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sabato 12 settembre 2026

Venezia 2026 - Il Totoleone

Siamo giunti al termine di un'altra Mostra del Cinema, segnata da un clima mite nella prima parte, caprioccioso nella seconda, biciclette, spritz, cene, spritz che diventano cene, e critici con e senza panama bianco a seconda dell'umore. 

L'edizione numero 83 della Mostra è stata forse la meno eccitante del nuovo mandato di Alberto Barbera. Non per l'assenza di grandi produzioni hollywoodiane (che già erano mancate lo scorso anno senza che la qualità ne risentisse), ma per una certa aurea mediocritas che ha fatto sì che ci siano stati pochissimi film scadenti (chi scrive ne conta solo due nel Concorso, e guardando ai critici internazionali se ne trova solo uno gravemente bocciato, due tra gli italiani), ma anche pochissimi film davvero esaltanti: chi scrive ne conta due, e in generale non si va oltre i tre/quattro. È stato però anche l'anno migliore della direzione Barbera per quanto riguarda il cinema italiano, con cinque titoli comunque validi e che, nonostante i difetti, hanno tutti provato a raccontare storie diverse rispetto a quelle cui siamo abituati, o quantomeno a raccontare storie conosciuti con tagli e generi che ci sono poco familiari.

È stata una Mostra molto focalizzata sulle vicende geopolitiche, e in particolare sull'imposizione brutale della legge del più forte: Gaza (NAZA) e l'Iran (A Bit of Light) nel presente, ma anche il Cile (Wild Horse Nine), l'Argentina (Ritorno a Buenos Aires) e il Vietnam (Mr. Nelson, Did You Kill People?) nel passato. Non sono mancati nemmeno i temi sociali, con una particolare attenzione (come lo scorso anno) al tema del capitalismo e come sta distruggendo il mondo del lavoro (Possible Love, Un Bon Petit Soldat). Forse in reazione o come specchio dell'orrore della realtà che ci circonda, molti registi si sono rifugiati nelle vicende intime e domestiche, con molti film focalizzati sulle relazioni di amicizia e amore (Look Back, Echo Chamber, Succederà Questa Notte, Bunker), sulla famiglia (Bucking Fastard, Il Fuoco che Ti Porti Dentro), e sull'importanza dell'ascolto e del perdono (Company).

Qui trovate un elenco, con voti, dei film visti. Di seguito, invece, trovate i pronostici, come sempre sbagliati, per il Leone d'Oro e gli altri premi, corredati dalle mie preferenze personali.


Premio Mastroianni per il miglior attore emergente
A differenza dello scorso anno, i candidati per questo premio sono molti. Puntiamo su un premio corale al cast di 15/18 (A Place To Heal), uno dei film più interessanti visti in mostra. Meriterebbero anche Romana Maggiora Vergano, ottima ne L'Estranea, il magnetico Atticus Affleck di Company, e le due attrici protagoniste di Look Back,Natsuki Deguchi e Aju Makita. Su queste ultime e sulla loro splendida amicizia ricade la mia scelta personale. 
Pronostico: cast di 15/18 (A Place To Heal)
Scelta personale: Natsuki Deguchi e Aju Makita, Look Back

Coppa Volpi maschile
Sfida non molto accesa, dove il favorito dovrebbe essere lo splendido John Malkovich di Wild Horse Nine, per il quale si parla addirittura di Oscar. A contendergli il premio potrebbero esserci Javier Bardem per Bunker e Luca Marinelli per Echo Chamber, che però rispetto a Malkovich pagano un ruolo da protagonista meno evidente, dato che condividono equamente la scena con Penelope Cruz e Alicia Vikander, e film che sembrano aver raccolto meno consenso. Su Malkovich ricadono quindi sia il mio pronostico che la mia scelta personale.
Pronostico: John Malkovich, Wild Horse Nine
Scelta personale: John Malkovich, Wild Horse Nine

Coppa Volpi femminile 
Sfida molto accesa, con tantissime attrici che possono contendersi il premio, da Alba Rohrwacher - visto il gradimento incontrato da Un Bon Petit Soldat (i critici, si sa, hanno scarsa conoscenza delle aziende - curioso che l'unico critico a bocciarlo, in Italia, sia stato quello del giornale teoricamente più vicino alle istanze del film, ovvero Il Manifesto) - alla splendida Vanessa Scalera de Il Fuoco che Ti Porti Dentro, passando per Penelope Cruz in Bunker (per cui però dovrebbe valere lo stesso discorso fatto per Bardem) e Jasmine Trinca, protagonista di addirittura due film e con ruoli molto diversi (Succederà Questa Notte, L'Estranea. Non darei per spacciata neppure Alicia Vikander, la cui interpretazione in Echo Chamber potrebbe incontrare il gusto di Maggie Gyllenhaal, presidentessa di giuria. Il mio pronostico ricade però su Mathilde Arcel per Woman Unknown, sotto la cui maschera glaciale si intravede un vulcano di emozioni. La mia scelta personale ricade invece sulla Angela di Valeria Scalera, un vero e proprio vulcano che le emozioni non le nasconde ma le fa esplodere in faccia alla famiglia.
Pronostico: Mathilde Arcel, Woman Unknown
Scelta personale: Vanessa Scalera, Il Fuoco che Ti Porti Dentro

Leone d'Argento (Miglior Regia)
Scelta molto difficile, vista la presenza di pochi film che si "staccano" dagli altri e visto il regolamento che impedisce che due dei premi maggiori vadano allo stesso film. Spero che la giuria non lasci a mani vuote il poetico film di Koreeda, Look Back, su cui non ricade però la mia preferenza perché gli riserverei premi più importanti. La mia scelta personale ricade invece su A Bit of Light di Ali Asgari, una masterclass di come raccontare un tema difficile in maniera semplice, efficace, e senza inutile pornografia del dolore. Menzione speciale per un gioiello stregato come Company - un film che non ha paura di essere strano e diverso, e che proprio per questo ha ricevuto un'accoglienza tiepida dalla critica.
Pronostico: Hirokazu Koreeda, Look Back
Scelta personale: Ali Asgari, A Bit of Light

Gran Premio della Giuria 
Tra i favoriti per il Gran Premio della Giuria ci sarebbero Possible Love, Wild Horse Nine, e NAZA: anche se la natura scarsamente filmica di quest'ultimo farebbe pensare che potrebbe non ricevere premi, penso che la giuria alla fine sceglierà di premiarlo. Possibile sorpresa Un Bon Petit Soldat, cui però secondo me verrà assegnato qualche premio "minore" come quello per la sceneggiatura. La mia scelta personale ricade invece su Koreeda per Look Back.
Pronostico: NAZA
Scelta personale: Look Back

Leone d'Oro 
Vista l'accoglienza internazionale, la giuria potrebbe premiare con il premio più importante il ritorno alla regia di Lee Chang-dong con Possible Love, un racconto che unisce Ken Loach e Parasite, racconto di coppia e critica sociale, in una confezione fredda ma perfetta. La mia scelta personale ricade invece su Wild Horse Nine, uno dei due film che mi ha scaldato il cuore in questa mostra.
Pronostico: Possible Love
Scelta personale: Wild Horse Nine

È tutto anche per quest'anno. Correte in SNAI a scommettere sull'opposto dei miei pronostici, e noi ci risentiamo per l'edizione 2027.

Pier

lunedì 7 settembre 2026

Telegrammi da Venezia 2026 - #3

Terzo telegramma da Venezia, con lotte sindacali coreane che diventano scontro tra coppie, amori tormentati, donne in un mondo maschile e ostile, virus misteriosi che causano ustioni, e la poesia di un'amicizia fondata sui manga.


Possible Love (Concorso), voto 7. A seguito del licenziamento del marito dalla fabbrica in cui lavorava, una coppia diventa il soggetto del documentario di una regista sposata a un magnate della finanza. Le due donne diventano amiche, ma il confine tra amicizia e opportunismo è molto sottile. Lee Chang-dong, uno dei più grandi registi del nuovo cinema coreano, torna a girare un lungometraggio dopo sette anni, e lo fa con un film mutaforme, che parte dalle classiche premesse di un k-drama per sovvertirle, trasformandosi prima in un Ken Loach in salsa coreana, tra licenziamenti ingiusti e sindacati, e poi in un confronto tra famiglie di classi sociali diverse che ricorda Parasite, coabitazione estemporanea compresa. Questa complessità narrativa si accompagna a una complessità tematica. Lee parla di sfruttamento, sia quello più esplicito (quello da parte delle multinazionali che licenziano i propri lavoratori senza troppi complimenti) sia di quello più implicito che si viene a creare tra le due coppie protagoniste a causa della differenza di classe sociale. Parla anche dell'importanza di dare voce al proprio dolore, con le interviste che diventano una forma di terapia. Il film ha una forte tematica sociale e ottime prove attoriali, soprattutto da parte di Sol Kyung-gu. Paga però un ritmo diseguale (la prima parte è troppo lunga e lenta rispetto alla seconda, nettamente migliore) e il confronto con alcuni capolavori recenti del cinema coreano, come Parasite e No other choice, con cui condivide la macrotematica della critica al capitalismo, e rispetto ai quali manca di memorabilità e incisività.

Echo Chamber (Concorso), voto 6. Un produttore musicale alle prese con un dolore cronico alla schiena si innamora della sua fisioterapista, ma i suoi demoni si mettono di mezzo. Chi scrive non ama molto il genere melò, e darebbe quindi un giudizio soggettivo molto più aspro che si potrebbe riassumere in un calembour con il cognome del protagonista. Tuttavia, oggettività impone di evidenziare che Andrea Pallaoro porta in scena l'ultima sceneggiatura firmata da Bertolucci con un'ottima attenzione all'introspezione e ai sentimenti, sempre veri e realistici grazie anche alla bella prova dei protagonisti Marinelli e Vikander, oltre che a una Susan Sarandon che si divora la scena ogni volta che appare. Echo Chamber è un film sull'arte (in particolare sulla musica) e sulle dipendenze, ma soprattutto è un film sulla cura, sulle azioni invisibili che facciamo per aiutare chi amiamo. Mezzo voto in meno per alcuni vezzi autoriali superflui, ma soprattutto per un finale abbastanza sconcertante per quanto stona con il realismo e la pulizia di quanto visto fin lì.

Woman Unknown (Concorso), voto 7.5. Marie sta per sposare un ricco imprenditore vedovo dopo essere stata la tata della figlia, ma il passato che ha cercato di nascondere torna a tormentarla. La regista danese Mayy al-Tukhi porta in scena un dramma storico ambientato appena dopo la liberazione della Danimarca dai nazisti, in cui la caccia ai collaborazionisti è all'ordine del giorno. Laddove gli uomini vengono "solo" incarcerati, le donne trovate colpevoli vengono umiliate sulla pubblica piazza in processi dal sapore medioevale. Marie vive in un mondo maschile, e ne è pienamente cosciente. Vediamo il mondo dal suo punto di vista, tra violenze più o meno esplicite e sguardi predatori. Il mondo di Marie è un mondo di pericolo, che la porta a dover compiere scelte eticamente sempre più discutibili. Al-Tukhi non ha paura di portare in scena una protagonista moralmente ambigua, e realizza un film forte e di impatto, con un'ottima fotografia e un'eccellente attrice protagonista, Mathilde Arcel

The Burning Giants (Orizzonti), voto 5.5. Phuttiphong Aroonpheng torna in concorso in Orizzonti dopo aver vinto la sezione con il suo documentario d'esordio, Manta Ray.  Il confine tra realtà e finzione è labile, e nel fumo ustionante che forse contiene un virus e forse è la vendetta degli dei si incontrano, si scontrano, e si inseguono fino a divenire tutt'uno. The Burning Giants unisce urgenza ambientalista, messaggio politico, e mitologia tailandese, in un mix originale ma non riuscitissimo: allo spettatore sembra di assistere a due se non tre film slegati a livello tonale e recitativo.

Look Back (Concorso), voto 9. Kore-Eda racconta la storia tra due adolescenti che si incontrano grazie a una passione comune, quella per il disegno, e dal desiderio di diventare mangaka. Fujino disegna i personaggi, mentre Kyomoto, una hikikomori, si occupa dei paesaggi. Attraverso il disegno diventeranno amiche e impareranno a vivere, e il disegno le unirà anche quando, dopo un primo successo condiviso, finiranno per separarsi. Dolce e lirico, Look Back unisce la poesia dello studio Ghibli (c'è anche una sequenza animata che vale il prezzo del biglietto) alle tematiche care a Kore-Eda, offrendo una riflessione sul significato della vita e della morte. L'amicizia e l'arte danno luce alla nostra quotidianità, sono creazione e ricostruzione, gli unici strumenti in grado di trascendere tempo e spazio, e di reinventare una realtà in cui il bene trionfa sul male. La fotografia è splendida, e attraversa quattro stagioni con immagini che sembrano dipinte e tolgono il fiato. Il passare del tempo è anche al centro del lavoro sul sonoro, con il rumore di matite e pennini che si evolve man mano che le protagoniste crescono e raffinano la loro arte. Kore-Eda riesce nella rara impresa di commuovere divertendo, senza mai cercare la lacrima facile ma affidandosi solo alla forza delle sue protagoniste (meravigliose a ogni età) e di una storia all'apparenza semplice, ma che in realtà racconta tutto.

Pier

giovedì 29 agosto 2019

Telegrammi da Venezia 2019 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia, e vi accompagnerà per tutta la Mostra del Cinema con i suoi telegrammi, recensioni brevi dei film visti nelle varie sezioni.


Ecco i film visti nel primo giorno e mezzo di Mostra:

La verité (Concorso), voto 7.5. Kore-Eda dirige il suo primo film fuori dal Giappone, e lo fa trovando un perfetto equilibrio tra le sue tematiche più intimiste e "familiari" e la nuova cultura, quella francese, in cui decide di calarsi. Il risultato è un film delizioso, fortemente emotivo ma anche esilarante, forse non all'altezza dei suoi capolavori, ma comunque efficace nel raccontare il fragile rapporto tra memoria e fatti, tra finzione e realtà. Catherine Deneuve è sublime in un ruolo che si fatica a non vedere come parzialmente autobiografico: la sua prova, perfetto connubio tra ironia al vetriolo e dolente senso di colpa, la mette già in prima fila tra le candidate alla Coppa Volpi.

Pelican blood (Orizzonti), voto 5. Come gestire una figlia talmente fuori controllo da sembrare posseduta? Fin dove può spingersi l'amore di una madre? Da queste interessanti premesse, calate in una Germania rurale fuori dalle strade più battute, il film ci porta in un incubo a occhi aperti, un thriller psicoanalitico che nel finale vira però in modo poco convincente verso il soprannaturale, gettando alle ortiche quanto di buono aveva fatto fin lì in termini di costruzione delle atmosfere. La regia rimane comunque di ottimo livello, aiutata anche dalle ottime prove delle tre protagoniste.

The perfect candidate (Concorso), voto 6.5. Un tema importante come quello dell’emancipazione femminile in Arabia Saudita, affrontato con intelligenza ed efficacia, ma scarsa originalità. Qui la recensione scritta per Nonsolocinema.

Marriage story (Concorso), voto 7.5. Chi scrive ama ben poco Noah Baumbach, enfant prodige per autoproclamazione che spesso pecca di grande pretenziosità senza avere alcuna sostanza. Il suo Marriage Story è invece una splendida sopresa: un film intimo, emozionante, vero (non per nulla è parzialmente autobiografico). Baumbach racconta un divorzio doloroso cercando di offrire la prospettiva di ambedue i coniugi (anche se, involontariamente, quella di lui prevale su quella di lei), dimostrando come il rispetto e l'affetto reciproco spesso non siano sufficienti a proteggerci dall'imbarbarimento dei rapporti generato dalla causa legale. È più facile ricordare i torti che i momenti di arricchimento reciproco, i difetti piuttosto che i pregi: come in Kore-Eda, la memoria tradisce e inganna. Adam Driver e Scarlett Johansson brillano nei ruoli principali, ma ciò che colpisce è la capacità di Baumbach di raccontare persone, emozioni, relazioni: in una parola, la realtà. Non sorprende, però, che sia riuscito a farlo solo dopo essersi spogliato degli orpelli pseudo-woodyalleniani che solitamente caratterizzano il suo cinema per spingersi in un territorio a lui finora sconosciuto, quello della sincerità.

Ad astra (Concorso), voto 6.5. James Gray, come tanti prima di lui, usa la fantascienza per parlare d'altro, e l'altro è la condizione dell'umanità e del pianeta Terra. Il messaggio ecologista/umanista parte sottotraccia, come un fiume carsico, ma cresce lentamente lungo il film, man mano che Brad Pitt si avventura nelle profondità del cosmo, sempre più lontano da quel mondo da cui sia lui che suo padre sembrano smaniosi di sfuggire. Il film ha ottimi momenti, sia visivi che narrativi, ma pecca di faciloneria sul finale, un po' troppo stereotipato e da lacrima facile, e nel messaggio, declinato in maniera efficace ma non esattamente originale.

Pier e Simone