domenica 15 marzo 2026

Oscar 2026 - I pronostici

Questa notte, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Dolby Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantatreesima edizione degli Academy Awards. 

Il 2025 è stato un ottimo anno cinematografico, con il ritorno di grandi registi come Paul Thomas Anderson, ma anche la consacrazione di registi finora conosciuti più per film commerciali, per quanto autoriali (Ryan Coogler) o per film d'autore, per quanto già candidati o premiati agli Oscar (Josh Safdie, Chloé Zhao). Anche quest'anno si reinforza il trend di vedere tra le opere candidate film che hanno saputo incontrare il gusto sia del pubblico che della critica, con I peccatori che è forse quello che ha fatto meglio rispetto alle aspettative di partenza.

Chi vincerà, quindi? Difficile a dirsi. Potrebbe - dovrebbe - essere l'anno in cui finalmente l'Academy premierà uno dei più grandi registi del nostro tempo, quel Paul Thomas Anderson che avrebbe già dovuto vincere almeno un paio di volte e finora è invece rimasto a bocca asciutta. Se succederà, confermerà un trend dell'Academy, ovvero quello di premiare grandi registi e interpreti non per il loro film migliore (per quanto Una battaglia dopo l'altra sia comunque un grandissimo film, ma d'altronde Anderson non sbaglia un film).

Ma non divaghiamo! Nonostante l'incertezza, di seguito trovate i pronostici, infallibili come sempre: correte in SNAI, e puntate sull'opposto di quanto scrivo. I film recensiti sul blog sono linkati ogni volta che vengono nominati.


Miglior montaggio
Competizione a due tra Una battaglia dopo l'altra e I peccatori, anche se alcuni siti di pronostici danno F1: The movie tra i papabili. Sia il mio voto che la mia preferenza (di un'incollatura) vanno a Andy Jurgensen per Una battaglia dopo l'altra, un film che ha nel montaggio e nella sua capacità di gestione del ritmo narrativo uno dei suoi punti di forza. 
Pronostico: Andy Jurgensen, Una battaglia dopo l'altra
Scelta personale: Andy Jurgensen, Una battaglia dopo l'altra

Miglior fotografia
Anche qui, competizione serratissima tra Una battaglia dopo l'altra e I peccatori - e anche qui il primo che sembra avere più possibilità di spuntarla. Tra i due sceglierei il lavoro fatto da Autumn Durald Arkapaw nel secondo, perché le scene di ballo sono ipnotiche anche e soprattutto grazie ai movimenti della macchina da presa. Tuttavia, la mia scelta personale ricade su Adolpho Veloso per Train dreams, un piccolo, grandissimo film che dipinge poesia a ogni inquadratura. Meriterebbe considerazione anche Hamnet, ma il lavoro di Veloso è, a mio modesto parere, superiore.
Pronostico: Michael Bauman, Una battaglia dopo l'altra
Scelta personale: Adolpho Veloso, Train dreams

Miglior film d'animazione
Per il successo che ha avuto, e per la qualità di animazione, storia e canzoni, non può non vincere KPop Demon Hunters. La mia scelta personale, nonostante Golden infesti la mia testa da mesi, ricade però su Zootropolis 2, uno dei rari sequel che riesce ad aggiungere nuove tematiche all'originale.
Pronostico: KPop Demon Hunters
Scelta personale: Zootropolis 2

Miglior attore non protagonista
Una delle sezioni dall'esito più scontato, e non perché non ci siano ottimi candidati: ma Sean Penn, a dispetto del suo disinteresse per la stagione dei premi, ha vinto tutto quello che c'era da vincere, e sembra lanciato verso il suo terzo Oscar (il primo da non protagonista) per il suo villain in Una battaglia dopo l'altra. Nonostante abbia adorato la prova di Penn, la mia scelta personale ricade però sul suo collega di set, un clamoroso Benicio Del Toro che nel giro di mezz'ora scarsa sullo schermo si divora il film per carisma e simpatia. 
Pronostico: Sean Penn, Una battaglia dopo l'altra
Scelta personale:  Benicio Del Toro, Una battaglia dopo l'altra


Miglior attrice non protagonista
Competizione ben poco serrata, con Amy Madigan strafavorita per la sua zia-strega di Weapons. Personalmente ho trovato la prova della seconda favorita, Teyana Taylor in Una battaglia dopo l'altra,non così esaltante, ed eclissata da quella di una sua collega di set, inspiegabilmente non candidata, Chase Infiniti, splendida nella parte della figlia di Taylor e Di Caprio. La mia scelta personale ricade quindi su Inga Ibsdotter Lilleaas, vero cuore emotivo di Sentimental value (che è strafavorito per l'Oscar al miglior film in lingua straniera).
Pronostico: Amy Madigan, Weapons
Scelta personale: Inga Ibsdotter Lilleaas, Sentimental value

Miglior sceneggiatura originale
Qui il chiarissimo favorito è Ryan Coogler per I peccatori, soprattutto dopo le molteplici vittorie ottenute ai SAG (Screen Actors Guild) Awards. Su di lui ricade anche la mia scelta personale, perché I peccatori ha una fotografia che ruba gli occhi, ma una sceneggiatura sorprendente, originale, che scarta continuamente di lato, senza mai scegliere la strada più facile o intuitiva.
Pronostico: Ryan Coogler, I peccatori
Scelta personale: Ryan Coogler, I peccatori

Miglior sceneggiatura non originale
Qui il favorito sembra essere Una battaglia dopo l'altra, e la brillantezza di dialoghi e personaggi, nonché l'enorme difficoltà di adattare Thomas Pynchon, renderebbero il premio assolutamente meritato. La mia scelta personale ricade però su Bugonia, una satira nera e graffiante ingiustamente snobbata dalla stagione dei premi. 
Pronostico: Paul Thomas AndersonUna battaglia dopo l'altra
Scelta personale: Will Tracy, Bugonia


Miglior attrice protagonista
Qui la favorita è chiarissima, Jessie Buckley per la sua trascendente prova in Hamnet. Non ci sono dubbi né per il pronostico, né per la mia scelta personale, che sono molto felice di darle dato che la considero un'attrice strepitosa fin dai tempi de La figlia oscura.
Pronostico: Jessie Buckley, Hamnet
Scelta personale: Jessie Buckley, Hamnet

Miglior attore protagonista
Timothée Chalamet sembtrava nettamente il favorito, almeno fino ai SAG, che hanno consacrato I peccatori con ogni premio possibile, incluso quello a Michael B. Jordan. I SAG non sono tutto - lo scorso anno vinse proprio Chalamet con A complete unknown, ma l'Oscar andò ad Adrien Brody - ma il plebiscito goduto da I peccatori sembra davvero fortissimo, e il sindacato attori è quello più rappresentato nell'Academy. Nonostante le polemiche sulle dichiarazioni di Chalamet su balletto e opera non possano influire sul voto (come ben spiegato qui), il pronostico ricade quindi su Michael B. Jordan. La scelta personale invece premia Chalamet, indubbiamente non un mostro di simpatia e acume nelle dichiarazioni pubbliche, ma strepitoso in Marty Supreme, dove offre l'ennesima prova di altissimo livello degli ultimi anni (due nomination in due anni, vediamo se riuscirà a battere il record di Di Caprio per nomination senza vittoria) - una prova che unisce la sensibilità che gli ha dato la fama in Chiamami col tuo nome e l'intensità ai limiti dell'arroganza di A complete unknown e Dune
Pronostico: Michael B. Jordan, I peccatori
Scelta personale: Timothée Chalamet, Marty Supreme

Miglior regia
Qui non riesco a credere che qualcuno possa decidere di non premiare Paul Thomas Anderson - non tanto per il film in sé, che pure merita per come Anderson riesce a realizzare un'opera completamente diversa dalle sue precedenti, un film ipercinetico che ricorda più Tarantino ma corteggia anche l'assurdo di Lynch e il cinismo di Peckinpah. Il pronostico ricade quindi su Una battaglia dopo l'altra, così come la scelta personale.
Pronostico: Paul Thomas Anderson, Una battaglia dopo l'altra
Scelta personale: Paul Thomas AndersonUna battaglia dopo l'altra

"Ti dico che non può non vincere Paul Thomas, quest'anno. Fidati, fidati."

Miglior film
Qui i pronostici impazzano, e nessuno sa veramente come finirà. Penso che possa essere l'anno in cui miglior regia e miglior film tornano a essere assegnati alla stessa opera, e quindi punto tutto su Una battaglia dopo l'altra. Il mio voto personale ricade su I peccatori, per la folle ambizione della sua composizione narrativa e visiva.
Pronostico: Una battaglia dopo l'altra
Scelta personale: I peccatori

Che aspettate? Correte in sala scommesse!

Pier

martedì 10 marzo 2026

Il Filo del Ricatto - Dead Man's Wire (In pillole #37)

Temete l'ira dei mansueti


Gus Van Sant torna alla regia dopo sette anni e lo fa con una commedia-thriller tratta da una storia vera, in un'operazione che ricorda quella operata da Richard Linklater (regista tematicamente simile a Van Sant, e come lui solitamente lontano da questo genere) con Hitman, presentato due anni fa proprio a Venezia. 

Il film racconta l'assurda storia del sequestro del banchiere Richard Hall, figlio di M.L. Hall, il presidente di Meridian Mortgage Co., da parte di Tony Kiritsis: il gesto di un pazzo, come cercarono di farlo passare, o una giusta rivolta proletaria contro lo strapotere del capitale che lo aveva imbrogliato nella compravendita di un terreno? Raccontato con la giusta dose di humor nero, Dead Man's Wire è un'attenta esplorazione della psiche umana e di quanto poco basti per far "impazzire" un uomo probo e onesto. 

Van Sant esibisce una chiara e sacrosanta favorevolezza alle posizioni di Kiritsis, interpretato con il giusto mix di follia, logica ed empatia da un ottimo Bill Skarsgard. Kiritsis emerge come il perfetto esempio del "piccolo uomo" truffato dalle grandi banche e dal sistema capitalistico in generale, perfettamente incarnato dal M.L. Hall, un Al Pacino magistrale, cinico al punto di essere disposto a sacrificare il figlio piuttosto che accontentare le richieste del sequestratore e abbandonare la sua vacanza in Florida.

Van Sant non rinuncia a raccontare il ruolo dei media nel modificare la percezione della realtà, con Kiritsis che insiste per raccontare la sua storia in diretta radiofonica a sequestro in corso e che chiede non soldi ma ammissioni di colpa, armato dell'incrollabile (e non infondata) certezza che, se non lo farà lui, nessuno racconterà la sua storia. Kiritsis prende possesso della sua narrativa e, nel farlo, riesce ad attirarsi le simpatie dell'opinione pubblica. 

Il sistema, alla fine, trova il modo di salvarsi e perpetuarsi. Tuttavia, con la storia di Dead Man's Wire Van Sant realizzando un film che diverte ma porta anche avanti una forte posizione politica, mostrando al pubblico quanto poco basterebbe per far saltare il banco e far vedere a tutti che il re, in fondo, è nudo.

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Pier

venerdì 6 marzo 2026

Il Mago del Cremlino (In pillole #36)

Politica e teatro


Come si distrugge la verità? La ricetta non è la magia, anche se il titolo sembra suggerirlo, ma una profonda conoscenza della psiche umana e dei trucchi con cui si può ingannarla. A partire dall'omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, Assayas confeziona un thriller politico che racconta la caduta del Muro e l'ascesa di Vladimir Putin attraverso un dialogo/confessione tra un giornalista e Vadim Baranov, ispirato a Vladislav Surkov, eminenza grigia di Putin. Baranov ha un passato da teatrante, e sa leggere, comprendere, e manipolare le emozioni: non serve altro. 

La regia di Assayas è chirurgica, cinica, e mette a nudo la realtà dietro alla narrazione, senza però dimenticare di farci vedere come la seconda può diventare più reale della prima. Il film è sorretto da una sceneggiatura stellare (con la collaborazione, e si vede, di Emmanuel Carrère), costruita attorno a un'immaginaria confessione di Baranov a un giornalista: in un'oasi di pace in mezzo alla neve il Male si mette a nudo e sorride compiaciuto del caos che ha portato nel mondo.

A dare vita e corpo alle parole di Assayas e Carrère c'è un cast perfetto, da un Jude Law/Putin, minaccia silenziosa e predatoria fin dalla sua prima apparizione, a Jeffrey Wright nei panni del giornalista, passando per Alicia Vikander nel classico ruolo di "grillo parlante" declinato però in modo inaspettato. A brillare più di tutti è però Paul Dano, che dopo Il Petroliere torna a essere il volto innocente e seducente del Male, un sorriso disarmante che repelle e conquista allo stesso tempo.

Attraverso la storia di Baranov, Il Mago del Cremlino porta in scena la storia politica dell'Europa e dell'Occidente degli ultimi vent'anni: una storia di lenta corrosione dei valori - una corrosione che rimane invisibile fin quando non è troppo tardie, e che non richiede strategie complesse o complotti occulti, ma una semplice conoscenza degli esseri umani. Baranov ha un passato da teatrante, e sa leggere, comprendere, e manipolare le emozioni: tristemente, non serve altro. 

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Pier

giovedì 12 febbraio 2026

Hamnet

Natura e ingegno


Agnes, giovane anticonformista che si vocifera essere figlia della foresta, conosce Will, aspirante scrittore. I due si innamorano, si sposano, hanno tre figli. Agnes incoraggia Will a scrivere e ad andare a Londra per inseguire il suo sogno. Will diventa William Shakespeare, e tutto sembra andare per il meglio, fino a quando una tragedia non colpisce la famiglia.

Il dibattito tra ragione e sentimento, uomo e natura è uno dei più antichi dell'arte: da Narciso e Boccadoro al Dialogo della Natura e di un Islandese, questo rapporto è al centro di numerosi capolavori. Anche in Hamnet, il libro di Maggie O'Farrell su cui si basa il nuovo film di Chloé Zhao, tratta questo tema, che però riceve una maggiore preminenza nel suo adattamento filmico. Zhao infatti evidenzia al massimo questa differenza tra Agnes e Will, attratti inesorabilmente l'uno dall'altra ma altrettanto inesorabilmente divisi dalle loro predisposizioni: figlia della foresta la prima, figlio della città il secondo. 

Agnes è legata al mondo naturale, fatto di piante, rituali, una sapienza millenaria che affonda le sue radici nelle tradizioni druidiche, che ha la sua arma nei rituali e nelle invocazioni, e che si esplicita in una capacità di "leggere" ogni essere vivente, percependone energia e, forse, destino. Will è invece legato al mondo della mente, a una sapienza nuova, tutta da scoprire (Shakespeare ha inventato oltre 1.700 parole  che oggi fanno parte della lingua inglese), che fa della parola scritta la sua arma e dell'immaginazione il suo cavallo. 

Zhao ritrae Agnes come una forza animale, fatta di urla, sensazioni, sentimenti esibiti con orgoglio, e intelligenza emotiva: è perennemente sporca, a suo agio con fatica, sudore, e funzioni corporali, capace di partorire da sola ai piedi di un albero. Agnes è una creatura di ombre e asimmetria, perennemente fuori posto e orgogliosa di esserlo, e come tale ci viene spesso presentata: inquadrature mai centrate, luce naturale fatta di contrasti, trucco assente, e il volto della straordinaria Jessie Buckley ripreso con feroce intensità in primissimo piano. Will è invece fatto di luce, un viso illuminato dal sole o dalle candele, vestiti sempre più eleganti, e una vita emotiva nascosta, mai esibita, nascosta dietro il tratto di un'intellettuale indifferenza, salvo poi esplodere in privato (splendidi, in tal senso, il suo pianto solitario e il momento sul ponte, dove Paul Mescal dà il meglio di sé). Per Agnes la vita è un palcoscenico, dove è sempre ferocemente se stessa; per Will il palcoscenico è la vita, l'unico luogo in cui può esprimere se stesso.

Agnes riconosce questa differenza, e capisce che Will è destinato ad appassire se non potrà esplorare il suo mondo, dargli sfogo, portarlo in vita. Accetta quindi di lasciarlo andare a Londra, lontano da lei, ben sapendo che il loro legame supera le loro diversità, e ne viene invece rinforzato. E Will torna, sempre, innamorato della moglie e pazzo dei suoi figli, con cui mette in scena versione casalinghe delle sue opere, tra cui spicca un prologo del Macbeth mai così divertente - un'opera scelta non a caso, perché unisce la parola shakesperiana all'antica magia nella cui tradizione è cresciuta Agnes. 

Fair is foul, and foul is fair

Poi, però, qualcosa si spezza: la morte del figlio Hamnet rende le differenze che prima univano i due coniugi ostacoli insormontabili, trincee di dolore in cui Agnes non capisce più Will e lo giudica insensibile, e Will non riesce a comunicare ad Agnes il suo dolore. Sceglie quindi l'unico mezzo espressivo in cui si sia mai sentito a suo agio: scrivere. Qui Zhao, che fino a quel punto ha adattato il romanzo in modo fedele se non nella lettera nello spirito, scarta di lato. Nel libro l'Amleto era il modo che un marito trovava per comunicare il suo dolore al mondo, ma soprattutto alla moglie. Il testo esorcizzava un fantasma che stava infestando il loro matrimonio: non a caso Will interpreta il padre di Amleto, sacrificandosi al posto del figlio e "scacciando" lo spettro che aleggia sul suo animo e sulla sua relazione con Agnes. Nel film la messa in scena dello spettacolo diventa un momento di catarsi collettiva. La guarigione della ferita creatasi tra Agnes e Will, pur presente, passa in secondo piano rispetto a una connessione collettiva generata dal teatro. Zhao trasforma la storia di una relazione, della sua crisi, e della sua resurrezione in un'ode al potere taumaturgico dell'arte.

La scelta può essere apprezzata o meno, e senza dubbio sceglie la strada più facile perché coinvolge lo spettatore in un crescendo emotivo che sembra costruito per arrivare a un pianto liberatorio. Tuttavia, il pianto arriva, e non è scontato quando il "trucco" è così evidente; e la scelta narrativa è senza dubbio coerente con il percorso artistico di Zhao e con la funzione del teatro - in generale e nell'età elisabettiana in particolare: non una torre d'avorio incapace di comunicare al mondo, come molte (troppe) messe in scena italiane di Shakespeare sanno essere, ma un rito pagano e popolare in grado di curare il dolore e generare empatia, un rito collettivo in grado di unire in un mondo sempre più diviso.

Hamnet è una storia di fantasmi ed esorcismi, di mondi incompatibili che si incontrano e si attraggono, di dolore e grazia, di sogno e ragione. Una storia intima eppure universale, che ci parla dell'eterna dialettica tra ingegno e natura, della forza creatrice della nostra filosofia, ma anche dei misteri che ci sono in cielo e in terra e di come questi rimangano inconoscibili, pronti a terrorizzarci e distruggere le nostre certezze - certezze che solo l'ingegno stesso, però, può ricostruire.

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Pier

sabato 7 febbraio 2026

Sentimental Value

La risonanza del dolore


Nora, celebre attrice di teatro, soffre di attacchi di panico ogni volta che deve entrare in scena. Gustav, suo padre, è un famoso regista che, dopo aver divorziato dalla madre di Nora e di sua sorella Agnes, è quasi scomparso dalle loro vite. Quando torna in Norvegia per chiedere a Nora di interpretare la protagonista del suo nuovo film, che vuole girare nella casa di famiglia, Gustav innesca una crisi emotiva che colpisce tutta la famiglia.

C'è un cinema di sentimenti, silenzi, fantasmi mai esorcizzati che sembrava scomparso da tempo, e Sentimental value riporta alla luce. È il cinema di Bergman, in primo luogo, ma anche di un certo periodo di Woody Allen: sedute psicoanalitiche collettive, in cui i personaggi portano in scena i rapporti irrisolti che caratterizzano le vite di tutti (genitori-figli, fratelli-sorelle, coniugi) generando una catarsi collettiva che si sublima in sguardi, tocchi fugaci, silenzi eloquenti. Un cinema spesso imitato con risultati scadenti da chi scambia la vivisezione quasi chirurgica dei rapporti e dei sentimenti con la facile spettacolarizzazione degli stessi o con una faciloneria nella giustificazione di alcuni comportamenti.

In Sentimental value, come in Bergman, non ci sono colpevoli né innocenti o, meglio, tutti sono al tempo stesso ambedue le cose. I sentimenti non vengono gettati in piazza, le scenate non esistono, i confronti sono sempre all'apparenza civili. Il dolore che traspare non dalle urla ma dai visi, dai sottotesti, dai silenzi, da un'assenza di suono e comprensione che taglia profondo come un coltello, laddove le urla finiscono spesso per essere vuote e senza significato. 

Il tema centrale del film sono i legami come canali che possono consentire al dolore di scorrere tra intere generazioni, creando un'ereditarietà della sofferenza, o sollevare delle chiuse per fermarlo. Gustav, prigioniero della sua arte, lascia che il suo dolore fluisca verso le figlie. Nora invece solleva le chiuse e protegge Agnes, permettendole di vivere una vita più serena, senza essere vittima della continua sensazione di affogare; e Agnes ricambia prendendosi cura di lei nei suoi momenti peggiori.

La tentazione di descrivere un film come il racconto di un rapporto padre-figlia è forte, ma sarebbe una descrizione superficiale: al cuore del film c'è anche un rapporto tra sorelle fatto di mutua comprensione e gratitudine, di interventi silenziosi ma non dimenticati a proteggere l'altra dal dolore in agguato nel mondo, incarnato in una casa fatta di fantasmi e brutti ricordi. La protezione e la cura sono al centro del rapporto tra Agnes e Nora, e sono l'unico rapporto che consente salvezza, il salvagente che impedisce di affogare.

Quando il dolore scorre, tuttavia, crea un altro tipo di legame: imperfetto, forse malsano, ma non per questo meno forte; un legame che permette di comprendere a distanza ciò che l'altro sta vivendo, come accade tra Gustav e Nora, con il primo che riesce a catturare il malessere della figlia senza parlarle perché in lei rivede il suo e quello della madre.

Bergman è omaggiato non solo nello spirito ma anche nella lettera, con Joachim Trier che costruisce un film nel film che è un'ode al cinema d'autore, il cui paladino è non a caso un regista di origini svedesi. L'arte - il cinema, il teatro - diventano un atto di esorcismo, un modo di affrontare i propri demoni e di liberare se stessi e gli altri. La sostituzione di Nora con una giovane attrice americana (un'ottima Elle Fanning, che fa rendere al meglio un personaggio un po' troppo monocorde) è un tentativo di distanziamento destinato a fallire, perché è solo nella cura reciproca che esiste salvezza: Gustav deve guarire Nora tanto quanto Nora deve farlo con Gustav.

Il film non brilla per originalità tematica, e alcuni aspetti narrativi sono meno curati di quanto dovrebbero: la casa, simbolo di ogni sofferenza, viene abbandonata, ma sostituita da una casa finta, un set temporaneo, mandando un messaggio opposto a quello di speranza che il finale vorrebbe veicolare. Il tema dell'ereditarietà del dolore viene parzialmente minato quando la depressione della madre di Gustav viene "giustificata" con le torture subite, anziché abbracciare la triste realtà della depressione, malattia che compare senza preavviso e senza cause scatenanti come ci piace pensare. Questo è forse il passaggio meno convincente del film, sia per questo motivo, sia perchè rappresenta una divagazione che annacqua durata e focus senza aggiungere granché (la palma, in tal senso, va però alla storia d'amore di Nora, un non sequitur abbastanza evitabile).

Queste leggerezze narrative, tuttavia, passano in secondo piano di fronte a una ricchezza emotiva che scalda il cuore, grazie sia a una fotografia molto intima e attenta ai suoi personaggi, sia alle ottime interpretazioni del cast. A spiccare non è la pur ottima Renate Reinsve, ma Inga Ibsdotter Lilleaas, forza silenziosa del film, che riesce a bonificare la palude emotiva del padre e della sorella e a purificare l'acqua che vi scorre.

Sentimental value è un film fuori tempo per la nostra epoca e, forse proprio per questo, coraggioso. Mette al centro i rapporti umani in un periodo in cui sono sempre più sfilacciati, e predica perdono, comprensione ed empatia in un mondo in cui questi valori sembrano scomparsi nonostante siano sempre più fondamentali: per uscire dal dolore in cui ci siamo rinchiusi non c'è miglior strada che riconoscere anche quello altrui.

*** 1/2

Pier

sabato 24 gennaio 2026

Marty Supreme

Il tornado dell'ossessione


Marty Mauser, campione statunitense di tennistavolo (liberamente ispirato al vero campione Marty Reisman) cerca disperatamente di racimolare il denaro sufficiente per partecipare ai campionati mondiali, usando ogni mezzo lecito e illecito e sfruttando il fascino che esercita la sua assoluta fiducia in se stesso. Tra attrici sul viale del tramonto, boss mafiosi, ricchi imprenditori, e contadini furenti, Marty si imbarca in un'odissea ipercinetica per realizzare il suo sogno. 

Riuscire a competere ad altissimo livello, in qualunque campo, spesso richiede una dedizione pressocché totale, un'ossessione che sfocia nella monomania. Chi scrive ama basket e scacchi, e quindi i primi nomi che vengono in mente sono quelli di Michael Jordan, Larry Bird, Kobe Bryant, e Bobby Fisher: persone che hanno dedicato la loro intera giovinezza all'attività che amavano, sacrificando affetti, tempo libero, salute fisica e mentale. Anche al cinema gli esempi abbondano, con Whiplash come testimone più recente.

E con il film di Chazelle Marty Supreme condivide anche il ritmo frenetico di un'improvvisazione jazz, un uptempo continuo che travolge e trascina tutto con sé, come un tornado. Josh Safdie ci porta in un mondo meno conosciuto e glamour, quello del tennistavolo, e ci racconta la quotidianità di questa ossessione quando questa non è accompagnata da un supporto economico, e coltivare il proprio talento, la propria passione, diventa una lotta contro tutto e contro tutti per sopravvivere. Il viaggio di Marty è un ottovolante, una corsa a ostacoli in cui non ci si ferma un secondo, fatta di continue cadute agli inferi e risalite, fallimenti e trionfi. La regia ricorda quella di Safdie (lì in coppia con il fratello) in Diamanti grezzi, ma si prende più tempo per stare con i personaggi, costruire situazioni, regalare piccoli momenti di alleggerimento. Il risultato è un film più coeso ma comunque febbrile, una maratona di due ore e mezza che sembra durare come uno sprint.


Marty Supreme è un film che è tutto e il suo contrario: sinfonico e corale, ma anche completamente incentrato su un irresistibile solista; riflessivo, ma anche ipercinetico. Safdie costruisce un tornado di suoni e immagini che travolge lo spettatore e lo trascina in un mondo che sembra la riflessione delle sfide di tennistavolo: in superficie un piacevole passatempo, ma in realtà una sfida sanguinaria, violenta, una guerra fisica e psicologica che annienta ed esalta, trascina nella polvere e sull'altare. Le analogie ritmiche e strutturali con Una battaglia dopo l'altra sono evidenti, ed è curioso che due film così simili siano usciti lo stesso anno: due film fatti di guerra, ma che celebrano la pace, il trovare il proprio posto nel mondo, la propria pace interiore.

Safdie dipinge il film con tratti grezzi, solidi, fatti di primi piani continui, a volte persino impietosi, di un montaggio serrato che taglia, sminuzza, moltiplica, genera ansia, e di un sonoro asincrono che spesso anticipa le scene successive, come se fosse ansioso di correre in avanti, di mettersi alle spalle la scena in svolgimento per iniziare la successiva, in una bulimia narrativa che rispecchia l'approccio alla vita di Marty, che ingurgita la vita anziché assaporarla.

Marty è un protagonista indecifrabile, che sa essere uno, nessuno, e centomila. In momenti diversi, e a volte nello stesso momento, Marty è arrogante, umile, affascinante, irritante, carismatico, imbarazzante, viscido, sensuale: un simpatico cialtrone un po' Paul Newman un po' Adam Sandler, perfettamente incarnato da uno Chalamet che si conferma un talento generazionale. Intorno a lui gravita un sottobosco di attori professionisti e non, maschere della commedia dell'arte in cui si trova immerso Marty, novello Arlecchino servitore di moltissimi padroni ma in grado di cavarsela in ogni occasione. Le uniche eccezioni, gli unici veri personaggi che gli attraversano la strada sono l'amica/fidanzata Rachel (un'ottima Odessa A'zion, di cui sentiremo parlare), l'unica a tenere testa alla sua ipercinesi nella vita, e Koto Endō, il suo rivale ma anche il suo specchio: muto e introverso tanto quanto Marty è chiacchierone ed estroverso, ma guidato dalla stessa irresistibile ossessione di eccellere, di trionfare, di migliorarsi.

Marty Supreme è un film cangiante, un dirompente racconto di ossessione che esalta la capacità di liberarsene, un inno alla competizione che parla dell'importanza della collaborazione. È una rapsodia di suono e furore che cattura che lascia lo spettatore con la sensazione di essere appena stato su un ottovolante: stordito, ma con la voglia di fare un altro giro.

**** 1/2

Pier

martedì 20 gennaio 2026

La Grazia

L'etica sfuggente della memoria


Mariano De Santis, il Presidente della Repubblica, è entrato nel “semestre bianco” del suo mandato. Vedovo, continua a pensare alla moglie Aurora, la cui morte lo ha chiuso in una crisalide di dolore che però non lascia trasparire. Noto per essere un temporeggiatore, gli ultimi mesi in carica lo mettono di fronte a due decisioni di grande importanza: se firmare o meno una rivoluzionaria sull’eutanasia, nonostante la sua fede cattolica e l’opposizione del papa; e se concedere la grazia a due persone colpevoli di aver ucciso il coniuge.

Sui muri della Mostra del Cinema, poco dopo la prima proiezione de La Grazia, è comparso un commento che sosteneva che si trattasse di un film fantasy per via, tra le altre cose, della presenza di politici competenti e di una buona legge sull’eutanasia. Una battuta, ma non troppo lontana dalla realtà: dopo aver messo alla berlina gli aspetti più grotteschi e criminali della politica con Il divo e Loro, Sorrentino dedica un film alla politica “alta”, quella con la P maiuscola, che lavora con serietà e spinta da un dubbio generatore anziché da false certezze; una politica che si arrovella su dilemmi etici, incarnata alla perfezione dalla figura di Mariano De Santis, un Presidente della Repubblica giurista che, come Antigone, si trova a scegliere tra la legge dei codici e quella dell’umanità e dell’empatia.

Questo non significa, tuttavia, che Sorrentino rinunci a raccontare l’umanità dei suoi protagonisti: De Santis è inscalfibile solo in apparenza (il suo soprannome, come scopre con scorno, è “cemento armato”). Sotto un’aura imperturbabile si nasconde un dolore profondo che sfocia nella depressione, nella mancanza di senso e voglia di vivere; un dolore che ha le sue radici nella morte dell’adorata moglie Aurora ma anche in un passato più lontano, in un segreto inconfessato e mai svelato che si perde nelle nebbie della memoria.

Amore e memoria sono i due coprotagonisti del film, con De Santis che si dibatte tra loro come un pesce preso in trappola, ossessionato a tal punto dal passato da essere non solo incapace di guardare al futuro, ma anche di vivere nel presente. Sorrentino tesse un dramma politico e intimista che non rinuncia a ridere delle assurdità della vita, tra amiche di infanzia dalla parlantina irresistibile (Coco Valori si candida a entrare nel pantheon dei grandi personaggi sorrentiniani, ed è sacrosanto che a lei sia lasciata l’ultima parola del film) e papi filosofi che girano in scooter, passando per gusti musicali inconfessabili e diete accettate di malavoglia.

A volte il regista napoletano eccede a livello narrativo, specchiandosi nell’assurdità poetica di alcune scene che però non hanno un reale impatto data la totale assenza di funzione narrativa o simbolica: l’eccentricità, da sola, non basta, e finisce per allungare il brodo, anziché insaporirlo. È però impossibile non notare come nei suoi ultimi film Sorrentino abbia asciugato il suo stile visivo, trovando una fortunata sintesi tra la freddezza formale delle sue prime opere e il barocco che lo ha reso famoso con La grande bellezza e i film immediatamente successivi. Non ci sono movimenti di macchina che sono puri sfoggi di bravura, e tutto è al servizio degli attori e della storia.

La solitudine di De Santis è ben resa sia dalle ampie inquadrature all’interno del Quirinale, un acquario deserto con un unico pesce, sia dai primi piani stringenti su Toni Servillo, splendido nella sua capacità di rendere la complessità del paesaggio emotivo di un presidente eternamente indeciso con sguardi, silenzi, sospiri. Un’interpretazione, la sua, lontanissima da quella offerta per Jep Gambardella o Andreotti, e che unisce l’empatia del primo all’imperturbabilità del secondo, regalando un personaggio umano, vivo, il cui dubbio è cifra ontologica e la memoria è l’unico rifugio sicuro.

La grazia non passerà alla storia come il film migliore di Sorrentino, ma offre spunti etici ed emotivi di grande impatto, nonostante le sbrodolature, e soprattutto conferma l’encomiabile desiderio del regista partenopeo di esplorare storie e tematiche nuove, anziché fossilizzarsi sulla poetica e lo stile che lo hanno reso famoso (il rischio, prima di È stata la mano di Dio, sembrava esserci). Gli eccessi di altre sue opere lasciano qui il passo all’esplorazione e alla celebrazione della sobrietà, della vita di un uomo degno e dignitoso, tormentato dall’idea di non esserlo al punto di rinunciare a vivere. 

Sorrentino offre non più uno sguardo alla morte incombente che si nasconde in agguato dietro una vitalità esibita ma di facciata, ma la vita che cerca di farsi strada, una pianta che cerca di rifiorire in un terreno arido e bruciato, e riesce a mettere radici.

*** 1/2

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.