Memoria e colpa
Mariano, medico torinese, riceve una convocazione come testimone nei processi per crimini contro l’umanità legati alla dittatura di Videla in Argentina. La convocazione lo rimette di fronte ai fantasmi di quell’epoca quando, trasferitosi a Buenos Aires, venne sequestrato e torturato in un campo di prigionia. Ma come è sopravvisuto? Perché non è diventato uno dei desaparecidos?
Dopo Garage Olimpo, Bechis torna a parlare del regime di Videla, e lo fa con un film che pone numerosi questioni etiche. Il protagonista è sopravvissuto perché, costretto a collaborare con il regime, è stato preso in simpatia da uno dei suoi aguzzini, un medico, che lo usava come aiutante e abusava di lui. Anche Mariano è colpevole? O è solo una vittima? Bechis – che fu sequestrato per qualche mese, e rilasciato in quanto cittadino straniero – affronta questo dilemma dal punto di vista di Mariano stesso. Il processo ai suoi aguzzini diviene lo stimolo per fare un processo a sé stesso, affrontando una volta per tutte il senso di colpa e la vergogna che da anni lo attanagliano, rese evidenti quando rivede dopo tanti anni uno di loro, ancora a piede libero, in una delle scene più potenti del film.
Mariano è un uomo profondamente segnato nella mente e nel corpo, e non riesce a perdonarsi per aver tradito i suoi compagni e, come sottolinea l’avvocatessa della difesa – crudele e sadica come poche – aver goduto di un trattamento privilegiato in quell’inferno che era il campo di prigionia. Il suo percorso interiore culmina nella sua testimonianza, un’altra scena efficacissima grazie a una messa in scena secca ed efficace, che evita la pornografia del dolore per concentrarsi sul volto di Mariano. Sembra impassibile e pienamente in controllo di sé, ma il pubblico, che ha assistito al tortuoso percorso che lo ha portato fin lì, sa cosa si nasconde sotto quella maschera. Adriano Giannini è ottimo sia in questa scena che in tutte le altre dove deve trattenere le emozioni, lasciarle solo intuire dagli occhi e da micromovimenti del viso, che sembrano invocare pietà ma anche punizione.
Il film è invece meno convincente quando decide di abbandonarsi a inutili momenti “urlati” e quando decide di mostrare, anziché evocare, le sofferenze e le torture. Questi momenti finiscono per depotenziare, anziché rafforzare, quelli in cui al pubblico viene fatto intuire cosa sia successo mostrando l’impatto che ancora oggi ha su Mariano: l’immaginazione e la prova di Giannini producono mostri molto più orribili di quelli portati in scena. Queste scene, insieme all’eccessivo uso del “silenzio eloquente”, una delle piaghe del cinema italiano, finiscono per allungare inutilmente il film e anche per fare un disservizio anche a Giannini, costretto a un overacting che non sembra essere nelle sue corde.
Nel complesso, tuttavia, gli aspetti positivi prevalgono su quelli negativi, e Bechis porta in scena in modo efficace il dramma di un uomo costretto a collaborare con chi gli ha strappato la vita, l’amore, e la dignità.
*** 1/2
Pier
Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.
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