giovedì 23 febbraio 2017

Barriere

Una barriera di parole


Pittsburgh, anni Cinquanta: Troy Maxson è un netturbino che vive con la moglie Rose e il figlio Cory. Segnato da un'infanzia difficile, Troy è un padre responsabile ma duro, che disapprova le vocazioni sportive di Cory e quelle musicali del figlio di primo letto, Lyons. Ciarliero e provocatore, Troy colpisce con le parole chiunque gli stia intorno, pronto a chiudersi nel recinto che sta costruendo per la sua casa, e allo stesso tempo desideroso di una vita diversa, desiderio che non tarderà a emergere e a segnare irrimediabilmente il suo rapporto con Rose.

Quante sono le barriere che condizionano le nostre esistenze? Molte non le percepiamo, ma sono innumerevoli, e condizionano le nostre interazioni sociali e lo sviluppo stesso della nostra vita: barriere etniche, sociali, religiose; barriere fisiche e barriere metaforiche, ma non per questo meno tangibili. Denzel Washington, nel portare al cinema la pièce teatrale di Auguste Wilson, sceglie di dare risposta a questo interrogativo, declinandolo sul piano individuale, sociale, e persino filosofico: una barriera serve a proteggere chi c'è all'interno da ciò che c'è fuori, o a impedire a chi è dentro di uscire? Su questa domanda si delineano i caratteri dei due protagonisti, Troy e Rose: il primo logorroico, umorale, protettivo e pessimista, segnato profondamente da un'infanzia con un padre violento e dalla discriminazione razziale; la seconda silenziosa, stabile, ma più ottimista, e preoccupata di mantenere l'unità familiare, a qualunque costo. E se è naturale provare un'iniziale antipatia per Troy, è altrettanto naturale provare poi compassione per la sua totale incapacità di mantenere i rapporti umani, per la forza autodistruttiva, irrefrenabile come la sua parlantina, che lo porta a fare terra bruciata intorno a sé.

Washington firma una regia solida e senza fronzoli, che mantiene l'impianto teatrale del testo e lascia che i dialoghi delineino i caratteri dei personaggi, che sono la forza e la colonna portante del film, grazie sia all'ottima caratterizzazione, sia all'ottima recitazione dello stesso Washington e di Viola Davis, ancora una volta strepitosa, in particolare quando ci regala una delle scene di pianto più realistiche mai viste al cinema. Il testo costituisce tuttavia anche la palla al piede del film, soprattutto nella prima parte: l'eccessiva verbosità rallenta il ritmo senza necessariamente aumentare la profondità o la portata emotiva della vicenda. Il film risulta quindi lento, a tratti noioso, e sole le prove attoriali dei protagonisti riescono a mantenere alto l'interesse.

Barriere racconta con buona efficacia emotiva il dramma personale di un uomo e della sua famiglia, perdendo però spesso la rotta a causa di un testo che tutto pervade, finendo per minare i numerosi pregi del film, dalla recitazione ai temi trattati. Resta comunque un buon film, che analizza con efficacia il tema della segregazione, familiare prima ancora che razziale, e gli effetti devastanti della discrimazione anche tra le mura domestiche.

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Pier

giovedì 16 febbraio 2017

Manchester by the Sea

Perdere e ritrovare


Lee Chandler lavora come tuttofare per tre condomini nella periferia di Boston. Vive da solo in un piccolo seminterrato, e conduce un'esistenza solitaria. Quando suo fratello Joe muore, Lee torna nella sua città natale, una piccola cittadina costiera, per occuparsi del funerale. Con sua sorpresa, scopre che il fratello l'ha nominato tutore di Patrick, suo nipote. La prolungata permanenza lo costringerà a tornare in contatto con la comunità da cui era fuggito tanto tempo prima, in seguito a una tragedia che non tarderà a tornare alla luce.

Kenneth Lonergan è uno di quegli autori di cui il pubblico non conosce il nome, nonostante abbia firmato le sceneggiature di film di grande successo come Gangs of New York e Terapia e pallottole. Lonergan ha anche intrapreso un'interessantissima carriera da regista, e Manchester by the Sea è il suo terzo film. Il suo è un cinema intimo, fatto di rapporti famigliari e dolori personali e collettivi, di comunità aperte e allo stesso tempo chiuse. Manchester by the Sea segna un punto di arrivo in questa fase della cinematografia di Lonergan, mostrando una maturazione artistica e registica davvero notevole, con le varie parti del film che si incastrano alla perfezione. 

La narrazione sincopata e irregolare, sia a livello di ritmo che di tono, si sposa con la fotografia, a volte contemplativa, a volte intimista, che segue spesso lo sguardo del silenzioso protagonista; con la musica, che alterna motivi classici e strumentali con il ritmo spensierato del rockabilly, spesso usati in scene che di spensierato hanno ben poco; e con l'ambientazione, una cittadina serena che si specchia sul mare, ma allo stesso tempo immobile, fredda, intrappolata in un ghiaccio che impedisce anche un rituale semplice come la sepoltura. Il film vive di contrasti, muovendosi con grazia tra momenti estremamente drammatici e altri esilaranti, tra presente e passato, tra silenzi ed esplosioni di dialogo, che aiutano lo spettatore a calarsi nel conflitto interiore del protagonista.

L'irregolarità del ritmo, tuttavia, costituisce anche il principale punto di debolezza del film, in quanto rallenta eccessivamente il ritmo e sembra a volte artefatta, studiata a tavolino, che danno la fastidiosa sensazione che Lonergan abbia deliberatamente sacrificato la spontaneità di altri suoi lavori per un'artisticità studiata a tavolino. Ciononostante, il film fa centro dal punto di vista emotivo, raccontando con grande efficacia il lutto e la perdita dalla prospettiva maschile, indagando a fondo il senso di inadeguatezza, l'istinto a sopprimere le emozioni che si traduce in esplosioni incontrollate, la vergogna per il pianto e la commozione.

Fin dal suo primo film, lo splendido You can count on me (avremo occasione di parlarne), i protagonisti delle storie di Lonergan sono personaggi fuori posto, a disagio nel proprio contesto sociale. Lee Chandler non fa eccezione, e porta questa idea alle estreme conseguenze: Lee è a disagio nel mondo, non solo in uno specifico luogo. La sua afasia è il riflesso esteriore di una totale indisponibilità a comunicare, della sua decisione di chiudersi nella bara della propria solitudine e lasciare gli altri fuori dalla sua vita. Il film segue il suo percorso, in cui una nuova perdita diventa un'occasione per ritrovare qualcosa che sembrava perduto per sempre, e che in parte è destinato a rimanere tale. Casey Affleck dà corpo e voce all'emotività repressa di lì, regalandoci una performance toccante per intensità e realismo. Al suo fianco brilla un eccezionale Lucas Hedges, perfetto nel ritrarre tutte le contraddizioni dell'adolescenza con grande naturalezza, senza scadere nello stereotipo. Buona anche la prova di Michelle Williams, anche se appare ingiustificato il coro di Osanna che l'hanno accompagnata, con pioggia di nomination e riconoscimenti per una parte relativamente breve e non particolarmente complessa per un'attrice del suo calibro.

Manchester by the Sea è un perfetto esempio di come il cinema narrativo sia ancora in grado di raccontare storie nuove ed emozionanti, mutuando strutture e linguaggi del romanzo e trasponendole con efficacia in forma visiva. Nonostante le evitabili lungaggini e la sensazione di ricercatezza, Lonergan si consacra come uno degli autori più interessanti del panorama indipendente, raccontando una storia difficile che riesce a divertire nonostante in alcuni momenti sia un vero e proprio pugno allo stomaco per la forza e la durezza delle vicende narrate.

*** 1/2

Pier

martedì 24 gennaio 2017

La La Land

L'arte della realtà



Los Angeles, oggi: Mia sogna di fare l'attrice, ma tra un provino e l'altro fa la barista per mantenersi; Sebastian è un musicista, fervido sostenitore del jazz classico, che vorrebbe aprire il suo locale ma è costretto a suonare in cover band anni '80 e nei piano bar. Il loro incontro-scontro darà loro la forza per inseguire i propri sogni, in una realtà che sembra non aver più posto per i sognatori.

Ci sono film che commuovono, divertono, fanno riflettere; ci sono film che stupiscono per la bellezza delle immagini, per la perfezione tecnica di ogni dettaglio, per una visione d'insieme che si merita l'appellativo, spesso usato a sproposito, di Regia. Ci sono poi film che riescono a combinare ambedue le cose, e che sono destinati a rimanere nella storia del cinema: questi sono i capolavori. La La Land, signori e signori, è un capolavoro, un film destinato a restare, a segnare l'immaginario di un genere (il musical) e della cinematografia esattamente come fece Cantando sotto la pioggia più di 60 anni fa, raccontando la transizione dal muto al sonoro.
Damien Chazelle, reduce dal successo di Whiplash, racconta il tramonto di un genere, di un modo di fare cinema, di un mondo. Racconta la fine della fabbrica di cui sono fatti i sogni, del cinema come lo abbiamo inteso fino a oggi, incapace di sopravvivere in un mondo in cui i sogni non hanno cittadinanza, e lo fa utilizzando il genere che ha fatto del sogno a occhi aperti il suo marchio di fabbrica, il musical romantico, e attraverso la cronaca di una storia d'amore che, ambizioni artistiche a parte, sembra riflettere nella sua evoluzione realistica e cinematograficamente atipica quella di uno dei capolavori di Woody Allen, Io e Annie. 

Il film si apre con una sequenza mozzafiato, un numero musicale ripreso interamente in piano sequenza sull'autostrada di Los Angeles, con centinaia di comparse che ballano, cantano e fanno acrobazie come nei musical dell'età dorata di Hollywood, accompagnati dalla prima geniale canzone del film (di cui Jimmy Fallon ha fatto una bella parodia per aprire i Golden Globes), Another day of sun, che unisce i suoni della città a una partitura vivace e accattivante. Già questa sequenza basterebbe per annichilire qualunque film visto quest'anno, ma è nello sviluppo che il film trova la sua forza. Chazelle crea una prima metà "sognante", in cui i protagonisti sembrano vivere in una favola, tra tip tap nelle strade e balli sospesi nel cielo stellato, ma mantiene comunque un elemento stonato che li ancora alla realtà: il tip tap non è perfetto, perché i due personaggi non sono ballerini; il canto è ottimo, ma "realistico", senza picchi di virtuosismo fino alla splendida audizione di Mia nel finale (su cui torneremo). A questa prima metà ne segue una in cui la realtà prende prepotentemente il sopravvento, quasi con violenza, strappando personaggi e spettatore dall'atmosfera onirica in cui erano immersi: i numeri musicali scompaiono, i colori si fanno più cupi, i compromessi più accettabili, i sogni divengono illusioni.

E' in questa parte che emerge maggiormente la grande bravura degli attori protagonisti. Ryan Gosling è un Sebastian quasi odioso nella sua rigidità e nella sua incapacità di evoluzione, eppure talmente "romantico" da farci comunque parteggiare per lui; Emma Stone dona al suo personaggio un mix di grazia, comicità e malinconia che rendono Mia una versione moderna dei comici del muto, da Chaplin (soprattutto) a Buster Keaton. La splendida prova della Stone ha il suo culmine nella già menzionata audizione, in cui Mia si esibisce in The fools who dream, struggente lettera d'amore a un tempo-un cinema-che non c'è più, e primo numero musicale della seconda metà. Detto degli attori e della magistrale regia di Chazelle, non si può non lodare tutto il comparto tecnico del film, capitanato da Linus Sandgren, direttore della splendida fotografia in Technicolor, e soprattutto da Justin Hurwitz, autore di una colonna sonora semplicemente clamorosa per eclettismo e abilità nel mischiare musical, jazz, suoni naturali, e altre suggestioni musicali, con alcune canzoni (City of Stars su tutte) che rimangono per molti giorni in testa allo spettatore.  La presenza del jazz (grande passione del regista) definisce l'atmosfera del film. La parabola di un genere intrappolato in un classicismo che è ormai sorpassato, e che è destinato a scomparire se non riesce a rinnovarsi, diventa quella del cinema "classico" di cui la prima metà del film è degna rappresentante.

Arriva infine l'ultima, abbacinante sequenza musicale, in montaggio che metterà a dura prova anche il più arido degli spettatori, in cui cinema e metacinema si intrecciano: Chazelle non racconta solo il "cosa sarebbe successo se...", le strade non prese dei due protagonisti, ma anche il "film non fatto", la storia che avrebbe dovuto raccontare il film se fosse stato davvero solo un omaggio al musical classico di Hollywood (qui trovate un'analisi più dettagliata di questo punto). Questa sequenza è un perfetto riassunto del perché La La Land è un capolavoro: il film offre infatti molteplici piani di lettura, con una storia malinconica in grado di divertire ed emozionare tutti gli spettatori, e una riflessione sul cinema e una perizia tecnica in grado di mandare in brodo di giuggiole i cinefili.

La La Land non è solo il miglior film da un anno a questa parte ma, a parere di chi scrive, uno dei migliori degli ultimi dieci, ed è destinato a entrare nella storia del cinema dalla porta principale. Non perdetelo.

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Pier

martedì 17 gennaio 2017

Arrival

Dialoghi Ravvicinati del Terzo Tipo


Louise Banks, linguista di fama mondiale, ha appena perso una figlia, morta prematuramente, ed è ancora in preda al lutto. Quando dodici astronavi alieni arrivano sulla Terra e cercano un contatto, tuttavia, Louise dovrà mettere da parte il suo dolore per cercare di decifrare il loro linguaggio e capire le loro intenzioni.

Le invasioni aliene sono un classico della fantascienza fin dai suoi albori, e sono state ampiamente sfruttate anche in anni più recenti, dagli anni 90 a oggi (è di quest'anno, ad esempio, il deludente sequel di Independence Day). Se però lo scontro con gli extraterrestri ostili è stato rappresentato fino alla noia, ricadendo spesso in stereotipi triti e abusati, sono molto pochi i film in cui gli alieni cercano di stabilire un contatto con i terrestri e di dialogare con loro. Tra questi spicca Incontri ravvicinati del terzo tipo, in cui il tentativo di comprendere il messaggio alieno costituisce il punto di partenza del film. Arrival parte dalla stessa idea, ma la mette ancora più al centro della vicenda, trasformando il tentativo di comunicare con gli alieni nel punto fondante della trama.

Arrival è un film sul dialogo, sul linguaggio come strumento per conoscere ciò che è diverso da noi, come elemento fondante della cultura e dell'essere di chi lo parla. Il tentativo dei protagonisti per comprendere il linguaggio alieno è in realtà una lenta ma attenta esplorazione della natura degli alieni stessi, che li spinge a mettere in discussione la propria identità e a iniziare un percorso di autoconoscenza, cercando un punto di incontro con esseri così diversi da loro; nel frattempo, fuori dall'astronave, le potenze mondiali sembrano invece incapaci di dialogare e ascoltarsi, e una reazione violenta sembra sempre più vicina, conferendo alla missione di Louise un senso di incombenza e fatalità. Il messaggio sociale è evidente, ma il regista Villeneuve è abile a farlo emergere gradualmente, mantenendo in primo piano la vicenda professionale e personale di Louise (una brava ed emozionante Amy Adams), ma soprattutto il linguaggio, vero protagonista del film.

Il racconto è non lineare, ma procede con efficacia verso un ottimo finale, che riesce sia a sorprendere lo spettatore, sia a tirare tutti i fili mantenendo coerenza narrativa, evitando quella sgradevole sensazione di inganno spesso generata da questo tipo di film.
Villeneuve dirige con efficacia e sicurezza, evitando tutte le trappole che una storia del genere poteva porre in termini di eccessi di retorica, lungaggini e patetismo. Il regista riesce a realizzare un film autoriale senza togliere spazio a storia e personaggi, aiutato anche da un'ottima fotografia, in bilico tra sogno e realismo, e da un design davvero innovativo, soprattutto per quanto riguarda il linguaggio degli alieni e le loro astronavi. Se il primo diventa quasi co-protagonista della vicenda, le seconde costituiscono un deciso stacco rispetto a quanto visto finora in film del genere: eleganti e al tempo stesso incombenti, sembrano più un omaggio al monolite nero di Kubrick che delle navicelle spaziali, contribuendo a far provare allo spettatore lo stesso senso di straniamento dei personaggi: gli alieni non sono come ce li aspettavamo, né tantomeno lo sono i loro mezzi di trasporto.

Nonostante riprenda alcuni temi già visti in altri film e qualche lungaggine nella parte centrale, Arrival riesce a essere originale e avvincente, un film di fantascienza "d'autore" come raramente se ne vedono al cinema (non a caso a Villeneuve è stato affidato il sequel di Blade Runner), che usa gli extraterrestri per farci riflettere su tematiche quantomai attuali.

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Pier

mercoledì 11 gennaio 2017

L'occhio del regista #3 - Stanley Kubrick

La terza puntata de "L'occhio del regista" è dedicata a uno dei più grandi cineasti della storia del cinema: Stanley Kubrick.


Regista eclettico, in grado di spaziare con successo tra i generi più disparati, Kubrick è stato in grado di rivoluzionarli tutti, imprimendo il suo marchio indelebile con film che sono entrati a far parte dell'immaginario collettivo.
Per quanto sia riduttivo limitare l'immaginario cinematografico di Kubrick a soli tre elementi, quelli che seguono sono i tratti che, per chi scrive, sono caratteristici della cinematografia kubrickiana.

1. L'osservatore esterno
Kubrick aveva una predilezione per le inquadrature simmetriche, caratteristica che ha influenzato numerosi registi dopo di lui, Wes Anderson su tutti. Tuttavia, la simmetria non è l'unica peculiarità di queste inquadrature: Kubrick usa la cinepresa come un occhio esterno, spesso posizionato al termine di uno spazio limitato (spesso un corridoio) che diviene la cornice della scena quasi come fosse un palcoscenico teatrale, con lo spettatore/osservatore seduto in platea. Questo uso del mezzo filmico porta lo spettatore direttamente nell'azione, aumentando il senso di immedesimazione e, di conseguenza, amplificando le emozioni che Kubrick vuole trasmettere.

Il videomaker Kogonada ha raccolto molti esempi in un video, che potete trovare qui. Di seguito qualche esempio.





2. La musica come contrasto all'immagine
Kubrick fa spesso un uso straniante della musica, utilizzando temi che stonano decisamente con l'atmosfera della scena. Kubrick prestava particolare attenzione alla scelta delle musiche, e aveva una predilezione per temi già esistenti, piuttosto che per colonne sonore originali (come viene ben spiegato su Orizzonti Kubrickiani). La musica viene usata come fondamentale antitesi all'immagine: è dal contrasto tra le due che emerge il messaggio che Kubrick vuole trasmettere con quella scena. Abbiamo quindi una canzone spensierata come Singing in the Rain durante una scena di stupro in Arancia Meccanica, a evidenziare la normalità della violenza nella vita di Alex e dei suoi drughi; il motivo ottimista rispetto al futuro come We'll Meet Again di Vera Lynn durante la carrellata di esplosioni atomiche che chiude Il Dottor Stranamore, a rendere ancora più reale e terribile il pericolo della bomba, capace di spazzare via in un secondo qualunque speranza di futuro. Il film in cui però Kubrick fa più largo uso di questo espediente è Full Metal Jacket, dove una delle prime missioni dei protagonisti viene accompagnata dal ritmo di Surfin Bird, quasi fossero dei liceali in vacanza piuttosto che dei soldati, e dove la scena finale ci presenta un plotone in marcia in mezzo a delle case in fiamme mentre i soldati cantano a squarciagola la canzone di Topolino, ormai assuefatti all'assurdità della guerra, in cui l'importante è "essere vivi".



3. Perfezionismo dell'immagine

La prima passione di Kubrick era la fotografia, e il regista fu anche un fotografo di talento (potete trovare alcune sue fotografie qui e qui). Naturale, quindi, che questa sua passione si traducesse in un'attenzione quasi maniacale al dettaglio e al realismo, come ben illustrato da Ian Freer sul Telegraph.
Ciò ha fatto sì che le sue immagini fossero sempre perfette, quasi vive, con la perfezione formale di un dipinto fiammingo. Proprio i dipinti furono una delle principali fonti di ispirazione per Kubrick, come viene ben spiegato da Stefano Roffi in questo articolo.

2001: Odissea nello Spazio

Lolita

Eyes Wide Shut
 Se questo è vero per tutta la sua cinematografia, è particolarmente vero per quello che è senza dubbio il suo miglior film a livello di fotografia, Barru Lyndon: qui le immagini sono dichiaratamente ispirate a famosi dipinti di fine Settecento, e rese "realistiche" dall'uso visionario e geniale della sola luce naturale.


Prospettiva esterna, musica straniante, perfezionismo pittorico: queste le caratteristiche principali della poetica cinematografica di Kubrick, alfiere di un cinema di osservazione, di analisi cruda e fredda della realtà, in cui le emozioni sono spesso rarefatte e cristallizzate, per poi esplodere in momenti di lucida follia.
Un cinema in cui l'immagine è centrale, principale mezzo attraverso cui il regista comunica la sua visione allo spettatore, spaziando senza problemi dalla fantascienza, all'horror, al film bellico, e alla satira più feroce, in un repertorio di capolavori con pochi eguali nella storia del cinema.

Pier

martedì 10 gennaio 2017

Florence (In pillole #7)

La grazia dello strazio



Florence Foster Jenkins è una ricca ereditiera di New York degli anni Cinquanta con la passione per la musica classica. Oltre a finanziare generosamente molte attività musicali, Florence ama anche cantare in prima persona, esibendosi per parenti e conoscenti. C'è un solo problema: è stonatissima, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di dirglielo.

Il nuovo film di Stephen Frears racconta con il consueto mix di grazia e malinconia la storia vera di Florence Foster Jenkins, flagello delle arie musicali più amate (qui potete "godervi" la sua versione di Der Hölle Rache, dal Flauto Magico di Mozart). Il personaggio di Florence viene raccontato con grande dolcezza, rivelando la tragedia che ha segnato la sua vita e dando spessore a una figura spesso dipinta in maniera macchiettistica.
Il film è leggero, con poche pretese, senza dubbio lontano dai capolavori di Frears per intensità emotiva, ma nondimeno molto godibile, grazie soprattutto alle straordinarie prove dei protagonisti: Meryl Streep, che meriterebbe l'ennesimo Oscar per il suo perfetto mix di adorabile ingenuità e sicurezza di sé, oltre che per la difficilissima prova canora; Simon Helberg, l'occhio del pubblico sulla vicenda, perfetto nella parte dello spaesato pianista assunto per accompagnare la straziante Florence; ma soprattutto Hugh Grant, mai così bravo e poliedrico, capace di restituire alla perfezione una figura emotivamente complessa come quella di St. Clair Bayfield, quasi marito e manager ddie Florence.

Le loro prove, insieme all'ottima ricostruzione dell'epoca e ad alcune brillanti scene di dialogo, rendono il film comunque meritevole di essere visto.


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Pier

lunedì 9 gennaio 2017

Sing

Vissi d'arte, vissi d'amore



Buster Moon è un koala che possiede e gestisce un teatro in crisi. Fare l'impresario è da sempre il suo grande sogno, e così decide di giocare un'ultima carta per evitare il fallimento: organizzare una competizione canora e ospitare i migliori nel suo teatro, mettendo in palio un modesto premio di 1000 dollari. Per un errore di battitura, tuttavia, il materiale pubblicitario finisce per riportare un premio di 100.000 dollari, attirando l'interesse di tutta la città e mettendo Buster con le spalle al muro. Ma l'intraprendente koala ha ancora qualche asso nella manica.

Dopo il cinepanettone per bambini di Minions e il divertente ma poco originale Pets, l'Illumination Entertainment di Chris Meledandri torna con un film che offre, un po' inaspettatamente, più livelli di lettura. Quello più superficiale e meno originale è quello della gara canora, versione casereccia dei talent che imperversano in televisione, attraverso cui i vari partecipanti cercano un riscatto economico e personale. La varietà di caratterizzazioni e motivazioni dei personaggi è già una sorpresa: si va da Rosita, maialina madre di 25 cuccioli che troverà nel canto il modo di uscire dalla sfiancante routine domestica, e Ash, porcospina punk rock (in originale ottimamente doppiata da Scarlett Johansson) alla ricerca dell'equilibrio tra autorialità e successo commerciale. Tra i concorrenti, riuscitissimi sono i personaggi di contorno, come il maiale ballerino Gunther e la girl-band giapponese che ricompare nei momenti più inaspettati.

Al centro della scena c'è però lui, Buster Moon (doppiato in originale da Matthew McConaughey), il personaggio che incarna il secondo messaggio di Sing, un racconto ironico ma anche drammatico sulle difficoltà materiali di chi persegue un lavoro artistico, soprattutto se da imprenditore, stretto tra il sogno di donare al pubblico un pizzico di magia e la cruda realtà degli incassi in picchiata, del pubblico disinteressato, di un passato glorioso che sembra ormai morto e sepolto. Buster Moon è una figura comica e tragica al tempo stesso (non per niente il suo nome di battesimo è quello di Buster Keaton), che non può che attirare le simpatie del pubblico nei suoi goffi e geniali tentativi di racimolare soldi per salvare il suo teatro. Il momento in cui deve umiliarsi pur di tirare avanti è senza dubbio il più commovente del film, anche se viene depotenziato dal successivo cambio di atmosfera, troppo repentino e innaturale.
La difficoltà nel perseguire il proprio non è solo materiale, ma anche morale: tutti i personaggi del film vengono, prima o poi, derisi per le loro aspirazioni, ritenute ridicole da un mondo che non dà più valore alla cultura e allo spettacolo, in cui tutto è mercificato e avere una passione che non porta denaro sembra non avere alcun valore. Per quanto il film poi perda di vista questo tema nel finale (molto "classico" e buonista), questi emerge con sufficiente vitalità nelle altre scene per non essere dimenticato dopo i titoli di coda.

Il film ha un buon ritmo e mescola con sapienza generi diversi sfruttando le sottotrame dei vari personaggi (come ben descrive Marianna Cappi su Mymovies). Tuttavia, la sceneggiatura ha parecchi buchi, soprattutto nel finale, dove il desiderio del lieto fine prevale nettamente sulla coerenza narrativa, riducendo la forza e l'originalità del film. Ed è un po' un peccato, perché per il resto Sing funziona bene, fa ridere (molto) e anche riflettere, e segna comunque un deciso passo in avanti in termini narrativi per l'Illumination, che nei film successivi a Cattivissimo Me sembrava più preoccupata di ripeterne le gag che le intuizioni narrative.

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Pier