mercoledì 20 dicembre 2017

Speciale Star Wars: Episodio VIII - Seconda parte

Nella prima parte di questo speciale su Gli Ultimi Jedi avevamo presentato delle recensioni negative. Oggi ripartiremo da lì per analizzare il film, cercando di tenere conto di tutte le opinioni per capire cosa abbia funzionato e cosa no. Questa volta ci saranno spoiler: se non avete visto il film, non proseguite oltre.

Ora posso rivelarvi un piccolo inganno: le recensioni pubblicate nella prima parte non erano di Episodio VIII, bensì de L’Impero Colpisce Ancora, unanimemente considerato il film migliore della saga di Guerre Stellari.

Era una trappola!
Proprio così: il gold standard della saga, il film contro cui vengono misurati e pesati (e, spesso, trovati mancanti) tutti i film ambientati nella galassia lontana lontana, ricevette un’accoglienza quantomeno contrastata (potete leggerne sul sito ufficiale di Star Wars).
E quindi, potrà dire qualcuno? Cosa dovrebbe dimostrare questo trucco (non Jedi) di bassa lega?
Che Episodio VIII è al livello di Episodio V? Ovviamente no.
Che critici e fan possono sbagliarsi? Anche, ma non è il punto centrale, semplicemente perché questo è vero di qualunque film e, in generale, opera d’arte.
Che i fan sono dei criticoni e stroncano i film “di pancia”, dando un peso eccessivo a dettagli marginali che vanno contro il loro concetto di cosa deve essere la saga? Assolutamente no. Ho deliberatamente evitato di ripescare commenti del pubblico dell’epoca (che, per inciso, erano dello stesso tenore di quelli dei critici) per evitare questo processo alle intenzioni, sia perché non mi interessa, sia perché ne hanno già scritto ottimamente altri (qui e qui).

Cosa, quindi, volevo dimostrare con questo piccolo inganno?
Un concetto in realtà molto semplice: l’innovazione genera controversie.
In generale, il nostro cervello è impostato per reagire più positivamente a storie ed emozioni familiari, e vedere la novità con una certa diffidenza, quasi come una minaccia. E se questo è vero in generale (qui potete leggere una sintesi - in inglese - di studi scientifici che spiegano questo fenomeno), lo è ancora di più per quanto riguarda i sequel, costretti a misurarsi con l’eredità ingombrante del predecessore. L’Impero Colpisce Ancora fu criticato semplicemente perché cambiò radicalmente struttura narrativa, tono e temi rispetto al primo film della saga, cui i fan si erano già fortemente affezionati nei tre anni intercorsi tra Episodio IV e Episodio V. Era un film innovativo, quasi radicale, e al tempo fu difficile comprendere appieno la portata rivoluzionaria dei suoi cambiamenti. Un contro esempio molto efficace viene dal recente Episodio VII: la reazione iniziale dei fan è stata estremamente positiva (in media) perché Episodio VII era rassicurante. Riprendeva i temi e le atmosfere della trilogia originale, introducendo nuovi personaggi ma calandoli nel panorama e nelle dinamiche della vecchia storia, fino a riprenderla quasi pedissequamente.
Oggi l’opinione sul film è sicuramente meno positiva, anche se a mio parere si tende troppo a concentrarsi sulle innegabili similitudini con Episodio IV come elemento negativo *.

E ora, veniamo a Episodio VIII. Qui iniziano i veri spoiler: se proseguite, lo fate a vostro rischio e pericolo.

Come detto nella nostra recensione, la missione di Rian Johnson era diversa: Gli Ultimi Jedi doveva essere innovativo, senza paura, radicale nelle sue scelte. Esattamente come l’Impero Colpisce Ancora. Il fatto che Episodio VIII sia innovativo non è in discussione: viene riconosciuto sia da chi ha amato il film, sia da chi lo ha odiato. Le critiche di questi ultimi si possono riassumere in larga parte con la frase “questo non è Guerre Stellari”, implicitamente sottolineando come sia un film che va molto lontano dalle loro aspettative. In sintesi, criticano il film per ragioni opposte a quelle per cui alcuni (si vuole sperare non le stesse persone) criticavano episodio VII: laddove quello era accusato di essere una copia carbone, questo viene accusato di essere troppo diverso.

Il punto diventa quindi capire se queste innovazioni abbiano senso o siano fini a se stesse. In altre parole, dobbiamo capire se queste innovazioni concorrano a formare una visione di insieme, o siano slegate e puramente provocatorie. Quello che vorrei fare con questa seconda parte è cercare di capire se le innovazioni proposte da Johnson funzionino / non funzionino ai fini della storia che il regista vuole raccontare e del messaggio che vuole trasmettere. La storia può comunque non piacere, e il messaggio non convincere, ovviamente. Tuttavia, sono convinto che una critica costruttiva e seria passi dall'abbandono delle categorie del “mi piace/non mi piace” per concentrarsi sulla coerenza dei vari elementi del film e sulla qualità  della realizzazione.

La visione di Johnson: Abbandonare il passato
Quando cerca di convincerla a unirsi a lui, Kylo Ren dice a Rey queste parole: “Lascia che il passato muoia. Uccidilo, se devi. È l’unico modo per diventare ciò che sei destinata a essere”. Questa non è una battuta, è una dichiarazione di intenti. E, come vedremo, non è l’unica volta in cui Johnson affiderà ai suoi personaggi battute che descrivono al tempo stesso la loro visione del mondo e la sua visione di regista.
Il tema del superamento del passato è il leit motiv del film, in cui dei giovani si trovano a dover fare i conti con una galassia lasciata in frantumi dalla generazione precedente, e cercano in tutti i modi di trovare la propria strada in un mondo in cui non esistono più certezze. Suona familiare? Se sì, è perché questa frase potrebbe essere contenuta in un qualunque rapporto ISTAT sui giovani.
Rian Johnson vuole realizzare un film che parli delle e alle nuove generazioni. Nel farlo, si rende conto che dovrà abbandonare parte dell’enorme bagaglio  rappresentato dalla trilogia originale. Per inciso, già JJ Abrams se ne era reso conto in Episodio VII, ma Johnson porta questa idea alle sue estreme conseguenze. Parleremo poi dell’evoluzione dei personaggi storici della saga, ma basti qui dire che è dal loro fallimento personale e “professionale” che ha origine tutta la vicenda narrata. Il Primo Ordine nasce dalla negligenza della Repubblica; Kylo Ren dal fallimento di Han e Leia come genitori e di Luke come maestro. Rey è stata abbandonata dai genitori su un pianeta deserto in cambio di rottami, ed è stata costretta fin da piccola a cavarsela da sola; Finn è stato strappato alla sua famiglia e condizionato a diventare una macchina per uccidere; in una galassia in cui fino a poco tempo prima esisteva la Repubblica, ci sono ancora pianeti in cui i poveri sono in schiavitù e i ricchi traggono profitto dalle guerre in atto, vendendo armi ad ambedue le parti. Dai tempi di Episodio VI nulla sembra essere cambiato in meglio.

Episodio VIII (ma, mi sentirei di dire, la nuova trilogia in generale) racconta la storia di chi, in un modo o nell’altro, vuole ribellarsi a questa situazione, urlare al mondo il suo disappunto per ritrovarsi a vivere in universo in rovina senza esserne minimamente responsabile. Sembra un cambiamento minimo, ma è in realtà radicale, perché sposta la saga dall’essere “la storia degli Skywalker” (per dirla con Kathleen Kennedy; ci torneremo), o comunque dello scontro Jedi-Sith, a essere una storia di giovani che vogliono trovare un loro posto nel mondo ma non hanno gli strumenti né le competenze per farlo, e devono quindi navigare a vista. Le loro imperfezioni, le loro scelte avventate e poco ponderate, che tanto hanno irritato alcuni fan, sono invece la logica conseguenza del loro carattere e dell’epoca in cui si trovano a vivere: un’epoca incerta, in crisi di valori, in cui le antiche certezze non esistono più e i vecchi maestri sono scomparsi o non hanno più la voglia o la capacità di insegnare.

Questa la visione di Johnson per il film. Andiamo ora ad analizzare i tre elementi di maggiore innovazione introdotti da Johnson: innovazione tematica, risultante nel tradimento delle aspettative; innovazione nei personaggi; e innovazione nella struttura narrativa.

Aspettative tradite, olio su pellicola
Le aspettative tradite: Personaggi e spettatori
Tutti i fan attendevano con trepidazione di sapere cosa avrebbe fatto Luke della spada che gli porgeva Rey. Nessuno, tuttavia, attendeva quella risposta con più trepidazione di Rey. E Luke cosa fa? Butta la spada. Non la rifiuta, non la restituisce: la butta via, con nonchalance, quasi non fosse affar suo, tradendo le speranze di Rey. E continuerà a farlo praticamente fino alla fine del film. Allo stesso modo, tutti si aspettavano di sapere chi fosse Snoke, e come avrebbe completato la trasformazione di Kylo Ren nel nuovo Darth Vader. E invece Snoke cosa fa? Insulta Kylo. Gli dice che non è il nuovo Vader, ma solo “un ragazzino con una maschera”, lontano anni luce dalla potenza del nonno. Ancora una volta, nessun fan può dirsi più deluso e ferito dello stesso Kylo, un ragazzo turbato alla disperata ricerca di un’identità, che finisce per uccidere il suo misterioso quanto ingombrante maestro. Infine, tutti aspettavano con ansia di sapere chi fossero i genitori di Rey, ed ecco invece l’ennesimo schiaffo in faccia, questa volta per mano di Kylo: i genitori di Rei sono dei contrabbandieri, che la hanno venduta (!) in cambio di alcuni rottami. Ancora una volta, la più delusa di tutti è Rey, che scopre (o, meglio, realizza – in cuor suo lo ha sempre saputo, come dice Kylo) di non essere affatto speciale come credeva.

I fan si sono sentiti ingannati, traditi, presi in giro, ma non poteva essere altrimenti, perché le aspettative dei fan erano le stesse dei personaggi. I nuovi protagonisti sono cresciuti nel mito di un passato dorato e di eroi leggendari, e sono stati scaraventati in un mondo che non somiglia per nulla a quel passato, né corrisponde alle loro aspettative. Anche loro, come i fan, credevano di tornare a un mondo fatto di Jedi che da soli fermano intere armate, di pilota di caccia che con voli spericolati sconfiggono interi battaglioni imperiali, e di Sith dalla potenza sovrumana in grado di piegare tutti al proprio volere. Quel mondo è finito, e i personaggi, come i fan, devono fare i conti con quello che percepiscono a tutti gli effetti come un tradimento. “Questa cosa non andrà come pensavi”, dice Luke a Rey, e Rey non lo accetta, non vuole accettarlo, e si ostina per lungo tempo a perseguire il suo piano di riportare Luke a casa e vincere così la guerra, senza (voler) capire che quel tempo è finito e non è destinato a tornare.

L’aspettativa tradita più grande, e quella che ha forse generato il maggiore disappunto, è quella della discendenza di Rey. La delusione è stata talmente grande che molti hanno già ipotizzato che Kylo stia ingannando Rey, e che lei sia in realtà una Skywalker/Kenobi/cugina di quarto grado di Mace Windu. Pur cosciente del fatto che la retcon che soddisfi i fan è sempre dietro l’angolo, mi espongo e dico che ritengo queste teorie alquanto improbabili e, soprattutto, poco desiderabili. In primo luogo, le tanto citate parole di Kathleen Kennedy non sono in contrasto con la presenza di un personaggio “nuovo”, non legato alla famiglia Skywalker, semplicemente perché Kylo Ren/Ben Solo è lui stesso uno Skywalker. E, se i sei film precedenti ci hanno insegnato una cosa, è che lo Skywalker protagonista è un angelo caduto, non un angelo del bene. Il protagonista dei precedenti sei film è Anakin, non Luke: perché qui il vero protagonista non potrebbe essere Ben? In secondo luogo, avere una “nessuno” come protagonista rappresenta una novità perfettamente coerente sia con lo spirito della nuova trilogia, sia con la saga originale (anche Anakin era un “nessuno” quando viene scoperto; e sì, mi ricordo la storia della sua immacolata concezione – roba che al confronto flying Leia sembra un capolavoro – ma voglio far finta di niente). Lo splendido finale degli Ultimi Jedi richiama volutamente il piccolo schiavo liberato di Episodio I, e suggerisce ancora una volta che chiunque può essere un Jedi, in quanto la Forza scorre anche nei “nessuno”, non solo in alcune famiglie.
Anche a voler fare a tutti i costi i cacciatori di indizi, si può notare un dettaglio importante: nel primo trailer di Il risveglio della Forza sentivamo Leia chiedere a Rey “Chi sei?”, sentendosi rispondere “Nessuno.” Quella scena fu poi tagliata dal film: e se fosse stato voluto, per evitare di uccidere fin da subito l’hype sulle origini di Rey? Quando Kylo le rivela la verità, lei in cuor suo già la conosce, esattamente come Leia in cuor suo sa già che Luke è suo fratello quando lo scopre ne Il ritorno dello Jedi.

Una breve nota, infine, sulla mancata rivelazione dell’identità di Snoke: nella trilogia originale non veniamo a sapere nulla dell’Imperatore. Tutto ciò che sappiamo su di lui viene dai sequel, e non ho mai sentito nessuno lamentarsi per questo. La biografia di Snoke – che non escludo scopriremo nel prossimo film, magari tramite dei flashback di Kylo – era davvero così importante ai fini della storia? Mi sentirei di dire di no.

Niente foto, grazie. Ci tengo alla privacy
Caratterizzazione ed evoluzione dei personaggi
Una delle critiche più lette e diffuse è legata ai personaggi. Da una parte si accusa Johnson di aver stravolto i personaggi originali, in particolare Luke; dall’altro si sottolinea l’assenza di un arco narrativo per molti dei nuovi personaggi.

Partiamo dai personaggi storici: come detto, i protagonisti più amati sono diventati degli adulti fallimentari. Ripetete con me: fallimentari. Han e Leia non sono stati capaci di costruire una relazione stabile, e hanno finito per separarsi, vittime del proprio orgoglio e della propria testardaggine; come genitori, non hanno saputo dare affetto e attenzione a Kylo Ren, lasciandolo in balia delle tentazioni di Snoke (in una dinamica che riprende il lento corteggiamento di Palpatine ad Anakin). Luke ha fallito come maestro, prima non riconoscendo il potenziale distruttivo del nipote, e poi pensando di assassinarlo nel sonno, tradendo la sua fiducia. Kylo Ren è un prodotto del loro fallimento, la conseguenza delle loro azioni.

Non è quindi sorprendente trovare un Luke completamente cambiato, diversissimo dal giovane ottimista che aveva redento suo padre Anakin. Luke ha fallito, e non ha saputo affrontare il proprio fallimento. Si è ritirato in se stesso, chiudendosi alla Forza e agli amici proprio quando questi avevano bisogno di lui. Luke non è Yoda, ritiratosi su Dagobah per mantenere viva la cultura degli Jedi: è colui che vuole celebrare il funerale di quella religione che tanta sofferenza ha portato a lui e alla sua famiglia. Il suo cambiamento non solo è giustificato, ma è fondamentale: solo dall’accettazione del fallimento (suo e della famiglia Skywalker) Luke può trovare il modo di rendersi utile. E proprio nel duello finale, nel momento supremo, riemerge il giovane sognatore e romantico che avevano conosciuto nella prima trilogia. Luke affronta Kylo Ren nello stesso modo in cui aveva affrontato suo padre: rifiutandosi di combattere davvero. Anche se non ha speranze di redimere il nipote come aveva fatto con Anakin, non trova comunque in se stesso la forza di ucciderlo, perché sa che comunque sarebbe sbagliato, e che dove lui ha fallito altri potrebbero riuscire. Si sacrifica per la causa, rinverdendo la leggenda degli Jedi ma soprattutto quella della ribellione con uno sforzo immenso, prima di fondersi con la Forza di fronte a un doppio tramonto come quello che c’era quando lo avevamo conosciuto. Una scena di forte commozione, e un doveroso tributo a un eroe imperfetto, come suo padre, ma capace di accettare e superare questa imperfezione, come suo padre.

Carisma a palate
Leia è forse l’unico punto fermo del film, anche se viene finalmente data attuazione a quel potenziale nascosto che ci era stato suggerito fin da episodio V. Peccato che la scena in cui la vediamo usare la Forza sia visivamente orribile, con Leia che fluttua nello spazio in una posa che è un mix tra quella di Superman e quella di Mary Poppins. Una scena che rappresenta oggettivamente uno dei momenti più bassi della saga,  che fornisce ai detrattori un sacrosanto motivo di critica, e che stupisce ancora di più in un film visivamente così curato come Episodio VIII (la stanza del trono di Snoke, la scena con la nave ribelle che si schianta sullo star destroyer a velocità luce e quelle sul pianeta di sale sono un’estasi visiva, e hanno infatti riscosso consensi unanimi).

Come puoi avere quella cafonata di Leia volante in un film in cui hai realizzato questa bomba visiva?
Riguardo ai nuovi eroi, quasi nessuno si sogna di criticare ancora Kylo Ren, un giovane irascibile, instabile, complessato, perennemente alla ricerca di se stesso e di un posto nel mondo. Kylo cambia di continuo, è un mare in tempesta, incapace di mantenersi stabile anche se lo volesse. Chi nel primo film lo aveva deriso per le sue crisi isteriche ha dovuto ricredersi: gli scoppi d’ira sono parte integrante di questo personaggio complesso e meravigliosamente sfaccettato, che la splendida prova di Adam Driver arricchisce di ulteriore profondità.

Rey sembra invece immobile, quasi statica in questo film. A un’analisi più approfondita, tuttavia, si rivela un’evoluzione ben delineata, forse poco appariscente ma coerente sia con il tema portante del film, sia con l’evoluzione del suo maestro nella trilogia originale. Rey arriva sull’isola dove si è ritirato Luke colma di speranza. Pensa di poter salvare la ribellione portando a casa Luke e che lui sconfiggerà da solo il Primo Ordine. Non si chiede nemmeno per un momento perché Luke si sia ritirato lì. Quando lo scopre, entra in una fase di rifiuto. Luke è l’eroe, Luke li salverà tutti. È lo stesso Luke a sbatterle in faccia la verità, quando le urla: “E cosa pensi che faccia? Che torni e sconfigga il Primo Ordine da solo?” Solo allora Rey si rende conto di quanto fosse naif il suo piano. Le sue certezze inscalfibili crollano, e si rivolge istintivamente all’altro ragazzo privo di certezze che conosce: Kylo, il nemico, l’uomo dall’energia instabile, la cui spada laser grezza è forse il miglior simbolo di ciò che vuole diventare la nuova trilogia. Attraverso l’interazione con Kylo, Rey cambia completamente, o meglio, accetta la realtà: non sarà Luke a salvare la galassia. Nessun deus ex machina, questa volta, nessuno scontro decisivo tra Bene e Male: la battaglia si combatte nelle zone di grigio, ed è in ciò per cui si combatte (come dice la morente Rose a Finn) che si trova la differenza tra buoni e cattivi. Può sembrare un cambiamento minore, ma non lo è: Rey segue un percorso simile a quello di Luke nell’Episodio V, dove al suo sogno romantico di sconfiggere il nemico in un epico duello si sostituisce l’amara accettazione della sua identità e del suo passato.

Struttura narrativa: What happens in Vegas & ironia spicciola
E veniamo al punto forse oggettivamente più debole del film, ovvero la “gita” di Finn e Rose sul pianeta casinò. Le critiche che accompagnano questa parentesi narrativa sono giustificate se prese singolarmente, ma considerate nel loro insieme risultano meno convincenti.

Questo spezzone non fa avanzare significativamente la trama e, anzi, la rallenta. A livello visivo sembra quasi un omaggio all’estetica della seconda trilogia, che per il resto sembra essere stata del tutto rimossa da questi due nuovi episodi. Finn sembra intrappolato in questa missione impossibile e, di fatto, sembra non avere nulla da fare. Tutto il pezzo con i ragazzini e i dialoghi con il DJ di Del Toro sembrano puramente un espediente narrativo, un’innovazione stilistica e visiva (mai si erano mischiate le atmosfere dei primi film con lo stile da belle époque della seconda trilogia) che però ha poco da aggiungere al tema portante della storia.
Che poi, parliamone, della bellezza di queste immagini
Tutte queste sono critiche oggettivamente valide, ed è indubbio che Johnson abbia perso almeno parzialmente il controllo della sua creatura in questa parte del film, dilungandosi più del necessario. Questa è la parte che mi è piaciuta di meno del film.
Tuttavia, un bell’articolo pubblicato su The Atlantic mi ha fatto notare dei dettagli che non avevo considerato con la dovuta attenzione: Finn è un personaggio che ha sempre pensato prima di tutto a se stesso e a Rey. Entra a far parte di questa missione quasi per caso, e quando ne torna è cambiato, al punto di essere pronto a immolarsi per salvare quel poco che rimane della Resistenza durante la battaglia sul pianeta di sale. Questo cambiamento è dovuto alla sua interazione con Rose, ma soprattutto a ciò che vede sul pianeta casinò: la schiavitù, le vittime collaterali di una guerra di cui finora Finn ha conosciuto solo il palcoscenico e gli attori principali. Durante la sua missione vede le comparse, coloro che non rimarranno sui libri di storia, ma sono vittime delle guerre fatte da persone che nemmeno conoscono, grazie alle quali si arricchiscono personaggi senza scrupoli che vendono armi all’una e all’altra parte. Il dialogo con DJ assume così un’altra connotazione, che rafforza ulteriormente uno dei messaggi principali del film (è finito il tempo in cui Bene e Male sono chiaramente distinti) e soprattutto il bellissimo, per quanto retorico, messaggio con cui Rose dice addio a Finn.

Un altro elemento che ha scatenato i detrattori del film è l’uso giudicato eccessivo di battute fuori luogo. Il primo punto non è senza fondamento: alcune battute vengono inserite nei momenti topici della trama, in cui la risata sembra del tutto fuori luogo. Tuttavia, varrebbe la pena ricordare che questi momenti erano presenti anche nella saga originale, e avevano spesso per protagonista C3PO, che si lanciava in improbabili siparietti anche nelle scene più drammatiche. Un esempio? Ironicamente, si trova proprio nella prima scena di Una nuova speranza. Una scena, questa, dall’alto contenuto drammatico (arricchito ancora di più dagli eventi di Rogue One): la nave della Principessa Leia è appena stata abbordata, la principessa è stata catturata da Darth Vader. Ecco, in uno dei momenti più iconici della Saga, proprio a inizio film, C3PO ha questo dialogo con R2D2.


Non proprio il massimo in termini di “rovinare l’atmosfera”, ecco.
Questo per dire che l’ironia fuori luogo è sempre stata una delle cifre di Guerre Stellari, e non poteva che esserlo ancora di più in un episodio la cui cifra è esattamente quella di demitizzare le leggende e rendere il tutto meno “serio” ed epico, ma al tempo stesso terribilmente più reale.

Conclusione
Nel complesso, un’analisi approfondita delle innovazioni e delle scelte fatte da Johnson rivela una forte coerenza di fondo, una linea narrativa e tematica forte da cui discendono tutte gli altri elementi del film.

Questo vuol dire che il film sia un capolavoro? Ovviamente no. Significa semplicemente che è un film concepito e realizzato con una forte visione di insieme, e non l’accozzaglia di cose senza senso di cui hanno parlato alcuni. La storia può non piacere, le scelte possono essere ritenute poco convincenti: queste sono decisioni che stanno al gusto di ognuno.
Tuttavia, dopo un’attenta analisi è innegabile che dietro a Gli Ultimi Jedi c’è un’idea di regia forte e innovativa  e che il film, nonostante qualche inciampo, riesce a comunicare in modo chiaro ciò che il regista aveva in mente e soprattutto a raggiungere lo scopo che si era prefisso: perpetuare il mito della galassia lontana lontana ma, al tempo stesso, percorrere strade nuove e inesplorate. Se il film avrà il destino de L’Impero Colpisce Ancora o subirà la damnatio memoriae di Una Minaccia Fantasma solo il tempo potrà dircelo.

Pier

*: Dico troppo sia perché ci sono altre similitudini evidenti che non vengono sottolineate (l’orfana con la forza sul pianeta deserto, di cui ci viene suggerita una discendenza importante; un essere malvagio e deforme con un apprendista incline alla rabbia), forse perché parte di ciò che vogliamo assolutamente vedere in un Guerre Stellari; sia perché si dimentica che la missione di JJ Abrams era esattamente quella di riaccogliere i fan nel mondo della saga, rassicurandoli che la seconda trilogia era stata solo un brutto sogno e regalando loro le vecchie e indimenticate emozioni; e questo Abrams lo ha fatto innegabilmente bene. Sia, infine, perché Abrams ha gettato le basi per la rivoluzione che vediamo in questo capitolo, come spiegato nell'articolo.

lunedì 18 dicembre 2017

Speciale Star Wars: Episodio VIII - Prima parte

Nella nostra recensione avevamo lodato l'ottavo episodio della saga di Guerre Stellari per la sua capacità di innovare la saga in modo radicale, senza però tradirne lo spirito.

Tuttavia, il film sta dividendo pubblico e critica come pochi altri prima d'ora. Abbiamo quindi deciso di dedicare uno speciale in due parti all'analisi del film, al fine di cercare di capire quali siano le novità introdotte, quali siano quelle azzeccate e quelle fuori posto, e soprattutto quali siano i punti e gli elementi che stanno facendo più discutere, e perché.

In questa prima parte non ci saranno spoiler, e mi limiterò a esporre alcuni stralci da recensioni fatte dalle maggiori testate statunitensi, tradotte dal sottoscritto. Nella seconda parte riprenderò questi spezzoni per analizzare il film più nel dettaglio, esponendo le ragioni delle due parti e cercando di capire 

Gli stralci presentati qui sotto non vengono solo da recensioni negative nel loro complesso, ma sottolineano gli aspetti ritenuti poco convincenti.

Hollywood Reporter
Sfortunatamente, questa scelta (il concentrarsi su molti personaggi, nda) non convince fino in fondo, specialmente nell'ultima parte del film, dove la nostra prode banda di ribelli si divide e la storia si muove in modo piuttosto goffo tra tre location differenti. So che l'idea è quella di creare un'impressione di serialità (un'impressione rafforzata dall'uso dei classici tagli di montaggio "scorrevoli" per passare da un luogo all'altro), ma ha l'effetto di rallentare l'azione proprio nel momento in cui ci si dovrebbe muovere a grandi passi verso il climax. 

New Yorker
Non si capisce come una saga come questa possa essere a corto di immaginazione o abbia iniziato a dipendere eccessivamente dagli splendidi effetti speciali - che sia in pericolo, in sintesi, di scadere nel manierismo o nell'essere un blockbuster movie come tanti. 

New York Times
Il film non ha la freschezza e la sorpresa di alcuni dei capitoli precedenti, ma è carino in modo inoffensivo e, in fondo, un po' stupido. E' come leggere la parte centrale di un fumetto. È divertente in alcune parti, ma mancano bellezza, suspense, disciplina narrativa e arte cinematografica (...). Il film è un'operazione grandiosa ma puramente meccanica, uno spreco di tempo molto costoso.

Washington Post
Il film non ha una trama strutturata, nessun approfondimento né tantomeno sviluppo dei personaggi, e non comunica nulla di significativo né del punto di vista emotivo né da quello della riflessione. Non ha una visione originale, ma crea una trama che è semplicemente un pastiche di altri generi e altre fonti.

The Daily Telegraph
E ora si parla già di altre trilogie, come se stessimo parlando di una saga dell'epoca classica, senza mai fine. Nel frattempo, ciò che vediamo sullo schermo è una grande ricchezza di effetti speciali e un'estrema pochezza nella caratterizzazione. Chi sono questi personaggi? Perché è così difficile interessarsi a ciò che sta accadendo loro?


Toni sicuramente non entusiastici (quasi quanto l'entusiasmo di Luke nell'istruire Rei), che battono essenzialmente su tre tasti: la mancanza di novità, l'assenza di una trama strutturata, e una caratterizzazione debole o comunque poco sviluppata, che impedisce di provare empatia per i personaggi.

Nella seconda parte, analizzeremo più in dettaglio tutti questi punti, cercando di capire quali fossero le intenzioni di Rian Johnson, perché le sue scelte hanno/non hanno convinto critici e fan, e quale sia l'impatto di Episodio VIII sull'universo di Guerre Stellari.

Ah, un'ultima cosa (DISCLAIMER): le recensioni pubblicate qui sopra NON sono di Episodio VIII. Per sapere di che film sono, e capire il perché di questo "trucchetto", leggete la seconda parte!

Pier

giovedì 14 dicembre 2017

Star Wars: Episodio VIII - Gli ultimi Jedi

Questo non è il film che stavate cercando




Dopo la distruzione della flotta della Repubblica, la Resistenza è sull'orlo del collasso, perennemente in fuga dal Primo Ordine. Nel frattempo, Rei cerca di convincere Luke Skywalker ad addestrarla alle vie della Forza, ma il Jedi si mostra estremamente riluttante. Kylo Ren deve fare i conti con le conseguenze del suo parricidio, e al tempo stesso soddisfare le aspettative sempre più elevate del Leader Supremo del Primo Ordine, Snoke.

Guerre Stellari è forse la saga più iconica della storia del cinema. Proprio per questo, a volte si tende a considerarla intoccabile, immutabile in alcuni elementi di trama, mitologia e personaggi. Allo stesso tempo, ci si aspetta, con una certa dose di irragionevolezza, di essere stupiti a ogni film. Le maggiori critiche a Episodio VII erano venute proprio per il fatto di aver ricalcato per larga parte del film la trama di Una nuova speranza. Ryan Johnson aveva di fronte a sè un compito improbo: da una parte soddisfare le aspettative che ogni episodio di Guerre Stellari porta con sè, dall'altro non sfigurare di fronte al capitolo centrale della prima trilogia, L'Impero colpisce ancora, unanimente considerato il migliore e il più innovativo.

Johnson dimostra una personalità registica notevole, e realizza un film che sconvolge ogni aspettativa, andando controcorrente in ogni scelta, sia di trama che di stile. Come i suoi personaggi, anche Johnson sembra volersi liberare del passato; come per i suoi personaggi, l'operazione riesce, ma non senza intoppi. Nessuna delle scene più attese va come ci si poteva aspettare, nessun momento topico viene trattato nel modo in cui sarebbe stato trattato in altri film della saga e, anzi, molti sono deliberatamente anticlimatici. Certo, non mancano citazioni che faranno la gioia dei fan della prima ora, ma per il resto Johnson mette in scena quello che sembra un vero e proprio trucco Jedi, un film di Guerre Stellari che sovverte e sconvolge le fondamenta della saga senza però tradirne lo spirito.

Come nell'Impero colpisce ancora, i protagonisti sono dispersi in diversi angoli della galassia, ma laddove Episodio V era adrenalinico, qui Johnson opta per un lento stillicidio: la Resistenza è decimata, e può solo fuggire, continuamente. Il Primo Ordine gioca con i superstiti come il gatto con il topo, facendo pagare loro un prezzo immane in termine di sofferenza e perdita di combattenti.
Come nell'Impero colpisce ancora, abbiamo l'addestramento su un pianeta isolato, che viene però privato fin dal primo momento di quell'aurea mistica che avvolgeva l'incontro tra Yoda e Luke. Mai lato oscuro e lato chiaro sono stati tanto connessi, confusi, quasi intercambiabili, e Luke Skywalker, mirabilmente interpretato da un carismatico Mark Hamill, incarna perfettamente questa tensione: esitante e angosciato laddove Yoda era rassicurante e tranquillo, caustico laddove Yoda era ironico, Luke non sa (e forse non vuole?) aiutare Rei. La connessione tra lato oscuro e lato chiaro non è solo metaforica ma effettiva, e la sua resa su schermo rappresenta sicuramente una delle innovazioni più interessanti del film.











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Difficile dire di più senza rivelare dettagli importanti della trama, ma basti dire questo: Episodio VIII è di gran lunga l'episodio più cupo della saga, in cui i confini tra Bene e Male sono molto opachi, e nessun personaggio può dirsi veramente senza peccato. La speranza e la pace non si trovano più nei punti di riferimento abituali, e servirà un cambiamento radicale di mentalità per ritrovarle. Non ci sono più eroi, cavalieri in armatura scintillante destinati a salvare l'universo, ma solo personaggi, anzi, persone indecise e insicure, che si trovano di fronte a delle scelte infinitamente più grandi di loro e devono convivere con le conseguenze delle proprie azioni. Questa cupezza è riflessa nella fotografia, spettacolare ma fredda, che gioca fondamentalmente su tre colori base (rosso, bianco, e nero) sia negli interni che negli esterni, e nel montaggio, che trancia di netto ogni momento potenzialmente emozionante e non dà allo spettatore un attimo di tregua, un momento per connettersi con le proprie emozioni. Le numerose sequenze ironiche sempre presenti in Guerre Stellari sono sostituite da isolate battute salaci, che a volte sembrano quasi fuori posto e contribuiscono alla demitizzazione della storia e dei personaggi.

Johnson dirige il tutto con una visione molto forte anche se non sempre chiara: non mancano alcune lungaggini evitabili e alcuni passaggi di sceneggiatura poco convincenti o addirittura fuori posto; la scelta di ridurre al minimo la commozione non sembra molto azzeccata, vista l'importanza dei personaggi e del coinvolgimento emotivo nell'universo di Guerre Stellari. In generale, alcune scelte possono essere poco soddisfacenti e destinate a dividere, ma al regista va riconosciuto il coraggio quasi folle dimostrato nel fare queste scelte, anziché prendere la tranquilla strada della minestra riscaldata. Johnson si carica sulle spalle la responsabilità di rinnovare la saga e lo fa in maniera molto forte e incisiva, stravolgendo un sistema valoriale forse troppo vecchio per i nostri tempi e aggiornandolo alle sensibilità odierne.

Il film regala alcune delle sequenze visivamente più belle viste in Guerre Stellari, quelle ambientate sul pianeta di sale su tutte. Le battaglie sono girate con una precisione e un'attenzione ai dettagli che dimostrano come Johnson abbia imparato la lezione di Edwards in Rogue One, e gli scontri con la spada laser (soprattutto uno) sono destinati a rimanere impressi a lungo. Da segnalare anche la splendida interpretazione di Adam Driver, insieme a Mark Hamill la vera anima del film, convincente e terribilmente umano nel suo ritratto di un giovane Sith divorato da ambizione e senso di colpa.

Gli ultimi Jedi è un film profondamente diverso che, anche quando riprende i topoi della saga, riesce a rielaborarli in modo completamente nuovo, sovvertendo ogni aspettativa e costringendo lo spettatore a uscire dalla sua comfort zone per entrare in un nuovo territorio inesplorato: se sarà all'altezza del suo passato, lo scopriremo solo con il tempo, ma nel frattempo non possiamo che applaudire il titanico, seppur imperfetto, tentativo di reinventare un mito intramontabile come quello di Guerre Stellari.

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Pier

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Non perderti lo speciale in due parti (con spoiler) su Star Wars: Gli Ultimi Jedi
Prima parte
Seconda parte

martedì 12 dicembre 2017

Suburbicon

Il volto oscuro dell'America




Stati Uniti, 1959. Gardner Lodge è un padre di famiglia che vive nella città modello Suburbicon insieme alla moglie Rose, paralizzata per via di un incidente, e al figlio Nicky. La città è abitata da soli bianchi, fino a quando accanto alla casa di Gardner si trasferisce una famiglia di colore, i Meyers. Il loro arrivo scatena la reazione veemente della comunità, che viene sconvolta anche da un altro evento: nottetempo due delinquenti si introducono nella villa dei Lodge e uccidono Rose con una dose eccessiva di cloroformio.

George Clooney torna alla regia rielaborando una vecchia sceneggiatura dei fratelli Coen, scritta appena dopo il loro fortunato (e troppo poco conosciuto qui da noi) film d'esordio, Blood Simple. Il tocco dei Coen è evidente in ogni dialogo e ogni situazione che vede protagonista la famiglia Lodge. Il film è pervaso da un'atmosfera trasognata, perennemente in bilico tra assurdo e dramma, tra risata e incubo domestico, conferendo al tutto quel tocco grottesco che ha reso celebre il cinema dei due fratelli. Questa sospensione della realtà è però solo parziale: se alcune delle vicende narrate sembrano assurde, infatti, le motivazioni che muovono i protagonisti sono terribilmente reali nella loro meschinità.

La realtà irrompe poi con violenza dall'unica finestra aggiunta da Clooney, la sottotrama dedicata alla famiglia di colore: se inizialmente le vicende dei Mayers sembrano disconnesse dalla vicenda principale, quasi fuoriposto, con il passare dei minuti ci si rende conto che la loro storia è il contraltare di quella dei Lodge, nonché quella che fornisce la cifra morale del film. La folla cerca il mostro nell'altro, nel diverso, quando in realtà il mostro ha una faccia ben più riconoscibile e domestica, e si annida tra coloro di cui ci fidavamo di più. Non è un caso che lo sguardo che accompagna il film sia quello del piccolo Nicky (un ottimo Noah Jupe), che da innocente diviene prima incredulo e poi terrorizzato dall'incredibile evoluzione degli eventi.

Clooney usa la cittadina di Suburbicon come una metafora dell'America odierna, incapace di vedere il male nel proprio giardino ma pronta a scagliarsi sul primo capro espiatorio disponibile. Pur peccando a volte di retorica, il messaggio arriva forte e chiaro ed è di sicuro impatto: il crescendo di violenza nelle due sottotrame procede perfettamente in parallelo, con la verità sulla morte di Rose che viene gradualmente a galla, tra scene esilaranti e terrificanti rivelazioni, e l'atteggiamento dei cittadini di Suburbicon verso i Meyers che passa dall'essere passivo aggressivo a un vero e proprio linciaggio. Violenza che chiama violenza, generando una sorta di anti-euforia collettiva in cui ognuno sembra ubriaco dal desiderio di sangue.

Il matrimonio tra le due sottotrame non avviene senza intoppi: mancano lo splendido rigore visivo di alcune opere di Clooney (Good Night, and Good Luck su tutte), e lo humor non è al livello dei migliori lavori dei Coen. Tuttavia, Suburbicon è un film ben riuscito, in cui le due storie crescono lentamente in parallelo fino a diventare un unico, inquietante affresco dell'intolleranza, che parla della storia passata dell'America ma dipinge anche un ritratto fin troppo tristamente fedele del suo presente.

*** 1/2

Pier

lunedì 11 dicembre 2017

Justice League (In pillole #12)

Il supplizio di Tantalo

 


Superman è morto, ma la Terra è ancora in pericolo: Steppenwolf, un alieno con smanie di conquista, invade la terra con i suoi parademoni. Per fermarlo, Batman e Wonder Woman si mettono alla ricerca degli altri individui dotati di capacità sovrumane scovati nell'archivio di Lex Luthor: Flash, Aquaman, e Cyborg. Tuttavia, anche la loro alleanza potrebbe non essere sufficiente di fronte al potere di Steppenwolf.

Se vi sembra di aver già sentito questa storia, non vi state sbagliando: è la stessa trama di The Avengers. Leo Ortolani ha già sottolineato le evidenti similitudini meglio di quanto possa fare io, quindi non mi dilungherò oltre, anche perché questo non è il principale problema di Justice League.

Il problema principale è la totale sciatteria nella realizzazione, e in particolare in come sono state integrate le scene scritte e girate da Josh Whedon con quelle (che costituiscono due terzi del film) girate da Zach Snyder, prima del suo abbandono a causa della tragedia famigliare che lo ha colpito. Il tocco tragico e la visione epica di Snyder si sposano malissimo con lo humor di Whedon, che finisce per risultare del tutto fuori luogo in più di un'occasione. In aggiunta, le sequenze girate in un secondo momento saltano immediatamente all'occhio per la pessima computer grafica (e no, i baffi eliminati di Henry Cavill non sono la cosa peggiore) e per la generale inadeguatezza rispetto alla sontuosità delle immagini di Snyder. Lo stile del regista di Green Bay può piacere o non piacere, ma non si può negare che sia immediatamente riconoscibile e dotato di una certa forza visiva, soprattutto nelle sequence evocative (Snyder è un mago dei titoli di testa, e lo dimostra anche qui) e in cui non eccede con il ralenty di pallottole, frecce, o arsenale bellico vario.

Justice League è una sorta di supplizio di Tantalo per lo spettatore: si ha continuamente la sensazione che il film sia sul punto di ingranare, grazie a scene e personaggi di grande potenziale (Flash è ben scritto e interpretato; il Batman di Ben Affleck è intrigante nella sua cupio dissolvi). Questo potenziale, tuttavia, non viene mai raggiunto a causa una scrittura approssimativa e frettolosa e il raffazzonato tentativo di mettere insieme due visioni diverse e inconciliabili, frutto di una scellerata scelta della produzione che si spera venga in futuro assegnata a più abili mani.

Rimane il rammarico per un film che poteva essere grande, e invece è solo un ibrido bruttino tra Batman vs. Superman e The Avengers.


** 1/2

Pier

venerdì 20 ottobre 2017

IT

La bellezza della paura


Derry, Maine, anni Ottanta: il piccolo Georgie esce a giocare con una barchetta in un giorno di pioggia, e scompare senza lasciare traccia. Il fratello di George, Bill, è determinato a scoprire cosa gli sia successo. A lui si unirà un eterogeneo gruppo di ragazzini autosoprannominatosi il Club dei Perdenti: scopriranno che dietro la scomparsa di Georgie e di altri bambini c'è un orrore senza nome che popola da sempre i bassifondi e gli incubi di Derry: IT.

Xavier Dolan ha definito IT il suo film preferito del secolo. Quali sono le motivazioni che stanno dietro a questa palese iperbole? Semplice: IT è un film di genere, e di un genere spesso considerato di serie B, realizzato con la qualità visiva, interpretativa e di scrittura di un film d'autore. IT è un film che, fin dalla magistrale scena d'apertura (il materiale di partenza di King aiuta, ma non basta per realizzare una scena così ben fatta), ripudia ogni facile trucchetto cui ci hanno abituato i film dell'orrore per costruire una storia di terrore e inquietudine, che riflette con fedeltà lo spirito di King e al tempo stesso lo reinventa dal punto di vista visivo e simbolico.

Mettiamolo subito in chiaro: a meno che non siate rimasti traumatizzati da ragazzi, il film non fa paura nel senso stesso del termine. Il film trasmette paura, ma non regala spaventi gratuiti, non alza il volume della colonna sonora per farvi sobbalzare sulla sedia.  IT, come il libro, trasmette la paura provata da un gruppo di ragazzi per cui il confine tra reale e fantasia è più labile, e fa riflettere gli adulti su come i loro mostri finiscano per infestare gli incubi dei ragazzi, e sul perché i ragazzi non osino rivelare loro le proprie paure. È un film che non vuole solo fare paura, ma vuole parlare della paura, del Male, e delle maschere sotto cui si celano nella vita di tutti giorni.


Muschietti mette al centro della storia i personaggi, il vero punto forte del libro, e vince in pieno la scommessa: i membri del Club dei Perdenti sono semplicemente perfetti, fedele rappresentazione di quel momento così delicato che è il passaggio dall'infanzia all'adolescenza, ma soprattutto archetipo di ogni gruppo di amici che ha giocato insieme in un'estate infinita, in cui combattere un mostro diventa solo un altro modo di stare insieme. Bill, Richie, Beverly, Ben, Eddie, Mike e Stan ci conquistano fin dalla prima scena: sono tutti interpretati ma soprattutto caratterizzati alla perfezione, con una cura e un'attenzione che li rendono veri, reali, rendendo così veri e vividi anche i pericoli che si trovano ad affrontare, la creatura che da secoli infesta la loro città, quel Pennywise che ancora popola gli incubi dei lettori e di chi ha visto la prima (superficiale) miniserie tratta dal libro di King.  Bill Skarsgård offre una prova magistrale nella parte del clown: se è vero che il registro di Tim Curry era più ampio, e costituiva l'unico vero successo della prima miniserie, non si può non riconoscere che Muschietti ha scelto una strada totalmente diversa, restituendoci un Pennywise più fedele al materiale cartaceo, più diabolico, un'incarnazione vivente del Male. È nella prima scena, tuttavia, che Skarsgård mostra tutta la sua versatilità, alternando con inquietante abilità la vera personalità di IT con il volto scanzonato di un vero clown.


Muschietti non ha paura di fare scelte coraggiose, cambiando notevolmente alcuni punti centrali della storia senza però dimenticarli del tutto, con sottili citazioni e raffinate rielaborazioni. La sua scelta è di  mantenersi fedele allo spirito anziché alla lettera del romanzo, ed è una scelta vincente, che rinforza i messaggi di King (l'importanza dell'amicizia, l'universalità del Male) riuscendo al tempo stesso a trasformare in sequenze cinematograficamente convincenti quelle parti del libro che sembravano quasi impossibili da filmare.
Ad aiutarlo c'è la fenomenale fotografia di Chung-hoon Chung, storico direttore della fotografia di Park Chan-wook (Oldboy, Lady Vendetta, Stoker), che crea una Derry soffocante, claustrofobica anche nelle scene all'aperto, rendendo a livello visivo l'idea kingiana che IT è Derry, è la città, la personificazione del Male che la pervade. A questo si aggiunge una cura delle inquadrature e delle immagini che non si vedeva in un film dell'orrore dai tempi (guarda caso), di quello che rimane il miglior film tratto da un film di King, Shining di Stanley Kubrick. Chung gioca con luci e ombre e con la profondità di campo con incredibile maestria, e crea immagini stranianti e quasi aliene, che fanno sì che il film sia permeato da una sottile inquietudine, solo accennata nelle scene apparentemente più spensierate e che esplode con violenza a ogni apparizione di Pennywise.

La scena nella casa abbandonata di sapore hitchcockiano è magistrale per come combina una serie apparentemente infinita di invenzioni visive che riescono a reinventare e innovare uno dei topoi del genere horror. A questa si aggiunge la meravigliosa sequenza finale nelle fogne, in cui Muschietti e Chung, come esperti prestigiatori, sfoderano i loro ultimi trucchi per il gran finale.

IT è un film che tratta il suo materiale di partenza con rispetto, affetto, e passione. Parafrasando Dolan, è un film che rispetta il gusto e l'intelligenza dello spettatore, è ciò che l'intrattenimento dovrebbe sempre essere: un racconto in grado di toccare le corde emotive dello spettatore, suscitando affetto, paura, disgusto, ilarità, tutto lo spettro delle emozioni, con immagini che rimangono impresse e una storia che, in fondo, fa parte di ognuno di noi. Non perdetelo.

**** 1/2

Pier

venerdì 13 ottobre 2017

Blade Runner 2049

Tornare indietro, andare oltre



2049, Los Angeles: in una terra sovrappopolata, le industrie Wallace hanno ripreso il programma delle defunte industrie Tyrell, creando nuovi replicanti per eseguire lavori troppo pesanti per l'uomo. A differenza dei propri predecessori, tuttavia, i nuovi replicanti sono in tutto e per tutto obbedienti. Uno di questi, l'agente K, lavora per la polizia di Los Angeles, ed è un blade runner: il suo compito è di trovare i replicanti di vecchia generazione ed eliminarli. Durante le sue indagini, tuttavia, scopre un segreto che ha il potenziale di distruggere il fragile equilibrio che mantiene in pace la razza umana.

Blade Runner è una delle pietre miliari del cinema di fantascienza, e in generale della cinematografia moderna. Ha segnato in modo indelebile l'immaginario narrativo, filosofico e visivo grazie a una perfetta commistione tra fotografia, musica, scenografia e sceneggiatura, tra inquadrature indimenticabili e monologhi profondi e memorabili
Realizzare il seguito di un film del genere sembrava un'impresa impossibile, e non solo per le immense aspettative: Ridley Scott aveva creato dal nulla un intero mondo, prendendo le mosse da un racconto di Dick e portandolo alla vita con una vividezza e una profondità mai viste prima. Non si trattava, insomma, solo di essere in grado di riprendere le redini di questo mondo, ma di creare un'opera che fosse in grado di cambiare la conversazione sul cinema di fantascienza come aveva fatto l'originale.

Denis Villeneuve - che merita un applauso solo per il coraggio dimostrato nel farsi carico di un tale fardello - ci è riuscito, almeno in parte. A livello visivo, il film si rivela addirittura superiore all'illustre predecessore, e non solo grazie alle maggiori risorse a disposizione: queste potrebbero spiegare le straordinare sequenze che estendono il mondo creato da Scott, aggiungendo nuovi capitoli, nuovi spazi alla mitologia di un futuro distante ma non troppo, distopico e allo stesso momento realistico. 

Lo fa soprattutto grazie allo straordinario lavoro fatto da Roger Deakins, il direttore della fotografia, che assorbe la lezione dell'originale, la fa sua, e la rielabora in modo completamente nuovo. Blade Runner dava il suo meglio negli esterni, nelle ambientazioni grigie e crepuscolari di una Los Angeles decadente. Deakins riesce a ricreare alla perfezioni quei momenti, aggiungendovi però nuove ambientazioni che si discostano del tutto dalla scala cromatica e visiva del film precedente: come esempio bastino le scene ambientate in una Las Vegas in tinte arancio viste e riviste nei vari trailer.  semplicemente eccezionali, e che tuttavia non costituiscono l'apice del film. 


Deakins dà il suo meglio negli interni, creando interi microcosmi con giochi di luce e di colore che sfruttano alla perfezione i meravigliosi design di Dennis Gassner, segnando una decisa innovazione rispetto al mondo quasi esclusivamente "esterno" di Scott, e dando vita ad alcune sequenze davvero abbacinanti, in cui l'abbondanza di dettagli non sacrifica la nitidezza della composizione. 

Ci sono più idee in un frame di Blade Runner 2049 di quante se ne trovino in molti blockbuster hollywoodiani. Giochi di luce e ombre, immagini desaturate, colori caldi che contrastano con la freddezza di ambienti e azioni, edifici morenti ed edifici monumentali: tutto si compenetra alla perfezione per creare una maestosa opera visiva. Il risultato è un mondo che è quello di Scott ma è anche altro, è oltre; è futuro, ma è anche presente e passato; è, insomma, grande cinema, che assorbe completamente occhi, cuore e mente, con immagini e suono che creano un'atmosfera aliena eppure sinistramente familiare. Il lavoro sul sonoro supporta quello visivo, grazie anche a una colonna sonora che, pur non all'altezza di quella di Vangelis (a parere di chi scrive una delle migliori della storia del cinema), contribuisce a creare quel vortice di sensazioni in cui il film ci trascina fin dal primo minuto.


Sul piano narrativo, invece, il film rimane lontano la profondità del suo illustre predecessore, limitandosi a narrare una storia avvincente ma incapace di toccare nel profondo le corde intellettuali ed emotive dello spettatore. Questo non è necessariamente un difetto, ma lo diventa nel momento in cui vengono lasciate cadere alcune tematiche che avrebbero potuto portare l'afflato del film ai livelli dell'originale: dalla sovrapposizione tra reale e virtuale al significato stesso di vita e creazione (valga per tutte la splendida sequenza della "nascita" della replicante), Blade Runner 2049 aveva il potenziale per diventare un film universale, in cui la storia narrata trascende il proprio contenuto narrativo per diventare metafora di qualcosa di più grande. Rimane il rammarico che non si sia seguita questa strada, soprattutto perché si ha la sensazione che ciò non sia accaduto per il desiderio di "pagare i propri debiti" con il passato: alcuni momenti sono infatti puri omaggi che poco aggiungono al film, e viene persino il dubbio quasi sacrilego che, forse, la presenza di Deckard non fosse così fondamentale. A questo si aggiungono alcuni personaggi decisamente poco interessanti, che forse sarebbe stato meglio tagliare per lasciare più spazio a questioni e vicende di maggior interesse e potenziale.

Gli attori sono stati scelti e diretti alla perfezione, con l'eccezione di Jared Leto, che riesce a rendere noioso un personaggio potenzialmente interessantissimo come Wallace. Gosling sembra nato per la parte, e la sua inespressività ben si adatta al carattere di K, replicante obbediente che si trova schiacciato tra forze più grandi di lui; Ford riprende bene il suo personaggio, donandogli quel carisma che lo aveva consacrato come uno degli antieroi più interessanti mai visti al cinema. Infine, il cast femminile è azzeccato e offre un'ottima prova: tra tutte si distingue Ana de Armas, perfetta nella parte dell'iperrealistica compagna virtuale Joi.

A controllare tutto con la sapienza di un consumato direttore d'orchestra c'è Dennis Villeneuve, che con questo film si consacra definitivamente come uno dei grandi autori di Hollywood. La sua mano è evidente in ogni scelta, su tutte quella di limitare al minimo l'uso della computer grafica per garantire quel decadente realismo che è fondamentale per la riuscita di un film del genere. Ogni elemento si integra alla perfezione con l'altro, e Villeneuve crea così un meccanismo quasi perfetto che trasporta lo spettatore come solo i grandi film sanno fare.

Blade Runner 2049 era un film quasi impossibile da realizzare in maniera soddisfacente. Villeneuve non solo ci riesce, ma va anche oltre, dirigendo un'opera destinata a divenire a sua volta iconica per la potenza visiva di alcune sequenze. La narrazione non assurge mai alle vette del primo, ma è un difetto perdonabile per un film che comunque appassiona, assorbe e intrattiene per quasi tre ore senza annoiare mai, lasciando spesso a bocca aperta per la perfezione delle scene, anche quelle all'apparenza più semplici. Non perdetelo.

****

Pier

domenica 1 ottobre 2017

Madre!

Quando un film sfugge di mano


Lui è uno scrittore di successo che sta attraversando un momento di crisi creativa; lei è sua moglie, completamente assorbita nella ristrutturazione della casa in cui lui è cresciuto, quasi del tutto distrutta da un incendio. La loro vita scorre tranquilla fino a quando uno sconosciuto non bussa alla loro porta, in cerca di un posto dove dormire: lei è scettica, ma lui lo accoglie e lo invita a restare. Da lì, tutto precipita.

Fin dalla sua prima proiezione a Venezia, Madre! ha scatenato reazioni violente e opposte negli spettatori: da una parte chi lo ha adorato, apprezzandone la forza visionaria e l'indubbia impronta registica; dall'altra, più numerosa, chi lo detesta, contestandogli un simbolismo d'accatto, una seconda parte a dir poco confusa, e una spiegazione raffazzonata e poco coerente. 

La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Aronofsky realizza un film di fortissimo impatto, sia visivo che sonoro, in cui gli eventi si susseguono con la logica degli incubi, una parvenza di senso che in realtà causa profondo straniamento e lascia continuamente lo spettatore con la sensazione che qualcosa sia sbagliato, fuori posto, senza però riuscire a capire cosa. Il film racconta una storia dall'afflato biblico, in cui ciò che accade ha un significato simbolico prima ancora che reale, e diversi piani di lettura (biblico, climatico, creativo, autobiografico) si intersecano senza però che uno emerga mai in maniera del tutto univoca. Madre! è incubo, è delirio, è tragedia insensata che si dipana sotto i nostri occhi.
Nel primo atto il regista dimostra di avere pieno possesso della sua creatura, e ci trasporta nel suo mondo distorto e idilliaco attraverso delle immagini che insistono sui corpi e sulle persone prima che sugli spazi, sempre stringenti e compressi, e un sonoro di altissimo livello in cui si inseguono suoni del reale e dell'irreale, fino a cancellare il confine tra i due piani. 

Nella seconda parte, tuttavia, Aronofsky perde completamente le redini, e si lascia trascinare in un gorgo di simbolismi che si sovrappongono a caso, cercando allo stesso tempo di indicare allo spettatore un'interpretazione univoca e infallibile di ciò che sta accadendo. In questo modo, il regista disattende le sue stesse premesse, cercando di introdurre la logica in una storia che proprio nell'assenza di senso aveva trovato la sua cifra espressiva. Aronofsky rinuncia alla dirompente visionarietà della prima parte nel tentativo, peraltro miseramente fallito, di arrivare a una conclusione che fungesse allo stesso tempo da twist narrativo e da chiave interpretativa definitiva. Nel farlo, però, sembra quasi dimenticarsi tutto ciò che ha mostrato fino a quel momento, tutte le contraddizioni, i simbolismi alternativi, complementari e sovrapposti che costituivano il cuore del film, e di cui sembra volersi liberare con la stessa violenza e la stessa goffa inefficacia con cui la sua protagonista cerca di liberarsi degli sconosciuti. Aronofsky perde il controllo persino del tono del film, generando risate sguaiate in momenti che dovrebbero essere di tensione o quantomeno stranianti.
Il film è sorretto dalle ottime prove degli attori: la Lawrence spicca su Bardem, ma ambedue vengono oscurati dall'ingresso in scena di due mostri sacri come Ed Harris e Michelle Pfeiffer, perfetti nei panni di due novelli Adamo ed Eva, accolti nell'Eden e fautori della propria cacciata.

Madre! è, in fondo, un film che pecca di scarso coraggio, che dopo un inizio dirompente esita, tituba, e alla fine si tira indietro, rientrando nei ranghi del cinema di genere. Si ha quasi la sensazione che Aronofsky (o gli studios, chissà) si sia spaventato di fronte al potenziale innovativo della sua opera, che gli avrebbe senza dubbio alienato la gran parte del pubblico, e abbia cercato di rimediare con una spiegazione posticcia. 
Il risultato è un film con un eccessivo numero di alti e bassi, che comunque non piace al pubblico e scontenta anche molti cinefili proprio per questo tentativo di "rifarsi un'immagine", per la pavidità dimostrata dopo una prima parte davvero intrigante nella sua unicità. È comunque un lavoro estremamente interessante, che non merita certo l'ironico scorno con cui è stato accolto da molti critici in quel di Venezia. Certo, rimane il rammarico per ciò che avrebbe potuto essere.

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Pier

giovedì 21 settembre 2017

Cars 3

Ritrovare l'anima





Saetta McQueen è ancora una star delle corse, ma qualcosa sta per cambiare: all'orizzonte compaiono auto di ultima generazione che mettono in difficoltà il campione. Nel tentativo di stare al passo, McQueen si spinge fino ai propri limiti, fino a un momento che lo metterà di fronte a una scelta che non avrebbe voluto mai fare: smettere o continuare?

Laddove Cars 2 è senza dubbio il punto più basso raggiunto nell'ormai ventennale carriera della Pixar, il primo Cars è considerato semplicemente un film minore, senza le ambizioni visive e narrative dei capolavori della casa della lampada, ma con un cuore emotivo ben costruito e sviluppato, in grado di emozionare con una storia semplice e senza pretese.

Cars 3 dimentica (o forse impara da) la terribile lezione del secondo film e riporta la storia alle origini, nel cuore spezzato del sogno americano che diventa un punto di arrivo e, forse, di inizio per Saetta McQueen. Se il primo film si concentrava sulla maturazione di Saetta, e sulla sua capacità di superare arroganza e preconcetti per diventare una persona migliore, Cars 3 si concentra invece sulla capacità di Saetta di riconoscere i propri limiti e farli diventare un punto di forza, uno strumento per migliorare sia come pilota che come "persona".

Brian Fee, al suo debutto come regista, dimostra di avere mano sicura e un notevole senso della storia, e racconta il ritorno alle origini di McQueen con una malinconia e un senso di decadenza che ricordano le atmosfere del primo Rocky, con un eroe che sembra ormai aver fatto il suo tempo ma fatica ad accettare la sua nuova condizione. Lo humor non manca, ma a prevalere è la vena nostalgica della storia, che si estrinseca sia nella rievocazione del rapporto di McQueen con il suo mentore Doc, sia nello stato di sereno ma inesorabile abbandono in cui versano i luoghi che attraversa McQueen nel suo viaggio alla ricerca di se stesso. Il film procede così a ritmo spedito verso un finale che in qualunque altro contesto suonerebbe retorico, ma che qui è guadagnato a pieno merito grazie all'ottima costruzione narrativa che lo precede.

Fee ha il grande merito di focalizzarsi sui personaggi più interessanti (McQueen in primis), relegando in secondo piano le spalle comiche come Cricchetto e dando invece più spazio a nuove entrate che sono funzionali all'atmosfera e al tema della storia, come Cruz Ramirez, che accompagna McQueen per tutto il viaggio, e tutti gli abitanti di quella provincia stanca e decadente che rappresenta il cuore della saga.

Cars 3 non passerà alla storia tra i migliori film della Pixar, ma rimane fedele a uno dei cardini del suo successo, quello di raccontare temi complessi attraverso storie solo all'apparenza semplici. Il film non brilla per originalità, ma racconta in modo efficace ed emozionante il difficile processo dell'invecchiamento e dei cambiamenti che questo comporta: accettare che ciò che è stato non potrà più tornare, ma che quella che sembra la fine può essere in realtà un nuovo inizio.

*** 1/2

Pier

lunedì 11 settembre 2017

Valerio Zurlini - I dimenticati: puntata 13 (seconda parte)

Seconda puntata della puntata de "I dimenticati" dedicata a Valerio Zurlini.
Potete trovare qui la prima parte.


Dopo "La ragazza con la valigia", Zurlini riuscì finalmente a convincere Pratolini a portare sullo schermo "Cronaca familiare" (1962) con Mastroianni e Jacques Perrin. Il film vinse il Leone d'Oro a Venezia, ex aequo con "L'infanzia di Ivan" di Andrej Tarkovskij, chiudendo in questo modo in soli tre anni un trittico di film straordinari, tutti nati nel rispetto di un consiglio impartitogli all'esordio dalla ditta Benvenuti&De Bernardi. I due sceneggiatori avevano fatto capire a Zurlini che i personaggi di un film devono essere autentici, perché soltanto partendo dalle loro speranze e dalle loro angosce può nascere una storia credibile. Egli recepì appieno questo insegnamento, costruendo i suoi futuri film con uno sguardo sensibile e delicato sulle emozioni dei protagonisti. 

Aveva appena trentasei anni, ma era lo Zurlini migliore; in seguito non avrebbe più saputo raggiungere questi livelli di rendimento e di continuità. Dal cinema prese le distanze, o meglio fu il cinema a prenderle da lui. Negli anni successivi realizzò soltanto due opere minori per la sua filmografia: "Le soldatesse" nel 1965 e "Seduto alla sua destra" nel 1968, ispirato alla vita del leader congolese Lumumba. Quest'ultimo ebbe gestazione tortuosa: nato per essere uno dei cortometraggi - gli altri sarebbero stati di Pasolini, Lizzani e Bertolucci - del progetto Vangelo '70, una sorta di rilettura dei testi sacri in chiave moderna da presentare al Festival di Berlino e uscito poi col titolo "Amore e rabbia", divenne invece un lungometraggio a se stante. 



In questi anni Zurlini viveva una crisi creativa a causa delle sue inquietudini e metteva più passione e curiosità nei progetti che non riusciva a realizzare che in quelli che diventarono film. Gliene furono cari tre in particolare, dei quali sono rimaste le sceneggiature con le sue annotazioni e le sue ambizioni: "La zattera della medusa", su un gruppo di intellettuali americani nella Roma della Dolce Vita, ispirato a incontri della giovinezza; "Verso Damasco", un progetto a cui lavorò con Giorgio Albertazzi e Luigi Vanzi, tratto dal racconto "L'inchiesta" di Flaiano e Suso Cecchi d'Amico, in cui s'immagina l'arrivo di un magistrato romano in Galilea per indagare sulla scomparsa di Cristo; "Il sole nero", un soggetto ispirato alla vicenda del "boia di Albenga" Luciano Luberti, già fascista
macchiatosi di sevizie contro i partigiani, accusato nel 1970 di aver ucciso la propria amante e di averne tenuto il cadavere in casa per alcuni mesi. Zurlini immaginò un confronto tra quest'uomo e un giovane giornalista depresso e vacillante nella fede cristiana, con un conseguente reciproco plagio tra i due. Un film sul tema del perdono con echi dostoevskijani, che nessun produttore era disposto a finanziare, e un protagonista di sgradevole e abietta autenticità al quale nessun attore era disposto a dare un volto. 

Zurlini ne ricavò un giudizio molto negativo sul cinema italiano, convincendosi forse non a torto che la volontà di borghese quieto vivere e la paura di sfide e innovazioni lo stessero facendo scivolare in una sonnolenza pericolosa e irreversibile e che gli attori volessero conservare un'immagine casalinga e rassicurante, evitando ogni interpretazione che potesse alterarla. Questa delusione contribuì a far sentire Zurlini un regista fuori dal sistema e a spingerlo ad isolarsi sempre di più. 



Nel 1976, ad appena cinquant'anni, girò il suo ultimo film, "Il deserto dei tartari", grazie all'impegno dell'amico Jacques Perrin (che fu anche il protagonista nei panni del tenente Drogo) nel reperire i finanziamenti necessari per un'opera tanto dispendiosa da aver già fatto desistere Antonioni dal portarla sullo schermo. Il film, con un cast stellare che includeva, oltre a Perrin, Vittorio Gassman, Philippe Noiret, Max von Sydow e Jean-Luis Trintignant. Gli valse il Nastro d'Argento e il David di Donatello e fu molto apprezzato dalla critica. 


Il vero testamento di Zurlini è però il penultimo film, "La prima notte di quiete", girato nel 1972 in una Rimini invernale. Oltre alla classica ambientazione nella riviera romagnola ritornano qui molti temi che avevano caratterizzato le sue opere giovanili: l'amore contrastato, la solitudine, l'abbandono, con l'aggiunta di una feroce descrizione dell'ambiente di provincia e dei suoi squallidi frequentatori. La figura del protagonista, un Alain Delon sempre con indosso un cappotto di cammello e un dolcevita verde appartenenti allo stesso regista, era ispirata a un personaggio di una famiglia molto nota da quelle parti, che Zurlini incontrò proprio durante un inverno. Un uomo infelice, ironico e romantico, con un passato misterioso. L'interpretazione di Delon fu eccellente e contribuì a fare de "La prima notte di quiete" uno dei film più visti di quell'anno e il maggior successo commerciale della filmografia del regista. Il quale, paradossalmente (ma non troppo), fu l'unico a non amare il film. 



Era molto esigente, tanto è vero che i film realizzati, soltanto otto, furono meno di quelli rimastigli nel cassetto. Sopra la media per sensibilità e cultura, letteraria e artistica, pretendeva di tradurre in immagini l'animo umano e i suoi sentimenti. Quando gli riusciva, il film risultava più adatto a un pubblico di nicchia che di massa. Quando non gli riusciva, se ne crucciava, come nel caso de "La prima notte di quiete", che considerava il suo film meno riuscito perché a suo giudizio Delon non possedeva nel privato la profonda gentilezza e l'inguaribile malinconia del personaggio. La cosa gli fece apparire l'intero lavoro come un falso e disse di aver provato la sofferenza e l'amarezza di un padre che scopre una vocazione di criminale in un figlio molto amato. Ma forse la verità è che detestava quel figlio proprio perché era venuto fuori a sua immagine e somiglianza, obbligandolo, ogni volta che lo guardava, a vederne riflessi come su uno specchio le illusioni del passato e le delusioni del presente che lo tormentarono per tutta la vita. 

Se ad inizio carriera l'incomprensione con Ponti lo aveva spinto in un limbo suo malgrado, in quello stesso limbo egli si gettò di nuovo spontaneamente nel giro di pochi anni. Questo non gl'impedì di fare film, anzi glieli rese più belli, perché il miglior Zurlini è stato quello impegnato a raccontare Zurlini stesso dandogli un'altra veste: ora quella di un adolescente confuso, ora quella di una ragazza giovane ma già delusa dalla vita, ora quella di un professore d'italiano fiero e decadente. Dietro ciascuno di questi personaggi faceva capolino un aspetto del loro creatore e ad accomunarli vi era sempre un senso d'inquietudine profonda. Ecco allora assimilata la lezione di Benvenuti&De Bernardi, ma in modo estremamente personale. I film di Zurlini, per lo meno quelli più riusciti, sono nati tutti dai personaggi. Ma dietro quei personaggi vi era sempre lui, costretto a confrontarsi con il brutto di una quotidianità fatta di rimpianti e occasioni perdute. Per questo ha passato la vita a cercare rifugio nel bello della letteratura e dell'arte, sempre immerso in una solitudine che, oggi che non c'è più, si è trasformata nella causa del suo immeritato oblio.

Giovanni
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sabato 9 settembre 2017

Venezia 2017 - Il Totoleone

Anche quest'anno, siamo arrivati alla fine della Mostra del Cinema.

È stata una Mostra decisamente interessante, con pochissimi picchi negativi nel Concorso, ma anche pochi amori a prima vista, che invece abbondavano lo scorso anno.

Di seguito i pronostici per il Leone d'Oro, corredati come sempre dalle mie preferenze personali.


Premio Mastroianni per il miglior attore emergente
Qui la competizione sembra davvero ridotta, con Charlie Plummer chiaramente favorito per la sua parte in Lean on Pete. Il ragazzo ha un innegabile talento e offre una splendida interpretazione; tuttavia, la mia preferenza ricade su un piccolo, grande attore: Noah Jupe, splendido protagonista di Suburbicon, la commedia nera di George Clooney.
Pronostico: Charlie Plummer, Lean on Pete
Scelta personale: Noah Jupe, Suburbicon

Coppa Volpi maschile
Sfida poco accesa che in campo femminile, causa la presenza di molti film corali, in cui è difficile identificare un protagonista univoco. Tra tutte, si staglia nettamente la commovente interpretazione di Donald Sutherland in The Leisure Seeker, cui va anche la mia preferenza personale.
Pronostico: Donald Sutherland, The Leisure Seeker
Scelta personale: Donald Sutherland, The Leisure Seeker

Coppa Volpi femminile
Come lo scorso anno, la sfida è agguerritissima, con Jennifer Lawrence (mother!), Helen Mirren (The Leisure Seeker), Charlotte Rampling (Hannah), Sally Hawkins (The Shape of Water) e Frances McDormand (Three Billboards) che possono legittimamente aspirare alla vittoria. La favorita sembra Sally Hawkins, ma personalmente sarei molto felice se la giuria decidesse di dare una coppa Volpi "di coppia", premiando sia Donald Sutherland che Helen Mirren, cuore pulsante del film più commovente visto alla Mostra.
Pronostico: Sally Hawkins, The Shape of Water
Scelta personale: Helen Mirren, The Leisure Seeker

Osella per la miglior sceneggiatura
Qui il netto favorito sembra essere Three Billboards, scritto alla perfezione da Martin McDonagh. A mio parere, tuttavia, il meriterebbe altri onori, e la mia scelta personale ricade quindi su Suburbicon, con la splendida sceneggiatura piena di humor nero dei fratelli Coen.
Pronostico: Three Billboards
Scelta personale: Suburbicon

Gran Premio della Giuria
Situazione quantomai fluida per i tre premi principali, per i quali è sempre difficile definire chi vincerà cosa. Il favorito per questo premio potrebbe essere il giapponese Kore-eda con The Third Murder, convincente legal drama che sfugge alla classificazione di genere grazie a una storia e a una fotografia quasi universali. La mia scelta personale cade invece su The Shape of Water di Guillermo del Toro, una favola moderna in grado di commuovere e far riflettere.
Pronostico: The Third Murder
Scelta personale: The Shape of Water

Leone d'Argento (Miglior Regia)
Qui il favorito rischia di essere Foxtrot, forse il film con la migliore idea di regia vista alla Mostra. Maoz riesce anche a tradurla in un film convincente, a mio parere uno dei due migliori visto in concorso, cui va quindi anche il mio voto personale.
Pronostico: Samuel Maoz, Foxtrot
Scelta personale: Samuel Maoz, Foxtrot

Leone d'Oro
Sfida davvero accesa, ma il favorito sembra a sorpresa essere mother! di Darren Aronofsky: stroncato da gran parte  della critica, il film presenta però una forza visiva e una potenza nel messaggio che potrebbero conquistare i giurati, a dispetto delle sue evidenti e clamorose imperfezioni. La mia scelta personale ricade invece su Three Billboards, film solo apparentemente più classico, che coniuga alla perfezione ogni suo elemento, dalla recitazione al montaggio, al servizio del messaggio che il regista vuole comunicare, riuscendo a divertire, emozionare e far riflettere.
Pronostico: mother!
Scelta personale: Three Billboards

È tutto per quest'anno, ci risentiamo per l'edizione 2018.

Pier

venerdì 8 settembre 2017

Telegrammi da Venezia 2017 - #5

Ultimo telegramma da Venezia 2017, in attesa dei premi.


Mektoub, My love: Canto uno (Concorso), voto 6. Ho avuto molte difficoltà nel dare un voto a questo film. Il voto è la media tra il 9 che avrei dato al film per le intenzioni, e il 3 che merita per l'effettiva realizzazione. Attraverso gli occhi del giovane sceneggiatore Amid, Kechiche racconta l'estate di un gruppo di giovani che si ritrovano in una località balneare dell'Algeria, e riesce a cogliere appieno l'essenza infinita della gioventù: infinite possibilità, infinita energia, infinita sensualità, infinito desiderio di vita.
Peccato la gioventù che racconta sia quella di un mondo irreale e visto con occhio esclusivamente maschile, e in particolare quello di un uomo misogino e guardone: tutte le ragazze sono belle, bellissime, e sessualmente disinibite; il loro unico interesse è portarsi a letto il ragazzo e, perché no, la ragazza di turno; infine, nessun personaggio femminile ha una connotazione almeno vagamente positiva, laddove gli uomini brillano per solidarietà e supporto reciproco. Il 90% delle inquadrature è dedicato ai sederi delle giovani protagoniste, e a poco vale la scusa che quello sia lo sguardo del giovane Amid quando queste scene continuano anche quando lui non è presente. Il film, insomma, sembra una versione autoriale dei cinepanettoni vanziniani o dei film erotici di Tinto Brass. Questo finisce per privare il film della sua vera forza, ovvero la pretesa di realismo: laddove narrativamente il film convince e offre un ritratto splendido e vitale della gioventù, la sua misoginia nemmeno troppo celata fa cadere il velo della verità per regalarci quello che sembra il sogno erotico di un vecchio impotente, l'occhio invidioso di un anziano che modella la gioventù sulle sue fantasie sessuali.

Hannah (Concorso), voto 6. Pallaoro, ultimo italiano in concorso, racconta la solitudine di una donna in un film scarno di dialoghi ma ricco dal punto di vista visivo. Di Hannah non sappiamo quasi nulla, e forse in fondo la sua storia non è importante: ciò che importa è la sua solitudine, la sua quotidianità, la sua lotta per rifarsi una vita. Charlotte Rampling regge il film da sola grazie a un'interpretazione straordinaria per intensità, che compensa almeno in parte lo scarsissimo dinamismo e la non eccessiva originalità dell'opera.

Brutti e cattivi (Orizzonti), voto 5. La storia di come una banda di malviventi diversamente abili (uno non ha le gambe, una non ha le braccia, uno è un nano) tenta il colpo della vita parte benissimo, con un ritmo altissimo e una bella caratterizzazione dei personaggi che ricordano i primi lavori di Guy Ritchie. Tuttavia, giunti a metà il film si incaglia e, lentamente, affonda sotto il peso di una seconda parte lentissima e retorica, in cui accadono meno eventi che in 5 minuti della prima. Un vero peccato, sia per l'intelligente idea di partenza, sia per la buona prova degli attori, Claudio Santamaria su tutti.

Jim & Andy - The Great Beyond (Fuori Concorso), voto 9. Splendido documentario su come Jim Carrey si è calato nei panni di Andy Kaufman per il film Man on The Moon, che offre una profonda riflessione su arte e identità. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

The rape of Recy Taylor (Orizzonti), voto 7.5. Un bel documentario, sia a livello narrativo che realizzativo, che racconta un episodio poco noto ma decisivo nella lotta per l'emancipazione degli afroamericani. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema

A domani per il Totoleone!

Pier

mercoledì 6 settembre 2017

Telegrammi da Venezia 2017 - #4

Quarto telegramma da Venezia, con il film più discusso della Mostra.


mother! (Concorso), voto 6.5. Il film di Aronofsky è il primo vero "caso" della Mostra 2017: da un lato la maggior parte dei critici, che lo ha massacrato, accusandolo di essere sconclusionato e senza capo né coda; dall'altro un gruppo più sparuto, ma molto agguerrito, che lo considera un capolavoro visionario e accusa il mondo di non averlo capito, lanciandosi in interpretazioni quasi più visionarie del film stesso. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo: Aronofsky vuole filmare un incubo, e per due terzi di film ci riesce, grazie a una fotografia claustrofobica, un sonoro di livello straordinario e alle interpretazioni superbe di tutti gli interpreti, Jennifer Lawrence e Michelle Pfeiffer in testa. In questa parte il film è ansiogeno, insensato a livello cognitivo ma perfettamente logico a livello emotivo e viscerale, terrorizzante nella sua normalità: tutto ciò che un incubo dovrebbe essere. Nel finale, però, Aronofsky perde decisamente il controllo della sua creatura, sia per il desiderio di mettere troppa carne al fuoco, sia per il maldestro tentativo di dare una spiegazione a qualcosa che non può e non deve averne: i sogni e l'inconscio non si spiegano, insegna il maestro del genere, David Lynch. Aronofsky dimentica questa importante lezione, condannando il suo film a sfiorare il ridicolo, dopo aver contemplato l'immenso.

Sweet Country (Concorso), voto 6.5. La storia di un paese raccontata attraverso la vicenda di un aborigeno che, per difendersi, deve uccidere un uomo bianco nel selvaggio West australiano di inizio Novecento. Pur braccato, l'uomo rivelerà una profonda connessione con la sua terra, che l'uomo bianco gli ha strappato a livello materiale ma non spirituale. Un film convincente , che si dilunga un po' troppo ma ha il pregio di una visione registica forte che si sostanzia soprattutto nelle immagini, splendide ed evocative.

Ammore e malavita (Concorso), voto 7. I Manetti Bros girano uno scanzonato divertissement che unisce film di mafia e musical. La prima ora è splendida: divertente, intelligente, ironica, con un ritmo forsennato. Poi il film si dilunga inutilmente per un'altra ora, con lungaggini e ripetizioni che lo appesantiscono e finiscono per sfiancarne la freschezza iniziale. Si arriva alla fine con fatica, ed è un peccato.

Caniba (Orizzonti), voto 1. Un documentario che butta al vento un tema interessantissimo come quello del cannibalismo per inseguire pretese autoriali. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Team Hurricane (Settimana della Critica), voto 8. Quanta freschezza in questo film di Annika Berg: di sguardo, di interpretazione, di concezione del cinema e dell'adolescenza. Il racconto delle giornate di otto adolescenti danesi passa attraverso i loro occhi, la loro visione del mondo, di se stesse, del proprio corpo, del diventare grandi: una visione colorata, piena di energia e immagini sgargianti e kitsch, ma anche di sofferenza, insicurezza e voglia di avere qualcuno che ti sta accanto. Un esordio splendido, toccante, divertente e originale.