martedì 20 luglio 2021

In the Heights - Sognando a New York

Un sogno collettivo


Il musical è il genere onirico per eccellenza: dai grandi classici come Cantando sotto la pioggia agli esempi più recenti come Moulin Rouge o La La Land, passando per le versioni animate della Disney, il musical mette da sempre in scena speranze, ambizioni, desideri, mischiando il reale e il fantastico. I musical più riusciti, tuttavia, sono quelli in cui la realtà rimane ben visibile, in grado di spezzare il sogno così come di farlo carne e renderlo realtà.

In the Heights racconta un sogno collettivo, che attraversa vite e generazioni: quello della comunità latina di Washington Heights. Certo, formalmente il protagonista è Usnavi, ma Usnavi non è altro che un narratore, che racconta una storia che è anche la sua, ma non solo la sua. È la storia di Nina, che sente il peso di dover riscattare un'intera comunità; è la storia di Kevin, che è disposto a sacrificare tutto per dare a sua figlia la possibilità che lui non ha avuto; è la storia di Abuela, che ha fatto da nonna a tutti, dispensando amore per dare agli altri quello che lei, immigrata di prima generazione, non aveva ricevuto - per aiutare gli altri sogni a fiorire. Ed è quello di tanti altri personaggi, i cui sogni si fanno canto e si uniscono a quelli dei protagonisti in un'opera sinfonica corale - non per nulla una delle canzoni si intitola Hundreds of stories - che dà voce a un'intera comunità, a un'intera esperienza - quella, appunto, dei cittadini immigrati, di prima o seconda generazione, divisi tra la patria che li accolti e quella che hanno dovuto lasciare, tra l'orgoglio per le proprie radici e quello per ciò che sono riusciti a ottenere nella loro nuova vita.

La colonna sonora di In the Heights è strepitosa, il trionfo del genio musicale di Lil-Manuel Miranda (Hamilton è il suo trionfo di scrittura, ma musicalmente non fa altro che riprendere ed elaborare suggestioni introdotte qui): un tappeto sonoro ricco, vibrante, che non lascia un attimo di tregua, ed esplode con note felici, malinconiche, orgogliose, rassegnate, divertite, un turbinio di emozioni che avvolge, conquista, trasporta, fa sognare. La gioia della canzone d'apertura, l'energia irrefrenabile di In the club e Carnaval del barrio, la malinconia di Breathe e When you're home, la devastante potenza emotiva di Patiencia y fe (il momento migliore del film, a livello sia musicale che visivo, anche grazie alla fenomenale performance di Olga Merediz): tutti questi ingredienti si mescolano in un affresco musicale omogeneo che ci trasporta nel quartiere, facendoci respirare, sudare, emozionare con i protagonisti.


Il cast è indovinato, tra vecchie conoscenze televisive (Stephanie Beatriz, Jimmy Smits), membri del cast originale di Broadway (Olga Merediz) e altre vecchie conoscenze di Miranda (lo splendido protagonista Anthony Ramos) - Miranda che si ritaglia per sé la parte, piccola ma memorabile, del piragüero. Quel che funziona e convince è, come detto, il collettivo, con gli attori che sembrano vecchissimi amici che si ritrovano per una rimpatriata, interagendo e dandosi manforte con grande affiatamento e complicità.

Jon Chu dirige il film con buona inventiva, anche se a volte rimane la sensazione che avrebbe potuto osare ancora di più. Le sue scelte sono comunque efficaci: Chu accompagna la poliedricità delle musiche con un caleidoscopio di colori e coreografie, un'esplosione di vitalità e movimento che omaggia i musical classici e li trasporta in una dimensione più quotidiana senza sacrificare la fantasia e l'immaginazione. I colpi di scena della trama sono riusciti anche per la sua capacità di giocare con le immagini e con la sceneggiatura, mettendoli al servizio del vero protagonista - il quartiere di Washington Heights.

In the Heights è, a dispetto delle innovazioni musicali, un musical classico, un'ode al potere del sogno che si muove tra una canzone e l'altra con il giusto mix di grazia e gravitas, risultando dolce ma mai sdolcinato, commovente ma mai alla ricerca della lacrima facile. Se il genere non fa per voi, evitatelo; ma se siete amanti del cinema che fa sognare a occhi aperti, lasciatevi trasportare tra i suoni e la luce delle vie di Washington Heights: non ve ne pentirete.

**** 1/2

Pier

mercoledì 14 luglio 2021

Black widow

Mission Impossible: Fuggire dal genere


Black Widow ha una storia tormentata quasi quanto quella della sua protagonista. Programmato per anni, realizzato solo a ridosso della pandemia, e per questo posticipato fino a oggi, arriva in sala avvolto da una patina di mistero ed "estraneità" a un universo Marvel che ha sorpassato gli eventi raccontati nel film. Era, insomma, un film che non poteva reggersi sull'hype, sul desiderio di scoprire i nuovi sviluppi della macrotrama che si dipana sui vari film.

Sembrava quindi l'occasione per provare a fare qualcosa di nuovo, tornare a quegli esperimenti del "genere nel genere" che erano stati la forza dell'universo Marvel fino a Civil War, quando iniziò l'abbandono delle differenze a livello visivo, presto seguite da quelle narrative e di tono (si veda Thor Ragnarock, lontanissimo dai toni shakespeariani dei predecessori e più vicino a quelli da space opera comica dei Guardiani della Galassia). Ormai l'universo Marvel è incredibilmente e volutamente omogeneo, e per trovare qualche lampo di diversità bisogna rivolgersi alle serie TV su Disney+, WandaVision in primis.

Black Widow avrebbe la libertà di essere un film di genere - lo spionaggio di azione di James Bond o Mission Impossible - e di avere quel tocco di realismo che spesso giocoforza manca dai film Marvel. La Vedova Nera non ha superpoteri, non ha armature potenziate o ali robotiche: è umana, molto umana, con un passato traumatico alle spalle e solo le sue forze e la sua astuzia a consentirle di portare a termine le sue missioni - esattamente come James Bond e Ethan Hunt.

E, per la prima metà di film, ci prova, e ci riesce egregiamente: la sequenza di apertura è, a mani basse, una delle migliori mai realizzate nel MCU, con la tensione che cresce, cresce, cresce, fino a esplodere, e lo scenario che passa da familiare a eccezionale nel giro di pochi, efficacissimi minuti. A seguire, dei titoli di testa degni di Zach Snyder (è un complimento, Snyder ha mille difetti ma sa fare i titoli di testa come pochi altri), con una versione a cappella di una celebre canzone rock ad accompagnare delle immagini incredibilmente crude per un film Marvel, che riflettono gli abusi che le bambine destinate a diventare le Vedove hanno dovuto subire. 
La fuga di Natasha e il successivo incontro-scontro con il suo passato sono gestite magistralmente, con scene di inseguimento e combattimento che non sfigurerebbero in uno dei migliori Mission Impossible. Il dramma e l'azione prevalgono sulle parti comiche, pur presenti, e l'incontro scontro tra Scarlett Johansson e Florence Pugh è teso, asciutto, vero.

Non i tipici titoli di un film Marvel

Poi, improvvisamente, il film vira in un'altra direzione, tornando in territori più familiari ai film minori del MCU: battute a raffica, personaggi macchiettistici, azione edulcorata e ripresa con la solita shaky cam, utilizzo eccessivo di computer grafica, fotografia standard (qualcuno potrebbe dire smarmellata). Il paradigma Marvel prende possesso del film e non lo abbandona più, tradendone la natura e distruggendo l'identità che era riuscito a crearsi nel primo atto. Il risultato è straniante e deludente, in quanto butta alle ortiche la possibilità di fare qualcosa di diverso, in grado di distinguersi dalla massa, e invece risulta uno strano miscuglio tra qualcosa di nuovo e l'obbligo di seguire una sorta di manuale Cencelli della sceneggiatura Marvel. L'anima "cruda" del film torna a fare capolino qui e là (soprattutto nel confronto tra la Vedova Nera e Dreykov), come a non volersi rassegnare all'omologazione, ma esce sconfitta e scompare definitivamente nel grande scontro di chiusura.

Le new entries tra gli attori subiscono il destino della sceneggiatura loro affidata: Florence Pugh brilla e dà vita a un personaggio vivo ed energico, che entra subito nel cuore dello spettatore grazie alle sue sfaccettature; Rachel Weisz e David Harbour sono invece costretti a lavorare con delle macchiette, con la sceneggiatura che rinuncia del tutto ad approfondirne la psicologia - e, soprattutto nel caso del personaggio di Harbour (il Red Guardian), sarebbe stato estremamente interessante. Scarlett Johansson sembra finalmente divertirsi con un personaggio troppo spesso lasciato sullo sfondo nei film corali, e che qui invece viene tratteggiato con attenzione e buona profondità.

Black Widow è un'occasione mancata: dopo un inizio folgorante, sembra quasi rassegnarsi a essere semplice prodotto di intrattenimento "scolastico" e nulla più. Un vero peccato, perché il potenziale c'era, e la decisione di portare il film nella solita, conosciutissima direzione sembra posticcia, appiccicata ex post per non deviare da una formula sì vincente, ma che sta cominciando a esaurire le sue cartucce.

***

Pier

mercoledì 7 luglio 2021

A quiet place II

Il linguaggio del silenzio


La famiglia Abbott è costretta a lasciare il suo rifugio dopo gli eventi che hanno portato alla morte del padre. Sulla strada troveranno nuovi pericoli, ma anche quella che potrebbe essere una nuova speranza. La tensione tra il desiderio di inseguirla e la volontà di non correre rischi porteranno la famiglia a dividersi.

Dopo il successo inaspettato (ma meritato) del primo capitolo, era quasi inevitabile per John Krasinski realizzarne un sequel. Con un'ottima intuizione, Krasinski decide di ricominciare esattamente dove era finito il primo film, con la famiglia Abbott che si lecca le ferite prima di abbandonare definitivamente il luogo che, a lungo, ha chiamato casa. La sequenza d'apertura, tuttavia, è dedicata al vero inizio - l'arrivo delle creature aliene fonosensibili sulla Terra, mai mostrato nel primo film. Krasinski costruisce la scena con maestria, dimostrando ottime doti registiche anche con scene d'azione postapocalittiche più tradizionali, e rappresentando al meglio lo smarrimento degli Abbott e dei loro concittadini di fronte all'arrivo di quella minaccia sconosciuta.

Nel presente, lo smarrimento ha lasciato spazio a una cupa rassegnazione. Il passaggio è sottolineato dalla fotografia - più cupa e desaturata nel presente, più accesa e vitale nel passato - ma soprattutto dal sonoro: dopo le urla e le esplosioni si torna infatti a quel ferale, minaccioso silenzio che permeava il primo film, un silenzio salvifico nei confronti dei mostri ma fonte di continua tensione. Krasinski e il suo team di effetti sonori continuano a lavorare magnificamente, giocando anche con la sordità di Regan, e creando una tensione compatta ed efficace che si protrae per tutto il film.

La sceneggiatura è semplice, asciutta, minimalista. Da un lato questo è un pregio, perché consente alla storia di proseguire in modo snello (durata di 90 minuti, ormai una mosca bianca) ed efficace, mantenendo sempre alta la tensione, senza un momento di calo o di noia e senza quegli inutili momenti di dialogo espositivo che spesso affossano questo genere di film. Dall'altro, tuttavia, la storia tradisce la natura "di transizione" del film, il suo essere ponte necessario tra il primo capitolo e il terzo in arrivo. A quiet place II è, di fatto, il racconto di una (stra)ordinaria giornata di sopravvivenza, con una scoperta potenzialmente importante che però non sembra in grado di cambiare le sorti dell'umanità: ma, forse, a Krasinski interessa mantenere un focus più intimo e raccolto, e questo secondo capitolo ha in effetti il potenziale di cambiare le sorti degli Abbott. 

Il cast è sempre efficace, con la new entry Cillian Murphy che raccoglie egregiamente il testimone di Krasinski, offrendo un personaggio diverso, indurito dagli eventi, che ritrova una motivazione al di là della mera sopravvivenza grazie all'incontro (o, meglio, il ritrovamento) con gli Abbott. Emily Blunt risulta ancora più convincente come eroina, ma a brillare è la giovane Millicent Simmonds, perfetta personificazione dei punti di forza del film: poche parole, tanta azione, capacità di usare il suono a proprio vantaggio.

A quiet place II è un ottimo sequel sul piano dell'esecuzione, in quanto replica ed eleva gli elementi migliori del primo film, alzando ulteriormente l'asticella della tensione. Lascia però un po' di amaro in bocca, perché era forse lecito aspettarsi un po' più di creatività, qualche novità sostanziale rispetto alla formula efficace del primo anziché una ripetizione, ancorché notevolmente migliorata e implementata alla perfezione. Speriamo che Krasinski, ormai perfettamente in controllo della propria creatura, abbia riservato il meglio per il finale prossimo venturo.

****

Pier


sabato 3 luglio 2021

The father (In pillole #18)

Frammenti di memoria



Il racconto della demenza senile non è certo nuovo al cinema, soprattutto negli ultimi anni, in cui film come Still Alice, Away from her, e The leisure seeker hanno affrontato il tema con toni e prospettive molto differenti. Tutti questi film, tuttavia, adottavano una prospettiva esterna alla malattia, mostrando il decadimento mentale e fisico della protagonista come visto da un osservatore. The father ribalta questa prospettiva, e ci porta all'interno del cervello del malato, mostrandoci la realtà dal suo punto di vista. La macchina da presa di The father è un narratore inattendibile, che procede per salti, collegamenti (il)logici, rivisitazioni di scene precedenti, giustapposizioni: è un viaggio in una mente durante il processo di frammentazione indotto dalla malattia, tra i fantasmi che sembrano reali e la realtà che diventa sogno. 

La sceneggiatura di Florian Zeller è, semplicemente, un capolavoro: tesa, ritmata, coraggiosa, cattura lo spettatore dalla prima scena e non lo abbandona più, trascinandolo nelle profondità della mente e continuando a sorprenderlo, disorientarlo, emozionarlo fino all'ultima inquadratura. 
La regia di Zeller è meno creativa della sua sceneggiatura ma comunque ottima, in grado di superare l'origine teatrale del testo per mettere in scena una macchina visiva e sonora efficace ed evocativa grazie ad alcune scelte artistiche molto azzeccate: la musica diegetica chiaramente distinta da quella extradiegetica, il gioco visivo dei sottili cambiamenti degli spazi e delle situazioni, con la ripetizione delle inquadrature a sottolineare differenze dapprima marginali che divengono sempre più macroscopiche. Il gioco è sorretto da un montaggio da manuale, che gioca con il tempo interno della storia (tempo che, peraltro, è uno dei temi centrali del film), dilatandolo e comprimendolo a seconda delle necessità.

La forza emotiva del film, tuttavia, è tutta nelle mani di Anthony Hopkins, qui forse alla miglior prova di una già scintillante carriera. Non esistono parole che possano descrivere l'incredibile naturalezza dell'attore gallese nel raccontare un uomo malato che cerca disperatamente di aggrapparsi alle ultime certezze che la sua mente gli offre. Rabbia, debolezza, paura, charme: Hopkins offre questo, e tanto altro, dando credibilità a scene che in mano a un altro attore sarebbero state ad altissimo rischio di ridicolo, e che lui trasforma in momenti straordinari, catartici, umani. Accanto a lui impallidisce anche l'ennesima prova sublime di Oliva Colman, perfetta nel rendere il caleidoscopio di emozioni che la figlia di un malato di demenza senile si trova a provare.

The father non è solo un film sulla malattia, ma un magnifico ritratto della mente e della memoria umana, che ci mette di fronte alla loro fragilità e a come siano in grado di distorcere la realtà. Un viaggio dentro noi stessi, che evidenzia come ciò che ci rende chi siamo - la nostra identità - risieda soprattutto nella nostra capacità di pensare, sentire, ricordare. Non perdetelo.

****1/2

Pier

Nota dell'autore adirato: la distribuzione italiana ha, come da tradizione, deciso di aggiungere un pleonastico sottotitolo al titolo originale, ovvero "Nulla è come sembra" - roba da thriller estivo di seconda visione. Quando la smetteremo con queste scelte penose?

domenica 20 giugno 2021

Luca

E il naufragar m'è dolce in questo mare


Luca Paguro è una giovane creatura marina. Vive nelle profondità del mare a pochi passi dalla cittadina Ligure di Portorosso e trascorre le sue giornate pascolando pesci-pecore. La sua specie ha il potere di trasformarsi in umani fuori dall'acqua, ma i suoi genitori non vogliono che si avvicini alla superficie. Quando incontra Alberto Scorfano, un suo coetaneo che va e viene dalla superficie senza problemi, Luca si convince a fare il passo che non aveva mai osato fare e va a vivere in superficie. Insieme ad Alberto conoscerà Giulia, figlia di un pescatore di Portorosso, e insieme a lei si iscriveranno a una gara per vincere il denaro necessario a coronare il loro sogno: comprare una Vespa per girare il mondo.

Sono pochi i film in grado di trasportarti fisicamente nel luogo e nel tempo in cui sono ambientati, al punto che ti sembra di vedere i colori, sentire gli odori, i sapori. Luca è uno di quelli, una madeleine continua che riporta in superficie il bambino-quasi-adolescente che ancora alberga, sopito, in ognuno di noi e gli fa sussurrare: questi sono i miei ricordi. Lo spettatore viene travolto da un'esperienza sinestetica, in cui vede, sente il mare che sciaborda, annusa e assapora le trenette, ascolta le musiche che risuonano in piazza in mezzo alle urla dei bambini che giocano a calcio. Non importa che le musiche non siano le sue, che i poster dei film (La strada, Vacanze romane) non siano quelli della sua epoca, o che i suoi ricordi d'infanzia non siano legati alle Cinque Terre: la sua memoria li rimpiazzerà, rendendoli i suoi ricordi. 

Come altri grandi film del genere, come Stand by me e I Goonies, Luca racconta quelle estati infinite che sono proprie dell'adolescenza, in cui tutto sembra destinato a durare in eterno e ogni impresa da scavezzacollo diventa una questione di vita o di morte. Luca profuma di prime amicizie, della nuova ed eccitante sensazione di poter essere finalmente indipendenti, di avere una vita che va al di là di quella dei propri genitori; ma anche le primi liti, i primi tradimenti, le prime vere incertezze emotive. Il tema della diversità, della paura di essere esclusi e del desiderio quasi feroce di integrazione viene declinato in modo delicato ma proprio per questo efficace. Il film evita inutili tirate retoriche, affidandosi semplicemente alla forza della storia e dei personaggi, facendoci soffrire con loro di fronte alle scelte che si trovano costretti a fare, con echi di un capolavoro come Sciuscià in alcune scene.


Sullo sfondo, una Liguria luminosa, calda, un'esplosione di colore e luce che riflette un luogo della memoria (come nei racconti di Big Fish o, per restare in casa Pixar, nel meraviglioso flashback di Ratatouille, o la struggente canzone di Jessie in Toy Story 2) più che un luogo reale - un luogo filtrato dal ricordo, e reso per questo meraviglioso e indimenticabile. Al tempo stesso, il regista Enrico Casarosa racconta la sua terra con l'amore di un figlio che ne ha nostalgia, arricchendola di dettagli tanto precisi quanto meravigliosi, disseminati qua e là per il film come tanti piccoli tesori da scoprire in più visioni. L'amore per la Liguria e l'Italia traspare in ogni inquadratura e in ogni battuta, con espliciti omaggi a Calvino (dalla piazza al cognome di Giulia), Fellini, e tanti altri.

Se la struttura narrativa è relativamente semplice e punta a toccare le corde emotive più che quelle "cerebrali", quella visiva è una delle più innovative viste negli ultimi anni in casa Pixar. Casarosa sperimenta in modo coraggioso, ibridando le forme delicate e rotondeggianti della Pixar con i linguaggi di altre tradizioni di animazione: il design dei personaggi che ricorda quello delle animazioni in stop-motion della Aardman; quello dei paesaggi e degli elementi naturalistici cita e rielabora lo stile "acquarellato" dello studio Ghibli di Hayao Miyazaki (la cui influenza si sente anche nella storia e nel suo messaggio); quello degli animali ricorda lo stile di Enzo d'Alò ne La gabbianella e il gatto; e quello delle scene oniriche porta avanti il discorso iniziato dallo stesso Casarosa nel suo splendido corto, La Luna.  Il risultato è un film visivamente unico (che, nota a margine, avrebbe meritato la magia della sala e invece è stato inopinatamente confinato allo schermo di casa), diverso dai precedenti film Pixar così come diverso è il taglio dato alla storia, che punta tutto sulle emozioni senza però rinunciare al "doppio binario" per ragazzi e adulti: se i ragazzi si divertiranno di fronte a una comicità più slapstick e fisica del solito, la nostalgia è senza dubbio un'emozione da e per adulti.


Luca è un film ingannevole: apparentemente semplice e lineare, cresce lentamente dentro lo spettatore, facendosi strada nel suo cuore e nella sua memoria fino a scatenare un'esplosione di emozioni incontrollabile, che colpisce dritto al cuore nel terzo atto e non lo abbandona mai fino ai titoli di coda. Come l'interminabile scalata in bici del finale, Luca sale, supera ostacoli, matura insieme ai suoi spettatori, rivelandosi infine al mondo come i suoi protagonisti: un film pieno di cuore, coraggio, emozioni, che evoca quell'intensa malinconia che si prova solo alla fine di un'estate (poco importa se di oggi o di tanto tempo fa) e invita lo spettatore a lasciarsi andare e naufragare dolcemente nel mare dei ricordi.

**** 1/2

Pier


PS: suggerisco la visione in originale. I personaggi fanno ampio uso dell'italiano e la commistione delle due lingue, ovviamente, viene persa con il doppiaggio.


sabato 19 giugno 2021

Il divin codino

La (troppa) normalità del divino


Il film racconta la vita di Roberto Baggio, dagli inizi nelle giovanili del Vicenza fino a fine carriera, focalizzandosi sul suo rapporto con la Nazionale, e in particolare sul Mondiale del 1994.

Poche carriere sportive si prestano al racconto filmico come quella di Roberto Baggio: un talento purissimo frenato da continui infortuni e capace di rialzarsi da ciascuno di essi in tempi record, grazie a una volontà di ferro; amato dal pubblico di tutta Italia nonostante i suoi numerosi cambi di casacca, e altrettanto osteggiato da quasi tutti gli allenatori, messi in difficoltà dalla sua difficile collocazione tattica e (forse, probabilmente) anche dalla sua popolarità. Il materiale, insomma, era sopraffino e poteva essere affrontato con mille angolazioni, focalizzandosi sul rapporto tra talento e ragione, sulla benedizione/maledizione dell'affetto nazionalpopolare, e chi più ne ha, più ne metta.

Il divin codino sceglie la strada del rapporto di Baggio con il padre e con la Nazionale, intesa sia come traguardo personale che come incarnazione di un'intera nazione che gli ha dato quell'amore che non trovava nelle figure autoritarie della sua vita (padre e allenatori). La scelta potrebbe funzionare, se non fosse che il film non imbocca mai veramente questa strada, focalizzandosi su momenti non pertinenti e saltando momenti cruciali: mancano il Mondiale del 1990, il primo in cui fu convocato, e poi quello del 1998, in cui fu inaspettato protagonista, e l'esclusione inaspettata dall'Europeo del 2000. 

Queste scelte appaiono bizzarre e poco coerenti, soprattutto se poi si decide di raccontare in dettaglio alcuni momenti della sua carriera nei club, come il passaggio alla Fiorentina e quello al Brescia: nulla di male, se non fosse che poi si ignorano del tutto i suoi anni alla Juventus, al Milan, all'Inter, al Bologna, e persino la vittoria del Pallone d'Oro, nominata solo di striscio. 
Anche la fede buddista di Baggio, centrale per la sua carriera e la sua maturazione, sembra quasi un'intrusa, comparendo in alcuni momenti del film senza aggiungere nulla di più al messaggio e al significato.
La sensazione che resta è quella di una visione poco coerente, che ha cercato di raccontare troppo in troppo poco tempo, offrendo quindi un ritratto superficiale e poco riuscito che non può essere salvato dai pochi momenti azzeccati, come quello di mostrare le vere immagini dell'addio di Baggio al calcio, o i siparietti con Carletto Mazzone.

La regia è scialba quanto la sceneggiatura, ma più focalizzata e coerente nelle scelte di musica,  fotografia e montaggio: Letizia Lamartire sceglie di raccontare il Baggio intimo, personale, concentrandosi sui personaggi più che sulle partite, e porta avanti questa scelta con frequenti primi piani, numerosi dialoghi, e pochissimo campo che, anche quando viene rappresentato, rimane sempre distante, un palcoscenico freddo e quasi irreale.

Si salvano, nella mediocrità generale, gli interpreti: Andrea Arcangeli è perfetto nel ruolo del protagonista, di cui riesce a catturare la dolente malinconia che sembrava accompagnarlo, antitesi e  contrappunto alla gioia che riusciva a trasmettere con il suo gioco. Accanto a lui si distinguono un ottimo Andrea Pennacchi nel ruolo del padre, e un sorprendente Martufello nel ruolo di Mazzone: la sua presenza è un vero e proprio raggio di sole in uno dei momenti più nebulosi e noiosi del film, e la sua prova avrebbe meritato indubbiamente più spazio.

Il divin codino è, in sintesi, un'opera superficiale, con alcuni momenti indovinati ma un generale senso di scarsa fantasia e coraggio: un peccato mortale per un film che dovrebbe raccontare un personaggio segnato dalla sua eccezionalità, della sua diversità, con una vita da romanzo che finisce invece per somigliare a quella di un prete di campagna di uno sceneggiato Rai, con tanto di volemose bene finale. Peccato: il Divin Codino si sarebbe meritato di meglio.

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Pier

lunedì 31 maggio 2021

Minari (In pillole #17)

I nuovi pionieri


Esiste ancora il sogno americano? Partendo da questa domanda all'apparenza semplice, Lee Isaac Chung affronta uno dei temi riscrive il mito dei pionieri dal punto di vista dei nuovi immigrati - in questo caso, una famiglia coreana che si trasferisce negli USA negli anni Ottanta. Così come Hamilton, il musical di Lil' Manuel Miranda, trasforma il mito dei padri fondatori per parlare di una nazione fondata, creata, e animata da immigrati, Minari riprende la mitologia della frontiera e la trasforma in una storia nuova, raccontata con l'occhio di immigrati di prima e soprattutto seconda generazione, sospesi tra la cultura di una terra mai conosciuta e quella del paese che li ospita.

Non è un caso che il vero protagonista sia David, il figlio, che fatica ad accettare l'ingombrante presenza della nonna, nei suoi occhi figlia di un passato che non conosce ma che condiziona ancora la sua vita, scandita da tradizioni religiose e culinarie che i genitori vogliono tenere vive, ma che per lui costituiscono solo un ostacolo. La nonna si rivelerà ben più anticonformista del previsto, creando un solido ponte tra la tradizione (rappresentata dal minari, erba in grado di crescere ovunque, una volta piantata) e la loro nuova comunità. La tensione tra tradizione e innovazione, passato e futuro, permea tutto il film e si sostanzia soprattutto nei genitori di David, impegnati in una guerra di valori silenziosa che trova tregua solo nell'amore familiare.

Minari è un film all'apparenza semplice, ma in realtà complesso, stratificato, ricco di significati senza per questo essere didascalico come altri film che cercano di compiere la stessa operazione. Il paesaggio dell'Arkansas sembra un'Arcadia senza tempo (la fotografia è una goduria per gli occhi), e la narrazione ha  echi delle grandi epopee di Steinbeck, intime ma al tempo stesso di afflato biblico. 

Chung racconta la famiglia protagonista con uno sguardo delicato e divertito, affrontando anche i momenti più drammatici con la leggerezza propria dell'infanzia. Il risultato è un racconto semplice ma efficace, che racconta una vicenda privata ma universale, in cui una famiglia cerca un proprio posto in un nuovo mondo, e i suoi membri cercano la propria identità all'interno della famiglia stessa. Un piccolo gioiello: non perdetelo.

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Pier