sabato 8 settembre 2018

Venezia 2018 - Il Totoleone

E anche quest'anno siamo arrivati alla fine della Mostra del Cinema. Le maschere festeggiano, i chioschi sbaraccano, e i giornalisti si preparano per il gran finale, prima di lasciare il Lido per altri lidi.

È stata una Mostra molto interessante, in cui quasi tutti i film hanno messo d'accordo sia il pubblico che la critica, e in cui i picchi negativi sono stati ancora più ridotti che nello scorso anno.

Di seguito i pronostici, quasi sicuramente sbagliati, per il Leone d'Oro e gli altri premi, corredati come sempre dalle mie preferenze personali.


Premio Mastroianni per il miglior attore emergente
Competizione molto accesa quest'anno, con molti film che hanno lanciato giovani attori molto promettenti. Le favorite sembrano essere Raffey Cassidy, che in Vox Lux interpreta la giovane popstar Celeste, e l'italoirlandese Aisling Franciosi, già vista brevemente in Game of Thrones, protagonista indiscussa del potente revenge movie The Nightingale. Più staccate gli altri possibili candidati, anche se Yalitza Aparicio, attrice non professionista protagonista di ROMA, ha conquistato molti cuori. Penso che alla fine si imporrà la Franciosi, autrice di una performance davvero potente, cui va anche la mia preferenza personale.
Pronostico: Aisling Franciosi, The Nightingale
Scelta personale: Aisling Franciosi, The Nightingale

Coppa Volpi maschile
Sfida accesissima, con i protagonisti di Sisters Brothers che sarebbero i favoriti se non fosse per le voci di corridoio, che danno la Biennale restia ad autorizzare una nuova Coppa Volpi di coppia dopo quella concessa per The Master, peraltro proprio a Joaquin Phoenix. Risalgono quindi le quotazioni di altri attori, e in particolare di Ryan Gosling (First Man) e Willem Defoe (At Eternity's Gate). Punto su Gosling per il pronostico, mentre la mia preferenza personale, in barba alle voci di corridoio, va ai protagonisti di Sisters Brothers.
Pronostico: Ryan Gosling, First Man
Scelta personale: Joaquin Phoenix e John C. Reilly, The Sisters Brothers

Coppa Volpi femminile
Come lo scorso anno, la sfida è agguerritissima, con le protagoniste di The Favourite  tutte papabili vincitrici, con Olivia Colman favorita tra di loro sia per la precedente vittoria di Emma Stone (con La La Land), sia perché la sua parte è quella centrale allo splendido film di Lanthimos. Aisling Franciosi rischia di essere penalizzata dalla giovane età, e Natalie Portman (Vox Lux) dalle stesse ragioni che penalizzano la Stone. Tra le possibili sorprese Yalitza Aparicio (ROMA), che però sarebbe una scelta davvero azzardata, e la Tilda Swinton di Suspira, dove interpreta tre parti, compresa quella di un uomo.
Per il pronostico dico Colman, mentre la mia preferenza personale va a tutto il cast di The Favourite.
Pronostico: Olivia Colman, The Favourite
Scelta personale: Olivia Colman, Rachel Weisz, ed Emma Stone, The Favourite

Osella per la miglior sceneggiatura
Qui il favorito sembra essere Doubles Vies di Assayas, fatto di una serie di dialoghi davvero travolgenti per profondità e ritmo. La mia preferenza personale va però a Deborah Davis e Tony McNamara, autori di The Favourite.
Pronostico: Doubles Vies
Scelta personale: The Favourite

Gran Premio della Giuria
Vox Lux, che pure sarebbe un buon candidato, pare non essere piaciuto alla giuria presieduta da Guillermo del Toro. Ecco quindi emergere con prepotenza la candidatura di Opera senza autore, film dell'autore de Le vite degli altri, Florian Henckel von Donnersmarck, che è piaciuto moltissimo al pubblico. von Donnersmarck si aggiudica quindi il mio pronostico, mentre il mio voto personale va a Vox Lux, opera seconda imperfetta ma di grande potenza e ambizione di Brady Corbet.
Pronostico: Opera senza autore
Scelta personale: Vox Lux

Leone d'Argento (Miglior Regia)
Se Del Toro non fosse presidente di giuria, ROMA sarebbe forse il favorito per la vittoria finale. Possibile però che la Biennale consigli a Del Toro di assegnare al film dell'amico Cuarón un premio minore, memore delle polemiche del 2010 quando Quentin Tarantino assegnò il Leone al men che mediocre Somewhere di Sofia Coppola, sua ex fidanzata. Ecco quindi perché Cuarón potrebbe essere il favorito per la corsa alla miglior regia. Il mio voto personale va a Yorgos Lanthimos, sia per aver realizzato il miglior film in costume dai tempi di Barry Lyndon, sia per aver dimostrato di saper girare un film profondamente diverso da quelli che lo hanno consacrato.
Pronostico:  Alfonso Cuarón, ROMA
Scelta personale: Yorgos Lanthimos, The Favourite

Leone d'Oro
Sfida davvero accesa, senza un chiaro favorito, e pronostico quindi davvero difficile. Suspiria potrebbe essere una possibile sorpresa, così come What you are going to do when the world is on fire? di Minervini. Il mio pronostico ricade però su The Sisters Brothers di Jacques Audiard, film di genere ma anche storia universale che ha il potenziale per piacere a una giuria variegata come quella di quest'anno. La mia scelta personale va invece a un film che non è quello che mi è piaciuto di più, ma quello cui mi sono ritrovato a pensare più spesso dopo la proiezione, ovvero Zan di Tsukamoto: un film che racconta la fine di un'epoca e di un sistema di valori attraverso una storia solo all'apparenza semplice, ma in realtà dotata di molteplici livelli di lettura e di una raffinatezza narrativa di altissimo livello; un film, in sintesi, che coniuga forse meglio di altri la dimensione artistica e quella commerciale del cinema, e che quindi potrebbe essere apprezzato dalla giuria.
Pronostico: The Sisters Brothers
Scelta personale: Zan (Killing)

È tutto per quest'anno, ci risentiamo per l'edizione 2019.

Pier

venerdì 7 settembre 2018

Telegrammi da Venezia 2018 - #4

Ultimo telegramma da Venezia, in attesa dei pronostici di domani.


22 July (Concorso), voto 4. Il film parte bene, ma diventa lentamente uno sceneggiato televisivo da pomeriggio estivo su Rete 4. Qui la recensione estesa fatta per Nonsolocinema.

The Nightingale (Concorso), voto 7. Jennifer Kent, dopo l'ottimo esordio di Babadook, realizza un revenge movie atipico, in cui la vendetta della protagonista, galeotta irlandese deportata in Australia nel XIX secolo, si intreccia con la storia degli aborigeni, privati delle loro terre e schiavizzati dagli inglesi. Il film alterna toni e suggestioni molto diverse tra loro, dalla commedia all'horror, e racconta una storia potente ed evocativa, grazie anche all'uso frequente di canti rituali sia irlandesi che aborigeni. Il film si perde però sul finale, dove la commistione di generi diviene una debolezza che fa perdere coerenza e forza al messaggio del film. Rimane comunque un'interessantissima opera seconda, che consacra la Kent come nuova voce nel panorama cinematografico mondiale.

Ying - Shadow (Fuori Concorso), voto 8. Zhang Yimou torna al genere di cappa e spada, ma lo fa con uno sguardo completamente diverso da quello adottato in passato. Niente colori ipersaturati come in Hero, niente combattimenti contro la fisica come ne La foresta dei pugnali volanti. l film è giocato tutto sui toni di bianco e nero, lo ying e lo yang, e i grigi dominano la splendida scenografia e gli sfarzosi costumi. I combattimenti sono coreografati in modo essenziale, e si svolgono nel fango, sotto una pioggia torrenziale; il vero eroe non è il protagonista, ma i suoi seguaci, che si esibiscono in una meravigliosa sequenza degna del cinema d'azione giapponese in cui scivolano per le strade di una città come tante trottole all'interno di improbabili ma spettacolari ombrelli ninja. Il film è riuscitissimo, non annoia mai, e riesce anche a introdurre un'interessante riflessione sul doppio e sul potere.

Capri - Revolution (Concorso), voto 6. Il voto alle intenzioni sarebbe decisamente più alto. L'idea di Martone era quella di raccontare il fermento culturale e intellettuale che precedette la Prima Guerra Mondiale attraverso la storia dell'incontro-scontro tra la cultura rurale di Capri (incarnata da una capraia), la scienza moderna (incarnata dal medico del paese) e le avanguardie culturali e filosofiche (incarnate dai membri della comune che prende residenza sull'isola). L'obiettivo viene però raggiunto solo in parte a causa di dialoghi inutilmente lunghi e stucchevoli e di alcune interpretazioni non proprio eccelse, nonché di una certa mancanza di coesione narrativa. Lo sforzo resta apprezzabile, in quanto segna un deciso tentativo di allontanarsi dalle strade battute in precedenza dallo stesso regista e dal cinema italiano in generale, e di avventurarsi per sentieri nuovi e mai percorsi in precedenza. Un risveglio spirituale-cinematografico, particolarmente importante perché viene da uno dei registi più più acclamati ma anche più classici del nostro panorama filmico.

Zan - Killing (Concorso), voto 7. Con questo film Tsukamoto sembra volersi congedare dal genere dei samurai, raccontandone il triste e inevitabile tramonto all'alba dell'arrivo degli Statunitensi, il cui uso di fucili e cannoni rese completamente inutili le arti di combattimento con la spada perfezionate in anni di addestramento. I samurai di Zan non hanno mai ucciso, non hanno più valori, e hanno in generale dimenticato il proprio ruolo: sono ronin, vagabondi senza padrone, una vestigia del passato, destinata a essere spazzata via dalla storia e dalla loro stessa inadeguatezza.

The Ghost of Peter Sellers (Giornate degli Autori), voto 8. Interessantissimo documentario su un film di pirati mai distribuito, Ghost of the Noonday Sun, e di cui Peter Sellers avrebbe dovuto essere il protagonista. La lavorazione del film fu un disastro a causa delle intemperanze di Sellers, e costò quasi la carriera al suo regista, Peter Medak, che ora ha girato questo documentario per scendere a patti con la propria coscienza e con questo capitolo irrisolto del suo passato. A tratti esilarante, a tratti profondamente triste, il film ricostruisce l'atmosfera sul set in modo molto efficace, mostrandoci numerosi spezzoni di quello che avrebbe potuto essere un nuovo capitolo nella carriera del genio comico di Sellers e finì invece per essere un disastro a causa del lato oscuro che quel genio portava con sé.

A domani per i pronostici!

Pier

giovedì 6 settembre 2018

Telegrammi da Venezia 2018 - #3

Terzo telegramma da Venezia. Tra oggi e domani verranno proiettati gli ultimi film del Concorso, e sabato si terrà la cerimonia dei premi.


The Sisters Brothers (Concorso), voto 8. Jacques Audiard unisce in questo film i due filoni che hanno finora caratterizzato il suo cinema (dramma familiare e gangster story) e li declina all'interno del più classico dei generi cinematografici, il western. La storia dei fratelli Sisters viene raccontata con grande amore per il genere, ma senza paura di distaccarsi dai suoi archetipi. Troviamo quindi sparatorie e inseguimenti, ma anche comicità e esperimenti chimici, cogliendo appieno quel momento in cui la modernità si affacciò sulla frontiera, segnandone il lento ma inesorabile declino. Joaquin Phoenix e John C. Reilly sono fenomenali nella parte dei due protagonisti, due adorabili criminali cui è impossibile non voler bene. Audiard dirige con mano sicura una sceneggiatura di altissimo livello, portandola con sicurezza e senza fronzoli verso un finale tutt'altro che scontato, che rappresenta sia una fine che un nuovo inizio. Nel mezzo, tante sequenze spettacolari, anche se forse la migliore è quella d'apertura, una serie di spari nella notte scura in cui l'unica luce è quella di uno strumento di morte.

Napszàlita - Sunset (Concorso), voto 6.5. László Nemes ha stupito il mondo con la sua opera prima, Il figlio di Saul, vincitore dell'Oscar per il miglior film straniero. La sua opera seconda è un thriller mascherato da melodramma, in cui la camera segue ossessivamente la protagonista mentre cerca la verità sulla sua famiglia, e forse anche su se stessa, per le strade di Budapest alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Fotografato interamente in luce naturale e con lunghi piani sequenza, il film nella prima parte riesce a costruire la forte sensazione di angoscia e disastro imminente cui mirava il regista. Nella seconda, tuttavia, si perde in inutili ripetizioni e lungaggini, aggrovigliandosi su se stesso e depotenziando quindi quella che poteva essere un'opera potente e di grande impatto, ma finisce per risultare soltanto un bell'esercizio di stile.

La Profezia dell'Armadillo (Orizzonti), voto 2. Un film imperdonabile, ingiustificabile, incomprensibile. Il fumetto di Zerocalcare da cui è tratto viene massacrato senza pietà e tradito nel suo spirito. Dal fumetto vengono prese solo le gag, cui ne vengono aggiunte di nuove (malriuscite), mentre vengono del tutto abbandonate sia la coerenza narrativa, sia la malinconia che pervade il testo. Anche senza voler tirare in ballo il fumetto da cui è tratto, il film è totalmente sconclusionato, mal scritto e mal recitato, con l'eccezione di Pietro Castellitto/Secco. Sorvolo sull'orrida soluzione scelta per rappresentare l'Armadillo perché non sparo sulla Crose Rossa.

Charlie Says (Orizzonti), voto 7. Un'interessante ritratto delle ragazze della Manson Family, i seguaci di Charles Manson che si resero responsabili di una serie di efferati omicidi. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Vox Lux (Concorso), voto 7.5. Dopo il suo folgorante esordio con Infanzia di un capo, presentato alla Mostra nel 2016 e vincitore del premio per la miglior opera prima, Brady Corbet torna a Venezia con un film molto ambizioso, che si propone di usare la storia di una giovane popstar per raccontare il XXI secolo, e l'entertainment come nuova religione. Il film riesce solo in parte, soprattutto per via di una sceneggiatura non sempre efficace, ma è impossibile non restare folgorati dalla fragorosa potenza visiva e concettuale di alcune sequenze. Tra tutte, spiccano le scene di apertura e soprattutto di chiusura, in cui Natalie Portman, che intepreta Celeste da adulta, diventa una profetessa intenta a impartire il suo credo su masse che pendono dalle sue labbra, in un concerto che diventa eucarestia e comunione. Strepitose anche qui le musiche di Scott Walker, ed efficaci anche le musiche pop cantate da Celeste, composte da Sia.

Monrovia, Indiana (Fuori Concorso), voto 7. Wiseman racconta con il consueto sguardo acuto ma discreto la vita e gli abitanti di una cittadina dell'Indiana, che diviene un simbolo della "vera America", quella che non capiamo e non vediamo mai nei quotidiani. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Pier

domenica 2 settembre 2018

Telegrammi da Venezia 2018 - #2

Secondo telegramma da Venezia, con molti dei film più attesi del Concorso. A brillare, però, è ancora una volta il cinema classico.




The Ballad of Buster Scruggs (Concorso), voto 7.5. Il nuovo film dei fratelli Coen è un western antologico, in cui sei storie sono collegate solo dall'ambientazione, introdotte dall'inquadratura di un libro simile a quello dei film Disney di una volta, quasi a sottolineare il fatto che queste storie si muovono tra realtà e leggenda. In queste sei storie, tutte ben riuscite (soprattutto le prime tre), si ritrovano i toni e le tematiche che hanno reso celebri i due fratelli: lo humor dell'assurdo di Burn after reading, e quello più cerebrale e raffinato di Fratello dove sei? ; il cinismo e il pessimismo cosmico di Non è un paese per vecchi, e le riflessioni filosofiche di A serious man; l'amore per la musica di A proposito di Davis e dello stesso Fratello dove sei?, e quello per il thriller de L'uomo che non c'era e Fargo. Il risultato è un film corale che non è tra i loro migliori solo per la mancanza di una tematica "forte", ma si distingue comunque per la qualità di sceneggiatura e immagini.

A Star is Born (Fuori Concorso), voto 4.5. Che spreco, questo film. Gli ingredienti per il successo sembravano esserci tutti: una storia di comprovata efficacia, due star che sembravano avere un'ottima chimica sullo schermo, la voce e le canzoni di Lady Gaga. A rovinare tutto ci pensa una sceneggiatura imbarazzante, con dialoghi che sembrano tratti da una telenovela brasiliana di serie B, personaggi che compiono azioni senza senso, e un'evoluzione della trama che procede a strappi, senza dare mai la sensazione di sapere dove andare. La regia di Bradley Cooper (all'esordio dietro la macchina da presa) è scolastica ma funzionale alla storia, ma crolla di fronte all'insipienza della scrittura e alla prova poco convincente di Lady Gaga, tanto fenomenale quando canta quanto è rivedibile (e siamo generosi) quando è costretta a recitare. Le canzoni funzionano, pur non brillando per originalità, e le esibizioni canore sono decisamente l'unica parte riuscita del film, anche grazie all'ottima chimica tra i due attori protagonisti.

Peterloo (Concorso), voto 6. Un bel dramma in costume, che sembra però fuori posto nel contesto del concorso della Mostra del Cinema. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

Double vies (Concorso), voto 7.5. Il nuovo film di Olivier Assayas usa il tema della tecnologia e dell'avvento del digitale come pretesto per parlare delle bugie e dei sotterfugi di un gruppo di famiglie borghesi che gravita attorno al mondo dell'editoria. Scritto superbamente e con un ritmo pressoché perfetto, il film sembra a tratti piacersi un po' troppo, ma risulta comunque un'interessante ed efficace riflessione sui sentimenti nell'età odierna, e fa pensare che, in fondo, la tecnologia ha cambiato ben poco, in tal senso.

Suspiria (Concorso), voto 6.5. Premessa: non ho visto l'originale di Dario Argento. Il lancio di pomodori possiamo farlo più tardi, ok? Detto questo, l'omaggio (secondo il regista) o il remake (secondo i fan) di Guadagnino funziona bene per quasi tutto il film, sia grazie alla forza delle immagini create dal regista, sia grazie alla scelta dello sceneggiatore David Kajganich di intrecciare la storia della scuola di ballo in mano alle streghe con gli eventi della Germania anni Settanta. Il senso di colpa per i crimini del nazismo e le azioni terroristico/ideologiche della RAF si intrecciano così con la storia della protagonista Susie, vittima designata delle streghe intenzionate a usarla per i loro scopi.
Susie è interpretata da un'inespressiva Dakota Johnson, che non riesce comunque ad affossare quanto di buono c'è nel film. Guadagnino dirige tutto senza fronzoli, dimostrando ancora una volta dopo Chiamami col tuo nome di lavorare meglio quando deve gestire sceneggiature e soggetti altrui. La sua attenzione è sulla storia e sulle atmosfere, ma non per questo rinuncia a creare delle immagini di forte impatto visivo (su tutti spiccano le scene di ballo, e il primo di Susie in particolare) che donano al film una dimensione metafisica che non sconfina mai nell'horror, ma crea un'atmosfera di angoscia e sospensione del reale. Tuttavia, nel finale la sceneggiatura perde del tutto coerenza, rinunciando a scegliere tra catarsi e trionfo del Male per intraprendere una strada senza né capo né coda, e che nel suo epilogo depotenzia la forza di quanto visto fin lì. La regia, purtroppo, segue, e nel finale compie delle scelte scontate e abbastanza prevedibili (c'è sangue? Giriamo tutto con una lente rossa!), in netta contraddizione rispetto al coraggio mostrato fin lì. Peccato.

Adam und Evelyn (Settimana della Critica), voto 5.5. Due giovani che vivono in Germania dell'Est decidono di sfruttare la decisione dell'Ungheria di aprire le frontiere e trasferirsi all'Ovest, nel "mondo libero". Novelli Adamo ed Eva, i due dovranno rifarsi una vita in un mondo sconosciuto. La metafora funziona bene e non è forzata, ma non basta a sorreggere un film che dovrebbe fare della storia la sua forza, e risulta invece lento e con poco ritmo.

The Great Buster (Venezia Classici - Non fiction), voto 8.5. Peter Bogdanovich porta alla Mostra questo splendido documentario su Buster Keaton, un genio della comicità del cinema muto troppo spesso ingiustamente dimenticato. Il film racconta la carriera di Keaton in tutti i suoi aspetti, sottolineandone non solo le doti di comico ma anche quelle di regista e inventore: i suoi film infatti brillano anche per le innovazioni tecnologiche, nonché per l'abilità di Keaton di fare acrobrazie incredibili senza servirsi di stunt. Una piccola perla, assolutamente da non perdere per chi ama il cinema classico e per chi vuole iniziare a scoprirlo.

Pier

venerdì 31 agosto 2018

Telegrammi da Venezia 2018 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia, e vi accompagnerà per tutta la Mostra del Cinema con i suoi telegrammi, recensioni brevi dei film visti nelle varie sezioni.


First Man - Il primo uomo (Concorso), voto 7.5. Dopo un capolavoro come La La Land, Chazelle torna con un film più tradizionale, ma comunque efficace ed emozionante. Chazelle racconta il primo allunaggio ricostruendo fedelmente le esperienze provate dai protagonisti, e facendo sentire lo spettatore parte di ogni volo, ogni test. La fragilità e artigianalità di materiali e tecnologia si percepisce a ogni inquadratura, aiutandoci a comprendere la straordinarietà dell'impresa. Chazelle riprende con mano sicura, regalando anche alcune sequenze (tra tutte quella d'apertura) davvero indimenticabili.

The Mountain (Concorso), voto 3. La storia di un neurologo esperto di lobotomia e del suo apprendista era potenzialmente interessante, ma viene raccontata in modo noioso e pedissequo, con un ritmo praticamente assente e un'afasia che si fa noia mortale dopo pochi minuti, favorita anche dall'espressione frigoriferesca di Tye Sheridan. Jeff Goldblum e una fotografia splendida risollevano il film dal marchio dell'infamia sempiterna, ma il risultato è comunque pessimo.

ROMA (Concorso), voto 6.5. Un racconto intimista ispirato all'infanzia del regista Alfonso Cuaròn, con immagini struggenti ma una storia inspiegabilmente fredda. Qui la recensione estesa fatta per Nonsolocinema.

La favorita (Concorso), voto 8.5. Yorgos Lanthimos, autore di The Lobster, racconta la storia del rapporto tra la regina Anna Stuart e le sue due favorite con un taglio tra il grottesco e il tragico. Il risultato è un film esilarante che però stimola anche profonde riflessioni sul tema del potere e dell'autorità. Fotografia sontuosa, che fa de La favorita forse il miglior film in costume a livello visivo dai tempi di Barry Lyndon, e interpreti strepitose, su tutte Olivia Colman.

The other side of the wind (Fuori concorso), voto 9. Il film perduto di Orson Welles, girato per intero negli anni Settanta ma mai completato dal regista, viene restituito al mondo grazie al finanziamento di Netflix. Il film, dai forti risvolti autobiografici, merita certamente l'appellativo di testamento artistico di Welles: una riflessione sull'arte del cinema e sull'identità personale e artistica, un gioco di incastri solo apparentemente sconnesso in cui il talento del regista si esprime in totale libertà. Il risultato è un film di una creatività dirompente, il più innovativo visto finora alla Mostra, il che la dice lunga sulla visionarietà di Welles, che in un film degli anni Settanta anticipa istanze visive e narrative poi portate avanti da maestri come Lynch e Kubrick.

Sulla mia pelle (Orizzonte), voto 7.5. Il film racconta il caso di Stefano Cucchi con piglio cronachistico, cercando di attenersi il più possibile agli atti processuali e lasciando che siano le immagini a parlare. Il risultato è un film potente, un atto di denuncia fortissimo che arriva dritto allo stomaco anche grazie alla fenomenale interpretazione di Alessandro Borghi: se Sulla mia pelle fosse una produzione americana staremmo già parlando di nomination all'Oscar.

L'EnKas (Orizzonti), voto 6. Solido e coinvolgente film francese che racconta il tentativo disperato di due emarginati di guadagnare qualche soldo: vendere ketamina a un rave. Nulla va come previsto, ma l'esperienza aiuterà i due protagonisti a fare i conti con se stessi, le proprie famiglie, e il proprio passato.

Pier

lunedì 27 agosto 2018

Verso Venezia 2018 - Intervista ad Alberto Barbera

Intervista ad Alberto Barbera, Direttore della Mostra del Cinema di Venezia

Domani The First Man, di Damien Chazelle, inaugurerà la 75a edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Un'edizione che si preannuncia molto ricca, come ormai di consuetudine da quando la Mostra è sotto la direzione di Alberto Barbera.

Barbera, classe 1950, biellese, aveva già diretto la Mostra dal 1998 al 2002. Nel 2012 il ritorno, a sostituire quel Marco Müller che aveva alternato annate strepitose (si pensi alla Mostra del 2007) ad altre decisamente meno convincenti.

Sotto la direzione di Barbera, la Mostra è tornata a essere l'evento centrale del panorama festivaliero, accaparrandosi film che hanno poi fatto incetta di Oscar come BirdmanLa La Land e La forma dell'acqua, ma anche grandi autori come Lav Diaz, Samuel Maoz, e Aleksandr Sokurov.

Abbiamo intervistato il Direttore Barbera, cercando di capire meglio la sua visione sulla Mostra, sul processo di selezione, e sul panorama cinematografico in generale.

Alberto Barbera
Cosa l'ha spinta ad accettare di tornare a Venezia?

Quando ho accettato di tornare a Venezia nel 2012, l'ho fatto mettendo non tanto delle condizioni, quanto proponendo di modificare in maniera anche rilevante la struttura della Mostra in quanto tale, introducendo delle novità, dei progetti, e sostanzialmente cambiando il profilo del festival così come si era consolidato nel corso degli anni, a partire dalla grande innovazione che aveva fatto Carlo Lizzani quando era stato chiamato a dirigere la mostra nel 1979. Da lì in poi di fatto la Mostra era rimasta identica a se stessa nella struttura, con piccoli interventi di adeguamento alla personalità dei singoli direttori che si erano succeduti, però di fatto quello era: un concorso principale ed una sezione collaterale che poi era diventata competitiva a sua volta (anche lì su mia iniziativa nel 2000), e poi una terza sezione più o meno sperimentale.

Dopo il primo mandato ero tornato a Torino a fare il direttore del Museo del Cinema e non avevo molta voglia di ripercorrere a Venezia un percorso già fatto, che poi si era concluso prematuramente ma che comunque aveva avuto una sua parabola in qualche modo definita. 
Ho pensato che valesse la pena di farlo se mi fosse stata data la possibilità di tentare qualcosa di nuovo, tentare di innovare la mostra in quanto tale, che stava subendo i contraccolpi di una competizione molto forte e anche molto aggressiva da parte di altri festival concomitanti in termini temporali: Toronto soprattutto, ma anche Telluride e New York. Era sicuramente nato un processo di ridefinizione dei ruoli dei festival all'interno di un processo più grande di trasformazione dell'universo dell'audiovisivo sotto la spinta dell'evoluzione del digitale. 

Un processo che rischiava di spingere Venezia un po' ai margini di quello che era il circuito internazionale di promozione dei grandi film, con il rischio di relegarla a un ruolo minoritario rispetto ai grandi appuntamenti festivalieri quali Cannes, Berlino, Hong Kong, New York, Toronto, eccetera.
Il pericolo mi sembrava reale, molto forte. I segnali andavano tutti in quella direzione: gli americani che non volevano più venire dicendo che il rapporto tra costi ed investimenti non era più vantaggioso, i rischi erano troppo alti, e così via.
Da qui nacque la decisione di rivedere un po' tutto; finalità, modalità operative, senza parlare di tutto un altro aspetto che è molto importante ed ha avuto una rilevanza enorme, che è stata la grande progettazione legata alla ristrutturazione dei luoghi, dello spazio, dei cinema, dei sistemi d'accoglienza, che è andata avanti parallelamente a questo progetto di ridefinizione della mission del festival, senza il quale forse non saremmo neanche riusciti ad ottenere i risultati che abbiamo invece ottenuto in questi anni.

La Sala Giardino, nuova sala aggiunta sotto la direzione di Barbera
Quali sono state queste novità?

Le novità sono quelle che più volte ho sottolineato e ribadito: la riduzione del numero dei film, per cercare di garantire una maggiore visibilità a tutti i film presentati e quindi un maggior impatto promozionale del festival in quanto tale. Questo non è un fatto secondario, anzi: è un fatto in controtendenza, visto che la maggior parte dei festival tende ad aumentare progressivamente il numero delle proposte, dei film, delle sezioni.

Il secondo punto è stata la decisione di affiancare alla Mostra uno spazio che non abbiamo mai chiamato mercato, perché non è mai stato un mercato nel senso tradizionale del termine. Volevamo che fosse uno spazio rivolto esclusivamente ai professionisti del settore, agli imprenditori commerciali che avevano smesso di venire a Venezia. Un grande problema di Venezia era che, al Lido venivano ancora i registi, gli autori, ma non venivano più tutte quelle figure che sono invece indispensabili, che sono l'altra componente del cinema: la componente industriale, commerciale, produttori, distributori, sales agents, compratori, mediatori, finanziatori eccetera.
Quindi abbiamo dato vita ad un progetto di mercato leggero che poi si è evoluto nel corso degli anni e che sei anni dopo è molto diverso da quella che era all'inizio, perché è stato un lavoro di progressivo aggiustamento del tiro rispetto a quella che abbiamo intuito essere la domanda che veniva da parte degli operatori commerciali del settore.Oggi abbiamo sicuramente raggiunto una parte di obiettivi che ci eravamo proposti, principalmente siamo riusciti a riportare a Venezia un numero significativo di operatori commerciali, senza i quali la mostra sarebbe andata incontro ad un declino progressivo inarrestabile.

Oggi c'é gente che rinuncia ad andare al festival di Toronto e viene a Venezia, perché sa che a Venezia trova occasioni per incontrare operatori commerciali che ha interesse a incontrare, e soprattutto trova delle proposte di co-produzioni di progetti che sono oggi l'elemento chiave per il successo di un mercato. Oggi i mercati non sono più quello che erano una volta, cioè bancarelle dove si vendono prodotti finiti, ma sono spazi virtuali dove si co-producono film ancora da farsi. Questo è un cambiamento radicale che abbiamo intuito, e sul quale ci siamo concentrati e che sta dando ottimi risultati.

Il terzo elemento è stata la creazione del Biennale College, una cosa senza precedenti per la Mostra del Cinema, nata sotto la spinta di analoghe ma non simili esperienze avviate da altri festival. Il primo era stato quello di Rotterdam negli anni '90 con la creazione di "Cinemart", poi altri festival hanno imitato ed espanso questa esperienza: Berlino con "Working Fund", Locarno che ha una piattaforma di sostegno a progetti di cinema indipendente, per non parlare della "Cinefondation" di Cannes, modello estremamente funzionale dal punto vista del festival, ed efficiente dal punto di vista del sostegno ai giovani autori.
Non volevo copiare un modello esistente, volevo fare qualcosa di nuovo, e con Sabrina Delotti, con cui abbiamo dato vita al Torino Film Lab nel 2008, abbiamo elaborato un progetto senza precedenti, che è  quello che oggi chiamiamo il Biennale College, che ha avuto un tale successo da essere esportato dalla biennale stessa anche negli altri dipartimenti della biennale. Oggi quindi esiste un Biennale College teatro ed un Biennale College musica, e credo che esista anche un Biennale College danza.

Quello che però ha avuto maggiore successo e maggiore impatto non soltanto mediatico ma anche concreto ed effettivo è il Biennale College cinema, che è stata una scommessa al buio, rischiosissima: l'idea di passare nell'arco di dodici mesi dall'individuazione di una serie di progetti attraverso un bando internazionale, al finanziamento e realizzazione di tre film che dovevano essere girati e consegnati in tempo per la Mostra dell'anno successivo. Una cosa sulla carta apparentemente assurda, una scommessa che, nonostante le limitazioni del microbudget, sulla carta aveva dei margini di imprevedibilità molto molto elevati mentre invece fin da subito ha funzionato benissimo, fin dal primo anno.
Non solo siamo riusciti ogni anno a realizzare i tre progetti che ci eravamo proposti, ma la maggior parte di questi film ha avuto successo: sono stati accolti bene dalla critica, alcuni hanno avuto una vita attraverso il circuito dei festival, premi internazionali, e alcuni sono stati distribuiti commercialmente, nel loro paese o su piattaforme online .
Quindi, il successo di Biennale College è andato ben oltre le nostre più rosee aspettative.


Poi nel 2017 si è aggiunto un ulteriore elemento, che è l'apertura alla realtà virtuale, con l'apertura di un nuovo concorso di progetti VR: un'iniziativa senza precedenti, perché nessun grande festival era mai andato al di là di una curiosità marginale del VR, anche perché il VR è un'opportunità generata da una tecnologia recentissima che ancora non ha una storia, oltre a non avere uno standard né tecnologico, né linguistico, né formale. Per questo motivo finora ci si era limitati a presentare alcuni prodotti che avevano più il sapore di una curiosità, l'aveva fatto il Sundance, lo aveva fatto Cannes nel Marché, l'aveva fatto con un po' più di attenzione il Tribeca a Maggio di quest'anno, però parliamo di un arco temporale di poco più di 24 mesi, forse 36.

All'interno di questo quadro di cambiamento di tutto il sistema, come vengono selezionati i film del concorso?Cosa è cambiato rispetto al passato?

Innanzitutto, i concorsi sono due. Ci tengo a dirlo perché è lo stesso processo, chiunque voglia iscrivere un film alla selezione di Venezia lo fa genericamente, proponendo il film senza indicare una sezione specifica. Lo dico perché in realtà sono molti quelli che ci chiedono "come faccio ad iscrivere il film ad Orizzonti o al concorso principale?", ma la risposta è sempre la stessa: tu iscrivi il film a Venezia, e poi siamo noi a decidere la collocazione del film.
Questo è un elemento discriminante rispetto alla selezione, perché vuol dire che in realtà dal nostro punto di vista non c'è un concorso di serie A o un concorso di serie B, sono due facce della stessa medaglia, dove la medaglia ovviamente è la vetrina di Venezia, che rispecchia la situazione del cinema mondiale in quel periodo dell'anno.
Le due facce ovviamente si differenziano l'una dall'altra perché in un concorso c'è una prevalenza di autori già affermati, produzioni di peso, mentre nell'altra prevale un'attenzione rispetto ai cineasti emergenti, alle produzioni indipendenti e alle cinematografie meno favorite dal mercato tradizionale, però allo stesso tempo ci piace anche mescolare le carte, ci piace mettere in concorso opere prime di autori sconosciuti, come nel 2017. Allo stesso modo ci piacerebbe, ma non sempre è possibile, mettere in Orizzonti film di autori affermati, che hanno già una storia, una filmografia consistente. Ogni tanto ci riusciamo, per cui la cosa funziona abbastanza bene.

Come avviene il processo di selezione? Intanto c'è un problema quantitativo, perché ogni anno cresce il numero dei film che vengono proposti alla selezione. Nel 2017 abbiamo visionato quasi 1800 lungometraggi e quasi altrettanti cortometraggi.
I film cominciano ad arrivare intorno a Marzo, anche perché molti film vengono proposti contemporaneamente sia a Venezia che a Cannes. Il grosso dei film però arriva da fine Maggio in poi.
Dovendo dare qualche numero, potrei dire che tra Marzo ed Aprile vediamo 200 film e poi da fine Maggio e fine Luglio ne vediamo 1200. La maggioranza è quindi concentrata in quelle otto o nove settimane che sono un autentico incubo, perché vedere 1500 film in pochissimo tempo è non soltanto fisicamente estenuante, ma è anche complicato.
Questo compito improbo è affidato a una commissione di selezione composta da sette persone, sei dei quali stanno stabilmente a Venezia, nel senso che prendono l'impegno di stare fisicamente con me al Lido di Venezia nelle otto o nove settimane di selezione, nel modo che si possa insieme compiere questo percorso. In aggiunta ci sono tre pre-selezionatori che lavorano da casa. Abbiamo messo una piattaforma in sicurezza sulla quale vengono caricati molti dei film che vengono proposti.

I selezionatori da casa quindi vedono i film che riescono a vedere, con una selezione prevalente per gli autori sconosciuti di cui non si sa assolutamente nulla, mentre noi a Venezia vediamo tutti i film di autori  conosciuti, tutti i film che ci sono stati segnalati da una rete complessa di soggetti che ci mandano o ci segnalano i film. Questi soggetti possono essere singole persone, corrispondenti/scout con i quali abbiamo un rapporto istituzionale, e che si occupano di varie aree geografiche: ne abbiamo uno che si occupa del cinema Latino Americano, uno che si occupa del cinema Cinese, uno che si occupa dell'area ex Sovietica, uno che si occupa dell'area sud Asiatica esclusa la Cina e Corea. C'è poi un secondo gruppo di persone, che sono amici, conoscenti, critici che ci mandano segnalazioni di film, in produzione o appena terminati, e poi ci sono gli organismi di promozione da tutto il mondo, che non solo ci mandano il film, ma anche informazioni sui singoli film e che ci aiutano a valutare quelli più interessanti e a dare priorità nella visione. Infine, ovviamente ci sono i singoli autori e produttori con cui abbiamo storicamente rapporti e che ci mandano film eccetera.

La premessa è che noi vediamo tutto. L'impegno è che dobbiamo vedere assolutamente tutto perché non possiamo escludere che, come è successo in passato, arrivi un film di un autore completamente sconosciuto che poi si rivela essere un'opera molto interessante. Non possiamo quindi correre il rischio di lasciar fuori per esempio qualcuno come il vincitore derla miglior regia di quest'anno (Xavier Legrand con L'affido, ndr).
Il processo di selezione è lungo e faticoso, e comporta alcune scelte giocoforza dolorose, anche per il poco tempo a disposizione. Una volta operata la selezione dei film, c'è un altro processo molto importante che è quello di decidere in quale dei due concorsi va messo ciascun film, o se il film va messo fuori concorso. Qui intervengono altri fattori, altri metri di valutazione e di giudizio. Una cosa che dico spesso è che bisogna sempre cercare di difendere i film che si invitano ad un festival, ovvero collocarli nella posizione destinata a fare meno male possibile al film, aiutandolo quindi a essere accolto il più positivamente possibile da parte della critica, degli operatori commerciali, e del pubblico presente al festival.

Quello che faccio a volte è proprio di spiegare perché sia più utile e più efficace, che un film non sia nel concorso principale ma sia invece in "Orizzonti" o sia addirittura fuori concorso.
Le aspettative sono minori, e aiuta anche il lavoro dei critici, che devono vedere 4/5 film al giorno esprimendo un giudizio a caldo, ed è quindi inevitabile che possano sbagliare o comunque esprimere giudizi affrettati. Bisogna tenere conto di questo fatto, e quindi esporre un film più "fragile", diciamo così, a un giudizio negativo vuol dire fargli un cattivo servizio. Questo poi vale soprattutto per i film italiani a Venezia. Un esempio in questo senso è "Nico" di Susanna Nicchiarelli. La produzione avrebbe voluto venire in concorso, come è ovvio. Il film a me è piaciuto moltissimo fin dalla prima visione, ed era un film di cui ero assolutamente convinto e che volevo assolutamente a Venezia.
Ho riflettuto a lungo se metterlo nel concorso principale o no, e poi ho spiegato ai produttori che secondo me il film sarebbe stato ricevuto meglio se fosse stato inserito in Orizzonti, magari come film d'apertura. Hanno accettato, e il film ha vinto il premio come miglior film di Orizzonti ed ha avuto riscontri estremamente buoni, ricevendo recensioni molto positive anche dai critici stranieri, ed è stato venduto in numerosi paesi.


E poi non c'è la controprova perché magari chi dice che un certo film è bello, magari è influenzato dal fatto di averlo visto in una determinata sezione rispetto ad un'altra.Un chiaro esempio dell'importanza del "framing", della presentazione.

Esatto.

Spesso in un festival come la Mostra si parla della qualità dei film, come è naturale. Quando si parla di qualità ci si focalizza solo sul piano artistico, o si guarda alla qualità anche in termini di realizzazione ben eseguita?

Questo è un altro tema che ha dato origine a polemiche frequenti negli ultimi anni, non soltanto a Venezia: un festival deve privilegiare le ragioni dell'arte e dell'estetica o quelle più commerciali e dell'attenzione nei confronti del pubblico? O forse deve cercare di trovare una mediazione tra questi aspetti?
A mio parere queste sono polemiche molto superficiali, incapaci di andare al di là del primo livello che è quello più immediato e anche più banale di una contrapposizione netta tra un cinema d'arte ed un cinema industriale. Sin dalle origini il cinema è sempre stato diviso tra un'anima artistica ed una dimensione industriale. Sono rarissimi i casi di film che vengono realizzati e prodotti completamente al di fuori di una logica commerciale: devono essere film finanziati da mecenati, film di artisti che si affidano magari a circuiti di fruizione alternativa che non è quello del cinema, o film sperimentali fatti dai singoli individui a casa propria, una volta col Super 8 adesso con una telecamera digitale, ma che hanno ambiti ed obiettivi totalmente diversi.
Se ci mettiamo a discutere di cosa sia il cinema artistico e di qual è l'interesse estetico di un film entriamo in un ambito estremamente articolato.

Il festival di Cannes per esempio sembra difendere in maniera anche molto radicale una certa idea di cinema d'autore che è quella sedimentata nella tradizione culturale cinematografica francese, a partire dai Cahiers du Cinema degli anni '50 in poi. Poi è chiaro che anche Cannes si permette delle eccezioni a questa regola, facendo incursioni in un cinema più commerciale facendo anteprime di grossi film Hollywoodiani (quando riesce), o aprendosi a forme espressive diverse come il cinema d'animazione. Tuttavia, dietro all'idea del festival di Cannes c'è comunque questo presupposto culturale che è quello che definiamo "cinema d'autore".

A mio parere la contrapposizione tra cinema d'autore e cinema industriale è comunque qualcosa che appartiene un po' al dibattito del passato. Con la rivoluzione digitale e con i cambiamenti profondi che hanno investito l'intero sistema produttivo dell'audiovisivo, oggi è difficile tracciare una linea netta che separi questi due ambiti. Da un lato ci sono autori che per motivi diversi sempre di più si servono di codici di genere per fare un'opera estremamente personale, o comunque vanno alla ricerca di una mediazione con un pubblico o della capacità di parlare ad un pubblico più ampio rispetto al passato. Dall'altro l'industria del cinema ha capito che se non si punta sulla possibilità di innovare costantemente la narrazione e le forme espressive, oltre alle forme spettacolari, si rischia di perdere l'interesse del pubblico, che oggi come oggi non è più scontato come un tempo.
Quando il cinema era un mezzo di intrattenimento di massa e tutti andavano al cinema almeno una volta alla settimana, l'industria del cinema era un po' più garantita, poteva permettersi di produrre, ne producevano 10, 2 o 3 andavano male ma gli altri 7 o 8 davano profitti e coprivano le perdite.
Oggi è diverso, soprattutto le grandi produzioni producono sempre meno film, a costi sempre maggiori e se sbagliano un film i rischi di non riuscire a coprire le perdite diventano troppo elevati. 

Questo genera un effetto positivo, cioè la volontà di cercare continuamente di rinnovarsi.
Mai come in questi anni il cinema è cambiato, ci sono stati ricambi generazionali continui, esordi di giovani registi, commistioni di generi, tentativi di utilizzare le potenzialità tecnologiche legate agli effetti speciali a fini narrativi. Sarebbe deleterio se un festival non tenesse conto di questa realtà nuova e non cercasse in qualche modo di abbandonare schemi che appartengono al passato per confrontarsi con una realtà estremamente mutevole, dinamica e cangiante come quella di oggi.

Una grande soddisfazione di questi ultimi anni e un grande rammarico?

La grande soddisfazione è di essere consapevole del fatto che Venezia è il festival che si è trasformato di più, che ha introdotto il maggior numero di innovazioni, operazione che nessun altro festival ha fatto. Se pensiamo al numero di progetti innovativi introdotti a Venezia nell'arco di sei anni, questa è la cosa che mi da più soddisfazione, anche perché sono tutte innovazioni che hanno dato dei risultati soddisfacenti. Aver scommesso così tanto, aver assunto dei rischi così alti,aver messo in discussione la forma stessa del festival, il suo profilo e la sua identità ed aver ottenuto dei risultati così soddisfacenti, è la cosa che ovviamente mi gratifica maggiormente.


Recriminazioni non tante, ma una è indubbiamente il fatto di dover fare tanto con così pochi soldi.
Quando io faccio il confronto tra il budget che hanno a disposizione i miei colleghi per fare i loro festival ed il budget di Venezia, da un lato sono orgoglioso, ma dall'altro mi rammarico e penso a cosa potremmo fare con qualcosa di più. Venezia ha un budget che non arriva ai 13 milioni di euro, 12 e mezzo. Il budget di Cannes è sui 22 milioni di euro, Berlino è 28 milioni di euro. Parliamo di festival che sono i diretti concorrenti di Venezia, festival che hanno più o meno le stesse dimensioni a livello di film, eventi, attività, però loro hanno il doppio o più del doppio del budget.
Allora, se da un lato pensi che siamo bravi perché riusciamo a fare le nozze con i fichi secchi, dall'altro mi chiedo anche che cosa riusciremmo a fare se avessimo qualche risorsa in più, perché vuol dire che potremmo fare le cose ancora meglio di come le facciamo, probabilmente.
Ad esempio, potremmo farle in condizioni meno punitive per chi lavora per noi: siamo pochissimi a lavorare, lavoriamo tantissimo, lavoriamo con dei ritmi e degli stress che sono pesantissimi. I nostri dipendenti sono pagati poco, lavorano tantissimo ed hanno pochissimo tempo a disposizione. Poi il vantaggio è che tutti quelli che lavorano per Venezia lo fanno con passione, dando il massimo, però è difficile, se avessimo qualche soldo in più potremmo lavorare in condizioni migliori e potremmo offrire anche un servizio ancora migliore.

Pier

lunedì 13 agosto 2018

Ant-Man and the Wasp

La grandezza delle piccole cose


Scott Lang è agli arresti domiciliari per aver indossato i panni di Ant-Man negli eventi raccontati in Captain America: Civil War. Una notte Scott sogna Janet, la moglie di Hank Pym rimasta intrappolata decenni prima nel regno quantico, e si rimette in contatto con Hank e la figlia Hope, dando vita a una cascata di eventi che lo constringeranno a reindossare i panni di Ant-Man e a fare i salti mortali per non essere scoperto dalla polizia e dalla sua famiglia. Questa volta, però, non sarà solo: Hope ha deciso di seguire le orme della madre, e di indossare i panni e le ali di The Wasp.

Il primo Ant-Man era stato una delle sorprese più gradite dell'Universo Marvel, forse quella più inaspettata dai tempi del primo Iron Man: storia solida, personaggi credibili e ben costruiti, tempi comici perfetti, ma soprattutto l’intuizione di realizzare un film più “domestico”, in cui il nemico più temibile non è un alieno venuto dallo spazio o un supercattivo quasi invincibile ma la quotidianità e la difficoltà. Ant-Man funzionava perché era un film umano, in cui ci si affezionava al protagonista (grazie anche all’ottima prova di Paul Rudd) e al suo tentativo di redimersi agli occhi della società e della figlia.

Il secondo capitolo segue le tracce del primo, espandendo la storia e aggiungendo nuovi personaggi, ma sempre cercando di mantenere elementi quotidiani come famiglia e lavoro al centro della vicenda. Il risultato è un sequel riuscitissimo che, pur riprendendo i punti di forza del primo capitolo, riesce a rielaborarli in modo originale. Ant-Man and the Wasp è infatti il perfetto esempio di ciò che un buon sequel dovrebbe essere: la trama viene costruita a partire da elementi introdotti nel primo film, e risulta quindi convincente sia in relazione al primo, sia indipendentemente da esso, evitando quel fastidioso senso di posticcio che caratterizza molti sequel, anche all’interno dell’Universo Marvel; i nuovi personaggi introdotti sono adeguatamente approfonditi e possiedono un proprio arco narrativo, che si interseca con quello dei protagonisti in modo convincente; e lo humor non deriva da un riciclo delle situazioni che avevano funzionato nel capitolo precedente, ma nuove idee e da ricontestualizzazioni che fanno funzionare la stessa gag in modo completamente diverso.

Al centro del film c’è sempre la famiglia, con il protagonista diviso tra il suo senso del dovere e la prospettiva di perdere nuovamente la figlia, e la protagonista divisa tra il desiderio di ritrovare la madre e quello di costruirsi una nuova vita. All’interno di questo schema viene inserito con successo lo pseudo-villain, dotato di poteri tanto fenomenali quanto terribili per il suo possessore. Il personaggio di Ghost incarna infatti tematiche niente affatto banali come quella del dolore cronico e della terapia del dolore, ovviamente declinate in salsa supereroistica. L’elemento di forza del film è però senza dubbio la comicità. La sceneggiatura è semplicemente perfetta in tal senso, e fa sapiente uso di diversi tipi di comicità, da quella fisica a quella verbale, passando per scene d'azione adrenaliniche ma giocate in tono minore (è il caso di dirlo), che replicano con maggiore successo la pur riuscitissima scena del treno del primo capitolo.

Evangeline Lily riesce finalmente a emergere in questo capitolo, rivelandosi una spalla efficace che sa però anche farsi capocomico. Rudd è però ancora il protagonista indiscusso, e ci regala una delle scene più esilaranti mai viste in un film Marvel; una scena che rischiava di essere una caduta di tono e stile, e che risulta invece riuscitissima grazie alla straordinaria mimica facciale e corporea del protagonista.

Ant-Man and the Wasp è, insomma, un film riuscitissimo, che coniuga comicità e azione come solo i migliori film del genere sanno fare, alternando diversi toni senza perdere coesione e coerenza narrativa. Assistiamo così a un heist movie che diventa commedia drammatica a sfondo famigliare, per poi farsi parodia del genere supereroistico stesso e trasportarci in un meraviglioso viaggio nel mondo dei quanti. Un film imperdibile per chi ama i film di supereroi, e altamente consigliato anche per chi volesse godersi due ore di puro e semplice divertimento, in cui il vero eroismo è sopravvivere alla vita di tutti i giorni.

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Pier