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sabato 12 settembre 2026

Venezia 2026 - Il Totoleone

Siamo giunti al termine di un'altra Mostra del Cinema, segnata da un clima mite nella prima parte, caprioccioso nella seconda, biciclette, spritz, cene, spritz che diventano cene, e critici con e senza panama bianco a seconda dell'umore. 

L'edizione numero 83 della Mostra è stata forse la meno eccitante del nuovo mandato di Alberto Barbera. Non per l'assenza di grandi produzioni hollywoodiane (che già erano mancate lo scorso anno senza che la qualità ne risentisse), ma per una certa aurea mediocritas che ha fatto sì che ci siano stati pochissimi film scadenti (chi scrive ne conta solo due nel Concorso, e guardando ai critici internazionali se ne trova solo uno gravemente bocciato, due tra gli italiani), ma anche pochissimi film davvero esaltanti: chi scrive ne conta due, e in generale non si va oltre i tre/quattro. È stato però anche l'anno migliore della direzione Barbera per quanto riguarda il cinema italiano, con cinque titoli comunque validi e che, nonostante i difetti, hanno tutti provato a raccontare storie diverse rispetto a quelle cui siamo abituati, o quantomeno a raccontare storie conosciuti con tagli e generi che ci sono poco familiari.

È stata una Mostra molto focalizzata sulle vicende geopolitiche, e in particolare sull'imposizione brutale della legge del più forte: Gaza (NAZA) e l'Iran (A Bit of Light) nel presente, ma anche il Cile (Wild Horse Nine), l'Argentina (Ritorno a Buenos Aires) e il Vietnam (Mr. Nelson, Did You Kill People?) nel passato. Non sono mancati nemmeno i temi sociali, con una particolare attenzione (come lo scorso anno) al tema del capitalismo e come sta distruggendo il mondo del lavoro (Possible Love, Un Bon Petit Soldat). Forse in reazione o come specchio dell'orrore della realtà che ci circonda, molti registi si sono rifugiati nelle vicende intime e domestiche, con molti film focalizzati sulle relazioni di amicizia e amore (Look Back, Echo Chamber, Succederà Questa Notte, Bunker), sulla famiglia (Bucking Fastard, Il Fuoco che Ti Porti Dentro), e sull'importanza dell'ascolto e del perdono (Company).

Qui trovate un elenco, con voti, dei film visti. Di seguito, invece, trovate i pronostici, come sempre sbagliati, per il Leone d'Oro e gli altri premi, corredati dalle mie preferenze personali.


Premio Mastroianni per il miglior attore emergente
A differenza dello scorso anno, i candidati per questo premio sono molti. Puntiamo su un premio corale al cast di 15/18 (A Place To Heal), uno dei film più interessanti visti in mostra. Meriterebbero anche Romana Maggiora Vergano, ottima ne L'Estranea, il magnetico Atticus Affleck di Company, e le due attrici protagoniste di Look Back,Natsuki Deguchi e Aju Makita. Su queste ultime e sulla loro splendida amicizia ricade la mia scelta personale. 
Pronostico: cast di 15/18 (A Place To Heal)
Scelta personale: Natsuki Deguchi e Aju Makita, Look Back

Coppa Volpi maschile
Sfida non molto accesa, dove il favorito dovrebbe essere lo splendido John Malkovich di Wild Horse Nine, per il quale si parla addirittura di Oscar. A contendergli il premio potrebbero esserci Javier Bardem per Bunker e Luca Marinelli per Echo Chamber, che però rispetto a Malkovich pagano un ruolo da protagonista meno evidente, dato che condividono equamente la scena con Penelope Cruz e Alicia Vikander, e film che sembrano aver raccolto meno consenso. Su Malkovich ricadono quindi sia il mio pronostico che la mia scelta personale.
Pronostico: John Malkovich, Wild Horse Nine
Scelta personale: John Malkovich, Wild Horse Nine

Coppa Volpi femminile 
Sfida molto accesa, con tantissime attrici che possono contendersi il premio, da Alba Rohrwacher - visto il gradimento incontrato da Un Bon Petit Soldat (i critici, si sa, hanno scarsa conoscenza delle aziende - curioso che l'unico critico a bocciarlo, in Italia, sia stato quello del giornale teoricamente più vicino alle istanze del film, ovvero Il Manifesto) - alla splendida Vanessa Scalera de Il Fuoco che Ti Porti Dentro, passando per Penelope Cruz in Bunker (per cui però dovrebbe valere lo stesso discorso fatto per Bardem) e Jasmine Trinca, protagonista di addirittura due film e con ruoli molto diversi (Succederà Questa Notte, L'Estranea. Non darei per spacciata neppure Alicia Vikander, la cui interpretazione in Echo Chamber potrebbe incontrare il gusto di Maggie Gyllenhaal, presidentessa di giuria. Il mio pronostico ricade però su Mathilde Arcel per Woman Unknown, sotto la cui maschera glaciale si intravede un vulcano di emozioni. La mia scelta personale ricade invece sulla Angela di Valeria Scalera, un vero e proprio vulcano che le emozioni non le nasconde ma le fa esplodere in faccia alla famiglia.
Pronostico: Mathilde Arcel, Woman Unknown
Scelta personale: Vanessa Scalera, Il Fuoco che Ti Porti Dentro

Leone d'Argento (Miglior Regia)
Scelta molto difficile, vista la presenza di pochi film che si "staccano" dagli altri e visto il regolamento che impedisce che due dei premi maggiori vadano allo stesso film. Spero che la giuria non lasci a mani vuote il poetico film di Koreeda, Look Back, su cui non ricade però la mia preferenza perché gli riserverei premi più importanti. La mia scelta personale ricade invece su A Bit of Light di Ali Asgari, una masterclass di come raccontare un tema difficile in maniera semplice, efficace, e senza inutile pornografia del dolore. Menzione speciale per un gioiello stregato come Company - un film che non ha paura di essere strano e diverso, e che proprio per questo ha ricevuto un'accoglienza tiepida dalla critica.
Pronostico: Hirokazu Koreeda, Look Back
Scelta personale: Ali Asgari, A Bit of Light

Gran Premio della Giuria 
Tra i favoriti per il Gran Premio della Giuria ci sarebbero Possible Love, Wild Horse Nine, e NAZA: anche se la natura scarsamente filmica di quest'ultimo farebbe pensare che potrebbe non ricevere premi, penso che la giuria alla fine sceglierà di premiarlo. Possibile sorpresa Un Bon Petit Soldat, cui però secondo me verrà assegnato qualche premio "minore" come quello per la sceneggiatura. La mia scelta personale ricade invece su Koreeda per Look Back.
Pronostico: NAZA
Scelta personale: Look Back

Leone d'Oro 
Vista l'accoglienza internazionale, la giuria potrebbe premiare con il premio più importante il ritorno alla regia di Lee Chang-dong con Possible Love, un racconto che unisce Ken Loach e Parasite, racconto di coppia e critica sociale, in una confezione fredda ma perfetta. La mia scelta personale ricade invece su Wild Horse Nine, uno dei due film che mi ha scaldato il cuore in questa mostra.
Pronostico: Possible Love
Scelta personale: Wild Horse Nine

È tutto anche per quest'anno. Correte in SNAI a scommettere sull'opposto dei miei pronostici, e noi ci risentiamo per l'edizione 2027.

Pier

giovedì 10 settembre 2026

Telegrammi da Venezia 2026 - #5

Quinto telegramma da Venezia, con scienziati che progettano bombe atomiche (no, non quello che pensate), manager con dilemmi etici in aziende che non esistono, madri orribili ma magnetiche, e musical fiabeschi.


DAU (Concorso), voto 4.5. Il film vorrebbe raccontare la vita di Lev Landau, premio nobel per la fisica e costruttore della bomba atomica, ma finisce per essere solo un delirio schizoide. Il regista Ilya Khrzhanovsky confonde l'arte con la provocazione gratuita, realizzando un guazzabuglio diseguale che non riesce nemmeno a essere davvero disturbante: persino Oppenheimer, per rimanere sulla stessa tematica, lascia segni più profondi nell'inconscio dello spettatore, nonostante gli intenti nettamente più commerciali. Khrzhanovsky vorrebbe fare un po' Pasolini, un po' Tarkovskij, ma manca della visione politica e della chiarezza tematica del primo e dell'immaginazione e della poesia del secondo. Qualche bella (bellissima) immagine non basta a salvare un film sconclusionato che sicuramente piacerà a qualcuno che vuole darsi arie da intellettuale: non cascateci.

Un Bon Petit Soldat (Concorso), voto 5. Alba Rohrwacher è una manager delle risorse umane in crisi di coscienza, e ha incredibilmente (quasi) imparato a dire "gioielliere". Film con buone intenzioni e buona resa a livello di intrattenimento, ma che dimostra una scarsa conoscenza della realtà che vorrebbe criticare o parodiare e finisce quindi per essere banale e superficiale nel messaggio. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Il Fuoco Che Ti Porti Dentro (Concorso), voto 7.5. Edoardo De Angelis adatta il romanzo di Antonio Franchini in modo creativo, rinunciando alla diversità di luoghi e tempi del testo originale e ambientando tutto in una casa alla vigilia di Natale. Questa scelta, insieme a una regia che preferisce inquadrature lunghe e sinuose, con frequenti piani frequenza, consente a De Angelis di far provare allo spettatore la tensione che la presenza di Angela, madre terribile con un fuoco dentro che brucia lei e chi le sta attorno, provoca nella sua famiglia, e in particolare in suo figlio. De Angelis realizza un film sinestetico, in cui lo spettatore percepisce le puzze, gli odori, i sapori bruciati e troppo conditi: un assalto ai sensi che non lascia un attimo di respiro. Il film è molto riuscito, e riesce a suscitare emozioni molto diverse senza mai perdere la bussola: è divertente e ansiogeno, crudele e commovente, e restituisce appieno la complessità di Angela, personaggio memorabile qui portato in vita da Vanessa Scalera in un'interpretazione da Coppa Volpi.

Peau d'Homme (Giornate degli Autori), voto 7. Fiabesco musical francese tratto dall'omonima graphic novel, dove una principessa, promessa sposa a un uomo che non conosce, indossa una pelle magica che la trasforma in un uomo, permettendogli di avvicinarlo e conoscerlo. Il film è leggero e spensierato (anche se affronta - bene - anche temi seri come la parità di genere), un inno all'amore in tutte le sue complessità e in tutti i suoi colori, con una divertita e divertente Catherine Deneuve nella parte di una madrina viveur e cinica.

Pier

giovedì 3 settembre 2020

Telegrammi da Venezia 2020 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia, e vi accompagnerà per tutta la Mostra del Cinema con i suoi telegrammi, recensioni brevi dei film visti nelle varie sezioni. Una Mostra giocoforza particolare, nell'anno di una pandemia, ma organizzata con passione artistico e un rigore logistico finora impeccabile.



Ecco i film visti nel primo giorno e mezzo di Mostra:

Lacci (Fuori Concorso), voto 4.5. Un film che sembra realizzato al solo scopo di corroborare la tesi di chi sostiene che il cinema italiano sia moribondo e sempre uguale a se stesso. La solita storia di infedeltà coniugale, con il solito campionario di ripicche, rimproveri, nevrosi, paturnie, e patemi recitata dai soliti attori e attrici con le solite nevrosi, paturnie, e patemi. Spiace che venga da Daniele Luchetti, che ci aveva abituato a ben altro.

Mila - Apples (Orizzonti), voto 7.5. Una pandemia che cancella la memoria, e un protagonista che, nel cercare di ritrovare se stesso si infila in una serie di situazioni paradossali. Un'idea di partenza brillante, sviluppata forse al di sotto del suo potenziale, ma comunque efficace, sempre in sospeso tra farsa e dramma, commedia e tragedia.

The Book of Vision (Settimana della Critica), voto 6.5. Un esordio ambizioso per il regista italiano Carlo S. Hintermann: un libro che collega due storie a secoli di distanza, due approcci alla medicina diversi, uno scientifico, l'altro più spirituale. Un film in costume che sfocia a tratti nel fantasy, mescolando generi, piani temporali, e suggestioni. Sorretto da un cast in ottima forma, il film pecca di eccessi, cercando di unire troppi messaggi, linee narrative, e tematiche. Tuttavia, non si può che applaudire al coraggio di osare, persino di eccedere, soprattutto all'interno di una cinematografia nazionale che sembra spesso una triste fiera del già visto.

Quo Vadis, Aida (Concorso), voto 8. La storia del massacro di Srebrenica, raccontata dalla prospettiva di un'interprete bosniaca che lavora per le Nazioni Unite. Un film che è un pugno allo stomaco, una denuncia di impatto devastante sull'inerzia della Nato, girato con rigore e forza espressiva, senza sconti, e sorretto dallo sguardo stralunato e dalla grinta della bravissima protagonista, Jasna Đuričić. 

Final Account (Fuori Concorso), voto 7.5. Un documentario sul nazismo costruito sulle memorie di chi il nazismo lo ha vissuto in prima persona: ex ufficiali delle SS, della Wehrmacht, guardie dei campi di concentramento, contabili. Persone che non hanno commesso in prima persona le efferatezze del regime, ma che sono costretti, ognuno a modo suo, a fare i conti con ciò che è accaduto intorno a loro senza che facessero niente. Un film potente, che mette i suoi protagonisti e, quindi, lo spettatore di fronte a dilemmi etici di difficile risoluzione, costringendoci a chiederci quanto sia facile essere "cattivi", e quando sia difficile eroi.

Amants (Concorso), voto 4.5. Un melodramma classico, troppo classico, con una sceneggiatura pigra e prevedibile e due protagonisti con scarsa chimica. Resta la bellezza di qualche immagine, ma è davvero troppo poco.

Pier e Simone

mercoledì 9 settembre 2015

Telegrammi da Venezia 2015 - #3


Terzo telegramma da Venezia.



Man Down (Orizzonti), voto 5.5. In un'alternanza tra flashback e narrazione del presente, il film racconta l'odissea di un marine che deve ritrovare la famiglia in uno scenario post-apocalittico. La storia, soprattutto all'inizio, non brilla per originalità, ma ha alcune idee interessanti e offre numerosi spunti visivi. Shia LaBeouf, pur bravo, sembra un po' fuori parte.

The Fits (Biennale College), voto 7. Il film racconta il passaggio alla pubertà di un gruppo di ballerine hip-hop attraverso un'intelligente metafora che dona al tutto un delicato tocco di soprannaturale. Un bell'esordio.

Sangue del mio Sangue (Concorso), voto 4. Bellocchio realizza un film sconnesso, con due parti che non c'entrano niente l'una con l'altra, la prima pessima per banalità e messa in scena, la seconda sorretta dal vampiresco Roberto Herlitzka (che vale al film un voto in più) e da una buona idea di fondo, ma che naufraga comunque nel finale. Mal scritto e mal recitato (la recitazione di Piergiorgio Bellocchio dovrebbe essere proibita dalla Convenzione di Ginevra, e il cast di contorno è penoso, con l'eccezione di Alba Rohrwacher), il film finisce inspiegabilmente in concorso a Venezia, e alcuni critici prezzolati inneggiano pure al capolavoro. Da evitare come la peste.

Anomalisa (Concorso), voto 8. Kaufman (autore, tra gli altri, di Essere John Malkovich e Se mi lasci ti cancello) realizza un (altro) intelligente racconto psicoanalitico, che in alcuni punti tocca vette di genialità. L'uso dell'animazione in stop motion fa guadagnare all'opera in incisività e forza visiva.

11 Minutes (Concorso), voto 8.5. Dopo aver vinto il Premio della Giuria nel 2010, Jerzy Skolimowski torna al Lido con un film sulla forza irresistibile del caso. Ritmato, incalzante, teso e capace di grande ironia (il finale è volutamente esilarante), 11 Minutes si candida come uno dei favoriti per il Leone d'Oro.

Heart of a Dog (Concorso), voto 7. Laurie Anderson, storica compagna di Lou Reed, realizza un film poetico e fortemente visivo, fatto di suggestioni, immagini e ricordi più che di una narrazione unitaria e strutturata. L'esperimento funziona, e la vita di Laurie raccontata attraverso gli occhi del suo cane assume connotazioni ora comiche, ora tragiche, ora poetiche, ora grottesche, in un'alternanza di musiche, luci e colori che suggestionano, pur senza convincere fino in fondo.

The Endless River (Concorso), voto 2. Qui la recensione fatta per NonSoloCinema.

Pier

venerdì 16 gennaio 2015

Hungry Hearts

Quando l'emozione è SciAlba



Mina e Jude sono due giovani che si incontrano per caso a New York. Lei italiana, lui statunitense, cominciano a frequentarsi, si innamorano, si sposano, hanno un figlio. Proprio con la nascita del bambino iniziano i problemi: Mina è ossessionata dal mantenere il figlio "puro", e per questo non lo fa uscire di casa e non lo nutre in maniera appropriata. Quando Jude si rende conto che il figlio è a serio rischio di malnutrizione inizia a dargli da mangiare di nascosto e a portarlo da un medico. Mina lo scopre, e lo scontro tra i coniugi esplode, divenendo sempre più aspro.

Non fatevi ingannare dalla doppia Coppa Volpi: Hungry Hearts è un film che ha il suo punto debole nella sceneggiatura e nella recitazione della protagonista, mentre - come sempre nei film di Costanzo - convince per la buona realizzazione a livello visivo, con una fotografia ispirata e a tratti hitchcockiana e un montaggio molto interessante.
Peccato per il resto: la sceneggiatura è scadente, soprattutto nella costruzione del personaggio femminile, che passa dall'essere più o meno normale a comportarsi come una pazza lunatica nel giro di due scene. La trama è debole e mal costruita, soprattutto nella prima metà, quando il film vorrebbe raccontare la parte serena del matrimonio di Mina e Jude. La pellicola si apre con una scena a tema scatologico che starebbe bene in un cinepanettone, e prosegue con una love story da operetta che, fino alla nascita del figlio, è meno appassionante di un film delle vacanze.

Nella seconda parte la tensione cresce e il film acquista in ritmo, ma cominciano i problemi di recitazione. La parte della madre è affidata a (Sci)Alba Rohrwacher, come tutti i ruoli di donne disturbate negli ultimi cinque anni di cinema italiano, che offre una prova monocorde, con un viso sempre in bilico tra pianto e disprezzo, anche quando il copione non lo richiede. Voi vi chiederete: "E perché allora le hanno dato la Coppa Volpi a Venezia?" La risposta è semplice: i giurati non l'hanno mai vista, e hanno pensato che questa prova non fosse l'esatta replica di (quasi) tutte quelle precedenti;  inoltre quest'anno a Venezia c'erano solo tre film in concorso con protagoniste femminili, e la competizione non era quindi esattamente agguerrita. La recitazione della Rohrwcher affossa anche il messaggio del film sull' "amore eccessivo": il personaggio di Mina è troppo estremo, troppo sopra le righe perché si possa empatizzare con lei, perché si possa capire che la sua follia deriva da un forte amore per il figlio. La sua follia risulta solo follia, il delirio di una psicotica senza motivazioni reali né umanità. Un peccato, questo, perché l'obiettivo del film era ben altro.
La pellicola si regge quindi sulle spalle di Adam Driver, per cui passare dal set di Scorsese o del nuovo Star Wars a lavorare con la Rohrwacher deve essere stato un trauma non da poco. Driver è intenso senza essere eccessivo, naturale senza essere banale, e regala una prova commovente e vera, che fa sì che lo spettatore parteggi ancora di più per il suo personaggio.

Hungry Hearts è un film scialbo come la sua protagonista, che non emoziona e non coinvolge, se non nei momenti in cui Jude si ribella e manda a quel paese la moglie. L'unico pregio è quello di far vedere la follia cui può portare il fanatismo legato al cibo. Un film da far vedere ai vostri amici e conoscenti vegani quando vi guardano con aria critica mentre addentate una bistecca, ma purtroppo non la riflessione sull'amore genitoriale e sulla nutrizione che voleva essere.

**

Pier

lunedì 1 settembre 2014

Telegrammi da Venezia 2014 - #3

Terzo telegramma da Venezia, con molti film, del concorso e non.


She's Funny That Way (Fuori Concorso), voto 9.5. Il ritorno di Peter Bogdanovich, uno dei geni della commedia sofisticata made in USA (L'ultimo spettacolo, Paper Moon, Ma papà ti manda sola, e tant altri), è semplicemente strepitoso. Elegante, esilarante, ben recitato, il film non concede una pausa, e diverte facendoci riscoprire il piacere del racconto e dell'arte di raccontare. Una bella storia è migliore della verità, dice la protagonista (la rivelazione Imogen Poots), e noi concordiamo. Il finale è una perla assoluta.

The Humbling (Fuori Concorso), voto 6.5. Adattare i romanzi di Roth non è mai semplice, dato che significa trovare un espediente efficace per tradurre in immagini i suoi flussi di coscienza. Levinson riesce nell'impresa consegnando il film nelle mani di Al Pacino, che gigioneggia in modo irresistibile nei panni di un grande attore che ha perso il suo talento. Oltre a Pacino, però, c'è poco altro, e il film risulta interessante ma abbastanza superficiale.

Hungry Hearts (Concorso), voto 3/4. Costanzo dimostra ancora una volta di essere un ottimo creatore di immagini (anche se questo è forse il suo film più debole, in questo senso) ma uno sceneggiatore scadente, soprattutto nella costruzione dei personaggi. Il film inizia con una scena a tema scatologico che starebbe bene in un cinepanettone, e prosegue con il racconto della crescente pazzia di una madre che, per mantenere puro il figlio neonato, finisce per non nutrirlo. La parte della madre è affidata ad Alba Rohrwacher, come tutti i ruoli di donne disturbate negli ultimi cinque anni di cinema italiano, che offre una prova monocorde, con un viso sempre in bilico tra pianto ed espressione di disprezzo, anche quando il copione non lo richiede. Il film si regge quindi sulle spalle di Adam Driver, per cui passare dal set di Scorsese o del nuovo Star Wars a lavorare con la Rohrwacher deve essere stato un trauma non da poco.

The Cut (Concorso), voto 7. Film di forte impatto emotivo nella prima parte, The Cut si perde in lungaggini nella seconda, risultando comunque interessante nel suo racconto dell'odissea di un padre armeno alla ricerca delle figlie dopo la dissoluzione dell'Impero Ottomano. Akin dirige con il consueto rigore, tratteggiando un protagonista che tocca il cuore dello spettatore.

The Boxtrolls (Fuori Concorso), voto 7.5. Terzo film d'animazione per gli studios Laika, che racconta una storia di emarginazione e persecuzione razziale travestendola da favola per bambini, in cui dei troll dal cuore d'oro vengono cacciati dagli abitanti di un paesino sonnacchioso. Il film funziona, tra momenti comici e drammatici, e gli adulti non mancheranno di notare gli inquietanti e ben costruiti richiami ai regimi totalitari del XX secolo.

Senza nessuna pietà (Orizzonti), voto 4.5. Noir italiano ben girato, ma con una trama molto banale. Qui la recensione completa.

Loin des hommes (Concorso), voto 7.5. Tratto da un racconto di Camus, questo western atipico è sorretto da una fotografia eccellente e da un ottimo Viggo Mortensen, che recita in francese e in arabo. Manca però il coinvolgimento emotivo. Qui la recensione completa.

martedì 24 settembre 2013

Via Castellana Bandiera

L'ostinazione e la chiusura



Rosa si reca a Palermo dopo molti anni per accompagnare Clara, la donna che ama, al matrimonio di un comune amico. Esasperata e innervosita da una città di cui ha solo cattivi ricordi, Rosa imbocca via Castellana Bandiera, una via senza senso di marcia. Di fronte a lei si para un'altra auto, quella della famiglia Calafiore: alla guida c'è Samira, un'anziana donna albanese cui è morta la figlia molti anni prima e che è costretta a vivere con il dispotico genero. Sia Rosa che Samira sono determinate a non cedere il passaggio, e trasformano la lotta per la precedenza in una lotta per la sopravvivenza e l'onore, mentre intorno a loro le regole collassano e gli abitanti della via scommettono sul vincitore.

Al suo esordio come regista cinematografica, Emma Dante sceglie di concentrarsi sulle passioni umane, portate al loro estremo da una situazione paradossale e kafkiana. Le due auto si trasformano così in due cavalli, le due guidatrici in due duellanti al sole, decise a non concedere nulla al proprio avversario. La Dante esplora a fondo la regressione dell'uomo quando viene posto di fronte al suo orgoglio, trasformandolo quasi in un animale, che urina in pubblico segnando il territorio ed è disposto a sbranare il suo nemico. La cieca determinazione delle due donne, tuttavia, è mossa da motivazioni molto differenti: cieca rabbia per rosa, disperata rassegnazione per Samira. La prima vuole dimostrare a se stessa di essere una donna forte e assertiva, mentre la seconda non ha più nulla da perdere: la vita le ha tolto tutto, privandola degli affetti e della dignità. La sua muta resistenza è veicolata alla perfezione dalla splendida interpretazione di Elena Cotta, meritatissima Coppa Volpi a Venezia, che ruba la scena in ogni momento in cui compare.

Alla violenza delle due donne si contrappone la dolcezza dei due personaggi più giovani, il nipote di Samira, tanto affettuoso con la nonna quanto il capofamiglia dei Calafiore è brusco e dispotico, e Clara, la fidanzata di Rosa, interpretata da un'Alba Rohrwacher finalmente misurata e naturale.
Intorno a loro si muove un aberrante universo fatto di mascalzoni e prevaricatori, in cui le regole non esistono e vige solo la legge del più forte. La Dante lascia che il panorama umano della via emerga dallo sfondo, affacciandosi nella storia quasi per inerzia, per poi possederla con prepotenza, divenendone quasi il tema portante. La strada si allarga, non solo metaforicamente, ma le prospettive degli uomini restano limitate, chiuse, incapaci di vedere al di là del proprio naso e di accettare le regole del vivere civile.

Via Castellana Bandiera è un film forte e ben girato, sorretto da delle ottime prove attoriali e da una regia che, senza fronzoli, racconta con efficacia le emozioni e pulsioni umane. Il finale, potenzialmente di grande impatto, viene però trascinato troppo a lungo, rivelando l'inesperienza cinematografica della regista e depotenziando il messaggio dato dalla disperata corsa dell'auto e dei personaggi. Resta comunque un esordio promettente, in cui una cura tutta teatrale per i personaggi e i loro sentimenti si unisce a una sensibilità inaspettata nell'utilizzo del mezzo filmico.

***1/2

Pier

venerdì 30 agosto 2013

Telegrammi da Venezia 2013 - #1


Come ogni anno, Filmora è a Venezia, e vi racconterà i film visti in Laguna.


Iniziamo con i film visti nei primi tre giorni:

Gravity (Fuori Concorso), voto 8.5. Il direttore Barbera, nella sua presentazione, lo ha introdotto come il film di fantascienza più rivoluzionario dai tempi di 2001 - Odissea nello spazio. Per quanto il film di Cuaròn sia alquanto distante dalla complessità  tematica del capolavoro di Kubrick, è impossibile non concordare con il direttore per quanto riguarda la regia. Il 3D è finalmente utilizzato con finalità artistiche ed espressive e, insieme a uno stile di ripresa innovativo, contribuisce alla creazione di scene mozzafiato che trasportaneo lo spettatore in un'esperienza filmica indimenticabile. Ottime le prove della Bullock e di Clooney, scanzonato coprotagonista.

Via Castellana Bandiera (Concorso), voto 7. L'esordio di Emma Dante, una delle più importanti protagoniste della scena teatrale italiana, alla regia cinematografica colpisce per forza espressiva e la capacità di scavare dentro i personaggi. Nonostante nella seconda parte perda di efficacia e mostri l'inesperienza della regista, la storia dell'incontro-scontro tra due donne testarde ed indurite dalla vita viene raccontato con profondità emotiva e leggerezza, grazie anche all'eccezionale prova di tutto il cast, con una Rohwacher finalmente misurata e una Elena Cotta che si candida seriamente per la Coppa Volpi.

Joe (Concorso), voto 6.5. Senza infamia e senza lode, il nuovo lavoro di David Gordon Green, che racconta l'incontro tra due solitudini, quella di un ex carcerato con problemi di controllo della rabbia e quella di un adolescente vessato dal padre alcolista e nullafacente. Il film si segnala per un'ottima prova di Nicolas Cage, intenso e raramente sopra le righe, che regala un personaggio sofferto e malinconico che si faticava a vedergli addosso.

Quest'anno in occasione della Mostra collaboro con Nonsolocinema, per cui recensirò alcuni film. Ecco i link di quelli che ho visto finora:

La belle vie (Giornate degli Autori), voto 8.

L'arte della felicità (Settimana della Critica), voto 7.

Tres bodas de màs (Giornate degli Autori), voto 6.

Per oggi è tutto, alla prossima!

Pier

giovedì 6 settembre 2012

La bella addormentata

Etica e confusione



Febbraio 2009. Eluana Englaro è in coma vegetativo da 17 anni, e sta per essere trasferita nell'ospedale di Udine, dove, per volontà della famiglia, verrà interrotta l'alimentazione forzata che la tiene in vita. Intorno al caso gravitano politici, manifestanti delle opposte fazioni, celebrità, medici e semplici cittadini, direttamente e indirettamente coinvolti in una questione etica e morale che tocca nel vivo la coscienza individuale e collettiva.

Marco Bellocchio decide di affrontare il tema della scelta individuale di fronte alla morte, e per farlo si ricollega al caso di Eluana, una vicenda che aveva scosso l'Italia. Il regista decide però di non mettere in scena una ricostruzione della vicenda, ma di raccontare quattro storie private che a quella vicenda sono in qualche modo legate. La scelta è indubbiamente vincente e interessante, in quanto riesce a parlare di un tema così delicato senza scivolare in facili pietismi. Il meccanismo, tuttavia, funziona a singhiozzo, in quanto lo spazio lasciato alle diverse storie è molto diverso ed erratico, con personaggi che rimangono in scena solo per qualche secondo per poi scomparire per larghissimi tratti.

Questo fa sì che il film manchi di continuità e di una solida linea narrativa, rendendo anche il messaggio più confuso. Suscita inoltre qualche dubbio la presenza dell'episodio della tossicodipendente interpretata da Maya Sansa, che risulta solo marginalmente legato al tema principale del film e finisce per essere del tutto slegato dagli altri tre. L'episodio senza dubbio più riuscito è quello che ha come protagonista Toni Servillo, parlamentare del Pdl che deve scegliere tra coscienza e linea del partito, e che dimostrerà una rettezza morale e una coerenza sconosciute ai suoi colleghi. Funziona anche l'episodio con Isabelle Huppert, grande attrice ritiratasi dalle scene per accudire a tempo pieno la figlia in coma vegetativo, nella speranza che questa si risvegli.

Proprio a questo episodio è affidato il messaggio del film, "nessuno può scegliere per gli altri", che sembra lasciare spazio alla libertà di scelta di ognuno, senza schierarsi nè pro nè contro l'accanimento terapeutico. Il problema è che questo messaggio viene annacquato, disperso, quasi distorto dalla struttura narrativa, che segue le inutili e improbabili vicende amorose di Alba Rohrwacher e Riondino o la vicenda della Sansa invece di concentrarsi sul cuore pulsante della storia. Il risultato è che il film impiega due ore per non dire nulla di più di quanto detto dall'appena defunto Cardinal Martini o da Umberto Veronesi nel giro di una sola frase, girando intorno al tema e affondando il colpo solo in pochi, riuscitissimi momenti.

Tra gli attori, come detto, brillano Servillo e la Huppert, con delle buone prove anche di Riondino e Tognazzi. Alba Rohrwacher, vera e propria miracolata del cinema italiano, è invece talmente inutile da risultare dannosa, e si distingue solo per una voce irritante, una dizione carente e la capacità di avere gli occhi lucidi in qualunque situazione, triste, neutra o gioiosa che sia.

La bella addormentata è un film coraggioso e intelligente, che perde però gran parte della propria efficacia a causa di una struttura narrativa mal congegnata e dalla mancanza di quel coraggio che ha invece avuto Clint Eastwood in Million Dollar Baby. Resta comunque un lavoro dal forte contenuto civile ed etico, con il personaggio di Servillo che ci dà una lezione di dignità, umana ancor prima che professionale, difficile da dimenticare.

** 1/2

Pier

giovedì 4 novembre 2010

Lo sconsiglio #6 - Cosa voglio di più


Cosa voglio di più

Se in un film la cosa migliore sono Favino e la Rohrwacher nudi, dato che non parliamo esattamente di Mister e Miss Universo significa che c'è qualcosa che non va.

Livello di sconsiglio:

****

Pier