venerdì 26 novembre 2021

È stata la mano di Dio

Madeleine napoletana


Fabio è un giovane napoletano all'ultimo anno di liceo. I suoi genitori, Saverio e Maria, sono una coppia particolare ma piena d'amore per i propri figli; la sua famiglia è ancora più peculiare, ma unita, allegra, viva. La città e la vita di Fabio vengono scossi da una notizia: il Napoli ha comprato Diego Armando Maradona. Andare allo stadio diventa un rito collettivo, che unisce Fabio alla famiglia e a tutta la comunità.

Che bella sorpresa questo film di Sorrentino: un racconto personale, autentico, che si spoglia di ogni orpello visivo per mettere in scena la vita, in tutte le sue sfaccettature - divertente, drammatica, nostalgica, grottesca. In superficie, È stata la mano di Dio può sembrare un racconto di formazione, ma è tanto, tanto altro: è un film di ricordi, sensazioni, emozioni, in cui Sorrentino si focalizza sul cuore della storia, mettendo a nudo se stesso e la sua storia personale in un percorso di autocatarsi che colpisce dritto al cuore.

È stata la mano di Dio è un film caldo, emozionale, per nulla cerebrale, illuminato dalla luce splendente del ricordo; è un film pervaso da una bellezza, da una nostalgia così struggenti da far male, da una gioia che fa da potente contraltare al dolore, da un senso devastante di perdita che è radicato nella ricchezza affettiva che lo precede. Si ride, tanto, e si piange, tanto; e lo si fa con i personaggi, che diventano ben presto come membri della famiglia, e ci portano a spasso in un ricordo che è sì del giovane protagonista (alter ego del regista) ma si fa esperienza collettiva. Sullo sfondo, infatti, c'è l'arrivo in città di Maradona, la divinità che si fa carne nei vicoli di Napoli, un calciatore che diventa un rituale religioso comunitario: un rituale che unisce, emoziona, guarisce, salva persino vite. 

Tutto, ovviamente, è visto attraverso il filtro del ricordo. E, come un ricordo, il film procede a tratti in modo lineare, a tratti per associazioni, con quadri che si succedono per somiglianza e rilevanza nella memoria, non necessariamente in sequenza temporale. Non mancano i tocchi di surrealismo sorrentiniano, ma sono sempre funzionali alla storia, a raccontare il singolare punto di vista dei personaggi, le loro sofferenze nascoste, i loro modi unici e speciali di volersi bene.

La regia di Sorrentino è misurata, discreta, e proprio per questo, forse, raramente così efficace, così poco ridotta alla sola bellezza delle immagini e stupefacente per capacità di amalgamare suggestioni interpretative, narrative, e sensoriali. La fotografia è  splendida, come e più del solito, proprio grazie alla sua semplicità. La musica è quasi del tutto assente, e comunque sempre diegetica, con la vera colonna sonora data dai suoni della strada, dalle voci della città, dai silenzi della perdita. 

La recitazione è naturale, misurata, senza eccessi, grazie anche a un cast in stato di grazia, che dà vita a un caleidoscopio di personaggi degni dei capolavori di Eduardo de Filippo, un meraviglioso affresco umano, una tribù sgangherata ma unita, coesa. Se Filippo Scotti ha sulle spalle il peso del film, e lo regge da veterano, a brillare sono soprattutto Teresa Saponangelo, vera mattatrice della coppia dei genitori, e Luisa Ranieri, sensuale e dolente, perfetta incarnazione della vera coprotagonista, la città di Napoli, mostrata in tutta la sua realtà.

Il film cala leggermente di tono nella seconda parte, dove sembra perdersi tra molti potenziali finali. Ma, forse, questo susseguirsi di finali-non-finali non è altro che la vivida rappresentazione filmica della difficoltà del distacco, di allontanarsi dal dolore per cominciare qualcosa di nuovo - un distacco fatto di tentativi, false partenze, ricadute, fino a quando, a un certo punto, siamo costretti a uscire dal nostro guscio, ad affrontare la realtà, a urlare quel dolore che ci siamo tenuti dentro.

È stata la mano di Dio è un gioiello di emozioni, una madeleine individuale e collettiva, con cui Sorrentino fa i conti con il suo passato ma anche con quello della sua città, realizzando un film umano, divertente, commovente: un film che racconta la vita.

**** 1/2

Pier

giovedì 25 novembre 2021

Ghostbusters - Legacy

Fantasmi dal passato


Collie, madre di due figli, Trevor e Phoebe, scopre che il padre, che non vede da anni, è passato a miglior vita, lasciandole in eredità una casa pericolante in Oklahoma. Inizialmente riluttante ad accettare l'eredità, è costretta a farlo quando viene sfrattata. Il viaggio in Oklahoma diventa ben presto un viaggio sulle tracce del padre, ritiratosi in quell'angolo sperduto per continuare le sue indagini sul paranormale e prevenire un evento catastrofico. Figlia e nipoti scopriranno ben presto che la casa e la cittadina nascondono non poche stranezze.

Non era facile tornare, dopo tanto tempo, nell’universo degli acchiappafantasmi. Il primo film è uscito nel 1984: parliamo di quasi 40 anni, durante i quali il cinema è cambiato e il pubblico con lui. Riportare in vita la saga richiedeva un lavoro paziente, amorevole, capace di reinterpretare il "mito" senza tradirne lo spirito.

L'intuizione vincente di Jason Reitman è quella di sfruttare questa distanza temporale e renderla parte integrante della trama. Per i suoi protagonisti, gli eventi ectoplasmatici di New York sono un passato lontano, eventi che hanno segnato chi li ha vissuti - direttamente o indirettamente - ma sono sbiaditi nella memoria collettiva. Questa distanza diventa quindi l'occasione per intrecciare un dialogo tra generazioni, un dialogo che passa dall'aspetto umano ma anche da quello tecnologico. 
La continua commistione tra digitale e analogico, l’uso di VHS ma anche di video YouTube e podcast (con questi ultimi che costituiscono il cuore comico del film) per raccontare la “mitologia” dei Ghostbusters alle nuove generazioni – sia i personaggi, sia il pubblico in sala: tutto concorre a creare un’atmosfera di scoperta, anziché di nostalgia, senza rinunciare a quella familiarità utile a riportare a bordo i fan della prima ora, “tranquillizzandoli” dopo il poco riuscito remake del 2016. Un'operazione, questa, simile a quella operata da J.J. Abrams con Episodio VII

A differenza di Episodio VII, tuttavia, Ghostbusters – Legacy non è la copia carbone di uno degli episodi precedenti. Reitman non usa il linguaggio della nostalgia, ma quello del ricordo, puntando sul racconto intergenerazionale: il film è impostato come fosse un racconto da genitore (anzi, da nonno) ai figli/nipoti, come quando ci raccontavano dei tempi della guerra. Le ovvie connessioni tra personaggi e spettatori, e persino tra regista e regista (Jason è il figlio di Ivan, regista dei due Ghostbusters originali), creano un’atmosfera meta-narrativa che trasporta lo spettatore in un viaggio attraverso la storia, nel senso più ampio del termine. 

Pur ricalcandone i topoi narrativi (i fantasmi, la profezia sulla fine del mondo, il villain), Reitman si stacca decisamente dal modello dell’originale sia a livello di trama che di ambientazione. Da un gruppo di scienziati si passa a una famiglia disfunzionale; dai grattacieli e dalla vita brulicante di New York si passa ai campi dell’Oklahoma, immersi in un senso di cupa decadenza, tra case abbandonate, miniere semideserte, e cittadine che non offrono alcuna prospettiva. Il cambiamento è vincente. Ghosbusters – Legacy ha una sua estetica distintiva, ben precisa e riconoscibile, diversa da quella dei predecessori: un'atmosfera da southern gothic con spruzzate lovecraftiane (il tempio nella miniera), con una casa infestata che diventa il cuore della trama (non è un caso che l’altro sceneggiatore sia Gil Kenan, già autore di quel gioiellino sottovalutato di Monster House). 


La trama è incentrata sul percorso di crescita e maturazione dei personaggi: (ri)scoprendo il proprio passato trovano se stessi, ottenendo una risoluzione di conflitti interiori a lungo sopiti. Nulla di straordinariamente originale, ma abbastanza perché ci si affezioni ai nuovi protagonisti, che risultano essere persone vere - con problemi, nevrosi, frustrazioni reali - anziché archetipi. La mancanza di personaggi reali era invece il principale difetto del remake del 2016, che non aveva colto l'eccezionalità del film originale, dove dei personaggi ben poco caratterizzati riuscivano a funzionare solo grazie all'eccezionale talento degli attori protagonisti. 

Se la vera protagonista è indubbiamente Phoebe (la splendida sorpresa McKenna Grace), il cuore emotivo del film è Callie Spengler, la figlia di Egon. Il suo è anche il personaggio più originale, una madre assente ma al tempo stesso affettuosa, incapace di dimenticare un passato che l'ha ferita e che, come un fantasma, torna di continuo a tormentarla. Callie è il nodo centrale del sistema di relazioni che costituisce la famiglia allargata dei nuovi acchiappafantasmi, ed è proprio lei ad affrontare il percorso di crescita più tortuoso e più soddisfacente.

L'arco narrativo di maturazione e autoconoscenza dei personaggi fa sì che la botta nostalgica, quando arriva (e arriva, oh, se arriva) lo faccia in modo organico, naturale: non è imposta o forzata, ma guadagnata, una diretta conseguenza della crescita emotiva ed esperienziale dei protagonisti. Proprio per questo, colpisce dritto al cuore, e non lascia quell’impressione di fan service che spesso caratterizza operazioni di questo tipo. Certo, il combattimento finale non brilla per originalità: ma, in fondo, tutte le grandi storie si somigliano, e questa non poteva fare eccezione.

Ghostbusters – Legacy è un tentativo riuscito di portare una delle saghe più amate degli anni Ottanta nel nuovo millennio. Reitman dimostra un chiaro amore per il materiale originale, e riesce abilmente a bilanciare gli elementi horror (una delle chiavi del successo del primo film, anche se spesso si tende a dimenticarlo) e di commedia - anche se ovviamente non raggiunge le vette del primo film (e come potrebbe?). Reitman indulge nella nostalgia solo lo stretto necessario, e realizza un film che, pur non osando nulla di eccessivamente originale, riesce comunque a trovare soluzioni intelligenti per rinnovare la saga senza bisogno di stravolgerla. Non è poco.

*** 1/2

Pier

domenica 14 novembre 2021

La Scelta di Anne (In pillole - #21)

Una scelta di libertà


Il vincitore del Leone d'Oro alla Mostra cinematografica di Venezia 2021 è un racconto secco, crudo, che non fa sconti e non concede alcun momento al pietismo o ai sentimenti. Audrey Diwan parla dell'impossibilità di un aborto nella Francia degli anni Sessanta (quando l'aborto era ancora illegale) per parlare dell'oggi. Dei luoghi in cui questo diritto viene apertamente osteggiato, certo, ma anche di quelli in cui gli ostacoli sono più sotterranei e invisibili, ma non per questo meno presenti: La scelta di Anne è infatti un film fatto di sguardi, assenze, omissioni, silenziosi rimproveri che cercano di condizionare la protagonista ancora di più di quelli espliciti. 

A ben vedere, Diwan non parla solo di aborto, ma allarga il suo discorso alla libertà femminile tout court, al diritto di poter controllare e decidere di se stesse. Anne (interpretata da Anamaria Vartolomei, magnetica e perfetta nella parte)  non sta solo scegliendo di non avere un figlio indesiderato, ma sta affermando una più ampia libertà di scegliere - scegliere di non avere un figlio, scegliere di non dover sacrificare se stessa, i suoi sogni, le sue speranze. 
Il controllo sul suo destino passa dal controllo del proprio corpo, un corpo portato al centro della scena grazie a una regia cruda ma creativa che ne segue sofferenze e mutazioni, senza omettere nulla. 

La scelta di Anne è un film appassionato senza essere passionale, militante senza indulgere nell'introspezione: e per questo può, a tratti, risultare freddo e distante. È un film verista, che racconta la sua vicenda con piglio quasi cronachistico, mentre gli eventi si susseguono con un'inevitabilità quasi biblica, con Anne, novella Giobbe, sempre più sola ma sempre più determinata nell'inseguire la sua autoaffermazione.

*** 1/2

Pier

martedì 9 novembre 2021

The French Dispatch

Qui, lì, in nessun luogo


Alla morte di Arthur Howitzer Jr., fondatore di The French Dispatch, il supplemento domenicale del quotidiano "The Evening Sun" di Liberty (Kansas), la redazione si riunisce per ricordarlo. Scopre che Howitzer ha deciso che, alla sua morte, il periodico, con sede nell'immaginaria cittadina francese di Ennui-sur-Blasé, dovrà chiudere. La redazione si prepara dunque a stampare l'ultimo numero, fatto di tre storie molto diverse, eppure rappresentative della fervida vita sociale e culturale del paese che lo ospita.

Con The French Dispatch, Anderson si cimenta con nuovi linguaggi (il bianco e nero), soluzione espressive (i cambi scena visibili), generi (il poliziesco/cinema d'azione): pur mantenendo il suo inconfondibile sguardo, è un film diverso, sperimentale, che prova a cercare nuovi modi di raccontare le sue storie fatte. 
Il risultato non è convincente come quello di altri registi "usciti dal seminato" - anche a causa della struttura a episodi, che detrae un po' dal coinvolgimento emotivo che solitamente è la forza dei film di Anderson - ma è comunque estremamente affascinante: è sempre una gioia vedere un regista affermato che prova nuove strade, cercando di reinventarsi senza rinunciare a essere se stesso.

La sperimentazione è visibile già nella struttura a episodi e nel tema: The French Dispatch è un'ode al giornalismo narrativo e, più in generale, all'arte del racconto, al coraggio necessario per avere uno sguardo forte, distintivo e per raccontare il mondo per come lo vediamo, senza compromessi. È anche il film più "politico" di Anderson: il conflitto generazionale, da sempre presente nei suoi film, si fa protesta di piazza, il razzismo e l'omofobia fanno capolino in modo delicato ma di impatto, e la polizia compie a favore di camera azioni che richiamano all'omertà che circonda i pestaggi fuori e dentro le carceri, spesso impuniti. 

La prima volta di Anderson con il bianco e nero convince, ed è splendida nella sua semplicità e pulizia: in alcune scene i bianchi e neri che sfumano con eleganza l'uno nell'altro, la luce soffusa di un ricordo nostalgico; in altre sono più netti, definiti, quasi espressionisti nel loro delineare luci e ombre. Le periodiche e impreviste incursioni di colore (splendida quella che vede protagonista Saoirse Ronan) hanno una qualità onirica, e contribuiscono a trasportare la vicenda in un altrove che è un "qui" diverso per ciascuno spettatore.

La prova del cast è, come sempre, sontuosa: spiccano Chalamet e Del Toro, divertiti e sornioni, e soprattutto un dolente Jeffrey Wright, cuore pulsante del terzo atto che torreggia su tutti gli altri per peculiarità del personaggio (un giornalista culinario che vuole intervistare il più famoso chef di "cucina poliziesca") e portata emotiva del suo passato.

The French Dispatch può apparire superficiale a causa di un estetismo a limiti del perfezionismo e di un sapore per la messa in scena teatrale, a volte in maniera esplicita. Tuttavia, sotto l'abito buono ed elegante si intuisce un cuore pulsante fatto di personaggi bizzarri ma vivi, reali: un gruppo di adorabili asimmetrici costretti a esibirsi su un palco simmetrico, tondi in un mondo quadrato, perennemente alla ricerca di un qualcosa che, come nella vita, finisce spesso per non arrivare. Ma, sembra dirci Anderson, è nell'attesa, nella continua aspirazione che si realizza l'essere umano: un messaggio vecchio di secoli, ma che sembra sempre più vero nella società odierna.

È un film con una grande amarezza di fondo, un senso di non-finito, di interruzione improvvisa e indesiderata, un profumo di sogni non realizzati che accompagna tutte le storie e la vicenda dell'editore e del suo giornale. The French Dispatch è, in questo senso, un perfetto ritratto della nostra epoca, soprattutto per i giovani e le minoranze: un tempo di eterna attesa, di riconoscimenti cercati, inseguiti, ma mai raggiunti, un eterno presente in cui il passato è un macigno lasciatoci da altri e il futuro ha, forse, smesso di esistere.

*** 1/2

Pier

domenica 7 novembre 2021

Ultima Notte a Soho (In pillole #20)

La trappola della nostalgia


Il mito della swinging London ha ancora una fascinazione potente, quella di un'epoca vitale, energizzante, fatta di locali, canti, feste, in cui tutto era possibile e a portata di mano. Eloise è cresciuta con questo mito, cullata dalle musiche ascoltate sui 33 giri della nonna, tra Petula Clark e Cilla Black: non sorprende, dunque che, quando scopre che la Londra moderna è ostile, competitiva, e alienante, il suo istinto sia quello di rifugiarsi nel passato, abbandonandosi a una rêverie che, per un certo periodo, le permette di avere successo nella scuola per stiliste e di tornare a essere felice. 

La premessa potrebbe ricordare Midnight in Paris: ma laddove Woody Allen rendeva il passato sognato un mondo decisamente più appetibile di quello reale, Wright decide di sollevare il tappeto della nostalgia e guardare in faccia alla realtà della Londra anni Sessanta, una città che sotto le luci scintillanti nascondeva un sottobosco ostile, predatorio, la materia di cui sono fatti gli incubi. Il film diventa quindi un thriller hitchcockiano che sconfina nel territorio del romanzo gotico, in cui il confine tra realtà e sogno diventa sempre più sottile, e il passato è un mostro in agguato dietro una porta, pronto ad assalirti. 

Edgar Wright realizza forse il suo film cinematograficamente più maturo, in cui tutti gli elementi si incastrano alla perfezione, dalla fotografia - evocativa e "abbagliante" in alcuni momenti, cupa e addirittura gore in altri - alla splendida colonna sonora (preparatevi, vi entrerà in testa e non se ne andrà più). La scena nella sala da ballo in cui le due protagoniste si alternano sulla pista in un piano sequenza di rara energia e vitalità, è una piccola gemma in un film che conquista i sensi, grazie anche alle splendide prove delle due attrici protagoniste. Thomasin McKenzie offre il giusto connubio di innocenza e sociopatia alla sua Eloise, e Anya Taylor-Joy è semplicemente ipnotica nei panni di Sandie: la scena del canto è un pezzo di rara bravura.

Ultima notte a Soho è un film che non ha paura di essere uno, nessuno, e centomila, trascinante nella sua capacità di cambiare faccia, genere, direzione narrativa, creando un'esperienza visiva conturbante, che trasporta lo spettatore nei sogni e negli incubi della swinging London.

****

Pier

mercoledì 3 novembre 2021

The Last Duel

La verità della vittima


Jean de Carrouges e Jacques Le Gris sono due nobili rivali dal carattere molto diverso: impulsivo e tradizionale de Carrouges, calcolatore e arrivista Le Gris. Quando de Carrouges sposa Marguerite de Thibouville, Le Gris ne è subito attratto. Approfittando di un'assenza di de Carrouges, Le Gris violenta Marguerite. Quando questa lo confessa al marito, scoprirà quanto poco valga la sua parola di fronte a quella del marito e del suo stupratore.

Spesso i film storici diventano un'occasione per riflettere su qualche aspetto della società contemporanea: attraverso lo sguardo "filtrato" del passato, il film storico permette di vivisezionare strutture di potere e dinamiche sociali che sono in atto ancora oggi. The Last Duel rientra appieno in questo filone: attraverso il racconto dell'ultimo "duello di Dio" legittimato dalla legge nella Francia del XIV secolo, Scott affronta il tema della cultura dello stupro e della mascolinità tossica attraverso un racconto alla Rashomon. 
Il film ci mostra gli eventi dal punto di vista dei tre protagonisti: l'accusato, il marito della vittima, e soprattutto la vittima, trattata come un oggetto e costretta a continue umiliazioni per sostenere la veridicità delle sue accuse. Un fatto storico, ma ancora attuale: sarebbe, infatti, bello dire che le cose sono cambiate, ma la cronaca di dice, purtroppo, che non è così.

Quello che sorprende, tuttavia, è l'angolazione con cui Scott la racconta, soffermandosi senza alcuna pietà sulla vanagloriosa visione di sé dei due uomini protagonisti, pieni di sé al punto di distorcere la realtà più per mantenere la propria immagine di "uomini onorevoli": indicativa, in questo senso, è soprattutto il punto di vista dello stupratore, che non nega lo stupro ma lo trasforma in un sesso consensuale, in cui il diniego della vittima viene interpreato come sintomo di desiderio. 

La scelta registica, vincente in tal senso, è di ripetere per tre volte quasi tutta la vicenda, anziché solo lo stupro, e soprattutto di ridurre al minimo le variazioni tra le tre versioni della storia. Sfruttando il rigore della certosina sceneggiatura  (scritta da Nicole Holofcener insieme al premiato duo Affleck & Damon), Scott si concentra su piccoli dettagli (delle scarpe tolte o perse), espressioni, reazioni, sfruttando la variazione del punto di vista per mettere a nudo come la visione di sé dei due protagonisti - virili, grandi amanti, onorevoli - sia un'illusione, messa a nudo dallo sguardo spietato di Marguerite. 
Il duello finale mette ulteriormente a nudo l'ottusità dei protagonisti, smontando la mitologia dle "cavaliere onorevole" per offrirci un combattimento per nulla onorevole, rude, grezzo. 

Questa scelta registica, tuttavia, presenta anche degli svantaggi: alla lunga, l'originalità del film ne soffre, e la ripetitività a tratti si fa sentire. Tuttavia, il film resta asciutto, efficace e attuale, e mette perfettamente a nudo non solo le storture della società patriarcale, ma anche quelle indotte da un'idea di mascolinità animalesca e brutale che permea l'agire e il pensare dei due protagonisti. Il film riesce a catturare l'attenzione anche grazie a un'ottima prova dei protagonisti, tra cui spiccano un Ben Affleck stranamente (ma efficacemente) gigione e Jodie Comer, perfetta nella parte della protagonista.

*** 1/2

Pier

martedì 2 novembre 2021

The Green Knight

Le donne, i cavallier, l'arme, gli orrori


A Camelot, nel giorno di Natale, un anziano re Artù tiene udienza. Si presenta, a sorpresa, il Cavaliere Verde, misterioso gigante dall'aspetto di un albero, e lancia una misteriosa sfida. La raccoglie Gawain, nipote del re. Per mantenere i patti, dovrà intraprendere un percorso che lo porterà a fronteggiare fantasmi, creature fantastiche, briganti, e tentazioni della carne, costringendolo a interrogarsi di continuo sul significato di onore, consapevole che, alla fine del suo viaggio, lo attende la morte.

La saga di Re Artù è una delle più raccontate dai cineasti, tra trasposizioni (più o meno) fedeli (Excalibur), adattamenti di successo (La spada nella roccia, a sua volta tratto dalla splendida rilettura delle storie arturiane di T.H. White, Re in eterno), tentativi di storicizzazione del mito (King Arthur), e riletture in chiave action (King Arthur: La leggenda della spada) e romantica (Il primo cavaliere). 
Era dunque difficile pensare di riuscire ad approcciare la materia con uno sguardo del tutto nuovo, creativo, originale.

La scelta vincente è puntare su un mito meno conosciuto della saga arturiana, il romanzo allitterativo Gawain e il cavaliere verde che costituisce una delle più importanti testimonianze letterarie del periodo medioevale: scritto in medio inglese, è stato trasposto in inglese moderno numerose volte, con la versione forse più celebre a opera di J.R.R. Tolkien. La scelta è vincente non solo perché permette uno sguardo fresco rispetto a quello che avrebbe offerto l'ennesimo racconto delle vicende di Artù (o Lancillotto), ma anche perché la storia è intrisa di simbolismo, immersa in un'atmosfera onirica che il regista Lowery abbraccia fino in fondo, trasformando un romanzo cavalleresco in un incubo a occhi aperti, un viaggio infernale alla ricerca dell'onore.

Il risultato è un film che ricorda ciò che potrebbe partorire David Lynch se approcciasse la materia arturiana, un intreccio continuo di stregoneria, sogni, e umana miseria in cui il reale e il sovrannaturale si permeano fino a confondersi in un unica grande visione. Gawain si muove per terre desolate, funeree, in cui la luce di Camelot non è mai arrivata e probabilmente non arriverà mai.



La complessità e la ricchezza simbolica del materiale di partenza sono tali da permettere molteplici livelli di lettura: dal rapporto uomo-natura (natura creatrice, natura matrigna) al significato di mascolinità, passando per una riflessione sul potere e per lo scontro tra ragione e sentimento, paganesimo e cristianità. In primo piano, tuttavia, c'è l'emancipazione del giovane Gawain, un personaggio molto diverso dall'archetipo del cavaliere che siamo abituati a conoscere: esitante, pieno di dubbi, insicuro persino sul suo voler diventare cavaliere, affronta la missione che gli si para davanti quasi controvoglia, trascinato più dall'istinto di sopravvivenza che da un vero desiderio di avventura. Il suo è un percorso di maturazione che si fa rito iniziatico e anche seduta psicoanalitica, grazie anche ad alcune modifiche apportate da David Lowery al testo originale (potete leggerne qui, ma attenti agli spoiler). L'onore viene cercato e, forse, trovato: ma ne valeva davvero la pena?

Il viaggio di Gawain può essere visto sia come una discesa agli inferi che come una ricerca della vita, sia una catabasi che come una catarsi: se da un lato viaggia verso la morte, dall'altro fugge da una corte crepuscolare, moribonda, stantia. Re Artù e Ginevra sono vecchi, cadaverici, relitti di un'epoca passata, laddove Gawain è giovane e pieno di vita. Il grigio della civiltà si contrappone al verde del cavaliere, simbolo, tra le altre cose, della natura che travolge il fuggevole passaggio dell'uomo. Tutto, intorno a lui, è morte: il suo viaggio prosegue per lande desolate, immerse in una nebbia oltremondana e infestate da spettri ed esseri che di umano hanno ormai soltanto il nome. Gawain soffre la fame, il freddo, la paura, e noi ci trasciniamo con lui per un sentiero che non vorrebbe percorrere ma che continua a seguire, nonostante alla fine lo aspetti, letteralmente, la morte.



La trama tradisce a tratti la natura "ingenua" e mitologica del romanzo, ma Lowery fa sì che passi tutto in secondo piano, calandola nella logica illogica del sogno e dell'allucinazione. La fotografia è splendida, abbacinante, un'estasi visiva che alterna luci monocrome squillanti a una desaturazione estrema, e in cui ogni location pare uscita da un incubo o da un sogno, offrendo una straniante commistione di reale e fantastico che arricchisce i simbolismi della trama. Ogni inquadratura è studiata con precisione maniacale, e offre all'osservatore più attento dei dettagli che consentono di apprezzare appieno la trama sia dal punto di vista letterale che da quello metaforico. 

Dev Patel è un Gawain perfetto (e chi conosce le leggende arturiane può apprezzare l'appropriatezza di rendere lui e sua madre di un'etnia diversa rispetto agli altri cavalieri), e rende appieno la titubanza, l'incertezza, e il senso dell'onore in fieri del suo personaggio. Al suo fianco, Alicia Vikander convince in un doppio ruolo, e offre un monologo sul "verde" di grande portata emotiva. 

The Green Knight è un film coraggioso, creativo, con una visione forte e originale che viene portata avanti senza aver paura di confondere lo spettatore, invitandolo a lasciar andare la riflessione razionale per lasciarsi trasportare dalla forza delle immagini e da una storia che parla più all'inconscio. Lasciatevi trascinare: non ve ne pentirete.

****1/2

Pier