Chiron è un bambino nero di dieci anni, ed è il bersaglio dei bulli della scuola. Sua madre si droga, e lui trova rifugio in casa di Juan, uno spacciatore, e Teresa. Parla poco, ma sembra capire che qualcosa in lui lo rende fuori posto, rifiutato dal mondo machista che lo circonda. Chiron cresce, e questa percezione della sua diversità si accresce, mentre il bullismo non si ferma. Ora sa perché viene perseguitato: è gay e, nonostante non lo abbia mai detto a nessuno, gli altri percepiscono la sua diversità e non la accettano. Chiron dovrà imparare a fare i conti con un mondo ostile, a scegliere tra il vero se stesso e quello che gli altri vogliono da lui.

Togliamoci subito il dente: dare l'Oscar per il miglior film a Moonlight, preferendolo a La La Land, è come entrare nella Cappella Sistina e premiare la qualità degli infissi.

Detto questo, Moonlight è un bellissimo film corale, ben girato e interpretato, cui per assurdo la vittoria dell'Oscar può fare più male che bene, generando aspettative troppo elevate. Moonlight infatti non spicca certo per l'originalità della vicenda trattata, né per creatività registica: chi è familiare con il cinema europeo, e in particolare quello francese, riconoscerà molte similitudini tematiche e visive con film celebri (I 400 colpi, citato esplicitamente nel finale) e non (Stella, Tempête, La belle vie). Il tutto senza contare i debiti espliciti con Boyhood a livello narrativo, e con il cinema di Wong Kar-wai a livello visivo.

Cosa rende, allora, Moonlight un film interessante ed emozionante? Al primo posto c'è indubbiamente la storia, narrata con delicatezza e senza patetismi, un racconto di formazione ben articolato in termini sia di forza del messaggio che di costruzione dei personaggi. La sceneggiatura costruisce alla perfezione ambienti, situazioni e interazioni. La difficile infanzia e l'ancor più difficile adolescenza del protagonista vengono raccontati con toni neutri, quasi da documentario, ma con una fatalità da tragedia classica, in cui ogni evento sembra ineludibile, e il destino del protagonista è segnato fin dal primo atto di bullismo subito.

Questo aspetto è sottolineato anche dalla struttura visiva del film, in cui alcune scene e temi musicali sono ripetuti in punti diversi del film, riemergendo come temi portanti all'interno di una melodia. Jenkins realizza infatti una vera e propria sinfonia in tre movimenti, con luci, recitazione e musiche diverse per ciascun atto, e allo stesso tempo contenenti elementi che richiamano alle situazioni precedenti.

Tutti gli attori offrono prove eccellenti: Mahershala Alì, premiato con l'Oscar, è bravissimo, ma la sua prova viene oscurata da quelle di Naomie Harris, splendida nel ruolo della madre di Chiron, e soprattutto di Trevante Rhodes, lo Chiron adulto, perfetto nel rendere il delicato equilibrio tra fragilità e sensibilità interiore e fisicità e muscolarità esteriore.
L'unica pecca grave di Moonlight  è il ritmo, soprattutto nell'ultimo atto, dove il film si trascina un po' fino al bellissimo finale, semplice ma di grande impatto emotivo

Per quanto sia indubbio che molte delle lodi ricevute siano dovute alla piaga del politicamente corretto che ormai infesta il cinema made in USA (un politicamente corretto, peraltro, solo superficiale, come mostreremo in un articolo prossimo venturo), Moonlight è comunque un buon film che, pur non brillando per originalità, racconta con efficacia narrativa ed emotiva una storia di formazione e discriminazione, in cui la diversità di orientamento sessuale diventa paradossalmente ancora più isolante in un contesto in cui la diversità (etnica) è parte fondante della propria identità.

*** 1/2

Pier


mercoledì 1 marzo 2017

Logan

Quindi questo è quello che si prova



2029: i mutanti sono scomparsi e divenuti materiali per i fumetti. Logan/Wolverine è uno degli ultimi rimasti. Accudisce il professor Xavier, affetto da demenza senile, in un complesso industriale abbandonato in Messico, al confine con gli USA, aiutato dall'antico nemico Caliban. Un giorno, una donna bussa alla sua porta: ha con sé Laura, una ragazzina mutante con poteri molto simili a quelli di Logan. L'uomo dovrà decidere se aiutare Laura, scelta che comporterebbe uscire dal suo isolamento e, forse, dover fare i conti con il proprio doloroso passato.

"Quindi questo è quello che si prova": questa frase, pronunciata in un punto importante di Logan, riassume in pieno il sentimento dello spettatore nel vedere finalmente davanti a sé tutto quello che i film di supereroi, e quelli di Wolverine in particolare, non erano mai riusciti a essere. Logan non è semplicemente un film di supereroi: è un film d'autore. Di genere, certo, ma comunque d'autore, che ha poco da invidiare a perle del cinema d'azione come Mad Max: Fury Road o Léon, per citare due film che per Logan sono indubbiamente stati fonte di ispirazione.

Mangold (autore eclettico, la cui filmografia spazia da Ragazze interrotte a Kate e Leopold, passando per Quando l'amore brucia l'anima) dirige un road movie spietato, a metà tra il western e il post apocalittico, in cui la legge non esiste più e ognuno fa parte per se stesso. Al centro di tutto c'è lui, Logan, finalmente spogliato della patinatura dei primi film e restituito alla sua natura primordiale e selvaggia, il cui unico scopo è sopravvivere e proteggere i suoi cari. I mutanti sono scomparsi, i suoi poteri stanno svanendo, ma Logan è determinato a salvaguardare quel poco che resta del suo mondo, quel Professor Xavier che gli ha insegnato tutto, e il Caliban che da nemico si è trasformato in alleato di questa silenziosa difesa della propria dignità. Il passato è al tempo stesso agognato e temuto, un tempo idealizzato cui non si può più tornare e un fardello insopportabile.

Il nemico non è un supercattivo, non è un'organizzazione spietata e criminale (anche se compaiono entrambi): il vero nemico, per Logan e Xavier, sono loro stessi, quello che sono stati e ciò che sono diventati. Mangold ha il coraggio di spingere questa metafora fino alle sue estreme conseguenze, realizzando scene di raro impatto emotivo, in cui i protagonisti si trovano costantemente a fare i conti con i propri errori, e cercano disperatamente di cogliere l'occasione, forse l'ultima, di rimediare.

Logan è uno di quei rari film in cui ogni elemento si incastra alla perfezione con gli altri: la fotografia di John Mathieson è sporca, ruvida, polverosa, con il sole che brucia gli occhi e la pelle; la musica è quasi assente, in una natura aspra e selvaggia dove non sembra esserci spazio per orpelli di alcun genere; le parole sono ridotte al minimo, in una lunga fuga in cui azioni e sguardi contano più di mille dialoghi; la sceneggiatura è vincente per ritmo e introspezione, e costruisce con grande delicatezza e tempismo lo strano rapporto tra Logan e Laura, due animali selvaggi che riconoscono nell'altro un simile da amare e da temere; infine, i combattimenti e gli inseguimenti sono veri, violenti, brutali, ripresi con perizia e attenzione ai dettagli, anziché con il montaggio concitato e confusionario che caratterizza molti cinecomic. Mangold guida il tutto con grande maestria, dimostrando non solo un'ottima abilità registica, ma anche una grande sensibilità emotiva, riuscendo a creare momenti di vera commozione.

La cilegina su questa ottima torta sono i personaggi, perfetti sia per caratterizzazione che per interpretazione. Hugh Jackman porta finalmente sullo schermo un Wolverine vero, trasandato, rozzo, sporco e con il vizio del bere, arricchendolo di un tocco emotivo che all'inizio si intravede sotto la superficie, per poi emergere con prepotenza  con il passare dei minuti. Patrick Stewart è commovente nel suo ritratto dell'invecchiato Xavier, la mente più potente del mondo affetta da una malattia neurodegenerativa che gli impedisce di controllare se stesso e i suoi poteri, una pallida ombra dell'uomo che è stato, eppure ancora disperatamente determinato a salvare quelli come lui; infine, Dafne Keen è una rivelazione, una macchina da guerra nel corpo di una bambina, letale e feroce ma allo stesso tempo capace di momenti di straordinaria dolcezza. La sua Laura è il cuore pulsante del film, ed è lei a regalarci la scena più emozionante.

Logan non solo sorpassa i precedenti film su Wolverine, ma porta la narrazione del cinecomic su un piano a oggi del tutto inesplorato. Mangold realizza quello che può essere senza dubbio considerato il film di supereroi migliore tra quelli tratti dai fumetti Marvel, in grado di chiudere degnamente la parabola del più amato degli X-Men con un tocco autoriale che riesce sia a intrattenere, sia a toccare più volte le corde emotive dello spettatore, trascendendo il genere del cinecomic per diventare qualcos'altro: un grandissimo film.

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Pier

lunedì 27 febbraio 2017

Oscar 2017 - Il bilancio

Ieri sera al fu Kodak Theatre (oggi Dolby Theatre) si è consumata una di quelle edizioni degli Oscar che rimarrà nella storia: non tanto per i vincitori, quanto per il qui pro quo che ha generato lo scambio di premi nel finale.

Già in diretta mi era sembrato chiaro, ma ci tengo a ribadirlo: l'errore non è stato commesso da Warren Beatty, cui al massimo si può imputare il fatto di non aver avuto la presenza di spirito di fermare Faye Dunaway. Come è stato poi confermato, l'errore è stato commesso da PWC, che per motivi ancora imprecisati ha consegnato a Beatty la seconda copia della busta del premio per la migliore attrice (ogni busta arriva in duplice copia) anziché quella per il miglior film.

La scritta "Actress in a leading role" è chiaramente leggibile sulla busta
Beatty è chiaramente perplesso, ed è per questo che esita ad annunciare il vincitore, come lui stesso spiegherà poco dopo. Sarà solo l'intervento degli inviati PWC a ristabilire la verità. In tutto questo, la produzione di La La Land merita un applauso per la grande dignità con cui ha affrontato la situazione.

Al netto del rocambolesco finale, l'edizione 2017 ha anche confermato alcuni recenti trend di Hollywood che chi scrive trova preoccupanti per il futuro artistico e creativo della settima arte. Di seguito due riflessioni in merito.

1. La dittatura del politicamente corretto
Premetto: non ho visto Moonlight, quindi non esprimerò un giudizio sul film. Tuttavia, la vittoria a sorpresa del film di Jenkins segue una tendenza evidente negli ultimi anni, ovvero quella di premiare con il "miglior film" un film politicamente corretto che affronta temi rilevanti dal punto di vista sociale. Di per sé non ci sarebbe nulla di male: un film che affronta tematiche sociali complesse ha senza dubbio un alto potenziale per essere cinematograficamente rilevante, in grado di restare nell'immaginario collettivo.

Tuttavia, c'è il forte sospetto che questa stia diventando una questione politica, e non filmica, con l'Academy che "usa" il miglior film per lanciare messaggi politicamente corretti, in un tentativo sia di affermare la propria posizione di leader d'opinione, sia di rifarsi un'immagine segnata da numerosi episodi politicamente scorretti del passato. Questo mina la credibilità dell'Academy, che avrebbe come compito quello di premiare l'eccellenza in campo filmico, e in particolare la creatività dei cineasti, non quello di indirizzare l'agenda politica degli USA o "scusarsi" per gli scheletri nell'armadio della storia del paese.

E se la storia di Sean Penn che all'ultimo minuto si vide assegnato l'Oscar per Milk, con il consenso del reale vincitore Mickey Rourke, al fine di mandare un segnale al governatore della California rimane appunto nel campo dell'aneddotica non confermata, il trend degli ultimi anni è preoccupante. Film di ottima fattura ma poco innovativi come 12 anni schiavo, Il caso Spotlight, e Moonlight sono stati preferiti ad altri che resteranno molto più a lungo nel nostro immaginario e che segneranno molto di più la storia della cinematografia. Il che ci porta al secondo punto.

2. Il trionfo della parola sull'immagine
Volete prevedere il vincitore dell'Oscar miglior film? Guardate ai vincitori dei due premi per la miglior sceneggiatura. Negli ultimi otto anni, uno dei due vincitori della miglior sceneggiatura (originale o meno) si è aggiudicato il miglior film in sette casi (unica eccezione l'anno di The Artist, che non vinse la sceneggiatura pur essendo nominato), ovvero nell'87.5% dei casi. Nello stesso periodo, il vincitore della miglior regia si è aggiudicato il miglior film solo quattro volte, ovvero il 50% dei casi. Infine, il vincitore della miglior fotografia si è aggiudicato il massimo premio solo con Birdman, ovvero nel 12.5% dei casi.

Questo suggerisce una maggiore attenzione, da parte dell'Academy, per la componente narrativa del film. Per quanto importante, tuttavia, questa non dovrebbe costituire il criterio principale per giudicare un'opera cinematografica. Il cinema è anche e soprattutto immagine in movimento, per quanto messa al servizio di una funzione narrativa (cui, peraltro, i film di maestri come Kubrick, Tarkovskij e Lynch hanno spesso e volentieri derogato): un film che viene giudicato il migliore dell'anno dovrebbe dunque eccellere anche e soprattutto nella sua componente visiva, che invece viene spesso ignorata.

In particolare, il trend degli ultimi anni di separare premio alla regia e premio al miglior film può avere senso in un festival, dove l'ecumenismo spesso la fa da padrone, o in un anno particolarmente competitivo, ma non può e non deve diventare la regola, pena la crescente irrilevanza artistica del premio che ancora oggi è considerato il più importante al mondo, e che da statuto dovrebbe premiare proprio la creatività e l'eccellenza cinematografica, non l'allineamento del film alle visioni politiche di Hollywood.

Per quest'anno è tutto, appuntamento all'anno prossimo!

Pier

domenica 26 febbraio 2017

Oscar 2017 - I pronostici

Siamo arrivati ancora una volta a quel periodo dell'anno in cui improvvisamente l'attenzione di tutti si sposta sul Kodak Theatre di Los Angeles: questa sera verranno proclamati i vincitori dell'edizione 2017 degli Academy Awards. Come ogni anno Filmora vi propone i suoi pronostici, e come ogni anno li accompagna con quelle che sarebbero le scelte di chi scrive se all'Academy si decidessero finalmente a far decidere tutto al sottoscritto.

Pronti? Iniziamo!



Miglior montaggio
Il favorito sembra Tom Cross per La La Land, che è stato ampiamente (e giustamente) lodato anche per le sue performance nel comparto tecnico. Tuttavia, sarebbe secondo me delittuoso dimenticare il lavoro fatto da John Gilbert in Hacksaw Ridge, giudicato da alcuni il miglior film dell'anno proprio per l'efficacia del montaggio durante le scene d'azione.  
Pronostico: La La Land
Scelta personale: Hacksaw Ridge

Miglior fotografia
Il pronostico sembra anche qui a favore dell'asso pigliatutto La La Land, ma la fotografia migliore dell'anno è senza dubbio quella di Bradford Young in Arrival, cui va la mia scelta personale.
Pronostico: La La Land
Scelta personale: Arrival

Miglior film d'animazione
La mia scelta personale ricade su Zootopia, ma penso che i tempi siano maturi per una vittoria dell'animazione in stop motion: a essere premiato sarà quindi Kubo (che non ho visto).
Pronostico: Kubo
Scelta personale: Zootopia

Miglior attore non protagonista
Qui la competizione è molto, molto serrata. Il favorito sembra Mahershala Ali per Moonlight, con Lucas Hedges (Manchester by the Sea) molto distanziato. La mia scelta personale va però a Michael Shannon, unico alfiere dell'ingiustamente ignorato Animali Notturni.
Pronostico: Mahershala Ali
Scelta personale: Michael Shannon

Miglior attrice non protagonista
Qui la competizione non inizia nemmeno: Viola Davis in Barriere è semplicemente troppo brava per non vincere. Cervellotica, peraltro, la motivazione per cui è finita in questa categoria, anziché in quella per l'attrice protagonista.
Pronostico: Viola Davis
Scelta personale: Viola Davis

Miglior sceneggiatura originale
Il favorito sembra Hell or High Water, con La La Land appena dietro. Purtroppo ho visto solo due dei candidati, e quindi sono limitato nella mia scelta personale, che cade su Manchester by the Sea.
Pronostico: Hell or High Water
Scelta personale: Manchester by the Sea

Miglior sceneggiatura non originale
Il favorito è Moonlight, ma il film più interessante a livello di trama e sviluppo narrativo è Arrival, cui va la mia preferenza.
Pronostico: Moonlight
Scelta personale: Arrival

Miglior attore protagonista
Casey Affleck (Manchester by the Sea) e Denzel Washington (Barriere) sono i due favoriti, con il primo in leggero vantaggio. La mia scelta personale, però, va a quello che è uno dei tre migliori attori in attività, Viggo Mortensen, che meriterebbe questo premio sia per la sua prova in Captain Fantastic, sia per risarcirlo di una carriera eccezionale ma avara di riconoscimenti.
Pronostico: Casey Affleck
Scelta personale: Viggo Mortensen

Miglior attrice protagonista
Qui la netta favorita è Emma Stone per La La Land, già vincitrice di SAG, Golden Globe, e BAFTA. Nonostante abbia adorato la prova della Stone, la mia scelta personale cade però su Meryl Streep, deliziosa e sublime come sempre anche in un film non eccezionale come Florence.
Pronostico: Emma Stone
Scelta personale: Meryl Streep

Miglior regia
Damien Chazelle con la scena di apertura di La La Land dovrebbe vincere ogni premio di qui al 2024. È chiaramente il favorito del pronostico, il favorito di Film Ora, e ha pure il vento in poppa come candidato alla Presidenza degli Stati Uniti nel 2020.
Pronostico: La La Land
Scelta personale: La La Land

Miglior film
Sono ormai 4 anni che l'Academy divide il premio di miglior film da quello per la miglior regia. Nonostante la spinta di molta stampa eccessivamente politically correct per far vincere Moonlight, spesso anche con critiche pretestuose a La La Land, questo potrebbe essere l'anno buono per tornare a riunire le due statuette più prestigiose. A La La Land, caso mai non si fosse capito, va anche il mio voto personale.
Pronostico: La La Land
Scelta personale: La La Land

Bonus track: Come Morricone lo scorso anno, Justin Hurwitz è talmente (e giustamente) favorito per la miglior colonna sonora (La La Land) che non mi sembrava nemmeno utile fare il pronostico.

A dopo la cerimonia per il bilancio!

Pier