martedì 30 giugno 2026

Supergirl

Ritorno al cuore


Kara Zor El, cugina di Superman, festeggia il proprio compleanno con un lungo pub crawl in un pianeta illuminato da un sole rosso, dove i suoi poteri non funzionano e può ubriacarsi in santa pace. Il suo desiderio di obnubilamento alcolica viene però frustrato quando Ruthye, una ragazzina del luogo, chiede il suo aiuto per vendicarsi di Krem delle Colline Gialle, leader di una temuta banda di predoni spaziali e colpevole dell'omicidio di tutta la famiglia di Ruthye.

Attorno a Supergirl si è creata, online, una strana narrativa di disfattismo. È la stessa narrativa che si era creata per Elemental, guidata dagli incassi iniziali (veri o previsti) dati in pasto al pubblico come le tavole della legge, un dato inconfutabile della qualità o povertà del film che diviene profezia che si autoavvera, ma anche da altri fattori "invisibili", di cui proveremo a parlare. Anche Elemental fu massacrato a fronte di un box office non eccezionale all'esordio, e fu poi salvato, per fortuna, dal passaparola (speriamo accada anche per Supergirl). Da questa narrativa non sono immuni i critici, che anzi la rinforzano e corroborano.

Insomma, se avete letto che Supergirl è banale o, peggio ancora, brutto, ecco, sappiate che chi lo ha scritto è vittima di questa narrativa, e che basta vedere il film senza preconcetti per rendersi conto che è una falsità, e che gli argomenti usati per sostenerla sono pretestuosi. Supergirl è imperfetto (ci torniamo), ma è un buon film, che intrattiene ed emoziona. È anche un film che segna un passo in avanti nei film di supereroi al femminile, donando alla sua protagonista una backstory e uno studio del personaggio che spesso vengono negati o sacrificati sull'altare della spettacolarità, che qui viene invece messa al servizio della costruzione della personalità di Kara. I combattimenti sono una rappresentazione visiva della sua evoluzione psicologica, una coreografia dei moti del suo animo.

Andiamo con ordine. Supergirl non è, come letto in moltissime recensioni scritte da persone evidentemente entrate in un'altra sala, un'origin story classica e già vista. È una storia di come l'eroe (l'eroina, in questo caso) arriva ad accettare le proprie responsabilità e il proprio posto del mondo. La vicenda parte in medias res, con Kara che si trova di proposito in un luogo dove non può usare i suoi poteri. Kara è inaffidabile, sarcastica, urticante, disordinata. La sua vita, come la sua astronave, è un disastro, ed è quanto di più lontano possa esistere da un eroe, e soprattutto dall'eroe per eccellenza che è suo cugino, simbolo ai suoi occhi di una perfezione quasi fastidiosa. Chi ha visto Superman sa quanto Kara si sbagli, ma lei no. Kara è in preda a un dolore invisibile che la spinge all'autodistruzione, all'annichilimento pur di non pensare. Ruthye agisce come uno specchio per Kara, facendole (ri)vedere ciò che è successo a lei e spingendola ad agire per evitare che la storia si ripeta.

A livello visivo, Supergirl ha più trovate in un singolo fotogramma di quelle che molti film del genere hanno nella loro intera durata. Il regista Craig Gillespie non ha paura di usare il colore con finalità espressiva, esaltandolo o desaturandolo a seconda del momento emotivo e narrativo che vuole raccontare. I mondi che porta in scena sono moribondi ma al tempo stesso brulicano di vita, grazie a creature aliene realizzate con effetti pratici (e la differenza con il digitale si vede) e, soprattutto, una varietà che non si vedeva dai tempi della scena di Mos Eisley.


Supergirl
non è nemmeno un Guardiani della Galassia al femminile: ha alcuni debiti comuni ai Guardiani (su tutti, Guerre Stellari e i suoi pianeti fatti di polvere e relitti, sia umani che non), ma anche tanti altri cui i Guardiani non si sono mai nemmeno avvicinati, come ad esempio l'universo di Mad Max. Laddove Guardiani è una space opera, Supergirl è chiaramente un western crepuscolare, che deve più a film come Il Grinta, come giustamente evidenziato dai 400 Calci, che alle opere precedenti di James Gunn, invocato a caso anche quando non è il regista. Kara si muove in mondi "andati avanti", per dirla alla Stephen King, fatti di polvere e detriti e in cui vige solo la legge del più forte. Ed è proprio di fronte all'ennesimo atto di prevaricazione che scatterà in lei qualcosa che la porterà a capire che ciò che ha perso non deve impedirle di vedere ciò che ha ancora con sé.

Supergirl non è, infine, un film che tradisce la sua protagonista, come letto in un delirante articolo di Variety che non riesce nemmeno a cogliere le motivazioni di Kara (sì, "salvare il tuo cane" può essere una motivazione sufficiente - John Wick insegna - soprattutto se è tutto ciò che ti resta del mondo che hai perduto). Supergirl è un film al femminile e sul girl power senza aver bisogno di ricordarlo ogni dieci secondi, difetto che invece colpiva Captain Marvel (che fu invece, paradossalmente, ricevuto con molto più entusiasmo). Milly Alcock - e almeno qui tutti, anche i più critici, concordano - è superlativa nel ruolo. Ha un carisma che buca lo schermo, e incarna alla perfezione la natura strafottente ma fragile di Kara, la cui sbruffonaggine è solo una maschera per coprire il vuoto che ha nel cuore. Accanto a lei, Eve Ridley offre un'ottima prova come Ruthie, una ragazzina con un senso dell'onore ipertrofico che sembra l'incrocio tra una lady vittoriana, Mulan, e Lyanna Mormont.
 
Alcuni hanno criticato l'assenza di un villain davvero pericoloso, ma anche questo appunto tradisce una totale incomprensione del cuore emotivo e narrativo del film. Il nemico esterno, come già in Logan, è un pretesto: il vero nemico di Supergirl è... Supergirl stessa. La doppia natura di Kara e la coesistenza in lei di un lato chiaro e un lato oscuro sono centrali alla caratterizzazione personaggio di Supergirl, che nei fumetti ha spesso dovuto affrontare sue incarnazioni malvagie, esattamente come accadeva a Wolverine in Logan. Kara deve sconfiggere i suoi demoni e se stessa per diventare la supereroina che è destinata a essere, e per portare a compimento la missione semplice ma difficilissima (che riecheggia un altro auspicio materno visto recentemente) affidatale dalla madre: essere buona. Non è un caso che Gillespie e la sceneggiatrice Ana Nogueira la lascino senza poteri per gran parte del film: Kara deve capire qual è la sua vera forza prima di poterli usare davvero.
A questo aggiungiamoci che Krem è tutt'altro che un cattivo villain: è deliziosamente sadico, che compensa quel che non ha in termini di superpoteri con una crudeltà e un sadismo degni del mondo di Mad Max, e raramente rappresentata nei film di supereroi. 


Cosa spiega, dunque, la negatività che circonda il film? Oltre al già citato culto del box office, ci sono tre fattori che paiono palesi. Il primo, evidenziato anche nella recensione dei 400 Calci già linkata sopra, è l'affaticamento da film di superereoi che porta ormai a "demolire" qualunque film non alzi la posta in gioco. Per dirla in breve: se non sei più grande, più grosso, più "fan service", non ci interessi. Un ragionamento comprensibile ma fallace, dato che è proprio nei film più intimisti e character-focused come Supergirl che spesso si trovano nuove idee creative (vedi, a titolo illustrativo, il caso di Ant-Man). Il secondo motivo risiede negli irriducibili dello Snyderverse, pochi ma rumorosissimi, che odiano per principio tutto ciò che viene dopo l'addio del loro regista-eroe (avevano preso di mira anche Superman).

Il terzo e ultimo motivo, più strisciante e insidioso, è l'ormai sempre più probabile bias che esiste verso i film con eroine femminili, soprattutto quando i fan decidono che la protagonista non corrisponda ai loro discutibili canoni di bellezza (che Milly Alcock venga ritenuta poco avvenente lascia basito - F4 - chi scrive). Non è un caso che i film al femminile funzionino sempre peggio delle loro controparti, e se questo a livello di pubblico si può spiegare con la semplice demografia (anche se il problema resta), a livello di critica è inevitabile guardarsi allo specchio e farsi qualche domanda, perchè abbiamo promosso film ben più mediocri di questo quando il protagonista era un uomo (me compreso, rivedendo questa classifica).

Chiariamoci, Supergirl non è un film perfetto: alcuni passaggi di sceneggiatura sono poco curati o ripetuti, con almeno una battaglia di troppo e un personaggio (il Lobo interpretato da un Jason Momoa nato per il ruolo) che si integra a fatica con il tono e la storia del film. Rimane però un film creativo, sia a livello visivo che narrativo, che rinuncia a raccontare la lotta per il macrocosmo per focalizzarsi sul microcosmo interiore di Kara, dove si combatte una battaglia non meno importante. Una maggiore introspezione è ciò che è cronicamente mancato sia al DCU di Snyder, sia alle fasi recenti dell'MCU. E forse è proprio in queste storie - più piccole, più intime, più vere - che i pachidermi supereroistici potrebbero ritrovare un po' di abbrivio per uscire dal pantano in cui sembrano essere scivolati, come ha giustamente suggerito IndieWire (non è un caso che anche il prossimo Spiderman sembra aver abbracciato questa dimensione più "raccolta").

Supergirl, insomma, non merita la negatività letta in giro, ma merita che andiamo a vederlo al cinema a dare una possibilità a questa eroina sgangherata, imperfetta, piena di cicatrici, ma che di fronte alle difficoltà non smette mai di rialzarsi.

*** 1/2

Pier

sabato 27 giugno 2026

Disclosure Day

Furia e speranza


In un futuro (o presente?) imprecisato, il mondo è sull'orlo del collasso per una serie di crisi geopolitiche. Daniel Keller è braccato da un'organizzazione paragovernativa perché ha rubato dei file contenenti segreti inconfessabili. La sua strada si incrocia con quella di Margaret Fairchild, una presentatrice televisiva di Kansas City che inizia a manifestare inspiegabili capacità linguistiche,  quando, in diretta, questa inizia a parlare in una lingua sconosciuta che solo Daniel sembra capire.

A una lettura superficiale, Disclosure Day potrebbe sembrare il classico film di Spielberg: alieni, empatia, una spruzzata di thriller con agenzia governativa dalle losche intenzioni. Tuttavia, questa lettura si fermerebbe alla confezione, senza guardare al contenuto. Aprire la confezione rivela invece un film profondamente diverso dalla poetica spielberghiana - un film disilluso, quasi rabbioso, dove la speranza è ridotta al lumicino, confinata in momenti di poesia in cui riemerge lo Spielberg sognatore cui siamo abituati. Chiariamoci, non è la prima volta che Spielberg affronta la fantascienza apocalittica: lo aveva già fatto, tra gli altri, in Ready Player One e in A.I. - Intelligenza Artificiale (un film tremendamente profetico, a riguardarlo oggi). Tuttavia, in questi film permaneva una palese fiducia nella capacità umana di riscattarsi, di ritrovarsi dopo aver toccato il fondo grazie alla forza dell'empatia, della creatività, e dell'immaginazione. 

In Disclosure Day, la fiducia di Spielberg nell'umanità sembra quasi del tutto scomparsa. Il film è pervaso da un enorme cinismo, un'urgenza impellente nel raccontare il crollo morale, prima che politico, della razza umana. Gli alieni non sono più ciò che ci impone di riconsiderare le nostre priorità o un modo di parlare del diverso: sono l'unica speranza di risollevare l'umanità dal buco nero di guerre, barriere e crudeltà in cui ci siamo cacciati. Spielberg rivisita il suo passato con l'occhio dell'oggi, e sembra voler dire a se stesso che ha sbagliato quasi tutto, e che l'umanità, da sola, è destinata a fallire. Serve un intervento quasi messianico da parte di qualcun altro - un qualcun altro che vuole aiutarci e che noi abbiamo nascosto, torturato e seviziato in nome del progresso tecnologico.

La critica politico-sociale non è certo sottile né particolarmente originale, ma se ne percepisce l'onestà, la spontaneità: Spielberg butta il suo cuore, le sue emozioni e le sue riflessioni nel film, e lascia che fluiscano nella trama. Potrebbe essere scontato, ma non è così: Spielberg è storicamente un regista equilibrato, che "si nasconde" dietro un'enorme pulizia formale e narrativa. Per lui il racconto viene sempre prima del messaggio, che deve comunque essere chiaro e diretto. 

Qui invece Spielberg rimuove ogni freno, e schiaccia il piede sull'acceleratore dei suoi pensieri, che si inseguono nella trama quasi come un flusso di coscienza. Il risultato è un film discontinuo, che sembra affetto dall'ansia di parlare di tante, troppe tematiche senza riuscire a collegarle in maniera coerente,  finendo per sacrificare quelle più creative e promettenti. La trama "complottista", ad esempio, sembra uscita da X-Files, e si poteva serenamente lasciare maggiormente sullo sfondo, così come la riflessione ambientalista.


Uno degli spunti interessanti che vengono sacrificati è invece la riflessione sul collegamento tra alieni e religione: un tema relativamente poco esplorato, ben introdotto nella trama grazie al personaggio di Jane e al suo passato in convento, e poi lasciato sullo sfondo, senza svilupparlo davvero. Un vero peccato, considerando anche la sua coerenza con la natura messianica degli alieni nel film. A questo saltabeccare narrativo si aggiungono alcune ingenuità che non passano inosservate nemmeno all'occhio meno esperto, e che fanno pensare che l'azione, per Spielberg, fosse in questo film solo un pretesto per parlare di altro: legittimo, ma si poteva forse prestare più attenzione.

Anche in un film narrativamente diseguale e disunito, tuttavia, Spielberg non perde la sua capacità di raccontare per immagini. In Disclosure Day troviamo tutti i suoi marchi di fabbrica, dalla Spielberg face al piano sequenza immersivo, fino all'uso estremamente creativo dei riflessi, ma soprattutto troviamo la sua incredibile capacità di raccontare l'irraccontabile: dove le parole falliscono arrivano le immagini, e i momenti migliori del film sono quelli in cui i dialoghi cessano e si lascia spazio alla meraviglia, allo stupore, alle emozioni.

Il finale, cui arriviamo dopo una di queste sequenze, è destinato a essere divisivo: chi scrive lo ha trovato splendido, forse il punto più alto del film, un collegamento tematico con altri grandi film di fantascienza, spielberghiani (Incontri ravvicinati) e non (Arrival), ma soprattutto uno dei pochissimi momenti di vera speranza del film. E anche il finale, così come tutto il film, deve la sua efficacia all'ottima prova di Emily Blunt, mentre Josh O'Connor, pur bravo, sembra poco a suo agio nel ruolo.

Disclosure Day è la lettera furiosa di un uomo che ha fatto della speranza e dell'immaginazione la cifra del suo cinema, e che le vede fatte a pezzi nella realtà di tutti i giorni dal cinismo e dalla cecità umana. Spielberg si sente tradito, quasi stupido nell'aver dato fiducia all'umanità, e questa frustrazione traspare appieno nel film. 

Il risultato è esattamente quel che ci si aspetterebbe dalla tirata rabbiosa di un amante tradito: un film discontinuo e disconnesso, ma tematicamente ed emotivamente ricco, e che mette a nudo il suo regista come mai prima d'ora. C'è chi lo odierà per la sua natura sconnessa e chi lo amerà per l'ambizione di parlare di tantissimi temi "alti" in uno spazio narrativo relativamente ridotto. Quello che rimane è un film che, comunque, intrattiene e offre alcune immagini di grande impatto: forse, a molti, andrà già bene così.

***

Pier

Obsession

P-ossessione


Bear è follemente innamorato di Nikki, sua collega di lavoro, ma è troppo timido per dichiararsi. Di fronte all'ennesimo tentativo fallito, acquista un bastoncino del desiderio e lo spezza, chiedendo che Nikki lo ami più di qualunque cosa al mondo. Con sua sorpresa, il desiderio si avvera, ma qualcosa è andato storto...

Se si dovesse riassumere Obsession con tre parole chiave, queste sarebbero ossessione (e fin qui), possessione, e desiderio. Queste tre parole si intrecciano, si inseguono, si trasformano l'una nell'altra, e la loro relazione in continua metamorfosi è sia il tema centrale che il motore del film. Del rapporto anche etimologico tra ossessione e possessione hanno già parlato altri meglio di quanto possa fare io, ma è importante evidenziarne la differenza, perché sono due demoni differenti che infestano personaggi diversi. Nikki diventa ossessionata da Bear, ma è posseduta: il suo corpo non le appartiene più, manovrato da un'entità più potente di lei.

La vera ossessione del film è quella di Bear. Molti hanno identificato in Bear un'incarnazione degli incel, ma è un'interpretazione che cozza con il ritratto che ne fa il regista, Curry Barker, e con le sue intenzioni narrative. Bear, infatti, non è un "vergine involontario": non ci viene mai suggerito che non abbia avuto altre relazioni, e per tutto il film è esplicitamente corteggiato da Sarah. Bear, però, è ossessionato da Nikki - o, meglio, dall'idea di Nikki - ed è questo suo desiderio non soddisfatto il vero motore della vicenda. Bear non è un incel, Bear è un uomo qualunque che non riesce ad accettare "no" come risposta. Barker lo presenta come un bravo ragazzo per lo stesso motivo per cui Una donna promettente (un altro film che affrontava in modo estremamente creativo il tema del consenso) era popolato di "bravi ragazzi": perché il messaggio, così, arriva molto più forte, e ci costringe a guardarci allo specchio.

L'ossessione di Bear diviene, a sua volta, possessione. Bear vuole solo una persona, e non accetta che quella specifica persona sia irrangiugibile: l'idea di possedere Nikki finisce per possedere lui. Il demone di Bear si manifesta lentamente: Barker all'inizio ci fa quasi empatizzare con lui, presentandocelo come il classico romantico perdutamente innamorato, ma comincia già a seminare indizi che qualcosa non vada - indizi che si capiscono ex post, arrivando a piena fioritura solo con il prosieguo del film, fino a culminare nel momento chiave che, per evitare spoiler, ci limiteremo a descrivere come "quando Bear capisce cosa è veramente successo a Nikki."


Al centro di tutto c'è anche il desiderio: quello di Bear per Nikki, ovviamente, un desiderio malsano, di possesso (vedete come i tre termini continuano a intercciarsi?); ma anche quello di Nikki per altri, e quello di Sarah per Bear, un intreccio di desideri che crea una tensione destinata a spezzarsi, tragicamente, proprio come il One Wish Willow.

La regia di Curry Barker è incredibilmente matura, e sopperisce alla povertà di mezzi (Obsession è stato girato con meno di 1 milione di dollari di budget: nulla, per un film di genere) con la creatività e la visione. Pesca a piene mani dall'armamentario dei grandi dell'horror e li rielabora in modo originale, giocando su movimenti di camera lenti per generare paura e tensione. L'uso di ombre e non visto è  hitchockiano, e rende alla perfezione la trasformazione di Nikki, raramente inquadrata in piena luce durante le scene ambientate in casa di Bear: di lei vediamo solo gli occhi che brillano nel buio, come quelli di un demone o di un animale braccato. Anche il lavoro sul sonoro è eccellente, al punto che la scena più spaventosa è forse quella della telefonata, dove ciò che vediamo è perfettamente normale, ma ciò che sentiamo dà i brividi e fa capire, a Bear e al pubblico, la vera natura di ciò che ha desiderato. 

In questo è sorretto da una sceneggiatura solidissima, che ai momenti horror ne alterna altri comici e altri volutamente cringe. Barker viene dalla commedia, e si vede nel divertimento che riesce a portare in quasi ogni scena, e che rende ancora più potente il finale, dove la risata scompare e si lascia spazio all'orrore di quanto sta accadendo. Ottimi anche gli interpreti, capitanati da Michael Johnston, credibilissimo in tutte le sfaccettature di Bear, ma soprattutto Inde Navarrette, che si mangia la scena con un caleidoscopio espressivo che riesce a rendere sia il mostro che Nikki è diventata, sia l'orrore subito dalla vera Nikki.

Obsession è una piccola perla, un raro horror costruito su una metafora che colpisce come un pugno allo stomaco, e che però riesce a funzionare anche come horror di puro intrattenimento, grazie a una regia creativa e a una scrittura che non rinuncia a divertire.

****

Pier

lunedì 8 giugno 2026

Il Diavolo Veste Prada 2

Poco Diavolo, molto Prada


Sono passati vent'anni da quando Andrea Sachs lavorava per la rivista di moda Runway, assistente personale della velenosa ma brillante Miranda Priestly, L'editoria cartacea è in crisi, e Miranda non riesce a stare a passo con i tempi. Per risollevare la rivista da uno scandalo, gli editori assumono proprio Andrea, che ritorna così faccia a faccia con il Diavolo che l'aveva tormentata in gioventù.

C'era enorme attesa per il seguito de Il diavolo veste Prada, un film che nel corso del tempo si è guadagnato lo status di cult, soprattutto grazie all'interpretazione di Meryl Streep, splendidamente sadica nel ruolo di Miranda Priestley. Certo, c'erano anche l'ambientazione: il mondo della moda, con il suo glamour, le sue nevrosi e le sue idiosincrasie; New York e Parigi sullo sfondo; e una storia d'amore che, per quanto non originalissima, dava comunque pepe alla vicenda. L'ingrediente decisivo era però Miranda Priestley, una villain impossibile da non amare, costruita per rubare la scena a ogni battuta grazie sia alla splendida prova di Streep, sia a una sceneggiatura che non aveva paura - e, anzi, sembrava divertirsi - di abbracciarne il lato più caustico e velenoso.

In questo sequel, firmato dallo stesso David Frankel, questo ingrediente è del tutto scomparso. Miranda sembra una tigre con denti e unghie spuntate, un fantasma della sua passata iconicità. Rimane arrogante, superiore e indisponente, ma non morde, non graffia, non terrorizza. Manca il Diavolo, e quindi resta solo Prada: il mondo della moda è vivisezionato con intelligenza, a partire dalla crisi dell'editoria e della carta stampata, raccontata con una buona dose di realismo e vero motore della vicenda narrata. 

La crisi del settore è però in contrasto con lo zucchero che permea il resto del film, che cerca di mescolare una cupa analisi sulla mercificazione del giornalismo in una storia sui buoni sentimenti. Le due parti non si amalgamano mai, e la seconda finisce per prevalere sulla prima. Al centro della storia finisce quindi Andrea Sachs, che però è fin dal primo film un personaggio utile per far identificare lo spettatore, ma scialbo nella caratterizzazione e nelle motivazioni, che qui diventano ancora più blande e indefinite. Non si salva nemmeno la Emily di Emily Blunt, il cui arco avrebbe il potenziale di essere la cosa più interessante del film, ma viene buttato alle ortiche in nome di un volemose bene che risulterebbe poco realistico persino in una fiaba. A brillare, seppur saltuariamente causa il suo ruolo secondario, rimane solo Stanley Tucci, il cui Nigel si prende finalmente le luci della ribalta, regalandoci i momenti più convincenti del film.

Resta il dubbio su perché si sia deciso di depotenziare così tanto il più grande punto di forza del primo film. Una risposta facile potrebbe essere "sono cambiati i tempi", e "oggi il politically correct non consente più certe eccessi": in parte potrebbe essere vero, e il film prova anche a scherzarci su, con la nuova assistente di Miranda costretta a ricordarle le nuove norme di comportamento. Tuttavia, l'impressione è che la vera risposta sia molto più banale, e risieda nella mancanza di idee e coraggio. In un'epoca in cui i prepotenti trionfano, Miranda non dovrebbe essere depotenziata, ma trionfante. Il film avrebbe potuto regalarci una Miranda ancora più senza freni, unica in grado di tenere in vita una rivista in un settore morente, ma in cambio di una leadership ancora più velenosa. Un vero e proprio patto con il diavolo, la cui messa in scena avrebbe però richiesto molto coraggio, trasformando Miranda in una vera e propria villain anziché lasciarle l'ambiguità morale che aveva caratterizzato il primo film. Tra questa scelta, difficile da prendere, e quanto portato in scena, con una Miranda "addomesticata", c'erano però delle vie di mezzo percorribili, che invece il team creativo ha deciso di ignorare.

Questa piattezza si è trasferita anche al comparto visivo, come notato da molti già dalle prime proiezioni. Laddove il primo film aveva colori brillanti, che esaltavano gli abiti e gli ambienti luccicanti del settore , questo seguito ha un'estetica piatta e buia, più preoccupata dall'eliminare i difetti che dal creare immagini memorabili e vive. Un peccato mortale per un film sulla moda, tanto più considerando l'elevato minutaggio girato in location anziché in studio.

Il diavolo veste Prada 2 è un film patinato e inoffensivo, che, soprattutto sul finale, scivola nel melenso. Ha qualche momento dell'antica brillantezza e un'interessante analisi settoriale, ma è inesorabilmente piatto e anonimo, destinato a essere dimenticato non appena usciti dalla sala. Per usare una metafora, è un piatto di lusso che ha paura di esserlo e cerca di presentarsi come comfort food, finendo per non essere né l'uno né l'altro.

** 1/2

Pier