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martedì 20 gennaio 2026

La Grazia

L'etica sfuggente della memoria


Mariano De Santis, il Presidente della Repubblica, è entrato nel “semestre bianco” del suo mandato. Vedovo, continua a pensare alla moglie Aurora, la cui morte lo ha chiuso in una crisalide di dolore che però non lascia trasparire. Noto per essere un temporeggiatore, gli ultimi mesi in carica lo mettono di fronte a due decisioni di grande importanza: se firmare o meno una rivoluzionaria sull’eutanasia, nonostante la sua fede cattolica e l’opposizione del papa; e se concedere la grazia a due persone colpevoli di aver ucciso il coniuge.

Sui muri della Mostra del Cinema, poco dopo la prima proiezione de La Grazia, è comparso un commento che sosteneva che si trattasse di un film fantasy per via, tra le altre cose, della presenza di politici competenti e di una buona legge sull’eutanasia. Una battuta, ma non troppo lontana dalla realtà: dopo aver messo alla berlina gli aspetti più grotteschi e criminali della politica con Il divo e Loro, Sorrentino dedica un film alla politica “alta”, quella con la P maiuscola, che lavora con serietà e spinta da un dubbio generatore anziché da false certezze; una politica che si arrovella su dilemmi etici, incarnata alla perfezione dalla figura di Mariano De Santis, un Presidente della Repubblica giurista che, come Antigone, si trova a scegliere tra la legge dei codici e quella dell’umanità e dell’empatia.

Questo non significa, tuttavia, che Sorrentino rinunci a raccontare l’umanità dei suoi protagonisti: De Santis è inscalfibile solo in apparenza (il suo soprannome, come scopre con scorno, è “cemento armato”). Sotto un’aura imperturbabile si nasconde un dolore profondo che sfocia nella depressione, nella mancanza di senso e voglia di vivere; un dolore che ha le sue radici nella morte dell’adorata moglie Aurora ma anche in un passato più lontano, in un segreto inconfessato e mai svelato che si perde nelle nebbie della memoria.

Amore e memoria sono i due coprotagonisti del film, con De Santis che si dibatte tra loro come un pesce preso in trappola, ossessionato a tal punto dal passato da essere non solo incapace di guardare al futuro, ma anche di vivere nel presente. Sorrentino tesse un dramma politico e intimista che non rinuncia a ridere delle assurdità della vita, tra amiche di infanzia dalla parlantina irresistibile (Coco Valori si candida a entrare nel pantheon dei grandi personaggi sorrentiniani, ed è sacrosanto che a lei sia lasciata l’ultima parola del film) e papi filosofi che girano in scooter, passando per gusti musicali inconfessabili e diete accettate di malavoglia.

A volte il regista napoletano eccede a livello narrativo, specchiandosi nell’assurdità poetica di alcune scene che però non hanno un reale impatto data la totale assenza di funzione narrativa o simbolica: l’eccentricità, da sola, non basta, e finisce per allungare il brodo, anziché insaporirlo. È però impossibile non notare come nei suoi ultimi film Sorrentino abbia asciugato il suo stile visivo, trovando una fortunata sintesi tra la freddezza formale delle sue prime opere e il barocco che lo ha reso famoso con La grande bellezza e i film immediatamente successivi. Non ci sono movimenti di macchina che sono puri sfoggi di bravura, e tutto è al servizio degli attori e della storia.

La solitudine di De Santis è ben resa sia dalle ampie inquadrature all’interno del Quirinale, un acquario deserto con un unico pesce, sia dai primi piani stringenti su Toni Servillo, splendido nella sua capacità di rendere la complessità del paesaggio emotivo di un presidente eternamente indeciso con sguardi, silenzi, sospiri. Un’interpretazione, la sua, lontanissima da quella offerta per Jep Gambardella o Andreotti, e che unisce l’empatia del primo all’imperturbabilità del secondo, regalando un personaggio umano, vivo, il cui dubbio è cifra ontologica e la memoria è l’unico rifugio sicuro.

La grazia non passerà alla storia come il film migliore di Sorrentino, ma offre spunti etici ed emotivi di grande impatto, nonostante le sbrodolature, e soprattutto conferma l’encomiabile desiderio del regista partenopeo di esplorare storie e tematiche nuove, anziché fossilizzarsi sulla poetica e lo stile che lo hanno reso famoso (il rischio, prima di È stata la mano di Dio, sembrava esserci). Gli eccessi di altre sue opere lasciano qui il passo all’esplorazione e alla celebrazione della sobrietà, della vita di un uomo degno e dignitoso, tormentato dall’idea di non esserlo al punto di rinunciare a vivere. 

Sorrentino offre non più uno sguardo alla morte incombente che si nasconde in agguato dietro una vitalità esibita ma di facciata, ma la vita che cerca di farsi strada, una pianta che cerca di rifiorire in un terreno arido e bruciato, e riesce a mettere radici.

*** 1/2

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

giovedì 18 dicembre 2025

Father Mother Sister Brother

La poesia del quotidiano


New Jersey, Dublino, Parigi: tre città diverse per raccontare il rapporto di tre coppie di fratelli con i propri genitori, tra silenzi e incomprensioni. Perché possiamo scegliere tutti, ma non i parenti.

Nell’ormai lontano 2003, Jim Jarmush realizzò Coffee and Cigarettes, un film antologico il cui, attraverso il rituale di caffé e sigarette, il regista statunitense raccontava l’umanità e le sue nevrosi. Era un film spiazzante, difficile da digerire e apparentemente disconnesso come tutti i film a episodi, che però cresceva dentro, diventando sempre più omogeneo e coeso, man mano che ci si ripensava. Jarmush aveva preso la quotidianità e la aveva usata per parlare del senso della vita e di cosa ci rende davvero umani. Quello che non veniva detto era più importante di ciò che veniva detto, e il particolare nascondeva, per poi rivelarlo gradualmente, l’universale.

In Father Mother Sister Brother, sorprendente ma meritato vincitore del Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia 2025, Jarmush riprende quell’approccio, ma questa volta per raccontare cosa significa essere figli, fratelli, una famiglia. L’assenza genitoriale (emotiva o reale) è il filo conduttore, ma ciò che accomuna gli episodi è l’impossibilità di comunicare. In Father, il primo episodio, Tom Waits è un genitore meravigliosamente cialtrone, di cui i figli (Adam Driver e Mayim Bialik) non si fidano fino in fondo e cui, soprattutto, non hanno nulla da dire.

In Mother, Charlotte Rampling vede le due figlie (Vicky Krieps e Cate Blanchett) una volta all’anno per un té pomeridiano ingessato e formale, totalmente disinteressata alle loro vite, di cui chiede per pura cortesia. In ambedue gli episodi l’incapacità di comunicare non è prerogativa dei genitori, ma si estende ai figli, dando vita a conversazioni esilaranti fatte di silenzi, luoghi comuni, totalmente mancanti di qualunque connessione emotiva.


Ma è nel terzo episodio, Sister Brother, che cogliamo la vera essenza del film: qui i due fratelli (Indya Moore e Luka Sabbat) si parlano, discutono, si aggiornano con sincero interesse sulle proprie vite, e lo fanno perché sono entrambi emotivamente vulnerabili, gli scudi abbassati, a causa della morte dei genitori. L’assenza emotiva si fa fisica, e le barriere cadono, aprendo le cataratte dei ricordi e mettendo in mostra un legame indissolubile che trascende le distanze spaziali e temporali.

E in quel momento si nota che, negli episodi precedenti, i figli faticavano a comunicare non solo con i genitori, ma anche tra loro, e che l’unico momento di vera, autentica connessione, l’unico momento di complicità veniva proprio dai genitori stessi: le bizzarrie del padre, i romanzi romance scritti dalla madre. Quella dei genitori è un’assenza che è anche presenza, un legame indissolubile, ineluttabile, un nodo gordiano emotivo di cui Jarmush mette in luce l’enorme complessità, le mille sfaccettature.

Jarmush connette gli episodi con alcuni elementi ripetuti, seguendo una struttura più poetico/musicale che filmica, con temi ricorrenti che scompaiono e riappaiono come fiumi carsici: dal brindare con bevande “inappropriate” a Rolex veri e finti, passando per espressioni gergali poco conosciute e la rilevanza delle automobili. Questi déjà vu tra i vari episodi contribuiscono ad aumentarne la coesione tematica e, soprattutto, a creare una risonanza emotiva, un’eco che cresce con il passare degli episodi fino a esplodere in tutta la sua potenza nel terzo, il più commovente, in cui l’assenza genitoriale abbatte le barriere e le parole e gli affetti fluiscono liberi e incontrollati, i non detti finalmente espressi.


L’elemento ricorrente più importante è però quello degli skater, che appaiono come una visione (con tanto di inquadratura al ralenti e aumento della luminosità): non un semplice dettaglio di trama, ma una metafora che si pone in antitesi alle vite dei protagonisti. Gli skater volteggiano liberi, all’aria aperta, laddove i protagonisti sono intrappolati in rituali e silenzi che, nel tenerli lontani, impediscono loro di vivere appieno. Sono cristallizzati, bloccati in un eterno presente dove ogni gesto, ogni parola è automatizzata, prevedibile, priva di significato. Agognano alla libertà, al librarsi in aria e a sospendere per un breve, lunghissimo istante la gravità, ma non riescono a concedersi di farlo. Solo la morte riesce a spezzare le catene e convincerli a uscire dalla prigione, concedendosi un attimo di connessione, un istante di leggerezza.

Il comparto visivo è, in apparenza semplice, senza artifici o palesi esibizioni di bravura, ma ogni immagine potrebbe essere una fotografia d’autore, uno spaccato di vita che cattura un attimo di verità, soprattutto quando pensiamo che nessuno ci guardi: mentre guardiamo fuori dalla finestra, dando le spalle a tutti, o mentre ci guardiamo allo specchio. Ci sono le inquadrature dall’alto rese celebri da Coffee and Cigarettes, ma anche dettagli, suggestioni, e oggetti, tanti oggetti: madeleine filmiche, "cose buone di pessimo gusto" che aprono una porta sull’anima nonostante tutti i nostri sforzi per tenerla chiusa a chiave. La musica, spesso importante nel cinema di Jarmush, è minimale, usata solo per le transizioni da un episodio all’altro e in uno dei momenti emotivamente più forti, in cui un semplice tragitto in auto diviene memoria, ricordo, ri-connessione.

Father Mother Sister Brother è un film di contrasti: esilarante e freddo per due terzi per poi diventare malinconico, accogliente, caldo, e farci rendere conto che il calore era lì fin dall’inizio, solo nascosto sotto il ghiaccio della formalità; un film all’apparenza semplice, eppure complesso, stratificato, in grado di usare la quotidianità per raccontarci chi siamo e scavare nella nostra anima. Jarmush si conferma uno dei più grandi poeti della macchina da presa contemporanei: un regista che racconta storie fatte di niente e, nel farlo, parla di tutto.

**** 1/2

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

sabato 25 ottobre 2025

Bugonia

La morte dell'umanità


In Matrix, uscito nel 1999, l’agente Smith definiva gli esseri umani dei parassiti, una specie capace solo di sfruttare il proprio ospite fino a portarlo alla morte. Se questo punto di vista sembrava allora eccessivamente cinico, oggi ci ritroviamo di fronte alla sua inconfutabile verità. Consumiamo più risorse di quante la Terra possa produrne, specie animali si estinguono a causa nostra, e guerre pretestuose mirano ad annichilire interi popoli. Il pianeta è in fiamme, e i piromani siamo noi.

Su questa premessa si fonda anche Bugonia, il nuovo film di Yorgos Lanthimos, remake di un film coreano del 2003, Save the Green Planet!. Bugonia è un film cinico, in cui anche le corse in bici di spielberghiana memoria perdono ogni fascino e divengono lame taglienti e disperate. Un film che unisce il Lanthimos degli esordi a quello “hollywoodiano”, trovando una sintesi cupa e disperata ma anche deliziosamente grottesca, che riesce a fondere sperimentazione e linearità narrativa. Lanthimos sviscera la stupidità umana in tutte le sue forme: dall’incapacità di non cedere ai propri impulsi primari alla totale mancanza di spirito critico; dalla bellicosità alla totale noncuranza per le altre creature che abitano il pianeta con noi, passando per il progressivo asservimento alla logica del profitto a tutti i costi.

La genialità di Lanthimos sta nel fatto che, a differenza di altre film con tematiche simili, non c’è un paladino del bene che si batte contro un’umanità cieca e corrotta. Tutti i protagonisti sono portatori sia di idee positive, sia di deliri autodistruttivi che spaziano da quello di onnipotenza a una credulità e irresponsabilità bambinesca. Tutti i protagonisti, tuttavia, credono di essere i paladini del bene. La totale incapacità di accettare le proprie colpe, la certezza incrollabile di essere nel giusto anche di fronte all’evidenza del contrario, la necessità di dover trovare un nemico, un colpevole per le proprie sofferenze guidano sia Teddy che Michelle, per quanto siano animati da motivazioni diametralmente opposte.

In Bugonia non c’è nemmeno la catarsi tipica della tragedia greca (una delle grandi ispirazioni del cinema di Lanthimos), quantomeno per i suoi protagonisti: la cecità li porta all’autodistruzione senza nemmeno rendersene conto, e solo un deus ex machina può evitare che questa distruzione si estenda anche al pianeta. Non c’è pentimento, non c’è redenzione: solo una spirale di follia. Il reale e il fantastico si inseguono per tutto il film, in un gioco di disvelazioni che, alla fine, non ha vincitori, e che mette in dubbio il concetto stesso di reale.

Questo aspetto si riflette anche nell’aspetto visivo, dove Lanthimos sceglie una fotografia realistica costellata di momenti surreali e alieni, creando un senso di straniamento che rispecchia e rinforza la tensione narrativa. Ad aiutarlo contribuiscono anche le prove eccezionali di Jesse Plemons, concentrato di fragilità, effetto Dunning-Kruger, e sadismo, e Emma Stone, affascinante e respingente al tempo stesso, e manipolatrice come solo un’aliena o un’amministratice delegata di Big Pharma potrebbero essere.

Bugonia è un film ipnotico, che si nutre di opposti: una tragedia in cui si ride, un film senza speranza che mira a risvegliare le coscienze, una storia in cui il villain non è nessuno e, al tempo stesso, siamo tutti noi, con un finale che pietrifica e, al tempo stesso, lascia con un senso di giustizia compiuta. Lanthimos realizza un’opera che entra dentro il cuore e l’anima e li diliania lentamente, lasciando dietro di sé solo silenzio – un silenzio che, forse, rappresenta un nuovo inizio.

**** 1/2

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

mercoledì 24 settembre 2025

La Voce di Hind Rajab

La voce di un genocidio


In seguito a un attacco dell’esercito israeliano all’auto in cui viaggiava, Hind Rajab, una bambina, rimane intrappolata, circondata dai cadaveri dei suoi parenti. I membri della Mezzaluna Rossa, in contatto telefonico con la bambina, combattono contro il tempo per provare a portarla in salvo.

Anche conoscendo già la vicenda di cronaca narrata, è impossibile rimanere indifferenti di fronte a La Voce di Hind Rajab, confezionato con grandissima efficacia narrativa ed emotiva da Kaouther Ben Hania. La scelta di usare le registrazioni originali della chiamata di Hind Rajab, e di giustapporle con le prove degli attori, non è solo vincente: è necessaria per capire fino in fondo l’orrore, la disperazione e il terrore di una bambina intrappolata e sola. Quella di Hind Rajab diventa la voce di un genocidio, di centinaia di migliaia di innocenti uccisi, umiliati, affamati, lasciati senza nemmeno il conforto dei propri cari negli ultimi attimi.

La lenta evoluzione dei centralinisti che le parlano – dapprima rassicuranti, poi sempre più disperati – è specchio di quella degli spettatori, colpiti con sempre più violenza allo stomaco man mano che il film prosegue. Si finisce tremanti, impotenti di fronte a quanto appena visto, il dolore dei protagonisti che si è fatto strada nel cuore, nella testa, nel corpo degli spettatori.

Kaouther Ben Hania non inventa nulla di eccezionale, ma ha un grande senso del racconto e realizza un film senza fronzoli, dritto al punto, che scivola nel pietismo e nel ricatto emotivo solo in un breve momento sul finale, ma per il resto riesce a essere asciutto e giornalistico pur raccontando una vicenda straziante. La macchina da presa si concentra sui volti, sui suoni, e il montaggio video e audio (qui fondamentale) cuce, alterna, giustapponendo reale e ricostruzione in modo efficacissimo, che ci fa capire che quell’orrore non è frutto (solo) della bravura degli attori, ma della realtà. 

La regista tunisina ci trascina nella frenesia di quei momenti, nelle emozioni dei protagonisti, nella follia bellica e burocratica che rende impossibile salvare una bambina. Il cast è eccezionale, ma a brillare è soprattutto Saja Kilani, che riesce nel difficile compito di comunicare una calma carica di tenerezza con la voce, per tranquillizzare la bambina, mentre il suo volto è colmo di disperazione.

La Voce di Hind Rajab è un film devastante per impatto emotivo, che deve la sua forza alla vicenda narrata ma anche alla sapienza della confezione filmica. Il film è, ovviamente, molto attuale, ma è al tempo stesso universale: perché in ogni guerra, in ogni persecuzione fatta solo per etnia e nazionalità, c’è sempre una bambina che rimane sola e cerca disperatamente aiuto, e c’è sempre chi cercherà di portarglielo nonostante tutte le difficoltà. Ben Hania confeziona un imperdibile j’accuse che parla alle coscienze, e che rimarrà nelle menti e nei cuori dello spettatori molto a lungo dopo la visione.

**** 1/2

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

sabato 6 settembre 2025

Telegrammi da Venezia 2025 - #7

Settimo telegramma da Venezia, tra tuffi nella testa di un'assassina, alberi che osservano le nostre vite, film su film che non si sono fatti, festival di grande musica e coesione sociale, favole distopiche, e un Minority Report in salsa francese.


Elisa (Concorso), voto 7. Di Costanzo realizza un film carcerario che è per gran parte efficacissimo, una fredda e impietosa discesa nella mente di un'assassina, sorretto da una fotografia algida e distante e da un cast eccezionale capitanato da Barbara Ronchi. Tuttavia il film perde forza e potenza (e guadagna inutilmente in durata) per inseguire delle pulsioni da televisione nazionalpopolare in cui tutto deve essere spiegato e tutti i personaggi devono piacere al pubblico. Peccato, ma il talento resta. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Silent Friend (Concorso), voto 8.5. Un albero di ginkgo biloba domina il cortile di un'università medioevale tedesca, e osserva silenzioso tre storie che si dipanano su più di un secolo: quella della prima donna ammessa all'università, quella di due ragazzi che cercano di comunicare con un geranio, e quella di un neuroscienziato (Tony Leung) che cerca di tracciare paralleli tra il nostro cervello e il pensiero della pianta. Ildiko Enyedi realizza un film lirico ma anche divertente, una splendida meditazione sul nostro rapporto con la natura, ma soprattutto su cosa significhi comunicare con "l'altro" - l'albero, ma anche le persone - e sul nostro insopprimibile desiderio di farlo. L'albero è quasi un alieno (si pensa spesso a un film diversissimo eppure simile come Arrival, durante la visione) che osserva le nostre vite effimere e i nostri tentativi di creare una connessione - tra noi, e con lui, attraverso i secoli. Alla regista ungherese riesce l'impresa di trovare il delicato equilibrio tra riflessione filosofica e narrazione, e nel farlo ci regala un film evocativo e misterioso, che lascia lo spettatore con una sensazione di pace e compiutezza, ma anche di leopardiana inadeguatezza di fronte all'infinito.

Un film fatto per Bene (Bravo Bene!) (Concorso), voto 7. Maresco realizza una riflessione metacinematografica su arte, cinema e depressione eclettica e folle, in cui reale e finzione si mescolano al punto che diventa impossibile distinguerli. Il film su Carmelo Bene diventa un delirio, una meditazione, un non-film che avrebbe fatto contento il grande artista cui è dedicato. Moresco mette se stesso (o una versione cinematografica di se stesso?) davanti alla telecamere e regala un racconto volutamente sconclusionato ma divertente e ispirato, l'ennesima riflessione sulla Sicilia, sull'Italia, e sull'eredità (tradita o raccolta) di un grande artista come Bene, che ne avrebbe apprezzato il taglio nichilista, misterioso e senza risposte.

Newport and the Great Folk Dream (Fuori Concorso), voto 8.5. Un magnifico documentario fatto di sole immagini d'archivio che racconta gli anni di gloria del festival di musica folk di Newport, che lanciò tra gli altri Bob Dylan e Joan Baez. Il film racconta alla perfezione le radici democratiche e sociali del festival, che pagava tutti alla stessa maniera e dava spazio a tutte le tradizioni musicali degli USA, permettendo un incontro tra generazioni ed etnie diversissime. Si creava così non solo un terreno fertile per la contaminazione artistica e la creatività, ma un punto di incontro dove si superavano tutte le divisioni civili e sociali che allora come oggi laceravano gli Stati Uniti. Un'utopia durata solo pochi anni, prima che il commercio prendesse il sopravvento, che ha però permesso lo sviluppo di idee di pace e solidarietà. Qui la recensione completa scritta da Nonsolocinema.

100 Nights of Hero (Settimana della Critica), voto 7.5 Bizzarro incrocio tra Le mille e una notte The Handmaid's Tale, ma girato con il piglio di Emerald Fennell: Julia Jackman, all'esordio alla regia, crea un'intera mitologia per un mondo che è diverso dal nostro eppure simile, in cui gli dei influenzano la vita degli essere umani e creano la religione come strumento di oppressione femminile. Il risultato è una divertente fiaba distopica sul potere delle storie e della conoscenza come fonte di libertà ed emancipazione, femminile ma non solo, con un bellissimo finale.

Chien 51 (Fuori Concorso), voto 6. In un futuro prossimo, Parigi è divisa in zone, e l'intelligenza artificiale Alma aiuta la polizia a risolvere e prevenire i crimini. L'omicidio del creatore di Alma e la successiva indagine, tuttavia, rivelano che qualcosa è fuori posto. Un noir distopico molto classico realizzato molto bene a livello tecnico, anche se avrebbe beneficiato da una maggiore attenzione alla sceneggiatura, a tratti molto prevedibile. La tematica, tuttavia, è rilevante, e purtroppo non troppo distante dalla realtà.

Pier

mercoledì 3 settembre 2025

Telegrammi da Venezia 2025 - #5

Quinto telegramma da Venezia, tra adattamenti sontuosi ma forse evitabili, thriller politici e apocalittici, manoscritti di valore inestimabile, dive annacquate, e la voce di un genocidio.


Lo Straniero (Concorso), voto 6. Ozon realizza un adattamento del romanzo di Camus visivamente sontuoso, con un bianco e nero a contrasti forti che evidenzia lo straniamento del protagonista, la sua mancanza di interessi, di valori, di morale. Ciò che manca, tuttavia, è la capacità di adattamento: il romanzo viene trasposto quasi letteralmente, ma ciò che su carta è efficace e poetico risulta artificioso e retorico su pellicola. Già Luchino Visconti si era cimentato con Lo straniero nel 1967, un adattamento considerato poco riuscito: Morando Morandini accusò il film di aver rincorso "inutilmente una fedeltà illustrativa alla lettera di Camus, impotente a ricrearne lo spirito." Questo commento è ancora più vero per il film di Ozon, che dura quindici minuti in più di quello di Visconti (e si sentono tutti), due ore di durata per un libro di poco più di cento pagine (nell'edizione italiana). Il regista francese si perde in un letteralismo ancora più esasperato, e si salva, come detto, solo grazie al comparto visivo e agli attori, tutti ottimi. 
Non è abitudine di questo blog mettere in discussione la decisione di un regista di trattare un determinato argomento: solitamente ne prendiamo atto e ci limitiamo a valutare se l'obiettivo che il regista si prefiggeva sia stato o meno raggiunto. Viene però da chiedersi se il capolavoro di Camus sia adattabile al cinema, visto il doppio fallimento di due maestri, o se la sua forza risieda in una poesia e filosofia che al cinema sono difficili da trasporre.

A House of Dynamite (Concorso), voto 7. L'inizio del thriller politico di Kathryn Bigelow è fulminante: scene che si interconnettono, funzionari governativi, politici, e militari che realizzano che un missile nucleare di origine sconosciuta sta per colpire gli Stati Uniti, e cercano disperatamente di impedirlo. Esistono protocolli, procedure, ma non sono attrezzati per la realtà, non tengono conto delle reazioni umane, troppo umane, di chi dovrebbe implementarli. Bigelow si muove tra i vari uffici con un ritmo e un piglio degno di The West Wing, e la tensione è altissima, così come la sensazione di ineluttabilità. Poi, però, tutto si resetta, e non per una, ma per ben due volte: i punti di vista si moltiplicano, ma raccontano sempre gli stessi minuti, gli stessi identici eventi, semplicemente da punti di vista diversi. Con la ripetizione, la tensione, inevitabilmente, cala, soprattutto nel secondo atto, quello forse più facilmente eliminabile. Risale un po' nel terzo, anche grazie al focus sul presidente (un ottimo Idris Elba), ma è troppo tardi. Un vero peccato per un thriller apocalittico che sembra avere la forza di una profezia, sperando che Bigelow sia falsa profeta e non Cassandra. Finale sospeso e coraggiosissimo, ma in parte depotenziato da una scelta fatta nel primo atto.

In The Hand of Dante (Fuori Concorso), voto 4. L'unico aggettivo che si può utilizzare per questo film è "inspiegabile": inspiegabile che un maestro come Julian Schnabel abbia deciso di realizzare un lavoro così arzigogolato, con due piani narrativi connessi solo alla lontana e una tensione praticamente assente; ancora più inspiegabile che lo abbia realizzato in modo così retorico e verboso, con scene che sfociano direttamente nel ridicolo involontario, soprattutto nel finale. Peccato perché qualche spunto interessante, soprattutto nella storia ambientata nel presente (i gangster che danno la caccia alla copia autografa della Divina Commedia), c'era: ma il resto è una catabasi che non esce mai a riveder le stelle.

Duse (Concorso), voto 5. Un film su Eleonora Duse, la Divina del teatro italiano, un'attrice carismatica, dal carattere dirompente, nasce e muore con la sua interprete. Se si vuole raccontare la Duse, una donna in anticipo sui tempi, in grado di tenere testa e rubare il cuore a Gabriele D'Annunzio, che non ebbe paura di sfidare e distruggere le convenzioni, non ci si può permettersi di sbagliare il casting dell'attrice principale. Purtroppo questo è ciò che succede nel film del solitamente bravo Pietro Marcello: Valeria Bruni Tedeschi, non sappiamo se per scarsa attitudine, indicazioni registiche, o ambedue, dà vita a una Duse anonima, una vecchietta svampita tutta sorrisi e moine che scompare in scena quando dovrebbe dominarla (emblematiche in tal senso le scene con D'Annunzio e Sarah Bernhardt, epigona francese della Duse, talmente dominate dalle due controparti che ci si dimentica della presenza dell'attrice italiana), e che non restituisce alcunché della grandezza teatrale della Duse, che rivoluzionò il modo di stare sul palco e preparare un personaggio. Anche la sceneggiatura non ingrana, azzoppata da una retorica eccessiva che funziona quando viene messa in bocca a D'Annunzio e ai teatranti, ma risulta stucchevole e fuori posto quando viene ripetuta anche per personaggi "quotidiani" come la figlia e l'assistente della Duse. Fotografia e regia sono ottime, e anche il tentativo di parlare dell'orrore della guerra e della medicina sperata (l'arte, il teatro) da Duse e D'Annunzio, rispetto a quella realmente arrivata (l'olio di ricino del fascismo) è interessante: ma il film è come un'automobile senza ruote.

The Voice of Hind Rajab (Concorso), voto 9. La storia vera di Hind Rajab, bambina palestinese sopravvissuta a un attacco israeliano, e del tentativo di salvarla da parte della Mezzaluna Rossa, viene raccontata con una commisione di audio reali e scene ricostruite. Un film devastante per impatto emotivo, che deve la sua forza alla vicenda narrata ma anche alla sapienza della confezione filmica. Il film è, ovviamente, molto attuale, ma è al tempo stesso universale: perché in ogni guerra, in ogni persecuzione fatta solo per etnia e nazionalità, c'è sempre una bambina che rimane sola e cerca disperatamente aiuto, e c'è sempre chi cercherà di portarglielo nonostante tutte le difficoltà. Qui trovate la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

Pier

venerdì 18 aprile 2025

Love

Parlami d'amore

 

Che cos’è l’amore? Come indicato anche dal titolo è intorno a questa domanda che gira Love, mentre segue le vicende sentimentali di due impiegati dell’ospedali di Oslo – Marianne, un’urologa e Tor, un infermiere – che vivono con estrema naturalezza le proprie relazioni. Amore in tutte le sue forme, inclusa quella sessuale, con cui i due protagonisti hanno a che fare per lavoro: i loro pazienti sono spesso uomini che subiscono interventi per l’asportazione della prostata, con tutto quel che ne consegue.

Haugerud approccia la materia con un taglio lirico e molto umano, fatto di un’alternanza tra primi piani e paesaggi. I silenzi, frequenti, sono riempiti da dialoghi fiume e spesso filosofeggianti, il grande punto debole del film: se da un lato possono essere interessanti in piccole dosi, dall’altro la loro sovrabbondanza finisce per affogare i dialoghi più intimi, personali e significativi. Un pieno apprezzamento di queste discettazioni potrebbe essere possibile per chi avesse visto tutta la "trilogia delle relazioni", di cui Love è solo l'ultimo capitolo (i primi due, Sex e Dreams, sono stati presentati a Berlino, con il secondo che si è aggiudicato l'Orso d'oro nel 2025). Un film, tuttavia, dovrebbe reggersi sulle proprie gambe, e l'appartenenza a un mosaico più complesso non giustifica le mancanze narrative e di ritmo.

Il film soffre inoltre di uno sbilanciamento nell’interesse delle due vicende narrate. La storia di Marianne è già vista, non aggiunge di nuovo a quanto già detto sul tema della transitorietà dell’amore e della possibilità di amare più persone, peraltro anche da film presenti nel concorso veneziano in cui il film è stato originariamente presentato. (Trois Amies). Ancora più inutile la vicenda della terza amica, impegnata a pensare a un evento per celebrare il centenario della città – una vicenda che pare più uno spot della pro loco che parte integrante del film. Molto più interessante ed emozionante la storia di Tor, sia per la natura del personaggio – silenzioso, osservatore, con uno sguardo acuto e penetrante – sia per quella del paziente per il quale sviluppa un interesse sentimentale: un loro dialogo è il momento più bello, vivo e vibrante del film, e in generale loro sono ciò che spinge lo spettatore a continuare la visione. 

Love è un film di buona fattura che, nonostante qualche giro a vuoto, riesce a offrire alcuni momenti di riflessione e lirismo, grazie anche a un ottimo uso della luce, che dipinge momenti, persone, situazioni, stringendoli in un caldo abbraccio che li rende fortemente, irresistibilmente umani.

***

Pier

Nota: parte di questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

mercoledì 5 febbraio 2025

The Brutalist

Il tormento e l'estasi


USA, anni Quaranta: László Tóth, architetto ebreo ungherese della scuola Bauhaus, sbarca a New York in cerca di una nuova vita, in fuga dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Sua moglie Erzsébet, tuttavia, non ha potuto seguirlo. László è costretto dapprima a lavorare come arredatore d’interni, fino a quando non viene notato da un magnate, Harrison Lee Van Buren, che gli commissiona un edificio in memoria della defunta di sua madre.

Partiamo dalla fine: The Brutalist è un film per cui non è fuori luogo l’abusata parola “capolavoro”. Corbet ha realizzato un’opera destinata a fare la storia della settima arte, un film creativo, emotivo, cerebrale, che toglie il fiato per ambizione, portata, complessità a qualunque livello – narrativo, visivo, musicale, sonoro. È uno di quei rari film che, attraverso il racconto di una micro-storia (quella di László, ma anche di Erzsébet e Van Buren), racconta la Storia: quella di un’epoca, ma anche della condizione umana. Corbet si muove a suo agio in un territorio finora battuto solo da mostri sacri come Welles (Quarto Potere), Leone (C’era una Volta in America), Anderson (Il Petroliere), Nolan (Oppenheimer), realizzando un’opera sinfonica, in cui diversi temi emergono durante il film, si intrecciano, si inseguono, scompaiono, ritornano.

Il tema centrale - ricorrente nella ristretta ma ricchissima cinematografia di Brady Corbet - è quello del trauma, e delle sue conseguenze a lungo termine. Nella sua splendida opera prima, Childhood of a leader, vedevamo il processo di creazione del trauma, per poi scoprirne, in pochi, folgoranti secondi finali, le terribili conseguenze per il protagonista e per il mondo; in Vox Lux, come in The Brutalist, il trauma è invece un fatto compiuto, di cui vediamo le conseguenze e scopriamo, a poco a poco, la profondità. Il trauma individuale qui si fa anche trauma collettivo, raccontando l’Olocausto da un’angolazione nuova: non la sua manifestazione, ma le sue conseguenze, le terribili, indelebili ferite che ha lasciato nel corpo e nella psiche delle sue vittime.

Corbet però non si limita a questa tematica. Il suo film parla anche di ambizione creativa – un’ambizione divorante, totalizzante, che porta all’annullamento del sé; di memoria, intesa sia come ricordo del passato, sia come desiderio di lasciare una traccia indelebile nel futuro; del Sogno Americano, e del suo lato oscuro, l'anima nera del capitalismo, che foraggia l'arte ma poi deve possederla, farla sua, annullando e sottomettendo l'artista e rendendo tutto commercio, transazione, in un processo di cannibalismo che si autoalimenta e tutto divora.


Il film parla, infine, d’amore, invidia, avidità, lussuria – tutte le emozioni umane, messe a nudo con un realismo che colpisce, stordisce, travolge. Come le opere di László, anche The Brutalist ha una confezione cerebrale, razionale che nasconde un cuore emotivo potente, che pulsa invisibile ma sempre presente per tutti i trent’anni della vita di László che vediamo sullo schermo. Al suo interno si alternano orrore e poesia, risate e lacrime, tormento ed estasi, i punti più alti dell’uomo e quelli più bassi, vili e meschini.

La fotografia di Lol Crawley, che aveva già lavorato con Corbet nei suoi primi due film, è perfetta nel tradurre in immagini le due anime del film, e regala immagini stordenti e commoventi, riuscendo a essere virtuosa senza risultare mai invasiva. Difficile indicare una sequenza particolarmente memorabile, dato che tutte o quasi evocano il sublime kantiano nell’animo dello spettatore, ma la parte del film che si svolge a Carrara e le sequenze che si tuffano nelle viscere nell’erigenda opera di László sono forse quelle di maggiore impatto.

La riuscita del film è anche merito del cast, capitanato da un Adrien Brody eccezionale, che dona al suo László un’ironia tagliente e smargiassa ma anche una grande fragilità: in alcuni momenti László sembra solido come i suoi edifici di cemento armato, in altri sembra che un soffio di vento potrebbe distruggerlo per sempre. Accanto a lui brillano anche Felicity Jones, che arriva tardi nel film ma offre due dei momenti di più alto impatto emotivo, e Guy Pearce: il suo Van Buren è il perfetto contraltare di László, e il loro complesso rapporto è il centro emotivo e narrativo del film.

Corbet amalgama tutti questi ingredienti con mano saldissima, realizzando un film perfetto, che dura tre ore e mezza (con intervallo “incluso”) ma sembra durarne due per quanto è compatto, teso, senza un momento, una battuta, un’inquadratura di troppo nonostante la sua ricchezza tematica e visiva. Un capolavoro, appunto, che attraverso il particolare ci parla dell’universale, ricordandoci che dall’orrore può anche nascere bellezza, e che la bellezza può nascondere l’orrore.


*****

Pier

Nota: parte di questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

mercoledì 2 ottobre 2024

Joker: Folie à Deux

Danzare con il diavolo nel pallido plenilunio

 

Dopo gli eventi di Joker, Arthur Fleck è rinchiuso ad Arkham in attesa del processo. Un giorno conosce un’altra paziente/detenuta, Harleen “Lee” Quinzel, che gli rivela di essere una grande ammiratrice delle sue gesta e del suo “vero io”, Joker. Tra i due inizia una “follia a due”, una relazione sentimentale in equilibrio tra realtà e fantasia, fatta di numeri musicali intrisi di amore e violenza. 

Non si può certo dire che Todd Phillips manchi di coraggio. L’enorme successo di Joker era già una montagna altissima da scalare, roba da far tremare i polsi di registi più scafati e abituati al cinema d’autore. Phillips non solo non si scompone, ma rilancia, realizzando un musical psicoanalitico a tinte dark, uno splendido ibrido di generi che ci porta ancora una volta a esplorare la mente di Arthur Fleck, questa volta abitata non solo da depressione, inadeguatezza, e folle desiderio di rivalsa, ma anche dall’amore. Un amore vero, non come quello immaginario vissuto nel primo film – o almeno così sembrerebbe. Lee è innamorata di lui, lo bacia, lo loda, gli si concede, lo supporta nel suo processo, spingendolo ad abbandonare la tesi difensiva della malattia mentale per abbracciare finalmente la sua nuova identità: il volitivo, carismatico, violento Joker, anziché il timido, patetico, sottomesso Arthur. Ma è questo quello che vuole davvero Arthur? O sta solo, ancora una volta, cercando disperatamente qualcuno che lo ami?

Se il tema del primo film era raccontare le origini della follia e della violenza, ricercandone le radici nelle umiliazioni e nella sperequazione sociale, in questo film Phillips riparte dal finale di Joker: dalle rivolte che parevano fumettistiche, ma si sono rivelate tristemente reali; e dal fatto che molti hanno visto in Joker/Arthur non come un simbolo di ciò che non funziona nella società, ma un esempio da seguire. Folie à Deux racconta proprio questo, il momento in cui una persona diventa un simbolo, un’idea, che prende vita propria indipendentemente da ciò che pensa e fa chi le ha dato vita.


Laddove Joker racconta una follia individuale, il suo seguito ne racconta una collettiva e di coppia. Quello tra Arthur e Lee è un amore malato, che sconfina nell’idolatria, e rappresenta appieno il meccanismo perverso che fa sì che personaggi negativi diventino riferimenti, modelli da seguire. Arthur vorrebbe smettere di essere Joker, ma né Lee né la società glielo permettono: chi lo odia pensa che lui non possa cambiare, chi lo ama pensa che non debba vergognarsi di essere chi è. L’idea, ammonisce Phillips, sopravvive al suo portatore, e si gonfia, si deforma, diventa sempre più mostruosa. Magari scompare, per un periodo, ma poi torna, riemerge, più forte e spaventosa che mai. Folie à Deux parla del nostro quotidiano, in cui la celebre frase di Marx sembra essere stata sovvertita, con la storia che si ripete due volte, ma la seconda non è una farsa: è una tragedia ancora più cupa della prima.

Folie à Deux è un film cupo e privo di speranza, ma al tempo stesso guidato dalla speranza di essere amati, di trovare il proprio posto nel mondo. I numeri musicali riflettono questa natura ossimorica, ondeggiando tra la purezza dei sentimenti dei grandi musical hollywoodiani e l’oscurità che pervade la Gotham di Phillips. Le musiche sono solari, ma punteggiate di distorsioni; le luci sono brillanti, ma accompagnate da coreografie cupe e violente; la voce di Lee è perfetta, pulita, quella di Arthur sofferta, un sussurro di dolore che a volte si fa urlo. 

Lady Gaga offre la miglior prova attoriale della sua breve carriera nella recitazione (per onestà va anche detto che non aveva una grande montagna da scalare, per citare uno dei numeri musicali del film), mentre Phoenix è ancora una volta semplicemente strepitoso nel restituire la doppia natura di Arthur/Joker. Le sue doti canore e di ballerino sono una sorpresa, la sua capacità recitativa – a livello sia vocale che fisico – una garanzia. Il suo canto è straziante, una richiesta di aiuto che nessuno sente, il suo corpo lo specchio di una mente deformata, contorta, che vuole solo essere amata, anzi, non ambisce nemmeno a tanto: vuole solo essere vista, notata, considerata. C’è uno scambio con uno dei suoi ex colleghi clown, in tribunale, che racchiude in pochi minuti tutto il dramma di Arthur, tutto ciò che Phillips ha cercato di raccontare in questi due film, e in cui Phoenix offre uno dei tanti momenti emotivamente devastanti del film. 

Phillips osa anche nel finale, coraggioso, potente, inevitabile. Il regista non sceglie la strada facile, ma percorre fino in fondo la strada complessa, in salita, e arriva in cima alla montagna: all’orizzonte si vedono solo cenere e macerie, ma bisogna prima riconoscere il problema, a costo di passare per Cassandre, per poterlo risolvere. Folie à Deux ancora una volta usa il genere – anzi, i generi – per parlare dell’oggi, della realtà, e dei pericoli del futuro: vedremo se lo staremo a sentire, o se affonderemo, cantando e ballando mentre il mondo va in fiamme.

**** 1/2

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

martedì 24 settembre 2024

Vermiglio

Piccolo mondo antico


Italia, ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale. La famiglia Graziadei vive a Vermiglio, un paesino sulle Alpi dove la vita scorre lenta e la guerra sembra lontanissima, a eccezioni della mancanza dei ragazzi arruolati. Un giorno il cugino dei Graziadei torna, portato in spalla da un altro soldato, siciliano: sono fuggiti da un campo di prigionia tedesco. I Graziadei lo ospitano perché altrimenti sarebbe rimandato al fronte, e la sua permanenza, accompagnata dalla crescita dei tanti figli e figlie della famiglia, provocano una reazione a catena che scuote il quieto mondo della valle.

Ha le sue radici nel cinema di Ermanno Olmi e Giorgio Diritti l’opera seconda di Maura Delpero: un cinema bucolico, fatto di quotidianità e provincia, senza patinature, attento a raccontare la vita reale e le relazioni tra persone (non personaggi). Proprio sulle relazioni si concentra Vermiglio, che fa affezionare lo spettatore alle sue protagoniste (soprattutto) e ai suoi protagonisti tratteggiandoli nelle loro sfide giornaliere, ma soprattutto in un momento di transizione: la guerra sta per finire, e figlie e figli adolescenti si affacciano sull’età adulta, con tutti i suoi turbamenti emotivi ed esistenziali. Nel mondo sospeso di un paesino innevato sulle Alpi, il cambiamento, seppur piccolo, può diventare in breve tempo una valanga.

Vermiglio non ha un tema preciso: usando una frase fatta, si potrebbe dire che parla di vita. L’abilità di Delpero sta nel tratteggiare personaggi realistici, diversi ma accomunati dal loro desiderio di un qualcosa di “altro”, soprattutto i più giovani – un altro che la valle, giocoforza, fa fatica a offrire. Il film offre anche un ritratto sociologico della vita di provincia negli anni della guerra e immediatamente successivi. In questo senso è illuminante soprattutto il ruolo del papà dei Graziadei, il maestro del paese, severo ma giusto, e devotissimo alla sua missione di nutrire le menti e le anime delle sue alunne e dei suoi alunni, sia con le sue lezioni, sia attraverso l’ascolto di musica classica. Vediamo quindi un paese ignorante ma desideroso di imparare, dove l’istruzione è ancora uno status symbol importante anche per chi magari passerà tutta la vita nei campi. In un’epoca in cui si parla incessattemente di aberrazioni come “il sapere utile”, dove “utile” significa “che serve al lavoro”, è rinfrescante vedere come fosse diversa la filosofia soltanto settant’anni fa, dove si pensava a formare persone e cittadini prima che lavoratori.

Il film pecca di un’eccessiva lunghezza e della mancanza di momenti emotivi veramente forti, ma avvolge lo spettatore dolcemente, come una nevicata leggera, trascinandolo in un’atmosfera ovattata che rievoca un mondo che non c’è più e ci fa osservare i suoi abitanti che, apparentemente immobili, si muovono a velocità sempre crescente verso il loro futuro – un futuro nuovo, incerto, ma proprio per questo pieno di speranza.

*** 1/2

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

venerdì 6 settembre 2024

Telegrammi da Venezia 2024 - #7

Settimo telegramma da Venezia 2024, tra rivendicazioni sindacali intrise di misticismo, geniali autoparodie, documentari su Cina e Ucraina, storie di immigrazione, e riflessioni sull'amore.


Sugar Island (Giornate degli Autori), voto 7. La rivendicazione dei diritti dei lavoratori delle piantagioni da zucchero in Repubblica Dominicana si intreccia con il misticismo locale, con un culto matriarcale che cerca di comprendere il corso degli eventi. Al centro, la vicenda di una ragazza senza documenti e identità, condannata ai margini dagli errori del passato che continuano ad avere un impatto sul presente. Non tutto funziona, ma la commistione tra tematica socio-sindacale e mistica è originale e ben costruita.

Broken Rage (Fuori Concorso), voto 8. Kitano realizza un film ferocemente dissacrante, con una prima metà che è un thriller serio e teso, e la seconda che è una spledida parodia della prima. Si ride a crepapelle, ma le risate non nascondono la sublime sensibilità di Kitano per la messa in scena: ogni inquadratura è una piccola opera d'arte.

Youth: Homecoming (Concorso), voto 6. Documentario sulla gioventù cinese e il suo rapporto con il mondo del lavoro, che soffre di un'eccessiva lunghezza e di una scarsa attenzione per chi non conosce bene la società cinese, che fatica a comprendere molti passaggi della vicenda narrata.

Love (Concorso), voto 6.5. Love è un film di buona fattura che, nonostante qualche giro a vuoto, riesce a offrire alcuni momenti di riflessione e lirismo, grazie anche a un ottimo uso della luce, che dipinge momenti, persone, situazioni, stringendoli in un caldo abbraccio che li rende fortemente, irresistibilmente umani. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Songs of Slow Burning Earth (Fuori Concorso), voto 6.5. Interessante documentario che racconta come è cambiata la quotidianità degli Ucraini con la guerra. Immagini interessanti, ma il taglio è forse troppo cronachistico, senza una riflessione o un punto di vista "particolare."

Little Jafna (Settimana della Critica), voto 8. Due gang rivali di origine tamil si affrontano per le strade di Parigi. Il loro paese d'origine (Sri Lanka) domina la scena nonostante la distanza geografica, regalando uno spaccato sociale degli espatriati che intrattiene e fa riflettere.

Pier e Simone

mercoledì 4 settembre 2024

Telegrammi da Venezia 2024 - #6

Sesto telegramma da Venezia 2024, tra celebri villain che si danno al musical, la storia del porno italiano, giovani adulti fissati con le morti celebri, guerre da prospettiva domestica, e folk horror in salsa calabrese.


Diva Futura (Concorso), voto 8. Giulia Steigerwalt, alla sua opera seconda, firma quello che è fin qui il film italiano migliore tra quelli in Concorso, la storia di Diva Futura, l'agenzia di casting e produzione specializzata in pornografia che lanciò, tra le altre, Cicciolina, Moana Pozzi, ed Eva Henger. Steigerwalt firma un'opera fresca, vitale, un inno alla libertà femminile ben girato sia a livello di immagini che di ritmo e direzione degli attori, con un bellissimo finale. Al centro di tutto c'è Riccardo Schicchi, folletto pieno di idee ed energia e di una visione pura e libera del corpo femminile, interpretato magistralmente da Pietro Castellitto. Accanto a lui le sue attrici, ma anche la segretaria Debora Attanasio, coscienza e colonna portante dell'agenzia. Ottima prova corale del cast femminile, tra cui spicca Barbara Ronchi nella parte della Attanasio.

Joker: Folie à Deux (Concorso), voto 8.5. Folie à Deux riparte dal finale di Joker (le rivolte), e racconta il momento in cui una persona diventa un simbolo, un'idea, che prende vita propria e si gonfia, si deforma, diventa sempre più mostruosa. Phillips ancora una volta usa il genere - anzi, i generi - per parlare dell'oggi, della realtà, e dei pericoli del futuro: vedremo se lo staremo a sentire, o se affonderemo, cantando e ballando mentre il mondo va in fiamme. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Paul and Paulette Take a Bath (Settimana della Critica), voto 7.5. Due ragazzi fissati con la storia e le morti famose si incontrano per caso a Parigi. Diventano amici, amanti, qualcosa di difficilmente definibile, mentre cercano se stessi e cercano di elaborare i propri traumi. Il film è uno strano pastiche di opere molto diverse come Harold & Maude e The Dreamers: il risultato, seppur con qualche passaggio a vuoto, funziona, e ci regala una storia divertente, malinconica, vera.

Honeymoon (Biennale College), voto 6.5. Una coppia ucraina decide di non lasciare il proprio paesino, convinti che la guerra non arriverà fin lì. Ovviamente si sbagliano. La vicenda è narrata tutta all'interno dell'appartamento, restituendo un'esperienza claustrofobica della guerra che funziona ma non ottiene un particolare impatto emotivo.

Basileia (Giornate degli Autori - Fuori Concorso), voto 6.5. Dopo una partenza alla Indiana Jones, il film cambia direzione e vira verso il folk horror con note ambientaliste.. La buona idea viene parzialmente affossata dallo scarso budget, che lascia una sensazione da "vorrei ma non posso." Però avercene di film italiani così ambiziosi.

Pier e Simone

martedì 3 settembre 2024

Telegrammi da Venezia 2024 - #4

Quarto telegramma da Venezia 2024, tra eutanasia, villaggi alpini e di campagna, perdita della memoria, e grandi registi che cercano di adattare grandi scrittori, con risultati altalenanti.


The Room Next Door (Concorso), voto 6.5. Almodovar realizza un film sull'eutanasia splendidamente recitato da Swinton e Moore (anche se la scelta di far fare due personaggi alla pur ottima Swinton risulta posticcia anziché efficace) e con una fotografia pittorica. Tuttavia, la sceneggiatura è eccessivamente verbosa, con una serie di monologhi simil-teatrali che riducono la credibilità e il coinvolgimento emotivo.

Vermiglio (Concorso), voto 7. Italia, anni Quaranta. Una famiglia che vive in un paesino sulle Alpi trentine vede la sua quotidianità sconvolta dall'arrivo di un fuggiasco dalla guerra e dalla crescita delle figlie. Film di respiro, fatto di quotidianità e atmosfere, che ricorda i lavori di Giorgio Diritti nella sua indagine del rapporto uomo-natura e delle relazioni umane. Tocca le corde giuste, nonostante una lunghezza eccessiva. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Familiar Touch (Orizzonti), voto 8. Una donna ancora autosufficiente ma con gravi problemi di memoria si trasferisce in una clinica. Toccante e commovente, il film affronta il problema del declino cognitivo dal punto di vista del paziente, ma senza indulgere né negli orrori della malattia né in facili pietismi. La protagonista (seria candidata al premio come migliore attrice della sezione Orizzonti) vive la sua quotidianità con leggerezza e sorrisi, cercando di trovare un raggio di luce nell'ombra che le sta calando nel cervello.

Queer (Concorso), voto 6.5. Guadagnino adatta l'omonimo romanzo di Burroughs, e conferma ancora una volta la difficoltà nel portare al cinema i romanzi della beat generation. La storia è infatti di scarso interesse, perché l'innovazione non sta nel "cosa" racconta Burroughs, ma nel "come": una prosa innovativa, che scardina le convenzioni sia a livello stilistico che narrativo. Guadagnino, invece, gira in modo iper-classico, e non bastano alcune scene allucinatorie per restituire lo stile di Burroughs. In generale, è difficile immaginare un regista meno adatto ad adattare l'autore più geniale del gruppo beat: laddove Burroughs è sporco, sudicio, distrutto, Guadagnino è pulito, lucido, patinato. Bellissima la forma (soprattutto l'uso di luce, debitore anche di Storaro nel finale, e colore); ma la sostanza è davvero poca.

Harvest (Concorso), voto 5. Un villaggio vive in pace con se stesso e la natura, vivendo una vera esistenza comunitaria, fino a quando un cambio nel proprietario terriero sconvolge la quotidianità dei protagonisti. Il film sembra indeciso su che strada prendere, flirtando con il folk horror e con il dramma d'epoca senza però mai prendere una decisione. Il risultato è un film confuso, lento, e sconclusionato, che non può essere salvato da alcune scene molto riuscite e dalla buona prova del cast.

Pier e Simone

domenica 1 settembre 2024

Telegrammi da Venezia 2024 - #3

Terzo telegramma da Venezia, tra film che sembrano canzoni di Jannacci, sparizioni illustri sotto la dittatura, maestri giapponesi, una "buddy cop" comedy rovesciata, e la testimonianza di un momento raro: la nascita di un capolavoro.


La Storia del Frank e della Nina (Orizzonti Extra), voto 8. Una fiaba contemporanea che sembra uscita da una canzone di Jannacci, che racconta gli invisibili (per scelta e per la società) e il disagio di una generazione con dolce creatività, immergendoli in una Milano sconosciuta, lirica, e bellissima.

Miyazaki, Spirito della Natura (Classici Doc), voto 6. Buon documentario per chi vuole conoscere la poetica e l'opera di Miyazaki. Per chi è già esperto nell'opera del maestro giapponese c'è poco, ma i materiali d'archivio sono comunque interessanti.

The Brutalist (Concorso), voto 10. The Brutalist è un film per cui non è fuori luogo l'abusata parola "capolavoro". Corbet ha realizzato un'opera destinata a fare la storia della settima arte, un film creativo, emotivo, cerebrale, che toglie il fiato per ambizione, portata, complessità a qualunque livello - narrativo, visivo, musicale, sonoro. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

Wolfs (Fuori Concorso), voto 7.5. Bell'incrocio tra gangster movie e cop comedy, con Clooney e Pitt che interpretano due "Mr. Wolf" che risolvono problemi e si trovano a dover collaborare quando vengono chiamati per risolverne uno. Watts scrive e dirige un film divertito e divertente, che gioca con gli stilemi del genere senza risultare banale.

Ainda Estou Aqui (Concorso), voto 7.5. La storia vera del desaparecido Rubens Paiva, fatto sparire dalla dittatura brasiliana negli anni Settanta, vista dal punto di vista di sua moglie, che fa di tutto per scoprire cosa gli sia successo. La forza nel film sta nei minuti iniziali, in cui il regista tratteggia uno splendido ritratto di famiglia, che ci fa affezionare ai protagonisti e rende ancora più straziante il momento del rapimento, e il vuoto, l'incertezza dilaniante che ne conseguono. Un po' sfilacciato sul finale, ma offre comunque un ottimo ritratto dell'epoca.

Pier

venerdì 30 agosto 2024

Telegrammi da Venezia 2024 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia, e vi accompagnerà per tutta la Mostra del Cinema con i suoi telegrammi, recensioni brevi dei film visti nelle varie sezioni. Una Mostra con tantissimi titoli interessanti, che promette belle sorprese e anche qualche inevitabile delusione.


Ecco i film visti nel primo giorno e mezzo di Mostra:

Beetlejuice, Beetlejuice (Fuori Concorso), voto 7. Burton torna all'universo (e al genere) che lo ha reso famoso e firma una dark comedy divertente e divertita, meno dissacrante dell'originale ma con una verve visiva finalmente ritrovata - per quanto in parte già vista -  dopo gli innumerevoli passi falsi disneyani. Tematicamente Beetlejuice, Beetlejuice dimostra un'attenzione maggiore al lato emotivo della narrazione: mentre Keaton gigioneggia adorabilmente, Burton trova il tempo di parlare del male nascosto dei sobborghi USA, di lutto, e di relazioni familiari.

Separated (Fuori Concorso), voto 7.5. Morris firma un efficace documentario sulla family separation policy dell'amministrazione Trump. Lo fa con un piglio di denuncia alla Michael Moore ma uno stile più sobrio, secco, espositivo, che colpisce dritto allo stomaco proprio per la pulizia della narrazione, e viene solo parzialmente sporcato dalla scelta di avere delle parti ricostruite che ondeggiano tra il ridondante e l'inutile. Qui la recensione completa fatta per Nonsolocinema.

Nonostante (Orizzonti), voto 5. Uno spunto potenzialmente geniale - un ospedale abitato dalle anime di chi è in coma - elaborato in maniera pasticciata, confusa, senza né capo né coda. Peccato, perché per ambizione e creatività visiva questa opera seconda da regista di Mastandrea poteva essere molto di più.

El Jockey (Concorso), voto 8.5. Si può parlare di identità (di genere, ma non solo) facendo un film sull’ippica? La risposta è sì. El Jockey è un film sulla necessità di rinnovarsi e sul potere catartico di questo atto di riscoperta, in grado di correggere la rotta di una vita lanciata come un cavallo in corsa, riuscendo a evitare che si schianti sulle balaustre e facendolo invece correre, finalmente, libero, verso un futuro non ancora scritto.Qui la recensione completa fatta per Nonsolocinema.

Maria (Concorso), voto 7. Larrain racconta la Callas in modo patinato, attraverso un melodramma perfettamente confezionato ma scontato, che si concentra sulle sue storie d'amore e sulla sua natura di diva tanto quanto sulla sua musica. Peccato, perché il dramma di una donna che non riesce più a fare ciò che l'ha resa immortale meritava più spazio, così come altri capitoli della sua vita artistica (il rapporto con Visconti e Di Stefano e la sua carriera cinematografica in primis) che potevano sostituire molti inutili siparietti domestici (soprattutto) e alcune delle interazioni con Onassis. Il film risulta comunque ben riuscito grazie a una prova strepitosa di Angelina Jolie, che dà corpo e voce alla fragile divinità della Callas.

Pooja, Sir (Orizzonti), voto 6.5. Il film racconta un indagine su un caso di rapimento in Nepal, sullo sfondo di tensioni etniche e discriminazione di genere. Il film funziona, pur senza guizzi significativi e con una lunghezza forse eccessiva: è teso il giusto e la tematica culturale è affrontata con un taglio umano che conquista.

Pier


lunedì 15 gennaio 2024

Enea

Raccontare il vuoto


Enea e Valentino sono due ragazzi figli di famiglie della Roma salottiera e borghese. I due diventano spacciatori di cocaina quasi per gioco, senza rendersi conto né interessarsi troppo delle implicazioni e delle conseguenze di ciò che fanno.

Dopo il buon esordio di Predatori, Pietro Castellitto torna dietro la macchina da presa con una storia dalla tematica simile – il disagio generazionale di una specifica classe sociale – ma dalle ambizioni più elevate, sia a livello narrativo che a livello visivo.

Enea racconta i figli della Roma bene della sua età, dipinti come una generazione vuota, anzi, svuotata. L’unico valore che sia stato loro impartito è quello del denaro, della chiacchiera fine a se stessa, che non ha davvero nulla da dire (emblematica, in tal senso, la madre di Valentino). Le loro sono famiglie che pensano solo a perpetrare se stesse come collettivo, soffocando ogni individualità, ogni aspirazione. Titillano i figli con la prospettiva di mille opportunità che non si concretizzeranno mai e, anzi, spesso contribuiscono attivamente a non far concretizzare.

Castellitto guarda a un mondo che è innegabilmente il suo, ma non lo fa con simpatia o quantomeno empatia come viene sempre fatto in Italia dai cosiddetti “drammi borghesi”, ma con cattiveria, quasi con odio. Lo sguardo registico non ha alcuna pietà dei suoi personaggi, a partire dai due protagonisti, di cui mette pienamente a nudo l’insopportabile arroganza, lo scarso senso della realtà (“tu sei nato ricco”, dice a un certo punto il padre di Enea, riassumendo alla perfezione il problema), la totale mancanza di senso di responsabilità.

Quando qualcosa cambia, è troppo tardi, e resta solo da scegliere se trovare una via di fuga onorevole (o presunta tale, ma mi fermo qui per evitare spoiler) o semplicemente ignorare ciò che si è fatto, sperando che si risolva da solo perché è quello che la mia condizione sociale mi ha abituato a fare. Il finale è la sublimazione di questo atteggiamento, un finale potente in cui sullo sfondo c’è la morte e in primo piano la vita che continua e che addirittura vola verso l’alto, i protagonisti prigionieri (in)consapevoli di una favola che continuano a raccontare a se stessi. Ciò che sembra poetico è, infatti, l’ultima stoccata di Castellitto, la critica di un’illusione, di un’autonarrazione destinata a infrangersi di fronte alla cruda realtà.

Castellitto e Giorgio Quarzo Guarascio (il rapper Tutti Fenomeni) rendono alla perfezione il vuoto interiore di Enea e la strisciante depressione di Valentino. Enea è un guscio, incapace di capire le emozioni delle persone intorno a lui, e persino i suoi tentativi di redenzione, come aiutare il fratello adolescente o trovare l’amore, sono goffi, innaturali, e posticci, e destinati al fallimento. Castellitto lo interpreta di conseguenza, con un’espressione vacua sul volto, una maschera incapace di emozioni. Il suo fallimento è sublimato in una splendida scena muta con Valentino, in cui il rapporto tra i due viene squadernato con dolente dolcezza.

A livello visivo Castellitto esce dagli ambienti chiusi di Predatori e si tuffa in una Roma a volte lirica, a volte squallida, a volte solare, a volte crepuscolare, dove alla bellezza esteriore corrisponde una bruttezza interiore, e viceversa. Le scene più ricche di dignità si svolgono in case di riposo o vecchie automobili, illuminate in luce naturale, senza fronzoli; quelle più marce si svolgono in discoteche monumentali dalle luci sulfuree, che sembrano uscite da Apocalypse Now, e in splendidi circoli privati inondati di sole.

Castellitto, dunque, alza il tiro, realizzando un film complesso, sfaccettato, con tanti livelli di lettura e continui cambi di direzione. Spesso il film gli scappa di mano, alcuni dialoghi sono un po’ troppo retorici, e in generale non tutti i momenti sono riusciti. Resta, tuttavia, una visione originale, unica, che fa sì che il film nel complesso funzioni, e che alcuni dialoghi e immagini rimangano impressi nella memoria. In un cinema che ha fatto del compitino uno stile di vita, è bello vedere qualcuno che punta in alto, anche a costo di inciampare e fallire, nel tentativo di dire qualcosa di nuovo, o quantomeno di dirlo in modo diverso.

*** 1/2

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

sabato 16 dicembre 2023

Ferrari

Il motore sotto il cofano


Modena 1957. Enzo Ferrari, ex pilota e fondatore dell’omonima e celeberrima casa automobilistica, si trova ad affrontare una crisi personale e professionale. L’azienda è in grave difficoltà finanziaria, e il matrimonio con la moglie Laura è entrato in crisi in seguito alla morte del loro unico figlio, Dino, e la moglie non sa ancora che Enzo ha un figlio, Piero, nato fuori dal matrimonio. Il riscatto – professionale e, forse, anche personale – passa dalla vittoria nella “Mille Miglia”, leggendaria e folle gara di velocità.

In una scena di Ferrari, Enzo invita il piccolo Piero a immaginare il funzionamento di un motore senza averlo davanti, un motore sempre nascosto dal cofano ma così centrale al funzionamento dell’automobile; un motore la cui bellezza (o bruttezza) è importante tanto quanto la bellezza esteriore dell’automobile. Questo dialogo, all’apparenza secondario, racchiude in sé il tema centrale del film: il rapporto tra pubblico e privato, tra ciò che si vede e ciò che si nasconde sotto il cofano, invisibile, ma senza il quale l’auto non può nemmeno mettersi in moto.

Nonostante offra due diverse facce al mondo – energico e imperscrutabile in pubblico, fragile ed emotivo in privato, Enzo Ferrari scopre sulla sua pelle che le due sfere non sono separate, ma sono vasi comunicanti che è impossibile tenere completamente isolati. La sua crisi privata e famigliare si riverbera anche sulla sua azienda e sulla sua capacità di tenerla a galla. Ferrari, di fronte a questa doppia sfida, fa ciò che gli riesce meglio: rilancia, anziché arretrare, alzando il livello della sfida per sé e per i suoi dipendenti. 

Sembra strano che Michael Mann, in un film fatto di corse di automobili, di adrenalina e velocità, decida di occuparsi della sfera privata del protagonista. Eppure è proprio dalla tensione tra pubblico e privato che scaturisce la forza di Ferrari, l’energia che si accumula in silenzio, sotto traccia, e che poi esplode nel terzo atto, in cui la Mille Miglia, da semplice corsa, diventa molto di più: una sfida contro il tempo ma anche contro se stessi, contro un paese che non riesce a guardare avanti ma ha lo sguardo ostinatamente all’indietro e che però, nonostante questo, non riesce a distogliere lo sguardo dalle alchimie di motori del mago di Maranello. 

Mann evita la facile retorica e i pietismi che solitamente caratterizzano le descrizioni della sfera privata (chi scrive si è trovato, con un brivido di paura, a immaginare durante la proiezione come un regista medio italiano avrebbe trattato la materia, conferendole il classico taglio da “dramma da tinello”). Racconta il Ferrari privato con un taglio asciutto, cronachistico, aiutato anche dall’ottima prova di Adam Driver e Penelope Cruz (con buona pace di Favino e della sua sterile polemica veneziana), maestro e maestra dell’emozione trattenuta, della rabbia e della frustrazione accennate ma mai pienamente lasciate esplodere. 

Il Ferrari pubblico è invece raccontato con pathos, adrenalina, emozioni pulsanti, vive, di chi vede ogni giorno la morte in faccia. Mann dirige le scene delle corse con mano impeccabile, realizzando una Mille Miglia a tutto gas perfetta a livello visivo e di ritmo. 

Ferrari è un film di emozioni e ambizioni, sia realizzate che frustrate; è uno spaccato biografico di un uomo di contraddizioni, che sognava la normalità ma al tempo stesso desiderava l’immortalità, il brivido, il superare i propri limiti, ancora, e ancora, e ancora, fino alle estreme conseguenze.

****

Pier


Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

mercoledì 6 dicembre 2023

Un Colpo di Fortuna - Coup de Chance

Il gioco del Fato



Fanny e Jean sembrano la coppia ideale. Sono ricchi, felici, e innamorati, nonostante le loro differenze: romantica e amante del rischio Fanny, metodico e deciso a controllare tutto Jean. Quando però nella vita di Fanny riappare Alain, suo ex compagno di liceo, tutto cambia all'improvviso. 

Bandito da Hollywood, Woody Allen si ritira in Francia (ironicamente, ciò che aveva previsto in Hollywood Ending) per il suo primo film non in inglese, e realizza un piccolo gioiello: un film brillante, poliedrico, sfaccettato. Un colpo di fortuna prende le mosse da un triangolo amoroso e diviene poi thriller, noir, tragedia greca senza perdere un'oncia di coesione e ritmo. Al centro, il ruolo della fortuna e del caso, un tema che sembra interessare molto Allen negli ultimi anni, da Match Point in poi. 

Alain è un agente del caso, e Fanny se ne fa travolgere, abbandonandosi al sentimento e agli eventi. Jean, invece, il caso lo combatte, lo sfida, cerca di domarlo, ghermirlo, incatenarlo. In queste due visioni della vita così opposte si trova il motore del film, il cuore di un dialogo platonico implicito in cui Allen, socraticamente, pone domande più che dare risposte, anche se si può facilmente intuire dove cadano le sue simpatie. 

La prima parte è inondata di dialoghi, in pieno stile alleniano, ma sono dialoghi ben scritti, brillanti, vivi e veri, che portano avanti l'azione anziché appesantirla, delineando un mondo ricchi inani e senza nulla da dire, intrappolati in gossip e routine di cui Fanny, nonostante tutti i suoi privilegi, finisce per sentirsi prigioniera. I personaggi sono ben delineati e interpretati, con Lou de Laâge che, come spesso accade alle protagoniste di Allen, brilla di luce propria (complice anche la splendida fotografia di Vittorio Storaro), donando alla sua Fanny il giusto mix di sensualità, humor, indolenza e innocenza. Valérie Lemercier è perfetta nel ruolo della madre di Fanny, e regala una prova che ricorda quelle di Diane Keaton negli anni più maturi della sua carriera. 

Nella seconda e nella terza parte i dialoghi si rarefanno, lasciando spazio all'inesorabile azione del Fato, con i personaggi che, anche quando credono di avere in mano la situazione, stanno solo creando le premesse per la loro disfatta. Il cinismo di Allen emerge più chiaramente in questa seconda parte, ma a differenza che in altri suoi film non supera l'affetto con cui il regista guarda ad alcuni dei suoi protagonisti. 

Un colpo di fortuna è il miglior film di Allen dai tempi di Blue Jasmine, un film che si presenta come una commedia sentimentale ma finisce per parlare della natura umana, del desiderio, e del destino, cinico e baro, sì, ma anche capace di catarsi e liberazione.

**** 1/2

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

giovedì 9 novembre 2023

The Killer

La routine dell'omicidio


Un killer senza nome vive la sua professione con ossessiva meticolosità. Un giorno, però, fallisce un obiettivo, e la sua vita ordinata e senza variazioni viene del tutto sconvolta. 

Fare il killer è un lavoro come un altro: questo sembra essere l’assunto che guida il nuovo film di David Fincher, in cui il protagonista ha la verve e le strette routine di un impiegato, l’approccio metodico e controllato di un contabile, la divisione vita-lavoro di chi timbra il cartellino. Il killer interpretato da Fassbender è anonimo e vuole esserlo, ripete continuamente le sue regole come un mantra, e medita per mantenere sotto controllo le sue emozioni: incarna, in sintesi, la banalità del male, un male fatto di apatia e meccanica ripetizione. 

Ma come reagisce un uomo del genere a un imprevisto che sconvolge, anzi, distrugge le sue routine e le sue abitudini? La rottura dei fragili equilibri che regolano le nostre esistenze è un leitmotiv della cinematografia fincheriana, e in particolare dei suoi film che si focalizzano su omicidi e killer come Se7en e Zodiac. Lì però il killer era l’elemento destabilizzante, il Male che si infiltrava nelle vite di persone comuni, sconvolgendole fino a farsi ossessione. Qui è il killer a subire, in un certo senso, la sua stessa medicina, e la sua reazione è il focus principale del film.

Sfruttando lo strumento della voce narrante, Fincher esplora la psiche del suo protagonista. I diversi approcci che usa per affrontare gli ostacoli di diversa natura che gli si parano davanti ci rivelano vari lati della sua personalità, che scopriamo essere più sfaccettata di quello che sembrava in prima istanza. Fassbender mette fisico e espressione glaciale al servizio di questo lavoro di introspezione, che risulta quindi ben riuscito. 

Ciò che manca, tuttavia, è la scintilla che elevi il film al di sopra di un “semplice” lavoro ben riuscito: Fincher realizza un film solido ma apatico, un’aggiunta interessante ma minore alla sua cinematografia in generale, e a quella dedicata alle pulsioni più oscure dell’animo umano (tra cui spiccano i due film sopracitati) in particolare. Alcune sequenze sono decisamente ben fatte, ma per il resto The Killer scorre verso il suo finale senza sussulti, con un ritmo regolare e ben strutturato che manca però di guizzi, sorprese, originalità. Un peccato per un regista che ci aveva abituato a uno sguardo sempre nuovo anche su tematiche e generi ben collaudati.

***

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

venerdì 8 settembre 2023

Telegrammi da Venezia 2023 - #6

Sesto telegramma da Venezia, tra poteri curativi, rapimenti statalizzati di bambini, geni dell'arte, geni della musica e della comicità, e percorsi alla ricerca di un'identità.



Holly (Concorso), voto 6.5.  Un’interessante, seppur disunita, meditazione di afflato biblico su tematiche universali della condizione umana: utilizzo dei talenti, colpa, espiazione, sacrificio. Holly le racconta attraverso gli occhi di una bambina dolente, vittima di bullismo, ma in grado nonostante questo di rivolgere le sue energie ad aiutare gli altri, anziché vendicarsi dei torti subiti. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Lubo (Concorso), voto 5. Giorgio Diritti vorrebbe raccontare la tragedia dei figli della comunità rom rapiti dallo stato svizzero durante il secondo dopoguerra con la precisa finalità di eradicare la comunità stessa. Vorrebbe, appunto, perché a metà film il regista perde di vista l'obiettivo e dedica oltre metà delle tre ore di pellicola a un dramma borghese, in cui i figli rapiti vengono dimenticati da protagonista, regista, e spettatori. Il risultato è un film poco potente e di scarsa portata emotiva, un colpo a vuoto laddove poteva essere un colpo allo stomaco. La ricostruzione storica è ottima, ma non basta.

Vengo Anch'Io (Fuori Concorso), voto 8.5. Splendido documentario sul genio creativo di Enzo Jannacci, raccontato attraverso le sue parole, le sue musiche, e i ricordi e i commenti di tanti grandi della comicità e della musica, da Paolo Conte a Renato Pozzetto, da Vasco Rossi a Roberto Vecchioni, tutti legati dalla stima per un artista unico, folle, e geniale. 

Daaaaaali! (Fuori Concorso), voto 6. Piccolo e riuscito divertissement di Quentin Dupieux, che racconta Dalì attraverso la storia, stralunata e surreale, di un documentario, stralunato e surreale, sulla sua vita. Si ride, e si conosce un po' meglio l'artista: nulla di più, ma funziona.

Kobieta Z... (Woman of) (Concorso), voto 8. Un uomo polacco con moglie e figli si rende conto di sentirsi, da sempre, una donna nel corpo sbagliato, e comincia il processo di transizione, nonostante in Polonia non esista una legge in tal senso. Dopo un inizio folgorante, fatto di pochissime parole e immagini liriche ed evocative, il film si incanala su binari più classici ma comunque efficaci, risultando uno dei migliori film su disforia di genere e transessualità grazie alla delicatezza e intimità con cui racconta la storia e tratteggia i suoi protagonisti.

Phantom Youth (Orizzonti Extra), voto 8. Due ragazze kosovare fuggono da casa per andare all'università. Scopriranno che il loro sogno è destinato a infrangersi contro il più oscuro e frustrante dei nemici: la mancanza di fondi. Un film che racconta la ricerca di un futuro da parte di una generazione cui è stato negato e lo fa con la forza di una storia vera, autentica, divertente e disperata, che arriva dritta al cuore.

Pier