Ultimo telegramma da Venezia, con l'ultimo film in concorso e l'elenco definitivo di tutti i film visti del concorso, con i relativi voti.
Memory (Concorso), voto 7. Come suggerito dal titolo, la memoria è al centro del nuovo film di Michel Franco: la memoria del passato, fatto di traumi mai pienamente superati, e quella del presente che se ne va a causa di una malattia. Due solitudini che si incontrano, tante barriere da abbattere, in un film ricco di cuore grazie anche alle ottime performance dei due protagonisti, Jessica Chastain e Peter Saarsgard.
Film in Concorso
Di seguito l'elenco di tutti i film in Concorso e il relativo voto. Quando il voto era pari, ho messo davanti il preferito. Cliccando il titolo potete leggere la recensione breve pubblicata nei Telegrammi precedenti.
Questa notte, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Dolby Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantaduesima edizione degli Academy Awards.
Dopo un anno funestato dalla pandemia, il 2021 è stato vagamente più normale, permettendo la distribuzione di blockbuster e film indipendenti nelle sale. Lo streaming, tuttavia, è ancora fortissimo, e questo si riflette nelle nomination. Anche quest'anno, purtroppo, preso in mezzo da un trasloco internazionale, non ho visto molti dei film in concorso. Basterà questo a fermarmi? Ovviamente no. Ciarlare dello sconosciuto è la specialità di ogni critico concionatore e il sottoscritto non fa eccezione.
Pronti? Iniziamo! I film recensiti sono linkati ogni volta che vengono nominati.
Miglior montaggio Cinque ottimi candidati, ma i favoriti sembrano essere Hank Corwin per Don't look upe Joe Walker per Dune, con Andrew Weisblum e Myron I. Kerstein per Tick, Tick... Boom! come possibili sorprese. La mia scelta personale ricade su Joe Walker, il pronostico su Hank Corwin. Pronostico: Hank Corwin, Don't look up Scelta personale: Joe Walker, Dune - Parte 1 Miglior fotografia La fotografia scarna ma spettacolaredi Dune, o i cupi deserti de Il potere del cane? O, forse, gli oscuri anfratti del circo (e della mente) di Nightmare alley? Chi scrive non può che scegliere il lavoro di Greig Fraiser nel deserto di Arrakis, con eco di Lawrence d'Arabia e Apocalypse Now: e penso che anche l'Academy deciderà allo stesso modo. Pronostico: Greig Fraiser, Dune Scelta personale:Greig Fraiser, Dune Miglior film d'animazione Impossibile non indicare Encanto, che ha sbancato qualunque altro premio a parte gli Annie Awards (gli Oscar dell'animazione), dove si è invece imposto I Mitchell contro le macchine. Sono ambedue film splendidi e meritevoli, ma penso che Encanto la spunterà. Il mio voto del cuore, tuttavia, va a Luca: un film solo in apparenza minore, ma che racconta una storia piena di cuore. Pronostico: Encanto Scelta personale:Luca Miglior attore non protagonista Qui il favorito è solo uno, Troy Kotsur per CODA, che purtroppo non ho visto. Tra gli altri candidati, la mia scelta personale ricade su Kodi Smit-McPhee per Il potere del cane, con una menzione speciale per Ciarán Hinds in Belfast.
Pronostico: Troy Kotsur, CODA Scelta personale: Kodi Smit-McPhee, Il potere del cane
Miglior attrice non protagonista A chi scrive farebbe molto piacere la vittoria di Jessie Buckley per The lost daughter, ma questa è la categoria forse più scontata dell'intera competizione, con Ariana DeBose di West Side Storyche sta già spolverando la mensola dove sistemerà la statuetta. E, va detto, alla fine la merita, risultando una delle poche note positive di quel deja-vu glorificato di West Side Story.
Pronostico: Jessie Buckley, The lost daughter Scelta personale:Ariana DeBose, West Side Story
Miglior sceneggiatura originale Competizione che strazia il cuore di chi scrive, vista la presenza simultanea di Paul Thomas Anderson, Aaron Sorkin e Adam McKay. Vedo favorito Anderson con Licorice pizza cui, pur non avendolo ancora visto, va anche il mio voto personale, sulla fiducia. Chi conosce Anderson capirà.
Pronostico:Paul Thomas Anderson, Licorice pizza Scelta personale:Paul Thomas Anderson, Licorice pizza
Miglior sceneggiatura non originale Denis Villeneuve ha fatto un piccolo capolavoro nell'adattare quel romanzo inadattabile che è Dune, ma sappiamo bene che l'Academy premia rarissimamente i blockbuster in questa categoria. Meriterebbe anche Maggie Gyllenhaal per The lost daughter, ma penso che alla fine vincerà CODA.
Pronostico:Sian Heder, CODA Scelta personale: Denis Villeneuve, Eric Roth, Jon Spaiths, Dune
Miglior attrice protagonista La grande favorita è Nicole Kidman, splendida Lucille Ball in Being the Ricardos. A insidiarla, solo Jessica Chastain, ma la sua pare una rincorsa disperata. Sulla Kidman ricade anche la mia scelta personale, con Olivia Colman per The lost daughter che arriva poco distante.
Pronostico:Nicole Kidman, Being the Ricardos Scelta personale: Nicole Kidman, Being the Ricardos
Miglior attore protagonista Gara senza storia, con Will Smith che si è aggiudicato praticamente ogni premio sulla strada degli Oscar per la sua prova in King Richard. Il mio voto personale va invece ad Andrew Garfield per Tick, Tick... Boom!: una prova poliedrica, la sua, nonché un riscatto enorme per un attore spesso denigrato. Pronostico: Will Smith, King Richard Scelta personale: Andrew Garfield, Tick, Tick... Boom!
Miglior regia Data la vergognosa esclusione di Denis Villeneuve, il mio voto va a Kenneth Branagh per quello splendido ritratto nostalgico di Belfast. La favorita, tuttavia, sembra essere Jane Campion per il western desolato e senza speranza de Il potere del cane. Pronostico: Jane Campion, Il potere del cane Scelta personale: Kenneth Branagh, Belfast
Miglior film Competizione serratissima per il premio principale: Il potere del canesembrava in vantaggio, ma sembra aver perso l'abbrivio nelle ultime settimane. CODA potrebbe essere la sorpresa, e anche West Side Storypotrebbe inopinatamente portare a casa l'ambita statuetta. Il mio pronostico va però a Drive my car, che ha tutti gli ingredienti (importanza del dialogo, lutto personale che riflette un lutto collettivo nazionale) per conquistare i cuori dei membri dell'Academy. La scelta personale, se ancora non si fosse capito, ricade su Dune: un kolossal autoriale e ambizioso, ma in grado di conquistare anche il grande pubblico; un tipo di film che l'Academy dovrebbe celebrare, perché è linfa vitale per il cinema in generale e per il cinema in sala in particolare, ma che finirà per essere miopemente ignorato. Pronostico:Drive my car Scelta personale: Dune
Molly Bloom è un'ex sciatrice che ha dovuto abbandonare le sue speranze di partecipare alle Olimpiadi a causa di un incidente. Nel 2004 decide di concedersi una breve vacanza a Los Angeles prima di cominciare gli studi di giurisprudenza ad Harvard. Per guadagnarsi da vivere inizia a lavorare come assistente di un organizzatore di partite clandestine di poker di celebrità, con buy-in vertiginosi. Molly capisce subito di avere di fronte a sè un'opportunità eccezionale per diventare ricca, e decide di mettersi in proprio.
Aaron Sorkin è uno degli sceneggiatori migliori e più originali del cinema e della serialità televisiva. La sua scrittura è fatta di dialoghi serrati, pronunciati a un ritmo vertiginoso, che trascinano lo spettatore nella storia, costringendolo ad ascoltare, a osservare, a concentrarsi su coloro che pronunciano quel vortice di parole: i personaggi.
“Le parole sono importanti”, diceva Nanni Moretti, e attraverso le parole Sorkin definisce i suoi personaggi, caratterizzati da ciò che dicono ma, soprattutto, da ciò che non dicono. Non sorprende, dunque, che il suo primo film da regista sia in apparenza un film di parole, dove i dialoghi ci trasportano nell'abbacinante e vorticoso mondo di Molly Bloom, raccontandoci la storia vera della regina del poker clandestino di Hollywood.
Sorkin gioca abilmente con il mezzo cinematografico, supportando la sua scrittura con un montaggio rapido e sincopato, e fa in modo che il ritmo rimanga sempre elevato, ipercinetico, rendendo invisibile l’impianto teatrale della sua messa in scena e facendo di ogni dialogo uno spettacolo, di ogni confronto una scena che lascia con il fiato sospeso.
In mezzo alla tempesta di parole, sono i non detti a occupare un posto centrale nel film: Molly, e con lei gli altri personaggi, non è definita da quello che dice, ma da quello che non dice, da quello che non fa. Non rivela i nomi dei suoi clienti per ottenere uno sconto di pena, non scende a compromessi per continuare la sua attività, e soprattutto non usa mischia lavoro e sentimento. Circondata da uomini, Molly li tiene sempre a debita distanza, esibendo una professionalità che invece manca a chi la circonda.
Attraverso un abile incastro di diversi piani temporali, Sorkin fa emergere la personalità di Molly con il passare dei minuti. Accanto alla professionalità e alla serietà lavorativa emerge una caratteristica che le esalta per contrasto, la sua fragilità nei rapporti personali: tanto Molly è seria, quasi dura sul lavoro, tanto è fragile nella sua vita privata. Come aveva già fatto con Mark Zuckerberg e Steve Jobs, Sorkin usa i dialoghi per scavare nei suoi personaggi, mettendoli a poco a poco a nudo in un processo che ricorda la scultura di Michelangelo: un costante lavoro di cesello con cui libera i personaggi dal marmo che li contiene e li espone allo spettatore nella loro vera natura. Questo fa sì che lo spettatore si affezioni sempre più a Molly, identificandosi con questa donna complessa, forte e fragile allo stesso tempo, dotata di un’intelligenza fuori dal comune e tradita da un solo, piccolo, fatale errore.
Il grande lavoro di Sorkin sarebbe però reso vano se a interpretare la protagonista non ci fosse una straordinaria Jessica Chastain, magnetica nel suo carisma e capace di passare in un attimo dalla risolutezza alla fragilità più estrema, senza però mai abbandonare la dignità che è il cuore pulsante del suo personaggio. Idris Elba offre un’ottima prova nel ruolo dell’avvocato. Il suo personaggio impara a conoscere Molly insieme allo spettatore: dapprima disgustato, poi perplesso, infine totalmente partecipe delle vicende della sua cliente, sfuggente ma al tempo stesso trasparente nel suo voler difendere la reputazione dei suoi clienti e, con essa, la sua dignità professionale e umana. Accanto a loro, Kevin Kostner è convincente nel ruolo (centrale) del padre di Molly, mentre Michael Cera è sorprendente in una parte molto lontana da quelle cui ci ha abituato, quella di una celebrità che trae piacere non nel gioco, ma nell'umiliare i suoi avversari (personaggio peraltro ispirato a un altro insospettabile come Tobey Maguire).
Sorkin debutta alla regia con un lavoro senza fronzoli ma molto solido , che si mette al servizio della sua scrittura ma riesce anche a creare una forte identità visiva per il film, che si dipana tra l'oscurità degli ambienti notturni e la luce sfolgorante dei tavoli, in un continuo contrasto tra luci e ombre che rispecchia la vicenda narrata.
Molly's Game è un film classico, che fa suo il ritmo vorticoso delle commedie degli anni Quaranta e Cinquanta che hanno reso grande Hollywood e lo adatta a un racconto quanto mai attuale sulle conseguenze dell'avidità e sul prezzo da pagare per farsi strada nel mondo senza perdere la faccia. Un film frenetico, senza un attimo di pausa, in cui ci si diverte, si riflette, ma soprattutto ci si appassiona a personaggi scritti con assoluta perizia.
Durante una missione su Marte, una tempesta di sabbia costringe l'equipaggio ad andarsene per evitare il peggio. Durante la fuga, l'esperto di botanica Watney viene colpito da un detrito, e si accascia a terra. Credendolo morto, il capitano dà ordine di abbandonarlo. Watney, però, è vivo, e riesce a sopravvivere alla tempesta. Da quel momento inizierà una personale lotta per la sopravvivenza in un mondo ostile, in attesa che la NASA trovi il modo di riportarlo sulla Terra.
Ridley Scott torna alla fantascienza dopo il capolavoro mancato (grazie, Lindelof) di Prometheus, e lo fa con un film apparentemente lontano dalle sue corde, in cui la scienza predomina sulla fantasia, e Marte diviene solo il pretesto per raccontare la sopravvivenza in condizioni estreme. Watney è una sorta di Robinson Crusoe, un McGyver con la soluzione sempre pronta e deciso a non arrendersi, a continuare a vivere in un pianeta che sembra l'antitesi stessa della vita.
Scott segue le vicissitudini del suo protagonista - un Matt Damon convincente, con il giusto equilibrio di ironia e umanità che rende impossibile non affezionarsi a lui - con occhio da documentarista, tra video-confessione e paesaggi desolati inquadrati in campo lungo, che richiamano le atmosfere dei grandi western classici, con un uomo solo di fronte a un deserto foriero di sventura e morte, un nemico passivo, che non attacca direttamente ma sa attendere, che logora anziché ferire, consuma anziché aggredire. Il film riesce così ad avere un occhio "scientifico" e distaccato, come quello di uno studioso che sta osservando un soggetto, insieme alla personalità e vitalità garantite dai vari personaggi, tratteggiati rapidamente, ma in modo molto definito e vivace.
La trama riprende alcuni cliché della fantascienza, ma senza quello stucchevole patriottismo che spesso permea questo genere di film, con un'inaspettata apertura verso la possibilità che altri paesi offrano in aiuto nella corsa per lo spazio. Scott dirige un film che, pur non memorabile, diverte e intrattiene, mostrando una rinnovata abilità per il racconto che sembrava aver perso nelle sue ultime prove. Sopravvissuto non passerà alla storia, ma le due ore del film volano veloci nonostante l'abbondanza di dettagli scientifici (più o meno accurati), lasciando lo spettatore con la sempre più rara sensazione di aver visto qualcosa di divertente e interessante.
Terra, futuro prossimo venturo. Il pianeta è squassato da ventate di sabbia che rendono il terreno sterile e minacciano la sopravvivenza dell'umanità. Tutte le risorse sono concentrate nelle coltivazioni, e ogni altra forma di ricerca scientifica è stata derubricata a propaganda. L'ex astronauta Cooper, costretto a diventare agricoltore, grazie a una strana anomalia gravitazionale scoperta nella stanza della figlia Murphy viene in contatto con una base spaziale segreta, dove si sta preparando una missione che ha come scopo quella di individuare altri pianeti dove trasferire la razza umana. Cooper accetta di pilotare lo shuttle per salvare la sua famiglia e tutta l'umanità dall'estinzione. Inizia così un viaggio che lo porterà fino ai confini estremi dello spazio e del tempo.
L'ambizione, il desiderio di andare oltre è la cifra dell'essere umano, ciò che lo rende diverso dagli altri animali: è il messaggio chiave di Interstellar, ma potrebbe essere il riassunto della cinematografia di Christopher Nolan. Nessun regista nel panorama contemporaneo, infatti, mostra il suo stesso costante desiderio di andare oltre i propri limiti, di esplorare mondi e meccanismi narrativi che sembrano impraticabili, di realizzare film radicalmente diversi da tutto ciò che è stato fatto in precedenza. Interstellar è un film coraggioso, innovativo non solo a livello visivo, ma anche a livello narrativo, per la sua capacità di unire spettacolarità e impegno, una storia appassionante e un meccanismo narrativo tanto affascinante quanto complesso. Nolan si pone come obiettivo 2001: Odissea nello spazio e va oltre, esplorando quei confini che Kubrick aveva lasciato inesplorati, indagando i motivi che possono spingere l'umanità ad affrontare un'avventura verso l'ignoto, che con tutta probabilità si concluderà con la loro morte.
Il genere fantascientifico viene rielaborato in modo originale. Il futuro della Terra è uguale al nostro passato recente, la paura dell'estinzione ci ha portato ad abbandonare quel sano desiderio di guardare oltre, verso le stelle, e a concentrarci sul quotidiano, condannandoci paradossalmente all'estinzione. La Terra di Nolan è vicina e lontana al tempo stesso, un futuro che somiglia sinistramente al nostro presente, sconvolto da continui fenomeni climatici estremi. La speranza viene dalla scienza, da un'esplorazione spaziale che dovrà affrontare tutte le leggi dello spazio e del tempo, che si sviluppano diversamente per i vari a protagonisti. Nolan sviluppa il racconto su piani paralleli che si rincorrono, si inseguono, e infine si incastrano e sovrappongono, violando le leggi della fisica per guidarci a scoprire ciò che non conosciamo. Il viaggio di Cooper - uno straordinario Matthew McConaughey, capace di passare in modo credibile - dalla risata alla commozione nell'arco di pochi secondi - diventa il viaggio dell'umanità intera, il suo percorso verso la conoscenza di se stessi e dell'universo che ci circonda.
Il film costringe lo spettatore a rimanere continuamente concentrato, e riesce a farlo senza annoiare mai, grazie anche a un meccanismo narrativo e visivo costruito con sapienza e rigore. Le regole del gioco si rivelano a poco a poco, in un processo di scoperta graduale e per questo appagante, in cui la visionarietà delle immagini restituisce la meraviglia di chi esplora per la prima volta mondi sconosciuti. Questa perfezione narrativa e visiva viene pagata con una certa freddezza emotiva, che impedisce di appassionarsi ai personaggi anche in scene che dovrebbero essere drammatiche. Per quanto sembri un rischio calcolato, questo finisce per privare il film di un'umanità che avrebbe arricchito notevolmente la forza e la portata del suo messaggio.
Interstellar è un film coraggioso e avvincente, una ventata d'aria fresca nel panorama degli stantii blockbuster d'oggigiorno, un tentativo riuscito di dimostrare che il cinema di intrattenimento può avere successo anche quando richiede attenzione per comprendere un meccanismo narrativo complesso ma comunque soddisfacente nella sua fredda e distante perfezione.
Dopo l'attacco alle Torri Gemelle, gli Stati Uniti hanno iniziato una guerra senza quartiere contro Al-Qaeda, e in particolare contro il suo esponente di punta, lo sceicco Osama Bin Laden. La caccia all'uomo si è protratta per quasi dieci anni, fino a quando il covo di Bin Laden è stato identificato in un complesso residenziale in Pakistan, grazie al lavoro ininterrotto di una coraggiosa agente CIA, che ha seguito una pista che molti credevano essere senza speranza.
Nel tentativo di fugare le accuse di misoginia (poche donne produttrici di spicco, poche donne regista) che da anni le piovono addosso senza sosta, Hollywood ha di recente intrapreso un'opera di ristrutturazione della sua immagine pubblica, nel tentativo di mostrare apertura e considerazione verso il mondo femminile. Di quest'opera hanno beneficiato in tante, tra cui Sofia Coppola, autrice di un primo tempo eccezionale (Lost in Translation) e di un secondo tempo e di una manciata di film che è difficile definire più che mediocri.
La vera miracolata di questa operazione di restyling dell'immagine di Hollywood e dell'Academy è però Kathryn Bigelow. Intendiamoci, la regista statunitense è brava e realizza film intensi e forti, toccando temi che altri non osano affrontare. Il suo uso della macchina da presa, tuttavia, non è nulla di eccezionale. Ciononostante, ha vinto una valanga di Oscar in quello che doveva essere l'anno del trionfo di Avatar. Il film non è particolarmente amato dal sottoscritto, ma solitamente film di questo tipo (qualcuno ha detto Titanic?) vengono sempre ricoperti di statuette. Invece, l'Academy ha deciso di far vincere un film indipendente sulla guerra in Iraq, passato quasi inosservato alla Mostra del Cinema di Venezia, casualmente diretto dalla ex moglie di Cameron, facendo così fiorire una selva di commenti sulla forza delle donne, sull'indipendenza femminile, sulla "moglie che batte l'ex marito fedifrago", e via andando di stereotipi.
Perchè questo cappello introduttivo? Perchè Operazione Zero Dark Thirty è, come The Hurt Locker, un film sopravvalutato, che però ha fatto incetta di nomination. Certo, la regia è solida e curata, e le scene di tortura sono raccontate con una durezza e una forza non comuni. E certo, Jessica Chastain conferma ancora una volta di essere un'attrice eccellente, capace di mille sfumature all'interno della stessa scena (perfetta in questo senso la sequenza finale) e di dominare lo schermo con la forza delle sue intenzioni. Il film però non va oltre uno scolastico tentativo di raccontare l' "ossessione Osama", attraverso scene disconnesse tra loro e ripetitive, con un ritmo quasi assente nella prima parte e zoppicante nella seconda.
L'evoluzione del personaggio della Chastain è rigida e procede a scatti, e manca totalmente dell'approfondimento psicologico che aveva invece ricevuto il personaggio di Jeremy Renner in The Hurt Locker. Il film soffre di una scrittura ripetitiva ed autocompiaciuta, che ha breve guizzi di vita in alcuni dialoghi tra la Chastain e altri agenti CIA, ma che per il resto soffre di una totale incapacità di creare tensione ed interesse nello spettatore, che rischia anzi spesso di cadere vittima del torpore che sembra attanagliare anche alcuni membri CIA. Il film è inoltre ricco di stereotipi cari al cinema di genere, dalla giovane donna che combatte il maschilismo e il testosterone dei capi, all'amica morta da vendicare, passando per i militari USA che, anche se torturano i prigionieri, in fondo non fanno altro che "compiere il proprio lavoro", e rimangono comunque dei bravi esseri umani.
Operazione Zero Dark Thirty è un film dignitoso, ma assolutamente lontano dagli standard di qualità che dovrebbe avere un film indipendente nominato agli Oscar: l'Academy solitamente "perdona" i difetti solo con i grandi blockbuster come Titanic o lo stesso Avatar, ma premia la qualità degli indipendenti, come dimostrano le vittorie degli ultimi due anni. Viene quindi il sospetto che, ancora una volta, la Bigelow benefici del suo essere donna nell'ottenere considerazione, in una sorta di misoginia al contrario, un'applicazione delle "quote rosa" al cinema che, personalmente, trovo ancora più odioso della discriminazione che vorrebbe combattere.