martedì 13 febbraio 2018

The post

Bello senz'anima

 


1971, USA: Daniel Ellsberg, economista che lavora per un'agenzia al soldo del Pentagono, trafuga e diffonde delle copie di un rapporto segreto che dimostra come il governo USA sotto quattro presidenti diversi sapesse dell'impossibilità di vincere la guerra in Vietnam, e ciononostante non abbia ritirato le truppe. Il primo a divulgare i documenti è il New York Times, che però riceve un'ingiunzione della Corte Suprema che, sollecitata dal governo Nixon, impone il blocco della pubblicazione. A questo punto i documenti arrivano in mano ai giornalisti del Washington Post, mettendo l'editore, Katharine Graham, e il suo direttore, Ben Bradlee: pubblicare e rischiare a loro volta il blocco della pubblicazione e un possibile disastro finanziario, o non pubblicare e venire meno alla loro missione di divulgatori della verità.

Il tema della libertà di stampa è quantomai centrale di questi tempi, in cui tra bufale, attacchi frontali del potere costituito, e un oggettivo scadimento del livello qualitativo medio il giornalismo tradizionale arranca e fatica ad assolvere la sua funzione di pungolo dei governanti e servitore dei governati. Un film come The Post arriva quindi con perfetto tempismo. La vicenda narrata è quantomai bipartisan, dato che tocca presidenti di diversi schieramenti ed epoche, ed è raccontata con un ritmo serrato e una narrazione prevalentemente in interni, dove seguiamo le attività giornaliere di una redazione esemplare e il loro costante lavorio alla ricerca della verità. Al tema della libertà di stampa si aggiunge quello dell'emancipazione femminile, affrontato attraverso la figura di Katharine Graham: trovatasi quasi per caso a essere l'editore del Washington Post, Graham è circondata da uomini che le dicono cosa deve e non deve fare, cosa può e non può permettersi. La sua scelta, libera e consapevole, arriva quasi come un urlo liberatorio, una dichiarazione di intenti che rivela un carattere deciso sotto l'apparenza di donna mite e festaiola della protagonista.

Sia Katharine Graham che Ben Bradlee sono interpretati alla perfezione da due mostri sacri come Meryl Streep, ancora una volta meritatamente candidata all'Oscar, e Tom Hanks. Accanto a loro brillano dei comprimari d'eccezione, dal Bob Odenkirk di Breaking Bad e Better Call Saul al Bradley Whitford di The West Wing, che danno vita a una redazione e a un gruppo editoriale quantomai sfaccettato e, proprio per questo, vero e credibile.

Il film ha il merito di non scadere in eccessi di retorica, ma osa pochissimo e sembra sedersi sugli allori, crogiolarsi nella certezza di avere tutti gli elementi per poter realizzare un bel film. Spielberg si accontenta di mettere in scena anziché esplorare, scavare, indagare; di usare i suoi fenomenali attori per trasmettere i personaggi, senza preoccuparsi di esplorarli a fondo. Il risultato è un film godibile ma comunque superficiale che, cosa strana per un film di Spielberg, non riesce davvero a coinvolgere né a emozionare, come invece riescono a fare capolavori del genere "giornalistico" come Tutti gli uomini del Presidente o il più recente Il caso Spotlight. Ci si ritrova a tifare per i protagonisti quasi per inerzia, senza un reale coinvolgimento né interesse per le loro vicende, con la parziale eccezione del personaggio della Graham, ma piùper merito di Meryl Streep che di regia e sceneggiatura.

The Post risulta quindi un film solido, ben realizzato e interpretato magistralmente, ma superficiale; un compitino che racconta la sua storia con efficienza ma senza efficacia, e ha quindi un impatto di gran lunga inferiore a quello che avrebbe potuto avere. Non rimarrà di certo nella storia del cinema sul giornalismo, né resterà a lungo nella memoria dello spettatore.

*** 

Pier

venerdì 26 gennaio 2018

L'ora più buia

Oratoria e responsabilità


Londra, 1940. Hitler ha appena invaso il Belgio e si prepara ad attaccare la Francia. Neville Chamberlain, il primo ministro conservatore sostenitore della necessità di dialogare con Hitler, viene costretto a dimettersi. Il Parlamento vuole un governo di unità nazionale, in grado di unire tutti i partiti per sostenere la guerra contro la Germania. Un solo nome emerge dai possibili candidati, quello di Winston Churchill, unico politico a tuonare fin dal primo momento contro il pericolo di Hitler. Disprezzato dai membri del suo stesso partito e dal re, che spingono per la pace, Churchill si trova di fronte a una missione impossibile: evitare una disfatta che appare ineluttabile e convincere il partito e il paese della necessità di non scendere a trattative con Hitler.

A un'analisi superficiale, L'ora più buia potrebbe sembrare un semplice, classico film biografico, con tutta la retorica e i momenti agiografici che caratterizzano questo tipo di film. Joe Wright senza dubbio non lesina momenti di patriottismo smodato e non esita nemmeno a usare aneddoti inventati per sottolineare il più possibile l'eccezionalità del protagonista.
Tuttavia, il film è anche e soprattutto altro. Lo si intuisce fin dalla scelta dell'orizzonte temporale descritto: non l'intera vita di Churchill, non l'intera durata del suo mandato da primo ministro, non l'eroica resistenza di Londra sotto le bombe. Wright sceglie di concentrarsi invece su quella che lo stesso Churchill definì "l'ora più buia", per l'Europa ma anche per se stesso, il momento in cui i politici inglesi gli consegnarono di malavoglia  il potere e lui si ritrovò tra le mani l'ingrato compito di dover scegliere tra una pace più facile ma ad alto rischio, che avrebbe tradito tutti gli ideali in cui credeva, e una guerra ancora più rischiosa, ma fatta in nome di questi stessi ideali. 

L'ora più buia non è, quindi, un film biografico, nè un film di guerra: è un film sulla responsabilità e sulla solitudine di chi detiene il potere, sul peso della responsabilità e del prendere decisioni che, anche se giuste a tavolino, possono rivelarsi tremendamente sbagliate quando messe in pratica (Churchill vedeva così, ad esempio, quello che oggi è considerato il suo fallimento più grande, Gallipoli). 
È, inoltre, un film sulla forza dell'oratoria e delle parole, che difatti pervadono il film anche a livello visivo. "Ha mobilitato la lingua inglese e l'ha mandata in battaglia", dice Lord Halifax, il più fiero nemico interno di Churchill, in uno dei momenti chiave, e qui sta anche il cuore del film, all'intersezione tra politica e arte oratoria, responsabilità e capacità di persuasione. Quando Churchill si trova di fronte a decisioni difficili, quando tutto sembra perduto, la prima cosa che gli viene meno sono proprio le parole, il suo dono e la sua maledizione, la risorsa che lo ha aiutato a farsi strada nella sua carriera e la ragione per cui molti non lo prendono sul serio, e lo considerano solo un eccentrico cialtrone dotato di un'ottima parlantina. E proprio su un discorso (splendido) di Churchill cala il sipario, come se esaurito il potere dell'oratoria non restasse più nulla da dire, nulla da raccontare, con le porte che si chiudono dietro lo statista allo stesso modo in cui il sipario cala sull'attore.

A proposito di attori, Gary Oldman (irriconoscibile grazie allo splendido trucco) è semplicemente perfetto nella sua impersonazione di Churchill, di cui riesce a trasmettere tutte le sfumature: se il film scivola a volte nell'agiografia, l'intepretazione di Oldman è invece sfaccettata, e fa intuire, laddove la sceneggiatura sorvola, da dove derivino le contraddizioni di Churchill e lo scetticismo di chi lo circonda. Non è un caso che, al netto degli splendidi monologhi in cui Oldman raggiunge un tale livello di immedesimazione da essere pressoché indistinguibile dall'originale (qui un'intervista con Oldman stesso in cui spiega come si è preparato alla parte), le parti migliori del film siano le conversazioni tra Churchill e Re Giorgio VI (un ottimo Ben Mendelsohn), che proprio nella parola aveva il suo tallone d'Achille. I loro dialoghi fanno risaltare le similitudini tra due uomini solo all'apparenza opposti, uniti dal senso del dovere e dal peso di un potere che si sono trovati tra le mani quasi per caso, e che hanno dovuto imparare a gestire nel momento più buio della storia del Regno Unito e d'Europa.

In un'epoca di incertezza morale e crisi del sistema politico, L'ora più buia offre un'interessante storia su temi centrali per la vita pubblica e per chi vorrebbe porsi alla guida della società. Nonostante alcuni passaggi inutilmente didascalici e retorici, il film convince, emoziona, e ci costringe a riflettere sull'importanza del linguaggio e della responsabilità, sopratutto in una società che pare aver dimenticato sia l'uno che l'altra.

*** 1/2

Pier

PS: fate un favore a voi stessi e allo splendido lavoro di Gary Oldman e andate a vedere il film in lingua originale, evitando un doppiaggio qui davvero delittuoso. Non ve ne pentirete.

martedì 23 gennaio 2018

The greatest showman (In pillole #13)

Quel pizzico di follia


New York, inizio Ottocento. Phineas Taylor Barnum è il figlio di un sarto, ma ha grandi ambizioni per il futuro. Nemmeno la morte del padre e la conseguente povertà bastano a dissuaderlo, e grazie al suo ingegno riuscirà a farsi strada e a conquistare il suo amore d'infanzia, Charity, nonostante l'opposizione della famiglia di lei. L'ambizione di Barnum, tuttavia, è senza freni, e lo porterà a realizzare progetti sempre più visionari e innovativi: prima un Museo delle stranezze, e poi un vero e proprio circo, il primo del suo genere, con donne barbute, giganti, nani vestiti da Napoleone e gemelli siamesi. Nonostante il suo successo, tuttavia, Barnum è tormentato dal fatto di non riuscire a ottenere ciò che più desidera: il rispetto dell'alta società.

The greatest showman si apre con note e atmosfere che lasciano presagire un film dai toni baz luhrmanniani, con quel mix di provocazione, magia e sincero desiderio di stupire che caratterizza i film del regista australiano come Moulin Rouge. L'illusione, purtroppo, si esaurisce presto: nonostante la materia si presti perfettamente a un trattamento coraggioso e visionario, il regista Michael Gracey confina la creatività nel campo musicale e dirige un film onesto ma con pochi guizzi visivi, in cui spiccano solo un paio di coreografie molto ben riuscite (su tutte quella che accompagna la canzone Rewrite the Stars).
Anche la trama non offre alcun guizzo, e rivisita la vita di Barnum in modo superficiale, rinunciando a indagarne le complessità in favore di un'attenzione forse eccessiva sulla sua vita privata e sulle sue ambizioni.

Quello che manca in originalità il film lo ripaga però a livello di impatto emotivo: nonostante spesso sconfini nello smielato, alcune scene, come la prima esibizione dell'usignolo svedese, Jenny Lind, sono emotivamente toccanti e non lasciano indifferenti. A questo contribuiscono le buone prove d'attore, con uno Hugh Jackman contagioso nella sua energia e nel suo ottimismo, una Rebecca Ferguson carismatica nei panni di Jenny Lind, e un cast corale che ci regala un meraviglioso gruppo di freaks, segnati dalla vita ma indomiti nella loro volontà di conquistarsi un posto nel mondo.

Ciò che realmente eleva il film, portandolo dall'essere un film mediocre a uno spettacolo comunque interessante, sono però le musiche: creative, originali, meravigliosamente anacronistiche. Benji Pasek e Justin Paul, reduci dal successo di La La Land (loro era la canzone più celebre del film, City of Stars, vincitrice di un premio Oscar) realizzano una colonna sonora perfettamente equilibrata, senza un singolo punto debole, in cui ogni canzone riesce a regalare emozioni e a fissarsi nella testa dello spettatore, portandolo a canticchiarla fino allo sfininimento.

The greatest showman risulta quindi essere un film discreto, che non fa però onore al suo protagonista, preferendo la strada sicura del romanticismo a quella più coraggiosa del ritratto sociale e della visionarietà. Rimane quindi il rammarico per lo scarso coraggio dimostrato nell'affrontare una materia che, con un pizzico di follia in più, avrebbe potuto portare a un film davvero interessante e originale.

***

Pier



lunedì 8 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Giustizia personale e giustizia sociale



La figlia di Mildred, madre divorziata residente a Ebbing, Missouri, viene violentata e uccisa. Frustrata dalla mancanza di progressi nelle indagini, Mildred acquista per un anno tre grandi spazi pubblicitari con i quali denuncia l'inefficienza della polizia locale, e in particolare dello sceriffo Willoughby. Nonostante l'ostilità di molti suoi concittadini, in primis il sergente Dixon, Mildred persiste nella sua battaglia per la verità.

Martin McDonagh è un nome che dirà poco ai più, nonostante abbia già girato un film di culto come In Bruges. Il suo tocco e la sua visione sono, tuttavia, inconfondibili, soprattutto per la capacità di muoversi al confine tra farsa e tragedia senza però premere fino in fondo sul pedale del grottesco come fanno ad esempio i fratelli Coen. La sua visione del mondo è cupa, ma non disperata; assurda, ma non surreale. McDonagh è, prima di tutto, uno scrittore fantastico, soprattutto nei dialoghi, ma possiede anche una grande sensibilità per la messa in scena che spesso manca agli sceneggiatori che si improvvisano registi.

Non stupisce, dunque, che Tre manifesti, il suo terzo film da regista, sia uno dei migliori film visti quest'anno: un capolavoro di ritmo, recitazione e, soprattutto, regia, in cui ogni elemento si incastra alla perfezione nel creare un film che intrattiene e fa riflettere, raccontando una storia appassionante e, allo stesso tempo, fornendo un ritratto convincente e non moraleggiante dell'America che ha eletto Trump. Tra una risata e l'altra, McDonagh sferra pugni violenti che ci riportano alla realtà di una società martoriata, il cui tessuto sociale è stato lacerato in modo tanto profondo che sembra quasi impossibile ripararlo. Alla ricerca di giustizia personale di Mildred si accompagna un'evidente assenza di giustizia sociale, che tocca in modo evidente tutti i personaggi. L'alternanza tra risata e riflessione è continua, e tiene lo spettatore incollato alla sedia, incapace di prevedere cosa succederà.

I dialoghi sono perfetti, fulminanti e al tempo stesso profondi, e sono messi in bocca a personaggi veri, ben definiti e costruiti, dal primo all'ultimo, a partire dalla splendida protagonista. Mildred è una donna sola, ruvida, con un'ironia icastica e politicamente scorretta; la vita le ha tolto tutto, tranne la sua dignità e una feroce, incrollabile determinazione ad avere giustizia. Non è l'odio a guidarla, ma l'insoddisfazione, l'incapacità di accettare mezze misure, compromessi, risultati approssimativi. Il suo contraltare è Dixon, un cialtrone qualunquista guidato da un odio talmente radicato in lui da non conoscerne nemmeno le origini. Si sente costantemente minacciato da tutto ciò che è diverso da lui, e non sembra conoscere reazione migliore che la violenza. A metà tra loro sta lo sceriffo Willoughby, un buon padre di famiglia che però non condanna fino in fondo i comportamenti scorretti e pericolosi dei suoi uomini, Dixon in primis; un uomo fatto di contraddizioni, che rappresenta al meglio un paese diviso come l'America di oggi, in cui persino la verità è relativa e non esistono risposte definite.
"Decideremo quando arriveremo lì", dice uno dei personaggi in un momento chiave del film, e questa frase è quasi un manifesto nazionale (e non solo): si naviga a vista, e solo il tempo potrà dirci se la direzione presa è quella giusta.

McDonagh accompagna la sua perfetta sceneggiatura con una fotografia evocativa, fatta di alternanze tra primi piani e campi lunghi che sottolineano la solitudine dei personaggi e, al tempo stesso, la loro estrema vicinanza, il loro collegamento per tramite di quel paese di cui tutti fanno parte, e di cui stanno lentamente martoriando il tessuto sociale.
L'intero cast offre una prova superlativa, da una Frances McDormand alla migliore interpretazione della sua (fantastica, e troppo spesso sottovalutata) carriera - qualcuno le offra la parte principale in un action movie stile Io ti troverò, subito - a un Sam Rockwell poliedrico nel ruolo del farsesco villain Dixon, fino a un Woody Harrelson perfetto per understatement e compassatezza e un Peter Dinklage saggio e autoironico nella sua breve ma intensa parte.

3 manifesti è un film profondamente attuale, che racconta una storia tragica con tocco ironico, ma senza perderne di vista le implicazioni drammatiche e sociali. Un film scritto, girato e interpretato alla perfezione, che si candida a essere una delle sorprese positive sia della nostra stagione cinematografica, sia della stagione dei premi (in cui si è già aggiudicato quattro meritatissimi Golden Globes). Non perdetelo.

*****

Pier

sabato 6 gennaio 2018

Coco

La forza del ricordo



Miguel è un ragazzino messicano che sogna di fare il musicista. Deve scontrarsi però con la storia famigliare: molti anni prima, il suo trisnonno chitarrista aveva abbandonato la moglie Imelda e la bisnonna di Miguel, Coco, ancora bambina. Da allora la sua immagine è stata eliminata dalle foto di famiglia, e la musica è stata bandita. La nonna si fa carico di fermare sul nascere qualunque ambizione del nipote. Nel giorno dei morti, però, Miguel si ribella, e decide di partecipare a un'esibizione musicale in piazza. Per farlo, ruba una chitarra dalla tomba del suo idolo, Ernesto de la Cruz. Per questo gesto finisce nel mondo dei morti, dove scoprirà di avere un solo modo per tornare a casa...

Il tema della memoria e del ricordo è da sempre centrale nella poetica della Pixar: fin dal primo Toy Story, ma ancor di più nel secondo capitolo, il ricordo diviene un elemento fondamentale della vita dei personaggi, ciò che conferisce loro senso: i giocattoli divengono inutili se nessuno gioca con loro e li dimentica; il passato non deve essere una trappola, ma una spinta verso nuove avventure (Up); la memoria e i nostri ricordi, anche quelli tristi, sono ciò che definisce la nostra identità (Inside Out): senza memoria non possiamo sapere chi siamo (Alla ricerca di Dory).

Coco riprende questo tema e lo porta alle sue estreme conseguenze, esplorandolo in tutte le sue possibili declinazioni: il ricordo come rancore, che blocca le aspirazioni di una famiglia anche a distanza di generazioni; il ricordo come rimpianto e nostalgia, come quella di Coco per il suo papà; il ricordo, infine come fonte di vita. Secondo la tradizione messicana, è la memoria a preservare le anime coloro che non ci sono più. Chi non viene ricordato non può tornare nel mondo dei vivi per il Día de Muertos e, lentamente, svanisce, finendo nel nulla. La memoria di ciò che è stato, di chi è stato, è un valore di cui spesso ci si dimentica nella società odierna, in cui già l'invecchiamento viene guardato con sospetto e la morte è qualcosa che si preferisce dimenticare. Lee Unkrich, storico montatore di tutti i film Pixar, qui alla sua prima regia da "titolare", porta invece la morte al centro del film, sottolineando come la visione negativa e triste del ricordo di chi non c'è più sia profondamente sbagliata: è solo il ricordo di ciò che è stato e chi ci ha preceduto a renderci ciò che siamo, e soprattutto a renderci parte di una comunità.

La pietas e il ricordo delle persone amate divengono quindi il punto centrale del film, ripreso anche dal titolo della canzone che ne accompagna i momenti più importanti a livello narrativo e, soprattutto, emotivo. Ricordami non è un tema musicale qualunque, ma la colonna portante del film. Unkrich lo utilizza con grande intelligenza, rendendolo quasi un personaggio aggiuntivo, la cui presenza sottolinea i passaggi chiave del film, modellandone il significato. La musica, in generale, è al centro di tutto il film, che ne usa la forza evocativa per sottolineare il suo messaggio di speranza e positività riguardo all'aldilà, in piena coerenza con la tradizione messicana in materia.

La maturità del tema trattato da Coco si riflette anche nella sua struttura narrativa, anomala per un film Pixar. In primo luogo, si ride molto poco, con poche (ben riuscite) gag visive ad accompagnare il viaggio di Miguel nel mondo dei morti, ma senza le citazioni e le battute "adulte" cui ci aveva abituato la casa della lampadina. Inoltre, il film ha un ritmo regolare, senza le accelerate nella seconda parte tipiche dei film Pixar, caratterizzate da un alto tasso di azione. Coco ha ritmo e ha molte scene che tengono con il fiato sospeso, ma si prende i suoi tempi, esplorando il suo mondo e i suoi personaggi con molta attenzione e affetto, delineandone con attenzione le caratteristiche. Nonostante qualche passaggio un po' didascalico, l'operazione riesce e arriva al cuore, facendosi strada con dolcezza, lentamente, attraverso la costruzione sapiente di un viaggio emotivo che colma lo spettatore di meraviglia per la bellezza e la delicatezza di temi, personaggi, e ambientazione. Il mondo dei morti è realizzato con incredibile poesia e immaginazione: il ponte di foglie e gli spiriti guida sono una gioia per gli occhi, e la loro spiegazione "narrativa" convince e appassiona. Questo viaggio culmina in un finale a dir poco toccante, uno dei più commoventi mai creati dalla Pixar.

Con questo film la Pixar conferma ancora una volta di possedere una sensibilità ancora insuperata nel panorama dell'animazione di statunitense, soprattutto quando decide di concentrarsi su storie e, soprattutto, mondi originali anziché riesplorare strade già battute. Coco è un film anomalo, con uno sguardo più fanciullesco di altri film Pixar ma temi più adulti, trattati in modo estremamente maturo, delicato, ed emotivamente toccante. Una piccola perla, con un messaggio importante e commovente sul ruolo che la morte e la memoria di chi non c'è più giocano nel definire la nostra identità. Non perdetelo.

**** 1/2

Pier

mercoledì 20 dicembre 2017

Speciale Star Wars: Episodio VIII - Seconda parte

Nella prima parte di questo speciale su Gli Ultimi Jedi avevamo presentato delle recensioni negative. Oggi ripartiremo da lì per analizzare il film, cercando di tenere conto di tutte le opinioni per capire cosa abbia funzionato e cosa no. Questa volta ci saranno spoiler: se non avete visto il film, non proseguite oltre.

Ora posso rivelarvi un piccolo inganno: le recensioni pubblicate nella prima parte non erano di Episodio VIII, bensì de L’Impero Colpisce Ancora, unanimemente considerato il film migliore della saga di Guerre Stellari.

Era una trappola!
Proprio così: il gold standard della saga, il film contro cui vengono misurati e pesati (e, spesso, trovati mancanti) tutti i film ambientati nella galassia lontana lontana, ricevette un’accoglienza quantomeno contrastata (potete leggerne sul sito ufficiale di Star Wars).
E quindi, potrà dire qualcuno? Cosa dovrebbe dimostrare questo trucco (non Jedi) di bassa lega?
Che Episodio VIII è al livello di Episodio V? Ovviamente no.
Che critici e fan possono sbagliarsi? Anche, ma non è il punto centrale, semplicemente perché questo è vero di qualunque film e, in generale, opera d’arte.
Che i fan sono dei criticoni e stroncano i film “di pancia”, dando un peso eccessivo a dettagli marginali che vanno contro il loro concetto di cosa deve essere la saga? Assolutamente no. Ho deliberatamente evitato di ripescare commenti del pubblico dell’epoca (che, per inciso, erano dello stesso tenore di quelli dei critici) per evitare questo processo alle intenzioni, sia perché non mi interessa, sia perché ne hanno già scritto ottimamente altri (qui e qui).

Cosa, quindi, volevo dimostrare con questo piccolo inganno?
Un concetto in realtà molto semplice: l’innovazione genera controversie.
In generale, il nostro cervello è impostato per reagire più positivamente a storie ed emozioni familiari, e vedere la novità con una certa diffidenza, quasi come una minaccia. E se questo è vero in generale (qui potete leggere una sintesi - in inglese - di studi scientifici che spiegano questo fenomeno), lo è ancora di più per quanto riguarda i sequel, costretti a misurarsi con l’eredità ingombrante del predecessore. L’Impero Colpisce Ancora fu criticato semplicemente perché cambiò radicalmente struttura narrativa, tono e temi rispetto al primo film della saga, cui i fan si erano già fortemente affezionati nei tre anni intercorsi tra Episodio IV e Episodio V. Era un film innovativo, quasi radicale, e al tempo fu difficile comprendere appieno la portata rivoluzionaria dei suoi cambiamenti. Un contro esempio molto efficace viene dal recente Episodio VII: la reazione iniziale dei fan è stata estremamente positiva (in media) perché Episodio VII era rassicurante. Riprendeva i temi e le atmosfere della trilogia originale, introducendo nuovi personaggi ma calandoli nel panorama e nelle dinamiche della vecchia storia, fino a riprenderla quasi pedissequamente.
Oggi l’opinione sul film è sicuramente meno positiva, anche se a mio parere si tende troppo a concentrarsi sulle innegabili similitudini con Episodio IV come elemento negativo *.

E ora, veniamo a Episodio VIII. Qui iniziano i veri spoiler: se proseguite, lo fate a vostro rischio e pericolo.

Come detto nella nostra recensione, la missione di Rian Johnson era diversa: Gli Ultimi Jedi doveva essere innovativo, senza paura, radicale nelle sue scelte. Esattamente come l’Impero Colpisce Ancora. Il fatto che Episodio VIII sia innovativo non è in discussione: viene riconosciuto sia da chi ha amato il film, sia da chi lo ha odiato. Le critiche di questi ultimi si possono riassumere in larga parte con la frase “questo non è Guerre Stellari”, implicitamente sottolineando come sia un film che va molto lontano dalle loro aspettative. In sintesi, criticano il film per ragioni opposte a quelle per cui alcuni (si vuole sperare non le stesse persone) criticavano episodio VII: laddove quello era accusato di essere una copia carbone, questo viene accusato di essere troppo diverso.

Il punto diventa quindi capire se queste innovazioni abbiano senso o siano fini a se stesse. In altre parole, dobbiamo capire se queste innovazioni concorrano a formare una visione di insieme, o siano slegate e puramente provocatorie. Quello che vorrei fare con questa seconda parte è cercare di capire se le innovazioni proposte da Johnson funzionino / non funzionino ai fini della storia che il regista vuole raccontare e del messaggio che vuole trasmettere. La storia può comunque non piacere, e il messaggio non convincere, ovviamente. Tuttavia, sono convinto che una critica costruttiva e seria passi dall'abbandono delle categorie del “mi piace/non mi piace” per concentrarsi sulla coerenza dei vari elementi del film e sulla qualità  della realizzazione.

La visione di Johnson: Abbandonare il passato
Quando cerca di convincerla a unirsi a lui, Kylo Ren dice a Rey queste parole: “Lascia che il passato muoia. Uccidilo, se devi. È l’unico modo per diventare ciò che sei destinata a essere”. Questa non è una battuta, è una dichiarazione di intenti. E, come vedremo, non è l’unica volta in cui Johnson affiderà ai suoi personaggi battute che descrivono al tempo stesso la loro visione del mondo e la sua visione di regista.
Il tema del superamento del passato è il leit motiv del film, in cui dei giovani si trovano a dover fare i conti con una galassia lasciata in frantumi dalla generazione precedente, e cercano in tutti i modi di trovare la propria strada in un mondo in cui non esistono più certezze. Suona familiare? Se sì, è perché questa frase potrebbe essere contenuta in un qualunque rapporto ISTAT sui giovani.
Rian Johnson vuole realizzare un film che parli delle e alle nuove generazioni. Nel farlo, si rende conto che dovrà abbandonare parte dell’enorme bagaglio  rappresentato dalla trilogia originale. Per inciso, già JJ Abrams se ne era reso conto in Episodio VII, ma Johnson porta questa idea alle sue estreme conseguenze. Parleremo poi dell’evoluzione dei personaggi storici della saga, ma basti qui dire che è dal loro fallimento personale e “professionale” che ha origine tutta la vicenda narrata. Il Primo Ordine nasce dalla negligenza della Repubblica; Kylo Ren dal fallimento di Han e Leia come genitori e di Luke come maestro. Rey è stata abbandonata dai genitori su un pianeta deserto in cambio di rottami, ed è stata costretta fin da piccola a cavarsela da sola; Finn è stato strappato alla sua famiglia e condizionato a diventare una macchina per uccidere; in una galassia in cui fino a poco tempo prima esisteva la Repubblica, ci sono ancora pianeti in cui i poveri sono in schiavitù e i ricchi traggono profitto dalle guerre in atto, vendendo armi ad ambedue le parti. Dai tempi di Episodio VI nulla sembra essere cambiato in meglio.

Episodio VIII (ma, mi sentirei di dire, la nuova trilogia in generale) racconta la storia di chi, in un modo o nell’altro, vuole ribellarsi a questa situazione, urlare al mondo il suo disappunto per ritrovarsi a vivere in universo in rovina senza esserne minimamente responsabile. Sembra un cambiamento minimo, ma è in realtà radicale, perché sposta la saga dall’essere “la storia degli Skywalker” (per dirla con Kathleen Kennedy; ci torneremo), o comunque dello scontro Jedi-Sith, a essere una storia di giovani che vogliono trovare un loro posto nel mondo ma non hanno gli strumenti né le competenze per farlo, e devono quindi navigare a vista. Le loro imperfezioni, le loro scelte avventate e poco ponderate, che tanto hanno irritato alcuni fan, sono invece la logica conseguenza del loro carattere e dell’epoca in cui si trovano a vivere: un’epoca incerta, in crisi di valori, in cui le antiche certezze non esistono più e i vecchi maestri sono scomparsi o non hanno più la voglia o la capacità di insegnare.

Questa la visione di Johnson per il film. Andiamo ora ad analizzare i tre elementi di maggiore innovazione introdotti da Johnson: innovazione tematica, risultante nel tradimento delle aspettative; innovazione nei personaggi; e innovazione nella struttura narrativa.

Aspettative tradite, olio su pellicola
Le aspettative tradite: Personaggi e spettatori
Tutti i fan attendevano con trepidazione di sapere cosa avrebbe fatto Luke della spada che gli porgeva Rey. Nessuno, tuttavia, attendeva quella risposta con più trepidazione di Rey. E Luke cosa fa? Butta la spada. Non la rifiuta, non la restituisce: la butta via, con nonchalance, quasi non fosse affar suo, tradendo le speranze di Rey. E continuerà a farlo praticamente fino alla fine del film. Allo stesso modo, tutti si aspettavano di sapere chi fosse Snoke, e come avrebbe completato la trasformazione di Kylo Ren nel nuovo Darth Vader. E invece Snoke cosa fa? Insulta Kylo. Gli dice che non è il nuovo Vader, ma solo “un ragazzino con una maschera”, lontano anni luce dalla potenza del nonno. Ancora una volta, nessun fan può dirsi più deluso e ferito dello stesso Kylo, un ragazzo turbato alla disperata ricerca di un’identità, che finisce per uccidere il suo misterioso quanto ingombrante maestro. Infine, tutti aspettavano con ansia di sapere chi fossero i genitori di Rey, ed ecco invece l’ennesimo schiaffo in faccia, questa volta per mano di Kylo: i genitori di Rei sono dei contrabbandieri, che la hanno venduta (!) in cambio di alcuni rottami. Ancora una volta, la più delusa di tutti è Rey, che scopre (o, meglio, realizza – in cuor suo lo ha sempre saputo, come dice Kylo) di non essere affatto speciale come credeva.

I fan si sono sentiti ingannati, traditi, presi in giro, ma non poteva essere altrimenti, perché le aspettative dei fan erano le stesse dei personaggi. I nuovi protagonisti sono cresciuti nel mito di un passato dorato e di eroi leggendari, e sono stati scaraventati in un mondo che non somiglia per nulla a quel passato, né corrisponde alle loro aspettative. Anche loro, come i fan, credevano di tornare a un mondo fatto di Jedi che da soli fermano intere armate, di pilota di caccia che con voli spericolati sconfiggono interi battaglioni imperiali, e di Sith dalla potenza sovrumana in grado di piegare tutti al proprio volere. Quel mondo è finito, e i personaggi, come i fan, devono fare i conti con quello che percepiscono a tutti gli effetti come un tradimento. “Questa cosa non andrà come pensavi”, dice Luke a Rey, e Rey non lo accetta, non vuole accettarlo, e si ostina per lungo tempo a perseguire il suo piano di riportare Luke a casa e vincere così la guerra, senza (voler) capire che quel tempo è finito e non è destinato a tornare.

L’aspettativa tradita più grande, e quella che ha forse generato il maggiore disappunto, è quella della discendenza di Rey. La delusione è stata talmente grande che molti hanno già ipotizzato che Kylo stia ingannando Rey, e che lei sia in realtà una Skywalker/Kenobi/cugina di quarto grado di Mace Windu. Pur cosciente del fatto che la retcon che soddisfi i fan è sempre dietro l’angolo, mi espongo e dico che ritengo queste teorie alquanto improbabili e, soprattutto, poco desiderabili. In primo luogo, le tanto citate parole di Kathleen Kennedy non sono in contrasto con la presenza di un personaggio “nuovo”, non legato alla famiglia Skywalker, semplicemente perché Kylo Ren/Ben Solo è lui stesso uno Skywalker. E, se i sei film precedenti ci hanno insegnato una cosa, è che lo Skywalker protagonista è un angelo caduto, non un angelo del bene. Il protagonista dei precedenti sei film è Anakin, non Luke: perché qui il vero protagonista non potrebbe essere Ben? In secondo luogo, avere una “nessuno” come protagonista rappresenta una novità perfettamente coerente sia con lo spirito della nuova trilogia, sia con la saga originale (anche Anakin era un “nessuno” quando viene scoperto; e sì, mi ricordo la storia della sua immacolata concezione – roba che al confronto flying Leia sembra un capolavoro – ma voglio far finta di niente). Lo splendido finale degli Ultimi Jedi richiama volutamente il piccolo schiavo liberato di Episodio I, e suggerisce ancora una volta che chiunque può essere un Jedi, in quanto la Forza scorre anche nei “nessuno”, non solo in alcune famiglie.
Anche a voler fare a tutti i costi i cacciatori di indizi, si può notare un dettaglio importante: nel primo trailer di Il risveglio della Forza sentivamo Leia chiedere a Rey “Chi sei?”, sentendosi rispondere “Nessuno.” Quella scena fu poi tagliata dal film: e se fosse stato voluto, per evitare di uccidere fin da subito l’hype sulle origini di Rey? Quando Kylo le rivela la verità, lei in cuor suo già la conosce, esattamente come Leia in cuor suo sa già che Luke è suo fratello quando lo scopre ne Il ritorno dello Jedi.

Una breve nota, infine, sulla mancata rivelazione dell’identità di Snoke: nella trilogia originale non veniamo a sapere nulla dell’Imperatore. Tutto ciò che sappiamo su di lui viene dai sequel, e non ho mai sentito nessuno lamentarsi per questo. La biografia di Snoke – che non escludo scopriremo nel prossimo film, magari tramite dei flashback di Kylo – era davvero così importante ai fini della storia? Mi sentirei di dire di no.

Niente foto, grazie. Ci tengo alla privacy
Caratterizzazione ed evoluzione dei personaggi
Una delle critiche più lette e diffuse è legata ai personaggi. Da una parte si accusa Johnson di aver stravolto i personaggi originali, in particolare Luke; dall’altro si sottolinea l’assenza di un arco narrativo per molti dei nuovi personaggi.

Partiamo dai personaggi storici: come detto, i protagonisti più amati sono diventati degli adulti fallimentari. Ripetete con me: fallimentari. Han e Leia non sono stati capaci di costruire una relazione stabile, e hanno finito per separarsi, vittime del proprio orgoglio e della propria testardaggine; come genitori, non hanno saputo dare affetto e attenzione a Kylo Ren, lasciandolo in balia delle tentazioni di Snoke (in una dinamica che riprende il lento corteggiamento di Palpatine ad Anakin). Luke ha fallito come maestro, prima non riconoscendo il potenziale distruttivo del nipote, e poi pensando di assassinarlo nel sonno, tradendo la sua fiducia. Kylo Ren è un prodotto del loro fallimento, la conseguenza delle loro azioni.

Non è quindi sorprendente trovare un Luke completamente cambiato, diversissimo dal giovane ottimista che aveva redento suo padre Anakin. Luke ha fallito, e non ha saputo affrontare il proprio fallimento. Si è ritirato in se stesso, chiudendosi alla Forza e agli amici proprio quando questi avevano bisogno di lui. Luke non è Yoda, ritiratosi su Dagobah per mantenere viva la cultura degli Jedi: è colui che vuole celebrare il funerale di quella religione che tanta sofferenza ha portato a lui e alla sua famiglia. Il suo cambiamento non solo è giustificato, ma è fondamentale: solo dall’accettazione del fallimento (suo e della famiglia Skywalker) Luke può trovare il modo di rendersi utile. E proprio nel duello finale, nel momento supremo, riemerge il giovane sognatore e romantico che avevano conosciuto nella prima trilogia. Luke affronta Kylo Ren nello stesso modo in cui aveva affrontato suo padre: rifiutandosi di combattere davvero. Anche se non ha speranze di redimere il nipote come aveva fatto con Anakin, non trova comunque in se stesso la forza di ucciderlo, perché sa che comunque sarebbe sbagliato, e che dove lui ha fallito altri potrebbero riuscire. Si sacrifica per la causa, rinverdendo la leggenda degli Jedi ma soprattutto quella della ribellione con uno sforzo immenso, prima di fondersi con la Forza di fronte a un doppio tramonto come quello che c’era quando lo avevamo conosciuto. Una scena di forte commozione, e un doveroso tributo a un eroe imperfetto, come suo padre, ma capace di accettare e superare questa imperfezione, come suo padre.

Carisma a palate
Leia è forse l’unico punto fermo del film, anche se viene finalmente data attuazione a quel potenziale nascosto che ci era stato suggerito fin da episodio V. Peccato che la scena in cui la vediamo usare la Forza sia visivamente orribile, con Leia che fluttua nello spazio in una posa che è un mix tra quella di Superman e quella di Mary Poppins. Una scena che rappresenta oggettivamente uno dei momenti più bassi della saga,  che fornisce ai detrattori un sacrosanto motivo di critica, e che stupisce ancora di più in un film visivamente così curato come Episodio VIII (la stanza del trono di Snoke, la scena con la nave ribelle che si schianta sullo star destroyer a velocità luce e quelle sul pianeta di sale sono un’estasi visiva, e hanno infatti riscosso consensi unanimi).

Come puoi avere quella cafonata di Leia volante in un film in cui hai realizzato questa bomba visiva?
Riguardo ai nuovi eroi, quasi nessuno si sogna di criticare ancora Kylo Ren, un giovane irascibile, instabile, complessato, perennemente alla ricerca di se stesso e di un posto nel mondo. Kylo cambia di continuo, è un mare in tempesta, incapace di mantenersi stabile anche se lo volesse. Chi nel primo film lo aveva deriso per le sue crisi isteriche ha dovuto ricredersi: gli scoppi d’ira sono parte integrante di questo personaggio complesso e meravigliosamente sfaccettato, che la splendida prova di Adam Driver arricchisce di ulteriore profondità.

Rey sembra invece immobile, quasi statica in questo film. A un’analisi più approfondita, tuttavia, si rivela un’evoluzione ben delineata, forse poco appariscente ma coerente sia con il tema portante del film, sia con l’evoluzione del suo maestro nella trilogia originale. Rey arriva sull’isola dove si è ritirato Luke colma di speranza. Pensa di poter salvare la ribellione portando a casa Luke e che lui sconfiggerà da solo il Primo Ordine. Non si chiede nemmeno per un momento perché Luke si sia ritirato lì. Quando lo scopre, entra in una fase di rifiuto. Luke è l’eroe, Luke li salverà tutti. È lo stesso Luke a sbatterle in faccia la verità, quando le urla: “E cosa pensi che faccia? Che torni e sconfigga il Primo Ordine da solo?” Solo allora Rey si rende conto di quanto fosse naif il suo piano. Le sue certezze inscalfibili crollano, e si rivolge istintivamente all’altro ragazzo privo di certezze che conosce: Kylo, il nemico, l’uomo dall’energia instabile, la cui spada laser grezza è forse il miglior simbolo di ciò che vuole diventare la nuova trilogia. Attraverso l’interazione con Kylo, Rey cambia completamente, o meglio, accetta la realtà: non sarà Luke a salvare la galassia. Nessun deus ex machina, questa volta, nessuno scontro decisivo tra Bene e Male: la battaglia si combatte nelle zone di grigio, ed è in ciò per cui si combatte (come dice la morente Rose a Finn) che si trova la differenza tra buoni e cattivi. Può sembrare un cambiamento minore, ma non lo è: Rey segue un percorso simile a quello di Luke nell’Episodio V, dove al suo sogno romantico di sconfiggere il nemico in un epico duello si sostituisce l’amara accettazione della sua identità e del suo passato.

Struttura narrativa: What happens in Vegas & ironia spicciola
E veniamo al punto forse oggettivamente più debole del film, ovvero la “gita” di Finn e Rose sul pianeta casinò. Le critiche che accompagnano questa parentesi narrativa sono giustificate se prese singolarmente, ma considerate nel loro insieme risultano meno convincenti.

Questo spezzone non fa avanzare significativamente la trama e, anzi, la rallenta. A livello visivo sembra quasi un omaggio all’estetica della seconda trilogia, che per il resto sembra essere stata del tutto rimossa da questi due nuovi episodi. Finn sembra intrappolato in questa missione impossibile e, di fatto, sembra non avere nulla da fare. Tutto il pezzo con i ragazzini e i dialoghi con il DJ di Del Toro sembrano puramente un espediente narrativo, un’innovazione stilistica e visiva (mai si erano mischiate le atmosfere dei primi film con lo stile da belle époque della seconda trilogia) che però ha poco da aggiungere al tema portante della storia.
Che poi, parliamone, della bellezza di queste immagini
Tutte queste sono critiche oggettivamente valide, ed è indubbio che Johnson abbia perso almeno parzialmente il controllo della sua creatura in questa parte del film, dilungandosi più del necessario. Questa è la parte che mi è piaciuta di meno del film.
Tuttavia, un bell’articolo pubblicato su The Atlantic mi ha fatto notare dei dettagli che non avevo considerato con la dovuta attenzione: Finn è un personaggio che ha sempre pensato prima di tutto a se stesso e a Rey. Entra a far parte di questa missione quasi per caso, e quando ne torna è cambiato, al punto di essere pronto a immolarsi per salvare quel poco che rimane della Resistenza durante la battaglia sul pianeta di sale. Questo cambiamento è dovuto alla sua interazione con Rose, ma soprattutto a ciò che vede sul pianeta casinò: la schiavitù, le vittime collaterali di una guerra di cui finora Finn ha conosciuto solo il palcoscenico e gli attori principali. Durante la sua missione vede le comparse, coloro che non rimarranno sui libri di storia, ma sono vittime delle guerre fatte da persone che nemmeno conoscono, grazie alle quali si arricchiscono personaggi senza scrupoli che vendono armi all’una e all’altra parte. Il dialogo con DJ assume così un’altra connotazione, che rafforza ulteriormente uno dei messaggi principali del film (è finito il tempo in cui Bene e Male sono chiaramente distinti) e soprattutto il bellissimo, per quanto retorico, messaggio con cui Rose dice addio a Finn.

Un altro elemento che ha scatenato i detrattori del film è l’uso giudicato eccessivo di battute fuori luogo. Il primo punto non è senza fondamento: alcune battute vengono inserite nei momenti topici della trama, in cui la risata sembra del tutto fuori luogo. Tuttavia, varrebbe la pena ricordare che questi momenti erano presenti anche nella saga originale, e avevano spesso per protagonista C3PO, che si lanciava in improbabili siparietti anche nelle scene più drammatiche. Un esempio? Ironicamente, si trova proprio nella prima scena di Una nuova speranza. Una scena, questa, dall’alto contenuto drammatico (arricchito ancora di più dagli eventi di Rogue One): la nave della Principessa Leia è appena stata abbordata, la principessa è stata catturata da Darth Vader. Ecco, in uno dei momenti più iconici della Saga, proprio a inizio film, C3PO ha questo dialogo con R2D2.


Non proprio il massimo in termini di “rovinare l’atmosfera”, ecco.
Questo per dire che l’ironia fuori luogo è sempre stata una delle cifre di Guerre Stellari, e non poteva che esserlo ancora di più in un episodio la cui cifra è esattamente quella di demitizzare le leggende e rendere il tutto meno “serio” ed epico, ma al tempo stesso terribilmente più reale.

Conclusione
Nel complesso, un’analisi approfondita delle innovazioni e delle scelte fatte da Johnson rivela una forte coerenza di fondo, una linea narrativa e tematica forte da cui discendono tutte gli altri elementi del film.

Questo vuol dire che il film sia un capolavoro? Ovviamente no. Significa semplicemente che è un film concepito e realizzato con una forte visione di insieme, e non l’accozzaglia di cose senza senso di cui hanno parlato alcuni. La storia può non piacere, le scelte possono essere ritenute poco convincenti: queste sono decisioni che stanno al gusto di ognuno.
Tuttavia, dopo un’attenta analisi è innegabile che dietro a Gli Ultimi Jedi c’è un’idea di regia forte e innovativa  e che il film, nonostante qualche inciampo, riesce a comunicare in modo chiaro ciò che il regista aveva in mente e soprattutto a raggiungere lo scopo che si era prefisso: perpetuare il mito della galassia lontana lontana ma, al tempo stesso, percorrere strade nuove e inesplorate. Se il film avrà il destino de L’Impero Colpisce Ancora o subirà la damnatio memoriae di Una Minaccia Fantasma solo il tempo potrà dircelo.

Pier

*: Dico troppo sia perché ci sono altre similitudini evidenti che non vengono sottolineate (l’orfana con la forza sul pianeta deserto, di cui ci viene suggerita una discendenza importante; un essere malvagio e deforme con un apprendista incline alla rabbia), forse perché parte di ciò che vogliamo assolutamente vedere in un Guerre Stellari; sia perché si dimentica che la missione di JJ Abrams era esattamente quella di riaccogliere i fan nel mondo della saga, rassicurandoli che la seconda trilogia era stata solo un brutto sogno e regalando loro le vecchie e indimenticate emozioni; e questo Abrams lo ha fatto innegabilmente bene. Sia, infine, perché Abrams ha gettato le basi per la rivoluzione che vediamo in questo capitolo, come spiegato nell'articolo.

lunedì 18 dicembre 2017

Speciale Star Wars: Episodio VIII - Prima parte

Nella nostra recensione avevamo lodato l'ottavo episodio della saga di Guerre Stellari per la sua capacità di innovare la saga in modo radicale, senza però tradirne lo spirito.

Tuttavia, il film sta dividendo pubblico e critica come pochi altri prima d'ora. Abbiamo quindi deciso di dedicare uno speciale in due parti all'analisi del film, al fine di cercare di capire quali siano le novità introdotte, quali siano quelle azzeccate e quelle fuori posto, e soprattutto quali siano i punti e gli elementi che stanno facendo più discutere, e perché.

In questa prima parte non ci saranno spoiler, e mi limiterò a esporre alcuni stralci da recensioni fatte dalle maggiori testate statunitensi, tradotte dal sottoscritto. Nella seconda parte riprenderò questi spezzoni per analizzare il film più nel dettaglio, esponendo le ragioni delle due parti e cercando di capire 

Gli stralci presentati qui sotto non vengono solo da recensioni negative nel loro complesso, ma sottolineano gli aspetti ritenuti poco convincenti.

Hollywood Reporter
Sfortunatamente, questa scelta (il concentrarsi su molti personaggi, nda) non convince fino in fondo, specialmente nell'ultima parte del film, dove la nostra prode banda di ribelli si divide e la storia si muove in modo piuttosto goffo tra tre location differenti. So che l'idea è quella di creare un'impressione di serialità (un'impressione rafforzata dall'uso dei classici tagli di montaggio "scorrevoli" per passare da un luogo all'altro), ma ha l'effetto di rallentare l'azione proprio nel momento in cui ci si dovrebbe muovere a grandi passi verso il climax. 

New Yorker
Non si capisce come una saga come questa possa essere a corto di immaginazione o abbia iniziato a dipendere eccessivamente dagli splendidi effetti speciali - che sia in pericolo, in sintesi, di scadere nel manierismo o nell'essere un blockbuster movie come tanti. 

New York Times
Il film non ha la freschezza e la sorpresa di alcuni dei capitoli precedenti, ma è carino in modo inoffensivo e, in fondo, un po' stupido. E' come leggere la parte centrale di un fumetto. È divertente in alcune parti, ma mancano bellezza, suspense, disciplina narrativa e arte cinematografica (...). Il film è un'operazione grandiosa ma puramente meccanica, uno spreco di tempo molto costoso.

Washington Post
Il film non ha una trama strutturata, nessun approfondimento né tantomeno sviluppo dei personaggi, e non comunica nulla di significativo né del punto di vista emotivo né da quello della riflessione. Non ha una visione originale, ma crea una trama che è semplicemente un pastiche di altri generi e altre fonti.

The Daily Telegraph
E ora si parla già di altre trilogie, come se stessimo parlando di una saga dell'epoca classica, senza mai fine. Nel frattempo, ciò che vediamo sullo schermo è una grande ricchezza di effetti speciali e un'estrema pochezza nella caratterizzazione. Chi sono questi personaggi? Perché è così difficile interessarsi a ciò che sta accadendo loro?


Toni sicuramente non entusiastici (quasi quanto l'entusiasmo di Luke nell'istruire Rei), che battono essenzialmente su tre tasti: la mancanza di novità, l'assenza di una trama strutturata, e una caratterizzazione debole o comunque poco sviluppata, che impedisce di provare empatia per i personaggi.

Nella seconda parte, analizzeremo più in dettaglio tutti questi punti, cercando di capire quali fossero le intenzioni di Rian Johnson, perché le sue scelte hanno/non hanno convinto critici e fan, e quale sia l'impatto di Episodio VIII sull'universo di Guerre Stellari.

Ah, un'ultima cosa (DISCLAIMER): le recensioni pubblicate qui sopra NON sono di Episodio VIII. Per sapere di che film sono, e capire il perché di questo "trucchetto", leggete la seconda parte!

Pier