mercoledì 16 maggio 2018

L’isola dei cani

Una favola per i nostri tempi



Giappone, 2037. A causa di un'influenza canina, i cani continuano a morire. Con il pretesto di voler salvaguardare la salute pubblica, il sindaco di Megasaki City, Kobayashi, esilia tutti i cani in una isola-discarica chiamata trash island. Il figilio adottivo del sindaco, Atari, decide però di partire per l'isola per ritrovare il suo amato cane da guardia, Spots. Ad aiutarlo troverà un improbabile gruppo di ex cani domestici, ormai rassegnatisi al randagismo ma non per questo disposti ad abbandonare il ragazzino.

A livello di trama, Wes Anderson ci ha abituato a un cinema che racconta i problemi normali di persone straordinarie (o l'opposto): un cinema fatto di personaggi, ma anche delle trappole che la vita tende loro, con una particolare attenzione per come le convenzioni sociali spesso si trasformino in una gabbia più o meno dorata. Anche in Fantastic Mr Fox, la sua prima avventura nella terra dell'animazione in stop motion, Anderson aveva mantenuto queste sue caratteristiche, scegliendo una storia di Dahl che gli permettesse di raccontare i problemi di una famiglia e una comunità disfunzionali. A livello musicale, Anderson ci aveva abituato a colonne sonore ricercate, fatte di musiche pre-esistenti scelte con certosina attenzione per sottolineare

Con L'Isola dei cani, Anderson cambia radicalmente registro, senza però perdere il tocco che lo rende uno dei registi più amati e originali del panorama cinematografico contemporaneo. Fin dalle prime battute, L'isola dei cani si presenta infatti come una favola moderna, raccontata con musiche originali evocative, quasi tribali (ottimamente composte da Alexandre Desplat) che proiettano fin da subito il film in una dimensione irreale e atemporale. Anderson ambienta la storia in un Giappone stereotipato e fuori dal tempo, sfondo ideale per una favola, ma lo infarcisce di dettagli autentici, vivi e vibranti, che fanno sì che la favola non resti una piatta allegoria ma si faccia storia. L'isola dove vengono esiliati i cani è infatti un capolavoro di design, un paesaggio post apocalittico degno di Mad Max, così come il quartier generale del malvagio Kobayashi, ispirato dichiaratamente all'estetica e alla retorica nazista ma al tempo stesso fedele a quelle nipponiche.

Nonostante questi elementi "fantastici", il film rimane sempre profondamente reale, commuovendo e appassionando lo spettatore. L'elemento l'elemento didascalico rimane sullo sfondo, visibile ma mai sbattuto in faccia, e si faccia quindi strada lentamente nella mente dello spettatore, in modo sottile ma non per questo meno efficace.
Il racconto del rapporto tra un ragazzo e il suo cane diventa un pretesto per parlare del rapporto tra uomo e cane in generale, che a sua volta diventa un pretesto per raccontare cosa succede quando si rompe il patto sociale e si comincia a classificare gli esseri viventi sulla base della razza anziché della loro capacità di sentimento e raziocinio. Una favola complessa, dunque, con molteplici livelli di lettura, che parla del passato ma guardando al presente sia canino (i campi di concentramento per cani giapponesi) che umano.

In questi scenari quasi teatrali (e spesso ripresi come tali da Anderson, che mai come questa volta fa uso di lunghe carrellate per raccontare l'odissea dei protagonisti) si muovono dei personaggi tipicamente andersoniani, per quanto in forma animale: gli splendidi cani protagonisti sono nevrotici, con un passato complesso fatto di rifiuto e abbandono, e al tempo stesso sono generosi, quasi folli nella loro bontà, ed estremamente divertenti nelle loro nevrosi e fissazioni. La loro costruzione certosina, sia a livello di personalità che di aspetto, ci rivela la vera cifra tematica del cinema di Wes Anderson: non la simmetria, suo cavallo di battaglia visivo, ma l'amore per i suoi personaggi, qui addirittura esplicitato nel titolo del film (Isle of dogs, il titolo originale, si legge in modo identico alla frase "I love dogs"). L'arte cinematografica di Wes Anderson risiede nella sua capacità unica di costruire personaggi indimenticabili e vicini al cuore dello spettatore, una capacità che gli viene riconosciuta fin dagli esordi (nientemeno che da Martin Scorsese) e che il regista texano ha via via affinato film dopo film, raccontando storie all'apparenza semplici, ma sempre in grado di parlare al cuore dello spettatore.

Chi giudica il film di Wes Anderson fermandosi alla bellezza delle immagini - anche qui stordenti nella loro perfezione - non coglie appieno la grandezza del suo cinema, che è prima di tutto un cinema fatto di emozioni, che nasce nel teatro (da cui deriva il suo gusto per la messa in scena) ma lo permea di quel realismo di cui solo la macchina da presa è capace. Persino in una favola con dei cani come protagonisti, Anderson riesce a emozionare, realizzando uno dei suoi film più dolci eppur più profondi, e trasportandoci in un mondo in cui i combattimenti si risolvono in una nuvola di zanne e pelo e facendocelo accettare come vivo e vero: un mondo che parla di noi, come spettatori e come uomini.
Lasciate che Wes Anderson vi prenda per mano (possibilmente in lingua originale, visto il cast vocale): non ve ne pentirete.

**** 1/2

Pier

sabato 28 aprile 2018

Avengers: Infinity War

Chi troppo vuole, molto stringe



Dopo un lungo tramare nell'ombra, Thanos il Titano è uscito allo scoperto, e con l'aiuto dei suoi aiutanti si è messo alla ricerca di tutte le sei Gemme dell'Infinito. Se riuscisse a raccogliere, potrebbe portare a compimento il suo piano per salvare l'Universo da un'estinzione che ritiene certa: dimezzarne la popolazione. Solo gli Avengers e i Guardiani della Galassia possono fermare il Matto Titano, e forse anche loro potrebbero non essere sufficienti.

Avengers: Infinity War aveva un compito improbo: portare a compimento dieci anni di storie intrecciate attraverso una miriade di film (e non solo), tirando le fila di un'immensa trama  orizzontale dipanatasi in modo sotterraneo all'interno delle varie trame verticali. Questa trama preveù deva l'arrivo di un nemico tanto temibile da rendere necessario l'intervento di tutti gli eroi (più o meno super) dell'Universo conosciuto. Per farla funzionare servivano quindi un nemico credibile sia dal punto di vista della minaccia che dal punto di vista della caratterizzazione, nonché un attento bilanciamento dello spazio dato ai vari personaggi.

Possiamo dire che Infinity War assolve perfettamente ad ambedue i compiti, regalandoci il miglior villain cinematografico della Marvel e riuscendo a dare il giusto spazio a tutti i personaggi. Thanos non è il solito cattivo da fumetto che vuole conquistare l'universo: al contrario, vuole salvarlo dalla distruzione, ma pensa che l'unico modo per farlo sia uccidere metà dei suoi abitanti. Thanos è spinto da motivazioni profonde, che ci vengono svelate a poco a poco attraverso dei flashback molto efficaci e, sopratutto, attraverso l'esplorazione dei suoi legami con altri personaggi, in particolare Gamora. Josh Brolin dona al suo Thanos in computer grafica una gravitas degna di un eroe tragico, rendendolo ancora più credibile e sfaccettato.

I fratelli Russo riescono anche nell'impresa di rendere giustizia a tutti i personaggi, evitando che alcuni finiscano per soffocare gli altri, e investendo il tempo necessario per costruire le loro relazioni, che finiscono per essere l'elemento più convincente del film. I rapporti pre-esistenti, come quello tra Tony Stark e Peter Parker, vengono ulteriormente approfonditi, mentre quelli di nuova formazione vengono sviluppati con il giusto bilanciamento tra humor e connessione emotiva, sfruttando i numerosi parallelismi che naturalmente esistono tra le biografie dei vari eroi. Quelli che più beneficiano di questo trattamento sono Thor, mai così carismatico, e Doctor Strange, molto più convincente qui che nel suo film solista, anche grazie a un Benedict Cumberbatch più a suo agio nella parte. A brillare su tutti, però, sono sempre Tony Stark e Peter Parker, che ci regalano anche una delle scene più emotivamente efficaci del film.

Il film scorre veloce, con alcuni cali di ritmo perdonabili perché finalizzati allo sviluppo dei personaggi . Le immagini sono spettacolari, con combattimenti finalmente fluidi, chiari e ben fruibili e ogni ambientazione dotata di una sua forte identità scenografica e cromatica, evitando quell'appiattimento visivo e coreografico che si era verificato in precedenti film corali. A voler trovare una pecca, alcune delle vicende narrate sono decisamente meno interessanti di altre, e avrebbero forse dovuto ottenere meno spazio, anziché essere misurate con il bilancino per garantire un minutaggio simile a tutti i grandi nomi presenti nel cast.

Tuttavia, questo è un difetto veniale per un film che, nonostante delle ambizioni tanto gargantuesche da sembrare destinato a rimanerne vittima, secondo l'adagio del "chi troppo vuole, nulla stringe", è invece perfettamente riuscito. Avengers: Infinity War intrattiene splendidamente per quasi tre ore, che volano veloci fino a un finale creativo e spiazzante (e giocoforza in sospeso, visto l'arrivo del secondo capitolo nel 2019) che rimarrà a lungo nelle menti degli spettatori.

**** 1/2

Pier

martedì 24 aprile 2018

Molly's Game

Il gioco delle parole


Molly Bloom è un'ex sciatrice che ha dovuto abbandonare le sue speranze di partecipare alle Olimpiadi a causa di un incidente. Nel 2004 decide di concedersi una breve vacanza a Los Angeles prima di cominciare gli studi di giurisprudenza ad Harvard. Per guadagnarsi da vivere inizia a lavorare come assistente di un organizzatore di partite clandestine di poker di celebrità, con buy-in vertiginosi. Molly capisce subito di avere di fronte a sè un'opportunità eccezionale per diventare ricca, e decide di mettersi in proprio.

Aaron Sorkin è uno degli sceneggiatori migliori e più originali del cinema e della serialità televisiva. La sua scrittura è fatta di dialoghi serrati, pronunciati a un ritmo vertiginoso, che trascinano lo spettatore nella storia, costringendolo ad ascoltare, a osservare, a concentrarsi su coloro che pronunciano quel vortice di parole: i personaggi.
“Le parole sono importanti”, diceva Nanni Moretti, e attraverso le parole Sorkin definisce i suoi personaggi, caratterizzati da ciò che dicono ma, soprattutto, da ciò che non dicono. Non sorprende, dunque, che il suo primo film da regista sia in apparenza un film di parole, dove i dialoghi ci trasportano nell'abbacinante e vorticoso mondo di Molly Bloom, raccontandoci la storia vera della regina del poker clandestino di Hollywood.

Sorkin gioca abilmente con il mezzo cinematografico, supportando la sua scrittura con un montaggio rapido e sincopato, e fa in modo che il ritmo rimanga sempre elevato, ipercinetico, rendendo invisibile l’impianto teatrale della sua messa in scena e facendo di ogni dialogo uno spettacolo, di ogni confronto una scena che lascia con il fiato sospeso.
In mezzo alla tempesta di parole, sono i non detti a occupare un posto centrale nel film: Molly, e con lei gli altri personaggi, non è definita da quello che dice, ma da quello che non dice, da quello che non fa. Non rivela i nomi dei suoi clienti per ottenere uno sconto di pena, non scende a compromessi per continuare la sua attività, e soprattutto non usa mischia lavoro e sentimento. Circondata da uomini, Molly li tiene sempre a debita distanza, esibendo una professionalità che invece manca a chi la circonda.

Attraverso un abile incastro di diversi piani temporali, Sorkin fa emergere la personalità di Molly la con il passare dei minuti. Accanto alla professionalità e alla serietà lavorativa emerge una caratteristica che le esalta per contrasto, la sua fragilità nei rapporti personali: tanto Molly è seria, quasi dura sul lavoro, tanto è fragile nella sua vita privata. Come aveva già fatto con Mark Zuckerberg e Steve Jobs, Sorkin usa i dialoghi per scavare nei suoi personaggi, mettendoli a poco a poco a nudo in un processo che ricorda la scultura di Michelangelo: un costante lavoro di cesello con cui libera i personaggi dal marmo che li contiene e li espone allo spettatore nella loro vera natura. Questo fa sì che lo spettatore si affezioni sempre più a Molly, identificandosi con questa donna complessa, forte e fragile allo stesso tempo, dotata di un’intelligenza fuori dal comune e tradita da un solo, piccolo, fatale errore.

Il grande lavoro di Sorkin sarebbe però reso vano se a interpretare la protagonista non ci fosse una straordinaria Jessica Chastain, magnetica nel suo carisma e capace di passare in un attimo dalla risolutezza alla fragilità più estrema, senza però mai abbandonare la dignità che è il cuore pulsante del suo personaggio. Idris Elba offre un’ottima prova nel ruolo dell’avvocato. Il suo personaggio impara a conoscere Molly insieme allo spettatore: dapprima disgustato, poi perplesso, infine totalmente partecipe delle vicende della sua cliente, sfuggente ma al tempo stesso trasparente nel suo voler difendere la reputazione dei suoi clienti e, con essa, la sua dignità professionale e umana. Accanto a loro, Kevin Kostner è convincente nel ruolo (centrale) del padre di Molly, mentre Michael Cera è sorprendente in una parte molto lontana da quelle cui ci ha abituato, quella di una celebrità che trae piacere non nel gioco, ma nell'umiliare i suoi avversari (personaggio peraltro ispirato a un altro insospettabile come Tobey Maguire).

Sorkin debutta alla regia con un lavoro senza fronzoli ma molto solido , che si mette al servizio della sua scrittura ma riesce anche a creare una forte identità visiva per il film, che si dipana tra l'oscurità degli ambienti notturni e la luce sfolgorante dei tavoli, in un continuo contrasto tra luci e ombre che rispecchia la vicenda narrata.

Molly's Game è un film classico, che fa suo il ritmo vorticoso delle commedie degli anni Quaranta e Cinquanta che hanno reso grande Hollywood e lo adatta a un racconto quanto mai attuale sulle conseguenze dell'avidità e sul prezzo da pagare per farsi strada nel mondo senza perdere la faccia. Un film frenetico, senza un attimo di pausa, in cui ci si diverte, si riflette, ma soprattutto ci si appassiona a personaggi scritti con assoluta perizia.

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Pier

venerdì 6 aprile 2018

Ready Player One

Sulle spalle dei giganti


In un futuro grigio e distopico, la maggior parte dell'umanità è ridotta in miseria, senza alcuna prospettiva di miglioramento. La popolazione mondiale si rifugia quindi in Oasis, una realtà virtuale videoludica in cui tutti possono essere ciò che desiderano. Quando James Halliday, geniale creatore del gioco, muore, in un videomessaggio rivela di aver nascosto in Oasis un easter egg: per trovarlo, sarà necessario superare tre prove. Il primo a farlo diventerà il suo erede e otterrà il controllo di Oasis.

È ancora possibile creare qualcosa di originale? Questa domanda aleggia ormai da anni nell'industria cinematografica, stretta tra orde (spesso barbare) di remake, sequel, prequel, e altri prodotti derivati e derivativi. È interessante, e quasi paradossale, che una delle risposte più interessanti a questa domanda arrivi da un film come Ready Player One, che a prima vista sembra essere un immenso, infinito omaggio al cinema (soprattutto degli anni Ottanta) e ai videogiochi.
E, a prima vista, la risposta sembra essere un "no", quella più scontata: il film racconta infatti una corsa infinita e nostalgica in un mondo modellato sul passato, sorprendente e appassionante, che si contrappone a un presente grigio e pieno di noia. L'escapismo, nella sua accezione più negativa (la "diserzione del soldato" tolkieniana), sembra elevato a ragione di vita, e la conoscenza del passato "pop" e della cultura nerd sembra l'unica ad avere valore. Tuttavia, Spielberg, come Halliday, nasconde il significato del suo film in profondità, eppure in bella vista: nel passato si possono trovare le risposte, secondo il principio della "storia maestra di vita", ma è nel presente che si deve agire, facendo in modo che il pensiero diventi atto, e la conoscenza sia messa al servizio del bene comune.

Ready Player One non vuole proporre un ideale di società, ma ritrarre (e criticare) la società in cui viviamo: una società dell'apparenza virtuale, in cui la discrezione sembra impossibile e il valore e l'identità di una persona sono sempre più determinate dal suo successo e dalla sua immagine social. Nel farlo, tuttavia, non si lascia andare a facili moralismi o pindariche elucubrazioni, ma nel modo più semplice eppure più complesso: attraverso la storia e l'evoluzione dei suoi protagonisti. Questa mancanza di afflato filosofico-esistenziale ha tratto in inganno molti critromboni (critici tromboni, una specie in via d'estinzione ma ancora pericolosamente influente nelle sue concioni), incapaci di concepire che possa esistere riflessione in un'opera che è anche in grado di intrattenere e divertire, e che si sono quindi fermati a un'interpretazione letterale (e limitata ai primi 60 minuti) del film.

Ready Player One ha infatti tutte le caratteristiche dei film più amati di Spielberg: due protagonisti (contando anche Halliday), Wade e Samantha, ben delineati, un cast di contorno tipizzato ma funzionale, e soprattutto una storia che procede spedita verso il finale, con una progressione che, pur ricalcando giocoforza quella dei livelli di un videogioco, riesce a permearla con la ricchezza del linguaggio cinematografico. La computer grafica è di livello altissimo, e quasi sempre ci si dimentica di stare guardando degli avatar e noi dei personaggi reali. Tra divertissement e scene altamente spettacolari, Spielberg si e ci regala anche un portentoso omaggio a uno dei suoi maestri e a un capolavoro della cinematografia moderna; una scena, questa, destinata a rimanere negli annali, e che rappresenta appieno la filosofia cinematografica di Spielberg: costruire sul passato per creare qualcosa di nuovo, riconoscendo di essere "nani sulle spalle dei giganti" ma al tempo stesso avendo l'ambizione di diventare i "giganti" delle future generazioni. Guardare al passato con nostalgia non è un peccato, purché questa nostalgia non diventi ossessiva ripetizione o, nel peggiore dei casi, onanistico omaggio. Allo stesso modo, l'escapismo non è necessariamente negativo e, anzi, può anche arricchire, purché non diventi fuga dalla realtà o addirittura non si sostituisca ad essa.

Ed è questo, in fondo, il messaggio di Ready Player One, un messaggio che dovrebbe essere chiaro fin dalla scelta di fondere passato e realtà virtuale in un unicum, con Oasis che rappresenta sia la fuga dalla realtà che la fuga dal presente. Sia passato che realtà virtuale sono affascinanti ed esercitano un richiamo irresistibile, ma rischiano di diventare una trappola, un labirinto senza uscita in cui morire lentamente mentre culliamo un'illusione di immortalità. Il passato e il mondo digitale possono arricchire la nostra vita (e il nostro cinema), ma solo a patto che li si utilizzi per creare qualcosa di nuovo, divertente e appassionante; qualcosa che non necessariamente deve essere un capolavoro, ma che abbia la capacità di intrattenere e divertire le nuove generazioni, esattamente come Indiana Jones o Hook hanno intrattenuto e divertito quelle del passato; qualcosa come Ready Player One.

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Pier

mercoledì 21 marzo 2018

Foxtrot

L'assurdo ballo del destino



Quando degli ufficiali dell’esercito bussano alla loro porta di casa, Michael e Dafna intuiscono subito di cosa si tratti: annunciano loro la morte del figlio Jonathan, soldato. Michael e Dafna sono sconvolti, ma è soprattutto Michael a mostrare segni di nervosismo, dovuti soprattutto alla presenza non richiesta di parenti e burocrati eccessivamente zelanti. A questo si aggiunge una notizia tanto assurda da risultare quasi incomprensibile, in questo simile alle surreali esperienze vissute dal figlio come soldato.

Si può sfuggire al proprio destino? Questa domanda, vecchia come il mondo, viene declinata da Maoz in modo classico, e al tempo stesso innovativo. Se l’ispirazione del regista è dichiaratamente la tragedia greca, infatti, il senso di assurda ineluttabilità che pervade il film è di stampo chiaramente ebraico, e richiama le atmosfere e lo humor nero di film come A serious man dei fratelli Coen. La nostra vita è come un ballo, e in particolare un ballo come il foxtrot citato nel titolo: passi fissi, preordinati, che riportano sempre allo stesso punto, allo stesso finale.

Il film brilla e ha i suoi momenti migliori quando racconta la storia di Jonathan e del suo servizio militare: lo fa con toni talmente assurdi da risultare quasi fiabeschi, tra cammelli che spuntano dal nulla, improbabili balli con un fucile, e una baracca che continua a cedere e a inclinarsi, muovendosi inesorabile verso lo sprofondamento. Il posto di blocco di Jonathan è un luogo fuori dal tempo, in cui i soldati sono imprigionati in una futile routine, una noia costante che rischia di generare mostri. Maoz non è infatti interessato solo al destino, ma anche a un tema a lui caro come quello dell’assurdità della guerra, già affrontato in maniera più diretta nel suo primo film, Lebanon, vincitore della Mostra del Cinema nel 2009. Qui non si guarda però al terrore dell’azione bellica, quanto all’inazione e alle sue terribili conseguenze sulla psiche dei soldati.

Le parti con i genitori di Jonathan sono meno convincenti, soprattutto la seconda, ma ricoprono un fondamentale ruolo narrativo, creando una circolarità e un senso di ineluttabilità che amplificano la forza espressiva della parte centrale della pellicola. L’invadenza di parenti e burocrati sembra quasi negare il dolore a Michael nella prima parte, creando una serie di situazioni assurde che esasperano il protagonista e fanno ridere lo spettatore; nel finale invece (introdotto da una splendida e onirica sequenza in animazione), il dolore non viene più negato, ed esplode in un modo che lascia lo spettatore spiazzato, straniato, incapace di comprendere un registro che sembra troppo scanzonato, ma che rappresenta forse la forma di dolore più autentica.

Foxtrot è un film complesso, sia a livello di contenuti che di struttura. Offre molteplici piani di lettura, e accompagna lo spettatore in un percorso che, a una lettura superficiale, sembra riportarci al punto di partenza. In realtà è cambiato tutto, e Maoz ci racconta questo cambiamento con occhio e scrittura da grande autore, in grado di trattare con mano salda una delle domande che tormentano l’uomo fin dall’inizio dei tempi.

Un film meritatamente premiato con il Gran Premio della Giuria alla Mostra del Cinema di quest'anno, che segna un secondo convincente capitolo nella carriera di Samuel Maoz, una carriera che promette di essere davvero radiosa.

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Pier

recensione originalmente pubblicata su Nonsolocinema 

venerdì 9 marzo 2018

Il filo nascosto

La natura del potere



Londra, anni Cinquanta. Reynolds Woodcock è lo stilista più celebre d'Europa. Vive da solo con la sorella Cyril, e le sue avventure amorose sembrano sempre durare un battito di ciglia, fino a quando la musa smette di fornirgli la necessaria ispirazione. Fanatico del suo lavoro e preciso al limite della maniacalità, Reynolds tiranneggia la sua maison e la sua casa con uguale fervore. Un giorno conosce Alma, cameriera di un hotel: rimangono affascinati l'uno dall'altra, e quando Reynolds le chiede di seguirlo a Londra, Alma accetta. Alma, però, rivela ben presto un'insospettabile tenacità, che lentamente comincia a incrinare il perfetto ma delicato sistema che regola la vita e la creatività di Reynolds.

Che cos'è il potere? Questa è una domanda ricorrente nel cinema di Paul Thomas Anderson: se nel suo capolavoro, Il petroliere, esplorava il rapporto tra diverse fonti di potere (economico e spirituale), in The Master la sua attenzione si era già spostata sulle relazioni interpersonali e sul nostro rapporto ambiguo con il potere, nella nostra continua tensione tra il desiderio di comandare e quello di obbedire. Ne Il filo nascosto Anderson porta avanti questo discorso concentrandosi sul sistema di influenze reciproche che regola anche i rapporti più intimi. Ritagliando il tempo con la stessa maestria con cui Reynolds Woodcock taglia e lavora la stoffa, Anderson esplora come questi rapporti di forza si manifestano ed evolvono nel tempo, scorrendo sotto la superficie della vita quotidiana per poi emergere prepotentemente come fiumi carsici. Questi momenti di incontro/scontro sono violenti, quasi sadici, ma servono a ristabilire l'equilibrio, segnando una temporanea tregua che verrà presto rotta dal continuo lavorio di influenze psicologiche e sociali.

Il filo nascosto non è la storia di Reynolds, ma la storia di Alma, e di come si inserisce in un sistema di potere e influenza ben consolidato, quello tra Reynolds e la sorella Cyril. Alma non vuole adeguarsi al sistema vigente, diventando una delle tante muse di Reynolds, ma cerca di cambiarlo, modificarlo, muovendosi al suo interno per tentativi, tanti piccoli colpi d'ago che tessono il tessuto del suo rapporto con lo stilista. Ambedue cercano il "filo nascosto" dell'altro ma, laddove Reynolds si illude di averlo trovato fin da subito, Alma sa che la ricerca richiederà tempo, pazienza e determinazione, e dovrà passare giocoforza anche da fallimenti. La sua apparente timidezza racchiude in realtà una grande determinazione, grazie alla quale riesce a farsi strada in una ragnatela che sembra creata per strangolarne l'individualità.

Questa evoluzione viene raccontata da Anderson per sottrazione, lavorando più sul non detto che sulle parole, e manipolando il tempo per concentrarsi sui momenti chiave, sulle cuciture più importanti, che vengono dilatate laddove il resto della vicenda scorre con rapidità, sempre uguale eppure leggermente diverso. Come in una partita a scacchi, ogni mossa è decisiva e punta a spiazzare l'avversario, che è al tempo stesso amante e figlio, tiranno e servo. Anderson immerge tutto in un'atmosfera claustrofobica, gotica, quasi da thriller (è evidente la lezione hitchcockiana sugli orrori domestici, che però Anderson rielabora in maniera del tutto originale), in cui la tensione monta non per la presenza di un assassino ma grazie a gesti semplici e apparentemente innocui come un burro spalmato con troppo vigore.
Il rapporto tra Alma e Reynolds diventa così metafora della condizione dell'artista e del processo creativo, dell'eterna tensione tra creazione e distruzione, tra genio e follia, tra generazione e morte. Anderson tratteggia questo parallelismo in modo sapiente, senza calcare troppo la mano (vero, Aronofsky?, ma lasciando che emerga dalla storia in modo naturale, fino a divenirne parte integrante nello splendido finale.

La perfezione ricercata da Woodcock riflette quella trovata dal regista: ogni inquadratura è perfetta, funzionale, atmosferica, e contribuisce a creare quel mondo trasognato, a metà tra sogno e incubo, che costituisce il palcoscenico della storia di Alma e Reynolds. Al bianco folgorante delle sfilate, della vita sociale, e delle prove d'abito collettive si contrappongono i colori bruni e la luce calda e soffusa della vita privata di Alma e Reynolds, delle loro prove private, in cui Reynolds prova a plasmare Alma attraverso i suoi vestiti e lei cerca di farlo suo con la sua tenace resistenza. Gli abiti (disegnati dal premio Oscar Mark Bridges e dallo stesso Daniel Day Lewis, come sempre totalmente immerso nella parte per via del "metodo") sono una gioia per gli occhi, e rappresentano appieno la creatività del loro autore e la sua maniacale precisione.

Anderson crea un film che non si può che definire unico per struttura narrativa e modalità espressiva, talmente diverso da qualunque altra esperienza filmica da risultare a tratti straniante, eppure in grado di catturare e ammaliare lo spettatore. Nessuna scelta è prevedibile, nulla è mai scontato: lo spettatore viene trasportato in un rapporto ambiguo e indecifrabile, di cui lentamente scopre tutte le più imprevedibili sfaccettature. A questa imprevedibilità contribuiscono anche gli attori, strepitosi: Daniel Day Lewis offre l'ennesima prova di bravura, ma a brillare è la semisconosciuta Vicky Krieps, che tiene testa e anzi spesso supera il mostro sacro con cui condivide la scena, in un riflesso (voluto?) del rapporto tra la timida cameriera e il geniale creativo che interpretano nel film.
Centrale è anche l'uso della musica, che Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead, costruisce interamente sull'uso degli archi, usati magistralmente sia per trasmettere serenità sia per far crescere la tensione.

Paul Thomas Anderson si conferma come uno dei più grandi registi contemporanei, forse l'unico in grado di realizzare tanti film all'apparenza completamente diversi da loro, ma uniti dal filo invisibile della sua poetica visiva e della sua passione per tematiche quasi metafisiche in film: in una parola, dalla visione di un grande autore.

**** 1/2

Pier

sabato 3 marzo 2018

Oscar 2018 - I pronostici

Domani sera, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Kodak Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantesima edizione degli Academy Awards. 

Come ogni anno, Filmora vi propone i suoi pronostici, accompagnati come sempre con le scelte personali del sottoscritto, cui inspiegabilmente l'Academy non ha ancora concesso i diritti di potere temporale di fantozziana memoria.

Pronti? Iniziamo!


Miglior montaggio
Come per (quasi) tutti gli Oscar tecnici di quest'anno, è difficile immaginare un vincitore diverso da Dunkirk. Il montaggio, poi, è un elemento cruciale del film, sia per l'alternanza tra i tre piani temporali sia per la sua centralità nel costruire la tensione montante che costituisce il perno dell'azione. Il montatore Lee Smith ha fatto un lavoro monumentale in tal senso, ed è quindi sia il favorito sia colui cui va la mia scelta personale.

Pronostico: Dunkirk
Scelta personale: Dunkirk

Miglior fotografia
Competizione più aperta che negli altri comparti "tecnici": se la fotografia di Hoyte van Hoytema per Dunkirk è eccezionale, quelle di Blade Runner 2049 (Roger A. Deakins) e di La forma dell'acqua (Dan Laustsen) rappresentano una competizione formidabile. Considerando che Deakins, nonostante ben 14 nomination al premio Oscar, non ha inspiegabilmente mai vinto, a lui va la palma di favorito, mentre la preferenza personale ricade su Dunkirk.
Pronostico: Blade Runner 2049
Scelta personale: Dunkirk

Miglior film d'animazione
Per chi segue l'animazione statunitense la scelta appare scontata, con Coco nettamente favorito su pellicole godibili ma di livello decisamente inferiore come Ferdinand e Baby Boss. Tuttavia, Loving Vincent rappresenta un rivale credibile per la sua incredibile capacità di ricreare il mondo pittorico di Van Gogh attraverso un'animazione autoriale e innovativa. 
A conti fatti, Coco resta il favorito, e riceve anche la mia preferenza personale.
Pronostico: Coco
Scelta personale: Coco

Miglior attore non protagonista
Questo premio potrebbe risultare in un grande trionfo personale per la redazione di Film Ora, da sempre fan sfegatata di quel Sam Rockwell (Tre manifesti a Ebbing, Missouri) che oggi sembra il chiaro favorito. 
Certo, Richard Jenkins è splendido ne La forma dell'acqua, e lo stesso Woody Harrelson meriterebbe per Tre manifesti, ma Rockwell è Rockwell. È quello di Confessioni di una mente pericolosa, Moon, Choke, Guida galattica per autostoppisti, e mille altri: è già uno scandalo che non abbia mai vinto prima d'oggi,di cosa stiamo parlando. Dai, di cosa stiamo parlando?
Pronostico: Sam Rockwell
Scelta personale: Sam Rockwell

Miglior attrice non protagonista
La favorita sembra essere Allison Janney (indimenticata C.J. Cregg per tutti i fan di The West Wing) nel ruolo della madre ipercompetitiva di Io, Tonya. La mia scelta personale va però a Laurie Metcalf, commovente nel ruolo di una madre working class in Lady Bird, per la cui riuscita è importante tanto quanto Saoirse Ronan.
Pronostico: Allison Janney 
Scelta personale: Laurie Metcalf

Miglior sceneggiatura originale
Il chiaro favorito sembra essere Tre manifesti, ma occhio alla possibile sorpresa Lady Bird, che potrebbe sfruttare la storica benevolenza dell'Academy verso i film indipendenti nel campo delle sceneggiature. Tenendo conto anche del mio pronostico per il miglior film mi prendo un rischio e do a Lady Bird la palma di favorito, mentre a Tre manifesti va la mia preferenza personale.
Pronostico: Lady Bird
Scelta personale: Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior sceneggiatura non originale
Raramente si è vista una competizione tanto elevata in questa sezione: dalla sceneggiatura pseudoautoriale di Ivory in Chiamami col tuo nome, che ha mandato in sollucchero salotti e terrazzi americani, ai dialoghi sempre fenomenali di Aaron Sorkin in Molly's Game, passando per la divertente riflessione sul cinema di The disaster artist e il supereroe western e crepuscolare di Logan, quest'anno ce n'è davvero per tutti i gusti. Il favorito, per status ed entrature, sembra essere Ivory, ma la mia scelta personale non può che andare a Logan: un film in cui l'elemento supereroistico è del tutto secondario, e in cui i temi centrali sono la memoria, il fallimento, la redenzione, il fare i conti con il proprio passato. Se Hugh Jackman avesse impugnato una pistola, anziché avere artigli d'adamantio, staremmo parlando di questo film anche per premi più importanti.
Pronostico: Chiamami col tuo nome
Scelta personale: Logan

Miglior attore protagonista
Un solo nome al comando: Gary Oldman, per L'ora più buia. La sua performance è eccezionale, e ha tutto ciò che viene sempre premiato dall'Academy: film biografico, trasformazione fisica, forte introspezione e immedesimazione del personaggio. Daniel Day Lewis è come sempre eccezionale ne Il filo nascosto (che recensiremo a breve), ma Oldman non ha mai vinto e ha davvero tutte le carte in regola per aggiudicarsi la sua prima statuetta.
Pronostico: Gary Oldman
Scelta personale: Gary Oldman

Miglior attrice protagonista
Qui la competizione è invece molto aperta: Frances McDormand è favorita, ma non nettamente, con la muta sognatrice di Sally Hawkins de La forma dell'acqua che potrebbe soffiarle la statuetta. La mia preferenza va comunque alla McDormand, eccezionale come sempre in Tre manifesti.
Pronostico: Frances McDormand
Scelta personale: Frances McDormand

Miglior regia
Il favorito è chiaramente Guillermo del Toro, che con La forma dell'acqua ha incantato Hollywood e il pubblico di tutto il mondo. Tuttavia, almeno nel mio piccolo non posso esimermi dall'urlare allo scandalo per quella che, ne sono certo, sarà l'ennesima bocciatura dell'Academy nei confronti di Christopher Nolan. Che uno dei registi più creativi del panorama contemporaneo sia costantemente snobbato agli Oscar è vergognoso, tanto più se pensate che quella per Dunkirk è la sua prima nomination. A lui, si sarà capito, va la mia preferenza personale, che si è conteso fino all'ultimo con il sempre eccezionale Paul Thomas Anderson, autore (è proprio il caso di dirlo) de Il filo nascosto.
Pronostico: La forma dell'acqua
Scelta personale: Dunkirk

Miglior film
La battaglia per il miglior film è quantomai accesa, tra La forma dell'acqua, Get Out, Lady Bird (possibile sorpresa, ma non così tanto) e Tre manifesti. Raramente, però, un film ha saputo unire così tanto pubblico e critica come Tre manifesti, che ha ottenuto lodi unanimi praticamente ovunque. Per chi scrive si tratta di uno dei due migliori film dell'anno, e del migliore tra i favoriti, e i segnali lasciano pensare che alla fine la penserà così anche l'Academy. 
Pronostico: Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Scelta personale: Tre manifesti a Ebbing, Missouri

A dopo la cerimonia per il bilancio!

Pier