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sabato 12 settembre 2026

Telegrammi da Venezia 2026 - #7

Settimo telegramma da Venezia, con una storia tra Scorsese e Herzog, un prete che fa John Wick, un bel documentario sul padre di Corto Maltese, e una storia di sorelle diverse.


Let Us Through, Dear Ancestors (Fuori Concorso), voto 8. Lav Diaz realizza un film insolitamente ricco di trama per i suoi standard, che racconta il colonialismo spagnolo nelle Filippine attraverso la figura di un prete schiavista, tirannico e libertino, di un ribelle deciso a non arrendersi, e di un gruppo di schiavi costretti a un'impresa titanica: portare dei blocchi di marmo da una parte all'altra dell'isola, con il solo ausilio delle proprie braccia. Il film unisce lo scontro tra cattolicesimo e tradizione di Silence di Scorsese ai folli viaggi nella giungla di Aguirre e Fitzcarraldo, offrendo un affresco incredibilmente vivo delle Filippine del 1600 e una critica affilata al colonialismo e alla sua distruzione di rituali e tradizioni locali. Diaz riprende il film con il suo solito approccio "a quadri", fatto di inquadrature statiche all'interno delle quali si svolge la scena, ma in questo caso convince meno del solito: le immagini sono bellissime, ma la macchina da presa si posiziona spesso molto lontano dall'azione, rendendo più difficile vedere le emozioni dei protagonisti e, dunque, empatizzare con le loro sofferenze.

Father Joe (Fuori Concorso), voto 7. Prendete John Wick e sostituite le varie sette di assassini con le maggiori religoni monoteiste, ciascuna con un braccio armato che combatte spaccio, violenze, e traffico di organi: questo è Father Joe, sceneggiatura pazza ma efficace di Luc Besson affidata alla regia Barthélémy Grossmann. Sembra folle? Lo è, al 100% e anche di più. Padre Joe (Kiefer Sutherland) è un veterano del Vietnam con un passato difficile che si è fatto prete. Ha addestrato sé stesso, un altro prete e dei chierichetti a combattere il crimine, con tanto di deposito di armi nascosto sotto la canonica. Lo scontro con un boss della mafia (Al Pacino, splendido anche quando recita con il pilota automatico) degenererà in guerra aperta, ma lo farà incontrare con Felicity, ragazza interrotta in cerca di redenzione. Gli ingredienti sono già visti, ma sono combinati in un piatto poco sano ma gustosissimo, di quelli che ti divori per poi vergognartene il giorno dopo. C'è qualche lungaggine (soprattuto verbale) di troppo, ma l'idea è talmente sopra le righe che non si può non apprezzare.

Il Desiderio di Essere Inutile - Hugo a Venezia (Fuori Concorso), voto 8. Stefano Knuchel realizza un bellissimo documentario sulla fase finale della vita di Hugo Pratt, tra Venezia e la Svizzera. Knuchel alterna interviste con suoi collaboratori alla viva voce di Pratt, immagini del suo lavoro, e suggestioni visive e sonore che ne ricostruiscono il mondo reale e immaginario. La creatività della costruzione drammaturgica lo eleva al di sopra del biopic medio, regalando un ritratto di Pratt sfaccettato ed evocativo.

Dear Ajayi (Giornate degli Autori), voto 7. Due sorelle molto diverse, una cicala (cantante, indipendente, lontana dalla famiglia), l'altra formica (lavoro stabile, devota, risparmiatrice) sono costrette a confrontarsi quando la madre si ammala. Sceneggiatura solida realizzata senza particolari guizzi, ma con cura (ottime le musiche) e pulizia. Il film racconta la lotta per la propria identità e la forza dei legami famigliari, e soprattutto l'incontro-scontro di due modi di concepire la vita opposti, ma non per questo incompatibili. 

Simone

martedì 10 marzo 2026

Il Filo del Ricatto - Dead Man's Wire (In pillole #37)

Temete l'ira dei mansueti


Gus Van Sant torna alla regia dopo sette anni e lo fa con una commedia-thriller tratta da una storia vera, in un'operazione che ricorda quella operata da Richard Linklater (regista tematicamente simile a Van Sant, e come lui solitamente lontano da questo genere) con Hitman, presentato due anni fa proprio a Venezia. 

Il film racconta l'assurda storia del sequestro del banchiere Richard Hall, figlio di M.L. Hall, il presidente di Meridian Mortgage Co., da parte di Tony Kiritsis: il gesto di un pazzo, come cercarono di farlo passare, o una giusta rivolta proletaria contro lo strapotere del capitale che lo aveva imbrogliato nella compravendita di un terreno? Raccontato con la giusta dose di humor nero, Dead Man's Wire è un'attenta esplorazione della psiche umana e di quanto poco basti per far "impazzire" un uomo probo e onesto. 

Van Sant esibisce una chiara e sacrosanta favorevolezza alle posizioni di Kiritsis, interpretato con il giusto mix di follia, logica ed empatia da un ottimo Bill Skarsgard. Kiritsis emerge come il perfetto esempio del "piccolo uomo" truffato dalle grandi banche e dal sistema capitalistico in generale, perfettamente incarnato dal M.L. Hall, un Al Pacino magistrale, cinico al punto di essere disposto a sacrificare il figlio piuttosto che accontentare le richieste del sequestratore e abbandonare la sua vacanza in Florida.

Van Sant non rinuncia a raccontare il ruolo dei media nel modificare la percezione della realtà, con Kiritsis che insiste per raccontare la sua storia in diretta radiofonica a sequestro in corso e che chiede non soldi ma ammissioni di colpa, armato dell'incrollabile (e non infondata) certezza che, se non lo farà lui, nessuno racconterà la sua storia. Kiritsis prende possesso della sua narrativa e, nel farlo, riesce ad attirarsi le simpatie dell'opinione pubblica. 

Il sistema, alla fine, trova il modo di salvarsi e perpetuarsi. Tuttavia, con la storia di Dead Man's Wire Van Sant realizzando un film che diverte ma porta anche avanti una forte posizione politica, mostrando al pubblico quanto poco basterebbe per far saltare il banco e far vedere a tutti che il re, in fondo, è nudo.

****

Pier

martedì 2 settembre 2025

Telegrammi da Venezia 2025 - #4

Quarto telegramma da Venezia, tra eminenze grigie con la passione per il teatro, lottatori in crisi, sequestratori con cui empatizzare, ed esperimenti che meritavano miglior sorte.


Il Mago del Cremlino (Concorso), voto 8. Come si distrugge la verità? La ricetta non è la magia, anche se il titolo sembra suggerirlo, ma una profonda conoscenza della psiche umana e dei trucchi con cui si può ingannarla. A partire dall'omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, Assayas confeziona un thriller politico che racconta la caduta del Muro e l'ascesa di Vladimir Putin attraverso un dialogo/confessione tra un giornalista e Vadim Baranov, ispirato a Vladislav Surkov, eminenza grigia di Putin. Baranov ha un passato da teatrante, e sa leggere, comprendere, e manipolare le emozioni: non basta altro. Sceneggiatura stellare (con la collaborazione, e si vede, di Emmanuel Carrère), e cast perfetto, da Jude Law/Putin a Jeffrey Wright nei panni del giornalista, passando per Alicia Vikander. A brillare più di tutti è però Paul Dano, che dopo Il Petroliere torna a essere il volto innocente e seducente del Male, un sorriso disarmante che repelle e conquista allo stesso tempo.

The Smashing Machine (Concorso), voto 7.5. Benny Safdie racconta la storia vera di Mark Kerr, lottatore di arti marziali miste, cui Dwayne Johnson presta volto e corpo, raccontandone la forza fisica e la fragilità emotiva. Un solido film sportivo, fotografato con taglio semi-documentaristico, che ha il pregio di non raccontare una classica parabola di caduta-redenzione-rinascita, pur tratteggiandola di sottofondo (con la centralità data alle vicende di Mark Coleman, amico e collega di Kerr) come elemento di contrasto all'evoluzione meno convenzionale della vita di Kerr. Il risultato è un film che non brilla per originalità, ma funziona a livello narrativo ed emotivo, con una morale non scontata.

Dead Man's Wire (Fuori Concorso), voto 8. Gus Van Sant torna alla regia dopo sette anni e lo fa con una commedia-thriller tratta da una storia vera, in un'operazione che ricorda quella operata da Richard Linklater (regista tematicamente simile a Van Sant, e come lui solitamente lontano da questo genere) con Hitman, presentato due anni fa proprio a Venezia. Il film racconta l'assurda storia vera del sequestro del banchiere Richard Hall da parte di Tony Kiritsis. Raccontato con la giusta dose di humor nero, Dead Man's Wire è un'attenta esplorazione della psiche umana e di quanto poco basti per far "impazzire" un uomo probo e onesto. Van Sant esibisce una chiara e sacrosanta favorevolezza alle posizioni di Kiritsis (un ottimo Bill Skarsgard), perfetto esempio del "piccolo uomo" truffato dalle grandi banche e dal sistema capitalistico in generale, realizzando un film che diverte ma porta anche avanti una forte posizione politica, soprattutto di questi tempi.

Orfeo (Fuori Concorso), voto 5. Un voto di stima, perché questo pastiche di live action e animazione realizzato da Virgilio Villoresi con sguardo e fotografia espressionista ha intuizioni visive notevoli e stimolanti. Tuttavia, la trama è un guazzabuglio senza capo né coda, frutto di un adattamento pedissequo dell'opera omonima di Buzzati, che avrebbe richiesto maggior riflessione per essere resa in modo efficace su un altro medium. Non brilla nemmeno il cast (con l'eccezione di Vinicio Marchioni), che sembra essere stato scelto da un cinofilo, anziché da un cinefilo.

Pier

domenica 10 novembre 2019

The Irishman

Quando bruciavamo di vita


Frank Sheeran è un anziano che vive in casa di riposo che si trova a ripercorrere la sua vita, a partire da quando, da autista di camion, per una serie di coincidenze finisce per lavorare per Russell Bufalino, boss della mafia a Filadelfia. Sarà l'inizio di un'amicizia, ma anche di una collaborazione che porterà Frank a contatto con alcune figure chiave della storia statunitense, tra cui spicca quella di Jimmy Hoffa, il capo del sindacato dei camionisti, a quei tempi più popolare di Elvis e dei Beatles.

Cosa significa fare i conti con la propria vita? Se lo chiede Frank Sheeran, il protagonista di The Irishman, ma sembra chiederselo anche Martin Scorsese, che gira un film in cui il ricordo e il passato sono assoluti protagonisti, e il presente è pallido comprimario. Il passato è vibrante di vita e di energia, il presente è scolorito, esausto; il passato è il momento in cui si è fatta la storia, in cui addirittura si è stati al centro della Storia, anche se non necessariamente dalla parte giusta; il presente è fatto di abbandono, solitudine, perifericità umana e sociale.

La scena di apertura ci presenta Frank, narratore forse inattendibile - non è importante - dopo averci portato a passeggio nei corridoi della casa di riposo dove vive. Frank rompe la quarta parete e sfonda le pareti della casa con i suoi ricordi, portandoci a passeggio per la sua vita spesa al servizio della mafia italoamericana di Philadelphia. Il film segue il filo delle sue memorie, muovendosi in direzioni sempre imprevedibili, alternando toni completamente diversi anche all'interno della stessa scena, vagando tra piani temporali e spaziali diversi, confuso eppure coerente come solo i ricordi sanno essere.

Scorsese abbandona i toni ipercinetici e adrenalici che contraddistinguono il suo cinema, soprattutto quello che si focalizza su malavitosi di diversa caratura, e adotta un tono nostalgico, struggente, quasi proustiano, in cui ciò che conta non è che ciò che si è fatto ma ciò che non si è fatto e non si ha avuto il coraggio di fare. L'azione viene spesso dilatata o addirittura nascosta, negata: ai ritmi frenetici si sostituisce il lento incedere dello sguardo (tante le inquadrature in soggettiva, tanti i piani sequenza) e del ricordo, che vaga a ritroso senza una meta precisa, alla ricerca di qualcosa di indefinito ma che si sa di aver perduto. Lo sguardo si distoglie dalla carneficina, anziché abbracciarla ed esaltarla come in Quei bravi ragazzi o altre pietre miliari del cinema scorsesiano, preferendo concentrarsi su sguardi, espressioni, situazioni. La scena si svuota di epica e si riempie di dialoghi esilaranti, silenzi, momenti quasi profetici, in cui il protagonista, ormai condannato dalla vita, cerca di trovare ex post un senso in azioni che forse un senso non lo hanno mai avuto.


Man mano che il film procede, l'azione viene progressivamente tolta dalle mani degli uomini e diviene destino ineluttabile, in un lento incedere da tragedia greca che culmina in una devastante solitudine. Frank è Edipo, giovane pieno di vita costretto a uccidere il padre, e che si ritrova a morire in un'oscura periferia, solo e menomato, lontano dalla famiglia e dagli amici.
Frank non è solo in questa tragedia, ma è semplicemente la storia che Scorsese ha deciso di raccontarci, il simbolo di un'intera categoria, forse di un intero paese, come ben esemplificato dalla magistrale scena delle bocce in prigione, perfetto ritratto della decadenza umana e della transitorietà della gloria, della gioia, della vita.

De Niro porta magistralmente in scena un Frank enigmatico, il cui volto spesso esprime ciò che le parole non sanno e non vogliono dire, artefice degli eventi e al tempo stesso loro vittima, trascinato in un vortice di lealtà cui non può davvero appartenere fino in fondo. Per aiutare la Famiglia sacrifica la sua famiglia, dalle figlie alla moglie, fino all'amico Jimmy Hoffa, interpretato da un Pacino mai così affabile e abile nel tenere sotto controllo la sua irresistibile gigioneria. A brillare tra i comprimari, però, è un Joe Pesci in tono solo apparentemente minore: il suo Russell Bufalino è un gentiluomo decaduto, raccolto, silenzioso, che sembra quasi avulso dal mondo di eccessi in cui si ritrova ad operare.

Sullo sfondo dei ricordi di Frank si muove l'America, tra storia ufficiale e storia sotterranea, in cui ogni evento che conosciamo, dalla Baia dei Porci alla morte di Kennedy sembra in qualche modo collegata alla mafia. Attraverso gli occhi e la narrazione di Frank, Scorsese arriva addirittura a ribaltare questo parallelismo, rendendo la storia "mafiosa" più vera e vibrante di quella reale, pallida eco degli eventi che attraversano le vite dei vari Bufalino, Salerno, e Jimmy Hoffa. Con l'afflato che solo i grandi film come C'era una volta in America Il dottor Zivago posseggono, il film racconta anche un intero paese e un'intera generazione, mettendone a nudo le contraddizioni e stracciandone il velo superficiale di felicità materiale per rivelarne la desolazione spirituale.

Come Tarantino con C'era una volta a Hollywood (curioso siano usciti nello stesso anno)Scorsese realizza un film che è anche una summa del suo lavoro, un testamento artistico permeato dalla sua impronta autoriale e dalla sua visione del cinema. Come C'era una volta a HollywoodThe Irishman è un film che non ha paura di essere uno, nessuno, e centomila, di giocare con i generi e le aspettative, né di prendersi i tempi necessari per raccontare la sua storia esattamente come vuole raccontarla 1.

Ma laddove Tarantino esorcizza nostalgia e perdita con uno scarto fantastico che reclama il diritto al sogno e alla vita, Scorsese abbraccia queste emozioni, realizzando un film che segna la fine di un'epoca e di un certo modo di fare cinema, ma segna anche l'inizio di una nuova: The Irishman è un film vibrante di vita, ma di una vita passata, lontana, nostalgica, e finisce quindi per raccontare la fine di questa vita, che è anche fine di un certo modo di essere, di pensare, di fare (settima) arte.
Se Tarantino si rifiuta donchisciottescamente di voltare pagina e leggere la parola "fine", Scorsese chiude il libro, e lo fa con una potenza devastante, un pugno allo stomaco che spiazza e sconvolge ma che, ne siamo certi, apre anche una nuova pagina nel suo cinema.

The Irishman è, senza ombra di dubbio un capolavoro, e un inno alla bellezza e alla varietà del cinema. Guardatelo, assaporatelo, godetevelo (se possibile al cinema). Per una volta si può davvero dire: di film così non ne fanno più.

*****

Pier

1: e qui andiamo controcorrente rispetto ai miopi critici ed esercenti nostrani, e riconosciamo che, senza la libertà pressoché totale concessa da Netflix, un film del genere non si sarebbe probabilmente mai fatto. Quando capiremo che la morte (sempre annunciata, mai definitiva) della sala non è causata da Netflix sarà sempre troppo tardi.

martedì 10 settembre 2019

C'era una volta a... Hollywood

Il coraggio di sperimentare



Los Angeles, 1969. Le strade di tre personaggi molto diversi tra loro si incrociano in una Hollywood in preda alla rivoluzione hippie: Rick Dalton, star della televisione in declino, che si barcamena tra varie parti per mantenere il suo stile di vita; Cliff Booth, stuntman di Rick e suo tuttofare, che a Hollywood ci va solo per lavorare; e Sharon Tate, attrice sulla cresta dell'onda e moglie del regista più cool del momento, Roman Polanski. Le loro storie si incrociano, si sfiorano, si inseguono, mentre Hollywood, come la bella addormentata, sta per essere risvegliata dal suo sogno dorato.

Pochi registi negli ultimi decenni hanno saputo crearsi uno stile distintivo come Quentin Tarantino: i suoi film sono immediatamente riconoscibili grazie a un mix di azione scoppiettante, dialoghi fulminanti e personaggi tanto idiosincratici quanto indimenticabili. A livello estetico, Tarantino ha sempre privilegiato una fotografia iper curata e un montaggio ritmato quasi quanto i suoi dialoghi, con continui cambi di prospettiva, sguardo, focus di attenzione 1.

Con C'era una volta a... Hollywood, Tarantino spariglia le carte, dimostrando un coraggio non comune e sperimentando senza paura con nuovi linguaggi, tematiche e modalità espressive.
L'evoluzione del suo stile da Inglorious Basterds C'era una volta a... Hollywood ricorda quella di Sergio Leone tra la trilogia del dollaro e i due C'era una volta...: si passa da un ritmo forsennato a uno rallentato, contemplativo, quasi onirico, che ci immerge in una Hollywood in cui l'estate sembra infinita, le star sono divinità scese in terra, e anche i comprimari sembrano usciti da un sogno a occhi aperti. Questo si riflette sia nella struttura testuale che in quella visiva: i dialoghi sono più rarefatti e riflessivi, le scene più lunghe e insistite, inframmezzate da flashback (uno strumento narrativo solitamente poco utilizzato dal regista del Tennessee), digressioni, e momenti musicali. Le inquadrature sono più lunghe, ampie, fatte di carrellate infinite e panoramiche mozzafiato, e si concentrano più sul paesaggio e le atmosfere che sui personaggi; la musica è onnipresente, e non usata strategicamente come solitamente accade nei film di Tarantino, e diventa un tappeto sonoro che è parte integrante dell'ambientazione, della città, e dell'epoca.


All'interno di questa cornice contemplativa si inseriscono, come mine nascoste in un campo di grano, delle scene meravigliosamente tarantiniane, la cui energia esplode e riverbera con maggior vigore proprio in virtù della calma che le ha precedute: la scena con Bruce Lee è meravigliosa per ironia e dialoghi, e la visita di Cliff al ranch dove vive la Manson family è un piccolo capolavoro, in cui Tarantino dimostra la sua padronanza assoluta di diversi generi. È però nella prima parte dello splendido finale che Tarantino spara le sue cartucce migliori, realizzando una sequenza destinata a diventare di culto.

Tarantino integra queste due anime alla perfezione, dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno, di essere un affabulatore visivo senza eguali, un artista della mise en scene, capace come pochi altri di raccontare storie per immagini - immagini di una purezza cristallina, quasi accecante, in cui ogni dettaglio nasconde un mondo, un ricordo, un'emozione.

L'alternarsi di atmosfere e toni così diversi ricorda quelli della fiaba, in cui tutto segue una logica invisibile che è al servizio dell'insegnamento e della morale. C'era una volta a... Hollywood è una fiaba moderna intrisa di nostalgia e amore per un mondo che non c'è più, ma soprattutto per gli eroi silenziosi che quel mondo hanno contribuito a costruire, i cavalieri senza macchia e senza paura che rimangono sullo sfondo, mentre altri si prendono le luci della ribaltà. Non è un caso che il Cliff Booth di Brad Pitt brilli più del pur ottimo Rick Dalton di Leonardo Di Caprio: Cliff è l'anima del film, colui che ne tiene insieme i diversi fili narrativi e che li riannoderà, non del tutto consapevolmente, fino a farli incontrare. Pitt è semplicemente perfetto nella parte, e finisce per oscurare i pur ottimi Di Caprio e Margot Robbie, mai così affascinante, perfetta e luminosa incarnazione del sogno hollywoodiano. Ed è proprio questo sogno il vero protagonista del film: Tarantino ci presenta una Hollywood del 1969 più vera del vero, viva, vibrante, che sembra quasi strabordare dalle inquadrature, come se uno schermo non fosse sufficiente a trattenerne l'energia.

Con C'era una volta a... Hollywood, Tarantino dimostra il coraggio creativo dei grandi artisti, realizzando un film nuovo, diverso, imperfetto come solo il grande cinema sa essere; un film che sa rinunciare ai momenti che lo renderebbero più facile da apprezzare e "cool" per cercare la bellezza e il divertimento in luoghi nuovi e inesplorati; il film meno "tarantiano" del suo cinema e, al tempo stesso, quello che ne è la celebrazione e la perfetta sintesi. Non perdetelo.

**** 1/2

Pier

1: valga, come esempio, questa scena solo apparentemente statica di Inglorious Basterds, caratterizzata da continui stacchi di montaggio.

lunedì 1 settembre 2014

Telegrammi da Venezia 2014 - #3

Terzo telegramma da Venezia, con molti film, del concorso e non.


She's Funny That Way (Fuori Concorso), voto 9.5. Il ritorno di Peter Bogdanovich, uno dei geni della commedia sofisticata made in USA (L'ultimo spettacolo, Paper Moon, Ma papà ti manda sola, e tant altri), è semplicemente strepitoso. Elegante, esilarante, ben recitato, il film non concede una pausa, e diverte facendoci riscoprire il piacere del racconto e dell'arte di raccontare. Una bella storia è migliore della verità, dice la protagonista (la rivelazione Imogen Poots), e noi concordiamo. Il finale è una perla assoluta.

The Humbling (Fuori Concorso), voto 6.5. Adattare i romanzi di Roth non è mai semplice, dato che significa trovare un espediente efficace per tradurre in immagini i suoi flussi di coscienza. Levinson riesce nell'impresa consegnando il film nelle mani di Al Pacino, che gigioneggia in modo irresistibile nei panni di un grande attore che ha perso il suo talento. Oltre a Pacino, però, c'è poco altro, e il film risulta interessante ma abbastanza superficiale.

Hungry Hearts (Concorso), voto 3/4. Costanzo dimostra ancora una volta di essere un ottimo creatore di immagini (anche se questo è forse il suo film più debole, in questo senso) ma uno sceneggiatore scadente, soprattutto nella costruzione dei personaggi. Il film inizia con una scena a tema scatologico che starebbe bene in un cinepanettone, e prosegue con il racconto della crescente pazzia di una madre che, per mantenere puro il figlio neonato, finisce per non nutrirlo. La parte della madre è affidata ad Alba Rohrwacher, come tutti i ruoli di donne disturbate negli ultimi cinque anni di cinema italiano, che offre una prova monocorde, con un viso sempre in bilico tra pianto ed espressione di disprezzo, anche quando il copione non lo richiede. Il film si regge quindi sulle spalle di Adam Driver, per cui passare dal set di Scorsese o del nuovo Star Wars a lavorare con la Rohrwacher deve essere stato un trauma non da poco.

The Cut (Concorso), voto 7. Film di forte impatto emotivo nella prima parte, The Cut si perde in lungaggini nella seconda, risultando comunque interessante nel suo racconto dell'odissea di un padre armeno alla ricerca delle figlie dopo la dissoluzione dell'Impero Ottomano. Akin dirige con il consueto rigore, tratteggiando un protagonista che tocca il cuore dello spettatore.

The Boxtrolls (Fuori Concorso), voto 7.5. Terzo film d'animazione per gli studios Laika, che racconta una storia di emarginazione e persecuzione razziale travestendola da favola per bambini, in cui dei troll dal cuore d'oro vengono cacciati dagli abitanti di un paesino sonnacchioso. Il film funziona, tra momenti comici e drammatici, e gli adulti non mancheranno di notare gli inquietanti e ben costruiti richiami ai regimi totalitari del XX secolo.

Senza nessuna pietà (Orizzonti), voto 4.5. Noir italiano ben girato, ma con una trama molto banale. Qui la recensione completa.

Loin des hommes (Concorso), voto 7.5. Tratto da un racconto di Camus, questo western atipico è sorretto da una fotografia eccellente e da un ottimo Viggo Mortensen, che recita in francese e in arabo. Manca però il coinvolgimento emotivo. Qui la recensione completa.

sabato 30 agosto 2014

Telegrammi da Venezia 2014 - #2


Secondo telegramma da Venezia, con i film visti negli ultimi due giorni. Prima di iniziare, un'informazione: nche quest'anno collaboro con Nonsolocinema, e metterò qui i link alle recensioni estese che faccio per loro.


99 Homes (Concorso), voto 7.5. Il film racconta il dramma collettivo della crisi dei mutui negli USA attraverso la storia di una vittima che si trasforma in carnefice, passando dall'essere sfrattato a lavorare per un esecutore di sfratti. Morale e praticità non coincidono, il conflitto, interiore e famigliare, è inevitabile. Michael Shannon incarna alla perfezione il diavolo tentatore e Andrew Garfield lo spaesato e distrutto padre di famiglia che finisce per lavorare per lui. Intenso, solido, un film che fa riflettere sulla miseria umana e sulle illusioni costruite sul denaro e la ricchezza facile.

The Look of Silence (Concorso), voto 8.5. Oppenheimer torna sul luogo del delitto e, dopo aver raccontato la strage dei "comunisti" indonesiani dal punto di vista degli assassini con il documentario The Act of Killing, decide di raccontare quella tragedia dal punto di vista dei parenti delle vittime. Per farlo sceglie la via più difficile e coraggiosa: metterle a confronto con gli aguzzini dei loro cari, che ancora oggi detengono il potere nel paese. Crudo, forte, un pugno allo stomaco che ci ricorda ancora una volta la banalità del male, raccontandoci un crimine che tutti hanno perpetrato ma di cui nessuno sembra sentirsi responsabile.

Anime Nere (Concorso), voto 8. Francesco Munzi parla di ndrangheta in modo coraggioso e originale, mostrandoci sia il profondo radicamento nazionale e internazionale del fenomeno, sia le sue radici affondate saldamente nella terra e nei monti calabresi. Pastorizia e edilizia, omicidi e affari: nulla viene tralasciato, tutto finisce sotto la cupa lente di Munzi, supportato da un cast intenso e vero e da una fotografia crepuscolare che rende il film uno dei migliori degli ultimi anni nel panorama italiano. I fan della serie Gomorra non possono perderselo.

Heaven Knows What (Orizzonti), voto 7. Essere homeless a Manhattan, oggi, senza retorica né insegnamenti morali, seguendo due ragazzi tossicodipendenti attraverso il loro eterno peregrinare per la Grande Mela. A tratti confuso, il film convince per il realismo delle vicende narrate e l'ottima prova corale del cast, nonché per la regia dei fratelli Safdie che con una camera a mano ritrovano lo spirito di scoperta e ricerca del quotidiano tipico della Nouvelle Vague.

Manglehorn (Concorso), voto 8. Un uomo comune, con un brutto carattere e l'incapacità di relazionarsi con altre persone senza urtarne i sentimenti; la sua vita, tra appuntamenti fissi e fallimentari tentativi di renderla normale; i suoi sogni, infranti in un passato pieno di errori e perduti in un'amore che non riesce a dimenticare. David Gordon Green dirige un film emozionante, con una sceneggiatura sviluppata in modo innovativo, in cui un Al Pacino sottotono mostra a tutti cosa significhi essere un attore sublime, capace di uno spettro di emozioni immenso anche senza dover ricorrere a urla e scenate.

La rançon de la gloire (Concorso), voto 6.5. Leggero e simpatico omaggio a Chaplin, che però risulta fuori posto in concorso. Qui la recensione completa: http://nonsolocinema.com/La-rancon-de-la-gloire-di-Xavier_30370.html