venerdì 30 dicembre 2016

Miss Peregrine: La casa dei ragazzi speciali - Lo sconsiglio: puntata 17

Perché? Questa è la domanda che martella incessantemente la testa del fan incrollabile di Tim Burton, quello che lo aveva difeso anche dopo Alice, che aveva trovato Dark Shadows un interessante divertissement, che si era rinfrancato di fronte a Frankenweenie; quello, insomma, che non voleva credere che il regista di tanti capolavori (su tutti: Big Fish, uno dei dieci film preferiti di chi scrive) avesse definitivamente perso lo smalto.

Miss Peregrine: La casa dei ragazzi speciali distrugge tutte le speranze, calpestandole senza ritegno, sputazzandole come nemmeno Brancaleone con Teofilatto. Burton riesce infatti a rovinare un materiale che sembra fatto su misura per lui, sia a livello estetico (il libro alterna la narrazione all'uso di vere fotografie d'epoca (qui e qui) che sembrano uscite dalla fantasia di Burton) che narrativo (perché usare solo il primo libro della trilogia per poi doverlo chiudere in quattro e quattr'otto come se fosse un capitolo unico?), realizzando un film superficiale, che non emoziona, non spaventa e non fa sognare.

Si salvano Eva Green, come sempre eccellente, e qualche trovata, soprattutto sul finale, ma è davvero troppo poco.

Livello di sconsiglio: Medio-Alto (***1/2)

giovedì 29 dicembre 2016

Oceania

Sulle spalle dei giganti




Vaiana è la giovane principessa di un'isola della Polinesia. Da sempre attratta dal mare, si scontra con i divieti alla navigazione imposti dal padre. Quando una misteriosa carestia si abbatterà sull'isola, tuttavia, toccherà a lei prendere il largo per sistemare le cose: dovrà trovare Maui, il semidio del pantheon polinesiano, e aiutarlo a riportare a Te Fiti, dea della Natura, il cuore che egli le ha sottratto secoli fa.

Ron Clements e John Musker sono stati i registi simbolo del cosiddetto Rinascimento Disney dei primi anni Novanta. I due hanno infatti firmato la regia di successi di pubblico e critica come La sirenetta, Aladdin, ed Hercules. Nonostante il successo, Clements e Musker hanno sempre dimostrato un'inesauribile desiderio di innovare il loro linguaggio filmico e, in generale, di testare i limiti dell'animazione. Questo li ha portati a realizzare un film come Il pianeta del tesoro, profondamente lontano dai canoni Disney e, forse per questo, penalizzato dal pubblico, nonché quello che è stato il (meraviglioso) canto del cigno dell'animazione tradizionale made in Disney, quel La Principessa e il Ranocchio che, pur ammantato dei classici stilemi dell'animazione disneyana, li reinventava con delicatezza e poesia.

Oceania (Moana in originale) costituisce la summa dei precedenti esperimenti della coppia, un punto di arrivo e (speriamo) di partenza per portare l'animazione Disney al livello successivo senza però perdere di vista quegli elementi che l'hanno resa grande. In Oceania ritroviamo la principessa con un sogno, le canzoni, gli animali da compagnia, e altri archetipi che fanno parte delle storie della casa di Topolino fin dal 1939, anno di realizzazione di Biancaneve e i sette nani. Allo stesso tempo, tuttavia, il film si discosta profondamente dalla tradizione: la storia d'amore, già marginale in Frozen, è qui del tutto assente; la storia non è ispirata a una fiaba, ma alla mitologia polinesiana; la spalla di Vaiana, Maui, non costituisce solo il classico alleggerimento comico, ma ha un suo personale arco narrativo, legato eppure indipendente da quello della protagonista; l'animale da compagnia che accompagna il viaggio di Vaiana è un pollo muto e inespressivo, erede più della comicità di Buster Keaton che della tradizione Disney (e quello che sembra il classico "animale Disney", il porcellino amico della protagonista, viene abbandonato dopo pochi minuti di film).

Clements e Musker mescolano tradizioni diverse, creando un buon amalgama che riesce nell'impresa più difficile: creare qualcosa di nuovo all'interno degli stringenti paletti della Disney, che ha pur sempre l'esigenza di "salvaguardare" il marchio e accontentare i gusti del pubblico. I due registi si muovono con fantasia e creatività all'interno dei limiti impostigli, e riescono a realizzare un film che diverte e, al tempo stesso, porta in avanti la narrativa e la tradizione visiva disneyana. Particolarmente riuscita, in questo senso, è la decisione di fare del mare e, più in generale, della natura un personaggio attivo, e non solo lo sfondo delle avventure della protagonista, creando momenti di comicità e riflessione che sarebbero stati impossibili con un approccio più convenzionale. I registi, alla prima esperienza con la computer grafica, sfruttano appieno le potenzialità del mezzo, rinunciando al fotorealismo della Pixar per privilegiare quel look "da cartone animato" che è alla base dei principi dell'animazione Disney, secondo un'ottica in cui il racconto e l'espressività, piuttosto che il realismo, sono al primo posto. Allo stesso tempo, tuttavia, è impossibile non notare come Oceania sia il primo film in cui sia la protagonista che i personaggi di contorno hanno un corpo e delle proporzioni "normali", e non le irreali misure che spesso hanno attirato critiche alla Disney: la scelta di uscire dalla fiaba per "calarsi" nel mondo reale, per quanto popolato di creature mitiche, porta giustamente con sé un aggiustamento visivo che si spera possa diventare una lezione per i film futuri.

Le musiche, composte da Mark Mancina con Lil-Manuel Miranda e Opetaia Foa'i, sono un innovativo mix di generi e tradizioni musicali diverse, che spaziano dal classico "I want moment" disneyano (How far I'll go) ai suoni del Pacifico del Sud (We know the way), a pezzi più swing degni del Genio di Aladdin (You're welcome, cantata dal sorprendente Dwayne Johnson/The Rock), al pop sperimentale di David Bowie (Shiny, forse il pezzo più originale di tutti per sonorità). La colonna sonora è forse l'elemento migliore del film, e non presenta punti morti come invece accadeva in Frozen, dove ad alcune canzoni eccellenti se ne alternavano altre decisamente dimenticabili.

Oceania è una bella scommessa vinta da quelli che sono forse gli ultimi testimoni dell'animazione "classica", di cui riescono a salvaguardare i principi pur rinunciando al mezzo che li ha resi celebri, attuando un'operazione simile a quella con cui John Lasseter, ormai 21 anni fa, riuscì a portare al successo il primo film realizzato in computer grafica, Toy Story. Oceania non può ovviamente essere altrettanto rivoluzionario, ma riesce comunque a rinnovare un genere, quello della "fiaba di formazione" che nemmeno sette anni fa tutti davano per morto, indulgendo anche in perfetti momenti di autoparodia e citazionismo. L'animazione disneyana è invece viva e vegeta, e speriamo possa allietarci per molti anni ancora.

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Pier

giovedì 15 dicembre 2016

Rogue One: A Star Wars Story

Tra passato e presente



Jyn Erso è una ragazza che vive di espedienti da quando, quindici anni prima, l'Impero ha ucciso sua madre e rapito suo padre Galen, un ingegnere, per costruire un'arma di distruzione di massa. Quindici anni dopo, l'Alleanza Ribelle viene a sapere che l'arma, la Morte Nera, è pronta e sta per diventare operativa. L'ultima speranza risiede in un messaggio che Galen ha affidato a un pilota disertore dell'Impero, che si trova attualmente nelle mani di Saw Gerrera, carismatico leader di una fazione di ribelli indipendente dall'alleanza e vecchio amico di Galen.

La prima trilogia di Guerre Stellari è costruita, fin dal titolo del primo film, sul concetto di speranza. E' la speranza a sostenere le forze ribelli nella loro lotta apparentemente impari contro l'Impero; è la speranza  a guidare Luke durante il suo addestramento Jedi e a permettergli di superare tutte le sconvolgenti scoperte sul suo passato. Quella speranza non era caduta dal cielo, ma era prima di tutto frutto del sacrificio e dell'abnegazione di uno sparuto gruppo di ribelli. Rogue One racconta la loro storia, e lo fa con grande efficacia narrativa, con una trama che non perde mai ritmo e ci trasporta in una galassia dove la speranza è quasi scomparsa, schiacciata dall'opprimente avanzata dell'esercito imperiale, in un viaggio tra mondi nuovi e famigliari che risulta forse il capitolo più riuscito a livello visivo dell'intera saga.

I nuovi personaggi sono ben caratterizzati e interessanti, una brancaleonesca accozzaglia di emarginati che si imbarca in una missione che sembra del tutto al di là delle loro possibilità. Il film, tuttavia, non ci fa spendere abbastanza tempo con loro per affezionarci per davvero, schiacciato com'è del desiderio/necessità di far comparire personaggi della saga storica: come già nell'Episodio VII, il passato finisce per soffocare il presente, impedendogli di respirare a fondo, e lasciando solo abbozzati degli spunti che avrebbero potuto rendere Rogue One il capitolo più riuscito dell'intera saga. Il film sembra quasi costretto a guardarsi indietro, con richiami continui allo storico film di cui narra gli antefatti: e se alcuni riferimenti sono interessanti e gettano luce su alcuni aspetti della storia originale, altri sono del tutto marginali, e avrebbero potuto avere meno spazio.

Il film resta comunque eccezionale, sorretto anche da prove attoriali di altissimo livello, da una Felicity Jones determinata e combattiva a un Forest Whitaker perfettamente a suo agio nei panni del vecchio leone all'ultima battaglia (il suo è forse il personaggio più sacrificato), passando per Donnie Yen (protagonista dello spettacolare Ip Man), il personaggio cui ci si affeziona di più per la sua incrollabile fede nella Forza che gli consente di combattere come uno Jedi pur essendo cieco e avendo a sua disposizione solo un bastone.

La nota forse più positiva del film è la regia di Gareth Edwards, che dimostra un amore per la materia e un'abilità tecnica di altissimo livello: dall'uso sapiente della prospettiva e delle dimensioni per rendere la grandezza di un oggetto alle scena d'apertura che ricorda quella di Inglorious Basterds per la capacità di costruire la tensione di un duello verbale, Edwards naviga i mari di Star Wars con mano da veterano. Il suo meglio lo dà nelle scene di battaglia, mai così spettacolari, e soprattutto in quella per le strade impolverate di Jedha, in cui si riconosce l'eco delle immagini delle odierne guerre in Medio Oriente, e in cui Edwards sembra connotare il film di un messaggio politico non banale. Da menzionare, infine, anche le ottime musiche di Giacchino, lui sì in grado di trovare un ottimo equilibrio tra citazionismo e originalità.

Rogue One è un ottimo nuovo capitolo della saga di Guerre Stellari, a parere di chi scrive inferiore solamente ai primi due film per capacità inventiva e forza espressiva. Rimane tuttavia un piccolo rammarico per un'occasione persa: il film avrebbe potuto serenamente essere il migliore di sempre se la produzione non avesse sacrificato la coesione narrativa, lo sviluppo dei personaggi e parte della capacità di emozionare sull'altare del fan service, dimenticando che ciò che ha reso grande Guerre Stellari sono proprio i personaggi. Un vero peccato, che rende solo "buono" un film che aveva tutto il potenziale per essere un piccolo capolavoro nel suo genere.

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Pier

giovedì 8 dicembre 2016

Animali fantastici e dove trovarli

Expecto Sorpresam




New York, fine anni Venti. Newt Scamander è un esperto di creature magiche, che porta sempre con sè in una valigia. Cacciato da Hogwarts, arriva in America per liberare una delle sue creature. Per errore, scambia la sua valigia con quella di un non-mago, Jacob Kowalski, dando vita a una serie di incidenti che finiscono per inasprire una situazione già tesa: il mago oscuro Gellert Grinderwalt è evaso, e la città è sull'orlo di una guerra tra maghi e non-maghi.

E chi l'avrebbe mai detto? All'uscita del trailer non avrei scommesso un centesimo sul nuovo film ambientato nel mondo creato da JK Rowling, il primo senza Harry Potter e il primo scritto direttamente dall'autrice. Invece la Rowling riesce in pieno nell'impresa, partendo da quanto già fatto nei libri e costruendo un mondo familiare ma nuovo. La Rowling dà pieno sfogo al suo estro creativo non solo nell'invenzione delle diverse creature di Scamander, ma anche e soprattutto nell'ambientazione, suo punto di forza anche nei libri. La New York magica degli anni Venti sembra uscita da un libro di Fitzgerald in preda a delirio allucinatorio, e il parallelo tra reale e fantastico è al livello, e in alcuni casi supera, quello di Harry Potter per intelligenza e arguzia.

L'autrice non rinuncia nemmeno a dare un messaggio "sociale", come spesso accade nelle sue opere: rifiuto, repressione, bigottismo, e la consueta revanche degli ultimi sono solo alcuni tra i temi affrontati con grande delicatezza e abilità. I collegamenti con la trama della sua creatura più famosa sono disseminati con grande abilità, in una caccia al tesoro stimolante anziché tediosa.
Se la riuscita tematica è indubbia, qualche dubbio in più lo destano i personaggi : la Rowling fa centro con Scamander, creando un protagonista decisamente diverso da Harry, con punte di autismo e nessuna dote particolare per la magia, che si trova calato in una situazione decisamente al di là delle sue possibilità. I personaggi di contorno, però, sono scialbi e facilmente dimenticabili, soprattutto per quanto riguarda le due protagoniste femminili, di cui sfido chiunque a ricordarsi il nome al termine della visione. Rispetto a ciò cui ci aveva abituato la Rowling, un deciso passo indietro in termini di caratterizzazione.

Il tasto dolente resta comunque la regia di Yates, un miracolato della sua professione che, nonostante la direzione sciapa e incolore degli ultimi quattro capitoli della saga di Harry Potter (caratterizzati anche da alcune evidenti sgrammaticature inaccettabili per film di questo livello), viene richiamato alla regia di questo primo capitolo della nuova serie, e arriva appena alla sufficienza, salvato dalle invenzioni visive della Rowling (le creature su tutte) ma non riuscendo mai a uscire dai confini della mediocrità a livello di fotografia e, soprattutto, ritmo e tensione: lo splendido lavoro di Alfonso Cuaron nel Prigioniero di Azkaban è purtroppo solo un lontano ricordo.

Animali fantastici è un buon primo capitolo, capace di gettare le basi per un mondo nuovo e, al tempo stesso, familiare, vicino ai nostri ricordi ma in grado di liberarsene per esplorare territori inesplorati. Sinceramente, non era così facile aspettarselo.

*** 1/2

Pier

giovedì 24 novembre 2016

Doctor Strange (In pillole #6)

E' quasi magia Marvel


Stephen Strange è un brillante neurochirurgo di New York. A seguito di un incidente d'auto perde il pieno controllo sulle sue mani e, dunque, la possibilità di svolgere il suo lavoro. Alla disperata ricerca di una soluzione, Strange entrerà in contatto con l'Antico, lo Stregone Supremo della Terra, che lo introdurrà all'arte della magia.

Dopo una serie di film che sembravano fotocopiati a livello visivo (qui si trova un'ottima spiegazione tecnica del perché), la Marvel si risolleva grazie a uno dei suoi personaggi più visionari e alternativi, profondamente debitore della cultura psichedelica degli anni Sessanta (come spiegato mirabilmente dai 400 Calci) e in grado di fornire una nuova dimensione all'universo Marvel: quella della magia e del misticismo. Così i piani si moltiplicano, si incrociano e si rincorrono, dando vita a una esplosione visiva degna di Inception o di un quadro di Dalì.

Il film è una classica storia di formazione dell'eroe, che si discosta però dai classici archetipi del genere sia nella caratterizzazione morale dei protagonisti, mai al 100 % positivi, sia nella messa in scena del percorso e, soprattutto, dello scontro finale, forse il più originale visto finora in un film di supereroi. Cumberbatch conferisce al personaggio la giusta dose di arroganza e charme, riuscendo a sopperire allo scarso carisma del suo antagonista, penalizzato dalla sceneggiatura più che dal suo interprete.

Doctor Strange rappresenta una novità per il mondo Marvel, un possibile passo in una direzione diversa che, se opportunamente sfruttata, e se sviluppata narrativamente meglio di questo primo capitolo, potrebbe aprire strade promettenti.

*** 1/2

Pier

venerdì 18 novembre 2016

Animali Notturni

La donna che morì due volte



Susan Morrow è proprietaria di una prestigiosa galleria d'arte. La sua esistenza scorre, fredda e monotona, tra le sue opere e una vita coniugale infelice, con il marito fedifrago e perennemente in viaggio. Un giorno Susan riceve un manoscritto da Edward, il suo primo marito, che le chiede di leggerlo. Il libro è un thriller, ambientato in un Texas calato in una notte che sembra non finire mai. Così, pagina dopo pagina, l'insonne Susan si trova a vivere la realtà del romanzo, e allo stesso tempo a rivivere il dolore che ha inflitto a Edward quando lo ha abbandonato.

Che cos'è un mostro? Questo sembra chiedersi, fin dalla splendida lynchiana sequenza di apertura, Animali Notturni: è un corpo sfigurato che si esibisce all'interno di un'installazione artistica? E' un gruppo di teppisti che sequestra una famiglia in viaggio nel Texas, come nel romanzo di Edward? E' Susan, che ha distrutto il cuore e la vita di Edward, abbandonandolo solo per soldi? O è Edward stesso, che decide di torturare la sua ex moglie con un romanzo di autopsicoanalisi, in cui i demoni interiori sembrano prendere vita sulla pagina?

Se la sequenza d'apertura fa pensare al Lynch di Twin Peaks, il film prosegue su toni decisamente più hitchockiani, anche se mantiene il gusto di Lynch per il ballare al confine tra reale e irreale, materiale e immateriale: quello che in Mulholland Drive era il sogno, qui è la pagina del romanzo di Edward, ambientato in un mondo calato nel sonno della ragione, dove i mostri sono tanto realistici da sembrare tangibili e reali. Attraverso una storia cruda e priva di speranza, Edward racconta alla ex moglie il suo inferno personale, trascinandola nei suoi incubi e non lasciandola più andare. Il passato diventa presente, il racconto diventa più reale del reale, in un ribaltamento di prospettiva in cui Susan muore due volte: la prima (la seconda) sulla pagina, la seconda (la prima) quando lascia Edward e sceglie il denaro al posto della felicità.

Dopo l'ottimo esordio di A single man, Ford dirige la sua opera seconda con una visione d'insieme ammirevole, in cui nulla è fuori posto e tutto si incastra a perfezione: alla fredda crudeltà della scrittura si affianca una fotografia splendida, in cui le cupe atmosfere notturne del Texas si alternano alle fredde luci dell'appartamento di Susan, per poi sprofondare in un abbagliante solleone che sembra uscito dai western di Sergio Leone, in cui ti sembra di sentire la polvere che ti avvolge e ti soffoca lentamente. Ford dirige il film con maniacale perfezionismo, in un equilibrio tra introspezione psicologica e freddezza narrativa che non può non richiamare alla mente il capolavoro di Hitchcock La donna che visse due volte. Come all'inizio del film, tuttavia, proprio quando sembra aver individuato un archetipo Ford se ne discosta con eleganza, annullando ogni pretesa di suspence (centrale, invece, per il regista inglese) per concentrarsi sulle pulsioni più animali dell'uomo, che sembra essere veramente se stesso solo nell'ombra.

Animali notturni è un film realizzato in modo superbo, che sconta solo un eccesso di freddezza e perfezione formale che fanno sì che solo raramente riesca ad emozionare. Probabilmente, però, era esattamente questo lo scopo di Ford, che non vuole coinvolgere lo spettatore, ma costringerlo ad assistere a una parata di mostri, a una seduta di psicoanalisi che, forse, è anche la sua.

*** 1/2

Pier

martedì 1 novembre 2016

Café Society (In pillole #5)

La malinconia del passato



New York, anni Trenta: Bobby è il figlio più giovane di una famiglia ebrea. Decide di trasferirsi a Los Angeles, dove lo zio è un produttore cinematografico di successo. Lavorando per lui conosceVonnie, di cui si innamora perdutamente.

Woody torna alle atmosfere dei suoi primi film con un film che guarda con amore a New York e con odio misto ad ammirazione a Los Angeles, in cui l'ironia è stemperata da una forte malinconia. Allen affronta il tema della nostalgia, in un film in cui tutti sembrano bloccati nel passato passato e concentrati su ciò che avrebbe potuto essere anziché su ciò che stanno vivendo. Citando esplicitamente uno dei suoi riferimenti cinematografici, Casablanca, Allen costruisce un film delizioso, in cui delusione e cinismo si mescolano al romanticismo, dando vita a una strana miscela che, pur non raggiungendo le vette dei film migliori di Allen, affascina e commuove.

Sorretto dalla solita splendida colonna sonora e dalla magnifica fotografia di Vittorio Storaro, Cafe Society è una piccola perla che, pur essendo ben lontano dall'essere un capolavoro, affascina e conquista. Il film crea un'illusione momentanea in cui la bellezza trionfa sulla decadenza, e ritrae alla perfezione la tensione tra l'infelicità del successo e quel periodo della gioventù in cui, per dirla con Hemingway, si è "molto poveri, ma molto felici."


***1/2

Pier

lunedì 10 ottobre 2016

Pets - Vita da Animali

Toy Story con gli animali


Max è un cane molto affezionato alla sua padrona, con la quale vive a New York. Quando questa porta a casa un altro cane, Duke, la sua vita è sconvolta. Prova allora a liberarsi di lui, ma questo lo trascinerà in un’odissea in giro per la città in compagnia dell’odiato Duke, inseguito da una band di animali rifiutati dai padroni e dai suoi amici e vicini che cercano di riportarlo a casa.

Cosa fanno i vostri animali quando non ci siete? Se la domanda vi suona familiare, è perché basta sostituire “animali” con “giocattoli” per avere la premessa di Toy Story. Max e Duke sono Woody e Max, e anche alcuni dei loro amici ricordano altri membri della gang dei giocattoli. Il disperato tentativo di tornare a casa dopo essersi perduti riprende pari pari quello del film Pixar; e la gang degli animali abbandonati non può non ricordare quella dei giocattoli “deformi” creati dal malvagio Syd in Toy Story. A questo si aggiunga che le avventure degli animali in giro per New York ricordano in modo abbastanza palese quelle di uno dei film meno apprezzati della Disney, Oliver & Co (di cui andrebbe rivalutata almeno la colonna sonora).

In generale, dunque, la sensazione di già visto è travolgente. Cosa salvare, dunque, della nuova produzione dell’Illumination Entertainment? Sicuramente la caratterizzazione dei personaggi, sia primari che secondari; se i due protagonisti sono abbastanza stereotipati, le due deuteragoniste, Gidget e Chloe, sono vitali e rinfrescanti con le loro nevrosi e peculiarità. Accanto a loro spiccano un falco incapace di trattenere i propri istinti, un bulldog convinto dell’esistenza di un complotto degli scoiattoli, e soprattutto il Nevosetto, capo della gang di animali abbandonati: uno psicopatico dal cuore tenero, tanto inadatto a essere leader per la sua instabilità quanto destinato a esserlo per la sua motivazione e abnegazione alla causa.

Il film ha un buon ritmo e delle ottime gag, che riescono a far superare la sensazione di già visto e rendono la visione comunque piacevole. Resta tuttavia il rammarico per la scarsa originalità della trama, soprattutto considerando che questo era il primo film della Illumination a non essere frutto di un adattamento dai tempi di Cattivissimo Me.

Il risultato è comunque gradevole, ma rimane purtroppo la sensazione che la Illumination non si sia incamminata sul cammino della Pixar, bensì su quello della BlueSky, focalizzato sui personaggi, piuttosto che sulla storia, e fatto di sequel e sfruttamento dei successi esistenti piuttosto che di innovazione e creatività. Nonostante le risate non manchino, un peccato.

**1/2

Pier

NdR: recensione originalmente pubblicata su nonsolocinema.com

martedì 27 settembre 2016

One more time with feeling

Sinestesia della perdita



Domink riprende Nick Cave e la sua band mentre sono alle prese con la registrazione dell'ultimo album dell'artista australiano, Skeleton Tree. Quella che doveva essere una testimonianza delle sessioni diventa invece un ritratto introspettivo dell'artista, che deve fare i conti con la morte del figlio adolescente, e del suo processo artistico.

Capolavoro: non ci sono altre parole per definire il documentario di Andrew Dominik, una geniale e commovente follia, un ritratto in bianco e nero e in 3D del lutto di un grande artista, del suo dramma umano e dello straziante processo creativo che sta dietro il suo ultimo album. Là dove le parole e il racconto falliscono, riescono le immagini, la poesia e la musica, che riescono a esprimere il dolore, la perdita, il profondo senso di straniamento, la violenza psicologica di un evento che toglie ogni punto di riferimento, obbligando l'artista, l'uomo a compiere l'atto più contrario alla propria natura: cambiare.

Dominik sfrutta le tre dimensioni per regalare profondità e vividezza agli spazi in cui viene registrato il disco, ai personaggi, ai loro gesti e alle loro emozioni, ritratti in uno splendido bianco e nero in cui le ombre prevalgono sulla luce, ma la luce diviene per questo ancora più luminosa. "There is more paradise in hell than we've been told", recita cavernosa la voce di Nick Cave: il paradiso esiste anche all'inferno, la speranza può essere trovata anche nei momenti più oscuri, nella musica più cupa, dissonante ed emozionante sentita da molti anni a questa parte.

Il film regala uno sguardo inedito non solo nel lutto, ma anche nel processo creativo, fatto di fallimenti, tentativi, frustrazioni, indissolubilmente legato alla vita ma al tempo stesso separato da essa: la sala di registrazione diventa un'oasi, un'isola fuori dal tempo in cui le emozioni sono pure, violente, come le note di un violino dissonante o di una voce straziata.

One more time with feeling è un film che passerà alla storia del documentario, un racconto poetico e sinestetico in cui immagini, parole e suoni si mescolano, si sovrappongono, si rinforzano, in un crescendo emotivo che non può lasciare indifferenti. Sarà in sala solo il 27 e il 28 Settembre: non perdetelo, per nulla al mondo.

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Pier

giovedì 22 settembre 2016

I Magnifici 7

Magnifici senz'anima




Un villaggio subisce il ricatto del proprietario di una miniera, che offre loro una miseria in cambio delle loro terre e terrorizza coloro che non si piegano al suo volere. Gli abitanti recluteranno sette avventurieri per difenderli, dando vita a una battaglia all’ultimo sangue.

C’era davvero bisogno di un remake de I Magnifici Sette, il capolavoro di John Sturges e una delle pietre miliari del cinema western? Il cinefilo che è in noi risponde istintivamente di no: i capolavori non vanno toccati, tantomeno rivisitati. Eppure, a volte, un remake è l’unico modo di far riscoprire certi film, certe atmosfere, persino certi valori a quegli spettatori che, per vari motivi, non conoscono le opere originali.

Quello che si può chiedere a un buon remake è quindi di omaggiare l’originale senza stravolgerlo, magari adattandolo al gusto contemporaneo: questo I Magnifici 7 di Antoine Fuqua lo fa, con diligenza e un pizzico di creatività. Ritroviamo infatti le dinamiche da buddy movie dell’originale, in cui momenti leggeri di cameratismo si alternano a quelli di azione; ritroviamo i valori di solidarietà e sacrificio che sono il motore del film di Sturges, e dell’originale cui lui pure si ispirò, I Sette Samurai di Kurosawa.

l film ha un buon ritmo, reinventa bene i protagonisti, con un Denzel Washington convincente nel ruolo che fu di Yul Brinner e un Chris Pratt brillantissimo nella parte del guascone dal cuore d’oro che fu di Steve McQueen. Accanto a loro si muovono personaggi solo parzialmente riconducibili ai “Sette” originali, tra cui spiccano un Vincent d’Onofrio barbuto e massiccio che sembra più un omaggio alla possente fisicità di Bud Spencer che ai personaggi del western statunitense, e un Lee Byung-hun (che gli appassionati ricorderanno nel western coreano Il buono, il matto, il cattivo) che offre un'interessante variazione sul tema in termini di stile di combattimento.

Certo, l’originalità è limitata, con poche trovate veramente nuove e una scarsa capacità di emozionare; la fotografia è ipercinetica e piatta, senza la bellezza stordente delle immagini del western classico, né la sua composta epicità; la musica è ridondante, sospesa tra il tentativo di fare qualcosa di nuovo e la ripetizione pedissequa della colonna sonora del film di Sturges; la sceneggiatura è brillante nei dialoghi, ma poco incisiva nel descrivere motivazioni e carattere di alcuni personaggi.

Ciononostante, il film funziona e regala due ore di buon intrattenimento, che divertirà gli spettatori e, forse, li spingerà a riscoprire gli originali, indimenticabili Magnifici Sette.

***

Pier


NdR: recensione originalmente pubblicata su nonsolocinema.com

lunedì 12 settembre 2016

Telegrammi da Venezia 2016 - #4

Ultimo telegramma, scritto già lontano dai lidi veneziani, ma reso attuale dalla vittoria del Leone d'Oro per uno dei film qui sotto descritti.


The Woman Who Left (Concorso), voto 7.5. Il film di Lav Diaz è uno sguardo sul reale, costruito attraverso un'alternanza di inquadrature fisse fotografate in un bianco nero meravigliosamente sporco, che raccontano la storia di una donna che cerca vendetta e redenzione. Il film è lento, ma emoziona, soprattutto nello splendido finale. Un Leone d'Oro tutto sommato meritato.

I Magnifici 7 (Fuori Concorso), voto 6. Senza infamia e senza lode, il nuovo film omaggia l'originale senza sconvolgerlo. Non emoziona, ma intrattiene, e di questi tempi è già abbastanza.

Los Nadie (Settimana della Critica), voto 7. Il vincitore della Settimana della Critica racconta con occhio da Jim Jarmush le giornate di un gruppo di ragazzini punk cileni, forografati nella loro quotidianità, tra sogni, fantasticherie e un istintivo rifiuto del sistema. Ottima caratterizzazione dei personaggi, con interessante risvolto sociale.

Boys in the Trees (Orizzonti), voto 9. La sorpresa più bella del festival, che racconta alla perfezione l'adolescenza con un tocco fantasy e dark davvero splendido. Il film è un'opera prima, che rende ancora più eclatante l'abilità con cui è costruito. Per i primi 45 minuti il film è pressocché impeccabile, in bilico tra Spielberg e Carpenter, per poi, dopo un breve calo nella parte centrale, sciogliersi in un finale emozionante e commovente, in cui realtà e sogno divengono tutt'uno. Da non perdere. Qui trovate il trailer.


E' tutto per quest'anno, alla prossima Mostra!

Pier

sabato 10 settembre 2016

Venezia 2016 - Il Totoleone

Quest'anno invertiamo un po' l'ordine degli addendi, dato che oggi vedremo altri film. Quindi, andiamo con il Totoleone, e nel pomeriggio arriverà l'ultimo telegramma.

Un'edizione in cui i film migliori, per una volta, sono venuti dagli USA, con tutti i quattro i film in concorso che hanno convinto critici e pubblico.


Premio Mastroianni per il miglior attore emergente
Il predicatore messianico di Michael Silva sembra aver incantato tutti, ma la nostra scelta personale ricade su Emily Jones, che oscura la sua versione adulta Dakota Fanning nel controverso ma potente Brimstone. Possibile sorpresa il Mirko Frezza de Il più grande sogno.
Pronostico: Michael Silva, El Cristo Ciego
Scelta personale: Emily Jones, Brimstone

Coppa Volpi maschile
Sfida meno accesa che in campo femminile, con poche prestazioni che restano fissate nella memoria. Potrebbe vincere Gosling come premio di consolazione in caso La La Land non ottenesse premi, ma il favorito sembra Oscar Martinez, protagonista de El ciudadano Ilustre. La nostra scelta ricade invece sul Jake Gyllenhaal di Nocturnal Animals, splendido nel suo personaggio al confine tra realtà e finzione.
PronosticoOscar Martinez, El Ciudadano Ilustre
Scelta personaleJake Gyllenhaal, Nocturnal Animals

Coppa Volpi femminile
Qui la sfida è agguerritissima, con Amy Adams in corsa per due film, Natalie Portman chiara favorita e Monica Bellucci (On the Milky Road di Emir Kusturica) e Yuliya Vysotskaya (Paradise, di Andrej Koncaloskij) possibili sorprese. La nostra scelta ricade sulla Portman, intensissima e commovente, ma che rischia di pagare il regolamento che impedisce che il vincitore del Leone d'Oro si aggiudichi anche la Coppa Volpi.
PronosticoYuliya Vysotskaya, Paradise
Scelta personaleNatalie Portman, Jackie

Miglior Film "Orizzonti"
Il favorito sembra essere l'acclamato Boys in the Trees, che vedremo questo pomeriggio. Difficile, invece, indicare il nostro favorito: la sezione Orizzonti è forse il successo più grande della gestione Barbera, che l'ha strappata dal limbo artistoide cui l'aveva confinata Muller per restituirla al pubblico, senza però rinunciare all'autorialità. Lo scorso anno Childhood of a Leader, poi premiato, era stato un colpo di fulmine, quest'anno molti film ci sono piaciuti, anche se nessuno ci ha incantato. Alla fine, sempre aspettando Boys in the Trees, la scelta ricade sull'italiano Vannucci, autore de Il più grande sogno.
PronosticoBoys in Trees
Scelta personaleIl Più Grande Sogno

Gran Premio della Giuria
Qui il grande favorito è il filippino Lav Diaz, il cui The woman who left ha conquistato la critica. Dato che le quasi quattro ore di durata ci hanno impedito di vederlo, la nostra scelta personale ricade su Nocturnal Animals di Tom Ford.
PronosticoThe Woman Who Left
Scelta personaleNocturnal Animals

Leone d'Argento (Miglior Regia)
Rapidamente: Chazelle merita qualunque premio sia assegnabile, ma non vincerà il Leone d'Oro, storicamente ostico per le grandi produzioni USA. Diviene quindi il favorito per il Leone d'Argento, che noi invece assegneremmo a Denis Villeneuve per il bellissimo Arrival.
Pronostico: Damien ChazelleLa La Land
Scelta personaleDenis Villeneuve, Arrival

Leone d'Oro
Sfida davvero accesa, in un anno di qualità davvero alta, in cui sono stati pochi i film davvero deludenti (di questa ristretta lista, purtroppo, facevano parte tutti i film italiani, con la parziale eccezione di Spira Mirabilis). Visto il presidente (Sam Mendes) e i membri della giuria, il Jackie di Pablo Larrain sembra avere il favore del pronostico, seguito a poca distanza da The Woman Who Left di Lav Diaz. Tuttavia, il nostro preferito resta La La Land, poetico e toccante come pochissimi film negli ultimi dieci anni.
Pronostico: Jackie
Scelta personale: La La Land

E' tutto, ci risentiamo più tardi per l'ultimo telegramma.

Pier

giovedì 8 settembre 2016

Telegrammi da Venezia 2016 - #3



One More with Feeling (Fuori Concorso), voto 9.5. Fin qui il film migliore visto alla mostra, il sorprendente documentario di Andrew Dominik è un diario-confessione dell'ultimo album di Nick Cave, realizzato subito dopo la perdita del figlio adolescente. Domink fa scelte artistiche ardite, usando il 3D e il bianco e nero per un documentario, e realizza un piccolo capolavoro. One More with Feeling è il ritratto intimo di un lutto e di un cantante, che commuove senza indulgere nell'autocommiserazione o nella filosofia spicciola, e arriva dritto al cuore grazie a immagini potenti e alla poesia delle canzoni di Cave. Imperdibile.





The Bad Batch (Concorso), voto 5. Uno dei film più attesi della Mostra, e una delle più grandi delusioni, il film dell'arrogantissima Amirpour è un western postapocalittico sui toni di Mad Max. Il film parte da un'interessante questione etica (i cannibali sono davvero peggio della città nelle mani del predicatore?), ma rimane sempre in superficie, senza sviluppare davvero alcun tema, e risultando così un'occasione sprecata. Alle ottime prove di Jim Carrey e Keanu Reeves (che interpreta una versione deviata del Morpheus di Matrix) si affiancano due protagonisti rivedibili, una Suki Waterhouse che si limita a una funzione decorativa e un Jason Momoa tutto stupore e ferocia.

La Region Salvaje (Concorso), voto 4.5. Un alieno che incarna l'istinto primordiale del piacere sconvolge la vita di una cittadina messicana. Anche qui, un tema interessante sviluppato in modo molto banale e superficiale. Qui la recensione estesa fatta per Nonsolocinema.

The Voyage of Time (Concorso), voto 6. Malick torna alla Mostra con un documentario sulle origini della vita e del tempo. Il film è all'altezza delle sue ambizioni, tranne che quando si cimenta con i dinosauri in computer grafica, decisamente la parte meno convincente a livello sia narrativo che visivo. Resta però una sensazione di ripetitività e di già visto, con alcune immagini che sembrano uscite dritte dai primi 20 minuti di The Three of Life.

Jackie (Concorso), voto 8. Natalie Portman offre una prova superba nei panni di Jacqueline Kennedy, regalandoci il ritratto di una donna sensibile ma ferocemente determinata, fragile ma protettiva, parte fondante del mito del marito ucciso e al tempo stesso donna schiva e riservata. Il film è girato con grande delicatezza e sensibilità, volte sì a esaltare la prova della Portman, ma anche capaci di creare la giusta atmosfera, nonostante qualche evitabile lungaggine.

The Journey (Fuori Concorso), voto 7. Interessante ed esilarante racconto (immaginario) del viaggio (reale) da Glasgow a Dublino dei leader dei partiti indipendentista e unionista dell'Irlanda del Nord, che favorì la pace tra i due paesi. Splendida prova di Timothy Spall.

A sabato per l'ultimo telegramma e per i pronostici.

Pier

martedì 6 settembre 2016

Telegrammi da Venezia 2016 - #2

Secondo telegramma da Venezia, tra Tarkovskij e Mel Gibson.


The Bleeder (Fuori Concorso), voto 6.5. Il film racconta con buona efficacia la storia del vero Rocky. Qui la recensione fatta per Nonsolocinema.

Prevenge (Settimana della Critica), voto 7. In bilico tra grottesco, satira e horror, il film racconta di una donna incinta comincia a sentire la voce della nascitura che porta in grembo che le ordina di uccidere i responsabili della morte del fidanzato/padre della bimba. Interessante metafora del cambiamento indotto dalla gravidanza, e dal rapporto, ancora sbilanciato, tra uomo e donna nella società di oggi.

Brimstone (Concorso), voto 6.5. Forse il film più criticato di Venezia prima della proiezione di Piuma (di cui parleremo), Brimstone è invece un interessante western dal sapore apocalittico che indaga la condizione femminile all'interno di un contesto iperreligioso e mascolino come quello del selvaggio West. Il film, nonostante alcune sbavature di stile, convince, trainato anche dalla forza ipnotica del villain Guy Pearce, un predicatore carismatico e luciferino.

Stalker (Venezia Classici), voto 10. Torna, in versione restaurata, uno dei più grandi film della storia del cinema. Tarkovskij costruisce un racconto di fantascienza puramente psicologico, in cui paesaggi e ambientazioni iperrealistiche e decadenti si trasformano nella Zona, un'area inaccessibile e piantonata dai militari, in continua evoluzione e in grado di portare alla follia. Tra filosofia e fantastico, Tarkovskij ci accompagna in un viaggio spiazzante e allucinato attraverso la Zona, lucida e folle metafora del viaggio di ogni uomo sulla Terra. Imprescindibile.


Il più Grande Sogno (Orizzonti), voto 7. Il film racconta la storia vera di Mirko, ex galeotto che "vive d'impicci" che cerca di rifarsi una vita nelle borgate romane. In piena tradizione neorealista, il protagonista e molti personaggi interpretano se stessi, dando vita a un racconto vero ed emozionante sull'esclusione sociale e la difficoltà di tornare a galla.

Hacksaw Ridge (Fuori Concorso), voto 7.5. Mel Gibson torna alla regia e lo fa con un film dei suoi, intriso di retorica ma anche di emozione e scene girate in modo clamoroso. D'altronde è la materia stessa a richiedere il trattamento Gibson: come raccontare, altrimenti, l'emozionate storia di Desmond Doss, primo obiettore di coscienza a ricevere la Medaglia al Valore per aver salvato 75 (SETTANTACINQUE) commilitoni dall'inferno di Hacksaw Ridge, sull'isola di Okinawa?

In Dubious Battle (Fuori Concorso), voto 7. Franco, da regista, ha un grande merito: quando adatta un libro di un grande autore, cerca di attenersi il più possibile alla materia letteraria, valorizzandola senza pretese artistoidi. Questo film, tratto da un romanzo di Steinbeck, non fa eccezione, e racconta con grande efficacia la storia delle lotte sindacali negli Stati Uniti della Grande Depressione.

The Secret Life of Pets (Fuori Concorso), voto 6-. Personaggi ben caratterizzati e molti momenti divertenti, ma la trama è una scopiazzatura pedissequa di Toy Story. Qui la recensione completa fatta per Nonsolocinema.

Pier

sabato 3 settembre 2016

Telegrammi da Venezia 2016 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia per seguire il festival.
Cominciamo con le recensioni dei film visti nei primi due giorni:



La La Land (Concorso), voto 9. Non è più tempo di musical, o forse sì: dopo il successo di Whiplash, Damien Chazelle realizza un musical solo apparentemente classico, che in realtà usa in modo geniale il genere per esplorare il rapporto tra verità e finzione, tra realtà e sogno. Sequenza d'apertura da Oscar istantaneo.

Les Beaux Jours d'Aranjeuz (Concorso), voto 3. Wim Wenders torna alla Mostra con un film insulso, un non-film, sicuramente l'opera peggiore della sua cinematografia. Qui la recensione estesa fatta per Nonsolocinema.

The Light Between Oceans (Concorso), voto 5.Premessa: questo film è un melò, e chi scrive detesta i melò. Tuttavia, il film non brilla per originalità visiva né narrativa, e manca di ritmo. Riesce però, a tratti, a emozionare, grazie soprattutto alle ottime prove di Fassbender e della Vikander.

Arrival (Concorso), voto 8. Decenni dopo Incontri ravvicinati del terzo tipo, finalmente un film di fantascienza torna a occuparsi del potere del linguaggio, dell'incontro-scontro con una civiltà aliena, anziché solo dello scontro. Villeneuve dirige con piglio autoriale un'opera dal buon potenziale commerciale, realizzando un film che intrattiene e fa riflettere.

El Cristo Ciego (Concorso), voto 6.5.Interessante opera prima del cileno Christopher Murray, il film esplora il ruolo della fede nel mondo di oggi, quello della morte di Dio e della crisi dei valori. Il viaggio di un ragazzo attraverso il deserto diventa catartico per lui e per altri, grazie non alla forza dei miracoli ma a quella delle parole. Il ritmo non è elevato, ma il film stimola alla riflessione.

Nocturnal Animals (Concorso), voto 7.5. Tom Ford ritorna al Lido dopo il suo film d'esordio, A single man, e lo fa con un thriller che si apre con una sequenza lynchiana per poi scivolare in atmosfere hitchcockiane, in cui il rapporto tra vicenda reale e vicenda romanzesca si compenetrano e sembrano quasi influenzarsi a vicenda. Meno stimolante a livello visivo del film d'esordio, ma con una solidità narrativa e una capacità di suspense sorprendenti.

King of the Belgians (Orizzonti), voto 7. Creativo mockumentary che racconta con toni comici e grotteschi l'immaginario tentativo del re del Belgio di tornare al suo paese sull'orlo di una secessione. Impossibilitato a lasciare la Turchia in aereo per via dell'eruzione di un vulcano islandese, il re affronterà un'odissea attraverso i Balcani, usando i mezzi più improbabili nel tentativo di tornare a casa.

Pier

giovedì 1 settembre 2016

Suicide Squad - Lo sconsiglio: puntata 16

Cosa succede quando si prende un regista noto per le atmosfere cupe e crepuscolari, gli si fa girare un film, e poi lo si fa rimontare (e forse anche rigirare) dalla compagnia che fa i trailer?

Sembra la premessa di una barzelletta, ma è la storia produttiva di Suicide Squad, che spiega alla perfezione perché, nonostante le buone prove di Margot Robbie e Will Smith, il film sia un orrido pasticcio, e perché, alla fine, a suicidarsi sia lo spettatore.

Livello di sconsiglio: Alto (****)

Pier

mercoledì 3 agosto 2016

L'occhio del regista #2 - Christopher Nolan


Per la seconda puntata de "L'occhio del regista" continuiamo a occuparci di autori contemporanei, focalizzandoci su quello che è, a parere di chi scrive, il più grande regista di blockbuster d'autore degli anni Duemila: Christopher Nolan.


Nel cinema di Nolan il contrasto e lo conflitto assumono sempre un ruolo centrale. Al centro dei suoi film ci sono sempre il contrasto e la sfida: il contrasto tra visioni del mondo, piani della realtà, bene e male; una sfida, spesso titanica e ai limiti dell'impossibile,  del protagonista con un elemento esterno, che si traduce però in una sfida con se stesso, in cui l'eroe che non è tale o è tale solo per caso. Il personaggio di Nolan è un personaggio da letteratura classica, in bilico tra epica e tragedia, perennemente in lotta contro forze insormontabili e con la propria coscienza.

Questo tema del contrasto e della sfida viene declinato in ogni elemento dei film di Nolan, da quelli narrativi a quelli visivi, passando per la musica.

1. Racconto non lineare
Senza dubbio il marchio di fabbrica di Nolan, che fin dal suo secondo film, Memento, si cimenta nella costruzione di racconti complessi, in cui i piani narrativi si intersecano, si scambiano, si inseguono; causa ed effetto si confondo e si invertono, formando un insieme coerente ma complesso, che richiede la piena attenzione dello spettatore. Nolan sfrutta questo meccanismo per esplorare il rapporto tra realtà  e finzione, uno dei temi a lui più cari, portando la sfida che il personaggio deve affrontare a un livello meta-narrativo, con lo spettatore che deve ricostruire

In Memento il protagonista soffre di amnesia a breve termine, e ogni giorno deve quindi ricostruire il suo passato basandosi su tatuaggi sul suo corpo, appunti, e racconti più o meno veritieri. Già in questo film compare uno degli strumenti più utilizzati da Nolan, il racconto di uno dei protagonisti, distinto dalla storia "in diretta" utilizzando il bianco e nero. Tuttavia, la distinzione non è così netta: i due piani si intersecano, trasportando lo spettatore all'interno della sfida tra il protagonista e la propria mente.




In The Prestige la vicenda viene spesso narrata attraverso i diari dei due protagonisti, che diventano parte integrante non solo del racconto, ma anche della trama e dell'azione scenica. In Interstellar, Nolan sfrutta i paradossi temporali per invertire causa ed effetto della vicenda.
Il film dove questo approccio viene portato alle estreme conseguenze è però senza dubbio Inception, in cui realtà e finzione divengono tutt'uno, e diviene impossibile distinguere sogno e veglia.




2. Contrasto tra luce e ombra
Nonostante Nolan sia conosciuto come un autore "narrativo", i suoi film sono caratterizzati da una fotografia molto distintiva, in cui luce e ombra diventano il simbolo visivo della sfida che il protagonista si trova ad affrontare. Il ruolo centrale di Wally Pfister, il direttore della fotografia , per il cinema di Nolan è già stato sottolineato più volte, ma le scelte cromatiche e di illuminazione dei film di Nolan sembrano la traduzione per immagini della sua narrativa: contrasti forti, colori brillanti anche nelle ombre, fonti di illuminazione "esterne", spesso distanti dalla posizione della camera e del protagonista. Di seguito qualche esempio. Cliccate sull'immagine per vedere la scena completa.

Batman Begins

The Prestige

Qui invece un video che mostra una serie di scene da vari film.





3. Il sublime

Nolan ama mettere i suoi personaggi, e dunque i suoi spettatori, di fronte alla terribile e splendida complessità del sublime, un orrore affascinante che terrorizza e al tempo stesso irretisce. Nei suoi film, Nolan racconta l'anelito dell'umanità verso il superamento dei propri limiti, e il terrore che ne può derivare. Il contrasto tra uomo e natura è centrale nei film di Nolan, con l'uomo desideroso di conquistare la realtà (o la finzion, e al tempo stesso affascinato e atterrito dalla sua imponderabilità. Di seguito qualche esempio:

The Prestige

Inception
Interstellar
Racconto non lineare, contrasto tra luce e ombra, ed estetica del sublime: questi i punti chiavi del cinema di Christopher Nolan, in cui i protagonisti sono personaggi tragici che si muovono su un palcoscenico ostile e incomprensibile, come l'Islandese di Leopardi; uomini divorati da un desiderio che li definisce e li distrugge, affascinati e terrorizzati da qualcosa che non comprendono ma vorrebbero conquistare.

Pier

domenica 10 luglio 2016

L'occhio del regista #1 - Wes Anderson

Inauguriamo oggi una nuova rubrica dedicata alle caratteristiche stilistiche dei registi.
La rubrica non si propone di essere un'analisi esaustiva dello stile di ciascuno, ma semplicemente di evidenziare alcune peculiarità (tre, per la precisione) del regista in oggetto.

Cominciamo con Wes Anderson, probabilmente il regista con la più forte impronta visiva tra quelli dell'ultima generazione statunitense.


Tutti questi elementi concorrono a formare un effetto straniante e armonico al senso stesso, funzionale a raccontare quella commedia umana che è uno dei temi centrali della poetica di Anderson. Anderson non racconta vicende, racconta l'umanità nel suo complesso, i suoi sentimenti, le sue relazioni, le sue nevrosi, piccole e grandi. L'uomo è solo un personaggio su un palcoscenico più grande di lui. I suoi personaggi sono tipi umani che si muovono all'interno di un quadro che non comprendono fino in fondo, su cui non hanno alcun controllo ma di cui sono parte integrante, sia a livello narrativo che visivo.

Questo non significa che i personaggi di Anderson siano finti o poco caratterizzati: semplicemente hanno una loro verità universale, "teatrale", indipendente dal luogo e dai fatti narrati. Non a caso, raramente il cinema andersoniano presenta un solo protagonista, ma preferisce affidarsi a un coro di personaggi che rappresentano l'umanità nel suo complesso.
L'unica eccezione è forse Rushmore, dove il protagonista presenta molti tratti di Anderson, a partire dalla sua concezione del rapporto tra teatro e cinema, che qui viene (ironicamente?) ribaltato.




1. Simmetria
Come evidenziato alla perfezione dal videomaker Kogonada, Wes Anderson ha una predilezione per la simmetria visiva, e fa un largo uso di inquadrature perfettamente centrate in verticale. Nonostante molti manuali di regia mettano in guardia contro la simmetria delle inquadrature, che rischia di dare al film un aspetto troppo teatrale, Anderson ha fatto della simmetria il suo marchio di fabbrica.

Di seguito alcuni esempi:

Grand Budapest Hotel

Moonrise Kingdom

E qui il video di Kogonada che ne racchiude molti altri.




2. Caratterizzazione cromatica delle scene
Un'altra caratteristica del cinema di Anderson è la caratterizzazione cromatica delle scene: ogni film è caratterizzato dall'uso di una precisa palette di colori, attorno alla quale vengono costruite le diverse scene.

L'uso di palette ben definite permette ad Anderson di dare un aspetto distintivo e unico non solo ai film, ma anche alle singole scene e ai personaggi, che divengono elementi decorativi tanto quanto la scenografia, enfatizzando ancora una volta la teatralità delle sue scene.
Qui, ad esempio, vediamo due esempi da due diversi film (I Tenenbaum e Fantastic Mr. Fox) in cui Anderson una palette sui toni del giallo e del marrone.



La stessa palette viene ripresa nella splendida scena d'apertura de Il treno per il Darjeeling, durante la folle corsa in Taxi di Bill Murray.





3. Centralità della musica
L'uso della musica è centrale per Wes Anderson come per pochi altri registi. Anderson scrive molte scene pensando alle musiche che le accompagneranno, e vede la musica come un personaggio a se stante, un elemento fondamentale per restituire l'atmosfera della scena, il carattere e l'umore dei personaggi. La musica è quasi un personaggio a se stante, che aumenta la portata emotiva e il messaggio di una scena, assumendo così un'importanza centrale tanto quella della simmetria e del colore (qui trovate un'interessante intervista al supervisore delle musiche di tutti i film di Anderson). Come a teatro, la musica diviene non puro accompagnamento musicale, ma mezzo espressivo per eccellenza, che rafforza l'immagine e ne viene rafforzato: non serve solo a creare un'atmosfera, ma è parte integrante della narrazione, un po' come accadeva per la musica di Ennio Morricone nei film di Sergio Leone.

Un esempio è la già citata scena di apertura de Il Treno per il Darjeeling, con This time tomorrow dei Kinks). Altri due esempi qui sotto, il primo da Moonrise Kingdom, il secondo da Le avventure acquatiche di Steve Zissou, dove le canzoni di David Bowie vengono tradotte in portoghese. In ambedue i casi, la musica è diegetica anziché extradiegeticaviene, cioè, eseguita in scena anziché essere di accompagnamento, diventando così parte integrante della trama.





Simmetria, colore, musica: queste le parole chiave per il cinema di Wes Anderson, fondamentali al fine di creare la cornice per le sue storie, il palcoscenico per il suoi personaggi pieni di nevrosi, fragili eppure poetici, assurdi eppure reali, perfetta rappresentazione del folle e continuo scorrere della vita.

Pier

venerdì 1 luglio 2016

Alla ricerca di Dory


La forza della memoria 


Un anno dopo gli eventi di Alla ricerca di Nemo, Dory vive con Nemo e Marlin sulla barriera corallina. A causa di un piccolo incidente, comincia a ricordare qualcosa del suo passato, e in particolare i suoi genitori. Decide allora di andarli a cercare, imbarcandosi in un’altra avventura in giro per l’oceano, alla ricerca della sua memoria e di se stessa.

Sono passati 13 anni da Alla ricerca di Nemo: chi era bambino allora è ormai diventato adulto, e l’animazione in computer grafica ha fatto passi da gigante, facendo “invecchiare” alcune soluzioni che al tempo sembrarono rivoluzionarie. Ci sarebbero quindi tutti gli elementi per dire che questo sequel arriva fuori tempo massimo, e che sembra più guidato da considerazioni commerciali (al netto di inflazione e sovrapprezzo 3D, Alla ricerca di Nemo è il film che ha incassato di più nella storia della Pixar) che artistiche, con tutti i rischi che questo comporta. Queste impressioni, tuttavia, vengono subito fugate fin dall’inizio del film: Andrew Stanton è tornato a occuparsi dei suoi personaggi perché aveva qualcosa di nuovo da dire, sia a livello narrativo che a livello visivo. Così, se Alla ricerca di Nemo raccontava il complesso rapporto tra padre e figlio e la necessità per i genitori di “lasciar andare” i propri figli, Alla ricerca di Dory si occupa di un tema ben più complesso: quello della memoria. Qui sta il primo colpo di genio di Stanton e compagni: prendere una caratteristica (la perdita di memoria a breve termine) che nel primo film faceva di Dory la spalla comica perfetta e farla diventare il motore dell’azione drammatica, in grado di conferire al personaggio quella gravitas e motivazione necessarie a farne la protagonista. Dory acquisisce così uno spessore drammatico sconosciuto ad altre spalle comiche divenute protagoniste (basti pensare ai Minions, o al Gatto con gli Stivali), senza per questo rinunciare alla sua irresistibile comicità dell’assurdo, tra dialoghi in balenese e geniale ingenuità. Il film racconta dunque il commovente viaggio della protagonista alla riconquista della memoria e di se stessa, ricostruendo il suo passato così come Pollicino ritrovava la strada di casa, sfruttando le poche briciole rimaste nel suo cervello e in giro per l’oceano.

La seconda innovazione narrativa del film rispetto all’originale sta nell’evoluzione della protagonista. Laddove in molti film Pixar e Disney l’eroe deve affrontare un percorso che lo porterà a cambiare la sua visione del mondo, qui accade esattamente l’opposto: è la visione del mondo di Dory, incapace per natura di concepire piani e di pensare razionalmente, che le permette di cavarsela nelle difficoltà e riconquistare la sua memoria senza per questo cambiare se stessa. Sono quelli intorno a loro a cambiare, toccati dall’eccezionalità di Dory, in un’evoluzione del racconto che ricorda più quello di film come Forrest Gump che di altri film d’animazione. “Che cosa farebbe Dory?” diventa la bussola di riferimento di tutti i personaggi del film, che si trovano a dover affrontare rocamboleschi inseguimenti in oceani, acquari, e persino in autostrada, sfidando se stessi e la propria visione del mondo.

Se dal punto di vista narrativo il film riesce a distaccarsi dal predecessore, a livello visivo alcune sensazioni di già visto sono inevitabili, e derivano più dalle caratteristiche del medium animazione che dal film stesso: l’aspetto dell’oceano non può essere diverso da quello del primo film, così come il design dei personaggi già visti. Tuttavia, Stanton non rinuncia alla sperimentazione, sia usando tecniche di ripresa per lui nuove (la ripresa in soggettiva e in piano sequenza, già usata da Bird in Ratatouille), sia lavorando su luci e atmosfere più cupe, soprattutto nelle scene in cui Dory si ritrova da sola e “persa”, sia lavorando su nuovi fondali e prospettive (le alghe del porto, le vasche dell’acquario). I nuovi personaggi funzionano abbastanza bene, con il polipo misantropo Hank che spicca per caratterizzazione sia visiva che narrativa, e i leoni marini che offrono i migliori momenti comici del film (a questo proposito, non perdetevi la scena dopo i titoli di coda).

Alla ricerca di Dory è un film ben narrato e animato splendidamente, in quanto riesce a trattare un complesso come il rapporto tra identità e memoria senza perdere di vista la comicità e l’azione, risultando così una felice rivisitazione di un universo già conosciuto, piuttosto che una frusta ripetizione delle stesse situazioni e delle stesse gag, come ormai capita sempre più spesso nei sequel d’animazione.

****

Pier

martedì 10 maggio 2016

Captain America: Civil War

Team narrative vs. Team aesthetics



Una missione degli Avengers in terra straniera genera morti tra i civili. Questo porta le Nazioni Unite a interrogarsi sull'opportunità di lasciare piena libertà d'azione ai supereroi, e impone loro di registrarsi e agire solo sotto la direttiva dell'ONU. Iron Man-Tony Stark accetta, ma Capitan America si oppone: gli altri supereroi si dividono tra le due fazioni Mentre la discussione è ancora in corso, un attentato sventra la sede dell'ONU, e il responsabile sembra essere Bucky, il Soldato d'Inverno amico di Capitan America: la caccia all'uomo acuirà ancora di più la spaccatura tra i due gruppi, portando con sè antichi rancori e terribili rivelazioni.

Dopo l'innegabile successo di critica e pubblico di Winter Soldier, Capitan America conferma di essere il supereroe con il miglior potenziale narrativo all'interno dell'Universo Marvel. Questo non significa che Capitan America sia il supereroe più interessante: anzi, sono proprio la sua minor caratterizzazione, la sua minore iconicità a rendere possibili maggiori libertà narrative, con storie più introspettive (per quanto consentito dal genere) e più guidate dai personaggi che dagli effetti speciali e dalle battute a effetto. I film di Capitan America sono sempre più cupi, e questo non fa eccezioni: la spaccatura fra i supereroi è profonda e si acuisce con il procedere degli eventi, esacerbandosi e imputridendo come una ferita malata e non curata (fingerò per carità di patria che gli ultimi 3 minuti made in Disney © siano esistiti solo nella mia immaginazione). I due fratelli Russo dirigono con piglio sicuro un film che rischiava di essere soffocato dalla presenza di ben 12 supereroi, ritagliando a ciascuno il suo spazio senza perdere di vista la trama, e realizzano un film narrativamente superiore all'originale a fumetti, in grado di creare quella tensione tra le due posizioni del tutto assente nella controparte cartacea (come ha ben spiegato Quantum Tarantino nella sua recensione sui 400calci, che trovate qui).

Quello che delude, e che rischia di diventare un serio problema per i prossimi film del Marvel Universe, è la pedissequa ripetitività delle sequenze d'azione. Fatta eccezione per quella conclusiva, perfetta nella sua fredda e dolente ferocia, tutte le immagini di questo film trasmettono una sensazione di già visto, e sembrano copincollate da quelle di film precedenti. L'appiattimento visivo dei film Marvel è ormai evidente (come ben spiegato da Gabriele Niola su MyMovies), e rende impossibile godere appieno di uno spettacolo cui sembra di aver assistito altre mille volte. Non a caso le scene migliori sono quelle che coinvolgono personaggi nuovi (Spiderman su tutti, meraviglioso: in 20 minuti la Marvel ha fatto un lavoro migliore della Sony in ennemila film) e quasi nuovi (Antman, vero mattatore del film), mentre deludono le parti in cui a scontrarsi sono personaggi apparsi più volte sullo schermo, sia a livello di estetica che di mosse utilizzate (Cap fa sempre rimbalzare lo scudo come un giocatore di biliardo; Vedova Nera fa SEMPRE le stesse mosse), dimostrando scarsa fantasia in termini di fotografia e coreografia. La totale mancanza di autorialità desta preoccupazioni, facendo intravedere una possibile china discendente e un progressivo appiattimento su uno "standard", cosa che il Marvel Universe, pur con alti e bassi, aveva finora evitato, caratterizzando i film di ogni personaggio in modo profondamente diverso anche dal punto di vista estetico.


La tensione tra originalità narrativa e riciclo visivo fa sì che Captain America: Civil War non possa essere considerato il miglior film del Marvel Universe come molti hanno dichiarato e scritto. Certo, è un film nettamente migliore del secondo capitolo degli Avengers, e getta basi molto interessanti per i capitoli successivi, confermando ancora una volta che non è la fama del protagonista a rendere interessante un film (vero DC?).

*** 1/2

Pier

lunedì 11 aprile 2016

Hitchcock/Truffaut

Imperdibile per chi ama il cinema



Nel 1962, François Truffaut, giovane regista sulla cresta dell'onda del successo artistico e professionale, decise di intervistare quello che, pur sottovalutato dalla critica, era a suo parere il miglior regista vivente: Alfred Hitchcock. Hitchcock accettò di sottoporsi a un'intervista della durata di otto giorni, durante il quale Truffaut lo interrogò su tutti i suoi film. Il risultato fu un libro che divenne il principale testo di riferimento per un'intera generazione di registi, che oggi in questo film raccontano, accompagnati dalle registrazioni originali dell'intervista, le scene dei film di Hitch che più hanno segnato il loro immaginario.

Può esserci qualcosa di meglio di una conversazione sul cinema e sulla professione di regista tra François Truffaut e Alfred Hitchcock? La risposta è sì, ed è il documentario di Kent Jones. Alle voci dei due grandi registi, infatti, Jones affianca quelle di Martin Scorsese, Richard Linklater, Wes Anderson e David Fincher, che commentano le scene dei film di Hitchcock, e allo stesso tempo spiegano l'importanza dell'intervista e del cinema hitchcockiano in generale all'interno dell'opera di Truffaut. Abbiamo così Scorsese che commenta le scene di apertura di Psycho e alcune scene di Vertigo insieme a James Gray e Linklater, affiancati dalla voce dello stesso Hitch.

Il film riesce nell'impresa di arricchire il libro cui si ispira, con l'unica pecca, imposta però dai limiti temporali del formato cinematografico, di non poter analizzare tutta l'opera hitchcockiana, ma solo alcuni dei suoi lavori più famosi.

Un film da non perdere per chi ama Hitchcock, per chi ama Truffaut, per chi ama il cinema.

*****

Pier

domenica 27 marzo 2016

Batman v. Superman: Dawn of Justice (In pillole #4)

The Dawn of Silence

Non ci sono parole che possano descrivere il film meglio di chi lo ha vissuto in prima persona.

Ecco quindi la recensione affidata all'espressione del suo protagonista: Ben Affleck.
Che poi non si venga a dire che è poco espressivo.




**

Pier

domenica 28 febbraio 2016

Oscar 2016 - I pronostici

Questa sera verranno proclamati i vincitori dell'edizione 2016 degli Academy Awards.
Come ogni anno, Filmora vi propone i suoi pronostici sui premi principali, corredati di quelle che sarebbero le mie scelte se venissi insignito del diritto di potere temporale di attribuire gli Oscar.

Le mie scelte si potrebbero riassumere con "Witness me!", ma andiamo con ordine.



Miglior montaggio
E' l'unica categoria importante dove è nominato Star Wars, ma non vincerà nemmeno questo. Troppo serrata la competizione, che vede un testa a testa tra Margaret Sixel, responsabile del ritmo serrato e adrenalinico di Mad Max: Fury Road, e Hank Corwin, autore di quello che è probabilmente il montaggio più originale dell'anno ne La grande scommessa. Penso vincerà il secondo, cui va, dopo lungo travaglio intetiore, anche la mia scelta personale
Pronostico: La grande scommessa
Scelta personale: La grande scommessa

Miglior fotografia
Qui la competizione non inizia nemmeno: Emmanuel Lubezki sbaraglia tutti soltanto con la scena iniziale di The Revenant, cui aggiunge altre cosucce come la lotta con l'orso e un uso della luce naturale semplicemente poetico. L'unico ad avvicinarsi vagamente, per innovatività e perfezione formale, è The Hateful Eight, ma è comunque molto distante.
Pronostico: The Revenant
Scelta personale: The Revenant

Miglior film d'animazione
Se non dovesse vincere Inside Out perderei ogni speranza nella giustizia, terrena o divina che sia. Anomalisa è un film notevole e molto, molto interessante, ma Pete Docter e la Pixar sono tornati alle vette dei loro capolavori, superandone alcuni. Non c'è storia.
Pronostico: Inside Out
Scelta personale: Inside Out

Miglior attore non protagonista
Qui la competizione è molto, molto serrata. Christian Bale è strepitoso ne La grande scommessa, Mark Ruffalo intenso e stropicciato al punto giusto in Spotlight, Tom Hardy è un grandioso, rozzo villain in The Revenant, e Mark Rylance con i suoi silenzi domina la scena ne Il ponte delle spie. Quest'ultimo sembra il favorito dei pronostici, ma come si fa a non tifare per il vecchio e stanco Sylvester Stallone visto in Creed?
Pronostico: Mark Rylance
Scelta personale: Sylvester Stallone

Miglior attrice non protagonista
Anche qui, competizione molto serrata (ci sarebbe, prima o poi, da interrogarsi su quanto sia diventata competitiva la sezione per i non-protagonisti, dove spesso vengono escluse prove migliori di quelle che vengono candidate per il premio maggiore). La Jennifer Jason-Leigh di The Hateful Eight è strepitosa, ma sembra avere poche speranze, così come Rachel McAdams per Spotlight. E' una lotta a tre, con Alica Vikander che ruba la scena alle moine di Redmayne in The Danish Girl, Kate Winslet strepitosa in una parte giocata in sottotono in Steve Jobs, e la favorita Rooney Mara intensa nei pregni silenzi di Carol. La mia preferenza va a Alicia Vikander.
Pronostico: Rooney Mara 
Scelta personale: Alicia Vikander

Miglior sceneggiatura originale
Spotlight sembra avere decisamente una marcia in più, grazie alla scrittura vibrante di Tom McCarthy. Il cuore direbbe Inside Out, ma Spotlight è un film più "facile" da premiare.
Pronostico: Spotlight
Scelta personale: Inside Out

Miglior sceneggiatura non originale
Qui la competizione non esiste: La grande scommessa è l'unico possibile vincitore, nonché il mio personale favorito.
Pronostico: La grande scommessa
Scelta personale: La grande scommessa

Miglior attore protagonista
Giurati dell'Academy: guardatevi negli occhi. Cosa deve fare di più questo pover'uomo per vincere? E' entrato dentro la carcassa di un cavallo. Ha combattuto con un orso in CGI in modo credibile. Non parla per quasi tutto il film. Si è imbruttito, una cosa che vi è sempre piaciuta e per la quale avete preferito altre, discutibili prove alle sue eccezionali performance del passato. E allora, vogliamo dare questo Oscar al povero Leonardo? Non è la sua miglior prova, d'accordo, ma è comunque meglio della competizione (Fassbender in Steve Jobs unico  ad avvicinarsi). Su, mettetevi una mano sul cuore.
Pronostico: Leonardo Di Caprio
Scelta personale: Leonardo Di Caprio

Miglior attrice protagonista
Qui la favorita sembra Brie Larson per Room (che non ho visto), ma la mia scelta personale cade sulla sublime Cate Blanchett per Carol.
Pronostico: Brie Larson

Scelta personale: Cate Blanchett


Miglior regia
Premesso che qualunque premio che non sia a George Miller per Mad Max: Fury Road andrebbe contro il comune senso filmico, qui temo che il favorito sia quel pallone gonfiato  regista talentuoso ma un po' pieno di sè che risponde al nome di Alejandro González Iñárritu. Però, Academy, mettetevi ancora una volta una mano sul cuore: sarebbe il primo regista a vincere due anni di fila, e uno dei pochi ad aver vinto due volte. Kubrick, per dire, non ha mai vinto. Vedete voi.
Pronostico: The Revenant
Scelta personale: Mad Max: Fury Road

Miglior film
Se The Revenant vincerà il miglior film, quale miglior modo di ripagare Mad Max: Fury Road che il premio per il miglior film? Premio che condividerei al 100%, anche se il mio personale favorito è Spotlight, per solidità narrativa e capacità di trasmettere emozioni.
Pronostico: Mad Max: Fury Road
Scelta personale: Spotlight

Bonus track: Morricone è talmente e giustamente favorito per la miglior colonna sonora che non mi sembrava nemmeno utile fare il pronostico.

A dopo la cerimonia per il bilancio!

Pier

venerdì 26 febbraio 2016

The Revenant - Redivivo

Tu vuoi fare Terrence Malick, ma sei nato Iñárritu



Stati Uniti, inizio 1800. Hugh Glass è un trapper che fa da guida a un gruppo di cacciatori di pelli. Attaccato e ridotto in fin di vita da un grizzly, viene abbandonato dai compagni che erano stati preposti ad accudirlo fino alla sua morte. Uno di questi, John Fitzgerald, uccide il figlio di Glass, che si opponeva ad abbandonarlo. Glass però non è morto e, nonostante le gravi ferite subite, si mette sulle tracce di Fitzgerald per cercare vendetta.

Nonostante vengano spesso confuse, c'è una grande differenza tra fotografia e regia: la prima riguarda le immagini, l'illuminazione, tutto ciò che entra nell'inquadratura, come ci entra, come viene filmata una determinata sequenza; la seconda riguarda la capacità di mettere insieme i vari elementi del film, fotografia compresa, in un unicum coerente e armonico che trasmetta il messaggio e le sensazioni desiderate. Laddove Birdman aveva sancito il trionfo della regia di Iñárritu, capace in quel film di legare alla perfezione ogni singolo dettaglio, The Revenant è l'apoteosi della fotografia di Emmanuel Lubezki. La scena d'apertura, un lungo piano sequenza di una battaglia, è talmente innovativa e sbalorditiva che non saprei nemmeno commentarla. La camera compie dei virtuosismi assoluti, seguendo gente che cade da cavallo, finisce sott'acqua, gruppi di persone che fuggono in direzioni diverse, il tutto con un'illuminazione glaciale semplicemente perfetta. Il resto del film, per quanto meno spettacolare, viene sempre fotografato con eccezionale maestria, con una sapiente alternanza di primi piani e campi lunghi che rendono alla perfezione il duello uomo-natura.

La regia, però, delude: troppo lungo il film, troppo slegate le sue parti, troppe scene ripetute allo sfinimento: abbiamo capito che deve sopravvivere nella neve e nel gelo., non c'è bisogno di farci vedere come trascorre ogni singola notte. Iñárritu finisce per limitare anche Leonardo Di Caprio, che offre la consueta straordinaria prova d'attore (dategli questo stramaledetto Oscar, per amor del cielo: Academy, è entrato dentro la carcassa di un cavallo, che volete di più?) ma risulta spesso trattenuto, quasi il regista volesse evitare che la bravura del suo primo attore offuscasse la sua ennesima trovata. Risulta più convincente Tom Hardy, che presta la sua straordinaria fisicità a un villain senza morale e senza regole, per il quale conta solo una cosa: sopravvivere. Le sequenze oniriche sono manieriste e pretestuose, un tentativo di Iñárritu di farsi Malick senza averne la visione e l'afflato metafisico. In generale, in molte scene, pur superbamente girate, si ha la sensazione che ci sia il regista seduto di fiano a noi a darci di gomito, a dirci "hai visto quanto sono bravo?", in un eterno ammiccamento che rende quasi sobrie alcune regie di Sorrentino.

In sintesi, The Revenant è una gioia per gli occhi, e offre momenti di pura estasi visiva e sonora (la colonna sonora è splendida) e ottime prove d'attore. Questi elementi, tuttavia, vengono però rovinati da una sceneggiatura sbrodolata, non nelle parole ma nei tempi, e in una regia che sembra guardarsi allo specchio in moltissime scene. Un peccato, con meno narcisismo avrebbe potuto essere un capolavoro.

*** 1/2

Pier

martedì 23 febbraio 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot

Wolverine contro Mafia Capitale



Enzo Ceccotti è un ladruncolo che vive a Tor Bella Monaca, in periferia di Roma. Un giorno, cercando di sfuggire alla polizia, si tuffa nel Tevere, dove entra in contatto con una sostanza radioattiva che gli dona una superforza. Mentre capisce come usare i suoi nuovi poteri, la sua strada si incrocia con quella dello Zingaro, un pesce piccolo della malavita romana con l’ossessione della celebrità, e di Alessia, la figlia del vicino di casa di Enzo, che crede che Enzo sia il protagonista della serie animata Jeeg Robot d’acciaio. Si ritroverà coinvolto in una guerra senza esclusione di colpi.

Lo chiamavano Jeeg Robot è stato il caso dell’ultima edizione Festa del Cinema di Roma. La ragione si intuisce fin dalla visione del trailer: è una rarità nel panorama italiano, dove sembra impossibile uscire dal dramma e dalla commedia (o dalla loro fusione, la commedia drammatica) per esplorare nuovi generi e nuovi linguaggi cinematografici. In particolare, il genere supereroistico, cui appartengono quasi tutti i blockbuster più profittevoli degli ultimi anni, è sempre stato tabù in Italia, vuoi per ragione di budget, vuoi per poco coraggio.

Sfruttando la strada aperta da Gabriele Salvatores con Il ragazzo invisibile, Gabriele Mainetti (già autore del bel cortometraggio-omaggio a Lupin Basette) racconta la storia di un supereroe per caso con tutti gli stilemi del genere: l’acquisizione casuale dei superpoteri, la presa di coscienza del fatto che "da grandi poteri derivano grandi responsabilità", una ragazza con un ruolo centrale, un cattivo psicopatico e con manie di grandezza. Tutto già visto, dunque? Niente affatto: Mainetti si distingue da Salvatores e dai film americani radicando il suo film nella realtà romana di periferia, tra squallore, malavita e desiderio di rivalsa. Lo chiamavano Jeeg Robot è un film con un’anima fortemente italiana, che parla della realtà di tutti i giorni e della storia recente del paese con sguardo quasi neorealista, cercando la verità della vita di strada anziché le patinature degli effetti speciali, limitati al minimo sindacale.

In questo film dai toni e dalle atmosfere vagamente distopiche, troviamo quindi la crisi economica, Mafia Capitale, persino un’eco degli anni di piombo. Mainetti dirige il tutto con mano sicura, sorretto da una fotografia cupa, livida e a tratti angosciante, che privilegia interni desolanti ma regala anche esterni squallidi, consumati, dimenticati dalla vita. La scrittura è solida e ritmata, con personaggi e dialoghi e convincenti, e intrattiene senza la presunzione di essere arte, ma anche senza essere un mero "popcorn movie".

Gli attori sono ben diretti e offrono ottime prove. Santamaria è un supereroe per caso cupo e taciturno, che passa dal subire gli eventi a essere in grado di dirigerli, ma non vuole farsi coinvolgere. Più Wolverine che Batman, il suo Enzo Ceccotti conquista per umanità e realismo. La sua nemesi è uno strepitoso Luca Marinelli, piccolo boss ammalato di fama, con una fissazione per Loredana Berté e la musica italiana anni ’80 e un penchant per il travestitismo, un Joker all’amatriciana che domina tutte le scene in cui è presente, con un formidabile mix di follia, fragilità e desiderio di riscatto. Sorprende in positivo, infine, l’esordio cinematografico di Ilenia Pastorelli, convincente nella parte di Alessia.

Lo chiamavano Jeeg Robot non è un capolavoro, come leggerete in recensioni di critici troppo solerti nel gridare al miracolo quando il cinema italiano produce qualcosa di diverso (sul tema si è ben espresso Zerocalcare). E’ però uno dei migliori film italiani degli ultimi anni, sicuramente il più coraggioso per come prova, riuscendoci, a rielaborare gli stilemi di un genere quasi del tutto alieno al nostro cinema e che persino negli USA, dove è stato inventato, appare ormai fossilizzato e avvitato su se stesso. Non perdetelo.

****

Pier

Nota: Articolo originariamente pubblicato su Nonsolocinema.