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lunedì 7 settembre 2026

Telegrammi da Venezia 2026 - #3

Terzo telegramma da Venezia, con lotte sindacali coreane che diventano scontro tra coppie, amori tormentati, donne in un mondo maschile e ostile, virus misteriosi che causano ustioni, e la poesia di un'amicizia fondata sui manga.


Possible Love (Concorso), voto 7. A seguito del licenziamento del marito dalla fabbrica in cui lavorava, una coppia diventa il soggetto del documentario di una regista sposata a un magnate della finanza. Le due donne diventano amiche, ma il confine tra amicizia e opportunismo è molto sottile. Lee Chang-dong, uno dei più grandi registi del nuovo cinema coreano, torna a girare un lungometraggio dopo sette anni, e lo fa con un film mutaforme, che parte dalle classiche premesse di un k-drama per sovvertirle, trasformandosi prima in un Ken Loach in salsa coreana, tra licenziamenti ingiusti e sindacati, e poi in un confronto tra famiglie di classi sociali diverse che ricorda Parasite, coabitazione estemporanea compresa. Questa complessità narrativa si accompagna a una complessità tematica. Lee parla di sfruttamento, sia quello più esplicito (quello da parte delle multinazionali che licenziano i propri lavoratori senza troppi complimenti) sia di quello più implicito che si viene a creare tra le due coppie protagoniste a causa della differenza di classe sociale. Parla anche dell'importanza di dare voce al proprio dolore, con le interviste che diventano una forma di terapia. Il film ha una forte tematica sociale e ottime prove attoriali, soprattutto da parte di Sol Kyung-gu. Paga però un ritmo diseguale (la prima parte è troppo lunga e lenta rispetto alla seconda, nettamente migliore) e il confronto con alcuni capolavori recenti del cinema coreano, come Parasite e No other choice, con cui condivide la macrotematica della critica al capitalismo, e rispetto ai quali manca di memorabilità e incisività.

Echo Chamber (Concorso), voto 6. Un produttore musicale alle prese con un dolore cronico alla schiena si innamora della sua fisioterapista, ma i suoi demoni si mettono di mezzo. Chi scrive non ama molto il genere melò, e darebbe quindi un giudizio soggettivo molto più aspro che si potrebbe riassumere in un calembour con il cognome del protagonista. Tuttavia, oggettività impone di evidenziare che Andrea Pallaoro porta in scena l'ultima sceneggiatura firmata da Bertolucci con un'ottima attenzione all'introspezione e ai sentimenti, sempre veri e realistici grazie anche alla bella prova dei protagonisti Marinelli e Vikander, oltre che a una Susan Sarandon che si divora la scena ogni volta che appare. Echo Chamber è un film sull'arte (in particolare sulla musica) e sulle dipendenze, ma soprattutto è un film sulla cura, sulle azioni invisibili che facciamo per aiutare chi amiamo. Mezzo voto in meno per alcuni vezzi autoriali superflui, ma soprattutto per un finale abbastanza sconcertante per quanto stona con il realismo e la pulizia di quanto visto fin lì.

Woman Unknown (Concorso), voto 7.5. Marie sta per sposare un ricco imprenditore vedovo dopo essere stata la tata della figlia, ma il passato che ha cercato di nascondere torna a tormentarla. La regista danese Mayy al-Tukhi porta in scena un dramma storico ambientato appena dopo la liberazione della Danimarca dai nazisti, in cui la caccia ai collaborazionisti è all'ordine del giorno. Laddove gli uomini vengono "solo" incarcerati, le donne trovate colpevoli vengono umiliate sulla pubblica piazza in processi dal sapore medioevale. Marie vive in un mondo maschile, e ne è pienamente cosciente. Vediamo il mondo dal suo punto di vista, tra violenze più o meno esplicite e sguardi predatori. Il mondo di Marie è un mondo di pericolo, che la porta a dover compiere scelte eticamente sempre più discutibili. Al-Tukhi non ha paura di portare in scena una protagonista moralmente ambigua, e realizza un film forte e di impatto, con un'ottima fotografia e un'eccellente attrice protagonista, Mathilde Arcel

The Burning Giants (Orizzonti), voto 5.5. Phuttiphong Aroonpheng torna in concorso in Orizzonti dopo aver vinto la sezione con il suo documentario d'esordio, Manta Ray.  Il confine tra realtà e finzione è labile, e nel fumo ustionante che forse contiene un virus e forse è la vendetta degli dei si incontrano, si scontrano, e si inseguono fino a divenire tutt'uno. The Burning Giants unisce urgenza ambientalista, messaggio politico, e mitologia tailandese, in un mix originale ma non riuscitissimo: allo spettatore sembra di assistere a due se non tre film slegati a livello tonale e recitativo.

Look Back (Concorso), voto 9. Kore-Eda racconta la storia tra due adolescenti che si incontrano grazie a una passione comune, quella per il disegno, e dal desiderio di diventare mangaka. Fujino disegna i personaggi, mentre Kyomoto, una hikikomori, si occupa dei paesaggi. Attraverso il disegno diventeranno amiche e impareranno a vivere, e il disegno le unirà anche quando, dopo un primo successo condiviso, finiranno per separarsi. Dolce e lirico, Look Back unisce la poesia dello studio Ghibli (c'è anche una sequenza animata che vale il prezzo del biglietto) alle tematiche care a Kore-Eda, offrendo una riflessione sul significato della vita e della morte. L'amicizia e l'arte danno luce alla nostra quotidianità, sono creazione e ricostruzione, gli unici strumenti in grado di trascendere tempo e spazio, e di reinventare una realtà in cui il bene trionfa sul male. La fotografia è splendida, e attraversa quattro stagioni con immagini che sembrano dipinte e tolgono il fiato. Il passare del tempo è anche al centro del lavoro sul sonoro, con il rumore di matite e pennini che si evolve man mano che le protagoniste crescono e raffinano la loro arte. Kore-Eda riesce nella rara impresa di commuovere divertendo, senza mai cercare la lacrima facile ma affidandosi solo alla forza delle sue protagoniste (meravigliose a ogni età) e di una storia all'apparenza semplice, ma che in realtà racconta tutto.

Pier

venerdì 6 marzo 2026

Il Mago del Cremlino (In pillole #36)

Politica e teatro


Come si distrugge la verità? La ricetta non è la magia, anche se il titolo sembra suggerirlo, ma una profonda conoscenza della psiche umana e dei trucchi con cui si può ingannarla. A partire dall'omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, Assayas confeziona un thriller politico che racconta la caduta del Muro e l'ascesa di Vladimir Putin attraverso un dialogo/confessione tra un giornalista e Vadim Baranov, ispirato a Vladislav Surkov, eminenza grigia di Putin. Baranov ha un passato da teatrante, e sa leggere, comprendere, e manipolare le emozioni: non serve altro. 

La regia di Assayas è chirurgica, cinica, e mette a nudo la realtà dietro alla narrazione, senza però dimenticare di farci vedere come la seconda può diventare più reale della prima. Il film è sorretto da una sceneggiatura stellare (con la collaborazione, e si vede, di Emmanuel Carrère), costruita attorno a un'immaginaria confessione di Baranov a un giornalista: in un'oasi di pace in mezzo alla neve il Male si mette a nudo e sorride compiaciuto del caos che ha portato nel mondo.

A dare vita e corpo alle parole di Assayas e Carrère c'è un cast perfetto, da un Jude Law/Putin, minaccia silenziosa e predatoria fin dalla sua prima apparizione, a Jeffrey Wright nei panni del giornalista, passando per Alicia Vikander nel classico ruolo di "grillo parlante" declinato però in modo inaspettato. A brillare più di tutti è però Paul Dano, che dopo Il Petroliere torna a essere il volto innocente e seducente del Male, un sorriso disarmante che repelle e conquista allo stesso tempo.

Attraverso la storia di Baranov, Il Mago del Cremlino porta in scena la storia politica dell'Europa e dell'Occidente degli ultimi vent'anni: una storia di lenta corrosione dei valori - una corrosione che rimane invisibile fin quando non è troppo tardie, e che non richiede strategie complesse o complotti occulti, ma una semplice conoscenza degli esseri umani. Baranov ha un passato da teatrante, e sa leggere, comprendere, e manipolare le emozioni: tristemente, non serve altro. 

****

Pier

martedì 2 settembre 2025

Telegrammi da Venezia 2025 - #4

Quarto telegramma da Venezia, tra eminenze grigie con la passione per il teatro, lottatori in crisi, sequestratori con cui empatizzare, ed esperimenti che meritavano miglior sorte.


Il Mago del Cremlino (Concorso), voto 8. Come si distrugge la verità? La ricetta non è la magia, anche se il titolo sembra suggerirlo, ma una profonda conoscenza della psiche umana e dei trucchi con cui si può ingannarla. A partire dall'omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, Assayas confeziona un thriller politico che racconta la caduta del Muro e l'ascesa di Vladimir Putin attraverso un dialogo/confessione tra un giornalista e Vadim Baranov, ispirato a Vladislav Surkov, eminenza grigia di Putin. Baranov ha un passato da teatrante, e sa leggere, comprendere, e manipolare le emozioni: non basta altro. Sceneggiatura stellare (con la collaborazione, e si vede, di Emmanuel Carrère), e cast perfetto, da Jude Law/Putin a Jeffrey Wright nei panni del giornalista, passando per Alicia Vikander. A brillare più di tutti è però Paul Dano, che dopo Il Petroliere torna a essere il volto innocente e seducente del Male, un sorriso disarmante che repelle e conquista allo stesso tempo.

The Smashing Machine (Concorso), voto 7.5. Benny Safdie racconta la storia vera di Mark Kerr, lottatore di arti marziali miste, cui Dwayne Johnson presta volto e corpo, raccontandone la forza fisica e la fragilità emotiva. Un solido film sportivo, fotografato con taglio semi-documentaristico, che ha il pregio di non raccontare una classica parabola di caduta-redenzione-rinascita, pur tratteggiandola di sottofondo (con la centralità data alle vicende di Mark Coleman, amico e collega di Kerr) come elemento di contrasto all'evoluzione meno convenzionale della vita di Kerr. Il risultato è un film che non brilla per originalità, ma funziona a livello narrativo ed emotivo, con una morale non scontata.

Dead Man's Wire (Fuori Concorso), voto 8. Gus Van Sant torna alla regia dopo sette anni e lo fa con una commedia-thriller tratta da una storia vera, in un'operazione che ricorda quella operata da Richard Linklater (regista tematicamente simile a Van Sant, e come lui solitamente lontano da questo genere) con Hitman, presentato due anni fa proprio a Venezia. Il film racconta l'assurda storia vera del sequestro del banchiere Richard Hall da parte di Tony Kiritsis. Raccontato con la giusta dose di humor nero, Dead Man's Wire è un'attenta esplorazione della psiche umana e di quanto poco basti per far "impazzire" un uomo probo e onesto. Van Sant esibisce una chiara e sacrosanta favorevolezza alle posizioni di Kiritsis (un ottimo Bill Skarsgard), perfetto esempio del "piccolo uomo" truffato dalle grandi banche e dal sistema capitalistico in generale, realizzando un film che diverte ma porta anche avanti una forte posizione politica, soprattutto di questi tempi.

Orfeo (Fuori Concorso), voto 5. Un voto di stima, perché questo pastiche di live action e animazione realizzato da Virgilio Villoresi con sguardo e fotografia espressionista ha intuizioni visive notevoli e stimolanti. Tuttavia, la trama è un guazzabuglio senza capo né coda, frutto di un adattamento pedissequo dell'opera omonima di Buzzati, che avrebbe richiesto maggior riflessione per essere resa in modo efficace su un altro medium. Non brilla nemmeno il cast (con l'eccezione di Vinicio Marchioni), che sembra essere stato scelto da un cinofilo, anziché da un cinefilo.

Pier

martedì 2 novembre 2021

The Green Knight

Le donne, i cavallier, l'arme, gli orrori


A Camelot, nel giorno di Natale, un anziano re Artù tiene udienza. Si presenta, a sorpresa, il Cavaliere Verde, misterioso gigante dall'aspetto di un albero, e lancia una misteriosa sfida. La raccoglie Gawain, nipote del re. Per mantenere i patti, dovrà intraprendere un percorso che lo porterà a fronteggiare fantasmi, creature fantastiche, briganti, e tentazioni della carne, costringendolo a interrogarsi di continuo sul significato di onore, consapevole che, alla fine del suo viaggio, lo attende la morte.

La saga di Re Artù è una delle più raccontate dai cineasti, tra trasposizioni (più o meno) fedeli (Excalibur), adattamenti di successo (La spada nella roccia, a sua volta tratto dalla splendida rilettura delle storie arturiane di T.H. White, Re in eterno), tentativi di storicizzazione del mito (King Arthur), e riletture in chiave action (King Arthur: La leggenda della spada) e romantica (Il primo cavaliere). 
Era dunque difficile pensare di riuscire ad approcciare la materia con uno sguardo del tutto nuovo, creativo, originale.

La scelta vincente è puntare su un mito meno conosciuto della saga arturiana, il romanzo allitterativo Gawain e il cavaliere verde che costituisce una delle più importanti testimonianze letterarie del periodo medioevale: scritto in medio inglese, è stato trasposto in inglese moderno numerose volte, con la versione forse più celebre a opera di J.R.R. Tolkien. La scelta è vincente non solo perché permette uno sguardo fresco rispetto a quello che avrebbe offerto l'ennesimo racconto delle vicende di Artù (o Lancillotto), ma anche perché la storia è intrisa di simbolismo, immersa in un'atmosfera onirica che il regista Lowery abbraccia fino in fondo, trasformando un romanzo cavalleresco in un incubo a occhi aperti, un viaggio infernale alla ricerca dell'onore.

Il risultato è un film che ricorda ciò che potrebbe partorire David Lynch se approcciasse la materia arturiana, un intreccio continuo di stregoneria, sogni, e umana miseria in cui il reale e il sovrannaturale si permeano fino a confondersi in un unica grande visione. Gawain si muove per terre desolate, funeree, in cui la luce di Camelot non è mai arrivata e probabilmente non arriverà mai.



La complessità e la ricchezza simbolica del materiale di partenza sono tali da permettere molteplici livelli di lettura: dal rapporto uomo-natura (natura creatrice, natura matrigna) al significato di mascolinità, passando per una riflessione sul potere e per lo scontro tra ragione e sentimento, paganesimo e cristianità. In primo piano, tuttavia, c'è l'emancipazione del giovane Gawain, un personaggio molto diverso dall'archetipo del cavaliere che siamo abituati a conoscere: esitante, pieno di dubbi, insicuro persino sul suo voler diventare cavaliere, affronta la missione che gli si para davanti quasi controvoglia, trascinato più dall'istinto di sopravvivenza che da un vero desiderio di avventura. Il suo è un percorso di maturazione che si fa rito iniziatico e anche seduta psicoanalitica, grazie anche ad alcune modifiche apportate da David Lowery al testo originale (potete leggerne qui, ma attenti agli spoiler). L'onore viene cercato e, forse, trovato: ma ne valeva davvero la pena?

Il viaggio di Gawain può essere visto sia come una discesa agli inferi che come una ricerca della vita, sia una catabasi che come una catarsi: se da un lato viaggia verso la morte, dall'altro fugge da una corte crepuscolare, moribonda, stantia. Re Artù e Ginevra sono vecchi, cadaverici, relitti di un'epoca passata, laddove Gawain è giovane e pieno di vita. Il grigio della civiltà si contrappone al verde del cavaliere, simbolo, tra le altre cose, della natura che travolge il fuggevole passaggio dell'uomo. Tutto, intorno a lui, è morte: il suo viaggio prosegue per lande desolate, immerse in una nebbia oltremondana e infestate da spettri ed esseri che di umano hanno ormai soltanto il nome. Gawain soffre la fame, il freddo, la paura, e noi ci trasciniamo con lui per un sentiero che non vorrebbe percorrere ma che continua a seguire, nonostante alla fine lo aspetti, letteralmente, la morte.



La trama tradisce a tratti la natura "ingenua" e mitologica del romanzo, ma Lowery fa sì che passi tutto in secondo piano, calandola nella logica illogica del sogno e dell'allucinazione. La fotografia è splendida, abbacinante, un'estasi visiva che alterna luci monocrome squillanti a una desaturazione estrema, e in cui ogni location pare uscita da un incubo o da un sogno, offrendo una straniante commistione di reale e fantastico che arricchisce i simbolismi della trama. Ogni inquadratura è studiata con precisione maniacale, e offre all'osservatore più attento dei dettagli che consentono di apprezzare appieno la trama sia dal punto di vista letterale che da quello metaforico. 

Dev Patel è un Gawain perfetto (e chi conosce le leggende arturiane può apprezzare l'appropriatezza di rendere lui e sua madre di un'etnia diversa rispetto agli altri cavalieri), e rende appieno la titubanza, l'incertezza, e il senso dell'onore in fieri del suo personaggio. Al suo fianco, Alicia Vikander convince in un doppio ruolo, e offre un monologo sul "verde" di grande portata emotiva. 

The Green Knight è un film coraggioso, creativo, con una visione forte e originale che viene portata avanti senza aver paura di confondere lo spettatore, invitandolo a lasciar andare la riflessione razionale per lasciarsi trasportare dalla forza delle immagini e da una storia che parla più all'inconscio. Lasciatevi trascinare: non ve ne pentirete.

****1/2

Pier

sabato 3 settembre 2016

Telegrammi da Venezia 2016 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia per seguire il festival.
Cominciamo con le recensioni dei film visti nei primi due giorni:



La La Land (Concorso), voto 9. Non è più tempo di musical, o forse sì: dopo il successo di Whiplash, Damien Chazelle realizza un musical solo apparentemente classico, che in realtà usa in modo geniale il genere per esplorare il rapporto tra verità e finzione, tra realtà e sogno. Sequenza d'apertura da Oscar istantaneo.

Les Beaux Jours d'Aranjeuz (Concorso), voto 3. Wim Wenders torna alla Mostra con un film insulso, un non-film, sicuramente l'opera peggiore della sua cinematografia. Qui la recensione estesa fatta per Nonsolocinema.

The Light Between Oceans (Concorso), voto 5.Premessa: questo film è un melò, e chi scrive detesta i melò. Tuttavia, il film non brilla per originalità visiva né narrativa, e manca di ritmo. Riesce però, a tratti, a emozionare, grazie soprattutto alle ottime prove di Fassbender e della Vikander.

Arrival (Concorso), voto 8. Decenni dopo Incontri ravvicinati del terzo tipo, finalmente un film di fantascienza torna a occuparsi del potere del linguaggio, dell'incontro-scontro con una civiltà aliena, anziché solo dello scontro. Villeneuve dirige con piglio autoriale un'opera dal buon potenziale commerciale, realizzando un film che intrattiene e fa riflettere.

El Cristo Ciego (Concorso), voto 6.5.Interessante opera prima del cileno Christopher Murray, il film esplora il ruolo della fede nel mondo di oggi, quello della morte di Dio e della crisi dei valori. Il viaggio di un ragazzo attraverso il deserto diventa catartico per lui e per altri, grazie non alla forza dei miracoli ma a quella delle parole. Il ritmo non è elevato, ma il film stimola alla riflessione.

Nocturnal Animals (Concorso), voto 7.5. Tom Ford ritorna al Lido dopo il suo film d'esordio, A single man, e lo fa con un thriller che si apre con una sequenza lynchiana per poi scivolare in atmosfere hitchcockiane, in cui il rapporto tra vicenda reale e vicenda romanzesca si compenetrano e sembrano quasi influenzarsi a vicenda. Meno stimolante a livello visivo del film d'esordio, ma con una solidità narrativa e una capacità di suspense sorprendenti.

King of the Belgians (Orizzonti), voto 7. Creativo mockumentary che racconta con toni comici e grotteschi l'immaginario tentativo del re del Belgio di tornare al suo paese sull'orlo di una secessione. Impossibilitato a lasciare la Turchia in aereo per via dell'eruzione di un vulcano islandese, il re affronterà un'odissea attraverso i Balcani, usando i mezzi più improbabili nel tentativo di tornare a casa.

Pier

domenica 28 febbraio 2016

Oscar 2016 - I pronostici

Questa sera verranno proclamati i vincitori dell'edizione 2016 degli Academy Awards.
Come ogni anno, Filmora vi propone i suoi pronostici sui premi principali, corredati di quelle che sarebbero le mie scelte se venissi insignito del diritto di potere temporale di attribuire gli Oscar.

Le mie scelte si potrebbero riassumere con "Witness me!", ma andiamo con ordine.



Miglior montaggio
E' l'unica categoria importante dove è nominato Star Wars, ma non vincerà nemmeno questo. Troppo serrata la competizione, che vede un testa a testa tra Margaret Sixel, responsabile del ritmo serrato e adrenalinico di Mad Max: Fury Road, e Hank Corwin, autore di quello che è probabilmente il montaggio più originale dell'anno ne La grande scommessa. Penso vincerà il secondo, cui va, dopo lungo travaglio intetiore, anche la mia scelta personale
Pronostico: La grande scommessa
Scelta personale: La grande scommessa

Miglior fotografia
Qui la competizione non inizia nemmeno: Emmanuel Lubezki sbaraglia tutti soltanto con la scena iniziale di The Revenant, cui aggiunge altre cosucce come la lotta con l'orso e un uso della luce naturale semplicemente poetico. L'unico ad avvicinarsi vagamente, per innovatività e perfezione formale, è The Hateful Eight, ma è comunque molto distante.
Pronostico: The Revenant
Scelta personale: The Revenant

Miglior film d'animazione
Se non dovesse vincere Inside Out perderei ogni speranza nella giustizia, terrena o divina che sia. Anomalisa è un film notevole e molto, molto interessante, ma Pete Docter e la Pixar sono tornati alle vette dei loro capolavori, superandone alcuni. Non c'è storia.
Pronostico: Inside Out
Scelta personale: Inside Out

Miglior attore non protagonista
Qui la competizione è molto, molto serrata. Christian Bale è strepitoso ne La grande scommessa, Mark Ruffalo intenso e stropicciato al punto giusto in Spotlight, Tom Hardy è un grandioso, rozzo villain in The Revenant, e Mark Rylance con i suoi silenzi domina la scena ne Il ponte delle spie. Quest'ultimo sembra il favorito dei pronostici, ma come si fa a non tifare per il vecchio e stanco Sylvester Stallone visto in Creed?
Pronostico: Mark Rylance
Scelta personale: Sylvester Stallone

Miglior attrice non protagonista
Anche qui, competizione molto serrata (ci sarebbe, prima o poi, da interrogarsi su quanto sia diventata competitiva la sezione per i non-protagonisti, dove spesso vengono escluse prove migliori di quelle che vengono candidate per il premio maggiore). La Jennifer Jason-Leigh di The Hateful Eight è strepitosa, ma sembra avere poche speranze, così come Rachel McAdams per Spotlight. E' una lotta a tre, con Alica Vikander che ruba la scena alle moine di Redmayne in The Danish Girl, Kate Winslet strepitosa in una parte giocata in sottotono in Steve Jobs, e la favorita Rooney Mara intensa nei pregni silenzi di Carol. La mia preferenza va a Alicia Vikander.
Pronostico: Rooney Mara 
Scelta personale: Alicia Vikander

Miglior sceneggiatura originale
Spotlight sembra avere decisamente una marcia in più, grazie alla scrittura vibrante di Tom McCarthy. Il cuore direbbe Inside Out, ma Spotlight è un film più "facile" da premiare.
Pronostico: Spotlight
Scelta personale: Inside Out

Miglior sceneggiatura non originale
Qui la competizione non esiste: La grande scommessa è l'unico possibile vincitore, nonché il mio personale favorito.
Pronostico: La grande scommessa
Scelta personale: La grande scommessa

Miglior attore protagonista
Giurati dell'Academy: guardatevi negli occhi. Cosa deve fare di più questo pover'uomo per vincere? E' entrato dentro la carcassa di un cavallo. Ha combattuto con un orso in CGI in modo credibile. Non parla per quasi tutto il film. Si è imbruttito, una cosa che vi è sempre piaciuta e per la quale avete preferito altre, discutibili prove alle sue eccezionali performance del passato. E allora, vogliamo dare questo Oscar al povero Leonardo? Non è la sua miglior prova, d'accordo, ma è comunque meglio della competizione (Fassbender in Steve Jobs unico  ad avvicinarsi). Su, mettetevi una mano sul cuore.
Pronostico: Leonardo Di Caprio
Scelta personale: Leonardo Di Caprio

Miglior attrice protagonista
Qui la favorita sembra Brie Larson per Room (che non ho visto), ma la mia scelta personale cade sulla sublime Cate Blanchett per Carol.
Pronostico: Brie Larson

Scelta personale: Cate Blanchett


Miglior regia
Premesso che qualunque premio che non sia a George Miller per Mad Max: Fury Road andrebbe contro il comune senso filmico, qui temo che il favorito sia quel pallone gonfiato  regista talentuoso ma un po' pieno di sè che risponde al nome di Alejandro González Iñárritu. Però, Academy, mettetevi ancora una volta una mano sul cuore: sarebbe il primo regista a vincere due anni di fila, e uno dei pochi ad aver vinto due volte. Kubrick, per dire, non ha mai vinto. Vedete voi.
Pronostico: The Revenant
Scelta personale: Mad Max: Fury Road

Miglior film
Se The Revenant vincerà il miglior film, quale miglior modo di ripagare Mad Max: Fury Road che il premio per il miglior film? Premio che condividerei al 100%, anche se il mio personale favorito è Spotlight, per solidità narrativa e capacità di trasmettere emozioni.
Pronostico: Mad Max: Fury Road
Scelta personale: Spotlight

Bonus track: Morricone è talmente e giustamente favorito per la miglior colonna sonora che non mi sembrava nemmeno utile fare il pronostico.

A dopo la cerimonia per il bilancio!

Pier

domenica 6 settembre 2015

Telegrammi da Venezia 2015 - #2




Black Mass (Fuori concorso), voto 5.5. Il film racconta la storia di James "Whitey" Bulger, criminale di Boston che per un certo periodo fu il pericolo pubblico numero due negli USA, alle spalle solo di Osama Bin Laden. Johnny Depp è strepitoso e inquietante nella sua interpretazione di Bulger, ma il film è fiacco, poco originale, e spreca l'ottimo cast a disposizione, con Benedict Cumberbatch e Kevin Bacon in ruoli da comprimari. Un'occasione persa.

Banat (Settimana della Critica), voto 7. Un film originale nei temi e nelle ambientazioni, che racconta la fuga in Romania di due giovani italiani in cerca di lavoro. Nonostante qualche imperfezione a livello narrativo, la storia convince e cattura per atmosfere e situazioni. Ottimi i due attori protagonisti.

The Danish Girl (Concorso), voto 8. Dopo il successo del Discorso del Re e il meno convincente Les Miserables, Tom Hooper dirige il neo-premio Oscar Eddie Redmayne nella storia di Lili Elbe, la prima persona ad essersi sottoposta a un intervento chirurgico per diventare donna. Redmayne è eccezionale per delicatezza e misura dell'interpretazione, ma a brillare sono soprattutto Alicia Vikander, la moglie di Lili prima dell'operazione, e la fotografia, splendida e commovente. Peccato per il finale, un po' retorico.

Marguerite (Concorso), voto 8.5. Qui la recensione fatta per NonSoloCinema.

The Childhood of a Leader (Orizzonti), voto 9. Qui la recensione fatta per NonSoloCinema.

Pier