Visualizzazione post con etichetta Samuel L. Jackson. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Samuel L. Jackson. Mostra tutti i post

lunedì 23 marzo 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 10

Decima puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi tiene compagnia durante la quarantena.


Il genere di oggi è film sportivi (con eccezione della boxe che meriterà una puntata a parte).

I film prescelti sono:

1) Febbre a 90 (disponibile su Timvision). Un grande classico, tratto dall'omonimo romanzo di Nick Hornby e con un Colin Firth semplicemente perfetto per la parte di un fan sfegatato dell'Arsenal che si trova costretto a scegliere tra passione calcistica e sentimentale.

2a) Mean Machine (disponibile su Prime Video). Esilarante remake in chiave calcistica de "Quella sporca ultima meta", con Vinnie Jones come protagonista e un Jason Statham semplicemente perfetto nella parte del Monaco, portiere visionario. La scena degli "allenamenti" è di culto.

2b) Coach Carter (disponibile su Netflix). Imprescindibile per gli amanti del basket, ma anche per gli amanti dello sport in generale: una meravigliosa storia vera che parla dell'importanza del duro lavoro, dell'ambizione, e della disciplina per raggiungere un riscatto sociale ancora a oggi negato ai più.

3) Space Jam (disponibile su Netflix e Prime Video). Qui penso non sia nemmeno necessario un riassunto. Se non lo avete mai visto, guardatelo. Se, come spero, lo avete già visto, riguardatelo, e ammirate sua Altezza Aerea Michael Jordan in uno dei film per ragazzi più cult di sempre.

A domani per l'undicesima puntata!

Pier

giovedì 11 luglio 2019

Spider-Man: Far From Home

L'arrivo delle grandi responsabilità


Peter Parker torna alla sua vita da adolescente, ma tutto è cambiato: Tony Stark è morto, lasciando il mondo e Peter con un vuoto emotivo difficilmente colmabile. A distrarlo dai suoi tormenti arriva una gita scolastica in Europa e, soprattutto, i suoi mutati sentimenti verso MJ. Deciso a dichiararsi durate la vacanza, Peter si troverà invece a dover gestire una nuova minaccia, delle misteriose creature chiamate Elementali, provenienti da un'altra dimensione. Ad aiutarlo, oltre al solito Nick Fury, un misterioso viaggiatore interdimensionale: Quentin Beck, detto Mysterio.

Dopo il fortunato esordio in Spiderman: Homecoming e i drammatici eventi di Endgame, Tom Holland torna a vestire i panni dell'Uomo Ragno in un sequel che comincia a mettere a dura prova il confine tra la sua vita privata e le attività da supereroe. La morte di Tony Stark, mentore e figura paterna per il ragazzo, costringe infatti Peter Parker a iniziare a prendersi quelle responsabilità che fino a quel momento aveva evitato, gettandosi nell'avventura più per amore del rischio e dell'adrenalina che perché guidato da una vera e propria missione.

Quando Nick Fury lo mette di fronte alle "grandi responsabilità" che derivano dai suoi poteri, la prima reazione di Peter è di negazione: non vuole che la missione gli rovini la vacanza e i suoi piani con MJ, ma soprattutto non vuole accettare il ruolo che Fury e lo stesso Stark sembrano volergli assegnare. Il film è dunque pervaso toni da commedia adolescenziale, con Peter, MJ e compagni che attraversano tutte le fasi delle schermaglie amorose liceali. Nonostante sia ovviamente meno spettacolare rispetto ad altri punti del film, questo elemento del film funziona grazie a una buona scrittura e all'ottima chimica tra Tom Holland e Zendaya, che danno vita a molte divertenti sequenze da commedia degli equivoci.

Gli amori adolescenziali, tuttavia, devono cedere il passo alla realtà e alla nuova minaccia contro la Terra: il resto del film si focalizza quindi sul percorso di crescita di Peter e sulla sua accettazione del suo posto nel mondo. Il Ragazzo Ragno inizialmente crede di trovare un nuovo modello di riferimento nel misterioso Quentin Beck, giunto da un universo parallelo per combattere gli Elementali che hanno già distrutto la sua Terra.
La situazione si rivela in realtà più complessa, come chiunque conosca i fumetti può facilmente immaginare, ed è qui che il film prende il volo: il rapporto tra Quentin e Peter e la figura di Quentin in generale sono tra le cose più originali viste nell'universo cinematografico Marvel (anche se, ironicamente, riprendono una delle poche intuizioni azzeccate di Iron Man 3) e aprono molteplici possibilità per il futuro, subito concretizzate in una scena post titoli di coda semplicemente mozzafiato.

Per il resto, il film ha lo spirito di un'avventura di Jules Verne, tra città esotiche (per il pubblico statunitense), situazioni al limite dell'incredibile, scene d'azione coreografate alla perfezione, e una riuscita scanzonatura di fondo che permette al film di risultare sempre fresco e vivace, nonostante un inizio un po' rallentato da tutti i topoi del genere "gita scolastica liceale".

Se Tom Holland è ancora una volta semplicemente perfetto nei panni di Peter Parker, Jake Gyllenhaal brilla in quello di Mysterio, rendendo alla perfezione le mille sfaccettature del personaggio, aiutato anche da un eccellente scrittura. Accanto a loro un esercito di caratteristi d'eccezione, tra cui si distinguono Jon Favreau nei panni di Happy Hogan, sorta di contraltare adulto e senza poteri ai tormenti amorosi del giovane Peter, e Marisa Tomei, sempre più convincente nella versione ringiovanita di Zia May.

Spiderman: Far From Home costituisce un originale e importante capitolo nell'evoluzione dell'Uomo Ragno sullo schermo. Dal film emerge un Peter Parker più sfaccettato, maturo e interessante, a metà tra lo scavezzacollo visto fin qui nei film e il ragazzo fin troppo tormentato dal senso del dovere che conosciamo dal fumetto: un personaggio, insomma, decisamente intrigante, destinato a giocare un ruolo ancora più centrale e "drammatico" nei prossimi film dell'universo Marvel.

*** 1/2

Pier

mercoledì 20 marzo 2019

Captain Marvel (In pillole #15)

DejAvengers


Un supereroe smemorato, che a poco a poco riscopre la sua identità - una scoperta, questa, che lo costringerà a compiere una scelta lacerante; la scoperta, l'ennesima, di avere poteri ancora più grandi di quanto creduto in precedenza.

Se questa trama suona familiare è perché lo é: è la base di praticamente qualunque film, fumetto e cartone animato uscito negli anni Novanta, da Dragonball in poi. E, per quanto Captain Marvel sia ambientato negli anni Novanta (una delle poche scelte originali e riuscite), siamo ormai nell'anno 2019: di origin stories di supereroi ne abbiamo viste fin troppe, e raccontare la storia a ritroso non può bastare per ridare originalità a una forma trita e ritrita. E no, il sesso della supereroina non può e non deve essere considerato un elemento distintivo della trama, e confidiamo che anche la Marvel la pensi nello stesso modo.

Non è un caso che le parti migliori del film siano quelle ambientate sulla terra, quando finalmente il film si distacca dall'archetipo in cui si è autoimprigionato per diventare una sorta di Men in Black in salsa supereroistica, con Nick Fury (un Samuel L. Jackson ringiovanito in modo incredibilmente realistico dalla CGI, forse la cosa più sorprendente del film) a fare da mattatore e Captain Marvel, alias Carol Danvers, finalmente libera dalle pastoie di un addestramento militare visto e rivisto e del classico trauma dell'eroe smemorato.

Samuel L. Jackson e Brie Larson hanno una chimica innegabile, ed è un piacere vederli interagire sullo schermo: i loro dialoghi sono uno dei punti di forza del film, e ciò che riesce a dargli una caratterizzazione che lo differenzia da quanto visto in passato. In generale le trovate comiche sono ottime, dalle gag con il gatto Goose, forse il vero mattatore del film, ai dialoghi con gli Skrull.
Per il resto la sceneggiatura è abbastanza piatta, soprattutto nella prima metà, con colpi di scena che non sono tali e una certa lungaggine nelle vicende narrate. A questo si aggiunge una regia pedissequa e poco ispirata, che manca del ritmo di un Ant Man o della scanzonatura dei Guardiani della Galassia, e si limita a eseguire il compitino.

Captain Marvel strappa una sufficienza risicata, forse non tanto per sue colpe specifiche, quanto per il fatto di arrivare fuori tempo massimo, in un mercato saturo di supereroi. Poteva però essere l'occasione per provare qualcosa di nuovo, una variazione sul tema che consentisse alla Marvel di introdurre un personaggio fondamentale per il prosieguo degli Avengers, ma che al tempo stesso ci portasse in territori inesplorati a livello narrativo e visivo (cosa che, ad esempio, Doctor Strange aveva almeno provato a fare).
Il film risulta quindi solo un enorme déjà vu, un prodotto di intrattenimento ben confezionato, ma destinato a essere dimenticato non appena usciti dalla sala.

**1/2

Pier

mercoledì 29 marzo 2017

Kong: Skull Island (In pillole #8)

Tutto stupore e ferocia




Esistono due modi di fare i film di mostri, ambedue validi: il primo è quello di Pacific Rim, in cui la "trama" viene riassunta nei primi 10 minuti senza eccessivi danni per i neuroni, e poi giù botte da orbi per i successivi 90. Il secondo è quello che ha provato a intraprendere Gareth Edwards con il suo Godzilla, in cui il mostro diviene un pretesto per parlare di altro.

Quando uscì Godzilla lo stroncammo, con il senno (e il King Kong) di poi forse immeritatamente, dato che quantomeno aveva avuto il coraggio di fare una scelta forte e di portarla fino in fondo. Kong: Skull Island sceglie invece una via di mezzo che finisce per appesantire il film nella prima parte, dove lo spettatore è costretto a sorbirsi la presentazione dei personaggi e, ancor peggio, uno sproloquio pseudoscientifico che dovrebbe spiegare l'esistenza dei mostri su Skull Island.

Restano gli effetti speciali, davvero clamorosi, e una fotografia ispirata ad Apocalypse Now (il film si ambienta alla fine della guerra in Vietnam) che regala al film una spettacolarità visiva che va al di là del mostro e delle esplosioni.

Gli attori fanno la loro parte, ma utilizzare grandi interpreti del calibro di Brie Larsson, Tom Hiddleston e Samuel L. Jackson per un film del genere sembra più uno spreco che un arricchimento.

Kong: Skull Island è un film tutto stupore e ferocia, che però vorrebbe darsi un tono intellettuale, finendo per risultare pesante là dove dovrebbe intrattenere, e poco profondo là dove dovrebbe far riflettere.

**

Pier

venerdì 30 dicembre 2016

Miss Peregrine: La casa dei ragazzi speciali - Lo sconsiglio: puntata 17

Perché? Questa è la domanda che martella incessantemente la testa del fan incrollabile di Tim Burton, quello che lo aveva difeso anche dopo Alice, che aveva trovato Dark Shadows un interessante divertissement, che si era rinfrancato di fronte a Frankenweenie; quello, insomma, che non voleva credere che il regista di tanti capolavori (su tutti: Big Fish, uno dei dieci film preferiti di chi scrive) avesse definitivamente perso lo smalto.

Miss Peregrine: La casa dei ragazzi speciali distrugge tutte le speranze, calpestandole senza ritegno, sputazzandole come nemmeno Brancaleone con Teofilatto. Burton riesce infatti a rovinare un materiale che sembra fatto su misura per lui, sia a livello estetico (il libro alterna la narrazione all'uso di vere fotografie d'epoca (qui e qui) che sembrano uscite dalla fantasia di Burton) che narrativo (perché usare solo il primo libro della trilogia per poi doverlo chiudere in quattro e quattr'otto come se fosse un capitolo unico?), realizzando un film superficiale, che non emoziona, non spaventa e non fa sognare.

Si salvano Eva Green, come sempre eccellente, e qualche trovata, soprattutto sul finale, ma è davvero troppo poco.

Livello di sconsiglio: Medio-Alto (***1/2)

mercoledì 3 febbraio 2016

The Hateful Eight

Gruppo di fuorilegge in un interno


Un cacciatore di taglie si sta recando a Red Rock per consegnare al boia Daisy Domergue. Sulla sua strada incontra un altro cacciatore di taglie e lo sceriffo di Red Rock, e accetta di accompagnarli in città. Sorpresi da una tempesta di neve, saranno costretti a cercare rifugio nell'emporio di Minnie, dove si trovano anche altri viaggiatori. Qualcuno di loro, tuttavia, non è chi dice di essere.

Una diligenza corre nella nevosa notte del Wyoming, cercando di sfuggire alla tempesta di neve. La corsa è folle, impetuosa, accompagnata da una musica possente ed evocativa che fa presagire una tragedia imminente. La tensione si spezza quando la diligenza si ferma e carica un passeggero, il cacciatore di taglie Marquis Warren; torna a crescere, per poi cadere nuovamente quando incontra il nuovo sceriffo di Red Rock, per poi tornare a crescere. Nella sublime scena di apertura si racchiude il primo tempo dell'ottavo film di Quentin Tarantino, in cui la suspense viene costruita, distrutta e ricostruita con studiata lentezza, in cui i duelli sono fatti di sguardi, i dialoghi di non detti, e gli spazi tra una sedia e l'altra, dilatati dall'eccezionale fotografia di Robert Richardson, divengono immensi deserti di sabbia.

E' un Tarantino atipico quello del primo tempo, senza dialoghi brillanti, sangue e citazioni, ma dotato comunque della consueta cinefilia e sapienza nell'uso del mezzo cinematografico. Il film ha il suo precedente tarantiniano nella splendida scena di apertura di Bastardi senza gloria, che viene qui dilatata, vivisezionata, con l'Ultra Panavision 70 che permette di osservare ogni sguardo, ogni interazione, ogni reazione innescata negli otto hateful dalle provocazioni incrociate. A lanciarle con luciferina precisione è soprattutto dal Marquis Warren di Samuel L. Jackson, sorta di summa di tutti i personaggi interpretati fin qui dall'attore tarantiniano per eccellenza. Attorno a lui, come pedine su una scacchiera, si muovono personaggi costruiti alla perfezione, con un bagaglio di esperienze che, prima o poi, è destinato a venire a galla. Il primo tempo termina con il suo unico sparo, come il più classico dei western di John Ford, ed è separato dal secondo da un intervallo dal sapore fortemente teatrale.

Quando il sipario si rialza, la musica cambia, ma senza che la tensione e la morbosa paranoia scompaiano: il ritmo diventa incalzante, gli spari si sprecano e le rivelazioni si inseguono, si confondono, si intrecciano, fino a rivelare l'unica grande verità della storia, ovvero che non ci sono buoni, solo cattivi che si sono ritrovati per caso nella stessa baracca, come Tarantino stesso ha dichiarato. Gli echi de Le Iene sono evidenti, ma sarebbe limitante definire il film come una versione western del film d'esordio del regista, che invece qui esplora le contraddizioni e le tensioni razziali e non dell'oggi americano, andandone a esplorare le radici con occhio lucido e spietato.

Detto della fantastica fotografia, l'altro elemento di spicco del film è la colonna sonora di Morricone, degno accompagnamento della roboante scena d'apertura ed epico contraltare alle meschine vicende dei protagonisti. Tarantino dirige con studiata lentezza e, anche se a tratti finisce per appesantire il film, raggiunge il risultato che si era prefisso, creando un "giallo della camera chiusa" in salsa western, e tenendo lo spettatore incollato allo schermo.

The Hateful Eight non è il miglior film di Tarantino in senso assoluto (né uno dei miei due preferiti), ma è senza dubbio uno dei più maturi a livello cinematografico, in cui intrattenimento e arte, citazionismo e originalità si uniscono in un abbraccio quasi perfetto. Non perdetelo.

****

Pier

domenica 6 aprile 2014

Captain America - The Winter Soldier

Una spy story in salsa super



Dopo gli eventi narrati in The Avengers, Capitan America ha continuato a collaborare con lo S.H.I.E.L.D., l'agenzia segreta governativa guidata dal sempre più paranoico Nick Fury, per contrastare i piani di gruppi terroristici e criminali. Una di queste operazioni, tuttavia, rivela la possibile presenza di una falla di sicurezza nell'agenzia. Fury viene attaccato e ferito gravemente prima che possa compiere ulteriori indagini. Si reca così da Capitan America, rivelandogli i suoi sospetti ed affidandogli la chiavetta USB che contiene i dati sensibili di una delle più importanti operazioni militari sotto il controllo dello S.H.I.E.L.D. Quando la situazione precipiterà, Capitan America sarà costretto ad affrontare vecchi nemici e fantasmi, oltre che a capire chi è davvero dalla sua parte e chi invece sta facendo il doppio gioco.

Il secondo capitolo di Capitan America mantiene i pregi del primo - maggior realismo e rigore nella trama e nella messa in scena - unendoli però a una maggiore spettacolarità e a una trama più intrigante ed avvincente. Il film sembra più una spy story che un film di supereroi, una sorta di James Bond movie con Cap nella parte di 007. Il risultato è un film adrenalinico, senza un attimo di pausa nè un calo di tensione, alimentato da un circolo virtuoso in cui la storia cresce attraverso lo sviluppo dei personaggi, e viceversa. La Marvel realizza così un film "serio", privo di quelle derive comico-infantili ben rappresentate da Leo Ortolani che avevano invece gravato Iron Man 3. Capitan America acquista inoltre uno spessore del tutto nuovo, passando dall'essere un eroe monodimensionale, dedito al bene e ai "valori americani", all'essere un personaggio complesso e tormentato, il cui senso del dovere viene messo a dura prova dai continui tradimenti e colpi di scena che si trova ad affrontare.

La metamorfosi è soprattutto merito della sceneggiatura, dato che Chris Evans, pur non sfigurando, non brilla certo per espressività ed introspezione. In generale, tutti i personaggi sono scritti ottimamente, con la Vedova Nera che regala alcune freddure di spirito tipicamente russo, e Nick Fury, il cui ruolo sembra cucito dal sarto per Samuel L. Jackson, che con la sua freddezza e la sua paranoia è il vero motore dell'azione. Al loro fianco vengono introdotti con la giusta attenzione altri personaggi, la cui vera identità viene rivelata a film in corso, generando un piacevole effetto sorpresa per fan dei fumetti e non.

Captain America - The Winter Soldier è un film solido e con ritmo, in grado di mantenere alta la tensione e di regalare continui colpi di scena. Le scene d'azione sono altamente spettacolari, così come  richiede il genere, e sono accompagnate da un approfondimento dei personaggi di alto livello e da una trama eccellente, che si ricollega al primo capitolo in modo efficace ma non ripetitivo, risultando così uno dei migliori film targati Marvel.

**** 1/2

Pier

martedì 12 febbraio 2013

Django Unchained

Quando il cinema di genere diventa d'autore


Stati Uniti, 1858. Dopo aver cercato di fuggire dalla piantagione in cui lavora, lo schiavo nero Django viene separato dalla donna che ama, Broomhilda, e venduto al proprietario di alcune miniere. A salvarlo arriva il dottor King Schultz, ex dentista tedesco che si guadagna da vivere facendo il cacciatore di taglie. Schultz offre a Django la libertà e un aiuto nella ricerca di sua moglie se lo aiuterà nella sua attività per un certo periodo di tempo. Django diventa così un temibile pistolero, e insieme a Schultz cattura molti criminali. Esaurito il suo impegno, Django si mette in viaggio con il dottore per ritrovare la sua compagna. Scoprirà che è stata venduta a Calvin Candie, uno dei latifondisti più ricchi e spietati del Mississipi.

Dopo il nazismo, Tarantino investe con il suo occhio dissacrante la piaga dello schiavismo, e lo fa attraverso il genere che probabilmente ama di più: lo spaghetti western. La sceneggiatura manca della perfezione unitaria di Inglorious Basterds, dato che appare nettamente spezzata in due tra la liberazione di Django e il suo arrivo a Candieland, e il momento di passaggio tra i due spezzoni subisce un deciso calo di ritmo. Per il resto, tuttavia, la trama è letteralmente esplosiva, tra dialoghi magnifici - su tutti quello tra i membri della spedizione punitiva in stile Ku Klux Klan, continui colpi di scena e scene d'azione adrenaliniche. Tarantino pesca a piene mani dal materiale pre-esistente, rielaborando gli stilemi del genere e arricchendoli di nuovi significati. Il citazionismo tarantiniano non è mai fine a sè stesso, ma è sempre teso ad arricchire la trama e la sua evoluzione, omaggiando con fedeltà i classici del genere e superandoli al tempo stesso.

La fotografia usa con abilità il colore e le luci per creare un effetto ottico ricco e visivamente forte, in linea con quello degli spaghetti western ma anche con il pulp che Tarantino stesso ha elevato a genere maggiore. La regia è solida e ispirata, e mantiene alti ritmo e tensione per tutto il film, fatto salvo il già citato momento di rallentamento centrale. La colonna sonora, tra pezzi originali e citazioni dei grandi classici del genere, riesce a essere, come nella tradizione degli spaghetti western e delle musiche di Morricone, non solo commento musicale, ma vero e proprio elemento di sceneggiatura, che genera le atmosfere del film anzichè limitarsi a commentarle.

Come spesso accade nei film di Tarantino, tuttavia, il vero valore aggiunto sono i personaggi, caratterizzati riccamente e con grande attenzione, e sorretti dalla prova eccezionale degli attori. Jamie Foxx è un cowboy fisico e con grande presenza scenica, solo apparentemente "sottotono" rispetto agli altri, cui in realtà ruba spesso la scena, risultando credibile anche in momenti in cui sarebbe molto facile risultare ridicolo. Di Caprio sfodera l'ennesima prestazione eccezionale, interpretando un latifondista spietato, arricchito e calcolatore e confermando ancora una volta le sue eccezionali doti attoriali, di cui solo i membri dell'Academy sembrano non volersi accorgere. Samuel L. Jackson accetta con grande coraggio il ruolo di un negriero di colore, "la feccia della feccia", regalando alcuni tra i momenti migliori del film con i suoi dialoghi e le sue espressioni facciali. Su tutti spicca, ancora una volta, Christoph Waltz, semplicemente perfetto nella parte del Dr. Schultz. Ironico e spietato, divertente e determinato, il suo personaggio conquista e convince fin dalla prima scena, e si mantiene ad altissimo livello fino allo splendido finale. Resta un mistero come un attore di questo livello sia rimasto un quasi sconosciuto fino a pochi anni fa: lode a Tarantino per aver dimostrato, ancora una volta, le sue doti di talent scout.

Django è un film parzialmente imperfetto, che trova però nei suoi eccessi e nei suoi difetti la linfa vitale che lo rendono un film eccezionale, che porta un cinema dichiaratamente di genere ai livelli del cinema d'autore. Tarantino regala un film che, oltre a far divertire ed emozionare, riesce a fare anche critica sociale su uno dei momenti più bui della storia statunitense, e, perchè no, anche della cronaca contemporanea. Per quanto inferiore a Inglorious Basterds, il film resta eccezionale per la capacità di coniugare spettacolarità e cinema d'autore, citazionismo e originalità, in un collage di passato e presente che non può non conquistare. Il finale, poi, tra le citazioni di Trinità e del finale de Il buono, il brutto, e il cattivo, è una gioia che vale da solo il film.

****

Pier