venerdì 25 gennaio 2019

La favorita

Il tragico divertimento delle dame


Inghilterra, XVIII secolo. La regina Anna è una creatura fragile e capricciosa, in preda a vari problemi di salute e a una totale incapacità di rinunciare ai piaceri della carne. Lady Sarah, la sua favorita, governa de facto il paese, approfittando della sua influenza sulla suggestionabile regina. Quando però giunge a corte Abigail Masham, lontana parente di Lady Sarah decisa a guadagnarsi un posto nell'alta società, le cose cominciano a cambiare.

Ogni grande tragedia è pervasa da una forte vena comica, che serve da contraltare al dramma che domina la scena, ma al tempo stesso è parte integrante di quel dramma: l'assurdità e la pervicace ostinazione con cui i protagonisti creano il proprio tragico destino non sfuggiva agli antichi, le cui tragedie, da Sofocle a Shakespeare (Shakespeare is always incredibly fun, per usare le parole di Ian McKellen), sono infatti pervase di numerosi momenti di un'ironia strisciante che esplode nei momenti più inaspettati.
Non è dunque una sorpresa, forse, che si sia dovuto attendere un regista greco, quel Yorgos Lanthimos che ha più volte dichiarato di rifarsi alle tragedie euripidee, per avere quella che è forse la più acuta e ficcante tragedia del potere mai vista su schermo. In La favorita la lotta per il potere fa solo vittime, e anche i presunti vincitori si ritrovano prigionieri di una rete di relazioni e dipendenze da cui non possono realmente liberarsi.

Il loro continuo affannarsi è esilarante e drammatico al tempo stesso, un continuo, grottesco balletto che la macchina da presa osserva con la distanza propria degli dei, spettatore silente di uno spettacolo esilarante e tragico cui non ha intenzione di partecipare. Lanthimos adotta infatti il punto di vista di uno scienziato osserva delle cavie di laboratorio: le due "favorite" brigano, tramano, si contendono il favore della regina Anna, e la regina stessa dipende dalla loro presenza e dal loro affetto, vero o presunto che sia. Lanthimos solleva il sipario della vita di corte e ce la mostra nella sua interezza, tra lusso ed espletazione delle più basse funzioni corporali, mostrandoci la puzza dietro il profumo, le deformità dietro il belletto. Lo fa senza giudicare, ma semplicemente mostrando, pizzicando delicatamente le corde della complessa ragnatela di potere che lega i protagonisti, riducendo a poco a poco la loro possibilità di movimento, attirandoli a sé come un ragno fa con le sue prede, mentre queste, dibattendosi, stringono sempre di più i fili che le imprigionano.


Lanthimos, con l'aiuto degli sceneggiatori Deborah Davis e Tony McNamara, dipinge delle protagoniste reali, mostrandone i segreti e le più basse ambizioni senza però giudicarle, ma anzi rendendo le loro azioni, anche quelle più abiette, perfettamente comprensibili. Il principio tragico tra azione e reazione è portato alle estreme conseguenze per raccontare una pagina poco conosciuta della storia inglese che diviene un momento di Storia universale. Tutto questo viene fatto con una sceneggiatura magistrale ed esilarante, che trascina lo spettatore verso un finale di rara potenza degno di una grande tragedia shakespeariana, in cui i fili finalmente si tendono e le protagoniste si trovano a contemplare ciò che hanno creato, senza aver nessuno da rimproverare se non se stesse. Allo stesso tempo, il regista greco non manca di evidenziare le dinamiche sociali che hanno portato le protagoniste ai comportamenti rappresentati - un sistema patriarcale che le vorrebbe relegare sullo sfondo, e che rende l'essere spietate e amorali l'unica strategia possibile per sopravvivere.

La favorita è anche il più sontuoso film in costume dai tempi di Barry Lindon, cui si ispira dichiaratamente per l'impianto visivo e per la scelta di usare solo illuminazione naturale. Questa ispirazione non è però sterile, ma si evolve in nuove direzioni tese a creare e perpetuare un effetto di straniamento continuo che sottolinea ulteriormente l'assurdità della vicenda narrata. Il risultato è un film visivamente sublime, in cui Lanthimos osserva le sue protagoniste con lenti spesso deformate, facendo un ampio uso dell'occhio di pesce e del grandangolo, e infarcendo la vicenda narrata di scene che raccontano la grottesca realtà della vita dell'epoca, a corte e non.

Il film tuttavia non riuscirebbe a raggiungere certe vette se non fosse per l'interpretazione strepitosa delle protagoniste: se Emma Stone e Rachel Weisz sono perfette nel rendere le psicologie delle due favorite, così diverse eppure così simili, su tutte si staglia la figura tragicomica della regina Anna, interpretata magistralmente da Olivia Colman (cui suggeriamo di fare causa a chi la mette alla pari di Lady Gaga nella corsa agli Oscar). La sua prova è indimenticabile per l'abilità di variare continuamente tono, restituendoci una sovrana ora golosa, ora lussuriosa, ora infantile, ora tirannica.

Lanthimos conferma il talento già espresso nei suoi precedenti lavori dimostrando sia la sua capacità di realizzare un prodotto autoriale anche all'interno del sistema produttivo hollywoodiano, sia una straordinaria vena comica e un gusto per l'assurdo assolutamente incredibile (la scena di ballo è in tal senso memorabile), che riesce però a mettere magistralmente al servizio della storia. Il regista greco tiene in equilibrio le varie anime della storia e i vari elementi del film con un'abilità da giocoliere, realizzando quello che è probabilmente il miglior film dell'anno.

*****

Pier

mercoledì 23 gennaio 2019

ROMA

Un'algida bellezza



Messico, 1970. Cleo è la domestica tuttofare di una famiglia benestante che vive a Roma, un quartiere medioborghese di Città del Messico. Cleo è india, mentre la famiglia è gringa, ma tra lei e  i figli esiste un rapporto molto stretto. La sua storia e quella della famiglia si intersecano con quella del paese, dove le tensioni sociali che ribollono sotto la superficie non tarderanno a esplodere.

Dopo le abbacinanti evoluzioni spaziali di Gravity, Cuarón passa dall’universale al personale, realizzando un film cui è chiaramente molto legato a livello sentimentale e umano. ROMA ci offre infatti uno spaccato dell’infanzia del regista e dei suoi ricordi di bambino, cercando però di narrarli dal punto di vista di Cleo. Siamo nella Città del Messico degli anni Settanta, in preda ai tumulti studenteschi repressi con violenza dal governo. In questo scenario di forte conflitto sociale si sviluppano i conflitti personali della protagonista, costretta a trovare un fragile equilibrio tra i suoi problemi e quelli della famiglia per cui lavora, i cui quattro figli ama e accudisce come fossero suoi. L’abbandono del capofamiglia lascia Sofia, la madre, in profonda crisi, da cui riuscirà a uscire grazie al silenzioso e discreto supporto di Cleo.

Nonostante la natura corale del film, la figura silenziosa, quasi muta, di Cleo segna la storia con la sua dolce ma incrollabile dedizione, ritagliandosi un ruolo da protagonista. Il suo carattere mite nasconde infatti una determinazione incrollabile, che la aiuterà a superare i numerosi ostacoli che trova sul suo cammino, e la porterà anche a superare i suoi limiti e le sue paure pur di aiutare una famiglia che sente come sua. Tuttavia, il film non riesce mai a creare una connessione tra pubblico e protagonista, facendoci vivere le sue (dis)avventure con un piglio quasi documentaristico: la ricerca del punto di vista di Cleo fallisce, e lo spettatore finisce per assistere a ciò che accade alla protagonista anziché prendervi parte.

In questo Cuaròn dimostra di non aver imparato appieno la lezione del Neorealismo, che pur rimane la più chiara influenza artistica del film: il racconto di vicende reali non deve fermarsi all'osservazione, ma renderci partecipi delle sofferenze e dei patemi dei protagonisti. La corsa disperata della Magnani in Roma città aperta, il pianto del bambino di Ladri di biciclette, il finale di Ossessione: tutte queste scene lasciano un segno indelebile nel cuore dello spettatore, facendolo soffrire con i personaggi, anziché per loro.


In ROMA tutto questo non succede, se non a tratti, e la sua mancanza finisce per buttare al vento il forte potenziale emotivo di una storia di questo tipo, creando distanza emotiva laddove dovrebbe creare identificazione. In questo senso, siamo anni luce distanti dalla sapiente narrazione di A Simple Life (anch'esso, come il film di Cuàron, presentato a Venezia). La storia non coinvolge quindi fino in fondo, e si assiste in modo quasi impassibile alla lunga (forse troppo) sequenza di eventi più o meno rilevanti che segnano la vita di Cleo. La connessione tra storia personale e Storia rimane solo in superficie, e il parallelismo tra le disavventure della famiglia e quella del paese è troppo sottile per giustificare l’ampio risalto dato alle seconde.
Se sul piano narrativo perde qualche colpo, sul piano visivo ROMA è splendido, con alcune immagini di una bellezza struggente, fotografate in un bianco e nero quasi onirico che, pur non esaltando nessuna inquadratura in particolare, contribuisce a creare un'atmosfera malinconica che è il vero punto di forza del film. Sono infatti le immagini a regalare i rari momenti di commozione, sopperendo così a ciò che le parole e i silenzi – molto numerosi  – non sono riusciti a comunicare. 

Cuarón realizza quindi un film imperfetto, algido, in cui alla perfezione formale si accompagna un’inspiegabile freddezza narrativa. Il trionfo a Venezia e le numerose nomination agli Oscar rimangono pienamente giustificate per via della sublime qualità visiva e cinematografica. Tuttavia, il distacco tra pubblico e protagonista, probabilmente non voluto, finisce per ridurre l’impatto emotivo creato dalle immagini, e lascia quindi in superficie tutti quei sentimenti che, se approfonditi, avrebbero potuto renderlo un film davvero indimenticabile.

*** 1/2

Pier


domenica 13 gennaio 2019

Vice - L'uomo nell'ombra

Il fiore e il serpente


Look like th'innocent flower, but be the serpent under't.

Assomiglia al fiore innocente, ma sii il serpente sotto di esso.

Macbeth, Atto I, Scena 5


Wyoming, Anni Settanta. Dick Cheney viene fermato per guida in stato d'ebbrezza dopo essere stato cacciato da Yale. La fidanzata Lynne lo mette davanti a un ultimatum: o si rimette in carreggiata, o la perderà per sempre. Inizia da questo episodio all'apparenza banale l'irresistibile ascesa al potere di un uomo che fece dell'apparire banale la sua fortuna. Cheney divenne un uomo centrale nelle amministrazioni repubblicane di Ford, Reagan, Bush padre e, soprattutto, Bush figlio, trasformando il sistema politico statunitense da dietro le quinte, distruggendo silenziosamente il sistema di pesi e contrappesi che limitava l'autorità presidenziale e cercando di trasformare gli Stati Uniti in una plutocrazia di fatto.

Il tema del potere e della tirannia ha sempre affascinato l’umanità. Dai tempi di Shakespeare e Machiavelli, numerose sono le opere d’arte e dell’ingegno che hanno affrontato queste domande: che cos’è il potere, e come si manifesta? E quali sono i confini che regolano il suo esercizio?

Una delle grandi illusioni ai tempi della nascita democrazia è stata, ormai possiamo dirlo, l’introduzione di una gestione trasparente del potere: ciò che una volta veniva deciso nelle oscure camere di qualche nobile ora sarebbe stato deciso durante un dibattito pubblico, cui tutti avrebbero potuto assistere o addirittura prendere parte.
Vice - L'uomo nell'ombra ci mostra il lato oscuro e segreto del potere ai tempi della democrazia, mostrandoci come una volontà ferrea e l’abilità di agire nel buio, nascondendo i propri intenti dietro un'apparenza da grigio burocrate, possano scardinare anche i più elementari sistemi di pesi e contrappesi dello stato di diritto senza che nessuno se ne accorga.

Vice sarebbe una tragedia shakespeariana (il Bardo viene esplicitamente citato in un immaginifico scambio notturno tra Cheney e la moglie Lynne) se non fosse per l’orrorifico grigiore del suo protagonista: di lui non si ricorda un discorso, un monologo, un intervento che possa divenire immortale.
Il piano di Cheney si è consumato dietro le quinte, attraverso quattro presidenti e trent’anni di storia americana, per poi trovare il suo trionfo e la sua fine durante la presidenza di George W. Bush, qui dipinto come l’utile idiota che rese possibile a un vice-presidente, carica solitamente poco più che onorifica, ottenere un simile potere. Intorno a Cheney si muove una corte di personaggi della sua risma, tra cui spicca un Donald Rusmfield flamboyant e spietato,una maschera di gomma sorridente e terribile, illegibile per amici e nemici; un vero attore della politica, al punto che Bernardo Bertolucci, scherzosamente, suggerì di assegnargli il premio per il miglior attore alla Mostra del Cinema di Venezia. Più ingannevole di lui è però Cheney, solo all’apparenza anonimo e stolido, ma in realtà sottile calcolatore e pianificatore spietato, in grado di mascherare sotto l’aspetto da burocrate un’ambizione sfrenata e un’astuzia mefistofelica, che gli ha permesso di arricchire se stesso e i suoi amici ma, soprattutto, di plasmare il sistema politico e sociale statunitense secondo i suoi desiderata, in un modo talmente profondo che forse, ancora oggi, non ne abbiamo ancora compreso a pieno la portata.

McKay riprende l’impianto semidocumentaristico utilizzato con successo ne La grande scommessa e lo applica alla biografia di un uomo che ha vissuto nell’ombra, segnando però irreversibilmente la storia statunitense e mondiale. McKay alterna narrazione diegetica ed extradiegetica, utilizzando un narratore solo apparentemente estraneo alla vicenda narrata, nel tentativo di essere obiettivo sui fatti che sono di pubblico dominio e incisivo nei dialoghi che deve, giocoforza, ricostruire, senza rinunciare alla satira sociale e di costume che è stata la cifra del suo lavoro precedente. Il risultato è un film cupo e forse meno divertente di quelle che erano le intenzioni del regista, ma comunque incisivo nel raccontare un lato della storia recente rimasto troppo a lungo nell'ombra. Molti i passaggi inquietanti e spietati, che faranno accapponare la pelle anche a chi ne conosceva già alcuni aspetti, e lasceranno senza parole chi ne era ignaro. Dalla nascita di Fox News al bombardamento dell'Iraq, passando per un Isis creato per un eccesso di arroganza e lasciato proliferare per non dover riferire l'accaduto al presidente, come una marachella nascosta per non incorrere nella punizione della maestra: il film apre tutti gli armadi che si possono aprire, offrendo un ritratto desolante della classe dirigente. Il momento forse più inquietante, e per questo il migliore del film, è quello in cui McKay racconta l'occupazione quasi militare dell'amministrazione federale da parte di Cheney come fosse un enorme gioco in scatola.

Il film ha meno ritmo de La grande scommessa, ma possiede comunque una sferzante efficacia che gli permette di dissezionare il suo soggetto da ogni angolazione. La narrazione funziona anche grazie alla decisione di McKay di mostrare il lato umano di Cheney: dai problemi di alcolismo in gioventù all'affetto per la moglie Lynne, passando per la decisione di non correre come candidato alla presidenza per evitare l'umiliazione della stampa scandalistica alla figlia Mary, di recente dichiaratasi omosessuale. Mary rappresenta per Cheney l'ultima ombra di umanità e innocenza, destinata anch'essa a cadere sulla strada di un'ambizione che non conosce confini di tempo né di generazioni.

Al centro del film ci sono però gli attori, su cui giganteggia un Christian Bale impressionante non tanto per l'incredibile trasformazione fisica, quanto per la sua capacità di far entrare nello spettatore nella testa di un uomo all'apparenza così anonimo, eppure così eccezionale nella sua risoluta ricerca del potere. Accanto a lui brillano tutti: Amy Adams è una Lynne Cheney che si fa Lady Macbeth, Steve Carell un poliedrico Donald Rumsfield, e Sam Rockwell è un George W. Bush da antologia, che emerge dalla vicenda quasi illibato nella sua totale ignoranza e stolidezza.

Vice è una lezione di politica che non diviene mai didascalica, e riesce perfettamente nel suo intento di raccontare le ombre della politica statunitense e i mostri che hanno proliferato al loro interno. Il gioco di incastri tra piani temporali e tecniche narrative è leggermente meno efficace che ne La grande scommessa, ma è comunque riuscito e contribuisce a differenziare il film dagli altri del genere, donandogli una freschezza e una lucidità solitamente difficili da ottenere nei biopic. Vice racconta il potere, e le misere motivazioni che lo sostengono, in maniera magistrale, presentandolo come una malattia che si diffonde silenziosamente, sotto pelle, e le cui conseguenze vengono identificate solo quando è troppo tardi.

****

Pier


giovedì 3 gennaio 2019

Suspiria

Le nuove facce dell'orrore


Berlino, 1977. Susie Bannion, una giovane danzatrice statunitense, ottiene un'audizione presso la compagnia di danza Markos Tanz Company. Durante l'audizione attira l'attenzione della famosa coreografa Madame Blanc, e nel giro di breve tempo ottiene il ruolo di prima ballerina. Intorno a lei, tuttavia, continuano ad accadere strani eventi, tra allieve scomparse e sussurrate accuse di stregoneria. Susie dovrà scoprire la verità, sullo sfondo di una Berlino cupa e caotica a causa delle scorribande della RAF.

Se c'è una dote che non manca a Luca Guadagnino, questa è indubbiamente il coraggio: scegliere di confrontarsi con un film di culto come il Suspiria originale di Dario Argento, pietra miliare del genere horror e della cinematografia del regista romano, è infatti un'impresa che farebbe tremare le gambe anche a cineasti più esperti del cremonese. Guadagnino affronta quest'opera ai limiti del titanico scegliendo una visione completamente diversa da quella del film originale, facendo così del suo film un omaggio più che un remake.

Guadagnino di fatto mantiene soltanto l'impianto centrale della storia - la scuola di danza che serve da copertura per una congrega di streghe. Per il resto il distacco è totale: laddove il film di Argento è un horror a tutti gli effetti, quello di Guadagnino è un ibrido che racconta l'orrore attraverso generi e piani di lettura diversi. All'orrore nascosto nella scuola di danza si accompagna anche l'orrore dei crimini del Nazismo, un fuoco solo apparentemente sopito ma che brucia ancora sotto le ceneri in forma di senso di colpa e tensione sociale. In una Berlino che ha un deciso debito visivo con i film di Fassbinder, la storia di Susie si incrocia in molteplici modi con quella della Germania del 1977, una nazione che sta ancora facendo i conti con il proprio passato, qui incarnato dallo psicoterapeuta tormentato, e che si trova sull'orlo di una guerra civile e, forse, di una nuova deriva autoritaria a seguito delle scorribande della Rote Armee Fraktion, con cui sembra collaborare la studentessa scomparsa Patricia. 

Guadagnino osserva la presa di coscienza di Susie e della Germania con occhio contemplativo, interessato più agli effetti del potere sulla personalità che all'aspetto gore che interessava Argento: il film è infarcito di riuscitissimi momenti di body horror degni del miglior Cronenberg, che svolgono però una funzione più introspettiva che spettacolare. Ciò che interessa non è l'effetto, ma la causa, ovvero la presa di coscienza di Susie del proprio potere e del suo ruolo all'interno della congrega e nel mondo, nonché le scelte che compie nel suo percorso di crescita. La splendida fotografia di Sayombhu Mukdeeprom si concentra così sulla creazione di atmosfere non terrificanti o "goticheggianti", ma claustrofobiche. La scuola diviene quindi un tunnel labirintico in cui ai colori saturi degli ambienti si contrappone il rosso fiammeggiante degli abiti di scena e dei capelli di Susie, pura iniezione di colore ed energia in un microcosmo ingessato, all'interno del quale si muovono delle streghe mai così decadenti, vecchie cariatidi destinate all'estinzione, invidiose e avide predatrici della forza vitale della gioventù.


La storia di Susie e la Storia della Germania si incrociano a livello non solo narrativo, ma anche meta-narrativo, con la congrega di streghe che sta anch'essa vivendo un dissidio interno con un rischio di dittatura. Questo complesso incastro narrativo orchestrato dallo sceneggiatore David Kajganich funziona solo in parte: per quanto evocativo e suggestivo, infatti, finisce spesso per appesantire il film, oberandolo di digressioni e lungaggini che rallentano il ritmo senza aumentarne la profondità della riflessione. La storia è comunque coinvolgente, anche se ha un crollo deciso nel finale, dove i punti misteriosi della trama cessano di essere interessanti per diventare semplicemente assurdi, con elementi in palese contraddizione palese tra loro (i flashback sull'infanzia di Susie e ciò che suggeriscono cozzano con la sua scelta finale, ad esempio), finendo addirittura per negare alcuni dei messaggi centrali del film su emancipazione e significato del potere. La regia, fin lì solidissima e di alto livello artistico, purtroppo segue il calo narrativo con una scelta cromatica oltremodo scontata e con delle scelte di trucco indegne di comparire in una puntata del Bagaglino, finendo così per depotenziare una coreografia splendida e immaginifica.

Tilda Swinton, impegnata addirittura in tre ruoli,le ruba la scena nella parte di Madame Blanc, oltremondana ma carismatica come la parte richiede. Il fatto che indossi anche i panni dello psicoanalista (seppur utilizzando uno pseudonimo) risulta più una curiosità che altro, dato che non serviva certo questo espediente per convincere il pubblico delle grandi doti dell'attrice-feticcio di Guadagnino. Dakota Johnson, pur alla sua miglior prova su schermo, risulta comunque poco più espressiva degli elementi di arredo, e in generale del tutto inadatta a sorreggere un film di tale ambizione sulle sue spalle. 
Tra i punti deboli del film vanno a malincuore citate anche le musiche di Tom Yorke, coraggiose ma poco incisive, che finiscono nel dimenticatoio non appena usciti dalla sala: il confronto con le musiche che i Goblin composero per l'originale è quasi impietoso.

Suspiria non è un horror in senso stretto e crea ben pochi spaventi, ed è per questo destinato a scontentare i fan dell'originale che se ne aspettavano una copia carbone. Chi saprà andare oltre alle differenze troverà un film quasi seducente nella sua esplorazione del Male e degli orrori del potere, del passato, e della Storia, baciato da una regia solida e da un comparto visivo sontuoso; un film che paga però una sceneggiatura che poteva essere intrigante ma finisce per essere semplicemente sgangherata a causa di una coda poco riuscita e delle numerose e inutili lungaggini, che rendono il risultato finale poco coerente e ne riducono quindi l'impatto emotivo e la portata esegetica e artistica.

***

Pier

mercoledì 19 dicembre 2018

Spider-Man: Un nuovo universo

Quando le arti si incontrano



Miles Morales è un ragazzo newyorkese che è stato costretto dal padre a entrare in una scuola esclusiva, dove però si sente come un pesce fuor d'acqua. Miles si rifugia nello zio, che asseconda la sua passione per la street art, e grazie a lui scopre i sotterranei della metropolitana di New York e ne fa il teatro dei suoi esperimenti artistici. Durante una di queste escursioni, tuttavia, viene punto da un ragno radioattivo, acquisendo poteri sinistramente simili a quelli dell'eroe cittadino, Spider Man. Tornato a cercare il ragno, Miles assiste allo scontro tra il vero Spider Man e vari nemici, intenti a creare un varco dimensionale che rivelerà la presenza di molteplici incarnazioni dell'iconico eroe.

Dopo l'enorme rivoluzione portata dalla computer grafica, l'innovazione nel campo dell'animazione statunitense era finora stata soprattutto incrementale, tesa a migliorare la qualità delle immagini e di alcuni elementi (capelli, pelle, eccetera) che si erano inizialmente dimostrati ostici da rendere in modo realistico. Ogni film della Pixar prima, e delle altre case (Disney in testa) poi costituiva un ulteriore tassello nella direzione di un'animazione che bilanciasse alla perfezione realismo ed esigenze cartoonesche ed espressive. Un'eccezione era stata costituita da Ratatouille, con cui Brad Bird portò nel cinema di animazione tecniche come il piano sequenza e il flashback che fino a quel momento erano state appannaggio del cinema dal vivo.
La combinazione di tecniche diverse era stata finora relegata a cortometraggi  come lo splendido Paperman, che per primo aveva combinato tecnica 2D e computer grafica.

Spider-Man: Un nuovo universo riprende la lezione di Paperman, ma la porta alle estreme conseguenze, addentrandosi in territori del tutto inesplorati per realizzare un film che è senza ombra di dubbio l'opera più rivoluzionaria nel campo dell'animazione dai tempi di Ratatouille, e forse persino oltre. Guardando il film si ha infatti la sensazione di entrare all'interno di un fumetto, per parafrasare uno degli autori del film, quel Phil Lord che insieme a Christopher Miller è anche uno dei creatori di Lego Movie. Il disegno a mano è sovrapposto alle immagini in computer grafica, conferendo ai personaggi un'espressività eccezionale e alle ambientazioni quella vitalità che si trova sulla pagina stampata e viene spesso persa sullo schermo. I protagonisti sono immersi in ambienti che prendono vita insieme a loro, in cui pensieri e onomatopee compaiono visivamente sullo schermo, interagendo con lo spazio e con i personaggi. Il risultato è un'esperienza visiva unica, quasi indescrivibile, che fa sentire gli spettatori come se qualcuno stesse scorrendo le pagine di un fumetto di fronte a loro.

La vitalità espressiva permessa dal rivoluzionario stile di animazione adottato fa sì che le scene d'azione siano eccezionali, con un dinamismo e una varietà che si vedono raramente sullo schermo. I tre registi (Bob Persichetti, Peter Ramsey, e Rodney Rothman) sfruttano appieno l'enorme cassetta di strumenti a loro disposizione, giocando con diverse palette di colore, prospettive ribaltate, e con i linguaggi espressivi di entrambe le arti, fumetto e animazione, omaggiando le tecniche e i maestri dell'una (Jack Kirby in testa) e dell'altra (la resa del personaggio di Spider Ham è chiaramente debitrice dei Looney Toons, per esempio) e integrandone anche le diverse tradizioni. Il film è infatti una combinazione poliedrica di animazione disneyana tradizionale, anime, slapstick animation, fumetto classico e fumetto hard boiled à la Sin City, il tutto amalgamato in un insieme coerente e ben riuscito, in cui tutti gli ingredienti si bilanciano perfettamente.  Il ritmo è eccezionale, senza mai un calo né una sbavatura, e alcune immagini sono stordenti nella loro perfezione cromatica e compositiva.



La trama non è da meno, ed è in grado di sfruttare quello che è forse uno degli elementi meno riusciti del mondo Marvel (l'esistenza di ennemila universi paralleli) per raccontare una storia di formazione solo all'apparenza classica ma in realtà dotata di una dimensione corale per nulla scontata, in cui ogni versione di Spider Man deve fare i conti con la perdita dei propri punti di riferimento e con l'accettazione di una nuova realtà, di una nuova identità. L'essere trasportati in una nuova dimensione diviene così metafora della ricerca di sè, dando vita a una storia ricca di momenti emozionanti accanto a scene di indubbia comicità. Lord (autore di soggetto e sceneggiatura) sceglie di esplorare il tema del supereroe anche a livello metatestuale, attraverso un continuo raffronto tra realtà e fumetto, in cui gli archetipi del genere come la storia di formazione vengono messi alla berlina ma anche smantellati e ricomposti a creare qualcosa di nuovo.

Ad aiutarlo in questo senso c'è la backstory pre-esistente di Miles Morales, che anche nel fumetto non è lo Spider Man originale, ma è costretto a imparare a esserlo dal susseguirsi degli eventi. L'intuizione di Lord è di far incontrare/scontrare il percorso ascendente di Miles con quello discendente di Peter Parker, lo Spider Man classico, e di ricavare da questo incontro una nuova linfa vitale sia per i personaggi, sia per il film stesso. Le interazioni tra le varie incarnazioni di Spider Man sono bilanciate alla perfezione, e Lord sfrutta appieno il potenziale offertogli dalla possibilità di esplorare diverse identità in termini di sesso, epoca, ambientazione, e tecnica di animazione.

Spider-Man: Un nuovo universo è senza dubbio il miglior film d'animazione dell'anno, al punto che potrebbe mettere fine al decennale dominio Disney-Pixar agli Oscar, nonché uno dei più originali esperimenti visti al cinema nell'ultimo decennio. Uno sforzo creativo titanico, quasi folle, che dimostra però come la ricerca dell'originalità possa pagare dividendi altissimi quando è accompagnata da passione, visione, e un desiderio di spingersi oltre i propri limiti.
Il risultato è un film assolutamente imperdibile, una vera gioia per gli occhi che farà appassionare sia i fan del fumetto, sia chi ama quell'arte meravigliosa che è l'animazione cinematografica.

*****

Pier

venerdì 7 dicembre 2018

Bohemian Rhapsody

Somebody to Love



Nei sobborghi londinesi, un giovane Freddie Mercury convince Brian May e Roger Taylor, rispettivamente chitarrista e batterista, a ingaggiarlo come cantante per la loro band. Insieme al bassista John Deacon daranno vita ai Queen, diventando una delle band più celebri della storia del rock. Non tutto va liscio, però: il percorso di Freddie alla ricerca della sua identità genera tensioni nella band, portandola sull'orlo dello scioglimento.

Chi sono i Queen? Parliamo senza dubbio di una delle band più popolari di ogni epoca. Ma chi sono davvero? Il dibattito, tra gli esperti e tra i fan, è ancora aperto: alcuni li considerano dei poliedrici innovatori, capaci di reinventarsi di continuo come poche altre band nella storia; altri li ritengono più che altro dei grandissimi intrattenitori, capaci di coinvolgere il pubblico grazie all'orecchiabilità delle loro canzoni e all'irresistibile presenza scenica del cantante, Freddie Mercury, una delle voci migliori (la migliore, per chi scrive) della storia del rock e del pop.

Come raccontare una band e un cantante così complessi e sfaccettati, che sono stati uno, nessuno e centomila? La storia del cinema ci insegna che ci sono fondamentalmente due strade: da un lato si può scegliere di abbracciare questa complessità, realizzando un biopic che racconti le varie facce dei protagonisti senza pretendere di offrirne un ritratto chiaro, quanto un quadro cubista, in cui il soggetto viene presentato allo stesso tempo da varie angolazioni. Questa è la strada intrapresa, per esempio, da Todd Haynes con Io non sono qui (a parere di chi scrive uno dei film migliori degli ultimi 15 anni), in cui Bob Dylan viene raccontato attraverso vari personaggi che non portano nemmeno il suo nome; è anche la strada presa da Aaron Sorkin per raccontare Steve Jobs.


Parallelismi
La seconda alternativa è quella più classica, e forse più facile: scegliere un aspetto dei protagonisti e concentrarsi su quello, rinunciando alla diversità a favore della profondità. Questa è la strada scelta da Bohemian Rhapsody, così come da molti biopic precedenti (Ray, per esempio). Il film si concentra infatti sul percorso di ricerca della propria identità, sia della band che di Freddie, e di come questa abbia influenzato e sia stata influenzata dalle relazioni: tra i membri della band, tra Freddie e le persone a lui care, tra la band e il pubblico.
Bohemian Rhapsody è un film focalizzato sui personaggi, in cui le relazioni sono l’elemento centrale della trama, il primus movens di tutto ciò che vediamo sullo schermo. Questo intento diviene ancora più chiaro se si considerano le "licenze poetiche" che il film si prende rispetto agli eventi originali, finalizzate proprio a portare al centro della vicenda il rapporto tra i membri della band e, soprattutto, quello tra la band e il pubblico, uniti da un legame indissolubile: quello della musica. E la musica dei Queen è la vera protagonista del film, il suo cuore pulsante, l’energia invisibile che lo pervade ed eleva tutte le scene dall'anonimato, toccando le corde emotive dello spettatore come pochi altri film sono riusciti a fare negli ultimi anni.

Bohemian Rhapsody sceglie la strada facile, ma la percorre con una coerenza e una efficacia incredibili, soprattutto considerando l’enorme pressione sotto cui il film è stato realizzato, tra registi assenteisti, intoppi continui e dissensi artistici e produttivi: ingredienti, questi, che solitamente preludono a un disastro (vero, DC?) e che invece qui passano in secondo piano, formando un piatto familiare ma comunque estremamente gustoso.
Certo, rimane il rammarico di aver scelto di raccontare in maniera così semplice e convenzionale una band e un cantante che hanno fatto della non convenzionalità il loro stile di vita, prima ancora che il loro marchio di fabbrica. Un approccio alla Io non sono qui avrebbe probabilmente portato a un film più interessante, più artistico, più coraggioso: in sintesi, un film più “Queen”.
Tuttavia, sarebbe miope e anche un po’ snob negare che il film funziona, e raggiunge gli obiettivi che si prefigge. La connessione tra la band (Freddie in particolare) e il pubblico è palpabile, vibrante, viva, e raggiunge la sua apoteosi nei meravigliosi minuti dedicati all’esibizione del LiveAid: una scena oggettivamente memorabile, immortalata con precisione filologica ma anche con immensa perizia registica, con movimenti di macchina continui e fluidi che trasportano lo spettatore in mezzo al pubblico di Wembley, desiderando di unirsi a loro nel battere le mani a Radio GaGa o nell’inseguire gli incredibili gorgheggi di Freddie.


L’operazione riesce anche grazie alle incredibili prove dei protagonisti, non solo somigliantissimi agli originali (complimenti al casting), ma anche in grado di restituirne le personalità, idiosincrasie comprese. A brillare è ovviamente Rami Malek, qui alla prova della consacrazione. Il suo Freddie Mercury è vivo e vibrante, un mix ineguagliabile di fragilità, carisma, sensibilità, testardaggine, atto creativo e istinto di autodistruzione. Malek brilla in ogni situazione, da quelle più drammatiche (il momento in cui confessa alla band di essere malato) a quelle più flamboyant, come la sua prima performance con loro, o la registrazione di Bohemian Rhapsody. E penso che tutti potremo perdonarlo per il fatto di non aver cantato da solo (qui la spiegazione del singolare processo utilizzato), visto il mostro sacro che si trovava a dover emulare.

Bohemian Rhapsody non è un film che resterà nella storia del cinema, nonostante avesse il potenziale per farlo visto il tema narrato; tuttavia, è innegabile che il film arrivi dritto al cuore, con vari momenti in cui è davvero difficile non emozionarsi e addirittura commuoversi. Più che un film biografico è un tributo, fatto con immenso amore e affetto per un cantante che ci ha lasciato troppo presto e per una band che, con lui, ha lasciato un segno indelebile nella storia del rock e nel cuore del pubblico.

***

Pier

martedì 27 novembre 2018

Animali fantastici - I crimini di Grindelwald

I crimini del sequel




New York, 1927. Grindelwald è stato catturato pochi mesi prima, ma riesce ben presto a evadere. Il suo piano è semplice: stabilire il predominio dei maghi sui non maghi. Per farlo, si reca a Parigi alla ricerca di Credence, l'Obscuriale scomparso nel nulla al termine del primo capitolo della saga, e per arringare le folle in un comizio. Albus Silente, preoccupato dalle intenzioni nefaste del vecchio amico, incarica Newt Scamander, suo ex allievo, di recarsi a Parigi per trovare Credence prima che possa farlo Grindelwald.

Dopo un primo capitolo sorprendetemente convincente, la saga di Animali fantastici torna con un sequel che stringe i legami con l'universo di Harry Potter, mettendo al centro della scena due personaggi che vi avevano giocato un ruolo fondamentale: Gellert Grindelwald, che nel primo film compariva solo alla fine, ma soprattutto Albus Silente. Il futuro preside di Hogwarts è il vero deus ex machina di questo secondo capitolo, in cui compare solo sporadicamente ma guida le azioni di più di un personaggio.

Il film ha un impianto visivo decisamente convincente: dopo i suoi esordi tentennanti nella saga di Harry Potter, David Yates sembra aver finalmente trovato una sua visione e un linguaggio espressivo che si lega all'immaginario della saga ma lo rinnova in modo originale. La prima scena del film è un piccolo capolavoro di tensione, spettacolarità e interpretazione, in cui la parola è quasi del tutto assente e a parlare sono solo le immagini. Il resto del film non raggiunge mai quelle vette, ma offre comunque molte immagini evocative e coinvolgenti (su tutte quella della convocazione per il comizio di Grindelwald). L'unico difetto del comparto visivo risiede nella resa del personaggio di Grindelwald, ben interpretato da Johnny Depp, ma decisamente troppo stereotipato a livello di trucco e pettinatura. Grindelwald è il "grande seduttore" dell'universo di Harry Potter, capace di conquistare il cuore delle masse e quello di Silente grazie al suo fascino ambiguo e alla sua parlantina: un Magneto o un Loki più che un Joker. Il film lo ritrae invece con un aspetto inquietante, da pazzo, privandolo così di un elemento centrale per la sua caratterizzazione, che è invece ironicamente presente nella scena di apertura, dove Grindelwald si presenta con un aspetto del tutto differente.

I personaggi principali sono ben caratterizzati, con un Newt Scamander più empatico che nel primo film e Jude Law che ruba la scena nei panni del giovane Silente. Deludono ancora, invece, i comprimari, talmente anonimi che si fatica a ricordarne il nome. Il loro inserimento nella storia è artificioso e posticcio (soprattutto per quanto riguarda il babbano Jacob), e la loro presenza del tutto dimenticabile: il "non detto" amoroso tra Tina e Newt era già di scarso interesse nel primo film, e diviene qui ancora più inutile, soprattutto se paragonato all'innegabile intesa e alla vera "tensione" che si percepisce tra Newt e Leta Lestrange, che nel giro di quindici minuti risulta già più interessante e caratterizzata di Tina, nonostante questa sia apparsa già nel film precedente.

Il tempo inutilmente speso a seguire le vicende dei personaggi secondari è solo uno dei difetti di una sceneggiatura che, sorprende dirlo, è il punto più debole del film. La trama scorre troppo lentamente, i colpi di scena, per quanto sconvolgenti (uno in particolare), sono condensati negli ultimi quindici minuti e servono solo a costruire tensione per il prossimo capitolo, e si collegano in modo molto flebile a quanto visto nelle due ore precedenti. Questo è probabilmente dovuto al fatto che questo è giocoforza un capitolo di transizione in una storia che si articolerà su cinque pellicole. Tuttavia, J.K. Rowling ci aveva abituato a una narrazione in grado sia di portare avanti la trama orizzontale della saga, sia di chiudere in modo soddisfacente la vicenda narrata nei singoli capitoli. Ne I crimini di Grindelwald questa chiusura è del tutto mancante, e si rimane con la sensazione di aver visto un lungo prequel per qualcosa che è ancora di là da venire.

La Rowling non delude invece nella costruzione del sottotesto politico-sociale: Grindelwald è un villain mellifluo, che ricorre alle parole prima che alla violenza per plasmare le menti dei maghi e indurli a seguirlo nella sua battaglia a favore dei purosangue e di una dittatura dei maghi sui non-maghi. In questo è molto diverso da Voldemort, e ricorda più un dittatore democraticamente eletto da una folla plaudente che uno che ha preso il potere con la forza. Il suo comizio è un momento di scrittura magistrale, e non può non portare alla mente quelle di altri leader "autoritari" che si sono affermati nel panorama politico odierno.

Animali fantastici - I crimini di Grindelwald è un film godibile dal punto di vista visivo, ma poco incisivo dal punto di vista narrativo, dove paga sia il fatto di essere un capitolo di transizione, sia una scrittura poco strutturata e sbilanciata verso il finale del film. Il suo reale valore sarà giocoforza determinato da quello dei capitolo successivi, e dalle spiegazioni più o meno convincenti date a dei colpi di scena che, per quanto indubbiamente spettacolari, a oggi rischiano di essere fini a se stessi.

** 1/2

Pier