mercoledì 28 febbraio 2024

Dune - Parte 2

Muad'dib colpisce ancora


Dopo essere scampati al tentativo di ucciderli da parte degli Harkonnen, Paul Atreides e sua madre Jessica vivono tra i Fremen, supportati dal leader di un loro clan, Stilgar. I Fremen però faticano ad accettarli, fino a quando non si diffonde la voce che Paul sia l'atteso Messia di Dune promesso dalle leggende, la Voce da un Altro Mondo. Paul dovrà scegliere se cavalcare l'ondata di fervore religioso o dare retta alle sue visioni, che predicono sventura, e a Chani, una guerriera Fremen per cui comincia a provare dei sentimenti, e che lo esorta a rimanere se stesso.

Quello dell'Eletto è un topos fondante della narrativa, cinematografica e non. È al centro di molte delle saghe più popolari, da Harry Potter a Guerre Stellari, passando per Matrix. Il pubblico è talmente abituato a vederla che, spesso, reagisce molto negativamente ai tentativi di sovvertirla. Anche Dune, il romanzo di Frank Herbert, racconta, la storia dell'ascesa di un eletto. Tuttavia, a differenza di ciò che credono molti, non lo fa per celebrarlo, ma per mettere in evidenza i pericoli ideologici, filosofici, e sociali del rendere un semplice uomo un Messia. Dune non è la storia di un salvatore esterno (né, tantomeno, di un white savior come hanno spesso sostenuto critici superficiali): è la storia di come si costruisce un mito inesistente, il racconto di una colonizzazione culturale al fine di perpetuare un piano di controllo e dominio - finché qualcosa, nel meccanismo, si inceppa.

Denis Villeneuve coglie alla perfezione le intenzioni di Herbert - intenzioni spesso travisate, come detto, ma evidenti a chi conosce anche i capitoli successivi della saga, in particolare Dune Messiah - e le traspone alla perfezione in questo secondo capitolo, facendo centro e riuscendo finalmente a catturare la complessità di quello che è stato definito per decenni un "romanzo infilmabile." Villeneuve, come già ampiamente dimostrato sia nel primo capitolo, sia in altri suoi lavori, non teme la complessità, anzi, sembra quasi bramarla, e tesse un arazzo complesso, intricato, che rende giustizia al materiale di partenza e non ha paura di raccontare un'ascesa oscura, la nascita di un eroe che è anche un antieroe, che per prendere il proprio posto nel mondo deve accettare il suo lato oscuro e il fatto che le sue azioni provocheranno milioni di morti. 

Salvatore o carnefice? Liberatore o colonizzatore? La risposta è ambigua, ma il fatto stesso che questa ambiguità sussista è una rivoluzione per il genere, quantomeno al cinema. La complessità morale di Paul, e l'inganno alla base della sua venuta messianica sono qui messe pienamente in luce, e questa scelta rende più interessanti, complessi, e sfaccettati tutti i personaggi - Paul in primis, ma anche Chani, vera bussola morale del film, e Lady Jessica. La musica di Hans Zimmer svolge un ruolo fondamentale, perché non tocca mai note di esaltazione e celebrazione, ma suggerisce un disastro incombente, un male nascosto nell'ombra, un'inquietudine che non viene mai del tutto sopita.


In generale, Villeneuve abbraccia la densità tematica del romanzo (oltre alla "sindrome del messia" si parla di colonialismo, fanatismo, ecologia, e tanto altro) e la fa sua, apportando cambiamenti a volte dolorosi, ma doverosi, - sia perché superflui ai fini narrativi, sia perché complessi da gestire perché avrebbero richiesto ulteriore minutaggio - omettendo spiegazioni non necessarie, e senza farsi problemi a rallentare il ritmo quando necessario, per poi accelerare di colpo quando l'azione diventa regina. Il regista (e il suo co-sceneggiatore, Jon Spaihts) fanno una cosa che sembra eccezionale ma è in realtà estremamente semplice: si fidano dell'intelligenza e, soprattutto, dell'immaginazione dello spettatore nel connettere i puntini, nel dare senso a quello che si vede ma non viene sviscerato in ogni dettaglio. Così facendo, dando vita a un mondo che lascia una sensazione di profondità, di infinite storie che potrebbero essere raccontate, di personaggi cui potrebbero essere dedicati interi film, e che incontriamo come passeggeri nella notte mentre seguiamo le avventure di Paul e dei Fremen, e di cui vorremmo sapere di più. 

L'ultima saga a riuscire a rendere in modo paragonabile la profondità del mondo romanzesco era stata quella de Il Signore degli Anelli, ma Peter Jackson aveva sempre preferito puntare più sul lato spettacolare e non soffermarsi troppo su quello tematico (che pur emergeva). Villeneuve invece riesce a mantenere un bilanciamento queste due anime, ed è una goduria cinematografica vedere questo esercizio di equilibrismo dipanarsi scena dopo scena.

Visivamente il film è abbacinante: riempie gli occhi di stupore, lascia continuamente a bocca aperta e, quando pensi di esserti ormai abituato a deserti immensi che paiono mari solcati dalle onde, tecnologie innovative che sembrano al tempo stesso vecchissime (non a caso Lucas ha saccheggiato a piene mani la creazione di Herbert per creare l'immaginario di Guerre Stellari), e immense creature che emergono dalle sabbie, ti colpisce ancora, e ancora, e ancora con immagini sempre più ambiziose, coraggiose, creative. Non citerò scene specifiche per evitare spoiler, ma ci sono almeno tre momenti (tra cui quello che apre il film) destinati a diventare iconici. 

La cifra visiva di Villeneuve è pienamente riconoscibile, tra duelli ripresi in silhouette, personaggi che si stagliano solitari di fronte all'infinito, e panoramiche che catturano la vastità di una natura di volta in volta meravigliosa, matrigna, o deturpata dall'intervento dell'uomo. A questo bagaglio dei trucchi si aggiunge qui un uso del colore espressionista e una tendenza spiccata a posizionare la camera a terra, inquadrando dal basso per rivelare, anzi, evocare qualcosa di grande e terribile che diventa a poco a poco visibile, creando un senso di attesa prima e di meraviglia poi nello spettatore.


Il film non potrebbe però raggiungere le vette che raggiunge senza l'aiuto di un cast semplicemente perfetto. Tra le vecchie conoscenze, Chalamet rende alla perfezione la crescita di Paul, passando dal ragazzino etereo e un po' imbronciato del primo film a leader di un popolo e di una guerra santa con una performance sfaccettata, in cui dimostra un carisma fisico e, soprattutto, vocale inaspettato che, unito alla sua capacità di dare voce e corpo alla fragilità, rende alla perfezione l'ambiguità morale in cui lentamente svicola Paul. Accanto a lui, Zendaya è l'occhio scettico, l'ancora che dovrebbe impedire a Paul di perdere il suo lato umano, l'unica a vederlo come Paul, come Muad'dib, e non come il Messia, la Voce da un Altro Mondo in cui le persone intorno a lui vogliono trasformarlo. Rebecca Ferguson è una Lady Jessica che ricorda una Lady Macbeth, incutendo terrore come una Reverenda Madre delle Bene Gesserit dovrebbe fare, e Stellan Skarsgard continua ad abitare i nostri incubi con il suo Barone Harkonnen.

Anche i nuovi arrivi brillano, a cominciare da Austin Butler, che regala un Feyd-Rautha imperioso, dalla voce oltremondana e dalle movenze serpentine, un sadico assassino con un codice d'onore, perfetto specchio deformato di ciò che diventa Paul - un aspetto, questo, resto in modo addirittura più efficace che nel romanzo, dove Feyd risultava meno profondo e più tipizzato come "malvagio", per quanto affascinante. Accanto a lui da segnalare anche Léa Seydoux, attrice dal range limitato che però Villeneuve sfrutta alla perfezione, ritagliandole addosso una Bene Gesserit felina, seduttiva, a suo agio nel muoversi tra luci e ombre. Florence Pugh e Christopher Walken, pur con un minutaggio limitato, danno spessore e gravitas ai rispettivi personaggi, e Pugh promette di portare sullo schermo una Irulan eccezionale se, come sperano sia Villeneuve che i fan, verrà realizzato un film anche dal secondo libro della saga, Dune Messiah.

Dune - Parte 2 è un sequel cupo, oscuro, in uno scarto tonale che ricorda Impero colpisce ancora ma se si fosse focalizzato maggiormente su Darth Vader. È un adattamento fedelissimo allo spirito e fedele alla lettera del libro, e al tempo stesso accessibile anche per chi non conosce il lavoro di Herbert. È, in sintesi, tutto ciò che dovrebbe essere un blockbuster d'autore: intrattiene con battaglie, intrighi, creature mitologiche e personaggi memorabili, ma al tempo stesso stupisce, colpisce e fa riflettere, prendendosi i suoi tempi e lasciando lo spettatore a interrogarsi su cosa ha visto e con il desiderio di rivedere il film per scoprire dettagli, suggestioni, interpretazioni. Destinato a diventare una pietra miliare del genere: come per la trilogia de Il Signore degli Anelli e Mad Max: Fury Road, ci sarà un "prima" e un "dopo" Dune.

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Pier

giovedì 25 gennaio 2024

Povere Creature!

La forza del desiderio


Godwin Baxter, scienziato dal passato tormentato, svolge esperimenti bizzarri su animali ed esseri umani. Quello che più lo appassiona è Bella, giovane donna di cui ha recuperato il cadavere dal fiume e che ha riportato in vita, ma con la mente di un bambino. Bella sviluppa rapidamente facoltà fisiche e mentali, finendo per ribellarsi alle regole impostele e al suo creatore.

Dopo La favorita, Lanthimos torna a parlare di potere e femminile e lo fa con una fantasia gotica e distopica, un divertissement vittoriano con spruzzate di steampunk che rielabora la storia di Frankenstein per mettere a nudo le radici invisibili e interiorizzate del potere maschile e, più in generale, di tutte quelle norme, convenzioni, sovrastrutture che impediscono l'affermazione individuale, e femminile in particolare *. 

Bella è come un tirannosauro sguinzagliato in un recinto di capre, dove le capre sono le convenzioni: convenzioni che lei non conosce, perché non le ha interiorizzate per anni da altre persone che le avevano interiorizzate, e che per lei non significano nulla. Ha l'approccio alla realtà di un bambino, e quindi mette tutto in discussione, accompagnata però da un corpo di donna che le permette quindi di fare e scoprire cose che a un bambino sarebbero impossibili. La scoperta - e conseguente emancipazione - sessuale di Bella è solo la punta dell'iceberg, perché la sua mente tutta da plasmare mette in discussione la sua dipendenza da tutti gli uomini della sua vita, dal padre-creatore Godwin, che spoglia della sua aura divina abbandonandolo, al suo primo amore Duncan, passando per tutti coloro che cercano di limitare la sua folle, geniale, incontenibile energia. 

Bella travolge tutto ciò che si frappone tra lei e la scoperta. La sua è una storia di liberazione femminile, certo, ma è prima di tutto un racconto di sviluppo psicologico, un inno all'umana capacità di scoprire e riscoprire, a quella fanciullesca volontà di conoscere e sapere che viene via via cancellata da rigidi dogmi sociali (non a caso l'ambientazione è vittoriana) e da ciò che ci impone la "vita adulta." 

Non è un caso che a portare avanti questo tour de force di riscoperta e affermazione del Sè sia una figura marginalizzata dal suo contesto sociale, dato che sappiamo da anni che spesso è da lì che arriva l'innovazione - da chi, vivendo ai margini della società, riesce a vedere chiaramente le sbarre invisibili create da convenzioni antiquate, dogmi, inibizioni, paure. Povere creature! è, in sintesi, un inno al libero arbitrio ma, soprattutto, al desiderio - un desiderio sia intellettuale che fisico - e alla sua forza nell'abbattere le barriere che ci costringono.


Tony McNamara firma una sceneggiatura da manuale a partire dal romanzo di Alasdair Gray, mescolando alla perfezione risate (si ride tantissimo) e riflessione, facendo passare un messaggio chiaro, potente, non annacquato dalla necessità di essere mainstream, che però non scivola mai nella predica o nel comizio e non solo non annoia, ma intrattiene ferocemente. 

La fotografia ci mostra, come già ne La favorita, una realtà distorta, deformata, con frequenti usi dell'occhio di pesce e suggesioni pittoriche, applicate però qui a una scenografia e a un'estetica che strizzano l'occhio a Tim Burton (le creature di Godwin potrebbero essere uscite da Frankenweenie o Nightmare Before Christmas) e Wes Anderson (i colori e l'amore per tecnologie superbamente complesse e ancor più superbamente inutili), ma li rielaborano in modo originale, creativo, vivo. Il film alterna sapientemente sequenze oniriche e reali, creando un mondo folle e fantastico in cui i confini tra le due dimensioni, spesso, finiscono per confondersi.

Al centro di tutto c'è la prova superba di Emma Stone nel ruolo di una novella creatura di Frankenstein che cerca, anzi, si prende un'emancipazione sociale e sessuale. Vederla camminare, muoversi, parlare mentre dà vita a una donna-bambina che sta imparando il funzionamento di un corpo già adulto è un'esperienza indimenticabile, che culmina nella travolgente, anacronistica danza cui Lanthimos, ancora una volta, affida un momento chiave del suo film. Accanto a lei brillano tutti i comprimari, da un Dafoe novello dottor Frankenstein, impotente nel controllare il suo atto creativo, a un Mark Ruffalo splendidamente gigione, passando per il remissivo Ramy Youssef e il piccolo ma splendido (e narrativamente ricco) ruolo di Margaret Qualley.

Povere Creature! racconta una donna, una persona che ri-scopre da zero le convenzioni sociali, il suo ruolo nel mondo, ma soprattutto se stessa, la sua psicologia, i suoi desideri, in un mix tra horror, commedia, satira e fantastico che unisce idealmente la poetica del primo Lanthimos (The lobster, Alps, Il Sacrificio del cervo sacro) con La favorita. È film travolgente per la creatività delle sue invenzioni visive e verbali, impeccabile per esecuzione, sviluppo e interpretazioni: in una parola, è un film imperdibile.

*****

Pier

*: O, in altre parole,  del (gasp!, come direbbero nei fumetti) patriarcato. Scelgo di non usare questa parola perché è ormai talmente deformata dall'uso che ne fanno i media da essere divenuta quasi parodica (con gran gioia dei suddetti media - d'altronde convincere gli altri della tua non-esistenza è il miglior trucco del diavolo, come spiegano ne I soliti sospetti).

venerdì 19 gennaio 2024

Saltburn

Sangue e sperma


Oliver Quick viene ammesso all'università di Oxford con una borsa di studio, ma le sue umili origini sembrano precludergli la compagnia degli altri studenti, tutti provenienti da famiglie molto ricche. Un giorno Oliver, per un colpo di fortuna, riesce a entrare nelle grazie di Felix Catton, il ragazzo più popolare dell'università. Questi, all'arrivo della pausa estiva, lo invita a trascorrere l'estate con lui e la sua eccentrica famiglia a Saltburn, la sua enorme tenuta. 

Che cos'è la lotta di classe? Parafrasando la celebre definizione della politica data da un politico italiano, si potrebbe dire che, per Emerald Fennell, è "sangue e sperma": un rapporto fatto di conflitto e attrazione, repulsione e irresistibile fascinazione per chi è diverso da noi, oggetto del desiderio o curiosa anomalia in grado di spezzare la monotonia della vita dei ricchi. Sensualità e violenza attraversano tutto il film, nascondendosi e poi riemergendo come fiumi carsici e dominandone le due metà. 

Su questi elementi, in continua contraddizione e, al tempo stesso, mutualmente costitutivi, Fennell costruisce un'ascesa in società che è anche una calata negli inferi dell'animo umano, un film conturbante e disturbante che seduce e repelle i sensi. Linus Sandgren, direttore della fotografia fedelissimo di Damien Chazelle, anche qui dà vita a immagini indimenticabili: pittoriche, scultoree, simboliche, o semplicemente bellissime, le inquadrature di Saltburn sono spesso un'opera d'arte. Barry Keoghan è l'anima del film, la chiave di volta senza il quale tutta la costruzione crollerebbe: il suo Oliver è magnetico, enigmatico, un Giano bifronte che sfugge a ogni classificazione, mercuriale e in continua mutazione. Accanto a lui, Jacob Elordi si trasforma in una divinità greca fatta di carne e marmo, trasfigurata in ogni inquadratura fino a trasformarsi in un letterale angelo durante una festa dai toni lisergici. Se l'occhio di Sandgren esalta Elordi, il suo apice lo raggiunge nello splendido finale, in cui Oliver abbandona ogni elemento apollineo per diventare un satiro dionisiaco che danza frenetico sulle spoglie conquistate - una scena memorabile, vibrante, liberatoria.

Se il film parla efficacemente agli occhi e alla pancia, tuttavia, non altrettanto si può dire della sua capacità di veicolare un messaggio e una storia efficaci e coerenti. Saltburn vorrebbe essere anche una satira sociale, in grado di mettere alla berlina la vacuità e brutalità delle differenze di classe e di un intero sistema di potere, esattamente come fatto nel suo ottimo (e migliore, in generale e da questo punto di vista in particolare) esordio, Una donna promettente. Il proposito, tuttavia, naufraga perché Fennell non riesce a criticare davvero il mondo upper class britannico cui lei stessa appartiene: Felix e i suoi parenti risultano tutt'al più eccentrici, mai davvero negativi, e alcuni di loro - Felix in testa - hanno nettamente più pregi che difetti. Il risultato è che Oliver, da working class hero, diventa un working class villain, buttando alle ortiche il messaggio che la regista vorrebbe veicolare. La carica politica di Teorema, cui alcuni hanno (comprensibilmente ma, a conti fatti, impropriamente) paragonato il film, è del tutto assente.

Non è, purtroppo, l'unico problema narrativo: il colpo di scena che divide nettamente in due il film può essere tale solo per chi non abbia mai letto o visto Il talento di Mr. Ripley. Inoltre, il colpo di scena stesso viene depotenziato da un finale che, oltre a sottovalutare le sinapsi dello spettatore nella sua ansia di spiegare (peraltro in modo poco convincente) quanto accaduto, rende del tutto incoerente il rapporto tra Oliver e Felix e, soprattutto, le motivazioni di Oliver.

Saltburn è quindi visivamente bellissimo, con tanti spunti interessanti, ma poca sostanza sotto una magnifica apparenza. Fennell asta l'asticella rispetto al primo film, ma questa maggiore ambizione si concretizza solo nel comparto visivo, mentre la forza e l'urgenza di Una donna promettente risultano del tutto assenti su quello narrativo. 

È un film che appaga i sensi ma solo in parte la mente, e che fa discutere più per le emozioni e sensazioni che suscita che per quel che racconta, nonostante abbia l'ambizione di raccontare tanto e veicolare messaggi importanti. In Saltburn, alla fine, lo sperma prevale sul sangue: e se, sul momento, il film risulta comunque potente, il suo impatto svanisce rapidamente, svicolando stanco come l'acqua nello scarico di una vasca da bagno.

***

Pier

PS: in futuro qualcuno ci spiegherà perché un film visivamente così magnifico non sia stato distribuito in sala - Italia caso unico o quasi - ma direttamente su Prime Video.

lunedì 15 gennaio 2024

Enea

Raccontare il vuoto


Enea e Valentino sono due ragazzi figli di famiglie della Roma salottiera e borghese. I due diventano spacciatori di cocaina quasi per gioco, senza rendersi conto né interessarsi troppo delle implicazioni e delle conseguenze di ciò che fanno.

Dopo il buon esordio di Predatori, Pietro Castellitto torna dietro la macchina da presa con una storia dalla tematica simile – il disagio generazionale di una specifica classe sociale – ma dalle ambizioni più elevate, sia a livello narrativo che a livello visivo.

Enea racconta i figli della Roma bene della sua età, dipinti come una generazione vuota, anzi, svuotata. L’unico valore che sia stato loro impartito è quello del denaro, della chiacchiera fine a se stessa, che non ha davvero nulla da dire (emblematica, in tal senso, la madre di Valentino). Le loro sono famiglie che pensano solo a perpetrare se stesse come collettivo, soffocando ogni individualità, ogni aspirazione. Titillano i figli con la prospettiva di mille opportunità che non si concretizzeranno mai e, anzi, spesso contribuiscono attivamente a non far concretizzare.

Castellitto guarda a un mondo che è innegabilmente il suo, ma non lo fa con simpatia o quantomeno empatia come viene sempre fatto in Italia dai cosiddetti “drammi borghesi”, ma con cattiveria, quasi con odio. Lo sguardo registico non ha alcuna pietà dei suoi personaggi, a partire dai due protagonisti, di cui mette pienamente a nudo l’insopportabile arroganza, lo scarso senso della realtà (“tu sei nato ricco”, dice a un certo punto il padre di Enea, riassumendo alla perfezione il problema), la totale mancanza di senso di responsabilità.

Quando qualcosa cambia, è troppo tardi, e resta solo da scegliere se trovare una via di fuga onorevole (o presunta tale, ma mi fermo qui per evitare spoiler) o semplicemente ignorare ciò che si è fatto, sperando che si risolva da solo perché è quello che la mia condizione sociale mi ha abituato a fare. Il finale è la sublimazione di questo atteggiamento, un finale potente in cui sullo sfondo c’è la morte e in primo piano la vita che continua e che addirittura vola verso l’alto, i protagonisti prigionieri (in)consapevoli di una favola che continuano a raccontare a se stessi. Ciò che sembra poetico è, infatti, l’ultima stoccata di Castellitto, la critica di un’illusione, di un’autonarrazione destinata a infrangersi di fronte alla cruda realtà.

Castellitto e Giorgio Quarzo Guarascio (il rapper Tutti Fenomeni) rendono alla perfezione il vuoto interiore di Enea e la strisciante depressione di Valentino. Enea è un guscio, incapace di capire le emozioni delle persone intorno a lui, e persino i suoi tentativi di redenzione, come aiutare il fratello adolescente o trovare l’amore, sono goffi, innaturali, e posticci, e destinati al fallimento. Castellitto lo interpreta di conseguenza, con un’espressione vacua sul volto, una maschera incapace di emozioni. Il suo fallimento è sublimato in una splendida scena muta con Valentino, in cui il rapporto tra i due viene squadernato con dolente dolcezza.

A livello visivo Castellitto esce dagli ambienti chiusi di Predatori e si tuffa in una Roma a volte lirica, a volte squallida, a volte solare, a volte crepuscolare, dove alla bellezza esteriore corrisponde una bruttezza interiore, e viceversa. Le scene più ricche di dignità si svolgono in case di riposo o vecchie automobili, illuminate in luce naturale, senza fronzoli; quelle più marce si svolgono in discoteche monumentali dalle luci sulfuree, che sembrano uscite da Apocalypse Now, e in splendidi circoli privati inondati di sole.

Castellitto, dunque, alza il tiro, realizzando un film complesso, sfaccettato, con tanti livelli di lettura e continui cambi di direzione. Spesso il film gli scappa di mano, alcuni dialoghi sono un po’ troppo retorici, e in generale non tutti i momenti sono riusciti. Resta, tuttavia, una visione originale, unica, che fa sì che il film nel complesso funzioni, e che alcuni dialoghi e immagini rimangano impressi nella memoria. In un cinema che ha fatto del compitino uno stile di vita, è bello vedere qualcuno che punta in alto, anche a costo di inciampare e fallire, nel tentativo di dire qualcosa di nuovo, o quantomeno di dirlo in modo diverso.

*** 1/2

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

domenica 14 gennaio 2024

Il Ragazzo e l'Airone

Per un mondo migliore


Il piccolo Mahito perde la madre in un incendio causato da un bombardamento. Due anni dopo, il padre e Mahito lasciano Tokyo per andare a vivere in campagna, dove li attende la sorella della defunta, divenuta nel frattempo la compagna del padre. Mahito fatica ad adattarsi alla nuova vita, fino a quando un airone cenerino parlante non lo trascina in una torre che nasconde un mondo fantastico.

Che Hayao Miyazaki, avvicinandosi a un finale di carriera che, come l'orizzonte, sembra sempre prossimo ma non arriva mai (e speriamo continui così), stia cercando una sintesi della sua opera e dei temi a lui cari non è una novità: con Si alza il vento aveva abbandonato il genere fantastico per cimentarsi con una biografia che era una riflessione sull'arte della creazione. Ne Il ragazzo e l'airone Miyazaki torna al fantastico, ma non abbandona il suo desiderio di trovare un filo conduttore, una summa di ciò che ha cercato di raccontare per decenni e, al tempo stesso, fare un bilancio della sua vita, del suo lavoro, della sua arte.

Non sorprende quindi che la sua nuova opera sia un film immensamente stratificato, che sotto l'apparenza della fiaba nasconde metafore, simboli, suggestioni che richiederebbero molteplici visioni per essere colti appieno (oltre che una conoscenza approfondita della cultura giapponese, che chi scrive, purtroppo, non possiede). La narrazione è sincopata, con frequenti cambi di ritmo: lenta e meditativa nella prima parte (dominata, non a caso, dall'acqua), frenetica e incalzante nella seconda (dominata, sempre non a caso, dal fuoco).

Il ragazzo e l'airone è una riflessione sulla crescita e la maturazione, che Miyazaki intende come abbandono dell' "io" per guardare al noi, dell'egoismo per il bene comune, dell'individuale per il collettivo. È anche un racconto di lutto e perdita, sia individuale (la madre di Mahito) che collettiva (il Giappone ferito dalla guerra), e di come farci i conti. È, infine, e forse soprattutto, un racconto della creatività in generale, e della carriera di Miyazaki in particolare: dell'ambizione di creare, attraverso l'arte, un mondo migliore, privo di guerre e sofferenze e pieno di magia, e della realizzazione che in questi mondi, per quanto meravigliosi, non si può fuggire, e che solo sporcandosi le mani per migliorare quello in cui viviamo possiamo realizzarci davvero.

L'animazione è come sempre sontuosa, con sfondi che paiono dipinti, elementi naturali mai così realistici (il fuoco in particolare), e alcune scene - su tutte quella delle bende e quella delle rane - che rimangono stampate nella memoria. I personaggi sono colorati, idiosincratici, originali, ricchi di personalità. Su tutti, a parte il protagonista Mahito - irrisolto, pieno di rabbia repressa, ma generoso: in una parola, vero - spicca l'uomo-airone che dà il titolo al film, ma anche i parrocchetti cannibali, perfetta incarnazione della stratificazione miyazakiana. Da un lato sono un geniale sfogo comico che arricchisce il film di humor e colore, dall'altro sono una rappresentazione dell'omologazione della società giapponese (in generale, ma in particolare durante la Seconda Guerra Mondiale), in cui tutti divengono meri esecutori di una volontà di potenza destinata a provocare distruzioni e tragedie. 

La musica di Joe Hisaishi è, come sempre, poetica, perfetto accompagnamento delle immagini criptiche, misteriose ed evocative create da Miyazaki. Su tutte spiccano il tema di Himi, incalzante e magico, con un sapiente uso dei cori, e quello di Mahito, carico di dolore e perdita, ma anche aperto al futuro e a un domani migliore.

Il ragazzo e l'airone non è, forse, il film migliore di Miyazaki, ma è senza dubbio quello che ne riassume al meglio le istanze (ecologiste, antibelliche, dialogiche), rielaborandole in un unicum a volte di complessa decifrazione, che parla all'anima più che alla testa, e che è il perfetto testamento (il che non vuol dire che sarà il suo ultimo film: Scorsese con The Irishman insegna) di un artista che da decenni continua a fare arte per salvare l'umanità e il pianeta, senza rinunciare a intrattenere e commuovere e tracciando una strada per il futuro, una strada in cui la creatività salva il mondo non immaginandone uno alternativo, ma immaginando soluzioni per renderlo migliore.

**** 1/2

Pier

mercoledì 3 gennaio 2024

Foglie al Vento

Poesia proletaria


Ansa, una cassiera del supermercato, e Holappa, un operaio, vivono esistenze solitarie, scandite dal lavoro e, soprattutto per lui, dalle bevute con gli amici. Una notte si incontrano. Il desiderio di conoscersi meglio si scontra con il caso e con gli imprevisti, lasciandoli con la paura di non ritrovarsi più. 

Due solitudini che si incontrano, una Helsinki fredda, grigia, desolata e distante, che però si riempie di colore e musica nei luoghi più inaspettati: un bar di karaoke, una camera di ospedale, un appartamento solitario. Bastano questi ingredienti per capire che siamo in un film di Aki Kaurismäki, pittore cinematografico di naufraghi alla deriva sulla zattera della vita, e che solo nell'incontro fortuito con altri naufraghi trovano un rimedio alla solitudine e all'alienazione cui li costringe la società.

Foglie al vento è il nuovo verso di un poema che Kaurismäki scrive da più di quarant'anni, un poema sociale e proletario in cui una società sempre più cinica, utilitarista e impietosa produce solitudine e depressione, e solo nelle persone e negli spazi che co-abitano si possono trovare salvezza e bellezza. I protagonisti sono un operaio e una cassiera, vittime di se stessi ma soprattutto della crudele ottusità di chi dà loro lavoro. Si incontrano, si perdono, si ritrovano, si perdono di nuovo, sballottati da un Fato che gioca con loro e con i loro amici. 

Il Fato si manifesta in luoghi all'apparenza prosaici che però nelle mani di Kaurismäki si fanno opere d'arte, templi aconfessionali dove si celebra la Vita, con colori pastello e musiche allegre, struggenti, intonate, e stonate a fare da cornice a quadri di quotidiana bellezza, una bellezza che salva l'anima. I protagonisti di Foglie al Vento sono personaggi appesi, con lo sguardo fisso nel vuoto o, meglio, nell'abisso che si continua ad aprire di fronte a loro, e a cui, a volte, vorrebbero solo abbandonarsi. Diventano i salvagenti l'una dell'altro, in balia dei capricci della natura, della corrente e del vento, ma, finalmente, non più soli.

Foglie al vento è un film di piccole cose, ma racconta le grandi tematiche dell'esistenza umana. È una storia d'amore proletaria che si fa saggio filosofico, sociologico, antropologico. È anche la storia dell'anima perduta di una città, svuotata di ogni energia, desiderio, ambizione, e ridotta ad agglomerato grigio di tante solitudini disperate. Nella storia dei due protagonisti, Kaurismäki delinea una via d'uscità per l'anima di Helsinki ma, ci piace immaginare, per quella del mondo: un'anima scivolata fuori dalla vista, nascostasi per la paura, ma pronta a risorgere di fronte a uno sguardo gentile, a una parola d'amore. 

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Pier

sabato 30 dicembre 2023

Wonka

Una cioccolata calda


Il giovane Willy Wonka arriva in città con il sogno di aprire un negozio dove vendere le sue geniali creazioni a base di cioccolato. Tuttavia, i tre cioccolatai già presenti in città non vedono di buon occhio la sua concorrenza, e fanno di tutto per liberarsi di lui. Inoltre, la locanda presso cui finisce per alloggiare si rivela tutt'altro che rispettabile.

C'è un aggettivo inglese che non ha un'esatta corrispondenza in italiano, ma che è perfetto per descrivere Wonka: heart-warming, "scalda-cuore." Wonka è infatti un film che scalda il cuore, un perfetto musical natalizio in grado di far sognare, sperare, ridere e, perché no, commuoversi; un film in cui i cattivi sono cattivissimi e i buoni sono buoni, e in cui l'ostacolo principale è un mondo cinico che non solo non accetta i sognatori, ma li ostacola attivamente. Paul King può ormai essere considerato il maestro di questo genere di film, dato che ha realizzato Paddington e il suo sequel Paddington 2: due film che non solo sono perfetti rappresentanti del concetto di "scalda-cuore", ma hanno ottenuto un clamoroso successo di critica, oltre che di pubblico.

Wonka riprende ottimamente molti dei fattori di successo di Paddington, calandoli nella realtà a metà tra il dickensiano e lo steampunk del libro di Roal Dahl, in cui tutte le cose belle e desiderabili nascondono insospettabili lati oscuri. Ritroviamo quindi un protagonista sognatore e dal cuore d'oro, talmente naïf da terminare tutti i pochi soldi a sua disposizione non appena messo piede nella grande città (un misto tra il centro di Parigi durante la Belle Époque e i bassifondi di Londra durante l'età vittoriana); dei compagni che inizialmente sono increduli di fronte alle gesta del folle, adorabile protagonista, ma poi iniziano ad apprezzarlo; e Hugh Grant in un ruolo molto lontano da quelli cui ci ha abituato (se non avete visto il trailer, fatevi un favore: andate in sala senza sapere nulla e godetevi la sorpresa).

Narrativamente, il film ha un'idea geniale nel presentarci un Wonka molto diverso da quello che farà la sua comparsa ne La Fabbrica di Cioccolato: è già un geniale inventore (di macchinari, oltre che di ricette) e ha già uno straordinario carisma, ma gli mancano ancora quel cinismo e quell'oscurità che esibirà nella sua versione adulta. È un giovane entusiasta, non ancora indurito dal cinismo e dalla crudeltà del mondo, ancora fiducioso circa la possibilità di redimersi ed elevarsi dell'umanità. Come origin story, Wonka funziona meglio dei flashback presentati nel remake burtoniano, e lascia la curiosità per un seguito che spieghi come Wonka sia diventato quello che conosciamo nel romanzo. 


Chalamet offre al protagonista un entusiasmo fanciullesco e un aspetto elfico, oltremondano, che ben si adatta alla personalità sognatrice e dirompente del suo Willy, e dimostra anche ottime e inaspettate doti nel canto e nel ballo. I personaggi di contorno sembrano usciti direttamente da Dickens, sia per quanto riguarda gli alleati di Willy (ottima Calah Lane nel ruolo di Noodle), sia per quanto riguarda gli antagonisti. Per questi ultimi, King riprende sia la vena "drammatica" di Dickens (la Mrs. Scrubbit di Oliva Colman ricorda i grandi malvagi di Oliver Twist e David Copperfield), sia quella "comica", con i tre monopolisti del cioccolato che uniscono brillantemente malvagità e ridicolo.

Visivamente e musicalmente il film è una gioia per occhi e orecchie. La fotografia e le scenografie sono splendide, colorate e fiabesche, così come alcune trovate come i mini-macchinari di Wonka. Le canzoni, composte da Neil Hannon e scritte dallo stesso King insieme all'altro sceneggiatore Simon Farnaby, sono perfette per un musical di questo genere, e offrono il giusto mix di allegria, coreografie pazze, e intimismo. Ottimo anche il modo in cui vengono riprese le due canzoni più iconiche del film originale con Gene Wilder, utilizzate per marcare momenti chiave dal punto di vista emotivo anziché come semplice "momento nostalgia."

Wonka arrivava in sala accompagnato da quel comprensibile scetticismo che accompagna operazioni di questo genere: un prequel per un grande classico ha sempre il rischio di risultare una "copia inferiore", che non aggiunge nulla a quanto già detto nell'originale. King ha preso una strada decisamente inaspettata, persino rischiosa, tratteggiando un protagonista e un film decisamente diversi dall'originale, ma allo stesso tempo perfettamente connessi con esso.

La scommessa è decisamente vinta. Wonka è un perfetto dolce natalizio, una cioccolata calda che protegge contro i rigori del mondo e lascia lo spettatore con occhi sognanti, e il desiderio di averne ancora. Se non amate i film "scalda-cuore", passate oltre. Ma se amate perdervi in una fiaba fatta di immaginazione, riscatto, umorismo, colori, musiche (e dolciumi), non perdetelo (possibilmente in lingua originale): ve ne pentireste.

**** 1/2

Pier