martedì 24 aprile 2018

Molly's Game

Il gioco delle parole


Molly Bloom è un'ex sciatrice che ha dovuto abbandonare le sue speranze di partecipare alle Olimpiadi a causa di un incidente. Nel 2004 decide di concedersi una breve vacanza a Los Angeles prima di cominciare gli studi di giurisprudenza ad Harvard. Per guadagnarsi da vivere inizia a lavorare come assistente di un organizzatore di partite clandestine di poker di celebrità, con buy-in vertiginosi. Molly capisce subito di avere di fronte a sè un'opportunità eccezionale per diventare ricca, e decide di mettersi in proprio.

Aaron Sorkin è uno degli sceneggiatori migliori e più originali del cinema e della serialità televisiva. La sua scrittura è fatta di dialoghi serrati, pronunciati a un ritmo vertiginoso, che trascinano lo spettatore nella storia, costringendolo ad ascoltare, a osservare, a concentrarsi su coloro che pronunciano quel vortice di parole: i personaggi.
“Le parole sono importanti”, diceva Nanni Moretti, e attraverso le parole Sorkin definisce i suoi personaggi, caratterizzati da ciò che dicono ma, soprattutto, da ciò che non dicono. Non sorprende, dunque, che il suo primo film da regista sia in apparenza un film di parole, dove i dialoghi ci trasportano nell'abbacinante e vorticoso mondo di Molly Bloom, raccontandoci la storia vera della regina del poker clandestino di Hollywood.

Sorkin gioca abilmente con il mezzo cinematografico, supportando la sua scrittura con un montaggio rapido e sincopato, e fa in modo che il ritmo rimanga sempre elevato, ipercinetico, rendendo invisibile l’impianto teatrale della sua messa in scena e facendo di ogni dialogo uno spettacolo, di ogni confronto una scena che lascia con il fiato sospeso.
In mezzo alla tempesta di parole, sono i non detti a occupare un posto centrale nel film: Molly, e con lei gli altri personaggi, non è definita da quello che dice, ma da quello che non dice, da quello che non fa. Non rivela i nomi dei suoi clienti per ottenere uno sconto di pena, non scende a compromessi per continuare la sua attività, e soprattutto non usa mischia lavoro e sentimento. Circondata da uomini, Molly li tiene sempre a debita distanza, esibendo una professionalità che invece manca a chi la circonda.

Attraverso un abile incastro di diversi piani temporali, Sorkin fa emergere la personalità di Molly la con il passare dei minuti. Accanto alla professionalità e alla serietà lavorativa emerge una caratteristica che le esalta per contrasto, la sua fragilità nei rapporti personali: tanto Molly è seria, quasi dura sul lavoro, tanto è fragile nella sua vita privata. Come aveva già fatto con Mark Zuckerberg e Steve Jobs, Sorkin usa i dialoghi per scavare nei suoi personaggi, mettendoli a poco a poco a nudo in un processo che ricorda la scultura di Michelangelo: un costante lavoro di cesello con cui libera i personaggi dal marmo che li contiene e li espone allo spettatore nella loro vera natura. Questo fa sì che lo spettatore si affezioni sempre più a Molly, identificandosi con questa donna complessa, forte e fragile allo stesso tempo, dotata di un’intelligenza fuori dal comune e tradita da un solo, piccolo, fatale errore.

Il grande lavoro di Sorkin sarebbe però reso vano se a interpretare la protagonista non ci fosse una straordinaria Jessica Chastain, magnetica nel suo carisma e capace di passare in un attimo dalla risolutezza alla fragilità più estrema, senza però mai abbandonare la dignità che è il cuore pulsante del suo personaggio. Idris Elba offre un’ottima prova nel ruolo dell’avvocato. Il suo personaggio impara a conoscere Molly insieme allo spettatore: dapprima disgustato, poi perplesso, infine totalmente partecipe delle vicende della sua cliente, sfuggente ma al tempo stesso trasparente nel suo voler difendere la reputazione dei suoi clienti e, con essa, la sua dignità professionale e umana. Accanto a loro, Kevin Kostner è convincente nel ruolo (centrale) del padre di Molly, mentre Michael Cera è sorprendente in una parte molto lontana da quelle cui ci ha abituato, quella di una celebrità che trae piacere non nel gioco, ma nell'umiliare i suoi avversari (personaggio peraltro ispirato a un altro insospettabile come Tobey Maguire).

Sorkin debutta alla regia con un lavoro senza fronzoli ma molto solido , che si mette al servizio della sua scrittura ma riesce anche a creare una forte identità visiva per il film, che si dipana tra l'oscurità degli ambienti notturni e la luce sfolgorante dei tavoli, in un continuo contrasto tra luci e ombre che rispecchia la vicenda narrata.

Molly's Game è un film classico, che fa suo il ritmo vorticoso delle commedie degli anni Quaranta e Cinquanta che hanno reso grande Hollywood e lo adatta a un racconto quanto mai attuale sulle conseguenze dell'avidità e sul prezzo da pagare per farsi strada nel mondo senza perdere la faccia. Un film frenetico, senza un attimo di pausa, in cui ci si diverte, si riflette, ma soprattutto ci si appassiona a personaggi scritti con assoluta perizia.

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Pier

venerdì 6 aprile 2018

Ready Player One

Sulle spalle dei giganti


In un futuro grigio e distopico, la maggior parte dell'umanità è ridotta in miseria, senza alcuna prospettiva di miglioramento. La popolazione mondiale si rifugia quindi in Oasis, una realtà virtuale videoludica in cui tutti possono essere ciò che desiderano. Quando James Halliday, geniale creatore del gioco, muore, in un videomessaggio rivela di aver nascosto in Oasis un easter egg: per trovarlo, sarà necessario superare tre prove. Il primo a farlo diventerà il suo erede e otterrà il controllo di Oasis.

È ancora possibile creare qualcosa di originale? Questa domanda aleggia ormai da anni nell'industria cinematografica, stretta tra orde (spesso barbare) di remake, sequel, prequel, e altri prodotti derivati e derivativi. È interessante, e quasi paradossale, che una delle risposte più interessanti a questa domanda arrivi da un film come Ready Player One, che a prima vista sembra essere un immenso, infinito omaggio al cinema (soprattutto degli anni Ottanta) e ai videogiochi.
E, a prima vista, la risposta sembra essere un "no", quella più scontata: il film racconta infatti una corsa infinita e nostalgica in un mondo modellato sul passato, sorprendente e appassionante, che si contrappone a un presente grigio e pieno di noia. L'escapismo, nella sua accezione più negativa (la "diserzione del soldato" tolkieniana), sembra elevato a ragione di vita, e la conoscenza del passato "pop" e della cultura nerd sembra l'unica ad avere valore. Tuttavia, Spielberg, come Halliday, nasconde il significato del suo film in profondità, eppure in bella vista: nel passato si possono trovare le risposte, secondo il principio della "storia maestra di vita", ma è nel presente che si deve agire, facendo in modo che il pensiero diventi atto, e la conoscenza sia messa al servizio del bene comune.

Ready Player One non vuole proporre un ideale di società, ma ritrarre (e criticare) la società in cui viviamo: una società dell'apparenza virtuale, in cui la discrezione sembra impossibile e il valore e l'identità di una persona sono sempre più determinate dal suo successo e dalla sua immagine social. Nel farlo, tuttavia, non si lascia andare a facili moralismi o pindariche elucubrazioni, ma nel modo più semplice eppure più complesso: attraverso la storia e l'evoluzione dei suoi protagonisti. Questa mancanza di afflato filosofico-esistenziale ha tratto in inganno molti critromboni (critici tromboni, una specie in via d'estinzione ma ancora pericolosamente influente nelle sue concioni), incapaci di concepire che possa esistere riflessione in un'opera che è anche in grado di intrattenere e divertire, e che si sono quindi fermati a un'interpretazione letterale (e limitata ai primi 60 minuti) del film.

Ready Player One ha infatti tutte le caratteristiche dei film più amati di Spielberg: due protagonisti (contando anche Halliday), Wade e Samantha, ben delineati, un cast di contorno tipizzato ma funzionale, e soprattutto una storia che procede spedita verso il finale, con una progressione che, pur ricalcando giocoforza quella dei livelli di un videogioco, riesce a permearla con la ricchezza del linguaggio cinematografico. La computer grafica è di livello altissimo, e quasi sempre ci si dimentica di stare guardando degli avatar e noi dei personaggi reali. Tra divertissement e scene altamente spettacolari, Spielberg si e ci regala anche un portentoso omaggio a uno dei suoi maestri e a un capolavoro della cinematografia moderna; una scena, questa, destinata a rimanere negli annali, e che rappresenta appieno la filosofia cinematografica di Spielberg: costruire sul passato per creare qualcosa di nuovo, riconoscendo di essere "nani sulle spalle dei giganti" ma al tempo stesso avendo l'ambizione di diventare i "giganti" delle future generazioni. Guardare al passato con nostalgia non è un peccato, purché questa nostalgia non diventi ossessiva ripetizione o, nel peggiore dei casi, onanistico omaggio. Allo stesso modo, l'escapismo non è necessariamente negativo e, anzi, può anche arricchire, purché non diventi fuga dalla realtà o addirittura non si sostituisca ad essa.

Ed è questo, in fondo, il messaggio di Ready Player One, un messaggio che dovrebbe essere chiaro fin dalla scelta di fondere passato e realtà virtuale in un unicum, con Oasis che rappresenta sia la fuga dalla realtà che la fuga dal presente. Sia passato che realtà virtuale sono affascinanti ed esercitano un richiamo irresistibile, ma rischiano di diventare una trappola, un labirinto senza uscita in cui morire lentamente mentre culliamo un'illusione di immortalità. Il passato e il mondo digitale possono arricchire la nostra vita (e il nostro cinema), ma solo a patto che li si utilizzi per creare qualcosa di nuovo, divertente e appassionante; qualcosa che non necessariamente deve essere un capolavoro, ma che abbia la capacità di intrattenere e divertire le nuove generazioni, esattamente come Indiana Jones o Hook hanno intrattenuto e divertito quelle del passato; qualcosa come Ready Player One.

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Pier

mercoledì 21 marzo 2018

Foxtrot

L'assurdo ballo del destino



Quando degli ufficiali dell’esercito bussano alla loro porta di casa, Michael e Dafna intuiscono subito di cosa si tratti: annunciano loro la morte del figlio Jonathan, soldato. Michael e Dafna sono sconvolti, ma è soprattutto Michael a mostrare segni di nervosismo, dovuti soprattutto alla presenza non richiesta di parenti e burocrati eccessivamente zelanti. A questo si aggiunge una notizia tanto assurda da risultare quasi incomprensibile, in questo simile alle surreali esperienze vissute dal figlio come soldato.

Si può sfuggire al proprio destino? Questa domanda, vecchia come il mondo, viene declinata da Maoz in modo classico, e al tempo stesso innovativo. Se l’ispirazione del regista è dichiaratamente la tragedia greca, infatti, il senso di assurda ineluttabilità che pervade il film è di stampo chiaramente ebraico, e richiama le atmosfere e lo humor nero di film come A serious man dei fratelli Coen. La nostra vita è come un ballo, e in particolare un ballo come il foxtrot citato nel titolo: passi fissi, preordinati, che riportano sempre allo stesso punto, allo stesso finale.

Il film brilla e ha i suoi momenti migliori quando racconta la storia di Jonathan e del suo servizio militare: lo fa con toni talmente assurdi da risultare quasi fiabeschi, tra cammelli che spuntano dal nulla, improbabili balli con un fucile, e una baracca che continua a cedere e a inclinarsi, muovendosi inesorabile verso lo sprofondamento. Il posto di blocco di Jonathan è un luogo fuori dal tempo, in cui i soldati sono imprigionati in una futile routine, una noia costante che rischia di generare mostri. Maoz non è infatti interessato solo al destino, ma anche a un tema a lui caro come quello dell’assurdità della guerra, già affrontato in maniera più diretta nel suo primo film, Lebanon, vincitore della Mostra del Cinema nel 2009. Qui non si guarda però al terrore dell’azione bellica, quanto all’inazione e alle sue terribili conseguenze sulla psiche dei soldati.

Le parti con i genitori di Jonathan sono meno convincenti, soprattutto la seconda, ma ricoprono un fondamentale ruolo narrativo, creando una circolarità e un senso di ineluttabilità che amplificano la forza espressiva della parte centrale della pellicola. L’invadenza di parenti e burocrati sembra quasi negare il dolore a Michael nella prima parte, creando una serie di situazioni assurde che esasperano il protagonista e fanno ridere lo spettatore; nel finale invece (introdotto da una splendida e onirica sequenza in animazione), il dolore non viene più negato, ed esplode in un modo che lascia lo spettatore spiazzato, straniato, incapace di comprendere un registro che sembra troppo scanzonato, ma che rappresenta forse la forma di dolore più autentica.

Foxtrot è un film complesso, sia a livello di contenuti che di struttura. Offre molteplici piani di lettura, e accompagna lo spettatore in un percorso che, a una lettura superficiale, sembra riportarci al punto di partenza. In realtà è cambiato tutto, e Maoz ci racconta questo cambiamento con occhio e scrittura da grande autore, in grado di trattare con mano salda una delle domande che tormentano l’uomo fin dall’inizio dei tempi.

Un film meritatamente premiato con il Gran Premio della Giuria alla Mostra del Cinema di quest'anno, che segna un secondo convincente capitolo nella carriera di Samuel Maoz, una carriera che promette di essere davvero radiosa.

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Pier

recensione originalmente pubblicata su Nonsolocinema 

venerdì 9 marzo 2018

Il filo nascosto

La natura del potere



Londra, anni Cinquanta. Reynolds Woodcock è lo stilista più celebre d'Europa. Vive da solo con la sorella Cyril, e le sue avventure amorose sembrano sempre durare un battito di ciglia, fino a quando la musa smette di fornirgli la necessaria ispirazione. Fanatico del suo lavoro e preciso al limite della maniacalità, Reynolds tiranneggia la sua maison e la sua casa con uguale fervore. Un giorno conosce Alma, cameriera di un hotel: rimangono affascinati l'uno dall'altra, e quando Reynolds le chiede di seguirlo a Londra, Alma accetta. Alma, però, rivela ben presto un'insospettabile tenacità, che lentamente comincia a incrinare il perfetto ma delicato sistema che regola la vita e la creatività di Reynolds.

Che cos'è il potere? Questa è una domanda ricorrente nel cinema di Paul Thomas Anderson: se nel suo capolavoro, Il petroliere, esplorava il rapporto tra diverse fonti di potere (economico e spirituale), in The Master la sua attenzione si era già spostata sulle relazioni interpersonali e sul nostro rapporto ambiguo con il potere, nella nostra continua tensione tra il desiderio di comandare e quello di obbedire. Ne Il filo nascosto Anderson porta avanti questo discorso concentrandosi sul sistema di influenze reciproche che regola anche i rapporti più intimi. Ritagliando il tempo con la stessa maestria con cui Reynolds Woodcock taglia e lavora la stoffa, Anderson esplora come questi rapporti di forza si manifestano ed evolvono nel tempo, scorrendo sotto la superficie della vita quotidiana per poi emergere prepotentemente come fiumi carsici. Questi momenti di incontro/scontro sono violenti, quasi sadici, ma servono a ristabilire l'equilibrio, segnando una temporanea tregua che verrà presto rotta dal continuo lavorio di influenze psicologiche e sociali.

Il filo nascosto non è la storia di Reynolds, ma la storia di Alma, e di come si inserisce in un sistema di potere e influenza ben consolidato, quello tra Reynolds e la sorella Cyril. Alma non vuole adeguarsi al sistema vigente, diventando una delle tante muse di Reynolds, ma cerca di cambiarlo, modificarlo, muovendosi al suo interno per tentativi, tanti piccoli colpi d'ago che tessono il tessuto del suo rapporto con lo stilista. Ambedue cercano il "filo nascosto" dell'altro ma, laddove Reynolds si illude di averlo trovato fin da subito, Alma sa che la ricerca richiederà tempo, pazienza e determinazione, e dovrà passare giocoforza anche da fallimenti. La sua apparente timidezza racchiude in realtà una grande determinazione, grazie alla quale riesce a farsi strada in una ragnatela che sembra creata per strangolarne l'individualità.

Questa evoluzione viene raccontata da Anderson per sottrazione, lavorando più sul non detto che sulle parole, e manipolando il tempo per concentrarsi sui momenti chiave, sulle cuciture più importanti, che vengono dilatate laddove il resto della vicenda scorre con rapidità, sempre uguale eppure leggermente diverso. Come in una partita a scacchi, ogni mossa è decisiva e punta a spiazzare l'avversario, che è al tempo stesso amante e figlio, tiranno e servo. Anderson immerge tutto in un'atmosfera claustrofobica, gotica, quasi da thriller (è evidente la lezione hitchcockiana sugli orrori domestici, che però Anderson rielabora in maniera del tutto originale), in cui la tensione monta non per la presenza di un assassino ma grazie a gesti semplici e apparentemente innocui come un burro spalmato con troppo vigore.
Il rapporto tra Alma e Reynolds diventa così metafora della condizione dell'artista e del processo creativo, dell'eterna tensione tra creazione e distruzione, tra genio e follia, tra generazione e morte. Anderson tratteggia questo parallelismo in modo sapiente, senza calcare troppo la mano (vero, Aronofsky?, ma lasciando che emerga dalla storia in modo naturale, fino a divenirne parte integrante nello splendido finale.

La perfezione ricercata da Woodcock riflette quella trovata dal regista: ogni inquadratura è perfetta, funzionale, atmosferica, e contribuisce a creare quel mondo trasognato, a metà tra sogno e incubo, che costituisce il palcoscenico della storia di Alma e Reynolds. Al bianco folgorante delle sfilate, della vita sociale, e delle prove d'abito collettive si contrappongono i colori bruni e la luce calda e soffusa della vita privata di Alma e Reynolds, delle loro prove private, in cui Reynolds prova a plasmare Alma attraverso i suoi vestiti e lei cerca di farlo suo con la sua tenace resistenza. Gli abiti (disegnati dal premio Oscar Mark Bridges e dallo stesso Daniel Day Lewis, come sempre totalmente immerso nella parte per via del "metodo") sono una gioia per gli occhi, e rappresentano appieno la creatività del loro autore e la sua maniacale precisione.

Anderson crea un film che non si può che definire unico per struttura narrativa e modalità espressiva, talmente diverso da qualunque altra esperienza filmica da risultare a tratti straniante, eppure in grado di catturare e ammaliare lo spettatore. Nessuna scelta è prevedibile, nulla è mai scontato: lo spettatore viene trasportato in un rapporto ambiguo e indecifrabile, di cui lentamente scopre tutte le più imprevedibili sfaccettature. A questa imprevedibilità contribuiscono anche gli attori, strepitosi: Daniel Day Lewis offre l'ennesima prova di bravura, ma a brillare è la semisconosciuta Vicky Krieps, che tiene testa e anzi spesso supera il mostro sacro con cui condivide la scena, in un riflesso (voluto?) del rapporto tra la timida cameriera e il geniale creativo che interpretano nel film.
Centrale è anche l'uso della musica, che Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead, costruisce interamente sull'uso degli archi, usati magistralmente sia per trasmettere serenità sia per far crescere la tensione.

Paul Thomas Anderson si conferma come uno dei più grandi registi contemporanei, forse l'unico in grado di realizzare tanti film all'apparenza completamente diversi da loro, ma uniti dal filo invisibile della sua poetica visiva e della sua passione per tematiche quasi metafisiche in film: in una parola, dalla visione di un grande autore.

**** 1/2

Pier

sabato 3 marzo 2018

Oscar 2018 - I pronostici

Domani sera, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Kodak Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantesima edizione degli Academy Awards. 

Come ogni anno, Filmora vi propone i suoi pronostici, accompagnati come sempre con le scelte personali del sottoscritto, cui inspiegabilmente l'Academy non ha ancora concesso i diritti di potere temporale di fantozziana memoria.

Pronti? Iniziamo!


Miglior montaggio
Come per (quasi) tutti gli Oscar tecnici di quest'anno, è difficile immaginare un vincitore diverso da Dunkirk. Il montaggio, poi, è un elemento cruciale del film, sia per l'alternanza tra i tre piani temporali sia per la sua centralità nel costruire la tensione montante che costituisce il perno dell'azione. Il montatore Lee Smith ha fatto un lavoro monumentale in tal senso, ed è quindi sia il favorito sia colui cui va la mia scelta personale.

Pronostico: Dunkirk
Scelta personale: Dunkirk

Miglior fotografia
Competizione più aperta che negli altri comparti "tecnici": se la fotografia di Hoyte van Hoytema per Dunkirk è eccezionale, quelle di Blade Runner 2049 (Roger A. Deakins) e di La forma dell'acqua (Dan Laustsen) rappresentano una competizione formidabile. Considerando che Deakins, nonostante ben 14 nomination al premio Oscar, non ha inspiegabilmente mai vinto, a lui va la palma di favorito, mentre la preferenza personale ricade su Dunkirk.
Pronostico: Blade Runner 2049
Scelta personale: Dunkirk

Miglior film d'animazione
Per chi segue l'animazione statunitense la scelta appare scontata, con Coco nettamente favorito su pellicole godibili ma di livello decisamente inferiore come Ferdinand e Baby Boss. Tuttavia, Loving Vincent rappresenta un rivale credibile per la sua incredibile capacità di ricreare il mondo pittorico di Van Gogh attraverso un'animazione autoriale e innovativa. 
A conti fatti, Coco resta il favorito, e riceve anche la mia preferenza personale.
Pronostico: Coco
Scelta personale: Coco

Miglior attore non protagonista
Questo premio potrebbe risultare in un grande trionfo personale per la redazione di Film Ora, da sempre fan sfegatata di quel Sam Rockwell (Tre manifesti a Ebbing, Missouri) che oggi sembra il chiaro favorito. 
Certo, Richard Jenkins è splendido ne La forma dell'acqua, e lo stesso Woody Harrelson meriterebbe per Tre manifesti, ma Rockwell è Rockwell. È quello di Confessioni di una mente pericolosa, Moon, Choke, Guida galattica per autostoppisti, e mille altri: è già uno scandalo che non abbia mai vinto prima d'oggi,di cosa stiamo parlando. Dai, di cosa stiamo parlando?
Pronostico: Sam Rockwell
Scelta personale: Sam Rockwell

Miglior attrice non protagonista
La favorita sembra essere Allison Janney (indimenticata C.J. Cregg per tutti i fan di The West Wing) nel ruolo della madre ipercompetitiva di Io, Tonya. La mia scelta personale va però a Laurie Metcalf, commovente nel ruolo di una madre working class in Lady Bird, per la cui riuscita è importante tanto quanto Saoirse Ronan.
Pronostico: Allison Janney 
Scelta personale: Laurie Metcalf

Miglior sceneggiatura originale
Il chiaro favorito sembra essere Tre manifesti, ma occhio alla possibile sorpresa Lady Bird, che potrebbe sfruttare la storica benevolenza dell'Academy verso i film indipendenti nel campo delle sceneggiature. Tenendo conto anche del mio pronostico per il miglior film mi prendo un rischio e do a Lady Bird la palma di favorito, mentre a Tre manifesti va la mia preferenza personale.
Pronostico: Lady Bird
Scelta personale: Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior sceneggiatura non originale
Raramente si è vista una competizione tanto elevata in questa sezione: dalla sceneggiatura pseudoautoriale di Ivory in Chiamami col tuo nome, che ha mandato in sollucchero salotti e terrazzi americani, ai dialoghi sempre fenomenali di Aaron Sorkin in Molly's Game, passando per la divertente riflessione sul cinema di The disaster artist e il supereroe western e crepuscolare di Logan, quest'anno ce n'è davvero per tutti i gusti. Il favorito, per status ed entrature, sembra essere Ivory, ma la mia scelta personale non può che andare a Logan: un film in cui l'elemento supereroistico è del tutto secondario, e in cui i temi centrali sono la memoria, il fallimento, la redenzione, il fare i conti con il proprio passato. Se Hugh Jackman avesse impugnato una pistola, anziché avere artigli d'adamantio, staremmo parlando di questo film anche per premi più importanti.
Pronostico: Chiamami col tuo nome
Scelta personale: Logan

Miglior attore protagonista
Un solo nome al comando: Gary Oldman, per L'ora più buia. La sua performance è eccezionale, e ha tutto ciò che viene sempre premiato dall'Academy: film biografico, trasformazione fisica, forte introspezione e immedesimazione del personaggio. Daniel Day Lewis è come sempre eccezionale ne Il filo nascosto (che recensiremo a breve), ma Oldman non ha mai vinto e ha davvero tutte le carte in regola per aggiudicarsi la sua prima statuetta.
Pronostico: Gary Oldman
Scelta personale: Gary Oldman

Miglior attrice protagonista
Qui la competizione è invece molto aperta: Frances McDormand è favorita, ma non nettamente, con la muta sognatrice di Sally Hawkins de La forma dell'acqua che potrebbe soffiarle la statuetta. La mia preferenza va comunque alla McDormand, eccezionale come sempre in Tre manifesti.
Pronostico: Frances McDormand
Scelta personale: Frances McDormand

Miglior regia
Il favorito è chiaramente Guillermo del Toro, che con La forma dell'acqua ha incantato Hollywood e il pubblico di tutto il mondo. Tuttavia, almeno nel mio piccolo non posso esimermi dall'urlare allo scandalo per quella che, ne sono certo, sarà l'ennesima bocciatura dell'Academy nei confronti di Christopher Nolan. Che uno dei registi più creativi del panorama contemporaneo sia costantemente snobbato agli Oscar è vergognoso, tanto più se pensate che quella per Dunkirk è la sua prima nomination. A lui, si sarà capito, va la mia preferenza personale, che si è conteso fino all'ultimo con il sempre eccezionale Paul Thomas Anderson, autore (è proprio il caso di dirlo) de Il filo nascosto.
Pronostico: La forma dell'acqua
Scelta personale: Dunkirk

Miglior film
La battaglia per il miglior film è quantomai accesa, tra La forma dell'acqua, Get Out, Lady Bird (possibile sorpresa, ma non così tanto) e Tre manifesti. Raramente, però, un film ha saputo unire così tanto pubblico e critica come Tre manifesti, che ha ottenuto lodi unanimi praticamente ovunque. Per chi scrive si tratta di uno dei due migliori film dell'anno, e del migliore tra i favoriti, e i segnali lasciano pensare che alla fine la penserà così anche l'Academy. 
Pronostico: Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Scelta personale: Tre manifesti a Ebbing, Missouri

A dopo la cerimonia per il bilancio!

Pier

giovedì 1 marzo 2018

Oscar e discriminazione: Un'analisi

La notte degli Oscar si avvicina: il 4 Marzo verranno decisi i vincitori per ogni categoria.
Prima di lanciarci nei nostri pronostici, abbiamo deciso di dedicare un articolo a un fenomeno che fa sempre parlare di sé, sia al momento delle nomination che in quello dell'annuncio dei vincitori: la presunta discriminazione verso i candidati di colore nei premi per i migliori attori e le migliori attrici.

Da anni, infatti, impazza la polemica contro l'Academy, accusata di favorire attori e attrici caucasici rispetto ai loro colleghi afroamericani.
I sostenitori di questa tesi portano solitamente a loro sostegno le mancate vittorie/nomination di attori afroamericani in alcune annate caratterizzate da nomination "all white" nelle quattro categorie di premi disponibili; citano inoltre l'innegabile preponderanza di membri caucasici tra i membri dell'Academy (94% secondo un'indagine condotta nel 2012 dal Los Angeles Times), sostenendo che ciò non possa che portare a una discriminazione nelle nomination.
Chi invece nega il problema, accusando la parte avversa di "buonismo" e di inseguire il politically correct a tutti i costi, porta a suo sostegno le vittorie di Denzel Washington, Halle Barry, e Viola Davis.

Ambedue gli approcci, tuttavia, soffrono dello stesso problema: si basano su aneddoti, casi singoli, o su statistiche superficiali come quella qui sotto, che si limita a calcolare la percentuale storica di vincitori bianchi o di colore senza tenere conto dell'evoluzione del contesto storico: fino agli anni Settanta essere neri negli USA aveva conseguenze ben più negative che quella di non essere candidato all'Oscar.


Ambedue i partiti sono quindi vittime di quelli che nella scienza delle decisioni sono conosciuti come bias cognitivi, e in particolare del bias di conferma (confirmation bias) e del cosiddetto availability heuristic. Qui potete trovare una descrizione più dettagliata di questi e altri bias, ma in sintesi: il bias di conferma ci porta a cercare e considerare solo le informazioni che confermano le nostre convinzioni preesistenti; l'availability heuristic ci porta a dare un peso sproporzionato agli esempi che ci vengono in mente per primi quando ci viene chiesto di valutare un fenomeno (in questo caso, la discriminazione).

In questo articolo vogliamo superare la partigianeria e condurre un'analisi rigorosa per verificare se esiste effettivamente una discriminazione contro gli attori e le attrici afroamericani nelle nomination e nelle vittorie agli Oscar. Nel farlo, cercheremo anche di capire le eventuali cause di questa discriminazione e, più in generale, se questa discriminazione esista solo al livello dell'Academy o sia più generalizzata all'interno del cinema statunitense.

1. Discriminazione: equità e l'importanza della distribuzione naturale

Per condurre un'analisi rigorosa è necessario prima di tutto definire cosa si intenda per discriminazione nel nostro contesto. In generale, quando si parla di discriminazione si sussume il concetto di equità: una certa categoria può dirsi discriminata se un individuo di quella categoria viene trattato in modo diverso rispetto a uno appartenente a un'altra categoria solo sulla base della sua appartenenza alla prima categoria. Per fare un esempio: possiamo dire che un'azienda sta discriminando una donna se, a fronte di una performance complessiva identica, le offre un aumento di stipendio inferiore rispetto a quello di un collega uomo.

Quando si parla di numeri e rappresentatività, la presenza di discriminazione viene solitamente calcolata in un modo molto semplice: valutando la distribuzione naturale delle varie categorie e confrontandola con quella osservata all'interno del sistema in esame. Il concetto di "distribuzione naturale" è meglio illustrato con un esempio: donne e uomini rappresentano ciascuno il 50% della popolazione. Se in un'azienda osservo una percentuale di uomini pari al 70%, posso pensare che in quell'azienda siano in atto fenomeni di discriminazione contro le donne. Chiarisco subito che si tratta di un'analisi superficiale, in quanto non tiene conto di vari elementi come la decisione (volontaria o dettata dalla società e dalle sue iniquità di fondo) di un soggetto di non lavorare per l'azienda in esame. Tuttavia, questa analisi fornisce un interessante punto di partenza.
La presenza di discriminazione, dunque, può essere valutata confrontando la percentuale osservata con quella naturale: se la prima si discosta significativamente dalla seconda, è possibile che si stia verificando un fenomeno di discriminazione.

Un errore fatto dal partito degli "Oscar che discriminano" (OD d'ora in poi) è quello di non considerare la distribuzione naturale delle varie etnie all'interno del sistema di riferimento. Quando il partito OD parla di iniquità e discriminazione sembra infatti sottintendere che una situazione "equa" sarebbe quella in cui attori e attrici di colore ricevessero lo stesso numero di nomination dei propri colleghi caucasici: in altre parole, relazionano il concetto di equità a quello di distribuzione 50-50. Tuttavia, la distribuzione 50-50 non è necessariamente equa, e rischia anzi di essere terribilmente iniqua se la distribuzione naturale è diversa da 50-50. Tornando all'esempio citato sopra: se le donne fossero il 60% della popolazione, un'azienda che avesse il 50% di donne sarebbe comunque a forte rischio di discriminazione.

Nel calcolare la distribuzione naturale degli afroamericani possiamo considerare due sistemi di riferimento. Il primo sono gli Stati Uniti nel loro complesso: stando al più recente censimento, gli afroamericani costituiscono il  13% della popolazione. Il secondo sistema che possiamo considerare è Hollywood. Stando all'ultimo Hollywood Diversity Report, pubblicato nel 2018, nel 2016 il 12.5% dei ruoli nei "top film" sono stati interpretati da attori afroamericani, una percentuale quindi quasi in linea con quella della popolazione complessiva, come lo stesso report sottolinea (p. 21).

Dato che le due stime sono praticamente equivalenti, utilizzeremo il 13% come la distribuzione naturale degli afroamericani che confronteremo con la distribuzione delle nomination e delle vittorie agli Oscar.

2. Analisi principale: Nomination e vittorie

La seconda decisione da prendere per condurre un'analisi sistematica è quella dell'orizzonte temporale. Come già detto, considerare una distribuzione temporale come quella della figura presentata poco sopra ha poco senso per svariati motivi.
Dato che le accuse di discriminazione vengono mosse verso l'Academy contemporanea, per questa analisi abbiamo deciso di concentrarci sul periodo che va dal 2000 al 2016. Gli anni Novanta sono infatti caratterizzati dai primi "segnali" di cambiamento verso gli attori di colore e le nomination per Morgan Freeman e Denzel Washington come migliori attori protagonisti. Concentrarci sugli anni immediatamente successivi dovrebbe quindi offrire un ritratto convincente delle tendenze più recenti nelle scelte dell'Academy.

Nel grafico qui sotto sono riportati la percentuale totale di nomination e vittorie per attori e attrici afroamericani nelle quattro categorie degli Oscar per il periodo considerato *, con la distribuzione naturale come punto di riferimento.
Figura 1
Il grafico suggerisce una leggera discriminazione verso gli afroamericani in termini di nomination, e un leggero favoritismo per quanto riguarda le vittorie **.
A un primo sguardo, dunque, non sembrano esserci ragioni per lamentare una discriminazione verso gli attori di colore. Ironicamente, sembra essere più discriminatoria la Screen Actors Guild, che stabilisce gli artisti nominati, che l'Academy nel suo complesso, che decide invece i vincitori.


3. Il prestigio del premio

Una valida obiezione ai dati presentati nella Figura 1 sta nel fatto che i premi per gli attori non sono tutti uguali: il prestigio collegato al vincere come attore o attrice protagonista è di gran lunga più alto di quello collegato al vincere la statuetta per il supporting role. È quindi possibile che gli attori afroamericani - che, in quanto minoranza, tendono ad avere uno status più basso - siano maggiormente penalizzati nella categoria più prestigiosa, e ricevano un "contentino" in quella meno prestigiosa.
Nella Figura 2 abbiamo quindi ripetuto l'analisi della Figura 1, ma distinguendo i premi per attori/attrici protagonisti e non protagonisti.

Figura 2
Il grafico conferma la validità dell'obiezione riportata sopra: attori e attrici afroamericani sono penalizzati nelle nomination (soprattutto) e nelle vittorie come protagonisti, mentre sono favoriti, divenendo quindi oggetto di "discriminazione positiva", nei premi come non-protagonisti.

4. La variabile nascosta: il genere

Finora abbiamo trattato l'etnia come una categoria indipendente da altre caratteristiche demografiche. Tuttavia, la teoria nota come "intersectionality" ha sottolineato e dimostrato come nessuna categoria esista indipendentemente dall'altra: individui che appartengono a due (o più) categorie solitamente discriminate subiscono discriminazioni ancora maggiori rispetto a chi appartiene a una sola delle due categorie. Per fare un esempio, una donna di colore sarà maggiormente discriminata rispetto a una donna bianca, o a un uomo di colore. Il film Moonlight, (immeritato) trionfatore della scorsa edizione, trattava proprio di questo argomento, focalizzandosi su un protagonista omosessuale e di colore.

È quindi possibile che la discriminazione lamentata dal partito OD sia più forte e significativa per le donne che per gli uomini. Abbiamo quindi ripetuto l'analisi riportata nella Figura 2 distinguendo tra attori e attrici. Vista l'uguale distribuzione di uomini e donne nella popolazione, abbiamo mantenuto il valore generale della distribuzione naturale (13%) anche per queste analisi.
Le figure 3 e 4 riportano i risultati.

Figura 3
Figura 4
La differenza è evidente, e conferma l'ipotesi dell'intersezionalità: le attrici afroamericane sono chiaramente vittima di discriminazione per quanto riguarda i premi da protagonista, mentre sono oggetto di "discriminazione positiva" per i premi da non protagonista, soprattutto per quanto riguarda le vittorie. Gli attori invece sono leggermente discriminati nei premi da non protagonista (ma solo per le nomination), mentre sono favoriti nelle vittorie (ma non nelle nomination) del premio come miglior attore protagonista, sia rispetto alle loro colleghe donne, sia rispetto ai colleghi caucasici.

5. Conclusioni

Le analisi dimostrano in modo abbastanza evidente che l'ipotesi della discriminazione sistematica su base razziale (almeno per quanto riguarda gli afroamericani: le altre minoranze sono virtualmente assenti dalle nomination degli Oscar, anche se nessuno ne parla) non è supportata dai dati. Esiste solo una leggera discriminazione per quanto riguarda le nomination ai premi più prestigiosi, quelli per attore/attrice protagonista.

Tuttavia, l'analisi rivela anche una chiara discriminazione di genere verso le attrici afroamericane nei premi più prestigiosi, sia rispetto alle loro controparti caucasiche, sia rispetto ai loro colleghi uomini. In un contesto in cui il sistema rende impossibili le discriminazioni di genere (uomini e donne concorrono in categorie separate), queste si manifestano all'interno delle minoranze: come la talpa del gioco Acchiappa la Talpa, la discriminazione di genere scompare da una parte per poi ricomparire da un'altra, ma in modo più subdolo, quasi nascosto. Questo suggerisce che i beneficiari di campagne come #OscarsSoWhite sono soprattutto gli uomini, mentre le attrici afroamericane continuano a essere significativamente discriminate.

Presto renderemo disponibile ancora una versione in inglese. Commenti e suggerimenti sono ovviamente bene accetti.

Pier

Note e commenti

1) Uno dei pochi articoli ad aver condotto un'analisi sistematica del problema discusso in questo post è stato pubblicato dal Guardian e si può trovare qui.

2) I dati completi su cui si basa questa analisi sono disponibili gratuitamente qui. Su suggerimento di un amico (thank you, Tervel) abbiamo provato a verificare se ci fossero dei trend temporali che potessero fornire una spiegazione alternativa ai dati osservati. 
Per esempio, un periodo di maggiore sensibilità sociale al tema razziale dovuto a fatti di cronaca potrebbe influenzare l'assegnazione dei premi. 

Abbiamo quindi diviso i 17 anni di osservazione in 6 periodi di 3 anni ciascuno e calcolato le solite percentuali. I risultati di queste analisi sono riassunte in grafici consultabili qui. Come si può vedere, non è possibile individuare nessun trend a lungo termine (se non un calo nel corso del tempo delle vittorie di afroamericani nel premio per miglior attore/attrice protagonista), ma si possono osservare numerose fluttuazioni nel breve termine. 
Queste fluttuazioni potrebbero riflettere trend di breve periodo in grado di influenzare l'assegnazione dei premi, così come essere semplici variazioni casuali.

*: la percentuale per le nomination è calcolata dividendo la somma delle nomination ottenute per (17 x 20 - ovvero il numero di anni considerati e il numero di nomination possibili ogni anno in tutte le categorie (5 nomination per 4 categorie). Nelle analisi per categoria, il denominatore è = 17 x 10.

**: un'analisi più rigorosa, che va al di là dello scopo descrittivo del presente articolo, richiederebbe un'analisi della significatività statistica di queste differenze.

giovedì 22 febbraio 2018

La forma dell'acqua - The shape of water

C'era una volta...



Baltimora, anni della Guerra Fredda. Elisa è una donna muta che lavora come addetta alle pulizie in un laboratorio scientifico dove si cercano di sviluppare nuove armi . Un giorno nel laboratorio viene portata a scopo di studio una creatura anfibia di forma umanoide. Laddove tutti vedono la creatura come una cavia priva di sentimenti che potrebbe essere sfruttata a scopo militare, Elisa scopre che è dotata di grande sensibilità e intelligenza e, lentamente, se ne innamora.

Dopo una parentesi molto riuscita nei film d'azione con Pacific Rim e una non troppo felice nell'horror con Crimson Peak, Del Toro torna al "suo" cinema per raccontarci una fiaba moderna. Come tutte le fiabe, la storia di Elisa e della creatura acquatica ha un carattere universale, e parla di assoluti: la natura di Bene e Male (il maiuscolo è d'obbligo), il concetto di diversità, la solidarietà tra gli ultimi, l'importanza del sogno e della fantasia. "Chi è il vero mostro a Notre Dame?", chiedeva Clopin nella meravigliosa intro musicale che apriva il (troppo sottovalutato) disneyano Gobbo di Notre Dame: Del Toro risponde fin dalle battute iniziali, senza paura di creare un film "manicheo",  in cui non esistono toni di grigio e buoni e cattivi sono perfettamente distinti come nel cinema hollywoodiano delle origini. Nulla di originale, dunque, eppure Del Toro riesce a prendere questi topoi narrativi e a trasformarli in qualcosa di originale e unico, che porta la sua impronta indelebile in ogni immagine, ogni dialogo, ogni scelta.

Ciò che nella fiaba è stereotipato e archetipizzato diviene qui realistico, sfaccettato, perennemente in equilibrio tra realtà e fantasia così come la storia si muove a metà tra terra e acqua. L'amore tra Elisa e la creatura viene raccontato con una sensualità sconosciuta al genere fantastico, senza però perdere di vista il romanticismo. Il film è una commistione tra Storia e fiaba, con la Guerra Fredda che fa da sfondo alla storia d'amore proibita di Elisa, ricreando quella fenomenale sovrapposizione tra reale e fantastico che caratterizza i film più riusciti di Del Toro come Il labirinto del fauno e La spina del diavolo. Il confine si fa sempre più labile man mano che il film procede, in un crescendo di poesia che culmina nel meraviglioso e ambiguo finale, che costringe a chiederci se venga prima la storia o il mito.

Muovendosi sul sottile confine tra realtà e fantasia, Del Toro finisce per fare anche una riflessione metatestuale sulla natura del cinema e della fiaba, sulla loro capacità di fornire un momento di evasione dalla realtà e al tempo stesso parlare delle questioni fondamentali della natura umana, in un escapismo che, per dirlo con le parole di J.R.R. Tolkien, non è da intendersi come la fuga del disertore ma come la liberazione di un prigioniero. E i personaggi di Del Toro sono prigionieri, prigionieri di una società che non offre loro alcun posto, alcuna accettazione, che li marginalizza e li colpevolizza per la loro diversità; una società perfettamente ritratta nel personaggio di Michael Shannon, formidabile villain di altri tempi in preda a una crescente corruzione morale e persino fisica, che domina la scena con la sua mostruosa normalità, la sua banale malvagità. Accanto a lui si muove un cast di grandi attori poco noti al grande pubblico, dalla protagonista Sally Hawkins a Octavia Spencer, passando per lo splendido Richard Jenkins, cui Del Toro offre dei ruoli che permettono loro di brillare come forse mai avevano fatto prima.

E proprio il cinema delle origini, con la sua aura di magia e mistero , è il punto di riferimento visivo e sonoro di Del Toro, che omaggia apertamente i classici hollywoodiani di vari generi, dal cinema di mostri ai comici del muto, passando per i musical con Fred Astaire. L'omaggio non è però fine a se stesso, ma concorre a creare quell'atmosfera onirica che pervade il film, e costituisce la base da cui Del Toro si muove per costruire le scene più innovative e originali del film, come quella che campeggia sui manifesti pubblicitari. A questo partecipa pure la colonna sonora, che alterna le musiche d'epoca alle dolcezza delle composizioni originali di Alexandre Desplat.
Del Toro amalgama ogni elemento alla perfezione e tutto, dall'incredibile trucco della creatura alla costruzione dei set, mostra il suo inconfondibile tocco e rappresenta un tassello della sua visione.

Se pensate che il cinema debba ritrarre l'umanità nelle sue varie sfaccettature e scale di grigio, probabilmente questo film vi lascerà indifferenti. Se, tuttavia, pensate che il cinema sia l'arte di parlare del reale sotto un manto di magia, poesia e sogno, allora non potrete non amare La forma dell'acqua.

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Pier