domenica 20 agosto 2017

La torre nera

Chi ha girato questo film ha dimenticato il volto di suo padre



Jake Chambers è un ragazzino newyorkese che i suoi genitori credono pazzo. Jake ha visioni di un misterioso Uomo in Nero che sta cercando di far crollare la Torre Nera, mistico edificio che mantiene in equilibrio l'universo. Jake è convinto che queste visioni siano reali e un giorno, finalmente, ne ottiene la prova, venendo catapultato in un altro mondo.

Come è possibile prendere una delle serie fantasy più originali e di maggior successo degli ultimi vent'anni (sì, anche più originale di Harry Potter, per chi scrive), che unisce sapientemente elementi di diversi generi e mitologie, e farne uno dei peggiori blockbuster mai realizzati?

La risposta è La Torre Nera, un film che riesce nel raro compito di scontentare sia il lettore affezionato dei sette libri di Stephen King su cui il film (in teoria) si basa, sia lo spettatore occasionale, entrambi frastornati e tramortiti da un'accozzaglia di errori talmente madornali da sembrare premeditati. 

I problemi sono talmente tanti che è difficile individuare il principale. Forse la scelta di condensare sette (SETTE!) libri in un'unica pellicola è quella che ha sancito la morte qualitativa del film, ma da sola non basta a spiegare il disastro completo che si para davanti agli occhi dello spettatore. Sorvolerò per carità di patria sulla violenza narrativa perpetrata sui libri di King, con pezzi dei sette romanzi che si alternano del tutto a caso, seguendo più le logiche di un dado che quella della scrittura. Questa tuttavia non basterebbe a spiegare un brutto film, quanto solo un brutto adattamento. 

E invece La Torre Nera è un film inadeguato al netto del materiale letterario da cui è tratto. A questo risultato concorrono una sceneggiatura pedestre e sconclusionata, con dialoghi imbarazzanti (resi ancora peggiori dal doppiaggio) e salti logici incomprensibili; un ritmo cercato disperatamente e mai trovato, crivellato da spiegazioni interminabili che vorrebbero sintetizzare informazioni provenienti da sette (SETTE!) libri nel giro di dieci minuti e scene di azioni adrenaliniche dove di adrenalina non c'è nemmeno l'ombra. Il peccato più grave per chi già conosce la saga di King è però forse la totale piattezza dei personaggi: la scelta di mettere al centro della vicenda Jake Chambers, anziché Roland, è degna dei peggiori film Disney ("Mettiamoci un bambino orfano!") e impedisce qualunque tipo di identificazione con il protagonista. Il fatto che poi Jake sia pure dipinto come un bambino capriccioso e affetto da stupor permanens decisamente non aiuta.

Rimane il rammarico di aver sprecato due intepretazioni comunque buone come quelle di Idris Elba e Matthew McConaughey, uniche note positive in un marasma di aberrazione filmica, come due fiori spuntati in un vastissimo campo di letame.

La Torre Nera è uno di quei rari film in grado di mettere d'accordo pubblico e critica, ma non per i suoi aspetti positivi. La sua totale mancanza di coerenza e di senso, non solo filmico ma proprio ontologico, lo rendono probabilmente il blockbuster peggiore visto al cinema negli ultimi anni. La concorrenza era molto agguerrita, ma Nikolaj Arcel e la Sony ce l'hanno fatta. 

Evitatelo. Chi non lo evita ha dimenticato il volto di suo padre.

*

Pier

PS: le pistole che si illuminano di blu, viste sia nel trailer che nella locandina, non ci sono, così come altre scene viste nei trailer. La sensazione è che questo sia uno di quei film su cui sentiremo numerosi retroscena produttivi, in futuro, per tagli, rimontaggi e varie.

mercoledì 12 luglio 2017

Spiderman: Homecoming

Il ritorno del figliol prodigo



Dopo essere stato morso da un ragno radioattivo, Peter Parker è diventato Spiderman. Coinvolto da Tony Stark nella battaglia contro i supereroi ribelli da Capitan America, Peter da allora vive in attesa di una nuova avventura di quel livello. Stark però non si fa vivo, e Peter si deve accontentare di essere un "amichevole Spiderman di quartiere", sventando rapine e scippi. Una sera, però, incontra un gruppo di rapinatori con armi molto avanzate. Stanco di attendere il suo grande momento, decide di indagare, mettendo a rischio la sua vita, i suoi amici e la fiducia di Tony Stark.

La Marvel deve aver veramente ammazzato il proverbiale vitello grasso per festeggiare il ritorno a casa (seppur in coproduzione) del suo supereroe popolare, e ha deciso che nulla dovesse andare storto, questa volta. Già in Capitan America: Civil War avevamo visto uno Spiderman finalmente affine a quello del fumetto, sia per fisicità che per carattere: dopo lo Spidey noioso e inadatto di Tobey Maguire e quello troppo patinato di Andrew Garfield, Tom Holland e gli sceneggiatori sembravano aver trovato le corde giuste per rappresentare Spiderman.

Quelle stesse corde vengono riprese in Homecoming con precisione quasi scientifica.
Si parte in medias res, senza storia delle origini, trauma legato alla morte di zio Ben, e tutto il classico campionario: Peter Parker è già Spiderman, ha già combattuto con gli Avengers (come ci viene ricordato con un'esilarante sequenza nei primi minuti del film), ed è soprattutto un adolescente, con tutto ciò che ne consegue: impulsività, capacità decisionali rivedibili, energia ed entusiasmo, e gli immancabili turbamenti ormonali,

Holland è perfetto nel ruolo di Spiderman, sia per tempi comici che per fisicità, ed è supportato da una sceneggiatura che sembra ritagliata su di lui, con una trama semplice ma non scontata e un ritmo che non cala praticamente mai, dosando sapientemente azione e commedia. Il suo personaggio è scritto alla perfezione, compreso il suo radicamento nel suo quartiere, il Queens (sottolineato anche da una colonna sonora costeggiata di pezzi di band e artisti originari di New York se non proprio del Queens, Ramones su tutti), caratteristica che lo rende profondamente diverso da supereroi "globali" come gli Avengers.
Al suo fianco, un Michael Keaton superbo dà vita a uno dei villains più interessanti visto in un cinecomic, un Walter White in armatura (come scritto correttamente da Quantum Tarantino) che avvia un'attività criminale per mantenere la famiglia dopo aver perso il lavoro, e poi non riesce più a rinunciare all'ebbrezza del potere. Intorno a loro, come un lontano deus ex machina, si muove Robert Downey Jr., la cui identificazione con Tony Stark/Iron Man è ormai talmente completa da rendere difficile distinguere dove inizi uno e finisca l'altro. Anche i personaggi di contorno sono azzeccati e, per una volta, caratterizzati in modo indipendente dal protagonista.

Certo, non mancano i difetti: la trama non è originalissima (anche se, per una volta, ha un colpo di scena davvero inaspettato) e i personaggi di contorno rispondono in parte ad alcuni stereotipi consolidati. Il costume di Spiderman è troppo tecnologico, e finisce per privare il personaggio di una delle sue principali caratteristiche, il senso di ragno, rendendolo a tratti troppo simile a Iron Man; non a caso alcune delle scene migliori del film arrivano quando Peter non indossa quel costume, ma la sua versione casalinga da lui elaborata.
Il film sembra scritto e diretto da un computer tanto è attento a non uscire mai dal seminato, a darci esattamente quello che vogliamo vedere. Il punto è che lo fa bene, senza sbavature, e di questi tempi non è affatto poco: il cinema di intrattenimento sembra facile, ma l'inondazione di cinecomics e blockbusters di bassa qualità degli ultimi tempi ci insegna che non è affatto così.

Spiderman Homecoming è un ottimo film di intrattenimento, che diverte e al tempo stesso riesce a dare spessore ai personaggi, restituendoci uno Spiderman finalmente coerente con quello del fumetto: sconsiderato, scanzonato, vitale.

*** 1/2

Pier

mercoledì 28 giugno 2017

The Childhood of a Leader

Il sogno dell'attenzione genera mostri



Il film racconta l’ascesa dei poteri totalitari del XX secolo attraverso l’infanzia di un bambino statunitense, trasferitosi in Francia al seguito del padre, assistente personale di Wilson durante i trattati di Versailles. Attraverso diversi quadri narrativi vediamo gli eventi che porteranno il ragazzo a diventare un leader totalitario.

A distanza di due anni, esce finalmente in Italia The childhood of a leader, uno dei migliori film dell'edizione 72 della Mostra del Cinema di Venezia, in cui si aggiudicò la miglior regia della sezione Orizzonti e il premio per la miglior opera prima.

Che infanzia ha avuto Hitler? Cosa trasforma un bambino nel potenziale leader di un regime sanguinario? Brady Corbet, guidato da questa domanda, realizza un film ambizioso e diverso, che attinge a piene mani da molti mostri sacri del cinema (Welles, Bresson e Dreyer su tutti) a livello visivo e tematico, rielaborando temi e stili per analizzare l’infanzia di un leader totalitario. Il risultato è un’opera magniloquente, fortemente imperfetta ma stordente nella sua capacità di suscitare sensazioni, emozioni, nel suo sfidare lo spettatore alla comprensione pur mantenendosi all’interno di una cornice narrativa, nel suo essere quotidiano ed epico allo stesso tempo.

Corbet, pur essendo all’esordio in un lungometraggio, dirige con mano sicura e realizza un film crepuscolare, un viaggio nel sonno della ragione (o, meglio, dell’attenzione e degli affetti) che genera quei mostri totalitari che hanno infestato la storia e gli incubi del Novecento. Con una splendida fotografia caratterizzata da poca luce e pochissimi esterni, Corbet punta l’accento sulle ombre, sul non visto e sulle sue conseguenze, sull’importanza e l’infinto impatto di ciò che ignoriamo e decidiamo di ignorare, oggi un figlio indisciplinato, domani una potenziale minaccia, con conseguenze potenzialmente devastanti.

Il film ha un afflato da Romanticismo, una potenza visiva e sonora (spettacolare la colonna sonora di Scott Walker) da sturm und drang, con l’epicità da tragedia classica tipica di certi film di Luchino Visconti, in cui il destino sembra ineluttabile, il peccato è sempre dietro l’angolo, e gli uomini sembrano ciechi alla causa delle proprie disgrazie. La narrazione procede in modo ellittico, lasciando che sia lo spettatore a riempire i “buchi” e a capire cosa spinga il giovane protagonista alla ribellione, al rifiuto dei genitori e dei valori che rappresentano e, infine, alla guida di un regime totalitario. Come i regimi del Novecento nascono dal rifiuto dei valori stabiliti dal trattato di Versailles, sempre sullo sfondo nella vicenda narrata, così la disobbedienza del giovane Prescott, demonio dalla faccia d’angelo, nasce dal rifiuto per dei genitori assenti, autoritari, infedeli, che lo portano probabilmente a una precoce scoperta della sessualità e del suo potere di annichilire chi si mette sulla sua strada, del suo diritto di autoaffermazione, a qualunque costo.

Corbet si avvale di un cast eccellente, in cui il Robert Pattinson strombazzato sulle cartelle stampa per ragioni di marketing svolge solo un ruolo marginale (per quanto fondamentale per capire alcuni aspetti nella storia, soprattutto nell’ambiguo e stimolante finale), e brillano una Bérénice Bejo madre altera e terribile e il giovane Tom Sweet, adorabile, inquietante, indisponente, una vera rivelazione e una miniera di emozioni e suggestioni.

The childhood of a leader è un film ridondante ma potente, imperfetto ma evocativo, citazionista ma innovativo, che risveglia emozioni forte nello spettatore e lo costringe a fare qualcosa cui il cinema contemporaneo sembra aver rinunciato: riflettere.

**** 1/2

Pier


NdR: recensione originalmente pubblicata su nonsolocinema.com

mercoledì 21 giugno 2017

Wonder Woman (In pillole #11)

In Terra Caecorum



Diana vive su un'isola fuori dal tempo e dallo spazio, abitata da sole donne, le Amazzoni, formidabili combattenti protette da Zeus e che hanno in Ares, dio della guerra, il loro principale nemico. Quando un pilota della RAF precipita sull'isola, Diana scopre che il mondo è devastato dalla Prima Guerra Mondiale, a suo parere causata da un redivivo Ares. Decide così che è suo dovere lasciare la sua isola per trovare Ares e distruggerlo.

La prima sensazione che si ha vedendo Wonder Woman è di sollievo: il film è chiaramente migliore di tutti gli altri del DC Universe, sia per una sceneggiatura finalmente ben calibrata, sia per l'efficace scelta della protagonista, una Gal Gadot che offre un'ottima prova, unendo alla perfezione l'ingenuità di chi ha vissuto in una bolla per tutta la sua vita e l'energia marziale di una combattente.

Scavando in profondità, però, emergono i soliti problemi che ormai affliggono molti film di supereroi, e quelli della DC in particolare: un villain poco credibile, una certa formulaicità in situazioni e personaggi, e in generale una sensazione di già visto che rende il film meno godibile. Anziché cercare una propria cifra distintiva dal punto di vista visivo (cosa che era riuscita alla Marvel nei primi film, e che sembra aver ritrovato con I Guardiani della Galassia Vol. 2, dopo una serie di film indistinguibili dal punto di vista della fotografia), la regista Patty Jenkins decide di pescare a piene mani dall'immaginario visivo DC, e a volte anche da quello del primo Capitan America (vedi, ad esempio, tutto il finale, tra bosco e base nemica). C'era bisogno, ad esempio, di mantenere la slow motion tanto cara a Zach Snyder in un film su un nuovo personaggio e di cui lui non è nemmeno regista?

La sceneggiatura è senza dubbio efficace, soprattutto nel dosare momenti di humor e azione, e un netto miglioramento rispetto a quelle dei precedenti film DC come Batman vs. Superman e Suicide Squad. Tuttavia, resta l'appiattimento delle scelte narrative che sta diventando la vera piaga dei film di supereroi, e che poteva forse essere superata affidandosi a sceneggiatori nuovi e meno avvezzi alle logiche del cinecomic (magari donne, dato che parliamo di un'eroina femminile? Chissà cosa avrebbe potuto fare, che so, una Diablo Cody).

La sensazione che resta è quindi quella di un film che si apprezza perché ormai abituati alle peggiori aberrazioni filmiche (soprattutto da parte DC), il proverbiale monocolus in terra caecorum che riesce a sembrare un re. Peccato, perché il potenziale era alto, e un po' più di coraggio avrebbe dato ancora più forza ad alcune scelte azzeccate, segnando la definitiva redenzione dell'universo cinematico DC, anziché un film sufficiente, ma non in grado di scaldare i cuori.

***

Pier

lunedì 5 giugno 2017

Guardiani della Galassia Vol. 2 (In pillole #10)

Once more, without feeling



I Guardiani della Galassia sono ormai un team più o meno affiatato, ancora disfunzionale ma comunque in grado di portare a termine missioni pericolose. Proprio durante una di queste, Starlord incontra finalmente l'uomo che aveva sempre cercato: suo padre. Nel frattempo, anche gli altri personaggi devono fare i conti con la propria famiglia, di sangue o acquisita che sia.

Guardiani della Galassia era stato senza dubbio la grande sorpresa cinematografica del 2014, un film su un gruppo di supereroi sconosciuto che era riuscito a intrattenere e divertire secondo gli stilemi dei grandi film di genere degli anni Ottanta.

Il sequel riparte da lì, ma sembra aver parzialmente dimenticato la lezione che ha ispirato l'originale: al ritmo vengono spesso preferiti lunghi e inutili dialoghi introspettivi; alla creazione di personaggi a tutto tondo si è preferita la creazione di divertenti macchiette (Drax-Dave Bautista il più sacrificato in questo senso); e al mix tra leggerezza e serietà con cui veniva trattato il tema dell'emarginazione nel primo film si è preferito un susseguirsi di scene caciarone e chiassose, senza dubbio divertenti, ma raramente in grado di fare centro a livello emotivo (con una sola, rilevante eccezione).

In generale, Guardiani della Galassia vol. 2 è un sequel stanco, che non usa il primo capitolo per costruire qualcosa di nuovo, ma ne sfrutta fino allo sfinimento i punti di forza, risultando così un prodotto che intrattiene, certo, ma senza lasciare alcunché. Soprattutto, non approfondisce in modo adeguato il tema del gruppo-famiglia, che viene toccato solo superficialmente nel finale: un vero peccato, considerando che il tema è di facile lettura e trattazione, visto che ha fatto la fortuna di serial non certo autoriali come Fast & Furious.

Il film si distingue dal punto visivo da tutti gli altri film Marvel, grazie a un uso del colore finalmente brillante, sgargiante, quasi eccessivo, che però ben si confà alle strabordanti personalità dei protagonisti. Resta tuttavia l'unico elemento originale di un film che, ci scommettiamo, gli spettatori avranno dimenticato una settimana dopo averlo visto.

** 1/2

Pier

mercoledì 24 maggio 2017

La tenerezza

I sentimenti della vecchiaia




Lorenzo è un avvocato in pensione che ha sempre vissuto a Napoli, in una bella casa del centro. Finito in ospedale per un infarto, quando torna che ha dei nuovi vicini, Michela e Fabio, con due figli piccoli. Lorenzo, anaffettivo e distante con i suoi figli, si affeziona invece ai nuovi arrivati, che diventano parte integrante della sua vita. Dietro l'angolo, tuttavia, si annida una sorpresa che cambierà ancora una volta la vita di Lorenzo.

Parlare di affetti al cinema, soprattutto quando si parla di anziani e genitorialità, è complicato: si rischia da un lato di scivolare nel retorico e nel pietismo, e dall'altro di banalizzare e semplificare tutto, con toni e finale da "volemose bene". Pochi sono i film che sono riusciti a trovare il sottile equilibrio tra questi due estremi, soprattutto nel cinema italiano (Il giovedì di Dino Risi e Romance di Massimo Mazzucco sono tra i preferiti di chi scrive - ne abbiamo parlato qui; in tempi più recenti ci è riuscito Nanni Moretti con Mia madre ). Amelio riesce a trovarlo, e si muove con delicatezza sul filo che separa tragedia e commedia, creando un vero film drammatico, in cui si racconta un dramma nel suo senso etimologico più vero, una vicenda che rappresenta la vita in tutte le sue sfaccettature.

Amelio riesce a coniugare la complessità emotiva e l'imprevedibilità narrativa di un film francese con degli squarci di commedia tipici della tradizione italiana, realizzando un film che commuove senza annoiare, intrattiene pur senza avere una vera e propria struttura narrativa. Gli eventi si susseguono a un ritmo naturale, come accade nella vita, ed è dalla reazione dei protagonisti agli eventi che la storia si sviluppa e si evolve. I sentimenti sono il vero motore del film, il tema che Amelio esplora attraverso diversi quadri che ci offrono uno sguardo sulla vita di Lorenzo, permettendoci di andare oltre la facciata delle sue parole e della sua dichiarata anaffetività. Non c'è un vero arco narrativo, ma non ci si annoia mai e, anzi, ci si commuove di fronte a un protagonista solo all'apparenza burbero e distante, ma capace di slanci di affetto semplici, disordinati e ostinati, che rivelano che all'incapacità di esprimere i propri sentimenti si accompagna un desiderio lancinante di farlo. Così gesti semplici come prendere la mano o aprire una porta diventano carichi di mille significati, delle aperture al mondo e alla vita che possono segnare un nuovo inizio.

Il cast supporta alla perfezione la sceneggiatura atipica di Amelio, capitanato da un Renato Carpentieri (scandalosamente relegato sullo sfondo in tutto il materiale promozionale per bieche ragioni di marketing) eccezionale nella sua umanità e nella sua cocciuta chiusura verso il mondo, anche quando il mondo vorrebbe accoglierlo. Accanto a lui una Giovanna Mezzogiorno convincente nella sua infinita dolcezza, e soprattutto una Micaela Ramazzotti e un Elio Germano veri, autentici, cui ci si affeziona nel giro di pochi minuti, una coppia reale, con i suoi sogni e i suoi problemi irrisolti.

La tenerezza è un piccolo gioiello, uno di quei film che sono sempre più rari nel panorama italiano, soffocati da commedie imbarazzanti e drammoni da orchite istantanea, in cui il dramma viene confuso con la tragedia e il numero di disgrazie con l'autorialità, perdendo di vista il centro di ogni film: i personaggi. Amelio ama i suoi personaggi, li segue con dolcezza nel loro percorso, accompagnandoci all'interno della loro vita e facendoci scoprire il loro mondo nascosto, la loro storia, e il loro potenziale futuro. Da non perdere.

**** 1/2

Pier

martedì 16 maggio 2017

Mad Max: Fury Road - Black & Chrome Edition

Epica in movimento

Di Mad Max: Fury Road abbiamo già diffusamente parlato: è stato il film migliore del 2015, e probabilmente il miglior action movie della storia del cinema. Al momento della sua distribuzione, molti hanno lodato la saturazione della fotografia , con colori forti e intensi che contribuivano a conferire grande realismo al mondo post apocalittico così magistralmente creato da Miller.

Non tutti sanno, però, che Miller avrebbe voluto girare Mad Max in bianco e nero, senza quei colori che hanno contribuito al suo successo. 



Ora questa versione del film arriva nelle sale e in dvd. Quindi, chi aveva ragione? Miller, o gli studios che gli hanno imposto la versione a colori?

La risposta è, sorprendentemente, che aveva ragione Miller: non solo il film non perde forza visiva, ma anzi la accresce, con alcune scene che divengono ancora più memorabili in bianco e nero. L'eleganza delle riprese in bicromia, inoltre, rafforza la portata epica dell'opera, spogliandola di ogni spettacolarità "inutile" e fracassona e facendola divenire un ritratto ancora più crudo della bestialità umana quando le convenzioni sociali collassano.

Qui sotto potete vedere il trailer, che già lascia intuire la diversa atmosfera e l'accresciuto impatto della versione in B/N.


Recuperate la Black & Chrome edition: lo ammirerete ancora di più.

Pier