martedì 12 dicembre 2017

Suburbicon

Il volto oscuro dell'America

 


Stati Uniti, 1959. Gardner Lodge è un padre di famiglia che vive nella città modello Suburbicon insieme alla moglie Rose, paralizzata per via di un incidente, e al figlio Nicky. La città è abitata da soli bianchi, fino a quando accanto alla casa di Gardner si trasferisce una famiglia di colore, i Meyers. Il loro arrivo scatena la reazione veemente della comunità, che viene sconvolta anche da un altro evento: nottetempo due delinquenti si introducono nella villa dei Lodge e uccidono Rose con una dose eccessiva di cloroformio.

George Clooney torna alla regia rielaborando una vecchia sceneggiatura dei fratelli Coen, scritta appena dopo il loro fortunato (e troppo poco conosciuto qui da noi) film d'esordio, Blood Simple. Il tocco dei Coen è evidente in ogni dialogo e ogni situazione che vede protagonista la famiglia Lodge. Il film è pervaso da un'atmosfera trasognata, perennemente in bilico tra assurdo e dramma, tra risata e incubo domestico, conferendo al tutto quel tocco grottesco che ha reso celebre il cinema dei due fratelli. Questa sospensione della realtà è però solo parziale: se alcune delle vicende narrate sembrano assurde, infatti, le motivazioni che muovono i protagonisti sono terribilmente reali nella sua meschinità.

La realtà irrompe poi con violenza dall'unica finestra aggiunta da Clooney, la sottotrama dedicata alla famiglia di colore: se inizialmente le vicende dei Mayers sembrano disconnesse dalla vicenda principale, quasi fuoriposto, con il passare dei minuti ci si rende conto che la loro storia è il contraltare di quella dei Lodge, nonché quella che fornisce la cifra morale del film. La folla cerca il mostro nell'altro, nel diverso, quando in realtà il mostro ha una faccia ben più riconoscibile e domestica, e si annida tra coloro di cui ci fidavamo di più. Non è un caso che lo sguardo che accompagna il film sia quello del piccolo Nicky (un ottimo Noah Jupe), che da innocente diviene prima incredulo e poi terrorizzato dall'incredibile evoluzione degli eventi.

Clooney usa la cittadina di Suburbicon come una metafora dell'America odierna, incapace di vedere il male nel proprio giardino ma pronta a scagliarsi sul primo capro espiatorio disponibile. Pur peccando a volte di retorica, il messaggio arriva forte e chiaro ed è di sicuro impatto: il crescendo di violenza nelle due sottotrame procede perfettamente in parallelo, con la verità sulla morte di Rose che viene gradualmente a galla, tra scene esilaranti e terrificanti rivelazioni, e l'atteggiamento dei cittadini di Suburbicon verso i Meyers che passa dall'essere passivo aggressivo a un vero e proprio linciaggio. Violenza che chiama violenza, generando una sorta di anti-euforia collettiva in cui ognuno sembra ubriaco dal desiderio di sangue.

Il matrimonio tra le due sottotrame non avviene senza intoppi: mancano lo splendido rigore visivo di alcune opere di Clooney (Good Night, and Good Luck su tutte), e lo humor non è al livello dei migliori lavori dei Coen. Tuttavia, Suburbicon è un film ben riuscito, in cui le due storie crescono lentamente in parallelo fino a diventare un unico, inquietante affresco dell'intolleranza, che parla della storia passata dell'America ma dipinge anche un ritratto fin troppo tristamente fedele del suo presente.

*** 1/2

Pier

lunedì 11 dicembre 2017

Justice League (In pillole #12)

Il supplizio di Tantalo

 


Superman è morto, ma la Terra è ancora in pericolo: Steppenwolf, un alieno con smanie di conquista, invade la terra con i suoi parademoni. Per fermarlo, Batman e Wonder Woman si mettono alla ricerca degli altri individui dotati di capacità sovrumane scovati nell'archivio di Lex Luthor: Flash, Aquaman, e Cyborg. Tuttavia, anche la loro alleanza potrebbe non essere sufficiente di fronte al potere di Steppenwolf.

Se vi sembra di aver già sentito questa storia, non vi state sbagliando: è la stessa trama di The Avengers. Leo Ortolani ha già sottolineato le evidenti similitudini meglio di quanto possa fare io, quindi non mi dilungherò oltre, anche perché questo non è il principale problema di Justice League.

Il problema principale è la totale sciatteria nella realizzazione, e in particolare in come sono state integrate le scene scritte e girate da Josh Whedon con quelle (che costituiscono due terzi del film) girate da Zach Snyder, prima del suo abbandono a causa della tragedia famigliare che lo ha colpito. Il tocco tragico e la visione epica di Snyder si sposano malissimo con lo humor di Whedon, che finisce per risultare del tutto fuori luogo in più di un'occasione. In aggiunta, le sequenze girate in un secondo momento saltano immediatamente all'occhio per la pessima computer grafica (e no, i baffi eliminati di Henry Cavill non sono la cosa peggiore) e per la generale inadeguatezza rispetto alla sontuosità delle immagini di Snyder. Lo stile del regista di Green Bay può piacere o non piacere, ma non si può negare che sia immediatamente riconoscibile e dotato di una certa forza visiva, soprattutto nelle sequence evocative (Snyder è un mago dei titoli di testa, e lo dimostra anche qui) e in cui non eccede con il ralenty di pallottole, frecce, o arsenale bellico vario.

Justice League è una sorta di supplizio di Tantalo per lo spettatore: si ha continuamente la sensazione che il film sia sul punto di ingranare, grazie a scene e personaggi di grande potenziale (Flash è ben scritto e interpretato; il Batman di Ben Affleck è intrigante nella sua cupio dissolvi). Questo potenziale, tuttavia, non viene mai raggiunto a causa una scrittura approssimativa e frettolosa e il raffazzonato tentativo di mettere insieme due visioni diverse e inconciliabili, frutto di una scellerata scelta della produzione che si spera venga in futuro assegnata a più abili mani.

Rimane il rammarico per un film che poteva essere grande, e invece è solo un ibrido bruttino tra Batman vs. Superman e The Avengers.


** 1/2

Pier

venerdì 20 ottobre 2017

IT

La bellezza della paura


Derry, Maine, anni Ottanta: il piccolo Georgie esce a giocare con una barchetta in un giorno di pioggia, e scompare senza lasciare traccia. Il fratello di George, Bill, è determinato a scoprire cosa gli sia successo. A lui si unirà un eterogeneo gruppo di ragazzini autosoprannominatosi il Club dei Perdenti: scopriranno che dietro la scomparsa di Georgie e di altri bambini c'è un orrore senza nome che popola da sempre i bassifondi e gli incubi di Derry: IT.

Xavier Dolan ha definito IT il suo film preferito del secolo. Quali sono le motivazioni che stanno dietro a questa palese iperbole? Semplice: IT è un film di genere, e di un genere spesso considerato di serie B, realizzato con la qualità visiva, interpretativa e di scrittura di un film d'autore. IT è un film che, fin dalla magistrale scena d'apertura (il materiale di partenza di King aiuta, ma non basta per realizzare una scena così ben fatta), ripudia ogni facile trucchetto cui ci hanno abituato i film dell'orrore per costruire una storia di terrore e inquietudine, che riflette con fedeltà lo spirito di King e al tempo stesso lo reinventa dal punto di vista visivo e simbolico.

Mettiamolo subito in chiaro: a meno che non siate rimasti traumatizzati da ragazzi, il film non fa paura nel senso stesso del termine. Il film trasmette paura, ma non regala spaventi gratuiti, non alza il volume della colonna sonora per farvi sobbalzare sulla sedia.  IT, come il libro, trasmette la paura provata da un gruppo di ragazzi per cui il confine tra reale e fantasia è più labile, e fa riflettere gli adulti su come i loro mostri finiscano per infestare gli incubi dei ragazzi, e sul perché i ragazzi non osino rivelare loro le proprie paure. È un film che non vuole solo fare paura, ma vuole parlare della paura, del Male, e delle maschere sotto cui si celano nella vita di tutti giorni.


Muschietti mette al centro della storia i personaggi, il vero punto forte del libro, e vince in pieno la scommessa: i membri del Club dei Perdenti sono semplicemente perfetti, fedele rappresentazione di quel momento così delicato che è il passaggio dall'infanzia all'adolescenza, ma soprattutto archetipo di ogni gruppo di amici che ha giocato insieme in un'estate infinita, in cui combattere un mostro diventa solo un altro modo di stare insieme. Bill, Richie, Beverly, Ben, Eddie, Mike e Stan ci conquistano fin dalla prima scena: sono tutti interpretati ma soprattutto caratterizzati alla perfezione, con una cura e un'attenzione che li rendono veri, reali, rendendo così veri e vividi anche i pericoli che si trovano ad affrontare, la creatura che da secoli infesta la loro città, quel Pennywise che ancora popola gli incubi dei lettori e di chi ha visto la prima (superficiale) miniserie tratta dal libro di King.  Bill Skarsgård offre una prova magistrale nella parte del clown: se è vero che il registro di Tim Curry era più ampio, e costituiva l'unico vero successo della prima miniserie, non si può non riconoscere che Muschietti ha scelto una strada totalmente diversa, restituendoci un Pennywise più fedele al materiale cartaceo, più diabolico, un'incarnazione vivente del Male. È nella prima scena, tuttavia, che Skarsgård mostra tutta la sua versatilità, alternando con inquietante abilità la vera personalità di IT con il volto scanzonato di un vero clown.


Muschietti non ha paura di fare scelte coraggiose, cambiando notevolmente alcuni punti centrali della storia senza però dimenticarli del tutto, con sottili citazioni e raffinate rielaborazioni. La sua scelta è di  mantenersi fedele allo spirito anziché alla lettera del romanzo, ed è una scelta vincente, che rinforza i messaggi di King (l'importanza dell'amicizia, l'universalità del Male) riuscendo al tempo stesso a trasformare in sequenze cinematograficamente convincenti quelle parti del libro che sembravano quasi impossibili da filmare.
Ad aiutarlo c'è la fenomenale fotografia di Chung-hoon Chung, storico direttore della fotografia di Park Chan-wook (Oldboy, Lady Vendetta, Stoker), che crea una Derry soffocante, claustrofobica anche nelle scene all'aperto, rendendo a livello visivo l'idea kingiana che IT è Derry, è la città, la personificazione del Male che la pervade. A questo si aggiunge una cura delle inquadrature e delle immagini che non si vedeva in un film dell'orrore dai tempi (guarda caso), di quello che rimane il miglior film tratto da un film di King, Shining di Stanley Kubrick. Chung gioca con luci e ombre e con la profondità di campo con incredibile maestria, e crea immagini stranianti e quasi aliene, che fanno sì che il film sia permeato da una sottile inquietudine, solo accennata nelle scene apparentemente più spensierate e che esplode con violenza a ogni apparizione di Pennywise.

La scena nella casa abbandonata di sapore hitchcockiano è magistrale per come combina una serie apparentemente infinita di invenzioni visive che riescono a reinventare e innovare uno dei topoi del genere horror. A questa si aggiunge la meravigliosa sequenza finale nelle fogne, in cui Muschietti e Chung, come esperti prestigiatori, sfoderano i loro ultimi trucchi per il gran finale.

IT è un film che tratta il suo materiale di partenza con rispetto, affetto, e passione. Parafrasando Dolan, è un film che rispetta il gusto e l'intelligenza dello spettatore, è ciò che l'intrattenimento dovrebbe sempre essere: un racconto in grado di toccare le corde emotive dello spettatore, suscitando affetto, paura, disgusto, ilarità, tutto lo spettro delle emozioni, con immagini che rimangono impresse e una storia che, in fondo, fa parte di ognuno di noi. Non perdetelo.

**** 1/2

Pier

venerdì 13 ottobre 2017

Blade Runner 2049

Tornare indietro, andare oltre



2049, Los Angeles: in una terra sovrappopolata, le industrie Wallace hanno ripreso il programma delle defunte industrie Tyrell, creando nuovi replicanti per eseguire lavori troppo pesanti per l'uomo. A differenza dei propri predecessori, tuttavia, i nuovi replicanti sono in tutto e per tutto obbedienti. Uno di questi, l'agente K, lavora per la polizia di Los Angeles, ed è un blade runner: il suo compito è di trovare i replicanti di vecchia generazione ed eliminarli. Durante le sue indagini, tuttavia, scopre un segreto che ha il potenziale di distruggere il fragile equilibrio che mantiene in pace la razza umana.

Blade Runner è una delle pietre miliari del cinema di fantascienza, e in generale della cinematografia moderna. Ha segnato in modo indelebile l'immaginario narrativo, filosofico e visivo grazie a una perfetta commistione tra fotografia, musica, scenografia e sceneggiatura, tra inquadrature indimenticabili e monologhi profondi e memorabili
Realizzare il seguito di un film del genere sembrava un'impresa impossibile, e non solo per le immense aspettative: Ridley Scott aveva creato dal nulla un intero mondo, prendendo le mosse da un racconto di Dick e portandolo alla vita con una vividezza e una profondità mai viste prima. Non si trattava, insomma, solo di essere in grado di riprendere le redini di questo mondo, ma di creare un'opera che fosse in grado di cambiare la conversazione sul cinema di fantascienza come aveva fatto l'originale.

Denis Villeneuve - che merita un applauso solo per il coraggio dimostrato nel farsi carico di un tale fardello - ci è riuscito, almeno in parte. A livello visivo, il film si rivela addirittura superiore all'illustre predecessore, e non solo grazie alle maggiori risorse a disposizione: queste potrebbero spiegare le straordinare sequenze che estendono il mondo creato da Scott, aggiungendo nuovi capitoli, nuovi spazi alla mitologia di un futuro distante ma non troppo, distopico e allo stesso momento realistico. 

Lo fa soprattutto grazie allo straordinario lavoro fatto da Roger Deakins, il direttore della fotografia, che assorbe la lezione dell'originale, la fa sua, e la rielabora in modo completamente nuovo. Blade Runner dava il suo meglio negli esterni, nelle ambientazioni grigie e crepuscolari di una Los Angeles decadente. Deakins riesce a ricreare alla perfezioni quei momenti, aggiungendovi però nuove ambientazioni che si discostano del tutto dalla scala cromatica e visiva del film precedente: come esempio bastino le scene ambientate in una Las Vegas in tinte arancio viste e riviste nei vari trailer.  semplicemente eccezionali, e che tuttavia non costituiscono l'apice del film. 


Deakins dà il suo meglio negli interni, creando interi microcosmi con giochi di luce e di colore che sfruttano alla perfezione i meravigliosi design di Dennis Gassner, segnando una decisa innovazione rispetto al mondo quasi esclusivamente "esterno" di Scott, e dando vita ad alcune sequenze davvero abbacinanti, in cui l'abbondanza di dettagli non sacrifica la nitidezza della composizione. 

Ci sono più idee in un frame di Blade Runner 2049 di quante se ne trovino in molti blockbuster hollywoodiani. Giochi di luce e ombre, immagini desaturate, colori caldi che contrastano con la freddezza di ambienti e azioni, edifici morenti ed edifici monumentali: tutto si compenetra alla perfezione per creare una maestosa opera visiva. Il risultato è un mondo che è quello di Scott ma è anche altro, è oltre; è futuro, ma è anche presente e passato; è, insomma, grande cinema, che assorbe completamente occhi, cuore e mente, con immagini e suono che creano un'atmosfera aliena eppure sinistramente familiare. Il lavoro sul sonoro supporta quello visivo, grazie anche a una colonna sonora che, pur non all'altezza di quella di Vangelis (a parere di chi scrive una delle migliori della storia del cinema), contribuisce a creare quel vortice di sensazioni in cui il film ci trascina fin dal primo minuto.


Sul piano narrativo, invece, il film rimane lontano la profondità del suo illustre predecessore, limitandosi a narrare una storia avvincente ma incapace di toccare nel profondo le corde intellettuali ed emotive dello spettatore. Questo non è necessariamente un difetto, ma lo diventa nel momento in cui vengono lasciate cadere alcune tematiche che avrebbero potuto portare l'afflato del film ai livelli dell'originale: dalla sovrapposizione tra reale e virtuale al significato stesso di vita e creazione (valga per tutte la splendida sequenza della "nascita" della replicante), Blade Runner 2049 aveva il potenziale per diventare un film universale, in cui la storia narrata trascende il proprio contenuto narrativo per diventare metafora di qualcosa di più grande. Rimane il rammarico che non si sia seguita questa strada, soprattutto perché si ha la sensazione che ciò non sia accaduto per il desiderio di "pagare i propri debiti" con il passato: alcuni momenti sono infatti puri omaggi che poco aggiungono al film, e viene persino il dubbio quasi sacrilego che, forse, la presenza di Deckard non fosse così fondamentale. A questo si aggiungono alcuni personaggi decisamente poco interessanti, che forse sarebbe stato meglio tagliare per lasciare più spazio a questioni e vicende di maggior interesse e potenziale.

Gli attori sono stati scelti e diretti alla perfezione, con l'eccezione di Jared Leto, che riesce a rendere noioso un personaggio potenzialmente interessantissimo come Wallace. Gosling sembra nato per la parte, e la sua inespressività ben si adatta al carattere di K, replicante obbediente che si trova schiacciato tra forze più grandi di lui; Ford riprende bene il suo personaggio, donandogli quel carisma che lo aveva consacrato come uno degli antieroi più interessanti mai visti al cinema. Infine, il cast femminile è azzeccato e offre un'ottima prova: tra tutte si distingue Ana de Armas, perfetta nella parte dell'iperrealistica compagna virtuale Joi.

A controllare tutto con la sapienza di un consumato direttore d'orchestra c'è Dennis Villeneuve, che con questo film si consacra definitivamente come uno dei grandi autori di Hollywood. La sua mano è evidente in ogni scelta, su tutte quella di limitare al minimo l'uso della computer grafica per garantire quel decadente realismo che è fondamentale per la riuscita di un film del genere. Ogni elemento si integra alla perfezione con l'altro, e Villeneuve crea così un meccanismo quasi perfetto che trasporta lo spettatore come solo i grandi film sanno fare.

Blade Runner 2049 era un film quasi impossibile da realizzare in maniera soddisfacente. Villeneuve non solo ci riesce, ma va anche oltre, dirigendo un'opera destinata a divenire a sua volta iconica per la potenza visiva di alcune sequenze. La narrazione non assurge mai alle vette del primo, ma è un difetto perdonabile per un film che comunque appassiona, assorbe e intrattiene per quasi tre ore senza annoiare mai, lasciando spesso a bocca aperta per la perfezione delle scene, anche quelle all'apparenza più semplici. Non perdetelo.

****

Pier

domenica 1 ottobre 2017

Madre!

Quando un film sfugge di mano


Lui è uno scrittore di successo che sta attraversando un momento di crisi creativa; lei è sua moglie, completamente assorbita nella ristrutturazione della casa in cui lui è cresciuto, quasi del tutto distrutta da un incendio. La loro vita scorre tranquilla fino a quando uno sconosciuto non bussa alla loro porta, in cerca di un posto dove dormire: lei è scettica, ma lui lo accoglie e lo invita a restare. Da lì, tutto precipita.

Fin dalla sua prima proiezione a Venezia, Madre! ha scatenato reazioni violente e opposte negli spettatori: da una parte chi lo ha adorato, apprezzandone la forza visionaria e l'indubbia impronta registica; dall'altra, più numerosa, chi lo detesta, contestandogli un simbolismo d'accatto, una seconda parte a dir poco confusa, e una spiegazione raffazzonata e poco coerente. 

La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Aronofsky realizza un film di fortissimo impatto, sia visivo che sonoro, in cui gli eventi si susseguono con la logica degli incubi, una parvenza di senso che in realtà causa profondo straniamento e lascia continuamente lo spettatore con la sensazione che qualcosa sia sbagliato, fuori posto, senza però riuscire a capire cosa. Il film racconta una storia dall'afflato biblico, in cui ciò che accade ha un significato simbolico prima ancora che reale, e diversi piani di lettura (biblico, climatico, creativo, autobiografico) si intersecano senza però che uno emerga mai in maniera del tutto univoca. Madre! è incubo, è delirio, è tragedia insensata che si dipana sotto i nostri occhi.
Nel primo atto il regista dimostra di avere pieno possesso della sua creatura, e ci trasporta nel suo mondo distorto e idilliaco attraverso delle immagini che insistono sui corpi e sulle persone prima che sugli spazi, sempre stringenti e compressi, e un sonoro di altissimo livello in cui si inseguono suoni del reale e dell'irreale, fino a cancellare il confine tra i due piani. 

Nella seconda parte, tuttavia, Aronofsky perde completamente le redini, e si lascia trascinare in un gorgo di simbolismi che si sovrappongono a caso, cercando allo stesso tempo di indicare allo spettatore un'interpretazione univoca e infallibile di ciò che sta accadendo. In questo modo, il regista disattende le sue stesse premesse, cercando di introdurre la logica in una storia che proprio nell'assenza di senso aveva trovato la sua cifra espressiva. Aronofsky rinuncia alla dirompente visionarietà della prima parte nel tentativo, peraltro miseramente fallito, di arrivare a una conclusione che fungesse allo stesso tempo da twist narrativo e da chiave interpretativa definitiva. Nel farlo, però, sembra quasi dimenticarsi tutto ciò che ha mostrato fino a quel momento, tutte le contraddizioni, i simbolismi alternativi, complementari e sovrapposti che costituivano il cuore del film, e di cui sembra volersi liberare con la stessa violenza e la stessa goffa inefficacia con cui la sua protagonista cerca di liberarsi degli sconosciuti. Aronofsky perde il controllo persino del tono del film, generando risate sguaiate in momenti che dovrebbero essere di tensione o quantomeno stranianti.
Il film è sorretto dalle ottime prove degli attori: la Lawrence spicca su Bardem, ma ambedue vengono oscurati dall'ingresso in scena di due mostri sacri come Ed Harris e Michelle Pfeiffer, perfetti nei panni di due novelli Adamo ed Eva, accolti nell'Eden e fautori della propria cacciata.

Madre! è, in fondo, un film che pecca di scarso coraggio, che dopo un inizio dirompente esita, tituba, e alla fine si tira indietro, rientrando nei ranghi del cinema di genere. Si ha quasi la sensazione che Aronofsky (o gli studios, chissà) si sia spaventato di fronte al potenziale innovativo della sua opera, che gli avrebbe senza dubbio alienato la gran parte del pubblico, e abbia cercato di rimediare con una spiegazione posticcia. 
Il risultato è un film con un eccessivo numero di alti e bassi, che comunque non piace al pubblico e scontenta anche molti cinefili proprio per questo tentativo di "rifarsi un'immagine", per la pavidità dimostrata dopo una prima parte davvero intrigante nella sua unicità. È comunque un lavoro estremamente interessante, che non merita certo l'ironico scorno con cui è stato accolto da molti critici in quel di Venezia. Certo, rimane il rammarico per ciò che avrebbe potuto essere.

***

Pier

giovedì 21 settembre 2017

Cars 3

Ritrovare l'anima





Saetta McQueen è ancora una star delle corse, ma qualcosa sta per cambiare: all'orizzonte compaiono auto di ultima generazione che mettono in difficoltà il campione. Nel tentativo di stare al passo, McQueen si spinge fino ai propri limiti, fino a un momento che lo metterà di fronte a una scelta che non avrebbe voluto mai fare: smettere o continuare?

Laddove Cars 2 è senza dubbio il punto più basso raggiunto nell'ormai ventennale carriera della Pixar, il primo Cars è considerato semplicemente un film minore, senza le ambizioni visive e narrative dei capolavori della casa della lampada, ma con un cuore emotivo ben costruito e sviluppato, in grado di emozionare con una storia semplice e senza pretese.

Cars 3 dimentica (o forse impara da) la terribile lezione del secondo film e riporta la storia alle origini, nel cuore spezzato del sogno americano che diventa un punto di arrivo e, forse, di inizio per Saetta McQueen. Se il primo film si concentrava sulla maturazione di Saetta, e sulla sua capacità di superare arroganza e preconcetti per diventare una persona migliore, Cars 3 si concentra invece sulla capacità di Saetta di riconoscere i propri limiti e farli diventare un punto di forza, uno strumento per migliorare sia come pilota che come "persona".

Brian Fee, al suo debutto come regista, dimostra di avere mano sicura e un notevole senso della storia, e racconta il ritorno alle origini di McQueen con una malinconia e un senso di decadenza che ricordano le atmosfere del primo Rocky, con un eroe che sembra ormai aver fatto il suo tempo ma fatica ad accettare la sua nuova condizione. Lo humor non manca, ma a prevalere è la vena nostalgica della storia, che si estrinseca sia nella rievocazione del rapporto di McQueen con il suo mentore Doc, sia nello stato di sereno ma inesorabile abbandono in cui versano i luoghi che attraversa McQueen nel suo viaggio alla ricerca di se stesso. Il film procede così a ritmo spedito verso un finale che in qualunque altro contesto suonerebbe retorico, ma che qui è guadagnato a pieno merito grazie all'ottima costruzione narrativa che lo precede.

Fee ha il grande merito di focalizzarsi sui personaggi più interessanti (McQueen in primis), relegando in secondo piano le spalle comiche come Cricchetto e dando invece più spazio a nuove entrate che sono funzionali all'atmosfera e al tema della storia, come Cruz Ramirez, che accompagna McQueen per tutto il viaggio, e tutti gli abitanti di quella provincia stanca e decadente che rappresenta il cuore della saga.

Cars 3 non passerà alla storia tra i migliori film della Pixar, ma rimane fedele a uno dei cardini del suo successo, quello di raccontare temi complessi attraverso storie solo all'apparenza semplici. Il film non brilla per originalità, ma racconta in modo efficace ed emozionante il difficile processo dell'invecchiamento e dei cambiamenti che questo comporta: accettare che ciò che è stato non potrà più tornare, ma che quella che sembra la fine può essere in realtà un nuovo inizio.

*** 1/2

Pier

lunedì 11 settembre 2017

Valerio Zurlini - I dimenticati: puntata 13 (seconda parte)

Seconda puntata della puntata de "I dimenticati" dedicata a Valerio Zurlini.
Potete trovare qui la prima parte.


Dopo "La ragazza con la valigia", Zurlini riuscì finalmente a convincere Pratolini a portare sullo schermo "Cronaca familiare" (1962) con Mastroianni e Jacques Perrin. Il film vinse il Leone d'Oro a Venezia, ex aequo con "L'infanzia di Ivan" di Andrej Tarkovskij, chiudendo in questo modo in soli tre anni un trittico di film straordinari, tutti nati nel rispetto di un consiglio impartitogli all'esordio dalla ditta Benvenuti&De Bernardi. I due sceneggiatori avevano fatto capire a Zurlini che i personaggi di un film devono essere autentici, perché soltanto partendo dalle loro speranze e dalle loro angosce può nascere una storia credibile. Egli recepì appieno questo insegnamento, costruendo i suoi futuri film con uno sguardo sensibile e delicato sulle emozioni dei protagonisti. 

Aveva appena trentasei anni, ma era lo Zurlini migliore; in seguito non avrebbe più saputo raggiungere questi livelli di rendimento e di continuità. Dal cinema prese le distanze, o meglio fu il cinema a prenderle da lui. Negli anni successivi realizzò soltanto due opere minori per la sua filmografia: "Le soldatesse" nel 1965 e "Seduto alla sua destra" nel 1968, ispirato alla vita del leader congolese Lumumba. Quest'ultimo ebbe gestazione tortuosa: nato per essere uno dei cortometraggi - gli altri sarebbero stati di Pasolini, Lizzani e Bertolucci - del progetto Vangelo '70, una sorta di rilettura dei testi sacri in chiave moderna da presentare al Festival di Berlino e uscito poi col titolo "Amore e rabbia", divenne invece un lungometraggio a se stante. 



In questi anni Zurlini viveva una crisi creativa a causa delle sue inquietudini e metteva più passione e curiosità nei progetti che non riusciva a realizzare che in quelli che diventarono film. Gliene furono cari tre in particolare, dei quali sono rimaste le sceneggiature con le sue annotazioni e le sue ambizioni: "La zattera della medusa", su un gruppo di intellettuali americani nella Roma della Dolce Vita, ispirato a incontri della giovinezza; "Verso Damasco", un progetto a cui lavorò con Giorgio Albertazzi e Luigi Vanzi, tratto dal racconto "L'inchiesta" di Flaiano e Suso Cecchi d'Amico, in cui s'immagina l'arrivo di un magistrato romano in Galilea per indagare sulla scomparsa di Cristo; "Il sole nero", un soggetto ispirato alla vicenda del "boia di Albenga" Luciano Luberti, già fascista
macchiatosi di sevizie contro i partigiani, accusato nel 1970 di aver ucciso la propria amante e di averne tenuto il cadavere in casa per alcuni mesi. Zurlini immaginò un confronto tra quest'uomo e un giovane giornalista depresso e vacillante nella fede cristiana, con un conseguente reciproco plagio tra i due. Un film sul tema del perdono con echi dostoevskijani, che nessun produttore era disposto a finanziare, e un protagonista di sgradevole e abietta autenticità al quale nessun attore era disposto a dare un volto. 

Zurlini ne ricavò un giudizio molto negativo sul cinema italiano, convincendosi forse non a torto che la volontà di borghese quieto vivere e la paura di sfide e innovazioni lo stessero facendo scivolare in una sonnolenza pericolosa e irreversibile e che gli attori volessero conservare un'immagine casalinga e rassicurante, evitando ogni interpretazione che potesse alterarla. Questa delusione contribuì a far sentire Zurlini un regista fuori dal sistema e a spingerlo ad isolarsi sempre di più. 



Nel 1976, ad appena cinquant'anni, girò il suo ultimo film, "Il deserto dei tartari", grazie all'impegno dell'amico Jacques Perrin (che fu anche il protagonista nei panni del tenente Drogo) nel reperire i finanziamenti necessari per un'opera tanto dispendiosa da aver già fatto desistere Antonioni dal portarla sullo schermo. Il film, con un cast stellare che includeva, oltre a Perrin, Vittorio Gassman, Philippe Noiret, Max von Sydow e Jean-Luis Trintignant. Gli valse il Nastro d'Argento e il David di Donatello e fu molto apprezzato dalla critica. 


Il vero testamento di Zurlini è però il penultimo film, "La prima notte di quiete", girato nel 1972 in una Rimini invernale. Oltre alla classica ambientazione nella riviera romagnola ritornano qui molti temi che avevano caratterizzato le sue opere giovanili: l'amore contrastato, la solitudine, l'abbandono, con l'aggiunta di una feroce descrizione dell'ambiente di provincia e dei suoi squallidi frequentatori. La figura del protagonista, un Alain Delon sempre con indosso un cappotto di cammello e un dolcevita verde appartenenti allo stesso regista, era ispirata a un personaggio di una famiglia molto nota da quelle parti, che Zurlini incontrò proprio durante un inverno. Un uomo infelice, ironico e romantico, con un passato misterioso. L'interpretazione di Delon fu eccellente e contribuì a fare de "La prima notte di quiete" uno dei film più visti di quell'anno e il maggior successo commerciale della filmografia del regista. Il quale, paradossalmente (ma non troppo), fu l'unico a non amare il film. 



Era molto esigente, tanto è vero che i film realizzati, soltanto otto, furono meno di quelli rimastigli nel cassetto. Sopra la media per sensibilità e cultura, letteraria e artistica, pretendeva di tradurre in immagini l'animo umano e i suoi sentimenti. Quando gli riusciva, il film risultava più adatto a un pubblico di nicchia che di massa. Quando non gli riusciva, se ne crucciava, come nel caso de "La prima notte di quiete", che considerava il suo film meno riuscito perché a suo giudizio Delon non possedeva nel privato la profonda gentilezza e l'inguaribile malinconia del personaggio. La cosa gli fece apparire l'intero lavoro come un falso e disse di aver provato la sofferenza e l'amarezza di un padre che scopre una vocazione di criminale in un figlio molto amato. Ma forse la verità è che detestava quel figlio proprio perché era venuto fuori a sua immagine e somiglianza, obbligandolo, ogni volta che lo guardava, a vederne riflessi come su uno specchio le illusioni del passato e le delusioni del presente che lo tormentarono per tutta la vita. 

Se ad inizio carriera l'incomprensione con Ponti lo aveva spinto in un limbo suo malgrado, in quello stesso limbo egli si gettò di nuovo spontaneamente nel giro di pochi anni. Questo non gl'impedì di fare film, anzi glieli rese più belli, perché il miglior Zurlini è stato quello impegnato a raccontare Zurlini stesso dandogli un'altra veste: ora quella di un adolescente confuso, ora quella di una ragazza giovane ma già delusa dalla vita, ora quella di un professore d'italiano fiero e decadente. Dietro ciascuno di questi personaggi faceva capolino un aspetto del loro creatore e ad accomunarli vi era sempre un senso d'inquietudine profonda. Ecco allora assimilata la lezione di Benvenuti&De Bernardi, ma in modo estremamente personale. I film di Zurlini, per lo meno quelli più riusciti, sono nati tutti dai personaggi. Ma dietro quei personaggi vi era sempre lui, costretto a confrontarsi con il brutto di una quotidianità fatta di rimpianti e occasioni perdute. Per questo ha passato la vita a cercare rifugio nel bello della letteratura e dell'arte, sempre immerso in una solitudine che, oggi che non c'è più, si è trasformata nella causa del suo immeritato oblio.

Giovanni
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