giovedì 20 febbraio 2020

Netflix uccide il cinema? Un'analisi



Da quando Netflix, e in generale le piattaforme di streaming, hanno fatto il loro ingresso in Italia, e in generale in Europa, si continuano a sentire alti lai da parte degli esercenti, indefessi nel sostenere che i servizi di streaming saranno la morte del cinema.

La morte del cinema, come quella di Mark Twain, è notizia data molte volte, e a oggi sempre esagerata: prima per l'avvento della televisione, che entrò invece in una crisi acuta ben prima del grande schermo; poi per quello dell'home video, sia in vendita che a noleggio. Quest'ultimo annuncio fa particolarmente sorridere oggi, considerando che è di pochi giorni fa la notizia che è rimasto un solo Blockbuster in tutto il mondo, laddove le sale continuano a esistere e incantare gli spettatori.

L'ultimo dei dodo (Bend, Oregon)
L'ultimo nemico, appunto, è stato identificato nello streaming, e ha portato i grossi esercenti a rifiutare pervicacemente di proiettare i film prodotti da Netflix, approdati quindi nelle sale grazie allo sforzo di piccoli e meritevoli cinema indipendenti. La tesi, propugnata dagli esercenti, è che la distribuzione sui servizi in streaming a pochi giorni, se non addirittura in sovrapposizione, alla proiezione in sala avrebbe ridotto i loro incassi al lumicino; e che la concorrenza dello streaming avrebbe strappato spettatori alle sale, costringendole a chiudere.

Le sale cinematografiche dopo Netflix, secondo gli esercenti.
Di fronte a queste lamentele, non c'è che una risposta possibile (ironicamente, non è quella adottata dalle sale): affidarsi ai dati. In questo senso ci viene in soccorso the International Union of Cinemas (UNIC), l'associazione degli operatori cinematografici in Europa, che ogni anno pubblica i dati sull'andamento del botteghino in Europa, comprensivi di incassi e biglietti staccati (potete trovare il report completo qui). Cosa ci dicono questi dati? Ci dono che dal 2014-2015, biennio che segna l'ingresso di Netflix nella maggioranza dei paesi europei, i biglietti staccati in Europa sono aumentati ogni anno, fino al record registrato quest'anno di 1 miliardo e 340 milioni di biglietti.

Fonte: UNIC Report 2019
Insomma, una bella botta per coloro che demonizzano lo streaming: non solo lo streaming non ha diminuito gli avventori delle sale, ma questi sono addirittura aumentati. Qui si impone un caveat da puntiglioso statistico: correlazione non significa causalità. Lungi da chi scrive sostenere che Netflix (e altri servizi simili) sia la causa di questo boom dei biglietti staccati: anche se ci sono buone ragioni di crederlo *, questi dati, da soli, non bastano a sostenerlo. Tuttavia, questi dati sono sufficienti per sconfessare la tesi opposta: lo streaming non sta uccidendo il cinema. Le ragioni sono molteplici, ma la più semplice risiede nel fatto che i consumatori non vedono cinema e streaming come prodotti concorrenti, ma complementari: un recente studio dell' EY’s Quantitative Economics and Statistics group suggerisce infatti che chi consuma più contenuti in streaming va anche al cinema più spesso (qui il report completo).

La situazione in Italia

Qualcuno potrebbe obiettare: e l'Italia? Esiste infatti la possibilità che i dati italiani siano diversi da quelli europei. Ancora una volta ci viene in aiuto UNIC, che nel suo report recita (traduzione di chi scrive): "ci si aspetta che i biglietti venduti in Italia superino i 100 milioni di unità, mentre gli incassi da botteghino sono cresciuti di un impressionante 14.4%." I dati dettagliati corroborano quanto scritto, evidenziando una crescita di botteghino e incassi intorno, appunto, al 14% rispetto al 2018.

Se questi dati non vi bastassero, nel suo report 2019 Cinetel, il principale strumento di rilevazione dell'andamento cinematografico in Italia, evidenzia lo stesso trend positivo: dal 2014 (ultimo anno "senza Netflix") a oggi, incassi e presenze  sono cresciuti rispettivamente del 10.6% e del 6.8%.

Un trend ancora più interessante è quello del numero di schermi cinematografici presenti in Italia, un ottimo indicatore dell'attività del settore: se nessuno andasse più al cinema, dovremmo assistere alla morte delle sale, soprattutto quelle di piccole dimensioni. Mettendo insieme i dati riportati sui report Cinetel, il trend che emerge è esattamente opposto: dopo un decennio (2000-2010) di cali nel numero di schermi e di "morte" di molte sale storiche, dal 2014 a oggi il numero complessivo di sale è sempre cresciuto (dell'8.6% complessivo), trainato soprattutto dalla nascita di nuovi monosala (cresciuti del 26%).

Fonte: elaborazione propria su dati Cinetel
Molto rumore per nulla?

L'avversione verso un'analisi metodica dei dati è uno dei grandi problemi del nostro Paese. I numeri non ci piacciono, e preferiamo affidarci alle sensazioni, al sentito dire, e al lamento, un'arte tutta italiana. Non stupisce, dunque, che anche la "crociata anti-Netflix" non sia fondata su numeri reali, ma semplicemente sulla pervicace difesa di rendite di posizione e, soprattutto, sulla paura del nuovo e del diverso.

Netflix e i servizi di streaming impongono una rivistazione profonda degli attuali modelli di impresa adottati dalle sale italiane? Assolutamente sì. Questo significa la morte delle sale? Assolutamente no. I dati dimostrano che la sala è viva e in buona salute, e la crescita dei monosala suggerisce che nuovi modelli di servizio siano possibili: non è un caso, ad esempio, che molti dei nuovi monosala nelle grandi città siano nati sul modello di alcuni cinema molto diffusi nel mondo anglosassone, che propongono non solo le nuove uscite più attese, ma anche retrospettive, esperienze, eventi, e film più di nicchia che non trovano spazi nei canali ufficiali.

Sarebbe auspicabile, dunque, che gli sforzi sottesi finora dagli esercenti per battagliare contro il mulino a vento dello streaming fossero diretti verso attività più proficue, tese a sfruttare le sinergie con i nuovi operatori e a trovare nuovi modi di attirare spettatori, anziché trincerarsi sulle proprie posizioni sulla base di preconcetti.

Succederà? Ne dubitiamo. Ma, come disse Rossella O'Hara (recentemente riportata in sala da alcuni dei cinema "illuminati" di cui sopra), "Domani è un altro giorno", e forse qualcosa cambierà.

Pier

*: Molti addetti ai lavori e ricercatori sostengono che i servizi streaming "allargano la domanda", raggiungendo persone che prima non andavano al cinema e - potenzialmente - aumentando il loro desiderio per prodotti audiovisivi, spingendoli quindi ad andare al cinema di più di quanto facessero prima dell'avvento dello streaming. I dati di EY riportati sopra sembrerebbero supportare questa tesi, ma anche questi dati sono semplici correlazioni, e non bastano per determinare un nesso di causalità.

sabato 8 febbraio 2020

Oscar 2020 - I pronostici

Questa notte, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Dolby Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantaduesima edizione degli Academy Awards. 

Se lo scorso anno aveva segnato un trionfo assoluto per la Mostra Cinematografica di Venezia, presente con ben 39 nomination tra concorso e fuori concorso contro le 13 di Cannes, quest'anno la situazione sembra essersi equilibrata, grazie all'inaspettato (e meritato) successo di Parasite: 18 nomination a testa per i due maggiori festival europei.

Come ogni anno, Filmora vi propone i suoi pronostici, accompagnati dalle scelte personali della Redazione (ovvero, le mie): sarà questo l'anno in cui l'Academy si deciderà ad ascolarmi? Ne dubito, ma sperare non costa nulla. 

Pronti? Iniziamo!



Miglior montaggio
Quando un film con un montatore qualunque incontra un film montato da Thelma Shoonmaker, il film con il montatore qualunque è un film morto. Leggenda vivente, collaboratrice storica di Scorsese, la Shoonmaker ha sfoderato l'ennesimo capolavoro della sua arte, la scrittura per immagini, con The IrishmanSembra lei la chiara favorita, con Yang Jinmo per Parasite come possibile sorpresa. Su di lei ricade anche la mia scelta personale, con il sottovalutatissimo lavoro di Jeff Groth su Joker come secondo classificato. 

Pronostico: Thelma Schoonmaker, The Irishman

Scelta personale: Thelma Schoonmaker, The Irishman


Miglior fotografia
Un anno ipercompetitivo, con tutti i candidati che hanno ottime ragioni per reclamare la statuetta. Tuttavia, sembra impossibile che non vinca Roger Deakins, uno dei più grandi direttori della fotografia in attività, recordman di nomination per la categoria ma con una sola vittoria (per Blade Runner 2049). Il suo lavoro su 1917 è magistrale, ed è di fatto l'unica anima di un racconto che vive e muore con le sue immagini. Su di lui ricade anche la mia scelta personale, anche se sia Jarin Blaschke (The Lighthouse) che Robert Richardson (C'era una volta a Hollywood) hanno conquistato il mio cuore.

Pronostico: Roger Deakins, 1917
Scelta personale: Roger Deakins, 1917


Miglior film d'animazione
Da grande fan della Pixar, faccio fatica a non indicare Toy Story 4 come mio film preferito: un colpo al cuore quando nessuno se lo aspettava, l'ennesimo capitolo di risate e commozione regalato dalla casa della Lampada. Tuttavia, nonostante veda Toy Story 4 come il favorito, quest'anno la mia preferenza cade su Klaus (produzione Netflix)una splendida favola, una storia di amicizia, ma soprattutto un film che sperimenta nuove tecniche di animazione, aprendo nuove possibilità per il futuro di un mezzo in continua evoluzione.

PronosticoToy Story 4
Scelta personale: Klaus


Miglior attore non protagonista
Se ci fosse giustizia, dovrebbe vincere Joe Pesci: la sua interpretazione in The Irishman è clamorosa per intensità e profondità, ed è l'esatto opposto dei personaggi sopra le righe che ha sempre interpretato in carriera. Tuttavia, il destino di questa categoria è già scritto: sarà Brad Pitt, splendido (in tutti sensi) interprete di C'era una volta a Hollywoodad aggiudicarsi la statuetta. E Pitt lo merita, sia per l'interpretazione in sé, sia come giusto risarcimento per una carriera troppo spesso sottovalutata, vittima della sua bellezza come già Paul Newman e Robert Redford prima di lui.

Pronostico: Brad Pitt, C'era una volta a Hollywood

Scelta personale: Joe Pesci, The Irishman


Miglior attrice non protagonista
La favorita è senza ombra di dubbio Laura Dern, esilarante avvocatessa senza scrupoli in Storia di un matrimonioTuttavia, la mia preferenza personale va alla sua "assistita" nel medesimo film, Scarlett Johansson, per la sua sorprendente prova in JoJo Rabbit, dove interpreta un ruolo caleidoscopico per emozioni e sfaccettature.

Pronostico: Laura Dern, Storia di un matrimonio
Scelta personale: Scarlett Johansson, JoJo Rabbit


Le due contendenti in Storia di un matrimonio
Miglior sceneggiatura originale
Qui il favorito sembra, eccezionalmente, Parasite: raramente un film straniero si aggiudica il premio per la sceneggiatura, ma la vittoria ai Writers Guild Awards lo impone come favorito di categoria. Knives Out sarebbe una bellissima ma improbabile sorpresa, e Tarantino non è mai da sottovalutare, ma Bong Joon Ho e Han Jin Won dovrebbero aggiudicarsi la statuetta. Su di loro ricade anche la mia preferenza personale.

Pronostico: Parasite
Scelta personale: Parasite


Miglior sceneggiatura non originale
Greta Gerwig sembra la netta favorita con Piccole donnegrazie alla sua reinvenzione e rilettura di un classico che non sembrava aver più nulla da dire. Nonostante abbia molto apprezzato il lavoro della Gerwig, la mia scelta personale ricade forse su JoJo Rabbit, che mi ha toccato maggiormente il cuore.

Pronostico: Piccole donne
Scelta personale: JoJo Rabbit


Miglior attrice protagonista
Renée Zellweger che si aggiudicherà la statuetta per la sua interpretazione di Judy Garland. Ammetto di essere prevenuto contro la Zellweger, attrice che detesto e che mi provoca un'irritazione quasi fisica, al punto che mi sono rifiutato di vedere Judy. La mia scelta personale non può quindi ricadere su di lei, e va quindi (ancora una volta) a Scarlett Johansson, anche perché sarebbe scandaloso rimanesse a mani vuote dopo due interpretazioni come quelle offerte in  JoJo Rabbit e Storia di un matrimonio.

Pronostico: Renée Zellweger, Judy
Scelta personale: Scarlett Johansson, Storia di un matrimonio


Miglior attore protagonista
Un solo nome: Joaquin Phoenix. Non solo la sua interpretazione in Joker è trascendente, dionisiaca, ipnotica, ma Phoenix merita questo riconoscimento da anni, dato che parliamo di uno degli attori più brillanti ed eclettici della sua generazione. Adam Driver è l'unico che potrebbe impensierirlo, ma è davvero un'ipotesi molto, molto, molto remota. Se non si fosse capito, Phoenix si aggiudica anche la mia preferenza personale.
Pronostico: Joaquin Phoenix, Joker
Scelta personale: Joaquin Phoenix, Joker


"Ah, ho vinto?"
Miglior regia
Sembra incredibile, ma pare che anche quest'anno Quentin Tarantino riuscirà a non vincere la statuetta come miglior regista. Piaccia o non piaccia, Tarantino è uno dei cineasti più originali e influenti degli ultimi 30 anni, eppure l'Academy continua pervicacemente a ignorarlo, nonostante con C'era una volta a Hollywood abbia firmato il suo film forse più personale e autoriale. Come se non bastasse, sembra che l'Academy non lo snobberà per un mostro sacro come Scorsese (che dovrebbe vincere ogni premio sulla faccia della Terra, ma non vincerà perché non ne ha bisogno) o per la grande sorpresa di Parasitema per quel capolavoro di tecnica e di vacuità narrativa che è 1917. Il lavoro di Mendes è senza dubbio strabiliante a livello visivo, ma viene da chiedersi quanto ci sia del regista una volta tolti gli effetti speciali e la fotografia di Deakins. Tarantino, snobbato dall'Academy, dovrà accontentarsi della mia preferenza personale.

Pronostico: Sam Mendes, 1917
Scelta personale: Quentin Tarantino, C'era una volta a Hollywood


Miglior film
Se la vittoria di 1917 per la miglior regia ci può stare, quella per miglior film lascerebbe perplessi vista la concorrenza. Il suo avversario principale sembra essere Parasitesenza dubbio molto più meritevole, ma un film straniero non ha mai vinto l'Oscar per il miglior film in novant'anni di storia dell'Academy. Potrebbe essere la volta buona? In un momento di insensato ottimismo, dico di sì, e indico Parasite come favorito. La mia scelta personale, dopo lunga esitazione, ricade su The Irishman, con JokerParasite e Tarantino appena dietro.

Pronostico: Parasite
Scelta personale: The Irishman


Questo è tutto. Cosa aspettate? Correte in sala scommesse!

Pier

Piccole donne

L'arte è vita, la vita è arte


Jo March ambisce a diventare una scrittrice, ma per ora si deve accontentare di scrivere romanzi rosa e scandalistici. Quando un'emergenza la richiama a casa, scopriamo a poco a poco il suo indissolubile legame con la famiglia: le sorelle Meg, Amy, e Beth, la madre, il vicino di causa Laurie. La loro storia è indissolubile da quella di Jo, ed è destinata a divenire anche parte fondante della sua arte.

Dopo l'ottimo esordio di Lady Bird, Greta Gerwig decide di alzare il tiro, cimentandosi con uno dei grandi classici della letteratura per l'infanzia, rileggendolo e trasformandolo in una riflessione sul ruolo della donna nella società, sull'atto creativo, e sull'intersezione tra questi temi. Le ambizioni e il desiderio di emancipazione di Lady Bird si ritrovano nell'iconico personaggio di Jo March - la Gerwig non a caso decide di affidare il personaggio alla stessa attrice, Saoirse Ronan - la cui storia personale diviene finzione ma anche riflessione sul processo artistico, sia del personaggio, sia di Louisa McAlcott, la cui biografia si fonde con la storia di Jo, sia della regista stessa.

La sceneggiatura è il punto forte del film: costruita dalla Gerwig con certosina attenzione, alternando passato e presente e sconvolgendo la struttura lineare del romanzo, rende i confini tra reale e narrato sempre più indistiguibili, fino a farli diventare inestricabili l'uno dall'altro. La gioia, anzi, la volontà di vivere appieno la propria vita, anche di fronte all'avversità, emerge con forza in numerose scene, che brillano per energia e vitalità. La visione della Gerwig, tuttavia, non riesce a eliminare la patina un po' da feuilleton/sceneggiato in costume della BBC: l'ambientazione d'epoca non aiuta, e la scelta di smussare i toni più duri di alcuni personaggi (Marmee March su tutte, troppo dolce e hippie) e di puntare forte sul sentimento fraterno, soprattutto nella prima parte, fa sì che alcuni passaggi risultino un po' troppo zuccherosi, inficiando in parte anche la forza del messaggio.

La regia, per quanto scolastica, sorregge la geniale ambiguità della sceneggiatura con dei cambi di palette di colore - caldi per il passato narrato, freddi per il presente - innescando così un'alternanza che funziona ottimamente fino al finale, quando invece la fotografia fa sì che l'ambiguità diventi confusione, e la riflessione della regista sul sottile confine tra vita e arte non colpisca quindi quanto potrebbe.

Il cast offre un'ottima prova corale, anche se alcune scelte destano perplessità nei conoscitori del romanzo: se Florence Pugh offre una Amy diversa ma proprio per questo più profonda e interessante di quella originale, la Jo di Saoirse Ronan manca della complessità emotiva del suo equivalente cartaceo, e sembra eternamente in balia delle sue passioni anziché esserne padrona. I personaggi più fuori parte, tuttavia, sono senza dubbio i genitori, tra una Laura Dern inspiegabilmente smielata e un Bob Odenkirk che, forse a causa della sua forte identificazione con il Saul della omonima serie TV, non è davvero credibile nella parte del mite e onesto padre di famiglia.

Piccole donne è un film ambizioso, più coraggioso di Lady Bird, rispetto al quale mostra una notevole maturazione artistica; tuttavia, questa ambizione fa sì che, a tratti, il film manchi il suo bersaglio, perdendosi nel suo stesso impianto narrativo e, soprattutto, in inutili sequenze zuccherine, laddove Lady Bird, pur volando più basso, lo coglieva appieno.
Rimane comunque un film importante, che guarda alla storia della letteratura per riflettere sull'arte femminile nella realtà di oggi, concludendo con amarezza dissimulata che, in fondo, non è cambiato troppo: le difficoltà di Jo sono le stesse affrontate oggi dalle donne che vogliono intraprendere una carriera artistica, che anzi per assurdo si trovano ad affrontare un sistema editoriale ancor meno disposto a dare voce alle esordienti. La Gerwig è Jo, Jo è la Gerwig, e ambedue sono il personaggio del romanzo scritto da Jo, del film scritto da Greta Gerwig: l'arte e la vita si fondono, e si fanno atto di speranza, di liberazione, di emancipazione.

***

Pier


lunedì 27 gennaio 2020

1917

Piano se(que)nz'anima



Blake e Schofield, giovani soldati durante la Prima Guerra Mondiale, ricevono l'ordine di attraversare le linee nemiche per evitare che 1600 uomini cadano in una trappola tesa dall'esercito tedesco. Per Blake la missione ha anche una valenza personale, dato che suo fratello fa parte di quei 1600 soldati. Il loro percorso è però disseminato di insidie e pericoli.

Impossibile non rimanere abbacinati di fronte ad alcune sequenze di 1917: i virtuosismi della macchina da presa lasciano spesso con il fiato sospeso, e la magnifica fotografia di Roger Deakins offre immagini di rara potenza visiva, tra rovine che diventano cattedrali pagane erette al dio della guerra e tunnel che sembrano infiniti e destinati a sprofondare sempre più a fondo nelle viscere di una terra distrutta e attonita.

Tuttavia, il film inizia e finisce con i suoi virtuosismi e questo, vista la materia trattata, non può essere un bene: l'emozione muore quasi subito e viene sostituita da un interesse documentaristico, a tratti videoludico, in cui non ci si appassiona alla vicenda umana dei protagonisti ma ci si interessa solo a come sopravviverà all'ennesima sventura che capita loro tra capo e collo. Nel film si conta un'unica scena emozionante, e avviene talmente a ridosso del finale che anche questa finisce per avere un impatto inferiore rispetto a quanto potrebbe.

La mancanza di emozioni è senza dubbio da imputare alla scelta di girare tutto come se fosse un unico piano sequenza - anche se in realtà il film è composto da tante riprese "lunghe" che sembrano un'unica ripresa (o, meglio, due: c'è un taglio di montaggio esplicito) grazie all'uso della computer grafica. Se l'effetto funziona molto bene durante le scene di azione, finisce per rallentare incredibilmente il ritmo durante i momenti più statici, come quello sul camion, dove lo spettatore si trova quasi a implorare uno stacco di montaggio. Inoltre, e sorprende che un regista come Mendes abbia trascurato questo aspetto, l'uso del piano sequenza in spazi aperti limita l'uso di primi piani e montaggio alternato, e dunque la possibilità di concentrarsi sulle emozioni dei protagonisti. In questo senso la lezione di Birdman, altro film costruito su un finto piano sequenza, doveva essere maestra: la costruzione in interni permetteva di seguire le emozioni dei personaggi, immergendosi nel loro mondo e nei loro moti dell'animo.

Ancora più grave, soprattutto stanti le dichiarazioni del regista e la catchphrase promozionale (Time is the enemy, il tempo è il nemico) è la quasi totale mancanza di tensione: dopo i primi minuti non si è mai in ansia per la sorte dei protagonisti, destinati a sopravvivere per ragioni narrative che divengono subito evidenti e li ammantano di quella invincibilità presunta che rende impossibile stare in ansia per loro. In questo senso, il film rimane lontano anni luce dalla capacità ansiogena di Dunkirk, dove invece lo spettatore viveva le ansie dei protagonisti in tempo reale grazie anche al sapiente montaggio visivo e sonoro, che toglieva ogni punto di riferimento e restituiva l'incertezza provata dai personaggi.

Quello che rimane, dunque, è un virtuosismo tecnico fine a se stesso, e comunque nel complesso inferiore a quello esibito nel capolavoro di Nolan. Il piano sequenza, anziché essere uno strumento espressivo al servizio del film, ne diviene invece la pastoia, costringendolo su binari prefissati che possono funzionare in un videogioco, ma risultano freddi, per quanto a tratti spettacolari, all'interno di un prodotto cinematografico.

1917 risulta quindi un'occasione mancata, un prodotto con una bella confezione ma vuoto all'interno, cui mancano anima, visione, e slancio espressivo. Un vero peccato, considerando sia l'eccellenza del comparto visivo, sia la presenza di ottimi attori nei ruoli dei protagonisti e di supporto.

***

Pier

lunedì 20 gennaio 2020

Jojo Rabbit

Tra satira e Wes Anderson



Jojo ha dieci anni, vive nella Germania nazista, ed è un fanatico del regime. Il suo amico immaginario è Adolf Hitler, e il suo sogno è di entrare a far parte della Gioventù Hitleriana. Sua madre cerca di "rieducarlo" con il sorriso, ma invano. Quando Jojo scopre che la madre nasconde in casa Elsa, una ragazzina ebrea, si troverà costretto a riconsiderare tutto il suo sistema di valori.

Il nazismo è stato uno dei grandi mali del Novecento: tali sono stati gli orrori e le nefandezze perpetrate dal regime che, con il tempo, Hitler e i suoi seguaci sono assorti a paradigma del male assoluto. Questo è vero soprattutto al cinema, dove la prospettiva tedesca sulla Seconda Guerra Mondiale è raramente presente e, quando lo è, è sempre quella di qualcuno che ha trovato il coraggio di ribellarsi al regime.

Taika Waititi ha il coraggio di raccontare la storia dalla parte dei nazisti, focalizzandosi sugli ultimi giorni del regime che sta cadendo sotto i colpi degli Alleati. Seguendo l'esempio di un illustre predecessore come Chaplin, Waititi mette in scena una satira, ma a differenza di Chaplin decide di integrarla all'interno di un racconto più tradizionale, incentrato sui personaggi. Questi personaggi vengono tratteggiati e raccontati con un affetto e un occhio più affini ai lavori di Wes Anderson che allo humor tagliente di Waititi, e costituiscono la parte più riuscita del film, quella che intrattiene e appassiona, ma al tempo stesso fa riflettere.

Il fanatismo "innocente" dell'altrimenti adorabile Jojo ci mette di fronte alla potenza della manipolazione di massa e a come sia in grado di corrompere anche gli animi più innocenti. Il messaggio può sembrare banale, ma Waititi riesce a trasmetterlo con forza e senza retorica, servendosi solo dei suoi personaggi e dell'atmosfera semionirica in cui li immerge, fatta di situazioni e personaggi sopra le righe, di un Hitler amico immaginario ancora più insicuro del giovane protagonista, e di una Germania da cartolina: un mix wesandersoniano con un pizzico di originalità, che funziona e rende impossibile non affezionarsi a questi nazisti da operetta e non commuoversi di fronte alle loro sofferenze.


Questa umanità e questo calore, tuttavia, hanno un prezzo: se le assurdità dei personaggi finiscono per esaltarne i tratti più umani, la satira pura si perde e risulta quindi poco tagliente. Le assurdità del totalitarismo e delle idee che lo sorreggono rimangono sullo sfondo, e non vengono sferzate con la veemenza che sarebbe lecito aspettarsi dal genere caro a Giovenale, rendendo qualsiasi collegamento con la contemporaneità abbastanza piatto e superficiale.

Waititi sembra tuttavia compiere questa scelta consapevolmente, interessato forse più a raccontare come si possa spezzare il circolo vizioso del totalitarismo e del culto del capo che a metterne a nudo le nefandezze. L'umanizzazione dei protagonisti e la progressiva rieducazione di Jojo grazie ai modi dolci ma fermi della madre (una ottima Scarlett Johansson) e all'incontro con Elsa sembrano suggerire una visione su come persuadere coloro che oggi propagandano pappagallescamente idee estremiste: è solo attraverso dialogo e conoscenza che si possono appianare le differenze e superare i pregiudizi. L'operazione del regista riesce, anche se rimane il dubbio sull'effettiva utilità di quei momenti di pura satira/comicità slapstick sparsi qua e là per il film: esilaranti, certo, ma un po' avulsi dalla trama e dal messaggio.

Jojo Rabbit è un film semplice, ma fa della sua semplicità la sua forza: i diversi livelli di lettura non sono imposti, ma emergono naturalmente durante alla visione grazie alla forza delle immagini e dei personaggi. Waititi realizza un film efficace, che diverte, commuove e fa riflettere, anche se forse senza il mordente che era lecito aspettarsi da un regista con il suo senso della parodia e della comicità.

*** 1/2

Pier

martedì 31 dicembre 2019

I nostri dieci migliori film degli Anni Dieci

Siamo arrivati alla fine del decennio, e per molti è tempo di bilanci. Solitamente questo sito si sottrare a questi giochini con liste ed elenchi, ma il calembour scorre potente nell'autore, che non ha potuto farsi sfuggire l'occasione di fare una top 10 degli anni Dieci.

Esaurita questa triste nota personale, veniamo alla lista. La premessa di rigore è che non è stato facile. Per nulla. Sono partito da una prima lista di trenta film, poi ridotta a quindici, e infine ridotta a dieci.

Alcune scelte sono state molto dolorose, ma alla fine hanno prevalso i film che, oltre ad aver ottenuto un buon giudizio su questo sito, rispettavano uno o più dei criteri che avevo scelto in partenza, proprio per evitare di farmi guidare dal cuore. Quelli che troverete qui di seguito non sono necessariamente i miei film preferiti del decennio (alcuni lo sono), ma film che rispettano questi criteri. Quali? Vediamoli insieme.

I film inclusi nella lista dovevano aver segnato in modo deciso o addirittura rivoluzionato il genere cui appartengono; dovevano parlare in modo efficace, magari anticipandolo, di un fenomeno (sociale, storico, antropologico, filmico) che ha segnato il decennio che sta per finire; dovevano, infine, rappresentare una cinematografia il più possibile vasta, sia in termini di genere che di paese, fermo restando l'inevitabile bias verso i film anglofoni. Alcuni dei film della lista rispettano tutti questi criteri, altri solo alcuni.

Senza ulteriore indugio, ecco i magnifici dieci di FilmOra, presentati in ordine cronologico di uscita, e accompagnati da una breve nota, oltre che dal link alla recensione (basta cliccare sul titolo del film). Alla fine dell'elenco troverete anche i film che sono entrati nella selezione ristretta di quindici, le nostre "menzioni onorevoli."

I Magnifici Dieci

1. The social network, di David Fincher


Nel decennio appena finito, in cui i social media (e Facebook in particolare) sono diventati sempre più pervasivi nelle nostre vite, tra fake news, fughe di dati, e la semplice condivisione di informazioni personali, è impossibile non inserire il film che per primo ha lanciato l'allarme sul potere derivante dal controllo di questi media. The social network è il Quarto Potere del nostro millennio e, pur mancando dell'afflato creativo del capolavoro di Welles, è dotato della sua stessa forza nel metterci di fronte ai pericoli derivanti dalla glorificazione del self-made man e del capitalismo, ignorando i pericoli di un tale potere economico in mano a personaggi dalle dubbie qualità umane e morali.


2. Inception, di Christopher Nolan


Christopher Nolan: pochissimi registi hanno segnato come lui l'immaginario del decennio appena trascorso. Si può amarlo, si può odiarlo, ma non si può rimanere indifferenti di fronte al suo cinema. Inception provocò addirittura un dibattito nella redazione di FilmOra, che sfornò non una ma due recensioni (che trovate qui e qui - la mia, con scarsa sorpresa dei miei amabili detrattori, è quella positiva). La cosa non è sorprendente: Inception è forse la summa del cinema di Nolan, della sua diabolica capacità di fondere cinema d'autore e blockbuster, portando sullo schermo meccanismi narrativi fino a quel momento scarsamente utilizzati e che da allora vantano infiniti tentativi di imitazione. Inception ha segnato il modo indelebile il genere thriller e di spionaggio, quei film che raccolgono l'eredità di Hitchcock e la portano nel nuovo millennio (al punto che anche un grande come Scorsese non poté ignorarne la lezione). Non può, dunque che suscitare reazioni forti, anche grazie a un finale meraviglioso che fa discutere ancora oggi.


3. Habemus Papam, di Nanni Moretti


Rileggendo la recensione da me scritta per Habemus Papam ai tempi della sua uscita non ho potuto fare a meno di sorridere: quel finale, che già allora avevo trovato potente, si è rivelato profetico in modo quasi inquietante. La crisi di coscienza in un Papa sembrava impossibile, e invece nel 2013 Benedetto XVI si è dimesso. Nessuno avrebbe potuto prevederlo: nessuno, tranne Moretti, che con questo film firma un'altra opera profetica (non si dimentichi Il Caimano), e quello che ritengo il miglior film italiano del decennio.


4. The Master, di Paul Thomas Anderson


In un decennio segnato dall'ascesa (o, meglio, dal ritorno) dell' "uomo forte", di leader carismatici e demagoghi in grado di smuovere le masse con la loro retorica incendiaria ma efficace, capaci di plasmare a loro vantaggio la verità, il film di Anderson risuona con la forza delle profezie di Cassandra: una voce inascoltata (scarso il successo di pubblico) che attraverso una storia di ieri racconta il potere nel mondo di oggi con efficacia insuperata, usando immagini, suoni, e attori con la sapienza di cui sono capaci solo i grandi maestri.


5. Solo gli Amanti Sopravvivono, di Jim Jarmush


Nel 2008, Twilight debuttava al cinema. I vampiri diventano un fenomeno commerciale, e l'estetica e la narrativa di Twilight diventano il modello per una serie di film e prodotti audiovisivi senz'anima, volti solo a cavalcare l'onda. L'ultimo film della saga di Twilight esce nel 2012, e solo due anni dopo Jim Jarmush, uno dei registi più eclettici in attività, realizza Solo gli amanti sopravvivono: un film lirico, visivamente sontuoso, in cui i vampiri diventano i difensori di un'estetica perduta, soffocata dalla macchina insaziabile del capitalismo. Il film di Jarmush è un testimone fondamentale in un'epoca in cui il dibattito sul tema infuria, coinvolgendo anche grandi nomi del calibro di Scorsese, e dimostra come l'autorialità e l'Arte siano sempre possibili, anche in quei generi dove sembrava non ci fosse più nulla di originale da dire.


6. Behemoth, di Liang Zhao


Purtroppo mai uscito in Italia, Behemoth è un documentario rivoluzionario, una vera e propria opera d'arte che mostra tutte le potenzialità poetiche ed espressive di un genere troppo spesso sottovalutato e considerato "minore". Non posso far altro che parafrasare le poche righe che scrissi dopo averlo visto a Venezia nel 2015: "La Divina Commedia di Dante per raccontare il dramma della modernizzazione in Cina, dalla devastazione del paesaggio al lavoro inumano in miniera, passando per le città fantasma costruite nel mezzo del nulla. Un documentario potente, poetico ed evocativo, che non esito a definire un capolavoro."


7. Mad Max: Fury Road, di George Miller


Esattamente trent'anni dopo aver abbandonato la saga, George Miller è tornato a dirigere Mad Max, dopo aver dedicato le sue attenzioni a prodotti diversissimi come Babe: maialino coraggioso, L'olio di Lorenzo, Happy Feet. Il risultato è un film che distrugge le regole del cinema d'azione e le riscrive da capo, un capolavoro cinetico di energia futurista che mostra le infinite possibilità di un genere troppo spesso appiattito su stilemi e formule. La folle corsa di Max e Furiosa è uno spettacolo sontuoso ed epico, che funziona alla perfezione sia nella sgargiante versione a colori che nella cupa versione in bianco e nero. Ammiratelo.


8. La La Land, di Damien Chazelle


Il decennio passato è stato il decennio del lavoro sempre più incalzante, delle relazioni a distanza e della scelta, sempre più amara, tra amore e realizzazione professionale. È stato anche il decennio in cui abbiamo detto addio definitivamente al film hollywoodiano classico, ormai fuori dal tempo e fuori moda per un mondo che ha un altro impianto di valori. La La Land è il capolavoro che riesce a unire queste due anime: la splendida lettera d'addio a un'epoca, e al tempo stesso la perfetta descrizione dei nostri tempi, deprivati del romanticismo. Un film diventato iconico (come previsto), con le musiche e alcune scene che sono ormai patrimonio popolare, continuamente citate, usate, ricordate. Il Cantando sotto la pioggia dei nostri tempi, condito di un realismo amaro ma che arriva dritto al cuore.


9. SpiderMan: Un Nuovo Universo, di Bob Persichetti, Peter Ramsey, e Rodney Rothman



Chi mi conosce può immaginare quanto sia stato difficile per me non mettere un film Pixar come paladino dei film di animazione, ma l'obiettività rende impossibile non scegliere Spider-Man: Un nuovo universo come eccellenza nella categoria. In un'epoca in cui l'animazione in computer grafica sembrava aver trovato una cifra espressiva codificata, e le innovazioni apportate erano ormai solo incrementali, Spider-Man: Un nuovo universo ha sconvolto le regole del gioco, portando con sé un'innovazione visiva dirompente, seconda solo a quella portata dal primo Toy Story. La combinazione di diverse tecniche di animazione era già stata provata, ma mai su così vasta scala e con una così vasta commistione di stili, colori, linee, che risultano in un film degno di apparire in una mostra sulla pop art. Spider-Man segna un nuovo punto di partenza per l'animazione, e apre strade finora inesplorate che consentiranno la nascita di nuove forme espressive.

10. La Favorita, di Yorgos Lanthimos.



In un decennio segnato da una rinascita del movimento femminista, tra "Time's up" e #MeToo, il film di Lanthimos giunge come un amaro promemoria delle ragioni sistemiche e sociali che sono alla base della discriminazione di genere che ancora esiste nella società. Con il consueto mix di tragico, grottesco, e comico, e sorretto da una fotografia sontuosa, Lanthimos mette a nudo il sistema partriarcale che fa sì che nemmeno una regina possa dirsi veramente libera. Un film storico che parla al presente, e invoca un cambio sistemico epocale che nessuno sembra essere intenzionato a mettere in atto.


Menzioni onorevoli

I film che sono quasi entrati in top 10, presentati senza un ordine particolare.

1. Logan, di James Mangold. Il miglior esempio di film di superereoi autoriale, con un perfetto bilanciamento tra visione registica innovativa, spettacolarità, e rispetto del materiale di partenza.

2. Moonrise Kingdom, di Wes Anderson. Molte liste di questo genere riportano il più spettacolare Grand Budapest Hotel, ma a mio parere Moonrise Kingdom rappresenta al meglio non solo la poetica di Wes Anderson, ma anche i nostri tempi, in cui i più giovani si battono per cambiare una realtà devastata da adulti stolidi e assenti.

3. Inside Out, di Pete Docter. Un film che parla di e genera emozioni, portandoci a spasso per la nostra mente come solo la Pixar sa fare, con il giusto bilanciamento di risate e commozione, reale e fantastico. Docter riesce a far sembrare "semplice" una tematica super complessa, creando l'ennesimo mondo in cui immergersi ancora, e ancora, e ancora.

4. One More Time with Feeling, di Andrew Dominik. Un documentario atipico, girato quasi interamente in interni ma con il respiro visivo di un western di John Ford, che ci trascina in un viaggio al centro della musica, ma anche del lutto e del grande male del nostro tempo: la depressione.

5. C'era una volta a... Hollywood, di Quentin Tarantino. Un film che è la summa di Tarantino e del suo modo di intendere il cinema, e al tempo stesso il suo film più innovativo da decadi. Una favola moderna pervasa di nostalgia, in cui il sogno prende il sopravvento sulla realtà, e tutto appare dorato come non lo è mai stato.

Pier

domenica 29 dicembre 2019

Tesori nascosti - #2

Torna "Tesori nascosti", la rubrica che segnala film meritevoli di recupero passati inosservati o quasi in Italia.

Ogni film è corredato di voto, informazioni su dove reperire il film, e di un breve commento o un link alla nostra recensione.



1. Sing street, voto 9.
Genere: commedia drammatica/musicale
Anno: 2016
Regista: John Carney
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: sì (noleggio/acquisto)
Commento: un film sul passaggio da infanzia e adolescenza nella povertà della Dublino degli anni Ottanta, con al centro una scalcagnata band di ragazzini che non può non conquistare il cuore dello spettatore. Una storia d'amore a tempo di musica, con una colonna sonora magnifica, capace di alternare risate ed emozioni, soprattutto nello splendido finale.

2. Safety not guaranteed, voto 8.
Genere: commedia, fantascienza
Anno: 2016
Regista: Colin Trevorrow
DVD: sì, edizione inglese
Streaming: no.
Commento: un film di fantascienza atipico, in cui una giornalista cerca di rintracciare l'autore di una stramba inserzione sul giornale rivolto a un potenziale compagno d'avventura per un viaggio nel tempo. Quando lo trova, il loro incontro/scontro dà vita a un confronto tra due solitudini, e le certezze della giornalista cominciano a vacillare: forse è davvero possibili viaggiare nel tempo? Esordio alla regia per Colin Trevorrow.

3. Scialla!, voto 7.5.
Genere: commedia
Anno: 2011
Regista: Francesco Bruni
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: sì (noleggio/acquisto)
Commento: un rapporto tra studente e professore alla Scoprendo Forrester, con una spontaneità e una vitalità che conquistano. Qui la recensione estesa.

4. Bassa marea (Low Tide), voto 8.
Genere: drammatico
Anno: 2012
Regista: Roberto Minervini
DVD: no
Streaming: sì (Prime Video)
Commento: regista italiano, ma ambientazione USA per questo film semplice ma potente, che racconta con tocco delicato la vita senza affetto di un bambino della provincia texana, costretto a tirare avanti in un ambiente ostile e senza prospettive. Finale da applausi.

5. L'intervallo, voto 7.5.
Genere: drammatico
Anno: 2012
Regista: Leonardo Di Costanzo
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: sì (noleggio/acquisto)
Commento: la giornata particolare di due ragazzini di Napoli, in cui uno di loro si ritrova carceriere gentile dell'altra, sequestrata dal boss camorrista del quartiere. Abbandonati a se stessi all'interno di una villa abbandonata che diventa un mondo a parte e da esplorare, i due si confideranno sogni, segreti e speranze per un futuro migliore. Un piccolo gioiello, coadiuvato da una fotografia in luce naturale ai limiti della perfezione.

6. Spring Breakers, voto 9.
Genere: commedia drammatica
Anno: 2012
Regista: Harmony Korine
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: sì (Netflix)
Commento: quello che sembra un college movie a base di sesso, alcool e droga si rivela ben presto essere una lucida e spietata analisi del lato più oscuro del sogno americano. Qui la recensione estesa.

7. We are the best!
Genere: commedia drammatica
Anno: 2013
Regista: Lukas Moodysson
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: sì (noleggio/acquisto)
Commento: tre amiche unite dall'amore per il punk per uno di quei rari film che parlano dei primi anni dell'adolescenza con dolcezza e delicatezza. Qui la recensione estesa fatta per Nonsolocinema.

Pier