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giovedì 14 maggio 2020

Tesori nascosti - #4

Torna "Tesori nascosti", la rubrica che segnala film meritevoli di recupero passati inosservati o quasi in Italia.

Ogni film è corredato di voto, informazioni su dove reperire il film, e di un breve commento o un link alla nostra recensione.




1. Carnage, voto 9.5
Genere: commedia nera
Anno: 2011
Regista: Roman Polanski
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: Infinity
Commento: un gioco (delle coppie) al massacro, divertente, esilarante, con quattro attori magnifici e un ritmo incredibile. Un film sulle coppie, ma sulla vita in generale, trattato con perfida e meravigliosa ironia. Qui la recensione estesa.

2. Cose dell'altro mondo, voto 7.5.
Genere: commedia drammatica
Anno: 2011
Regista: Francesco Patierno
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: Prime Video
Commento: un film che con gli anni è diventato se possibile più attuale, con uno spunto iniziale che ricorda Leftovers (in un paese del Nord scompaiono improvvisamente tutti gli immigrati) ma si fa critica sociale pungente e ben riuscita, tra imprenditori (un ottimo Abatantuono) che parafrasano discorsi di Prosperini e un poliziotto in crisi esistenziale e di nervi (Mastandrea).

3. A simple life, voto 9.
Genere: commedia drammatica
Anno: 2011
Regista: Ann Hui
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: a noleggio su Chili
Commento: Uno di quei film che entrano nel cuore già dopo pochi minuti grazie alla loro sincerità. Nessun artificio retorico, nessuna "caccia alla lacrima": la storia della vecchia tata e del suo pupillo che, cresciuto, deve prendersi cura di lei è raccontata con occhio disincantato, spesso divertito, facendo leva sull'evolversi della trama e del rapporto tra i due per generare emozioni. Qui la recensione estesa.

4. Superstar, voto 7.
Genere: commedia drammatica
Anno: 2012
Regista: Xavier Giannoli
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: Prime Video
Commento: Interessante analisi del paradosso della celebrità, in cui un uomo qualunque diventa famoso senza volerlo e senza sapere il perché. Dalla polvere andrà sull'altare, per poi tornare nella polvere, in un percorso che analizza efficacemente i meccanismi dei media e della fama pur senza brillare per originalità.

5. The iceman, voto7.
Genere: thriller
Anno: 2012
Regista: Ariel Vromen
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: a noleggio su Google Play
Commento: un film che esplora le gesta e la mente di un serial killer insospettabile, autore di efferati omicidi ma per anni amorevole padre di famiglia. Grande prova di Michael Shannon.

6. Il terzo tempo, voto 7.
Genere: commedia drammatica
Anno: 2013
Regista: Enrico Maria Artale
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: a noleggio su vari servizi
Commento: Una bella storia di sport e redenzione che, pur attingendo a piene mani a tutti i topoi del genere, riesce comunque a essere originale nel suo modo di rielabolarli. Ottimo esordio alla regia per Artale, supportato da un'eccellente prova di tutto il cast, su cui spicca il giovane protagonista, Lorenzo Richelmy.

7. Tom à la ferme, voto 8.
Genere: thriller
Anno: 2013
Regista: Xavier Dolan
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: Prime Video
Commento: Thriller dalle atmosfere hitchcockiane e con forti eco freudiane, che convince, colpisce e fa discutere nonostante un ritmo a tratti non eccelso. Qui la recensione estesa fatta per Nonsolocinema.

Simone

domenica 3 maggio 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 51

Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi suggerisce film da vedere in quarantena.


Il genere di oggi sono i film western.

I film segnalati sono:

1) Pat Garrett e Billy the Kid (disponibile a noleggio su vari servizi). Un film di culto, un western crepuscolare che celebra la fine di un'amicizia e di un genere, accompagnato dalle musiche di Bob Dylan e dalla sensazione che il mondo delle cavalcate verso il tramonto sia ormai finito.

2) I fratelli Sisters (disponibile su Sky). Jacques Audiard dirige con mano sicura una sceneggiatura di altissimo livello, portandola con sicurezza e senza fronzoli verso un finale tutt'altro che scontato, che rappresenta sia una fine che un nuovo inizio. Nel mezzo, tante sequenze spettacolari, anche se forse la migliore è quella d'apertura, una serie di spari nella notte scura in cui l'unica luce è quella di uno strumento di morte.

3) Lo straniero senza nome (disponibile su Timvision). Il fulminante esordio alla regia di Clint Eastwood, un western in cui la pietà non esiste e nessuno è un eroe: lo straniero senza nome che lo rese celebre diviene qui una figura senza valori né bussola morale, in un'atmosfera di degrado in cui persino le case assumono il coloro rosso vivo del sangue, e le cittadine vengono ribattezzate "Inferno."

A domani per la cinquantaduesima puntata!

Pier


mercoledì 8 maggio 2019

Stanlio e Ollio

Storia di un'amicizia


Regno Unito, 1953. Sono passati sedici anni dal momento d'oro della loro carriera hollywoodiana, e Stan Laurel e Oliver Hardy sono costretti a sbarcare il lunario imbarcandosi in una tournée teatrale in Inghilterra. Anche il teatro, tuttavia, è in crisi, e Stanlio e Ollio dovranno dare fondo a tutta la loro bravura per attirare il pubblico in teatri di second'ordine. La tournée si rivela ben presto per ciò che è realmente, un viaggio sulla strada della memoria, lastricata di rancori, gioie, risate e lacrime, e che li porterà a riconsiderare la loro relazione professionale e la loro amicizia.

Può un film riuscire a commuovere fino alla lacrime con una semplice scritta in sovrimpressione? Basterebbe questo aneddoto per raccontare la portata emotiva di Stanlio e Ollio, un film che non brilla per originalità della messa in scena, ma compensa più che egregiamente con una sceneggiatura ai limiti della perfezione e due attori in stato di grazia. Il film è la storia di un'amicizia e di una eccezionale partnership artistica, entrambe raccontate nel momento del crepuscolo: incontriamo Stan Laurel e Oliver Hardy quando sono ormai anziani, malati, dimenticati negli Stati Uniti e quindi costretti a un tour teatrale nel Regno Unito. Anche la loro amicizia non è più quella di una volta, e ne scopriremo le cause durante il film (vi diremo solo che c'entra un elefante).

Ciò che resta intatta, pura, impervia alle acredini e al passare del tempo, è la loro capacità di far ridere: il film riesce a trasmettere alla perfezione l'irresistibile, geniale comicità del duo sia riproducendo con fedeltà alcune delle loro gag più famose, sia costruendo la loro relazione e quella con le proprie mogli come un fantastico "double act" comico: le schermaglie (inter)coniugali sono tra i momenti migliori del film, degni di rivaleggiare con lo show che Stanlio e Ollio mettono in piedi sul palcoscenico.
La sceneggiatura affianca la comicità delle battute con una struggente nostalgia, che pervade ogni scena del film fino a diventarne co-protagonista. Vedere due giganti della risata ridotti a girare per teatri di second'ordine fa giocoforza pensare a quello che fu, in un esercizio del ricordo che è sia extradiegetico che diegetico. Stanlio e Ollio sono prigionieri del passato: vogliono superarlo, ma al tempo stesso lo rimpiangono. La loro amicizia è incrinata così come la loro arte, e nonostante ambedue ardano dal desiderio di ripararle, il passato torna sempre a galla, impedendo loro di chiudere quella porta per aprirne un'altra.


Lo sguardo malinconico al passato, e la consapevolezza silenziosa ma inconfessata che quei tempi non torneranno sono al centro del rapporto tra i due protagonisti: un rapporto fatto di non detto e di sguardi più che di battute, esattamente come la loro comicità, e rappresentato in maniera viva e struggente grazie anche alle prove superbe di John C. Reilly e Steve Coogan. La prova di Coogan è particolarmente efficace perché il suo personaggio deve essere più sottotono, dimesso, ed è quindi costruito sul non detto e sulle microespressioni del viso, laddove Reilly ha dalla sua l'imponente fisicità e una personalità più flamboyant su cui lavorare. La trasformazione di entrambi in Stanlio e Ollio è ugualmente impressionante non solo per la somiglianza fisica, ma anche per la complicità che riescono a creare e per il riuscito contrasto tra le loro maschere cinematografiche e la loro personalità nella vita reale: laddove in scena Stanlio era l'imbranato e Ollio il volitivo sicuro di sè, fuori scena le parti si invertivano, e Stanlio diventava la vera mente della coppia, con Ollio a rappresentarne il cuore. Un cuore malandato, purtroppo, la cui fragilità è la spada di Damocle che incombe per tutto il film, rendendo più amaro ogni sorriso. 

Il finale è esemplificativo in tal senso, ed è destinato a rimanere impresso a lungo nel cuore degli spettatori. È uno di quei rari casi in cui risate e lacrime si mischiano fino a diventare tutt'uno, in un turbine di emozioni che lascerà lo spettatore stravolto ma felice, in una catarsi cinematografica di rara efficacia.

****

Pier

sabato 8 settembre 2018

Venezia 2018 - Il Totoleone

E anche quest'anno siamo arrivati alla fine della Mostra del Cinema. Le maschere festeggiano, i chioschi sbaraccano, e i giornalisti si preparano per il gran finale, prima di lasciare il Lido per altri lidi.

È stata una Mostra molto interessante, in cui quasi tutti i film hanno messo d'accordo sia il pubblico che la critica, e in cui i picchi negativi sono stati ancora più ridotti che nello scorso anno.

Di seguito i pronostici, quasi sicuramente sbagliati, per il Leone d'Oro e gli altri premi, corredati come sempre dalle mie preferenze personali.


Premio Mastroianni per il miglior attore emergente
Competizione molto accesa quest'anno, con molti film che hanno lanciato giovani attori molto promettenti. Le favorite sembrano essere Raffey Cassidy, che in Vox Lux interpreta la giovane popstar Celeste, e l'italoirlandese Aisling Franciosi, già vista brevemente in Game of Thrones, protagonista indiscussa del potente revenge movie The Nightingale. Più staccate gli altri possibili candidati, anche se Yalitza Aparicio, attrice non professionista protagonista di ROMA, ha conquistato molti cuori. Penso che alla fine si imporrà la Franciosi, autrice di una performance davvero potente, cui va anche la mia preferenza personale.
Pronostico: Aisling Franciosi, The Nightingale
Scelta personale: Aisling Franciosi, The Nightingale

Coppa Volpi maschile
Sfida accesissima, con i protagonisti di Sisters Brothers che sarebbero i favoriti se non fosse per le voci di corridoio, che danno la Biennale restia ad autorizzare una nuova Coppa Volpi di coppia dopo quella concessa per The Master, peraltro proprio a Joaquin Phoenix. Risalgono quindi le quotazioni di altri attori, e in particolare di Ryan Gosling (First Man) e Willem Defoe (At Eternity's Gate). Punto su Gosling per il pronostico, mentre la mia preferenza personale, in barba alle voci di corridoio, va ai protagonisti di Sisters Brothers.
Pronostico: Ryan Gosling, First Man
Scelta personale: Joaquin Phoenix e John C. Reilly, The Sisters Brothers

Coppa Volpi femminile
Come lo scorso anno, la sfida è agguerritissima, con le protagoniste di The Favourite  tutte papabili vincitrici, con Olivia Colman favorita tra di loro sia per la precedente vittoria di Emma Stone (con La La Land), sia perché la sua parte è quella centrale allo splendido film di Lanthimos. Aisling Franciosi rischia di essere penalizzata dalla giovane età, e Natalie Portman (Vox Lux) dalle stesse ragioni che penalizzano la Stone. Tra le possibili sorprese Yalitza Aparicio (ROMA), che però sarebbe una scelta davvero azzardata, e la Tilda Swinton di Suspira, dove interpreta tre parti, compresa quella di un uomo.
Per il pronostico dico Colman, mentre la mia preferenza personale va a tutto il cast di The Favourite.
Pronostico: Olivia Colman, The Favourite
Scelta personale: Olivia Colman, Rachel Weisz, ed Emma Stone, The Favourite

Osella per la miglior sceneggiatura
Qui il favorito sembra essere Doubles Vies di Assayas, fatto di una serie di dialoghi davvero travolgenti per profondità e ritmo. La mia preferenza personale va però a Deborah Davis e Tony McNamara, autori di The Favourite.
Pronostico: Doubles Vies
Scelta personale: The Favourite

Gran Premio della Giuria
Vox Lux, che pure sarebbe un buon candidato, pare non essere piaciuto alla giuria presieduta da Guillermo del Toro. Ecco quindi emergere con prepotenza la candidatura di Opera senza autore, film dell'autore de Le vite degli altri, Florian Henckel von Donnersmarck, che è piaciuto moltissimo al pubblico. von Donnersmarck si aggiudica quindi il mio pronostico, mentre il mio voto personale va a Vox Lux, opera seconda imperfetta ma di grande potenza e ambizione di Brady Corbet.
Pronostico: Opera senza autore
Scelta personale: Vox Lux

Leone d'Argento (Miglior Regia)
Se Del Toro non fosse presidente di giuria, ROMA sarebbe forse il favorito per la vittoria finale. Possibile però che la Biennale consigli a Del Toro di assegnare al film dell'amico Cuarón un premio minore, memore delle polemiche del 2010 quando Quentin Tarantino assegnò il Leone al men che mediocre Somewhere di Sofia Coppola, sua ex fidanzata. Ecco quindi perché Cuarón potrebbe essere il favorito per la corsa alla miglior regia. Il mio voto personale va a Yorgos Lanthimos, sia per aver realizzato il miglior film in costume dai tempi di Barry Lyndon, sia per aver dimostrato di saper girare un film profondamente diverso da quelli che lo hanno consacrato.
Pronostico:  Alfonso Cuarón, ROMA
Scelta personale: Yorgos Lanthimos, The Favourite

Leone d'Oro
Sfida davvero accesa, senza un chiaro favorito, e pronostico quindi davvero difficile. Suspiria potrebbe essere una possibile sorpresa, così come What you are going to do when the world is on fire? di Minervini. Il mio pronostico ricade però su The Sisters Brothers di Jacques Audiard, film di genere ma anche storia universale che ha il potenziale per piacere a una giuria variegata come quella di quest'anno. La mia scelta personale va invece a un film che non è quello che mi è piaciuto di più, ma quello cui mi sono ritrovato a pensare più spesso dopo la proiezione, ovvero Zan di Tsukamoto: un film che racconta la fine di un'epoca e di un sistema di valori attraverso una storia solo all'apparenza semplice, ma in realtà dotata di molteplici livelli di lettura e di una raffinatezza narrativa di altissimo livello; un film, in sintesi, che coniuga forse meglio di altri la dimensione artistica e quella commerciale del cinema, e che quindi potrebbe essere apprezzato dalla giuria.
Pronostico: The Sisters Brothers
Scelta personale: Zan (Killing)

È tutto per quest'anno, ci risentiamo per l'edizione 2019.

Pier

giovedì 6 settembre 2018

Telegrammi da Venezia 2018 - #3

Terzo telegramma da Venezia. Tra oggi e domani verranno proiettati gli ultimi film del Concorso, e sabato si terrà la cerimonia dei premi.


The Sisters Brothers (Concorso), voto 8. Jacques Audiard unisce in questo film i due filoni che hanno finora caratterizzato il suo cinema (dramma familiare e gangster story) e li declina all'interno del più classico dei generi cinematografici, il western. La storia dei fratelli Sisters viene raccontata con grande amore per il genere, ma senza paura di distaccarsi dai suoi archetipi. Troviamo quindi sparatorie e inseguimenti, ma anche comicità e esperimenti chimici, cogliendo appieno quel momento in cui la modernità si affacciò sulla frontiera, segnandone il lento ma inesorabile declino. Joaquin Phoenix e John C. Reilly sono fenomenali nella parte dei due protagonisti, due adorabili criminali cui è impossibile non voler bene. Audiard dirige con mano sicura una sceneggiatura di altissimo livello, portandola con sicurezza e senza fronzoli verso un finale tutt'altro che scontato, che rappresenta sia una fine che un nuovo inizio. Nel mezzo, tante sequenze spettacolari, anche se forse la migliore è quella d'apertura, una serie di spari nella notte scura in cui l'unica luce è quella di uno strumento di morte.

Napszàlita - Sunset (Concorso), voto 6.5. László Nemes ha stupito il mondo con la sua opera prima, Il figlio di Saul, vincitore dell'Oscar per il miglior film straniero. La sua opera seconda è un thriller mascherato da melodramma, in cui la camera segue ossessivamente la protagonista mentre cerca la verità sulla sua famiglia, e forse anche su se stessa, per le strade di Budapest alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Fotografato interamente in luce naturale e con lunghi piani sequenza, il film nella prima parte riesce a costruire la forte sensazione di angoscia e disastro imminente cui mirava il regista. Nella seconda, tuttavia, si perde in inutili ripetizioni e lungaggini, aggrovigliandosi su se stesso e depotenziando quindi quella che poteva essere un'opera potente e di grande impatto, ma finisce per risultare soltanto un bell'esercizio di stile.

La Profezia dell'Armadillo (Orizzonti), voto 2. Un film imperdonabile, ingiustificabile, incomprensibile. Il fumetto di Zerocalcare da cui è tratto viene massacrato senza pietà e tradito nel suo spirito. Dal fumetto vengono prese solo le gag, cui ne vengono aggiunte di nuove (malriuscite), mentre vengono del tutto abbandonate sia la coerenza narrativa, sia la malinconia che pervade il testo. Anche senza voler tirare in ballo il fumetto da cui è tratto, il film è totalmente sconclusionato, mal scritto e mal recitato, con l'eccezione di Pietro Castellitto/Secco. Sorvolo sull'orrida soluzione scelta per rappresentare l'Armadillo perché non sparo sulla Crose Rossa.

Charlie Says (Orizzonti), voto 7. Un'interessante ritratto delle ragazze della Manson Family, i seguaci di Charles Manson che si resero responsabili di una serie di efferati omicidi. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Vox Lux (Concorso), voto 7.5. Dopo il suo folgorante esordio con Infanzia di un capo, presentato alla Mostra nel 2016 e vincitore del premio per la miglior opera prima, Brady Corbet torna a Venezia con un film molto ambizioso, che si propone di usare la storia di una giovane popstar per raccontare il XXI secolo, e l'entertainment come nuova religione. Il film riesce solo in parte, soprattutto per via di una sceneggiatura non sempre efficace, ma è impossibile non restare folgorati dalla fragorosa potenza visiva e concettuale di alcune sequenze. Tra tutte, spiccano le scene di apertura e soprattutto di chiusura, in cui Natalie Portman, che intepreta Celeste da adulta, diventa una profetessa intenta a impartire il suo credo su masse che pendono dalle sue labbra, in un concerto che diventa eucarestia e comunione. Strepitose anche qui le musiche di Scott Walker, ed efficaci anche le musiche pop cantate da Celeste, composte da Sia.

Monrovia, Indiana (Fuori Concorso), voto 7. Wiseman racconta con il consueto sguardo acuto ma discreto la vita e gli abitanti di una cittadina dell'Indiana, che diviene un simbolo della "vera America", quella che non capiamo e non vediamo mai nei quotidiani. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Pier

mercoledì 29 marzo 2017

Kong: Skull Island (In pillole #8)

Tutto stupore e ferocia




Esistono due modi di fare i film di mostri, ambedue validi: il primo è quello di Pacific Rim, in cui la "trama" viene riassunta nei primi 10 minuti senza eccessivi danni per i neuroni, e poi giù botte da orbi per i successivi 90. Il secondo è quello che ha provato a intraprendere Gareth Edwards con il suo Godzilla, in cui il mostro diviene un pretesto per parlare di altro.

Quando uscì Godzilla lo stroncammo, con il senno (e il King Kong) di poi forse immeritatamente, dato che quantomeno aveva avuto il coraggio di fare una scelta forte e di portarla fino in fondo. Kong: Skull Island sceglie invece una via di mezzo che finisce per appesantire il film nella prima parte, dove lo spettatore è costretto a sorbirsi la presentazione dei personaggi e, ancor peggio, uno sproloquio pseudoscientifico che dovrebbe spiegare l'esistenza dei mostri su Skull Island.

Restano gli effetti speciali, davvero clamorosi, e una fotografia ispirata ad Apocalypse Now (il film si ambienta alla fine della guerra in Vietnam) che regala al film una spettacolarità visiva che va al di là del mostro e delle esplosioni.

Gli attori fanno la loro parte, ma utilizzare grandi interpreti del calibro di Brie Larsson, Tom Hiddleston e Samuel L. Jackson per un film del genere sembra più uno spreco che un arricchimento.

Kong: Skull Island è un film tutto stupore e ferocia, che però vorrebbe darsi un tono intellettuale, finendo per risultare pesante là dove dovrebbe intrattenere, e poco profondo là dove dovrebbe far riflettere.

**

Pier

lunedì 9 gennaio 2017

Sing

Vissi d'arte, vissi d'amore



Buster Moon è un koala che possiede e gestisce un teatro in crisi. Fare l'impresario è da sempre il suo grande sogno, e così decide di giocare un'ultima carta per evitare il fallimento: organizzare una competizione canora e ospitare i migliori nel suo teatro, mettendo in palio un modesto premio di 1000 dollari. Per un errore di battitura, tuttavia, il materiale pubblicitario finisce per riportare un premio di 100.000 dollari, attirando l'interesse di tutta la città e mettendo Buster con le spalle al muro. Ma l'intraprendente koala ha ancora qualche asso nella manica.

Dopo il cinepanettone per bambini di Minions e il divertente ma poco originale Pets, l'Illumination Entertainment di Chris Meledandri torna con un film che offre, un po' inaspettatamente, più livelli di lettura. Quello più superficiale e meno originale è quello della gara canora, versione casereccia dei talent che imperversano in televisione, attraverso cui i vari partecipanti cercano un riscatto economico e personale. La varietà di caratterizzazioni e motivazioni dei personaggi è già una sorpresa: si va da Rosita, maialina madre di 25 cuccioli che troverà nel canto il modo di uscire dalla sfiancante routine domestica, e Ash, porcospina punk rock (in originale ottimamente doppiata da Scarlett Johansson) alla ricerca dell'equilibrio tra autorialità e successo commerciale. Tra i concorrenti, riuscitissimi sono i personaggi di contorno, come il maiale ballerino Gunther e la girl-band giapponese che ricompare nei momenti più inaspettati.

Al centro della scena c'è però lui, Buster Moon (doppiato in originale da Matthew McConaughey), il personaggio che incarna il secondo messaggio di Sing, un racconto ironico ma anche drammatico sulle difficoltà materiali di chi persegue un lavoro artistico, soprattutto se da imprenditore, stretto tra il sogno di donare al pubblico un pizzico di magia e la cruda realtà degli incassi in picchiata, del pubblico disinteressato, di un passato glorioso che sembra ormai morto e sepolto. Buster Moon è una figura comica e tragica al tempo stesso (non per niente il suo nome di battesimo è quello di Buster Keaton), che non può che attirare le simpatie del pubblico nei suoi goffi e geniali tentativi di racimolare soldi per salvare il suo teatro. Il momento in cui deve umiliarsi pur di tirare avanti è senza dubbio il più commovente del film, anche se viene depotenziato dal successivo cambio di atmosfera, troppo repentino e innaturale.
La difficoltà nel perseguire il proprio non è solo materiale, ma anche morale: tutti i personaggi del film vengono, prima o poi, derisi per le loro aspirazioni, ritenute ridicole da un mondo che non dà più valore alla cultura e allo spettacolo, in cui tutto è mercificato e avere una passione che non porta denaro sembra non avere alcun valore. Per quanto il film poi perda di vista questo tema nel finale (molto "classico" e buonista), questi emerge con sufficiente vitalità nelle altre scene per non essere dimenticato dopo i titoli di coda.

Il film ha un buon ritmo e mescola con sapienza generi diversi sfruttando le sottotrame dei vari personaggi (come ben descrive Marianna Cappi su Mymovies). Tuttavia, la sceneggiatura ha parecchi buchi, soprattutto nel finale, dove il desiderio del lieto fine prevale nettamente sulla coerenza narrativa, riducendo la forza e l'originalità del film. Ed è un po' un peccato, perché per il resto Sing funziona bene, fa ridere (molto) e anche riflettere, e segna comunque un deciso passo in avanti in termini narrativi per l'Illumination, che nei film successivi a Cattivissimo Me sembrava più preoccupata di ripeterne le gag che le intuizioni narrative.

***

Pier

mercoledì 28 settembre 2011

Carnage

La perfezione nell'incompletezza



New York: due adolescenti litigano, e uno dei due spacca i denti all'altro. Le famiglie si incontrano in un appartamento di Brooklyn per decidere il da farsi, cercando una soluzione civile e pacifica. Le buone intenzioni vengono però presto messi da parte, e le due coppie di genitori iniziano una lotta verbale senza confini e senza quartiere che non risparmierà niente e nessuno.

Fare cinema partendo da un'opera teatrale è un'impresa ardua. Diversi i linguaggi, i tempi, le strutture. Polanski ci riesce, e va oltre, realizzando un piccolo capolavoro, 78 minuti di pura intensità, vivacità, dirompente forza filmica in azione. La regia è essenziale, perfetta, a orologeria, senza un tempo morto, un calo, un esitazione.
L'interazione tra le due famiglie è analizzata e vivisezionata con pungente ironia e con un'attenzione che rasenta la perfidia. Si ride a crepapelle dal primo all'ultimo minuto, nel vano tentativo di capire se l'ordine e le regole del vivere comune riusciranno a essere ristabilite. L'unica regola è però che non ci sono regole, e così il tessuto sociale si lede, si strappa, fino a stravolgersi completamente, in una guerra in cui le parole sono armi di distruzione di massa che colpiscono a turno l'uno o l'altro protagonista.

Polanski si avvale di quattro attori strepitosi, che offrono prove di rara bravura, completandosi alla perfezione l'un l'altro. Kate Winslet è una madre in carriera nevrotica, inizialmente accomodante, ma poi totalmente disinibita dall'alcool e dal precipitare degli eventi. John C. Reilly è un marito tranquillo, un po' succube della moglie-maniaca del controllo Jodie Foster, che troverà la forza di ribellarsi e far sentire la sua voce. Infine, Christoph Waltz, il migliore dei quattro: freddo, insensibile, distaccato ma sempre pronto a piazzare la frecciata giusta al momento giusto, il suo personaggio è uno di quelli che restano impressi.

Il finale, sospeso e brusco, è voluto e cercato, e lascia aperti numerosi interrogativi sui protagonisti, su di noi, e sulla vita.
Carnage è uno di quei rari film in grado di accontentare critica e pubblico, coniugando il divertimento con un utilizzo magistrale del mezzo filmico e con una perfetta direzione degli attori.

Non perdetelo.

*****

Pier