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mercoledì 9 settembre 2026

Telegrammi da Venezia 2026 - #4

Quarto telegramma da Venezia, con maledizioni famigliari, imprenditori pazzi e megalomani, film proteiformi, e architetti alle prese con la lotta di classe. 


L'estranea (Concorso), voto 7. Una donna raggiunge la figlia a Roma, in una notte di tempesta, per raccontarle la vera storia degli eventi che hanno colpito la loro famiglia negli ultimi vent'anni. Strippoli realizza un thriller psicologico che flirta con il soprannaturale, in cui una narratrice non sappiamo quanto attendibile dissemina la quotidianità di misteriose figure e implacabili maledizioni. Il confine tra reale e follia si assottiglia, fino a un finale potente e catartico. Il film a volte si perde in lungaggini, ma ha momenti di grande impatto narrativo e visivo (tra questi spicca un intelligentissimo uso della vittoria dell'Italia ai Mondiali 2006), grazie anche alla prova di tutto il cast, in cui Jasmine Trinca è la ottima protagonista ma spiccano soprattutto Romana Maggiora Vergano, magnetica, e Valeria Bruni Tedeschi, in una parte perfetta per lei (a differenza della sua ultima apparizione veneziana).

Musk (Fuori Concorso), voto 7.5. Musk è un documentario ben costruito su una delle figure più influenti del nostro secolo, un coacervo di contraddizioni riconosciute da tutte le persone che gli stanno intorno: un uomo che, (a volte) in meglio e (molto più spesso) in peggio, ha cambiato e sta continuando a cambiare il mondo. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Company (Concorso), voto 7.5. Una sconosciuta si presenta a una festa di Natale e comincia a raccontare la storia di Tom, un anziano eremita che trova una ragazza, Evelyn, svenuta nella neve e la salva portandola in casa sua. Anche Evelyn, però, ha una storia da raccontare. Casey Affleck realizza un film proteiforme, molto originale per struttura narrativa e commistione di generi. Atmosfere da gotico sudista si intersecano al western e alla moltiplicazione dei punti di vista di Rashomon, più altre suggestioni che non si possono rivelare per non fare spoiler di un film che disvela i suoi segreti lentamente, seminando indizi che poi danno frutti nel finale. Affleck si muove tra storie raccontate in epoche differenti che si inseguono, si incastrano, e risuonano tra loro. L'originalità strutturale si riflette anche in una pluralità tematica: il film parla del potere del racconto, ovviamente, ma anche dell'importanza dell'autocontrollo, del perdono, della memoria sia come base dell'identità che come trappola invisibile. La fotografia, tutta in luce naturale, è splendida ed evocativa. Il cast di attrici e attori poco conosciuti (Nick Nolte escluso) è semplicemente perfetto, e dona alla storia ulteriore freschezza. Company è un film strano e poco convenzionale, che ci trasporta all'interno di un "c'era una volta" pieno di oscurità ma anche di luce, in un labirinto di scoperta che ammalierà alcuni spettatori (chi scrive incluso) ma potrebbe respingerne altri.

Bunker (Concorso), voto 7. Sofia e Miguel sono una coppia di ricchi expat - editor di narrativa straniera lei, architetto lui - che vive a Londra con le due figlie. Sposati da tanti anni, il loro rapporto sembra entrare in crisi quando Miguel riceve una commissione strapagata ma molto particolare: costruire un bunker per un ricco magnate del tech. Zeller realizza un film imperfetto ma efficace, che avrebbe potuto colpire molto di più se si fosse affidato di più alla forza delle sue suggestioni simboliche anziché ostinarsi a spiegarle. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Pier

venerdì 6 marzo 2026

Il Mago del Cremlino (In pillole #36)

Politica e teatro


Come si distrugge la verità? La ricetta non è la magia, anche se il titolo sembra suggerirlo, ma una profonda conoscenza della psiche umana e dei trucchi con cui si può ingannarla. A partire dall'omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, Assayas confeziona un thriller politico che racconta la caduta del Muro e l'ascesa di Vladimir Putin attraverso un dialogo/confessione tra un giornalista e Vadim Baranov, ispirato a Vladislav Surkov, eminenza grigia di Putin. Baranov ha un passato da teatrante, e sa leggere, comprendere, e manipolare le emozioni: non serve altro. 

La regia di Assayas è chirurgica, cinica, e mette a nudo la realtà dietro alla narrazione, senza però dimenticare di farci vedere come la seconda può diventare più reale della prima. Il film è sorretto da una sceneggiatura stellare (con la collaborazione, e si vede, di Emmanuel Carrère), costruita attorno a un'immaginaria confessione di Baranov a un giornalista: in un'oasi di pace in mezzo alla neve il Male si mette a nudo e sorride compiaciuto del caos che ha portato nel mondo.

A dare vita e corpo alle parole di Assayas e Carrère c'è un cast perfetto, da un Jude Law/Putin, minaccia silenziosa e predatoria fin dalla sua prima apparizione, a Jeffrey Wright nei panni del giornalista, passando per Alicia Vikander nel classico ruolo di "grillo parlante" declinato però in modo inaspettato. A brillare più di tutti è però Paul Dano, che dopo Il Petroliere torna a essere il volto innocente e seducente del Male, un sorriso disarmante che repelle e conquista allo stesso tempo.

Attraverso la storia di Baranov, Il Mago del Cremlino porta in scena la storia politica dell'Europa e dell'Occidente degli ultimi vent'anni: una storia di lenta corrosione dei valori - una corrosione che rimane invisibile fin quando non è troppo tardie, e che non richiede strategie complesse o complotti occulti, ma una semplice conoscenza degli esseri umani. Baranov ha un passato da teatrante, e sa leggere, comprendere, e manipolare le emozioni: tristemente, non serve altro. 

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Pier

martedì 2 settembre 2025

Telegrammi da Venezia 2025 - #4

Quarto telegramma da Venezia, tra eminenze grigie con la passione per il teatro, lottatori in crisi, sequestratori con cui empatizzare, ed esperimenti che meritavano miglior sorte.


Il Mago del Cremlino (Concorso), voto 8. Come si distrugge la verità? La ricetta non è la magia, anche se il titolo sembra suggerirlo, ma una profonda conoscenza della psiche umana e dei trucchi con cui si può ingannarla. A partire dall'omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, Assayas confeziona un thriller politico che racconta la caduta del Muro e l'ascesa di Vladimir Putin attraverso un dialogo/confessione tra un giornalista e Vadim Baranov, ispirato a Vladislav Surkov, eminenza grigia di Putin. Baranov ha un passato da teatrante, e sa leggere, comprendere, e manipolare le emozioni: non basta altro. Sceneggiatura stellare (con la collaborazione, e si vede, di Emmanuel Carrère), e cast perfetto, da Jude Law/Putin a Jeffrey Wright nei panni del giornalista, passando per Alicia Vikander. A brillare più di tutti è però Paul Dano, che dopo Il Petroliere torna a essere il volto innocente e seducente del Male, un sorriso disarmante che repelle e conquista allo stesso tempo.

The Smashing Machine (Concorso), voto 7.5. Benny Safdie racconta la storia vera di Mark Kerr, lottatore di arti marziali miste, cui Dwayne Johnson presta volto e corpo, raccontandone la forza fisica e la fragilità emotiva. Un solido film sportivo, fotografato con taglio semi-documentaristico, che ha il pregio di non raccontare una classica parabola di caduta-redenzione-rinascita, pur tratteggiandola di sottofondo (con la centralità data alle vicende di Mark Coleman, amico e collega di Kerr) come elemento di contrasto all'evoluzione meno convenzionale della vita di Kerr. Il risultato è un film che non brilla per originalità, ma funziona a livello narrativo ed emotivo, con una morale non scontata.

Dead Man's Wire (Fuori Concorso), voto 8. Gus Van Sant torna alla regia dopo sette anni e lo fa con una commedia-thriller tratta da una storia vera, in un'operazione che ricorda quella operata da Richard Linklater (regista tematicamente simile a Van Sant, e come lui solitamente lontano da questo genere) con Hitman, presentato due anni fa proprio a Venezia. Il film racconta l'assurda storia vera del sequestro del banchiere Richard Hall da parte di Tony Kiritsis. Raccontato con la giusta dose di humor nero, Dead Man's Wire è un'attenta esplorazione della psiche umana e di quanto poco basti per far "impazzire" un uomo probo e onesto. Van Sant esibisce una chiara e sacrosanta favorevolezza alle posizioni di Kiritsis (un ottimo Bill Skarsgard), perfetto esempio del "piccolo uomo" truffato dalle grandi banche e dal sistema capitalistico in generale, realizzando un film che diverte ma porta anche avanti una forte posizione politica, soprattutto di questi tempi.

Orfeo (Fuori Concorso), voto 5. Un voto di stima, perché questo pastiche di live action e animazione realizzato da Virgilio Villoresi con sguardo e fotografia espressionista ha intuizioni visive notevoli e stimolanti. Tuttavia, la trama è un guazzabuglio senza capo né coda, frutto di un adattamento pedissequo dell'opera omonima di Buzzati, che avrebbe richiesto maggior riflessione per essere resa in modo efficace su un altro medium. Non brilla nemmeno il cast (con l'eccezione di Vinicio Marchioni), che sembra essere stato scelto da un cinofilo, anziché da un cinefilo.

Pier

mercoledì 11 gennaio 2023

The Fabelmans

La magia di un mestiere


Il film racconta l'infanzia di Sammy Fabelman, dalla scoperta del cinema a sei anni fino al suo tentativo di iniziare una carriera da regista. Nel mezzo, i trasferimenti per il lavoro del padre e il rapporto con i genitori - inventore lui, pianista mancata lei - e le sorelle. 

C'è un trend impossibile da ignorare nel cinema degli ultimi anni, che vede grandi registi affermati riflettere sul proprio passato, con film autobiografici ricchi di nostalgia (è il caso di Cuarón e di Sorrentino, e in parte anche di Iñárritu), o su quello della propria arte (è il caso di Tarantino, di Scorsese e di Chazelle e, in parte, anche di P.T. Anderson). 

Spielberg unisce queste due tendenze, realizzando un memoir che è anche un inno al cinema - non alla magia della sala e delle immagini in movimento, come in Nuovo Cinema Paradiso, ma proprio al fare cinema, al mestiere, al duro lavoro e all'inventiva che stanno dietro a ogni film, dai grandi blockbuster fino ai film scolastici. Laddove Totò, alter ego di Tornatore in NCS, è uno spettatore appassionato, onnivoro e sognante, Sammy, l'alter ego del giovane Spielberg, fa e vuole fare cinema, non si limita a guardarlo: salvo che nella scena d'apertura vediamo raramente Sammy come spettatore, e solo per pochi istanti. Spendiamo invece tantissimo tempo con lui che cerca la sua strada come cineasta: lo vediamo superare difficoltà tecniche con grande ingegno, affrontare le prime indicazioni registiche a un attore, studiare inquadrature  (vedere Spielberg bambino che spiega la Spielberg face è un inside joke davvero soddisfacente) e, soprattutto, combattere con le resistenze del padre, che lo vorrebbe a fare un lavoro "vero." 

I film artigianali di Sammy sono una storia nella storia, piccoli capolavori di creatività che Spielberg si è palesemente divertito a rigirare in versione migliorata ora che ha a disposizione esperienza e budget. Il film di guerra è un piccolo gioiello, ma a brillare è il meno spettacolare filmato della gita scolastica: un'epopea giovanile degna di Un mercoledì da leoni in cui dei ragazzi diventano per un giorno eroi epici, comici, e drammatici - una perfetta rappresentazione del potere del cinema e del racconto per immagini, capace di creare miti dal nulla.

La storia della sua passione crescente si intreccia con quella del declinante matrimonio dei genitori, due anime uniche e profondamente diverse, che si amano ma non sono fatte per stare insieme: il padre, pioneristico ingegnere informatico, è calmo, metodico, preciso, schivo; la madre, pianista mancata, è irrequieta, saltabeccante, disordinata, e deve essere sempre al centro dell'attenzione. La loro differenza è chiara fin dalla prima scena, quando stanno accompagnando il giovane Sammy al cinema: il padre gli spiega come funziona la tecnologia alla base del cinema, la madre gli parla della magia e dei sogni che le immagini in movimento sono in grado di creare. 

Spielberg mette in scena una famiglia sgangherata, complessa e multiforme, in cui i non detti prevalgono sulle parole e la tensione si muove sotterranea, accumulandosi lentamente fino ad arrivare al punto di rottura. Una famiglia, quella di Sammy, che ricorda da vicino quelle disfunzionali di alcuni grandi romanzi americani (viene subito in mente Le correzioni), ma guardata con sguardo dolce e partecipe. Spielberg e Kushner, che firma con lui la sceneggiatura, sono molto attenti a gettare uno sguardo benevolo su ambedue i personaggi, nonostante quello della madre risulti istintivamente più insopportabile per il suo infantilismo: l'operazione riesce sia perché la sua principale qualità (l'amore e l'incoraggiamento per il figlio) è centrale per la passione di Sammy, sia grazie alla superba prova di Michelle Williams, che riesce a trasmettere alla perfezione la dolcezza e la fragilità che si nascondono dietro la teatralità e i capricci. Accanto al nucleo familiare dei Fabelmans si muovono personaggi memorabili, dal belloccio con una segreta sensibilità artistica al meravigliosamente strambo zio Boris, passando per un famosissimo regista il cui incontro (avvenuto esattamente nelle modalità descritte nel film) segnò la carriera del giovane Spielberg: non diciamo chi sia per lasciare allo spettatore il piacere di godersi la scena in cui fa la sua comparsa.

The Fabelmans non colpisce forte al cuore quanto alcuni dei film menzionati in apertura (È stata la mano di Dio su tutti), ma è scritto con maggiore coesione e precisione, senza sbavature. È una perfetta summa del cinema di Spielberg, nonché un grande esempio di sceneggiatura e, soprattutto, di regia nel suo senso più importante e, al tempo stesso, più dimenticato, quello che il giovane Sammy intuisce in un dialogo con il padre manager: il saper tirare le fila, la direzione efficace di tutte le parti, tutti gli artisti che lavorano su un film, per realizzare una visione di insieme. 
Spielberg realizza un film personalissimo, che racconta non solo la sua vita ma anche il suo lavoro, quello che ancora oggi svolge con grande passione e che è nato su set artigianali, fatti di treni giocattolo, costumi raffazonati, e puntine da disegno. In fondo, anche se molti blockbuster fanno di tutto per farcelo dimenticare, il cinema è fatto di piccole cose: di passione, creatività, ingegno, e sudore - della gioia di un sorriso, e delle sofferenze che nasconde; dello sguardo meravigliato di un ragazzo, e di quel momento di spasmodica attesa prima che anche noi possiamo scoprire cosa abbia visto.

**** 1/2

Pier

lunedì 7 marzo 2022

The Batman

Il mistero del pipistrello


Da due anni Bruce Wayne combatte il crimine a Gotham City nei panni di Batman, giustiziere che si nasconde tra le ombre e sta lentamente diventando sinonimo di terrore tra i criminali. L'omicidio di un personaggio molto in vista lo porterà sulle tracce di un serial killer che ama gli enigmi, ma anche a scavare nella storia ufficiale della città, riportando alla luce storie che, forse, dovevano rimanere sepolte.

Piove, a Gotham City, ma non è una pioggia catartica, che lava via i peccati: è una pioggia tossica, che scava nel terreno e nell'anima e fa riaffiorare scheletri ed esondare le fogne, riportando a galla il marcio su cui è costruita la città. La voce di Batman ci immerge nelle lunghe notti di Gotham, come quella di un detective privato alla Philip Marlowe o alla Sam Spade (o, per citare un esempio più recente, come i protagonisti della saga di Sin City): disincantato, disilluso, portato ad andare avanti solo da un senso del dovere che trova senso in se stesso e non nei risultati, che anzi spingerebbero a desistere.

Fin dalle prime battute, The Batman si rivela per quello che é: un noir, con l'Uomo Pipistrello a fare le veci di Humphrey Bogart, a indagare, stanare, risolvere un caso che da "semplice" omicidio si rivela essere molto di più, aprendo uno squarcio nell'abisso che è il passato di Gotham City. Batman non distoglie lo sguardo, e l'abisso guarda dentro di lui. L'indagine è lenta, faticosa, procede per false piste, tentativi, dettagli non colti, dimenticati, ricordati: il pipistrello è, in fondo, un topo con le ali, e come un topo si perde nel labirinto eretto dall'Enigmista, in un'incarnazione lontanissima da quella di Jim Carrey in uno dei Batman che ci piace dimenticare, e più vicina al serial killer di neo-noir come Seven o Zodiac. Non mancano i classici ingredienti del noir, dalla polizia corrotta alla femme fatale, una Selina Kyle/Catwoman ben delineata per profondità di motivazioni e personalità. 

Al centro di tutto c'è un Batman neofita: Bruce Wayne indossa da appena due anni il costume del pipistrello. La scelta di ambientare il film non "alle origini" del personaggio ma appena dopo consente di esplorare un aspetto finora ignorato da tutte le incarnazioni cinematografiche dell'Uomo Pipistrello (solo Nolan lo aveva sfiorato nel secondo capitolo della sua trilogia), ovvero quello dell'identità, di quale sia la reale missione di Batman. È un vendicatore? Un giustiziere? Un anticorpo al virus che sta divorando Gotham, o un anticorpo autoimmune, che sta contribuendo a distruggere ciò che dovrebbe proteggere? Bruce Wayne è ancora in preda al lutto, e non ha una risposta a questa domanda. Il suo percorso, la sua catabasi nei bassifondi della città lo porteranno a trovarla, e non sarà quella che si aspettava: il regista Matt Reeves gioca con intelligenza con il mito di Batman, e riesce a ricavarne una risposta forse non stupefacente, ma sicuramente diversa, quasi spiazzante rispetto all'immagine che le ultime incarnazioni avevano deciso di abbracciare.


Se la sceneggiatura, pur con qualche lungaggine evitabile e senza guizzi particolari, convince, il pezzo forte del film sta indubbiamente nelle atmosfere. Reeves mostra di aver imparato la lezione visiva di Joker e della serie animata, e ci presenta una Gotham sporca, brutta, realistica ed espressionista al tempo stesso: un trionfo di ombre e vicoli bui, di strade lercie e abbandonate alternate con edifici goticheggianti . La fotografia punta tutto sul rosso e il nero (e loro combinazioni) che campeggiano nel titolo, e riduce la luce al minimo indispensabile, puntando sul non-visto, su quello che si nasconde nell'oscurità (magistrale, in tal senso, la scena di apertura), lasciando che siano gli spettatori a costruire mentalmente quel che non si vede. Le scene di azione sono ben coreografate, con almeno due pezzi di bravura. La colonna sonora di Giacchino è splendida, con un tema principale che entra subito in testa e temi secondari ben orchestrati.

Il vero punto forte del film, però, è il casting: non c'è una parte fuori posto, dall'Enigmista di Paul Dano (debitore dell'Arthur Fleck di Joaquin Phoenix nella scrittura, ma non nell'interpretazione, più simile a quella dello stesso Dano ne Il petroliere) alla Selina Kyle di Zoe Kravitz, passando per l'Alfred di Andy Serkis e il Pinguino dell'irriconoscibile Colin Farrell. Il plauso maggiore, tuttavia, va al Batman di Robert Pattinson: molti erano scettici sulla sua scelta, e invece Pattinson convince come un Bruce Wayne "di transizione", ancora alla ricerca di se stesso, intrappolato da un dolore che gli ha impedito di diventare veramente adulto.

The Batman è un film semplice ma non banale nella concezione e solidissimo nell'esecuzione. Torna alle origini dell'Uomo Pipistrello (Batman nasce proprio come detective) e si riappropria di quelle suggestioni noir e investigative che sono al centro di alcune delle sue avventure più amate (Year One, Il lungo Halloween), raccontando una storia più "quotidiana" (nonostante l'escalation della posta in palio del finale), in grado di far affiorare l'umanità e la fragilità di Batman, eroe umano, troppo umano, sempre sull'orlo del precipizio tra vita e morte, tra sanità e follia, tra vendetta e giustizia.

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Pier

mercoledì 24 giugno 2015

Youth - La giovinezza (In pillole # 2)


Cacofonia di parole, estasi di immagini 


Un regista e un compositore ormai anziani si ritrovano ogni anno in un albergo sulle Alpi svizzere, dove discutono di arte, amicizia, amore e vita. Intorno a loro gravitano vari personaggi che segnano in modo più o meno diretta il loro rapporto con il passato e con il futuro.

Dopo il successo della Grande Bellezza, Sorrentino torna con un film più intimo e personale, che analizza la vecchiaia non con occhio clinico, focalizzandosi sul lento decadimento fisico e mentale come alcuni recenti film (Still Alice, Amour), ma centrando l'attenzione sui sentimenti e i rapporti interpersonali, tra amicizie che si mantengono perché ci si dice solo le cose belle e rapporti familiari più complessi di ciò che appaiono in superficie.

Sorrentino dirige con delicatezza, evitando (con qualche eccezione, come la scena filmata da dietro la rete del ping pong) quell'eccesso di manierismo che aveva caratterizzato La grande bellezza, e focalizzandosi sui personaggi e sul loro rapporto con età e realtà. Il cast è semplicemente superbo, guidato da un Michael Caine che dà significato a ogni silenzio e pregnanza a ogni momento onirico, esaltandone la portata immaginifica ed evitando che finiscano per essere solo esercizi di stile. Accanto a lui si muovono un Harvey Keitel ruvido e disperato, un Paul Dano convincente e finanche commovente, e una strepitosa Jane Fonda in un cameo indimenticabile.

Laddove il film incanta con la forza delle immagini e dei personaggi, cade miseramente sui dialoghi, che sembrano copiati e incollati dalle frasi dei Baci Perugina tanto sono stanchi, triti e banali (come si sente l'assenza di Umberto Contarello!). I momenti parlati sono talmente inferiori a quelli muti che verrebbe voglia che i personaggi non aprissero (quasi) mai bocca, onde evitare la sospensione dell'incantamento di immagini e suoni (ottima colonna sonora). Invece le parole rompono, spezzano, distruggono la magia, rendendo impossibile una piena immersione nel flusso del film, quel dolce abbandono che le atmosfere rarefatte e bucoliche sembrano suggerire.

La storia ha invece momenti eccellenti, dal concentro sui monti immaginato da Michael Caine al personaggio di Maradona, vera e propria summa di tutto il film, un talento cristallino che sopravvive a dispetto di età, decadimento fisico e avversità della vita. E il finale, intimo, astratto, quasi mistico, con l'inquietante presenza-assenza della moglie di Caine, chiude con la giusta dolcezza un film che, se non fosse stato per dei dialoghi ai limiti dell'imbarazzante, avrebbe potuto commuovere.

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Pier

giovedì 27 febbraio 2014

12 anni schiavo

Molto rumore per poco

 

USA, 1841. Solomon Northup è un uomo di colore che vive nello stato di New York. E' nato libero, e si guadagna da vivere come musicista grazie alle sue doti di violinista. Attirato a Washington, DC, con la prospettiva di un ricco ingaggio, viene fatto ubriacare, imprigionato e venduto come schiavo a un proprietario terriero del Sud. Passeranno dodici anni prima che riesca a tornare in libertà, dodici anni in cui sopporterà le peggiori atrocità e crudeltà di cui l'uomo è capace.

Dopo il successo di critica ottenuto con Shame, Steve McQueen torna alla regia con un film annunciato come forte, un pugno allo stomaco, una cronaca senza sconti dell'orrore dello schiavismo. 12 anni schiavo manca invece totalmente del coraggio e della provocatorietà dei precedenti lavori del regista, Shame ma soprattutto Hunger, in cui il progressivo abbrutimento fisico e morale dei protagonisti era analizzato con occhio clinico, vivisezionando freddamente la loro psicologia e fisicità. Qui invece la regia è debole e poco incisiva, oscillando tra pietismo e crudo realismo in un'indecisione che finisce per minare la forza del messaggio del film. 12 anni schiavo è un buon film, ma non è un gran film: ottimamente interpretato e sorretto da una fotografia di altissimo livello, la pellicola tradisce le aspettative proprio in quello che dovrebbe essere il suo punto forte, offrendo una rappresentazione dello schiavismo terribile e raccapricciante, ma di impatto nient'affatto maggiore rispetto a quello di altri film sul tema come Amistad o Django. Il primo risulta migliore per quanto riguarda la descrizione del quadro sociale che rese possibile la schiavitù, mentre il secondo presenta le violenze subite dagli schiavi con una crudezza non certo inferiore e meno artificiosa e pretenziosa. La sensazione è che McQueen sia stato più attento a creare immagini d'impatto che a raccontare una storia, realizzando così un film senz'anima che riesce a commuovere e coinvolgere lo spettatore solo negli splendidi venti minuti finali.

La trama scorre lentamente, tra alcuni momenti inutilmente prolungati e altri ripetuti all'infinito senza che aggiungano nulla di significativo alla storia. Il film è però sorretto da una sontuosa prova collettiva del cast, capitanato da un Michael Fassbender sadico e violento e dalla sofferta interpretazione di Chiwetel Ejiofor, che presta tutto se stesso a una parte difficile e fortemente introspettiva. Accanto a loro sono da segnalare le prove di Paul Dano, pavido schiavista, e di Benedict Cumberbatch, capace di rendere fin dalle prime inquadrature tutta la complessità del suo personaggio. La fotografia alterna immagini di sublimi orrori e terribile bellezza, con panorami mozzafiati macchiati di sangue che si alternano a scene di tortura riprese in campo lungo in un'atmosfera di bucolica pace.  

12 anni schiavo rappresenta un passo indietro nell'opera di McQueen, in grado sì di piacere a un pubblico più ampio, ma mancante di quella forza eversiva e di quel coraggio che avevano fin qui contraddistinto l'opera del regista. Resta comunque un buon film, che racconta con fedeltà e veridicità il capitolo più terribile della breve storia degli Stati Uniti, narrando attraverso un dramma privato la barbarie dello schiavismo. Da vedere, ma senza aspettarsi nulla di rivoluzionario.  

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Pier