sabato 12 settembre 2026

Venezia 2026 - Il Totoleone

Siamo giunti al termine di un'altra Mostra del Cinema, segnata da un clima mite nella prima parte, caprioccioso nella seconda, biciclette, spritz, cene, spritz che diventano cene, e critici con e senza panama bianco a seconda dell'umore. 

L'edizione numero 83 della Mostra è stata forse la meno eccitante del nuovo mandato di Alberto Barbera. Non per l'assenza di grandi produzioni hollywoodiane (che già erano mancate lo scorso anno senza che la qualità ne risentisse), ma per una certa aurea mediocritas che ha fatto sì che ci siano stati pochissimi film scadenti (chi scrive ne conta solo due nel Concorso, e guardando ai critici internazionali se ne trova solo uno gravemente bocciato, due tra gli italiani), ma anche pochissimi film davvero esaltanti: chi scrive ne conta due, e in generale non si va oltre i tre/quattro. È stato però anche l'anno migliore della direzione Barbera per quanto riguarda il cinema italiano, con cinque titoli comunque validi e che, nonostante i difetti, hanno tutti provato a raccontare storie diverse rispetto a quelle cui siamo abituati, o quantomeno a raccontare storie conosciuti con tagli e generi che ci sono poco familiari.

È stata una Mostra molto focalizzata sulle vicende geopolitiche, e in particolare sull'imposizione brutale della legge del più forte: Gaza (NAZA) e l'Iran (A Bit of Light) nel presente, ma anche il Cile (Wild Horse Nine), l'Argentina (Ritorno a Buenos Aires) e il Vietnam (Mr. Nelson, Did You Kill People?) nel passato. Non sono mancati nemmeno i temi sociali, con una particolare attenzione (come lo scorso anno) al tema del capitalismo e come sta distruggendo il mondo del lavoro (Possible Love, Un Bon Petit Soldat). Forse in reazione o come specchio dell'orrore della realtà che ci circonda, molti registi si sono rifugiati nelle vicende intime e domestiche, con molti film focalizzati sulle relazioni di amicizia e amore (Look Back, Echo Chamber, Succederà Questa Notte, Bunker), sulla famiglia (Bucking FastardIl Fuoco che Ti Porti Dentro), e sull'importanza dell'ascolto e del perdono (Company).

Qui trovate un elenco, con voti, dei film visti. Di seguito, invece, trovate i pronostici, come sempre sbagliati, per il Leone d'Oro e gli altri premi, corredati dalle mie preferenze personali.


Premio Mastroianni per il miglior attore emergente
A differenza dello scorso anno, i candidati per questo premio sono molti. Puntiamo su un premio corale al cast di 15/18 (A Place To Heal), uno dei film più interessanti visti in mostra. Meriterebbero anche Romana Maggiora Vergano, ottima ne L'Estranea, il magnetico Atticus Affleck di Company, e le due attrici protagoniste di Look Back,Natsuki Deguchi e Aju Makita. Su queste ultime e sulla loro splendida amicizia ricade la mia scelta personale. 
Pronostico: cast di 15/18 (A Place To Heal)
Scelta personaleNatsuki Deguchi e Aju Makita, Look Back

Coppa Volpi maschile
Sfida non molto accesa, dove il favorito dovrebbe essere lo splendido John Malkovich di Wild Horse Nine, per il quale si parla addirittura di Oscar. A contendergli il premio potrebbero esserci Javier Bardem per Bunker e Luca Marinelli per Echo Chamberche però rispetto a Malkovich pagano un ruolo da protagonista meno evidente, dato che condividono equamente la scena con Penelope Cruz e Alicia Vikander, e film che sembrano aver raccolto meno consenso. Su Malkovich ricadono quindi sia il mio pronostico che la mia scelta personale.
Pronostico: John Malkovich, Wild Horse Nine
Scelta personale: John Malkovich, Wild Horse Nine

Coppa Volpi femminile 
Sfida molto accesa, con tantissime attrici che possono contendersi il premio, da Alba Rohrwacher - visto il gradimento incontrato da Un Bon Petit Soldat (i critici, si sa, hanno scarsa conoscenza delle aziende - curioso che l'unico critico a bocciarlo, in Italia, sia stato quello del giornale teoricamente più vicino alle istanze del film, ovvero Il Manifesto) - alla splendida Vanessa Scalera de Il Fuoco che Ti Porti Dentro, passando per Penelope Cruz in Bunker (per cui però dovrebbe valere lo stesso discorso fatto per Bardem) e Jasmine Trinca, protagonista di addirittura due film e con ruoli molto diversi (Succederà Questa Notte, L'Estranea. Non darei per spacciata neppure Alicia Vikander, la cui interpretazione in Echo Chamber potrebbe incontrare il gusto di Maggie Gyllenhaal, presidentessa di giuria. Il mio pronostico ricade però su Mathilde Arcel per Woman Unknown, sotto la cui maschera glaciale si intravede un vulcano di emozioni. La mia scelta personale ricade invece sulla Angela di Valeria Scalera, un vero e proprio vulcano che le emozioni non le nasconde ma le fa esplodere in faccia alla famiglia.
Pronostico: Mathilde Arcel, Woman Unknown
Scelta personale: Vanessa Scalera, Il Fuoco che Ti Porti Dentro

Leone d'Argento (Miglior Regia)
Scelta molto difficile, vista la presenza di pochi film che si "staccano" dagli altri e visto il regolamento che impedisce che due dei premi maggiori vadano allo stesso film. Spero che la giuria non lasci a mani vuote il poetico film di Koreeda, Look Back, su cui non ricade però la mia preferenza perché gli riserverei premi più importanti. La mia scelta personale ricade invece su A Bit of Light di Ali Asgari, una masterclass di come raccontare un tema difficile in maniera semplice, efficace, e senza inutile pornografia del dolore. Menzione speciale per un gioiello stregato come Company - un film che non ha paura di essere strano e diverso, e che proprio per questo ha ricevuto un'accoglienza tiepida dalla critica.
Pronostico: Hirokazu Koreeda, Look Back
Scelta personale: Ali Asgari, A Bit of Light

Gran Premio della Giuria 
Tra i favoriti per il Gran Premio della Giuria ci sarebbero Possible LoveWild Horse Nine, e NAZA: anche se la natura scarsamente filmica di quest'ultimo farebbe pensare che potrebbe non ricevere premi, penso che la giuria alla fine sceglierà di premiarlo. Possibile sorpresa Un Bon Petit Soldat, cui però secondo me verrà assegnato qualche premio "minore" come quello per la sceneggiatura. La mia scelta personale ricade invece su Koreeda per Look Back.
Pronostico: NAZA
Scelta personale: Look Back

Leone d'Oro 
Vista l'accoglienza internazionale, la giuria potrebbe premiare con il premio più importante il ritorno alla regia di Lee Chang-dong con Possible Love, un racconto che unisce Ken Loach e Parasite, racconto di coppia e critica sociale, in una confezione fredda ma perfetta. La mia scelta personale ricade invece su Wild Horse Nine, uno dei due film che mi ha scaldato il cuore in questa mostra.
Pronostico: Possible Love
Scelta personale: Wild Horse Nine

È tutto anche per quest'anno. Correte in SNAI a scommettere sull'opposto dei miei pronostici, e noi ci risentiamo per l'edizione 2027.

Pier

Telegrammi da Venezia 2026 - #8: Il Riassunto del Concorso

Ultimo telegramma da Venezia 2026, con l'elenco di tutti i film visti del concorso principale e i relativi voti.


Quando il voto era pari, ho messo davanti il film che ho preferito. Cliccando il titolo potete leggere la recensione breve pubblicata nei Telegrammi precedenti.
Per i telegrammi è tutto, a più tardi per i pronostici.

Pier

Telegrammi da Venezia 2026 - #7

Settimo telegramma da Venezia, con una storia tra Scorsese e Herzog, un prete che fa John Wick, un bel documentario sul padre di Corto Maltese, e una storia di sorelle diverse.


Let Us Through, Dear Ancestors (Fuori Concorso), voto 8. Lav Diaz realizza un film insolitamente ricco di trama per i suoi standard, che racconta il colonialismo spagnolo nelle Filippine attraverso la figura di un prete schiavista, tirannico e libertino, di un ribelle deciso a non arrendersi, e di un gruppo di schiavi costretti a un'impresa titanica: portare dei blocchi di marmo da una parte all'altra dell'isola, con il solo ausilio delle proprie braccia. Il film unisce lo scontro tra cattolicesimo e tradizione di Silence di Scorsese ai folli viaggi nella giungla di Aguirre e Fitzcarraldo, offrendo un affresco incredibilmente vivo delle Filippine del 1600 e una critica affilata al colonialismo e alla sua distruzione di rituali e tradizioni locali. Diaz riprende il film con il suo solito approccio "a quadri", fatto di inquadrature statiche all'interno delle quali si svolge la scena, ma in questo caso convince meno del solito: le immagini sono bellissime, ma la macchina da presa si posiziona spesso molto lontano dall'azione, rendendo più difficile vedere le emozioni dei protagonisti e, dunque, empatizzare con le loro sofferenze.

Father Joe (Fuori Concorso), voto 7. Prendete John Wick e sostituite le varie sette di assassini con le maggiori religoni monoteiste, ciascuna con un braccio armato che combatte spaccio, violenze, e traffico di organi: questo è Father Joe, sceneggiatura pazza ma efficace di Luc Besson affidata alla regia Barthélémy Grossmann. Sembra folle? Lo è, al 100% e anche di più. Padre Joe (Kiefer Sutherland) è un veterano del Vietnam con un passato difficile che si è fatto prete. Ha addestrato sé stesso, un altro prete e dei chierichetti a combattere il crimine, con tanto di deposito di armi nascosto sotto la canonica. Lo scontro con un boss della mafia (Al Pacino, splendido anche quando recita con il pilota automatico) degenererà in guerra aperta, ma lo farà incontrare con Felicity, ragazza interrotta in cerca di redenzione. Gli ingredienti sono già visti, ma sono combinati in un piatto poco sano ma gustosissimo, di quelli che ti divori per poi vergognartene il giorno dopo. C'è qualche lungaggine (soprattuto verbale) di troppo, ma l'idea è talmente sopra le righe che non si può non apprezzare.

Il Desiderio di Essere Inutile - Hugo a Venezia (Fuori Concorso), voto 8. Stefano Knuchel realizza un bellissimo documentario sulla fase finale della vita di Hugo Pratt, tra Venezia e la Svizzera. Knuchel alterna interviste con suoi collaboratori alla viva voce di Pratt, immagini del suo lavoro, e suggestioni visive e sonore che ne ricostruiscono il mondo reale e immaginario. La creatività della costruzione drammaturgica lo eleva al di sopra del biopic medio, regalando un ritratto di Pratt sfaccettato ed evocativo.

Dear Ajayi (Giornate degli Autori), voto 7. Due sorelle molto diverse, una cicala (cantante, indipendente, lontana dalla famiglia), l'altra formica (lavoro stabile, devota, risparmiatrice) sono costrette a confrontarsi quando la madre si ammala. Sceneggiatura solida realizzata senza particolari guizzi, ma con cura (ottime le musiche) e pulizia. Il film racconta la lotta per la propria identità e la forza dei legami famigliari, e soprattutto l'incontro-scontro di due modi di concepire la vita opposti, ma non per questo incompatibili. 

Simone

venerdì 11 settembre 2026

Telegrammi da Venezia 2026 - #6

Sesto telegramma da Venezia, con il film più inutile della Mostra, un documentario che racconta la cronaca ma anche la Storia, una storia di fantasmi, un viaggio doloroso e dolcissimo per Teheran, e un processo al passato e a se stessi.

Un Peu Avant Minuit (Concorso), voto 2. Il film racconta la crisi esistenziale di un cinquantenne abbiente che non ha alcun motivo di essere in crisi, ma decide di mettersi alla ricerca delle donne della sua vita per provare a capire cosa c'è che non va in lui. Un film nato vecchio, verboso e retorico, la perfetta incarnazione dello stereotipo di un film francese che ha in testa chi odia i film francesi. Annoia, non fa riflettere, e spreca l'unico spunto interessante (un futuro politico prossimo e oscuro) relegandolo sullo sfondo. 

NAZA (Concorso), voto 8. Il voto è al contenuto, perché il documentario di per sé ha scarso valore filmico. Tuttavia, ciò che racconta è una fondamentale testimonianza per bocca di membri delle forze armate isralieane di come ciò che è accaduto e sta continuando ad accadere a Gaza sia stato pianificato scientificamente. La banalità del male è di fronte a noi, e si fa intervistare sui tetti di Tel Aviv. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Scherzetto (Fuori Concorso), voto 7.5. Un nonno illustratore, un nipote in cerca di affetto, una casa piena di ricordi - e di fantasmi. Da queste semplici ma intriganti premesse Martone costruisce un film divertente ed emotivamente coinvolgente, una commedia malinconica che flirta con il soprannaturale e ci restituisce il peso di passati mai realizzati ma anche il profumo di futuri ancora da scrivere.

A Bit of Light (Concorso), voto 8. Arash, un medico iraniano il cui studio è stato chiuso perché ha curato dei manifestanti feriti durante le proteste contro il regime, decide di suicidarsi, e lo comunica alla famiglia. Un film semplice nella premessa drammaturgica, ma estremamente stratificato a livello tematico ed emotivo. Il regista Ali Asgari parla di libertà, di depressione, di morte, ma anche di famiglia, legami, vita. Il film è amaro e sofferto, ma non spettacolarizza il dramma, lascia che traspaia dai piccoli gesti e dai silenzi, che restituiscono il freddo nel cuore di Arash. Asgari però circonda questo freddo di calore e dolcezza, costellando il film momenti di malinconia, connessione umana, e addirittura comicità. Il regista tesse uno splendido arazzo che racconta la disperazione e l'oscurità, ma brilla anche di vita e speranza.

Ritorno a Buenos Aires (Concorso), voto 6.5. Bechis torna a parlare di desaparecidos sotto il regime di Videla in Argentina. Lo fa con un film dove uno di loro, sopravvissuto perché costretto a collaborare con i suoi aguzzini, testimonia al processo che dovrebbe condannarli all'ergastolo: nel farlo, mette sotto accusa anche sé stesso, facendo finalmente i conti con il suo passato. Il film ha degli ottimi momenti, soprattutto nel finale, ma è inutilmente lungo a causa di tantissimi "silenzi eloquenti", una delle piaghe del cinema italiano, e di alcune scene esageratamente urlate. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Pier

Oasis: Don’t Look Back in Anger

 You're gonna be the one that saves me


Nel 2009, dopo l’ennesima lite, gli Oasis si sciolgono: i fratelli Liam e Noel Gallagher prendono strade diverse, formando ciascuno il proprio gruppo, e non si parleranno per quindici anni. Nel 2025, gli Oasis tornano insieme, ma le antiche tensioni non sono state ancora risolte: riusciranno i fratelli a mettere da parte i propri problemi e tornare a essere una delle più grandi rock band del pianeta? E come li accoglieranno i fan dopo tanti anni?

Chi si aspettava un documentario che spiegava per filo e per segno il processo decisionale che ha portato alla reunion rimarrà deluso: Steven Knight (l’autore di Peaky Blinders e già regista di Locke) non è interessato al gossip, ma alle emozioni. Quelle che scorrono impetuose tra i due fratelli, due caratteri difficili sempre in bilico tra odio e amore, certo, ma anche quelle tra gli Oasis e i fan e tra i fan stessi. Knight confeziona un documentario che parla dell’importanza di sentirsi parte di una comunità, di una tribù che condivide valori, e si ritrova dopo tanto tempo.

In un’epoca di sempre maggiore polarizzazione e alienazione, con la solitudine che ha assunto i contorni di un’epidemia sociale, band come gli Oasis contribuiscono a portare insieme (oltretutto fisicamente, non virtualmente) persone di ogni estrazione sociale e di diverse generazioni, creando un senso di collettività che sembra sempre più raro. Nel documentario vediamo adulti piangere, genitori che cantano con figlie e figli, paesi diversissimi che riversano sulla band un amore smisurato, sottolinenando quanto le canzoni sulla capacità di essere se stessi e di farcela a dispetto delle difficoltà siano state importanti per loro. Una fan riassume perfettamente il pensiero collettivo quando dice che le canzoni degli Oasis non servono semplicemente a tirarti su nei momenti difficili: cadono con te, e poi ti aiutano a rialzarti.

All’interno di questo rito pagano moderno, Knight non rinuncia a raccontare il grande tema di questa reunion, la ritrovata armonia tra i fratelli Gallagher dopo quindici anni di distacco e ostilità – talmente totali che i nipoti, ora molto amici, non si erano mai conosciuti fino al 2025. Knight non chiede mai esplicitamente come sia avvenuto questo riavvicinamento, ma lascia che siano le immagini a parlare. Liam e Noel non si chiedono mai esplicitamente scusa perché non hanno le parole per farlo, ennesime vittime dell’analfabetismo emotivo che attanaglia molti uomini. Knight intuisce questo problema, ed evita di fare domande esplicite, lasciando che siano loro ad arrivare, gradualmente, a dirgli quel che tutti vogliono sapere, e che la tematica centrale – quella del perdono – emerga indirettamente, attraverso le immagini o le parole di altri (splendida, in tal senso, l’omelia di un prete in occasione del loro primo concerto a Manchester).

La riconciliazione non passa dalle parole, ma dal lavoro: Liam e Noel riescono a perdonarsi davvero solo lavorando insieme, riconnettendosi attraverso la musica, in un’eco delle immagini di Get Back, il documentario sull'ultima sessione in studio dei Beatles, in cui Lennon e McCartney, ormai a un passo dalla separazione, sembrano trasformarsi nuovamente in migliori amici ogni volta che suonano insieme. La riconnessione dei due Gallagher avviene però anche attraverso la realizzazione di quanto siano ancora amati dai fan: il loro affetto diviene uno specchio in cui Noel riesce finalmente a vedere l’importanta dello straripante carisma e, al contempo, della fragilità di Liam nel successo degli Oasis, e Liam torna a capire la genialità musicale del fratello, esattamente come aveva fatto in gioventù quando gli aveva chiesto di unirsi alla sua neonata band.

Oasis: Don’t Look Back in Anger è un documentario che non brilla per creatività compositiva, ma centra in pieno il suo cuore emotivo, parlando di ciò che tutti vorrebbero sapere senza affrontarlo esplicitamente, ma lasciando che emerga per sottrazione, superando con la forza di immagini e musica le barriere e le sovrastrutture che i due Gallagher hanno costruito intorno a sé, e restituendoci un ritratto di una tribù e di due fratelli che si ritrovano dopo tanto tempo, e che capiscono che la vera forza sta nel perdonare e nel capire che, forse, la persona che li salverà è sempre stata di fronte a loro.

*** 1/2

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

giovedì 10 settembre 2026

Telegrammi da Venezia 2026 - #5

Quinto telegramma da Venezia, con scienziati che progettano bombe atomiche (no, non quello che pensate), manager con dilemmi etici in aziende che non esistono, madri orribili ma magnetiche, e musical fiabeschi.


DAU (Concorso), voto 4.5. Il film vorrebbe raccontare la vita di Lev Landau, premio nobel per la fisica e costruttore della bomba atomica, ma finisce per essere solo un delirio schizoide. Il regista Ilya Khrzhanovsky confonde l'arte con la provocazione gratuita, realizzando un guazzabuglio diseguale che non riesce nemmeno a essere davvero disturbante: persino Oppenheimer, per rimanere sulla stessa tematica, lascia segni più profondi nell'inconscio dello spettatore, nonostante gli intenti nettamente più commerciali. Khrzhanovsky vorrebbe fare un po' Pasolini, un po' Tarkovskij, ma manca della visione politica e della chiarezza tematica del primo e dell'immaginazione e della poesia del secondo. Qualche bella (bellissima) immagine non basta a salvare un film sconclusionato che sicuramente piacerà a qualcuno che vuole darsi arie da intellettuale: non cascateci.

Un Bon Petit Soldat (Concorso), voto 5. Alba Rohrwacher è una manager delle risorse umane in crisi di coscienza, e ha incredibilmente (quasi) imparato a dire "gioielliere". Film con buone intenzioni e buona resa a livello di intrattenimento, ma che dimostra una scarsa conoscenza della realtà che vorrebbe criticare o parodiare e finisce quindi per essere banale e superficiale nel messaggio. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Il Fuoco Che Ti Porti Dentro (Concorso), voto 7.5. Edoardo De Angelis adatta il romanzo di Antonio Franchini in modo creativo, rinunciando alla diversità di luoghi e tempi del testo originale e ambientando tutto in una casa alla vigilia di Natale. Questa scelta, insieme a una regia che preferisce inquadrature lunghe e sinuose, con frequenti piani frequenza, consente a De Angelis di far provare allo spettatore la tensione che la presenza di Angela, madre terribile con un fuoco dentro che brucia lei e chi le sta attorno, provoca nella sua famiglia, e in particolare in suo figlio. De Angelis realizza un film sinestetico, in cui lo spettatore percepisce le puzze, gli odori, i sapori bruciati e troppo conditi: un assalto ai sensi che non lascia un attimo di respiro. Il film è molto riuscito, e riesce a suscitare emozioni molto diverse senza mai perdere la bussola: è divertente e ansiogeno, crudele e commovente, e restituisce appieno la complessità di Angela, personaggio memorabile qui portato in vita da Vanessa Scalera in un'interpretazione da Coppa Volpi.

Peau d'Homme (Giornate degli Autori), voto 7. Fiabesco musical francese tratto dall'omonima graphic novel, dove una principessa, promessa sposa a un uomo che non conosce, indossa una pelle magica che la trasforma in un uomo, permettendogli di avvicinarlo e conoscerlo. Il film è leggero e spensierato (anche se affronta - bene - anche temi seri come la parità di genere), un inno all'amore in tutte le sue complessità e in tutti i suoi colori, con una divertita e divertente Catherine Deneuve nella parte di una madrina viveur e cinica.

Pier

mercoledì 9 settembre 2026

Telegrammi da Venezia 2026 - #4

Quarto telegramma da Venezia, con maledizioni famigliari, imprenditori pazzi e megalomani, film proteiformi, e architetti alle prese con la lotta di classe. 


L'estranea (Concorso), voto 7. Una donna raggiunge la figlia a Roma, in una notte di tempesta, per raccontarle la vera storia degli eventi che hanno colpito la loro famiglia negli ultimi vent'anni. Strippoli realizza un thriller psicologico che flirta con il soprannaturale, in cui una narratrice non sappiamo quanto attendibile dissemina la quotidianità di misteriose figure e implacabili maledizioni. Il confine tra reale e follia si assottiglia, fino a un finale potente e catartico. Il film a volte si perde in lungaggini, ma ha momenti di grande impatto narrativo e visivo (tra questi spicca un intelligentissimo uso della vittoria dell'Italia ai Mondiali 2006), grazie anche alla prova di tutto il cast, in cui Jasmine Trinca è la ottima protagonista ma spiccano soprattutto Romana Maggiora Vergano, magnetica, e Valeria Bruni Tedeschi, in una parte perfetta per lei (a differenza della sua ultima apparizione veneziana).

Musk (Fuori Concorso), voto 7.5. Musk è un documentario ben costruito su una delle figure più influenti del nostro secolo, un coacervo di contraddizioni riconosciute da tutte le persone che gli stanno intorno: un uomo che, (a volte) in meglio e (molto più spesso) in peggio, ha cambiato e sta continuando a cambiare il mondo. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Company (Concorso), voto 7.5. Una sconosciuta si presenta a una festa di Natale e comincia a raccontare la storia di Tom, un anziano eremita che trova una ragazza, Evelyn, svenuta nella neve e la salva portandola in casa sua. Anche Evelyn, però, ha una storia da raccontare. Casey Affleck realizza un film proteiforme, molto originale per struttura narrativa e commistione di generi. Atmosfere da gotico sudista si intersecano al western e alla moltiplicazione dei punti di vista di Rashomon, più altre suggestioni che non si possono rivelare per non fare spoiler di un film che disvela i suoi segreti lentamente, seminando indizi che poi danno frutti nel finale. Affleck si muove tra storie raccontate in epoche differenti che si inseguono, si incastrano, e risuonano tra loro. L'originalità strutturale si riflette anche in una pluralità tematica: il film parla del potere del racconto, ovviamente, ma anche dell'importanza dell'autocontrollo, del perdono, della memoria sia come base dell'identità che come trappola invisibile. La fotografia, tutta in luce naturale, è splendida ed evocativa. Il cast di attrici e attori poco conosciuti (Nick Nolte escluso) è semplicemente perfetto, e dona alla storia ulteriore freschezza. Company è un film strano e poco convenzionale, che ci trasporta all'interno di un "c'era una volta" pieno di oscurità ma anche di luce, in un labirinto di scoperta che ammalierà alcuni spettatori (chi scrive incluso) ma potrebbe respingerne altri.

Bunker (Concorso), voto 7. Sofia e Miguel sono una coppia di ricchi expat - editor di narrativa straniera lei, architetto lui - che vive a Londra con le due figlie. Sposati da tanti anni, il loro rapporto sembra entrare in crisi quando Miguel riceve una commissione strapagata ma molto particolare: costruire un bunker per un ricco magnate del tech. Zeller realizza un film imperfetto ma efficace, che avrebbe potuto colpire molto di più se si fosse affidato di più alla forza delle sue suggestioni simboliche anziché ostinarsi a spiegarle. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Pier