mercoledì 12 aprile 2017

La Bella e la Bestia (In pillole #9)

Money as old as time



Le ragioni per fare un remake de La Bella e la Bestia con attori in carne e ossa erano sfuggenti fin all'annuncio del progetto, e la visione non fuga i dubbi ma, anzi, li rinforza: a che pro realizzare un film che aggiunge pochissimo alla storia originale, sacrificando a un maggiore (e ridondante) approfondimento psicologico dei personaggi l'espressività dei personaggi stessi?

Davvero il passato di Belle e della Bestia è più importante, in quella che è comunque una fiaba, della vitalità e della simpatia trasmessa da Lumière e dagli altri abitanti del castello? Se ne Il libro della giungla la computer grafica aveva raggiunto nuove vette di eccellenza e realismo (ottenendo un sacrosanto Oscar), qui il realismo risulta una palla al piede, che indebolisce il film anziché arricchirlo, rendendo freddi e poco empatici personaggi che fanno di simpatia ed espressività il proprio punto forte, con la Bestia e Lumière che risultano i più penalizzati.

E dire che il film, al netto del paragone con l'originale, è pure ben realizzato. In particolare, il comparto visivo è d'eccellenza, con una fotografia splendida e costumi e scenografie perfette per realizzazione ed capacità evocativa. Gli attori offrono buone prove, con Emma Watson che se la cava più che dignitosamente con il canto (in originale) e Luke Evans che dà vita a un Gaston esilarante, mentre lo stellare cast di doppiatori riesce a infondere vita ai freddi arredi del castello. Anche le musiche realizzate appositamente per il remake convincono, inserendosi armoniosamente nella partitura originale.

Rimane, quindi, l'interrogativo iniziale, di cui ahimé conosciamo fin troppo bene la risposta, che non è altro che la storia più vecchia del mondo: i soldi. Tuttavia, sarebbe auspicabile che la Disney scegliesse meglio i prossimi classici da trasporre in live action, identificando quelli che possono essere arricchiti dalla computer grafica e da una sceneggiatura più "adulta" (Peter Pan, Aladdin, Hercules) e lasciando invece in pace quelli che rischiano di perdere le doti che li hanno resi celebri.

** 1/2

Pier

mercoledì 29 marzo 2017

Kong: Skull Island (In pillole #8)

Tutto stupore e ferocia




Esistono due modi di fare i film di mostri, ambedue validi: il primo è quello di Pacific Rim, in cui la "trama" viene riassunta nei primi 10 minuti senza eccessivi danni per i neuroni, e poi giù botte da orbi per i successivi 90. Il secondo è quello che ha provato a intraprendere Gareth Edwards con il suo Godzilla, in cui il mostro diviene un pretesto per parlare di altro.

Quando uscì Godzilla lo stroncammo, con il senno (e il King Kong) di poi forse immeritatamente, dato che quantomeno aveva avuto il coraggio di fare una scelta forte e di portarla fino in fondo. Kong: Skull Island sceglie invece una via di mezzo che finisce per appesantire il film nella prima parte, dove lo spettatore è costretto a sorbirsi la presentazione dei personaggi e, ancor peggio, uno sproloquio pseudoscientifico che dovrebbe spiegare l'esistenza dei mostri su Skull Island.

Restano gli effetti speciali, davvero clamorosi, e una fotografia ispirata ad Apocalypse Now (il film si ambienta alla fine della guerra in Vietnam) che regala al film una spettacolarità visiva che va al di là del mostro e delle esplosioni.

Gli attori fanno la loro parte, ma utilizzare grandi interpreti del calibro di Brie Larsson, Tom Hiddleston e Samuel L. Jackson per un film del genere sembra più uno spreco che un arricchimento.

Kong: Skull Island è un film tutto stupore e ferocia, che però vorrebbe darsi un tono intellettuale, finendo per risultare pesante là dove dovrebbe intrattenere, e poco profondo là dove dovrebbe far riflettere.

**

Pier

martedì 7 marzo 2017

Moonlight

Racconto di formazione



Chiron è un bambino nero di dieci anni, ed è il bersaglio dei bulli della scuola. Sua madre si droga, e lui trova rifugio in casa di Juan, uno spacciatore, e Teresa. Parla poco, ma sembra capire che qualcosa in lui lo rende fuori posto, rifiutato dal mondo machista che lo circonda. Chiron cresce, e questa percezione della sua diversità si accresce, mentre il bullismo non si ferma. Ora sa perché viene perseguitato: è gay e, nonostante non lo abbia mai detto a nessuno, gli altri percepiscono la sua diversità e non la accettano. Chiron dovrà imparare a fare i conti con un mondo ostile, a scegliere tra il vero se stesso e quello che gli altri vogliono da lui.

Togliamoci subito il dente: dare l'Oscar per il miglior film a Moonlight, preferendolo a La La Land, è come entrare nella Cappella Sistina e premiare la qualità degli infissi.

Detto questo, Moonlight è un bellissimo film corale, ben girato e interpretato, cui per assurdo la vittoria dell'Oscar può fare più male che bene, generando aspettative troppo elevate. Moonlight infatti non spicca certo per l'originalità della vicenda trattata, né per creatività registica: chi è familiare con il cinema europeo, e in particolare quello francese, riconoscerà molte similitudini tematiche e visive con film celebri (I 400 colpi, citato esplicitamente nel finale) e non (Stella, Tempête, La belle vie). Il tutto senza contare i debiti espliciti con Boyhood a livello narrativo, e con il cinema di Wong Kar-wai a livello visivo.

Cosa rende, allora, Moonlight un film interessante ed emozionante? Al primo posto c'è indubbiamente la storia, narrata con delicatezza e senza patetismi, un racconto di formazione ben articolato in termini sia di forza del messaggio che di costruzione dei personaggi. La sceneggiatura costruisce alla perfezione ambienti, situazioni e interazioni. La difficile infanzia e l'ancor più difficile adolescenza del protagonista vengono raccontati con toni neutri, quasi da documentario, ma con una fatalità da tragedia classica, in cui ogni evento sembra ineludibile, e il destino del protagonista è segnato fin dal primo atto di bullismo subito.

Questo aspetto è sottolineato anche dalla struttura visiva del film, in cui alcune scene e temi musicali sono ripetuti in punti diversi del film, riemergendo come temi portanti all'interno di una melodia. Jenkins realizza infatti una vera e propria sinfonia in tre movimenti, con luci, recitazione e musiche diverse per ciascun atto, e allo stesso tempo contenenti elementi che richiamano alle situazioni precedenti.

Tutti gli attori offrono prove eccellenti: Mahershala Alì, premiato con l'Oscar, è bravissimo, ma la sua prova viene oscurata da quelle di Naomie Harris, splendida nel ruolo della madre di Chiron, e soprattutto di Trevante Rhodes, lo Chiron adulto, perfetto nel rendere il delicato equilibrio tra fragilità e sensibilità interiore e fisicità e muscolarità esteriore.
L'unica pecca grave di Moonlight  è il ritmo, soprattutto nell'ultimo atto, dove il film si trascina un po' fino al bellissimo finale, semplice ma di grande impatto emotivo

Per quanto sia indubbio che molte delle lodi ricevute siano dovute alla piaga del politicamente corretto che ormai infesta il cinema made in USA (un politicamente corretto, peraltro, solo superficiale, come mostreremo in un articolo prossimo venturo), Moonlight è comunque un buon film che, pur non brillando per originalità, racconta con efficacia narrativa ed emotiva una storia di formazione e discriminazione, in cui la diversità di orientamento sessuale diventa paradossalmente ancora più isolante in un contesto in cui la diversità (etnica) è parte fondante della propria identità.

*** 1/2

Pier


mercoledì 1 marzo 2017

Logan

Quindi questo è quello che si prova



2029: i mutanti sono scomparsi e divenuti materiali per i fumetti. Logan/Wolverine è uno degli ultimi rimasti. Accudisce il professor Xavier, affetto da demenza senile, in un complesso industriale abbandonato in Messico, al confine con gli USA, aiutato dall'antico nemico Caliban. Un giorno, una donna bussa alla sua porta: ha con sé Laura, una ragazzina mutante con poteri molto simili a quelli di Logan. L'uomo dovrà decidere se aiutare Laura, scelta che comporterebbe uscire dal suo isolamento e, forse, dover fare i conti con il proprio doloroso passato.

"Quindi questo è quello che si prova": questa frase, pronunciata in un punto importante di Logan, riassume in pieno il sentimento dello spettatore nel vedere finalmente davanti a sé tutto quello che i film di supereroi, e quelli di Wolverine in particolare, non erano mai riusciti a essere. Logan non è semplicemente un film di supereroi: è un film d'autore. Di genere, certo, ma comunque d'autore, che ha poco da invidiare a perle del cinema d'azione come Mad Max: Fury Road o Léon, per citare due film che per Logan sono indubbiamente stati fonte di ispirazione.

Mangold (autore eclettico, la cui filmografia spazia da Ragazze interrotte a Kate e Leopold, passando per Quando l'amore brucia l'anima) dirige un road movie spietato, a metà tra il western e il post apocalittico, in cui la legge non esiste più e ognuno fa parte per se stesso. Al centro di tutto c'è lui, Logan, finalmente spogliato della patinatura dei primi film e restituito alla sua natura primordiale e selvaggia, il cui unico scopo è sopravvivere e proteggere i suoi cari. I mutanti sono scomparsi, i suoi poteri stanno svanendo, ma Logan è determinato a salvaguardare quel poco che resta del suo mondo, quel Professor Xavier che gli ha insegnato tutto, e il Caliban che da nemico si è trasformato in alleato di questa silenziosa difesa della propria dignità. Il passato è al tempo stesso agognato e temuto, un tempo idealizzato cui non si può più tornare e un fardello insopportabile.

Il nemico non è un supercattivo, non è un'organizzazione spietata e criminale (anche se compaiono entrambi): il vero nemico, per Logan e Xavier, sono loro stessi, quello che sono stati e ciò che sono diventati. Mangold ha il coraggio di spingere questa metafora fino alle sue estreme conseguenze, realizzando scene di raro impatto emotivo, in cui i protagonisti si trovano costantemente a fare i conti con i propri errori, e cercano disperatamente di cogliere l'occasione, forse l'ultima, di rimediare.

Logan è uno di quei rari film in cui ogni elemento si incastra alla perfezione con gli altri: la fotografia di John Mathieson è sporca, ruvida, polverosa, con il sole che brucia gli occhi e la pelle; la musica è quasi assente, in una natura aspra e selvaggia dove non sembra esserci spazio per orpelli di alcun genere; le parole sono ridotte al minimo, in una lunga fuga in cui azioni e sguardi contano più di mille dialoghi; la sceneggiatura è vincente per ritmo e introspezione, e costruisce con grande delicatezza e tempismo lo strano rapporto tra Logan e Laura, due animali selvaggi che riconoscono nell'altro un simile da amare e da temere; infine, i combattimenti e gli inseguimenti sono veri, violenti, brutali, ripresi con perizia e attenzione ai dettagli, anziché con il montaggio concitato e confusionario che caratterizza molti cinecomic. Mangold guida il tutto con grande maestria, dimostrando non solo un'ottima abilità registica, ma anche una grande sensibilità emotiva, riuscendo a creare momenti di vera commozione.

La cilegina su questa ottima torta sono i personaggi, perfetti sia per caratterizzazione che per interpretazione. Hugh Jackman porta finalmente sullo schermo un Wolverine vero, trasandato, rozzo, sporco e con il vizio del bere, arricchendolo di un tocco emotivo che all'inizio si intravede sotto la superficie, per poi emergere con prepotenza  con il passare dei minuti. Patrick Stewart è commovente nel suo ritratto dell'invecchiato Xavier, la mente più potente del mondo affetta da una malattia neurodegenerativa che gli impedisce di controllare se stesso e i suoi poteri, una pallida ombra dell'uomo che è stato, eppure ancora disperatamente determinato a salvare quelli come lui; infine, Dafne Keen è una rivelazione, una macchina da guerra nel corpo di una bambina, letale e feroce ma allo stesso tempo capace di momenti di straordinaria dolcezza. La sua Laura è il cuore pulsante del film, ed è lei a regalarci la scena più emozionante.

Logan non solo sorpassa i precedenti film su Wolverine, ma porta la narrazione del cinecomic su un piano a oggi del tutto inesplorato. Mangold realizza quello che può essere senza dubbio considerato il film di supereroi migliore tra quelli tratti dai fumetti Marvel, in grado di chiudere degnamente la parabola del più amato degli X-Men con un tocco autoriale che riesce sia a intrattenere, sia a toccare più volte le corde emotive dello spettatore, trascendendo il genere del cinecomic per diventare qualcos'altro: un grandissimo film.

*****

Pier

lunedì 27 febbraio 2017

Oscar 2017 - Il bilancio

Ieri sera al fu Kodak Theatre (oggi Dolby Theatre) si è consumata una di quelle edizioni degli Oscar che rimarrà nella storia: non tanto per i vincitori, quanto per il qui pro quo che ha generato lo scambio di premi nel finale.

Già in diretta mi era sembrato chiaro, ma ci tengo a ribadirlo: l'errore non è stato commesso da Warren Beatty, cui al massimo si può imputare il fatto di non aver avuto la presenza di spirito di fermare Faye Dunaway. Come è stato poi confermato, l'errore è stato commesso da PWC, che per motivi ancora imprecisati ha consegnato a Beatty la seconda copia della busta del premio per la migliore attrice (ogni busta arriva in duplice copia) anziché quella per il miglior film.

La scritta "Actress in a leading role" è chiaramente leggibile sulla busta
Beatty è chiaramente perplesso, ed è per questo che esita ad annunciare il vincitore, come lui stesso spiegherà poco dopo. Sarà solo l'intervento degli inviati PWC a ristabilire la verità. In tutto questo, la produzione di La La Land merita un applauso per la grande dignità con cui ha affrontato la situazione.

Al netto del rocambolesco finale, l'edizione 2017 ha anche confermato alcuni recenti trend di Hollywood che chi scrive trova preoccupanti per il futuro artistico e creativo della settima arte. Di seguito due riflessioni in merito.

1. La dittatura del politicamente corretto
Premetto: non ho visto Moonlight, quindi non esprimerò un giudizio sul film. Tuttavia, la vittoria a sorpresa del film di Jenkins segue una tendenza evidente negli ultimi anni, ovvero quella di premiare con il "miglior film" un film politicamente corretto che affronta temi rilevanti dal punto di vista sociale. Di per sé non ci sarebbe nulla di male: un film che affronta tematiche sociali complesse ha senza dubbio un alto potenziale per essere cinematograficamente rilevante, in grado di restare nell'immaginario collettivo.

Tuttavia, c'è il forte sospetto che questa stia diventando una questione politica, e non filmica, con l'Academy che "usa" il miglior film per lanciare messaggi politicamente corretti, in un tentativo sia di affermare la propria posizione di leader d'opinione, sia di rifarsi un'immagine segnata da numerosi episodi politicamente scorretti del passato. Questo mina la credibilità dell'Academy, che avrebbe come compito quello di premiare l'eccellenza in campo filmico, e in particolare la creatività dei cineasti, non quello di indirizzare l'agenda politica degli USA o "scusarsi" per gli scheletri nell'armadio della storia del paese.

E se la storia di Sean Penn che all'ultimo minuto si vide assegnato l'Oscar per Milk, con il consenso del reale vincitore Mickey Rourke, al fine di mandare un segnale al governatore della California rimane appunto nel campo dell'aneddotica non confermata, il trend degli ultimi anni è preoccupante. Film di ottima fattura ma poco innovativi come 12 anni schiavo, Il caso Spotlight, e Moonlight sono stati preferiti ad altri che resteranno molto più a lungo nel nostro immaginario e che segneranno molto di più la storia della cinematografia. Il che ci porta al secondo punto.

2. Il trionfo della parola sull'immagine
Volete prevedere il vincitore dell'Oscar miglior film? Guardate ai vincitori dei due premi per la miglior sceneggiatura. Negli ultimi otto anni, uno dei due vincitori della miglior sceneggiatura (originale o meno) si è aggiudicato il miglior film in sette casi (unica eccezione l'anno di The Artist, che non vinse la sceneggiatura pur essendo nominato), ovvero nell'87.5% dei casi. Nello stesso periodo, il vincitore della miglior regia si è aggiudicato il miglior film solo quattro volte, ovvero il 50% dei casi. Infine, il vincitore della miglior fotografia si è aggiudicato il massimo premio solo con Birdman, ovvero nel 12.5% dei casi.

Questo suggerisce una maggiore attenzione, da parte dell'Academy, per la componente narrativa del film. Per quanto importante, tuttavia, questa non dovrebbe costituire il criterio principale per giudicare un'opera cinematografica. Il cinema è anche e soprattutto immagine in movimento, per quanto messa al servizio di una funzione narrativa (cui, peraltro, i film di maestri come Kubrick, Tarkovskij e Lynch hanno spesso e volentieri derogato): un film che viene giudicato il migliore dell'anno dovrebbe dunque eccellere anche e soprattutto nella sua componente visiva, che invece viene spesso ignorata.

In particolare, il trend degli ultimi anni di separare premio alla regia e premio al miglior film può avere senso in un festival, dove l'ecumenismo spesso la fa da padrone, o in un anno particolarmente competitivo, ma non può e non deve diventare la regola, pena la crescente irrilevanza artistica del premio che ancora oggi è considerato il più importante al mondo, e che da statuto dovrebbe premiare proprio la creatività e l'eccellenza cinematografica, non l'allineamento del film alle visioni politiche di Hollywood.

Per quest'anno è tutto, appuntamento all'anno prossimo!

Pier

domenica 26 febbraio 2017

Oscar 2017 - I pronostici

Siamo arrivati ancora una volta a quel periodo dell'anno in cui improvvisamente l'attenzione di tutti si sposta sul Kodak Theatre di Los Angeles: questa sera verranno proclamati i vincitori dell'edizione 2017 degli Academy Awards. Come ogni anno Filmora vi propone i suoi pronostici, e come ogni anno li accompagna con quelle che sarebbero le scelte di chi scrive se all'Academy si decidessero finalmente a far decidere tutto al sottoscritto.

Pronti? Iniziamo!



Miglior montaggio
Il favorito sembra Tom Cross per La La Land, che è stato ampiamente (e giustamente) lodato anche per le sue performance nel comparto tecnico. Tuttavia, sarebbe secondo me delittuoso dimenticare il lavoro fatto da John Gilbert in Hacksaw Ridge, giudicato da alcuni il miglior film dell'anno proprio per l'efficacia del montaggio durante le scene d'azione.  
Pronostico: La La Land
Scelta personale: Hacksaw Ridge

Miglior fotografia
Il pronostico sembra anche qui a favore dell'asso pigliatutto La La Land, ma la fotografia migliore dell'anno è senza dubbio quella di Bradford Young in Arrival, cui va la mia scelta personale.
Pronostico: La La Land
Scelta personale: Arrival

Miglior film d'animazione
La mia scelta personale ricade su Zootopia, ma penso che i tempi siano maturi per una vittoria dell'animazione in stop motion: a essere premiato sarà quindi Kubo (che non ho visto).
Pronostico: Kubo
Scelta personale: Zootopia

Miglior attore non protagonista
Qui la competizione è molto, molto serrata. Il favorito sembra Mahershala Ali per Moonlight, con Lucas Hedges (Manchester by the Sea) molto distanziato. La mia scelta personale va però a Michael Shannon, unico alfiere dell'ingiustamente ignorato Animali Notturni.
Pronostico: Mahershala Ali
Scelta personale: Michael Shannon

Miglior attrice non protagonista
Qui la competizione non inizia nemmeno: Viola Davis in Barriere è semplicemente troppo brava per non vincere. Cervellotica, peraltro, la motivazione per cui è finita in questa categoria, anziché in quella per l'attrice protagonista.
Pronostico: Viola Davis
Scelta personale: Viola Davis

Miglior sceneggiatura originale
Il favorito sembra Hell or High Water, con La La Land appena dietro. Purtroppo ho visto solo due dei candidati, e quindi sono limitato nella mia scelta personale, che cade su Manchester by the Sea.
Pronostico: Hell or High Water
Scelta personale: Manchester by the Sea

Miglior sceneggiatura non originale
Il favorito è Moonlight, ma il film più interessante a livello di trama e sviluppo narrativo è Arrival, cui va la mia preferenza.
Pronostico: Moonlight
Scelta personale: Arrival

Miglior attore protagonista
Casey Affleck (Manchester by the Sea) e Denzel Washington (Barriere) sono i due favoriti, con il primo in leggero vantaggio. La mia scelta personale, però, va a quello che è uno dei tre migliori attori in attività, Viggo Mortensen, che meriterebbe questo premio sia per la sua prova in Captain Fantastic, sia per risarcirlo di una carriera eccezionale ma avara di riconoscimenti.
Pronostico: Casey Affleck
Scelta personale: Viggo Mortensen

Miglior attrice protagonista
Qui la netta favorita è Emma Stone per La La Land, già vincitrice di SAG, Golden Globe, e BAFTA. Nonostante abbia adorato la prova della Stone, la mia scelta personale cade però su Meryl Streep, deliziosa e sublime come sempre anche in un film non eccezionale come Florence.
Pronostico: Emma Stone
Scelta personale: Meryl Streep

Miglior regia
Damien Chazelle con la scena di apertura di La La Land dovrebbe vincere ogni premio di qui al 2024. È chiaramente il favorito del pronostico, il favorito di Film Ora, e ha pure il vento in poppa come candidato alla Presidenza degli Stati Uniti nel 2020.
Pronostico: La La Land
Scelta personale: La La Land

Miglior film
Sono ormai 4 anni che l'Academy divide il premio di miglior film da quello per la miglior regia. Nonostante la spinta di molta stampa eccessivamente politically correct per far vincere Moonlight, spesso anche con critiche pretestuose a La La Land, questo potrebbe essere l'anno buono per tornare a riunire le due statuette più prestigiose. A La La Land, caso mai non si fosse capito, va anche il mio voto personale.
Pronostico: La La Land
Scelta personale: La La Land

Bonus track: Come Morricone lo scorso anno, Justin Hurwitz è talmente (e giustamente) favorito per la miglior colonna sonora (La La Land) che non mi sembrava nemmeno utile fare il pronostico.

A dopo la cerimonia per il bilancio!

Pier

giovedì 23 febbraio 2017

Barriere

Una barriera di parole


Pittsburgh, anni Cinquanta: Troy Maxson è un netturbino che vive con la moglie Rose e il figlio Cory. Segnato da un'infanzia difficile, Troy è un padre responsabile ma duro, che disapprova le vocazioni sportive di Cory e quelle musicali del figlio di primo letto, Lyons. Ciarliero e provocatore, Troy colpisce con le parole chiunque gli stia intorno, pronto a chiudersi nel recinto che sta costruendo per la sua casa, e allo stesso tempo desideroso di una vita diversa, desiderio che non tarderà a emergere e a segnare irrimediabilmente il suo rapporto con Rose.

Quante sono le barriere che condizionano le nostre esistenze? Molte non le percepiamo, ma sono innumerevoli, e condizionano le nostre interazioni sociali e lo sviluppo stesso della nostra vita: barriere etniche, sociali, religiose; barriere fisiche e barriere metaforiche, ma non per questo meno tangibili. Denzel Washington, nel portare al cinema la pièce teatrale di Auguste Wilson, sceglie di dare risposta a questo interrogativo, declinandolo sul piano individuale, sociale, e persino filosofico: una barriera serve a proteggere chi c'è all'interno da ciò che c'è fuori, o a impedire a chi è dentro di uscire? Su questa domanda si delineano i caratteri dei due protagonisti, Troy e Rose: il primo logorroico, umorale, protettivo e pessimista, segnato profondamente da un'infanzia con un padre violento e dalla discriminazione razziale; la seconda silenziosa, stabile, ma più ottimista, e preoccupata di mantenere l'unità familiare, a qualunque costo. E se è naturale provare un'iniziale antipatia per Troy, è altrettanto naturale provare poi compassione per la sua totale incapacità di mantenere i rapporti umani, per la forza autodistruttiva, irrefrenabile come la sua parlantina, che lo porta a fare terra bruciata intorno a sé.

Washington firma una regia solida e senza fronzoli, che mantiene l'impianto teatrale del testo e lascia che i dialoghi delineino i caratteri dei personaggi, che sono la forza e la colonna portante del film, grazie sia all'ottima caratterizzazione, sia all'ottima recitazione dello stesso Washington e di Viola Davis, ancora una volta strepitosa, in particolare quando ci regala una delle scene di pianto più realistiche mai viste al cinema. Il testo costituisce tuttavia anche la palla al piede del film, soprattutto nella prima parte: l'eccessiva verbosità rallenta il ritmo senza necessariamente aumentare la profondità o la portata emotiva della vicenda. Il film risulta quindi lento, a tratti noioso, e sole le prove attoriali dei protagonisti riescono a mantenere alto l'interesse.

Barriere racconta con buona efficacia emotiva il dramma personale di un uomo e della sua famiglia, perdendo però spesso la rotta a causa di un testo che tutto pervade, finendo per minare i numerosi pregi del film, dalla recitazione ai temi trattati. Resta comunque un buon film, che analizza con efficacia il tema della segregazione, familiare prima ancora che razziale, e gli effetti devastanti della discrimazione anche tra le mura domestiche.

***

Pier

giovedì 16 febbraio 2017

Manchester by the Sea

Perdere e ritrovare


Lee Chandler lavora come tuttofare per tre condomini nella periferia di Boston. Vive da solo in un piccolo seminterrato, e conduce un'esistenza solitaria. Quando suo fratello Joe muore, Lee torna nella sua città natale, una piccola cittadina costiera, per occuparsi del funerale. Con sua sorpresa, scopre che il fratello l'ha nominato tutore di Patrick, suo nipote. La prolungata permanenza lo costringerà a tornare in contatto con la comunità da cui era fuggito tanto tempo prima, in seguito a una tragedia che non tarderà a tornare alla luce.

Kenneth Lonergan è uno di quegli autori di cui il pubblico non conosce il nome, nonostante abbia firmato le sceneggiature di film di grande successo come Gangs of New York e Terapia e pallottole. Lonergan ha anche intrapreso un'interessantissima carriera da regista, e Manchester by the Sea è il suo terzo film. Il suo è un cinema intimo, fatto di rapporti famigliari e dolori personali e collettivi, di comunità aperte e allo stesso tempo chiuse. Manchester by the Sea segna un punto di arrivo in questa fase della cinematografia di Lonergan, mostrando una maturazione artistica e registica davvero notevole, con le varie parti del film che si incastrano alla perfezione. 

La narrazione sincopata e irregolare, sia a livello di ritmo che di tono, si sposa con la fotografia, a volte contemplativa, a volte intimista, che segue spesso lo sguardo del silenzioso protagonista; con la musica, che alterna motivi classici e strumentali con il ritmo spensierato del rockabilly, spesso usati in scene che di spensierato hanno ben poco; e con l'ambientazione, una cittadina serena che si specchia sul mare, ma allo stesso tempo immobile, fredda, intrappolata in un ghiaccio che impedisce anche un rituale semplice come la sepoltura. Il film vive di contrasti, muovendosi con grazia tra momenti estremamente drammatici e altri esilaranti, tra presente e passato, tra silenzi ed esplosioni di dialogo, che aiutano lo spettatore a calarsi nel conflitto interiore del protagonista.

L'irregolarità del ritmo, tuttavia, costituisce anche il principale punto di debolezza del film, in quanto rallenta eccessivamente il ritmo e sembra a volte artefatta, studiata a tavolino, che danno la fastidiosa sensazione che Lonergan abbia deliberatamente sacrificato la spontaneità di altri suoi lavori per un'artisticità studiata a tavolino. Ciononostante, il film fa centro dal punto di vista emotivo, raccontando con grande efficacia il lutto e la perdita dalla prospettiva maschile, indagando a fondo il senso di inadeguatezza, l'istinto a sopprimere le emozioni che si traduce in esplosioni incontrollate, la vergogna per il pianto e la commozione.

Fin dal suo primo film, lo splendido You can count on me (avremo occasione di parlarne), i protagonisti delle storie di Lonergan sono personaggi fuori posto, a disagio nel proprio contesto sociale. Lee Chandler non fa eccezione, e porta questa idea alle estreme conseguenze: Lee è a disagio nel mondo, non solo in uno specifico luogo. La sua afasia è il riflesso esteriore di una totale indisponibilità a comunicare, della sua decisione di chiudersi nella bara della propria solitudine e lasciare gli altri fuori dalla sua vita. Il film segue il suo percorso, in cui una nuova perdita diventa un'occasione per ritrovare qualcosa che sembrava perduto per sempre, e che in parte è destinato a rimanere tale. Casey Affleck dà corpo e voce all'emotività repressa di lì, regalandoci una performance toccante per intensità e realismo. Al suo fianco brilla un eccezionale Lucas Hedges, perfetto nel ritrarre tutte le contraddizioni dell'adolescenza con grande naturalezza, senza scadere nello stereotipo. Buona anche la prova di Michelle Williams, anche se appare ingiustificato il coro di Osanna che l'hanno accompagnata, con pioggia di nomination e riconoscimenti per una parte relativamente breve e non particolarmente complessa per un'attrice del suo calibro.

Manchester by the Sea è un perfetto esempio di come il cinema narrativo sia ancora in grado di raccontare storie nuove ed emozionanti, mutuando strutture e linguaggi del romanzo e trasponendole con efficacia in forma visiva. Nonostante le evitabili lungaggini e la sensazione di ricercatezza, Lonergan si consacra come uno degli autori più interessanti del panorama indipendente, raccontando una storia difficile che riesce a divertire nonostante in alcuni momenti sia un vero e proprio pugno allo stomaco per la forza e la durezza delle vicende narrate.

*** 1/2

Pier

martedì 24 gennaio 2017

La La Land

L'arte della realtà



Los Angeles, oggi: Mia sogna di fare l'attrice, ma tra un provino e l'altro fa la barista per mantenersi; Sebastian è un musicista, fervido sostenitore del jazz classico, che vorrebbe aprire il suo locale ma è costretto a suonare in cover band anni '80 e nei piano bar. Il loro incontro-scontro darà loro la forza per inseguire i propri sogni, in una realtà che sembra non aver più posto per i sognatori.

Ci sono film che commuovono, divertono, fanno riflettere; ci sono film che stupiscono per la bellezza delle immagini, per la perfezione tecnica di ogni dettaglio, per una visione d'insieme che si merita l'appellativo, spesso usato a sproposito, di Regia. Ci sono poi film che riescono a combinare ambedue le cose, e che sono destinati a rimanere nella storia del cinema: questi sono i capolavori. La La Land, signori e signori, è un capolavoro, un film destinato a restare, a segnare l'immaginario di un genere (il musical) e della cinematografia esattamente come fece Cantando sotto la pioggia più di 60 anni fa, raccontando la transizione dal muto al sonoro.
Damien Chazelle, reduce dal successo di Whiplash, racconta il tramonto di un genere, di un modo di fare cinema, di un mondo. Racconta la fine della fabbrica di cui sono fatti i sogni, del cinema come lo abbiamo inteso fino a oggi, incapace di sopravvivere in un mondo in cui i sogni non hanno cittadinanza, e lo fa utilizzando il genere che ha fatto del sogno a occhi aperti il suo marchio di fabbrica, il musical romantico, e attraverso la cronaca di una storia d'amore che, ambizioni artistiche a parte, sembra riflettere nella sua evoluzione realistica e cinematograficamente atipica quella di uno dei capolavori di Woody Allen, Io e Annie. 

Il film si apre con una sequenza mozzafiato, un numero musicale ripreso interamente in piano sequenza sull'autostrada di Los Angeles, con centinaia di comparse che ballano, cantano e fanno acrobazie come nei musical dell'età dorata di Hollywood, accompagnati dalla prima geniale canzone del film (di cui Jimmy Fallon ha fatto una bella parodia per aprire i Golden Globes), Another day of sun, che unisce i suoni della città a una partitura vivace e accattivante. Già questa sequenza basterebbe per annichilire qualunque film visto quest'anno, ma è nello sviluppo che il film trova la sua forza. Chazelle crea una prima metà "sognante", in cui i protagonisti sembrano vivere in una favola, tra tip tap nelle strade e balli sospesi nel cielo stellato, ma mantiene comunque un elemento stonato che li ancora alla realtà: il tip tap non è perfetto, perché i due personaggi non sono ballerini; il canto è ottimo, ma "realistico", senza picchi di virtuosismo fino alla splendida audizione di Mia nel finale (su cui torneremo). A questa prima metà ne segue una in cui la realtà prende prepotentemente il sopravvento, quasi con violenza, strappando personaggi e spettatore dall'atmosfera onirica in cui erano immersi: i numeri musicali scompaiono, i colori si fanno più cupi, i compromessi più accettabili, i sogni divengono illusioni.

E' in questa parte che emerge maggiormente la grande bravura degli attori protagonisti. Ryan Gosling è un Sebastian quasi odioso nella sua rigidità e nella sua incapacità di evoluzione, eppure talmente "romantico" da farci comunque parteggiare per lui; Emma Stone dona al suo personaggio un mix di grazia, comicità e malinconia che rendono Mia una versione moderna dei comici del muto, da Chaplin (soprattutto) a Buster Keaton. La splendida prova della Stone ha il suo culmine nella già menzionata audizione, in cui Mia si esibisce in The fools who dream, struggente lettera d'amore a un tempo-un cinema-che non c'è più, e primo numero musicale della seconda metà. Detto degli attori e della magistrale regia di Chazelle, non si può non lodare tutto il comparto tecnico del film, capitanato da Linus Sandgren, direttore della splendida fotografia in Technicolor, e soprattutto da Justin Hurwitz, autore di una colonna sonora semplicemente clamorosa per eclettismo e abilità nel mischiare musical, jazz, suoni naturali, e altre suggestioni musicali, con alcune canzoni (City of Stars su tutte) che rimangono per molti giorni in testa allo spettatore.  La presenza del jazz (grande passione del regista) definisce l'atmosfera del film. La parabola di un genere intrappolato in un classicismo che è ormai sorpassato, e che è destinato a scomparire se non riesce a rinnovarsi, diventa quella del cinema "classico" di cui la prima metà del film è degna rappresentante.

Arriva infine l'ultima, abbacinante sequenza musicale, in montaggio che metterà a dura prova anche il più arido degli spettatori, in cui cinema e metacinema si intrecciano: Chazelle non racconta solo il "cosa sarebbe successo se...", le strade non prese dei due protagonisti, ma anche il "film non fatto", la storia che avrebbe dovuto raccontare il film se fosse stato davvero solo un omaggio al musical classico di Hollywood (qui trovate un'analisi più dettagliata di questo punto). Questa sequenza è un perfetto riassunto del perché La La Land è un capolavoro: il film offre infatti molteplici piani di lettura, con una storia malinconica in grado di divertire ed emozionare tutti gli spettatori, e una riflessione sul cinema e una perizia tecnica in grado di mandare in brodo di giuggiole i cinefili.

La La Land non è solo il miglior film da un anno a questa parte ma, a parere di chi scrive, uno dei migliori degli ultimi dieci, ed è destinato a entrare nella storia del cinema dalla porta principale. Non perdetelo.

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Pier

martedì 17 gennaio 2017

Arrival

Dialoghi Ravvicinati del Terzo Tipo


Louise Banks, linguista di fama mondiale, ha appena perso una figlia, morta prematuramente, ed è ancora in preda al lutto. Quando dodici astronavi alieni arrivano sulla Terra e cercano un contatto, tuttavia, Louise dovrà mettere da parte il suo dolore per cercare di decifrare il loro linguaggio e capire le loro intenzioni.

Le invasioni aliene sono un classico della fantascienza fin dai suoi albori, e sono state ampiamente sfruttate anche in anni più recenti, dagli anni 90 a oggi (è di quest'anno, ad esempio, il deludente sequel di Independence Day). Se però lo scontro con gli extraterrestri ostili è stato rappresentato fino alla noia, ricadendo spesso in stereotipi triti e abusati, sono molto pochi i film in cui gli alieni cercano di stabilire un contatto con i terrestri e di dialogare con loro. Tra questi spicca Incontri ravvicinati del terzo tipo, in cui il tentativo di comprendere il messaggio alieno costituisce il punto di partenza del film. Arrival parte dalla stessa idea, ma la mette ancora più al centro della vicenda, trasformando il tentativo di comunicare con gli alieni nel punto fondante della trama.

Arrival è un film sul dialogo, sul linguaggio come strumento per conoscere ciò che è diverso da noi, come elemento fondante della cultura e dell'essere di chi lo parla. Il tentativo dei protagonisti per comprendere il linguaggio alieno è in realtà una lenta ma attenta esplorazione della natura degli alieni stessi, che li spinge a mettere in discussione la propria identità e a iniziare un percorso di autoconoscenza, cercando un punto di incontro con esseri così diversi da loro; nel frattempo, fuori dall'astronave, le potenze mondiali sembrano invece incapaci di dialogare e ascoltarsi, e una reazione violenta sembra sempre più vicina, conferendo alla missione di Louise un senso di incombenza e fatalità. Il messaggio sociale è evidente, ma il regista Villeneuve è abile a farlo emergere gradualmente, mantenendo in primo piano la vicenda professionale e personale di Louise (una brava ed emozionante Amy Adams), ma soprattutto il linguaggio, vero protagonista del film.

Il racconto è non lineare, ma procede con efficacia verso un ottimo finale, che riesce sia a sorprendere lo spettatore, sia a tirare tutti i fili mantenendo coerenza narrativa, evitando quella sgradevole sensazione di inganno spesso generata da questo tipo di film.
Villeneuve dirige con efficacia e sicurezza, evitando tutte le trappole che una storia del genere poteva porre in termini di eccessi di retorica, lungaggini e patetismo. Il regista riesce a realizzare un film autoriale senza togliere spazio a storia e personaggi, aiutato anche da un'ottima fotografia, in bilico tra sogno e realismo, e da un design davvero innovativo, soprattutto per quanto riguarda il linguaggio degli alieni e le loro astronavi. Se il primo diventa quasi co-protagonista della vicenda, le seconde costituiscono un deciso stacco rispetto a quanto visto finora in film del genere: eleganti e al tempo stesso incombenti, sembrano più un omaggio al monolite nero di Kubrick che delle navicelle spaziali, contribuendo a far provare allo spettatore lo stesso senso di straniamento dei personaggi: gli alieni non sono come ce li aspettavamo, né tantomeno lo sono i loro mezzi di trasporto.

Nonostante riprenda alcuni temi già visti in altri film e qualche lungaggine nella parte centrale, Arrival riesce a essere originale e avvincente, un film di fantascienza "d'autore" come raramente se ne vedono al cinema (non a caso a Villeneuve è stato affidato il sequel di Blade Runner), che usa gli extraterrestri per farci riflettere su tematiche quantomai attuali.

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Pier

mercoledì 11 gennaio 2017

L'occhio del regista #3 - Stanley Kubrick

La terza puntata de "L'occhio del regista" è dedicata a uno dei più grandi cineasti della storia del cinema: Stanley Kubrick.


Regista eclettico, in grado di spaziare con successo tra i generi più disparati, Kubrick è stato in grado di rivoluzionarli tutti, imprimendo il suo marchio indelebile con film che sono entrati a far parte dell'immaginario collettivo.
Per quanto sia riduttivo limitare l'immaginario cinematografico di Kubrick a soli tre elementi, quelli che seguono sono i tratti che, per chi scrive, sono caratteristici della cinematografia kubrickiana.

1. L'osservatore esterno
Kubrick aveva una predilezione per le inquadrature simmetriche, caratteristica che ha influenzato numerosi registi dopo di lui, Wes Anderson su tutti. Tuttavia, la simmetria non è l'unica peculiarità di queste inquadrature: Kubrick usa la cinepresa come un occhio esterno, spesso posizionato al termine di uno spazio limitato (spesso un corridoio) che diviene la cornice della scena quasi come fosse un palcoscenico teatrale, con lo spettatore/osservatore seduto in platea. Questo uso del mezzo filmico porta lo spettatore direttamente nell'azione, aumentando il senso di immedesimazione e, di conseguenza, amplificando le emozioni che Kubrick vuole trasmettere.

Il videomaker Kogonada ha raccolto molti esempi in un video, che potete trovare qui. Di seguito qualche esempio.





2. La musica come contrasto all'immagine
Kubrick fa spesso un uso straniante della musica, utilizzando temi che stonano decisamente con l'atmosfera della scena. Kubrick prestava particolare attenzione alla scelta delle musiche, e aveva una predilezione per temi già esistenti, piuttosto che per colonne sonore originali (come viene ben spiegato su Orizzonti Kubrickiani). La musica viene usata come fondamentale antitesi all'immagine: è dal contrasto tra le due che emerge il messaggio che Kubrick vuole trasmettere con quella scena. Abbiamo quindi una canzone spensierata come Singing in the Rain durante una scena di stupro in Arancia Meccanica, a evidenziare la normalità della violenza nella vita di Alex e dei suoi drughi; il motivo ottimista rispetto al futuro come We'll Meet Again di Vera Lynn durante la carrellata di esplosioni atomiche che chiude Il Dottor Stranamore, a rendere ancora più reale e terribile il pericolo della bomba, capace di spazzare via in un secondo qualunque speranza di futuro. Il film in cui però Kubrick fa più largo uso di questo espediente è Full Metal Jacket, dove una delle prime missioni dei protagonisti viene accompagnata dal ritmo di Surfin Bird, quasi fossero dei liceali in vacanza piuttosto che dei soldati, e dove la scena finale ci presenta un plotone in marcia in mezzo a delle case in fiamme mentre i soldati cantano a squarciagola la canzone di Topolino, ormai assuefatti all'assurdità della guerra, in cui l'importante è "essere vivi".



3. Perfezionismo dell'immagine

La prima passione di Kubrick era la fotografia, e il regista fu anche un fotografo di talento (potete trovare alcune sue fotografie qui e qui). Naturale, quindi, che questa sua passione si traducesse in un'attenzione quasi maniacale al dettaglio e al realismo, come ben illustrato da Ian Freer sul Telegraph.
Ciò ha fatto sì che le sue immagini fossero sempre perfette, quasi vive, con la perfezione formale di un dipinto fiammingo. Proprio i dipinti furono una delle principali fonti di ispirazione per Kubrick, come viene ben spiegato da Stefano Roffi in questo articolo.

2001: Odissea nello Spazio

Lolita

Eyes Wide Shut
 Se questo è vero per tutta la sua cinematografia, è particolarmente vero per quello che è senza dubbio il suo miglior film a livello di fotografia, Barru Lyndon: qui le immagini sono dichiaratamente ispirate a famosi dipinti di fine Settecento, e rese "realistiche" dall'uso visionario e geniale della sola luce naturale.


Prospettiva esterna, musica straniante, perfezionismo pittorico: queste le caratteristiche principali della poetica cinematografica di Kubrick, alfiere di un cinema di osservazione, di analisi cruda e fredda della realtà, in cui le emozioni sono spesso rarefatte e cristallizzate, per poi esplodere in momenti di lucida follia.
Un cinema in cui l'immagine è centrale, principale mezzo attraverso cui il regista comunica la sua visione allo spettatore, spaziando senza problemi dalla fantascienza, all'horror, al film bellico, e alla satira più feroce, in un repertorio di capolavori con pochi eguali nella storia del cinema.

Pier

martedì 10 gennaio 2017

Florence (In pillole #7)

La grazia dello strazio



Florence Foster Jenkins è una ricca ereditiera di New York degli anni Cinquanta con la passione per la musica classica. Oltre a finanziare generosamente molte attività musicali, Florence ama anche cantare in prima persona, esibendosi per parenti e conoscenti. C'è un solo problema: è stonatissima, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di dirglielo.

Il nuovo film di Stephen Frears racconta con il consueto mix di grazia e malinconia la storia vera di Florence Foster Jenkins, flagello delle arie musicali più amate (qui potete "godervi" la sua versione di Der Hölle Rache, dal Flauto Magico di Mozart). Il personaggio di Florence viene raccontato con grande dolcezza, rivelando la tragedia che ha segnato la sua vita e dando spessore a una figura spesso dipinta in maniera macchiettistica.
Il film è leggero, con poche pretese, senza dubbio lontano dai capolavori di Frears per intensità emotiva, ma nondimeno molto godibile, grazie soprattutto alle straordinarie prove dei protagonisti: Meryl Streep, che meriterebbe l'ennesimo Oscar per il suo perfetto mix di adorabile ingenuità e sicurezza di sé, oltre che per la difficilissima prova canora; Simon Helberg, l'occhio del pubblico sulla vicenda, perfetto nella parte dello spaesato pianista assunto per accompagnare la straziante Florence; ma soprattutto Hugh Grant, mai così bravo e poliedrico, capace di restituire alla perfezione una figura emotivamente complessa come quella di St. Clair Bayfield, quasi marito e manager ddie Florence.

Le loro prove, insieme all'ottima ricostruzione dell'epoca e ad alcune brillanti scene di dialogo, rendono il film comunque meritevole di essere visto.


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Pier

lunedì 9 gennaio 2017

Sing

Vissi d'arte, vissi d'amore



Buster Moon è un koala che possiede e gestisce un teatro in crisi. Fare l'impresario è da sempre il suo grande sogno, e così decide di giocare un'ultima carta per evitare il fallimento: organizzare una competizione canora e ospitare i migliori nel suo teatro, mettendo in palio un modesto premio di 1000 dollari. Per un errore di battitura, tuttavia, il materiale pubblicitario finisce per riportare un premio di 100.000 dollari, attirando l'interesse di tutta la città e mettendo Buster con le spalle al muro. Ma l'intraprendente koala ha ancora qualche asso nella manica.

Dopo il cinepanettone per bambini di Minions e il divertente ma poco originale Pets, l'Illumination Entertainment di Chris Meledandri torna con un film che offre, un po' inaspettatamente, più livelli di lettura. Quello più superficiale e meno originale è quello della gara canora, versione casereccia dei talent che imperversano in televisione, attraverso cui i vari partecipanti cercano un riscatto economico e personale. La varietà di caratterizzazioni e motivazioni dei personaggi è già una sorpresa: si va da Rosita, maialina madre di 25 cuccioli che troverà nel canto il modo di uscire dalla sfiancante routine domestica, e Ash, porcospina punk rock (in originale ottimamente doppiata da Scarlett Johansson) alla ricerca dell'equilibrio tra autorialità e successo commerciale. Tra i concorrenti, riuscitissimi sono i personaggi di contorno, come il maiale ballerino Gunther e la girl-band giapponese che ricompare nei momenti più inaspettati.

Al centro della scena c'è però lui, Buster Moon (doppiato in originale da Matthew McConaughey), il personaggio che incarna il secondo messaggio di Sing, un racconto ironico ma anche drammatico sulle difficoltà materiali di chi persegue un lavoro artistico, soprattutto se da imprenditore, stretto tra il sogno di donare al pubblico un pizzico di magia e la cruda realtà degli incassi in picchiata, del pubblico disinteressato, di un passato glorioso che sembra ormai morto e sepolto. Buster Moon è una figura comica e tragica al tempo stesso (non per niente il suo nome di battesimo è quello di Buster Keaton), che non può che attirare le simpatie del pubblico nei suoi goffi e geniali tentativi di racimolare soldi per salvare il suo teatro. Il momento in cui deve umiliarsi pur di tirare avanti è senza dubbio il più commovente del film, anche se viene depotenziato dal successivo cambio di atmosfera, troppo repentino e innaturale.
La difficoltà nel perseguire il proprio non è solo materiale, ma anche morale: tutti i personaggi del film vengono, prima o poi, derisi per le loro aspirazioni, ritenute ridicole da un mondo che non dà più valore alla cultura e allo spettacolo, in cui tutto è mercificato e avere una passione che non porta denaro sembra non avere alcun valore. Per quanto il film poi perda di vista questo tema nel finale (molto "classico" e buonista), questi emerge con sufficiente vitalità nelle altre scene per non essere dimenticato dopo i titoli di coda.

Il film ha un buon ritmo e mescola con sapienza generi diversi sfruttando le sottotrame dei vari personaggi (come ben descrive Marianna Cappi su Mymovies). Tuttavia, la sceneggiatura ha parecchi buchi, soprattutto nel finale, dove il desiderio del lieto fine prevale nettamente sulla coerenza narrativa, riducendo la forza e l'originalità del film. Ed è un po' un peccato, perché per il resto Sing funziona bene, fa ridere (molto) e anche riflettere, e segna comunque un deciso passo in avanti in termini narrativi per l'Illumination, che nei film successivi a Cattivissimo Me sembrava più preoccupata di ripeterne le gag che le intuizioni narrative.

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Pier