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domenica 19 luglio 2026

Odissea

La fine della civiltà


C'è sempre una certa curiosità mista ad apprensione quando un regista decide di affrontare un testo che ha chiaramente permeato la sua poetica e il suo immaginario. Era già successo quando Guillermo Del Toro ha girato Frankenstein, un film riuscito che però aveva lasciato molti, chi scrive incluso, con una sensazione di "già visto" sia dal punto visivo che narrativo: era Del Toro che rifaceva se stesso, di fatto, aggiungendo poco di nuovo. 

Il rischio, con Nolan, era doppio, dato che l'Odissea è un punto di riferimento del suo cinema non solo dal punto di vista tematico (l'eroe dal multiforme ingegno che rimane vittima della sua hubris, i viaggi in territori inesplorati, l'intelligenza che vince sulla forza bruta) ma anche da quello narrativo. L'Odissea è un poema epico che molti ritengono però anche il primo romanzo di avventura, ma è soprattutto una storia non lineare fatta di ellissi, flashback, storie nella storia che si rincorrono nei ricordi dei personaggi fino a diventare un complesso arazzo narrativo. Questo è il materiale su cui Nolan ha costruito le sue fortune, da Memento in poi: il rischio di ripetersi, di "appoggiarsi" fin troppo a quanto già fatto, era reale.

Nolan, però, è in una fase della sua cinematografia in cui sembra aver perso interesse per i meccanismi con cui si può deformare una storia, lo spazio e il tempo. Sublimata questa sua ossessione con Tenet, il regista sembra essere ora interessato a superare i limiti delle immagini bidimensionale nel tentativo di donare loro una consistenza fisica, la capacità di catturare tutti i cinque sensi. 


Questo tentativo era già evidente con Oppenheimer, ma in Odissea questa esplorazione è portata alle sue estreme conseguenze, anche grazie alla scelta di usare effetti speciali pratici, anziché solo digitali, e di girare in IMAX 70mm 1. Odissea è un film profondamente materico. Ogni elemento che vediamo nelle immagini (personaggi, scenografie, paesaggi) ha una consistenza sinestetica: ci sembra quasi di poter sentire la sabbia bagnata sotto le dita, l'arco che risuona prima che scocchi la freccia, il sapore della terra nella bocca dei morti. L'immagine si fa carne, sangue, sudore; legno, metallo, pietra; tamburi, urla, vento. Porta in vita un mondo fuori dal tempo eppure profondamente vivo. A questo trionfo multisensoriale contribuiscono sia l'eccezionale fotografia di Hoyte van Hoytema, sia la colonna sonora di Ludwig Göransson, semplicemente geniale nel suo giocare con dissonanze, percussioni (memorabile in tal senso anche l'aedo interpretato dal rapper Travis Scott), stridori: un incubo in musica, un passato tribale che suona come le guerre contemporanee, tra urla, esplosioni, e morte.

La matericità e la sinestesia emergono con forza soprattutto nelle scene fantastiche, in cui Nolan dimostra di avere un grande talento per l'horror. Gli dei, con l'eccezione ingannevole di Atena, sono solo suoni, elementi, furia naturale; Polifemo è un mostro uscito direttamente da Goya, e Circe trasforma gli uomini di Ulisse in maiali modellandoli come fossero creta: vediamo la loro carne deformarsi, distorcersi, trasformarsi, in un momento di body horror degno di Cronenberg.


A questa evoluzione nell'esplorazione visiva è corrisposta anche un'evoluzione narrativa - un'evoluzione più sottile, ma comunque fondamentale. In The prestige, Inception e Interstellar, Nolan era interessato al viaggio dei suoi eroi ingegnosi ma imperfetti, il cui intelletto e curiosità costituivano la loro eccezionalità ma anche la loro dannazione, il loro tormento e la loro estasi. Il focus era sulla ricerca di qualcosa, con le conseguenze che tormentavano sì i personaggi, ma diventavano un motore per andare avanti. Con Oppenheimer e ancora di più con Odissea, invece, Nolan si interessa al potenziale distruttivo della creatività e del genio, quel "fantasma dentro la macchina" di cui parlava Arthur Koestler parafrasando Cartesio per spiegare come la capacità dell'uomo di creare sia l'altro lato della medaglia della sua capacità di autodistruzione. Se di Oppenheimer vedevamo ambedue le facce in modo bilanciato (l'esaltazione della creazione, la lenta realizzazione delle conseguenze delle proprie azioni), in Odissea il focus è soprattutto sulla seconda. 

L'Odisseo di Matt Damon è un uomo in preda a un desiderio di autopunizione e autoflagellazione per qualcosa che ha fatto: il suo viaggio non è di scoperta, ma una fuga. Ma da cosa? Un tradimento, certo - anzi, più di uno: quello di Sinone, sacrificato fin dalla prima scena sull'altare del grande inganno del cavallo; quello di Penelope e Telemaco, abbandonati per lunghissimi anni; e quello dei compagni, lasciati a morire. Ma c'è qualcosa di più che tormenta Odisseo - qualcosa che la periodica apparizione di Atena, dea della giustizia e coscienza morale, continua a riportare a galla.


Nolan raccoglie un domanda che rimane sotterranea in tutta l'Odissea e la porta al centro della scena: ma Odisseo vuole davvero tornare a casa? La risposta, palesemente, è no: resta da scoprire il perché. La risposta arriva nel terzo atto, ed è sconvolgente, quasi rivoluzionaria. E, in pieno stile omerico-nolaniano, questa risposta arriva dal passato: dalla caduta di Troia che, finalmente, ci viene mostrata per intero, rivelandoci cosa è davvero uscito da quel cavallo (2: spoiler).  La sua risposta a questo fardello è viaggiare, fuggire sempre più lontano, abbracciare sempre di più l'oblio. Ma, come diceva un altro mostro sacro del mondo classico (Seneca), se viaggiamo per fuggire dai nostri demoni, i nostri demoni viaggeranno con noi. 

Nemmeno il loto di Calipso rimuove del tutto il ricordo, e Odisseo, alla fine, è costretto a farci i conti, in un terzo atto che riprende il ritorno a casa (nostos) omerico trasformandolo in un racconto ricco di suspence e tensione. Qui abbiamo uno dei momenti più silenziosamente spettacolari del film grazie alla ripresa (tipicamente nolaniana: la palla rossa di The prestige, la trottola di Inception) di un gesto/oggetto che ha scandito varie scene del film. Nolan lo fa tornare, prepotente, nel momento della rivelazione di Odisseo, facendo scorrere i brividi lungo la schiena dei pretendenti e degli spettatori.

Ma come si pone, l'Odissea nolaniana, rispetto ai temi del testo omerico? Nolan evita sia la tentazione di riprodurre alla lettera il testo (impossibile farlo in un solo film), sia quello di imporre la sua personale visione e stravolgerlo (i cambiamenti fatti, con l'eccezione del catartico finale, sono prevalentemente volti a snellire la narrazione). La sua scelta è quella dei grandi registi quando affrontano i classici, sia al cinema che a teatro: prendere uno o più temi già presenti, e usarli come bussola per navigare le tortuose acque dell'adattamento. In questa Odissea, il tema è quello della xenìa, la "legge di Zeus" (come la chiamano i personaggi) che prevede la sacralità dell'ospitalità e dell'ospite. La xenìa è il motore dell'intera vicenda, ripetuta ritmicamente come uno degli epiteti omerici a segnare gli snodi cruciali della vicenda. La violazione della xenìa, l'abbandono dei principi del diritto e del patto sociale segnano la fine della civiltà e l'inizio della barbarie; chi infrange la xenìa offende gli dei, e ne pagherà le conseguenze.


La scelta di questa tematica è vincente, perché permette al regista di calare l'Odissea nel mondo contemporaneo senza rinunciare alla sua natura mitica, in cui la magia è quasi reale (come recita la scritta in apertura). Il mondo dell'Odissea nolaniana è un non tempo crepuscolare, in cui armature, vestiari, suoni e architetture di diverse epoche e civiltà si incontrano e si fondono in un passato remoto ancestrale eppure attuale, creando uno straniamento che fa sì che quello che vediamo sia altro da noi ma sia anche noi, il nostro ieri ma anche il nostro oggi e domani (non per nulla molti hanno visto collegamenti anche con Il pianeta delle scimmie).

Nolan persegue la contemporaneità anche nella lingua, scegliendo un inglese piano e colloquiale, lontano dai pomposi artifici linguistici che spesso caratterizzano questo tipo di adattamenti (e qui l'influenza spirituale di Emily Wilson, traduttrice dell'ultima, e rivoluzionaria, versione in lingua inglese del poema omerico che Nolan ha dichiarato di aver usato come punto di riferimento, è evidente 3) e rinunciando persino all'uso dell'accento britannico, solitamente usato per l'epica e i film storici. Il risultato è ambivalente: da un lato i dialoghi risultano senza dubbio più diretti ed efficaci, dall'altro sono innegabilmente l'elemento meno riuscito del film, e vengono spesso elevati dalle ottime prestazioni del cast. Matt Damon porta in scena un Odisseo enigmatico, una sfinge che getta la maschera solo nell'ultimo atto, dove vediamo cosa avviene davvero nel suo cuore. Tra gli altri personaggi spiccano l'Eumeo di John Leguizamo e la Penelope di Anne Hathaway, regale e terribile nel suo dolore sia privato (l'assenza del marito) che pubblico (la frustrazione nel non vedere riconosciuta la sua autorità).

Odissea è uno splendido kolossal d'autore, in cui quasi ogni scena potrebbe essere un un'opera d'arte a sé stante senza rinunciare però a essere spettacolare. Nolan fa felice Calvino prendendo un classico e dimostrando che non solo non ha ancora finito ciò che ha da dire, ma che ci parla oggi in modo sorprendentemente nuovo, raccontandoci come la civiltà collassi quando il patto sociale viene violato e dimentichiamo ciò che ci rende umani.

*****

Pier

1: per chi si stesse chiedendo "a che pro girare con un formato che può essere visto solo in qualche decina di sale al mondo", la risposta sta proprio qui: la qualità della ripresa e dell'immagine alla fonte rimane la più alta possibile, al netto del formato di proiezione.

2: SPOILER
Le porte di Troia si aprono, e nella città entra la Morte, personificata da un Agamennone tetro, imponente e minaccioso. Torna, prepotente, il messaggio antibellico di Oppenheimer. Odisseo, come lo scienziato, si rende conto di essere diventato "la Morte, il distruttore dei mondi". La sua genialità ha causato un genocidio, la fine di una civiltà e, forse, di tutta la civiltà conosciuta. Zendaya non è Atena, ma una ragazza inerme uccisa sotto gli occhi di Odisseo: la personificazione del senso di colpa. "I popoli del mare siamo noi", dice Odisseo nel finale: violando la xenìa in modo così plateale, hanno decretato la loro trasformazione da civiltà a barbari, la fine della luce e l'inizio delle tenebre. Allo stesso modo, la strage dei pretendendenti costituisce una violazione della xenìa giustificata ma comunque troppo grave per essere ignorata. Nel poema porta quasi a una guerra civile, evitata solo dall'intervento da dea ex machina di Atena. Qui la colpa non viene lavata, e porta all'esilio: Odisseo e Penelope navigano verso l'ignoto, oltre le colonne d'Ercole, per cercare un nuovo futuro e fare ammenda per il proprio passato.

3: Wilson ovviamente mantiene un linguaggio più elevato, ma sceglie di rendere l'Odissea leggibile come un romanzo pur mantenendone la natura di poema in versi, basandosi su un principio semplice: il greco di Omero non era arcaico per i suoi contemporanei. Il suo incipit, con la decisione dirompente di tradurre "polutropos (πολύτροπος) con "complicato", ha una forza emotiva ed evocativa innegabili. Lo trovate qui. L'influenza di Wilson è evidente anche nel come viene trattato il personaggio di Mia Goth, una delle "ancelle infedeli", che Wilson, prima a farlo in lingua inglese, restituisce alla loro vera natura: schiave, che quindi sono costrette a "seguire il vento", per parafrasare una battuta di Pattinson/Antinoo.

lunedì 8 giugno 2026

Il Diavolo Veste Prada 2

Poco Diavolo, molto Prada


Sono passati vent'anni da quando Andrea Sachs lavorava per la rivista di moda Runway, assistente personale della velenosa ma brillante Miranda Priestly, L'editoria cartacea è in crisi, e Miranda non riesce a stare a passo con i tempi. Per risollevare la rivista da uno scandalo, gli editori assumono proprio Andrea, che ritorna così faccia a faccia con il Diavolo che l'aveva tormentata in gioventù.

C'era enorme attesa per il seguito de Il diavolo veste Prada, un film che nel corso del tempo si è guadagnato lo status di cult, soprattutto grazie all'interpretazione di Meryl Streep, splendidamente sadica nel ruolo di Miranda Priestley. Certo, c'erano anche l'ambientazione: il mondo della moda, con il suo glamour, le sue nevrosi e le sue idiosincrasie; New York e Parigi sullo sfondo; e una storia d'amore che, per quanto non originalissima, dava comunque pepe alla vicenda. L'ingrediente decisivo era però Miranda Priestley, una villain impossibile da non amare, costruita per rubare la scena a ogni battuta grazie sia alla splendida prova di Streep, sia a una sceneggiatura che non aveva paura - e, anzi, sembrava divertirsi - di abbracciarne il lato più caustico e velenoso.

In questo sequel, firmato dallo stesso David Frankel, questo ingrediente è del tutto scomparso. Miranda sembra una tigre con denti e unghie spuntate, un fantasma della sua passata iconicità. Rimane arrogante, superiore e indisponente, ma non morde, non graffia, non terrorizza. Manca il Diavolo, e quindi resta solo Prada: il mondo della moda è vivisezionato con intelligenza, a partire dalla crisi dell'editoria e della carta stampata, raccontata con una buona dose di realismo e vero motore della vicenda narrata. 

La crisi del settore è però in contrasto con lo zucchero che permea il resto del film, che cerca di mescolare una cupa analisi sulla mercificazione del giornalismo in una storia sui buoni sentimenti. Le due parti non si amalgamano mai, e la seconda finisce per prevalere sulla prima. Al centro della storia finisce quindi Andrea Sachs, che però è fin dal primo film un personaggio utile per far identificare lo spettatore, ma scialbo nella caratterizzazione e nelle motivazioni, che qui diventano ancora più blande e indefinite. Non si salva nemmeno la Emily di Emily Blunt, il cui arco avrebbe il potenziale di essere la cosa più interessante del film, ma viene buttato alle ortiche in nome di un volemose bene che risulterebbe poco realistico persino in una fiaba. A brillare, seppur saltuariamente causa il suo ruolo secondario, rimane solo Stanley Tucci, il cui Nigel si prende finalmente le luci della ribalta, regalandoci i momenti più convincenti del film.

Resta il dubbio su perché si sia deciso di depotenziare così tanto il più grande punto di forza del primo film. Una risposta facile potrebbe essere "sono cambiati i tempi", e "oggi il politically correct non consente più certe eccessi": in parte potrebbe essere vero, e il film prova anche a scherzarci su, con la nuova assistente di Miranda costretta a ricordarle le nuove norme di comportamento. Tuttavia, l'impressione è che la vera risposta sia molto più banale, e risieda nella mancanza di idee e coraggio. In un'epoca in cui i prepotenti trionfano, Miranda non dovrebbe essere depotenziata, ma trionfante. Il film avrebbe potuto regalarci una Miranda ancora più senza freni, unica in grado di tenere in vita una rivista in un settore morente, ma in cambio di una leadership ancora più velenosa. Un vero e proprio patto con il diavolo, la cui messa in scena avrebbe però richiesto molto coraggio, trasformando Miranda in una vera e propria villain anziché lasciarle l'ambiguità morale che aveva caratterizzato il primo film. Tra questa scelta, difficile da prendere, e quanto portato in scena, con una Miranda "addomesticata", c'erano però delle vie di mezzo percorribili, che invece il team creativo ha deciso di ignorare.

Questa piattezza si è trasferita anche al comparto visivo, come notato da molti già dalle prime proiezioni. Laddove il primo film aveva colori brillanti, che esaltavano gli abiti e gli ambienti luccicanti del settore , questo seguito ha un'estetica piatta e buia, più preoccupata dall'eliminare i difetti che dal creare immagini memorabili e vive. Un peccato mortale per un film sulla moda, tanto più considerando l'elevato minutaggio girato in location anziché in studio.

Il diavolo veste Prada 2 è un film patinato e inoffensivo, che, soprattutto sul finale, scivola nel melenso. Ha qualche momento dell'antica brillantezza e un'interessante analisi settoriale, ma è inesorabilmente piatto e anonimo, destinato a essere dimenticato non appena usciti dalla sala. Per usare una metafora, è un piatto di lusso che ha paura di esserlo e cerca di presentarsi come comfort food, finendo per non essere né l'uno né l'altro.

** 1/2

Pier

mercoledì 12 novembre 2014

Interstellar

Un viaggio coraggioso ma senza cuore



Terra, futuro prossimo venturo. Il pianeta è squassato da ventate di sabbia che rendono il terreno sterile e minacciano la sopravvivenza dell'umanità. Tutte le risorse sono concentrate nelle coltivazioni, e ogni altra forma di ricerca scientifica è stata derubricata a propaganda. L'ex astronauta Cooper, costretto a diventare agricoltore, grazie a una strana anomalia gravitazionale scoperta nella stanza della figlia Murphy viene in contatto con una base spaziale segreta, dove si sta preparando una missione che ha come scopo quella di individuare altri pianeti dove trasferire la razza umana. Cooper accetta di pilotare lo shuttle per salvare la sua famiglia e tutta l'umanità dall'estinzione. Inizia così un viaggio che lo porterà fino ai confini estremi dello spazio e del tempo.

L'ambizione, il desiderio di andare oltre è la cifra dell'essere umano, ciò che lo rende diverso dagli altri animali: è il messaggio chiave di Interstellar, ma potrebbe essere il riassunto della cinematografia di Christopher Nolan. Nessun regista nel panorama contemporaneo, infatti, mostra il suo stesso costante desiderio di andare oltre i propri limiti, di esplorare mondi e meccanismi narrativi che sembrano impraticabili, di realizzare film radicalmente diversi da tutto ciò che è stato fatto in precedenza. Interstellar è un film coraggioso, innovativo non solo a livello visivo, ma anche a livello narrativo, per la sua capacità di unire spettacolarità e impegno, una storia appassionante e un meccanismo narrativo tanto affascinante quanto complesso. Nolan si pone come obiettivo 2001: Odissea nello spazio e va oltre, esplorando quei confini che Kubrick aveva lasciato inesplorati, indagando i motivi che possono spingere l'umanità ad affrontare un'avventura verso l'ignoto, che con tutta probabilità si concluderà con la loro morte.

Il genere fantascientifico viene rielaborato in modo originale. Il futuro della Terra è uguale al nostro passato recente, la paura dell'estinzione ci ha portato ad abbandonare quel sano desiderio di guardare oltre, verso le stelle, e a concentrarci sul quotidiano, condannandoci paradossalmente all'estinzione. La Terra di Nolan è vicina e lontana al tempo stesso, un futuro che somiglia sinistramente al nostro presente, sconvolto da continui fenomeni climatici estremi. La speranza viene dalla scienza, da un'esplorazione spaziale che dovrà affrontare tutte le leggi dello spazio e del tempo, che si sviluppano diversamente per i vari a protagonisti. Nolan sviluppa il racconto su piani paralleli che si rincorrono, si inseguono, e infine si incastrano e sovrappongono, violando le leggi della fisica per guidarci a scoprire ciò che non conosciamo. Il viaggio di Cooper - uno straordinario Matthew McConaughey, capace di passare in modo credibile - dalla risata alla commozione nell'arco di pochi secondi - diventa il viaggio dell'umanità intera, il suo percorso verso la conoscenza di se stessi e dell'universo che ci circonda.

Il film costringe lo spettatore a rimanere continuamente concentrato, e riesce a farlo senza annoiare mai, grazie anche a un meccanismo narrativo e visivo costruito con sapienza e rigore. Le regole del gioco si rivelano a poco a poco, in un processo di scoperta graduale e per questo appagante, in cui la visionarietà delle immagini restituisce la meraviglia di chi esplora per la prima volta mondi sconosciuti. Questa perfezione narrativa e visiva viene pagata con una certa freddezza emotiva, che impedisce di appassionarsi ai personaggi anche in scene che dovrebbero essere drammatiche. Per quanto sembri un rischio calcolato, questo finisce per privare il film di un'umanità che avrebbe arricchito notevolmente la forza e la portata del suo messaggio.

Interstellar è un film coraggioso e avvincente, una ventata d'aria fresca nel panorama degli stantii blockbuster d'oggigiorno, un tentativo riuscito di dimostrare che il cinema di intrattenimento può avere successo anche quando richiede attenzione per comprendere un meccanismo narrativo complesso ma comunque soddisfacente nella sua fredda e distante perfezione.

 *** 1/2

Pier

sabato 23 febbraio 2013

Oscar 2013: I Pronostici - Parte Seconda


La seconda parte dei pronostici sugli Oscar in programma questa notte.

Si continua!

Miglior attrice non protagonista
Il pronostico è facile e secco: Anne Hathaway. Per quanto riguarda la preferenza personale, la scelta è molto più ardua. La Hathaway mi ha conquistato in Les Miserables, dove interpreta una Fantine vera e sofferta, ma Amy Adams è eccezionale in The Master, dove interpreta una donna determinata e pronta a tutto pur di far sì che il culto fondato dal marito abbia successo. Dopo lunga riflessione, e con grande sofferenza, ho scelto la Hathaway.
Pronostico: Anne Hathaway
Scelta personale: Anne Hathaway

Miglior attore non protagonista
Scontro tra titani in questa categoria, in cui tutti i nominati hanno già vinto un Oscar, e dove il meno bravo meriterebbe comunque un Oscar alla carriera. Vedo davanti Philip Seymour Hoffman, sia perchè The Master difficilmente vincerà altri premi, sia perchè la sua interpretazione è forse leggermente superiore alle altre. La mia preferenza personale va tuttavia a Christoph Waltz, semplicemente eccezionale in Django Unchained, che però difficilmente vincerà avendo vinto in tempi relativamente recenti. Tommy Lee Jones possibile sorpresa, credo poco a De Niro e Arkin.
Pronostico: Philip Seymour Hoffman
Scelta personale: Christoph Waltz

Miglior attrice protagonista
Pronostico e scelta qui convergono su un nome: Jessica Chastain. L'attrice lanciata da Malick con The Tree of Life è già alla seconda nomination, e sembra avere tutte le carte in regola per vincere. La sua interpretazione in Zero Dark Thirty è intensa e coinvolgente, e le alternative, per motivi diversi, non convincono a fondo.
Pronostico: Jessica Chastain
Scelta personale: Jessica Chastain

Miglior attore protagonista
Il favorito d'obbligo è Daniel Day-Lewis, cui si potrebbe assegnare l'Oscar anche solo guardando la sua foto sulla locandina di Lincoln. Joaquin Phoenix è un avversario agguerrito, ma alcune sue dichiarazioni anti-Academy e il suo docu-film (capolavoro) sul suo presunto il ritiro non gli hanno garantito molti amici tra i votanti, diciamo così. Su di lui cade però la mia preferenza personale, alla fine mica ha insultato me.
Pronostico: Daniel Day-Lewis
Scelta personale: Joaquin Phoenix

Miglior regia
Pronostico molto difficile, con Spielberg e Lee che partono alla pari, con Haneke possibile sorpresa. Dico Spielberg, semplicemente perchè gli statunitensi sono da sempre sensibili ai film che parlano in modo critico della loro storia. Spielberg si guadagna anche la mia preferenza personale.
Pronostico: Steven Spielberg
Scelta personale: Steven Spielberg

Miglior film

Rullino i tamburi, squillino le trombe, ma soprattutto si aprano i libri di storia: i due grandi favoriti di questa categoria sono infatti due saggi di storia americana, Lincoln da una parte e Argo dall'altra, con Tarantino a fare da terzo che (forse) gode. Per il pronostico voto Argo, l'unico film praticamente privo di difetti tra quelli nominati, al quale, dopo una lunga lotta con Django, va anche il mio voto personale.
Pronostico: Argo
Scelta personale: Argo

Pier

giovedì 21 febbraio 2013

Les Miserables

Tra Oscar e inutilità



Francia, 1821. Jean Valjean ha trascorso 19 anni in carcere per avere rubato un pezzo di pane. Dopo essere stato finalmente rilasciato, cerca ospitalità presso un'abbazia, da cui ruba alcuni preziosi oggetti d'argento. Quando viene catturato, le guardie lo portano davanti all'abate perchè riconosca il furto, ma questi sostiene invece di aver regalato gli oggetti a Jean, salvandolo dal ritorno in carcere. Questo produrrà un cambiamento nell'ex galeotto, che userà gli oggetti d'argento per iniziare una nuova vita onesta. Sulle sue tracce, tuttavia, si metterà Javert, inflessibile e implacabile ispettore di polizia, convinto dell'impossibilità della redenzione di un malvivente.

La trasposizione in musical dell'immortale opera di Victor Hugo è stata un clamoroso successo teatrale, prima nel West End e poi a Broadway. Tom Hooper, fresco vincitore dell'Oscar per Il Discorso del Re, ha deciso di accettare la sfida posta dalla trasposizione cinematografica di un musical quasi interamente cantato, in costume e con un forte carattere melodrammatico. La scommessa viene vinta solo in parte: la trasposizione è probabilmente la migliore possibile, con una regia fortemente empatica, che insiste sui personaggi con lunghi piani sequenza e primi piani, presentando al pubblico ogni sfumatura delle loro espressioni, sia vocali che facciali. L'innovativa scelta di far cantare alcune canzoni dal vivo sul set, anzichè registrarle in studio, regala alcuni momenti di vera commozione.

Gli attori sono tutti convincenti, a cominciare dai due protagonisti: Russell Crowe offre il suo sguardo duro ma malinconico al personaggio di Javert, Hugh Jackman presta la sua fisicità al galeotto redento Valjean. Intorno a loro gravitano un Sasha Baron-Cohen e una Helena Bonham-Carter perfetti nel loro ruolo meschini cialtroni, che portano al film dei rari momenti di leggerezza.
Un discorso a parte merita la performance di Anne Hathaway, in particolare il lungo piano sequenza in primissimo piano in cui canta "I dreamed a dream": un momento poetico ed emozionante, in cui l'attrice riesce a trasmettere forte realismo e pathos. Hooper riesce in questo caso a costruire una scena perfetta per intensità e coinvolgimento, che dovrebbe valere alla Hathaway l'Oscar per la miglior attrice non protagonista, senza se e senza ma.

Resta però un problema di fondo: per quanto Hooper abbia indubbiamente fatto un ottimo lavoro, Les Miserables non costituisce un buon materiale per fare un film. Troppo lento, troppo cantato, troppo patetico nel finale, dove spesso arriva a sfiorare il ridicolo, riuscendo sempre a evitarlo per il rotto della cuffia. L'operazione di trasposizione cinematografica risulta quindi un insuccesso, generato non dall'incapacità di chi l'ha svolta, ma dall'oggettiva estraneità di questa materia rispetto al mezzo filmico. Il musical perde infatti tutte le sfumature che fanno de I miserabili di Hugo un grande romanzo, riducendolo a un grande melodramma cantato, in cui le disgrazie si succedono a ritmi veritiginosi e lo spettatore viene travolto dall'angoscia e dalla noia. Si rimpiange più volte il film tv con Depardieu e Malkovich, capace invece di trasmettere le sfaccettature del romanzo di Hugo.

Les Miserables risulta quindi un fallimento, nonostante delle ottime prove d'attore e una regia oggettivamente di altissimo livello. Quello che suscita dubbi è l'operazione in sè, che cerca di rendere cinematografico un qualcosa che cinematografico non è, lasciando lo spettatore a chiedersi: ce ne era veramente bisogno?

**

Pier

martedì 28 agosto 2012

Il cavaliere oscuro - Il ritorno

Una metafora dei nostri tempi




Sono passati molti anni dagli eventi narrati ne Il Cavaliere Oscuro. Batman è scomparso, accollandosi la colpa della morte di Harvey Dent, e regalando così a Gotham un periodo di pace e tranquillità grazie alla promulgazione del Dent Act contro la malavita organizzata. La calma, tuttavia, è solo apparente: sulla scena compare un mercenario di nome Bane, violento, spietato e dotato di una forza sovrumana. Bane è legato in modo oscuro alla Setta delle Ombre da cui anche Bruce Wayne è stato istruito, ed è pronto a gettare nel caos la città. Batman è costretto a tornare, ma questa volta persino lui potrebbe non bastare per fronteggiare un nemico tanto potente.

"Perchè cadiamo?", chiedeva il padre di Bruce nel primo episodio al giovane rampollo Wayne, caduto in un pozzo e impaurito dai pipistrelli. Nella risposta a questa domanda risiede l'unica possibilità di Batman per sconfiggere Bane. Con una ring composition degna dei grandi poemi epici, Nolan ci riporta dove tutto era iniziato, alla capacità dell'uomo di fronteggiare la paura senza eliminarla, di conviverci senza tuttavia sconfiggerla. Su questo sottile equilibrio si gioca la partita per la salvezza di Gotham e della sanità mentale di Bruce Wayne, interpretato da un intenso Christian Bale, che dovrà riscoprire le sue origini per sconfiggere la paura incarnata, la macchina per uccidere che risponde al nome di Bane.

Il film chiude degnamente la trilogia del Cavaliere Oscuro, ricucendo tutti i fili narrativi e chiudendo il cerchio con un passato che, anche quando sembra ormai sepolto, torna sempre fuori più prepotentemente che mai. Dopo la lucida spietatezza di Ra's Al Ghul e la geniale pazzia del Joker, questa volta il male viene incarnato da Bane, la violenza cieca, un nemico che diventa uno specchio dell'anima e del corpo di Batman, con cui condivide molti particolari. Bane domina la scena con la sua presenza fisica e con la crudeltà dei suoi occhi e della sua voce, frutto del meraviglioso lavoro sul corpo di Tom Hardy, che si conferma uno degli attori emergenti più interessanti.
Per sconfiggere Bane, Batman dovrà prima affrontare se stesso, in un percorso che lo porterà finalmente a risalire da quella caduta da cui non si è mai veramente ripreso.

Intorno alla storia del protagonista, Nolan disegna una città allo sbando, ritratta alla perfezione dalla splendida fotografia di Wally Pfister, scura e cupa, con colori desaturati e privi di vitalità. Ad accompagnare le immagini di Pfister è la musica di Hans Zimmer, splendida per intensità, epicità e capacità di delineare atmosfere cupe e la sensazione di disastro imminente. Gotham è quindi ritratta come una città solo apparentemente serena, liberata dai criminali ma schiava di se stessa, della sua avidità e della sua arroganza, divorata dall'interno dal cancro dell'indifferenza verso gli oppressi, i poveri e i diseredati. L'assalto armato alla borsa valori è una scena forte, che è impossibile non associare alla crisi finanziaria che ha sconvolto il mondo, ma in particolare i valori della civiltà occidentale.

Il film si dilunga un po' troppo nel finale, dove concede troppo al gusto hollywoodiano e, soprattutto, al tentativo di chiudere quei fili narrativi lasciati in sospeso. Resta tuttavia un'opera narrativa sontuosa, in grado di tenere incollato lo spettatore allo schermo per quasi tre ore senza un attimo di sosta.

Il cavaliere oscuro - Il ritorno è un film duro e intenso, una critica del potere e del dio denaro che ci impone di riflettere sul nostro oggi e su come, per usare le parole di Selina Kyle (una splendida Anne Hathaway), "abbiamo pensato di poter vivere così alla grande" senza curarci del domani. Nolan chiude degnamente la saga, realizzando un film che, attraverso la storia di un giustiziere incapace di trovare la pace, diventa  una metafora di tempi oscuri, tormentati, senza più certezze. Una metafora dei nostri tempi.

****1/2

Pier

domenica 16 maggio 2010

Robin Hood

Tra storia e leggenda



Nell’Inghilterra del XIII secolo, l'umile arciere Robin ritorna dalla guerra in Terrasanta con l' esercito inglese. Dopo la morte di Riccardo Cuor di Leone, torna con tre compagni della crociata a Nottingham, dove accetta di fingersi il marito di lady Marian, erede del signore della città, per non far cadere le proprietà in altre mani.

Ridley Scott decide di girare un prequel della leggenda di Robin, raccontando le sue origini plebee e il suo contributo alle crociate e alla difesa del regno inglese dalle pretese francesi. Proprio il suo valore, tuttavia, sarà la causa della sua condanna da parte del geloso Principe Giovanni.

Robin Hood stravolge leggenda e storia, mischiandole e modellandole a suo piacimento, senza però raggiungere gli effetti di pathos desiderati: la trama zoppica vistosamente e non coinvolge lo spettatore, e il film si risolve in una lunga battaglia che cita in modo poco originale quella iniziale di Salvate il soldato Ryan.

Risultano invece molto godibili i momenti più "intimi" del film, arricchiti da dialoghi brillanti che aggiungono ritmo a una storia di per sè abbastanza lenta a decollare. Apprezzabili anche montaggio e fotografia, che sorreggono una regia non memorabile e impreziosiscono le scene d'azione. Russell Crowe e Cate Blanchett sono come sempre eccellenti, e anche il cast di supporto si comporta bene.

Robin Hood manca però di quella carica emotiva necessaria per far funzionare i film di questo genere. Il personaggio principale non ha la caratura e il vissuto che avevano fatto di Maximus nel Gladiatore uno dei grandi personaggi del cinema contemporaneo. Maximus era mosso da nobili ideali e dall'amore per i suoi cari: Robin risulta invece freddo e calcolatore, ed è poco credibile la sua metamorfosi in paladino dei poveri e dei diseredati.

Il film è comunque godibile se si è disposti a passare sopra alle numerose invenzioni storiche. Resta però la sensazione di un grande potenziale emotivo sprecato per inseguire un realismo che rimane invece lontano mille miglia.

**

Pier

mercoledì 6 maggio 2009

State of Play

E' la stampa, bellezza!



Tratto da una miniserie prodotta dalla BBC, State of Play analizza, più di trent'anni dopo Tutti gli uomini del presidente, i rapporti tra giornalismo e politica. E lo fa calando il confronto nella realtà di oggi, dove i giornali su internet stanno lentamente superando quelli tradizionali.

Il protagonista, Cal McAffey, è il classico giornalista vecchio stampo: trasandato e sempre in ritardo nelle consegne, ma allo stesso tempo reporter di livello, con contatti disseminati un po' ovunque. Penne e taccuino sempre a portata di mano, e grande passione per il proprio lavoro. Il clichè funziona grazie all'ottima interpretazione di Russell Crowe, convincente ed ispirato.

Il suo alter-ego è Della Frye, giovane blogger precisa e determinata, ma mancante della capacità di analisi e di indagine del collega.

Le loro strade si incrociano quando iniziano a indagare sulla vita privata di un amico di Cal, il politico Stephen Collins. Inizia così un'incessante caccia alla verità, che porterà a scoperte sorprendenti e a rivelazioni scottanti. La verità vale il sacrificio di un'amicizia?


Il film scorre piacevolmente, con ritmi elevati e personaggi azzeccati. La regia è ottima, così come la fotografia, che con un continuo alternarsi tra atmosfere crepuscolari e illuminate restituisce il continuo ondeggiare dei giornalisti tra menzogna e verità.


Alla fine il giornalismo tradizionale vince, come è giusto che sia. E sinceramente, spero proprio che vada così, in modo che qualcuno possa ancora pronunciare le parole rese immortali da Bogart: "E' la stampa, bellezza!"


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Pier

venerdì 20 febbraio 2009

Oscar: i pronostici - Parte Seconda

Go, Mickey, go!!

Benvenuti alla seconda parte delle previsioni sulla notte degli Oscar.
Ecco, per le categorie mancanti, quello che penso (e quello che spero) accadrà durante la notte delle stelle:


Miglior Attrice non protagonista
I bookmakers americani danno nettamente favorita Taraji P. Henson, madre adottiva del protagonista in Benjamin Button. La cosa mi lascia alquanto perplesso, dato che la performance in questione non è nulla di che. Ben più meritevole sarebbe una qualunque delle altre candidate, da Marisa Tomei per The Wrestler alle due attrici de Il dubbio, Viola Davis e Amy Adams, passando per Penelope Cruz.
Pronostico: vado controcorrente, e dico Marisa Tomei, attrice molto apprezzata dai colleghi.
Scelta personale: nonostante anche la Tomei mi sia piaciuta molto, scelgo una delle due attrici de Il Dubbio, Amy Adams.

Miglior attore non protagonista
Heath Ledger è ovviamente il superfavorito, e penso proprio che vincerà. Spiace per Philip Seymour Hoffman, splendido interprete de Il Dubbio, ma Ledger è veramente fantastico nella parte del Joker, e l'effetto-commozione gioca ulteriormente a suo favore. Molto bravi anche gli altri candidati, con Michael Shannon possibile (ma improbabile) outsider.
Pronostico:
Heath Ledger
Scelta personale:
Heath Ledger

Miglior attrice
La favorita sembra essere Kate Winslet, che ha convinto tutti con la sua interpretazione in The Reader e che ha già portato a casa due Golden Globe. Praticamente esclusa dalla gara Melissa Leo, è guerra a tre per il ruolo di contendente della Winslet, con Meryl Streep leggermente favorita.
Pronostico:
Kate Winslet, anche se spero vivamente di sbagliarmi.

Scelta personale: Anne Hathaway. Premesso che preferisco tutte le altre attrici candidate a Kate Winslet, trovo che la Hathaway in Rachel getting married offra una performance eccellente, con una recitazione sottotono ma intensa, fatta di sguardi e sottintesi.


Miglior attore

Guerra apertissima. Tutti i candidati hanno le carte in regola per vincere, ad eccezione di Richard Jenkins, già contento della nomination. Pitt rischia di essere penalizzato dal fatto di recitare pesantemente truccato, e comunque la sua performance non è entusiasmante.

Pronostico: Mickey Rourke. La sua interpretazione ha commosso gli Stati Uniti, e raramente si è vista una così forte identificazione tra personaggio e attore. Penn possibile outsider.

Scelta personale: Mickey Rourke. Ho visto The Wrestler a Venezia, e ho adorato il film e la sua interpretazione. Il mio sarà un tifo sfrenato!


Miglior regia
E veniamo ai premi più “caldi”: il favorito è The Millionaire. Non l'ho recensito su questo blog, quindi lo farò brevemente ora. Il film è molto bello, ha un gran ritmo ed è piacevole; tuttavia, penso sia un po' sopravvalutato. Senza speranza The reader, alla pari tutti gli altri candidati.
Pronostico: The Millionaire, negli USA sembra essere piaciuto davvero tanto.
Scelta personale:
The Millionaire. Ho detto che è sopravvalutato, vero. Ma la regia di Boyle è eccezionale, e non da oggi.


Miglior film

Anche qui The Millionaire domina i pronostici. Non penso arrivi ad aggiudicarsi le due statuette più ambite, anche perchè gli avversari sono di rilievo.

Pronostico: Il curioso caso di Benjamin Button, con Milk possibile outsider. Difficile che la pellicola di Fincher non si aggiudichi nessuno dei premi principali.

Scelta personale: Il curioso caso di Benjamin Button. Seppur di poco, il film che ho apprezzato di più tra quelli candidati. Ma vincesse qualunque altro, sarei ugualmente contento.


Bene, questo è tutto. Buona notte degli Oscar a tutti!

Pier

giovedì 18 dicembre 2008

Ridley Scott - Nessuna Verità


Che il regista Ridely Scott non fosse più quello di "Alien", di "Blade Runner" e dei "Duellanti" lo si era già capito dal "Gladiatore" del 2000. Ma le aspettative legittimamente alte per il suo nuovo film sono state per l'ennesima volta deluse da una retorica di narrazione e da un modaiolo sentimentalismo anti americano che trasformano il suo nuovo film, "Nessuna Vertità" in un povero film di denuncia.

Il film è stato tratto dal romanzo di David Ignatius, giornalista del Washington Post esperto del mondo medio orientale, ed adattato dallo sceneggiatore William Mohan, lo stesso che ha fatto vincere Martin Scorsese l'oscar con il film "the Departed". Sfortunatamente, anche se ci si poteva aspettare un film del medesimo genere, il risultato è immensamente distante in ogni suo dettaglio a partire dalla colonna sonora.

Roger Harris (Di Caprio) è un agente della CIA in incognito che cerca di catturare in Giordania, Al Saleem, un pericoloso terrorista . Deve, però, vedersela con Ed Hoffman (Crowe), il suo manipolatore boss in costante collegamento telefonico da Washington e col fin troppo presente Hani (Mark Strong), capo dei servizi segreti giordani. Ognuno ha il suo piano e diversi modi per realizzarlo.

Scott dimentica completamente l'analisi del personaggio di Blade Runner e sopratutto dei Duellanti, che nel film è particolarmente assente mostrando i tre protagonisti privi di un'anima e di una chiara personalità. Il più delineato è l'agente Hoffman con un discreto Crowe anche se troppo sadico nel suo essere indifferente e patetico nel suo sarcasmo. Divertenti involontariamente gli altri due: Hani è più americanizzato che mai con una vaga somiglianza ad Andy Garcia, mentre Di Caprio firma un tanto evidente quanto grave passo indietro rispetto a The Departed nel rappresentare un personaggio che richiama tanto quello interpretato in Blood Diamond (inutile quanto improbabile storia d'amore con una mussulmana) per il quale non sembra assolutamente tagliato.

Le scene da dimenticare sono troppe, partendo dall'amore tra Di Caprio e la bella mussulmana che sfocia in luoghi comuni e retorica (quando Di Caprio si trova ad affrontare la sorella per pranzo oppure quando per dimostrarli la sua caparbietà l'accompagna in un quartiere palestinese) fino ad arrivare alla scontata vittoria di Hani su Hoffman volendo sottolineare in modo superficiale e prevedibile la testardaggine e la spavalderia americana.

Il film è scorrevole ma nel complesso insipido e vuoto perdendo il confronto con tutti i suoi predecessori del genere, come Syriana. Aspettiamo ancora con speranza un ritorno trionfale di Scott, che da troppo tempo sembra aver perso colpi addirittura nei confronti del fratello Tony.

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