mercoledì 3 agosto 2016

L'occhio del regista #2 - Christopher Nolan


Per la seconda puntata de "L'occhio del regista" continuiamo a occuparci di autori contemporanei, focalizzandoci su quello che è, a parere di chi scrive, il più grande regista di blockbuster d'autore degli anni Duemila: Christopher Nolan.


Nel cinema di Nolan il contrasto e lo conflitto assumono sempre un ruolo centrale. Al centro dei suoi film ci sono sempre il contrasto e la sfida: il contrasto tra visioni del mondo, piani della realtà, bene e male; una sfida, spesso titanica e ai limiti dell'impossibile,  del protagonista con un elemento esterno, che si traduce però in una sfida con se stesso, in cui l'eroe che non è tale o è tale solo per caso. Il personaggio di Nolan è un personaggio da letteratura classica, in bilico tra epica e tragedia, perennemente in lotta contro forze insormontabili e con la propria coscienza.

Questo tema del contrasto e della sfida viene declinato in ogni elemento dei film di Nolan, da quelli narrativi a quelli visivi, passando per la musica.

1. Racconto non lineare
Senza dubbio il marchio di fabbrica di Nolan, che fin dal suo secondo film, Memento, si cimenta nella costruzione di racconti complessi, in cui i piani narrativi si intersecano, si scambiano, si inseguono; causa ed effetto si confondo e si invertono, formando un insieme coerente ma complesso, che richiede la piena attenzione dello spettatore. Nolan sfrutta questo meccanismo per esplorare il rapporto tra realtà  e finzione, uno dei temi a lui più cari, portando la sfida che il personaggio deve affrontare a un livello meta-narrativo, con lo spettatore che deve ricostruire

In Memento il protagonista soffre di amnesia a breve termine, e ogni giorno deve quindi ricostruire il suo passato basandosi su tatuaggi sul suo corpo, appunti, e racconti più o meno veritieri. Già in questo film compare uno degli strumenti più utilizzati da Nolan, il racconto di uno dei protagonisti, distinto dalla storia "in diretta" utilizzando il bianco e nero. Tuttavia, la distinzione non è così netta: i due piani si intersecano, trasportando lo spettatore all'interno della sfida tra il protagonista e la propria mente.




In The Prestige la vicenda viene spesso narrata attraverso i diari dei due protagonisti, che diventano parte integrante non solo del racconto, ma anche della trama e dell'azione scenica. In Interstellar, Nolan sfrutta i paradossi temporali per invertire causa ed effetto della vicenda.
Il film dove questo approccio viene portato alle estreme conseguenze è però senza dubbio Inception, in cui realtà e finzione divengono tutt'uno, e diviene impossibile distinguere sogno e veglia.




2. Contrasto tra luce e ombra
Nonostante Nolan sia conosciuto come un autore "narrativo", i suoi film sono caratterizzati da una fotografia molto distintiva, in cui luce e ombra diventano il simbolo visivo della sfida che il protagonista si trova ad affrontare. Il ruolo centrale di Wally Pfister, il direttore della fotografia , per il cinema di Nolan è già stato sottolineato più volte, ma le scelte cromatiche e di illuminazione dei film di Nolan sembrano la traduzione per immagini della sua narrativa: contrasti forti, colori brillanti anche nelle ombre, fonti di illuminazione "esterne", spesso distanti dalla posizione della camera e del protagonista. Di seguito qualche esempio. Cliccate sull'immagine per vedere la scena completa.

Batman Begins

The Prestige

Qui invece un video che mostra una serie di scene da vari film.





3. Il sublime

Nolan ama mettere i suoi personaggi, e dunque i suoi spettatori, di fronte alla terribile e splendida complessità del sublime, un orrore affascinante che terrorizza e al tempo stesso irretisce. Nei suoi film, Nolan racconta l'anelito dell'umanità verso il superamento dei propri limiti, e il terrore che ne può derivare. Il contrasto tra uomo e natura è centrale nei film di Nolan, con l'uomo desideroso di conquistare la realtà (o la finzion, e al tempo stesso affascinato e atterrito dalla sua imponderabilità. Di seguito qualche esempio:

The Prestige

Inception
Interstellar
Racconto non lineare, contrasto tra luce e ombra, ed estetica del sublime: questi i punti chiavi del cinema di Christopher Nolan, in cui i protagonisti sono personaggi tragici che si muovono su un palcoscenico ostile e incomprensibile, come l'Islandese di Leopardi; uomini divorati da un desiderio che li definisce e li distrugge, affascinati e terrorizzati da qualcosa che non comprendono ma vorrebbero conquistare.

Pier

domenica 10 luglio 2016

L'occhio del regista #1 - Wes Anderson

Inauguriamo oggi una nuova rubrica dedicata alle caratteristiche stilistiche dei registi.
La rubrica non si propone di essere un'analisi esaustiva dello stile di ciascuno, ma semplicemente di evidenziare alcune peculiarità (tre, per la precisione) del regista in oggetto.

Cominciamo con Wes Anderson, probabilmente il regista con la più forte impronta visiva tra quelli dell'ultima generazione statunitense.


Tutti questi elementi concorrono a formare un effetto straniante e armonico al senso stesso, funzionale a raccontare quella commedia umana che è uno dei temi centrali della poetica di Anderson. Anderson non racconta vicende, racconta l'umanità nel suo complesso, i suoi sentimenti, le sue relazioni, le sue nevrosi, piccole e grandi. L'uomo è solo un personaggio su un palcoscenico più grande di lui. I suoi personaggi sono tipi umani che si muovono all'interno di un quadro che non comprendono fino in fondo, su cui non hanno alcun controllo ma di cui sono parte integrante, sia a livello narrativo che visivo.

Questo non significa che i personaggi di Anderson siano finti o poco caratterizzati: semplicemente hanno una loro verità universale, "teatrale", indipendente dal luogo e dai fatti narrati. Non a caso, raramente il cinema andersoniano presenta un solo protagonista, ma preferisce affidarsi a un coro di personaggi che rappresentano l'umanità nel suo complesso.
L'unica eccezione è forse Rushmore, dove il protagonista presenta molti tratti di Anderson, a partire dalla sua concezione del rapporto tra teatro e cinema, che qui viene (ironicamente?) ribaltato.




1. Simmetria
Come evidenziato alla perfezione dal videomaker Kogonada, Wes Anderson ha una predilezione per la simmetria visiva, e fa un largo uso di inquadrature perfettamente centrate in verticale. Nonostante molti manuali di regia mettano in guardia contro la simmetria delle inquadrature, che rischia di dare al film un aspetto troppo teatrale, Anderson ha fatto della simmetria il suo marchio di fabbrica.

Di seguito alcuni esempi:

Grand Budapest Hotel

Moonrise Kingdom

E qui il video di Kogonada che ne racchiude molti altri.




2. Caratterizzazione cromatica delle scene
Un'altra caratteristica del cinema di Anderson è la caratterizzazione cromatica delle scene: ogni film è caratterizzato dall'uso di una precisa palette di colori, attorno alla quale vengono costruite le diverse scene.

L'uso di palette ben definite permette ad Anderson di dare un aspetto distintivo e unico non solo ai film, ma anche alle singole scene e ai personaggi, che divengono elementi decorativi tanto quanto la scenografia, enfatizzando ancora una volta la teatralità delle sue scene.
Qui, ad esempio, vediamo due esempi da due diversi film (I Tenenbaum e Fantastic Mr. Fox) in cui Anderson una palette sui toni del giallo e del marrone.



La stessa palette viene ripresa nella splendida scena d'apertura de Il treno per il Darjeeling, durante la folle corsa in Taxi di Bill Murray.





3. Centralità della musica
L'uso della musica è centrale per Wes Anderson come per pochi altri registi. Anderson scrive molte scene pensando alle musiche che le accompagneranno, e vede la musica come un personaggio a se stante, un elemento fondamentale per restituire l'atmosfera della scena, il carattere e l'umore dei personaggi. La musica è quasi un personaggio a se stante, che aumenta la portata emotiva e il messaggio di una scena, assumendo così un'importanza centrale tanto quella della simmetria e del colore (qui trovate un'interessante intervista al supervisore delle musiche di tutti i film di Anderson). Come a teatro, la musica diviene non puro accompagnamento musicale, ma mezzo espressivo per eccellenza, che rafforza l'immagine e ne viene rafforzato: non serve solo a creare un'atmosfera, ma è parte integrante della narrazione, un po' come accadeva per la musica di Ennio Morricone nei film di Sergio Leone.

Un esempio è la già citata scena di apertura de Il Treno per il Darjeeling, con This time tomorrow dei Kinks). Altri due esempi qui sotto, il primo da Moonrise Kingdom, il secondo da Le avventure acquatiche di Steve Zissou, dove le canzoni di David Bowie vengono tradotte in portoghese. In ambedue i casi, la musica è diegetica anziché extradiegeticaviene, cioè, eseguita in scena anziché essere di accompagnamento, diventando così parte integrante della trama.





Simmetria, colore, musica: queste le parole chiave per il cinema di Wes Anderson, fondamentali al fine di creare la cornice per le sue storie, il palcoscenico per il suoi personaggi pieni di nevrosi, fragili eppure poetici, assurdi eppure reali, perfetta rappresentazione del folle e continuo scorrere della vita.

Pier

venerdì 1 luglio 2016

Alla ricerca di Dory


La forza della memoria 


Un anno dopo gli eventi di Alla ricerca di Nemo, Dory vive con Nemo e Marlin sulla barriera corallina. A causa di un piccolo incidente, comincia a ricordare qualcosa del suo passato, e in particolare i suoi genitori. Decide allora di andarli a cercare, imbarcandosi in un’altra avventura in giro per l’oceano, alla ricerca della sua memoria e di se stessa.

Sono passati 13 anni da Alla ricerca di Nemo: chi era bambino allora è ormai diventato adulto, e l’animazione in computer grafica ha fatto passi da gigante, facendo “invecchiare” alcune soluzioni che al tempo sembrarono rivoluzionarie. Ci sarebbero quindi tutti gli elementi per dire che questo sequel arriva fuori tempo massimo, e che sembra più guidato da considerazioni commerciali (al netto di inflazione e sovrapprezzo 3D, Alla ricerca di Nemo è il film che ha incassato di più nella storia della Pixar) che artistiche, con tutti i rischi che questo comporta. Queste impressioni, tuttavia, vengono subito fugate fin dall’inizio del film: Andrew Stanton è tornato a occuparsi dei suoi personaggi perché aveva qualcosa di nuovo da dire, sia a livello narrativo che a livello visivo. Così, se Alla ricerca di Nemo raccontava il complesso rapporto tra padre e figlio e la necessità per i genitori di “lasciar andare” i propri figli, Alla ricerca di Dory si occupa di un tema ben più complesso: quello della memoria. Qui sta il primo colpo di genio di Stanton e compagni: prendere una caratteristica (la perdita di memoria a breve termine) che nel primo film faceva di Dory la spalla comica perfetta e farla diventare il motore dell’azione drammatica, in grado di conferire al personaggio quella gravitas e motivazione necessarie a farne la protagonista. Dory acquisisce così uno spessore drammatico sconosciuto ad altre spalle comiche divenute protagoniste (basti pensare ai Minions, o al Gatto con gli Stivali), senza per questo rinunciare alla sua irresistibile comicità dell’assurdo, tra dialoghi in balenese e geniale ingenuità. Il film racconta dunque il commovente viaggio della protagonista alla riconquista della memoria e di se stessa, ricostruendo il suo passato così come Pollicino ritrovava la strada di casa, sfruttando le poche briciole rimaste nel suo cervello e in giro per l’oceano.

La seconda innovazione narrativa del film rispetto all’originale sta nell’evoluzione della protagonista. Laddove in molti film Pixar e Disney l’eroe deve affrontare un percorso che lo porterà a cambiare la sua visione del mondo, qui accade esattamente l’opposto: è la visione del mondo di Dory, incapace per natura di concepire piani e di pensare razionalmente, che le permette di cavarsela nelle difficoltà e riconquistare la sua memoria senza per questo cambiare se stessa. Sono quelli intorno a loro a cambiare, toccati dall’eccezionalità di Dory, in un’evoluzione del racconto che ricorda più quello di film come Forrest Gump che di altri film d’animazione. “Che cosa farebbe Dory?” diventa la bussola di riferimento di tutti i personaggi del film, che si trovano a dover affrontare rocamboleschi inseguimenti in oceani, acquari, e persino in autostrada, sfidando se stessi e la propria visione del mondo.

Se dal punto di vista narrativo il film riesce a distaccarsi dal predecessore, a livello visivo alcune sensazioni di già visto sono inevitabili, e derivano più dalle caratteristiche del medium animazione che dal film stesso: l’aspetto dell’oceano non può essere diverso da quello del primo film, così come il design dei personaggi già visti. Tuttavia, Stanton non rinuncia alla sperimentazione, sia usando tecniche di ripresa per lui nuove (la ripresa in soggettiva e in piano sequenza, già usata da Bird in Ratatouille), sia lavorando su luci e atmosfere più cupe, soprattutto nelle scene in cui Dory si ritrova da sola e “persa”, sia lavorando su nuovi fondali e prospettive (le alghe del porto, le vasche dell’acquario). I nuovi personaggi funzionano abbastanza bene, con il polipo misantropo Hank che spicca per caratterizzazione sia visiva che narrativa, e i leoni marini che offrono i migliori momenti comici del film (a questo proposito, non perdetevi la scena dopo i titoli di coda).

Alla ricerca di Dory è un film ben narrato e animato splendidamente, in quanto riesce a trattare un complesso come il rapporto tra identità e memoria senza perdere di vista la comicità e l’azione, risultando così una felice rivisitazione di un universo già conosciuto, piuttosto che una frusta ripetizione delle stesse situazioni e delle stesse gag, come ormai capita sempre più spesso nei sequel d’animazione.

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Pier

martedì 10 maggio 2016

Captain America: Civil War

Team narrative vs. Team aesthetics



Una missione degli Avengers in terra straniera genera morti tra i civili. Questo porta le Nazioni Unite a interrogarsi sull'opportunità di lasciare piena libertà d'azione ai supereroi, e impone loro di registrarsi e agire solo sotto la direttiva dell'ONU. Iron Man-Tony Stark accetta, ma Capitan America si oppone: gli altri supereroi si dividono tra le due fazioni Mentre la discussione è ancora in corso, un attentato sventra la sede dell'ONU, e il responsabile sembra essere Bucky, il Soldato d'Inverno amico di Capitan America: la caccia all'uomo acuirà ancora di più la spaccatura tra i due gruppi, portando con sè antichi rancori e terribili rivelazioni.

Dopo l'innegabile successo di critica e pubblico di Winter Soldier, Capitan America conferma di essere il supereroe con il miglior potenziale narrativo all'interno dell'Universo Marvel. Questo non significa che Capitan America sia il supereroe più interessante: anzi, sono proprio la sua minor caratterizzazione, la sua minore iconicità a rendere possibili maggiori libertà narrative, con storie più introspettive (per quanto consentito dal genere) e più guidate dai personaggi che dagli effetti speciali e dalle battute a effetto. I film di Capitan America sono sempre più cupi, e questo non fa eccezioni: la spaccatura fra i supereroi è profonda e si acuisce con il procedere degli eventi, esacerbandosi e imputridendo come una ferita malata e non curata (fingerò per carità di patria che gli ultimi 3 minuti made in Disney © siano esistiti solo nella mia immaginazione). I due fratelli Russo dirigono con piglio sicuro un film che rischiava di essere soffocato dalla presenza di ben 12 supereroi, ritagliando a ciascuno il suo spazio senza perdere di vista la trama, e realizzano un film narrativamente superiore all'originale a fumetti, in grado di creare quella tensione tra le due posizioni del tutto assente nella controparte cartacea (come ha ben spiegato Quantum Tarantino nella sua recensione sui 400calci, che trovate qui).

Quello che delude, e che rischia di diventare un serio problema per i prossimi film del Marvel Universe, è la pedissequa ripetitività delle sequenze d'azione. Fatta eccezione per quella conclusiva, perfetta nella sua fredda e dolente ferocia, tutte le immagini di questo film trasmettono una sensazione di già visto, e sembrano copincollate da quelle di film precedenti. L'appiattimento visivo dei film Marvel è ormai evidente (come ben spiegato da Gabriele Niola su MyMovies), e rende impossibile godere appieno di uno spettacolo cui sembra di aver assistito altre mille volte. Non a caso le scene migliori sono quelle che coinvolgono personaggi nuovi (Spiderman su tutti, meraviglioso: in 20 minuti la Marvel ha fatto un lavoro migliore della Sony in ennemila film) e quasi nuovi (Antman, vero mattatore del film), mentre deludono le parti in cui a scontrarsi sono personaggi apparsi più volte sullo schermo, sia a livello di estetica che di mosse utilizzate (Cap fa sempre rimbalzare lo scudo come un giocatore di biliardo; Vedova Nera fa SEMPRE le stesse mosse), dimostrando scarsa fantasia in termini di fotografia e coreografia. La totale mancanza di autorialità desta preoccupazioni, facendo intravedere una possibile china discendente e un progressivo appiattimento su uno "standard", cosa che il Marvel Universe, pur con alti e bassi, aveva finora evitato, caratterizzando i film di ogni personaggio in modo profondamente diverso anche dal punto di vista estetico.


La tensione tra originalità narrativa e riciclo visivo fa sì che Captain America: Civil War non possa essere considerato il miglior film del Marvel Universe come molti hanno dichiarato e scritto. Certo, è un film nettamente migliore del secondo capitolo degli Avengers, e getta basi molto interessanti per i capitoli successivi, confermando ancora una volta che non è la fama del protagonista a rendere interessante un film (vero DC?).

*** 1/2

Pier

lunedì 11 aprile 2016

Hitchcock/Truffaut

Imperdibile per chi ama il cinema



Nel 1962, François Truffaut, giovane regista sulla cresta dell'onda del successo artistico e professionale, decise di intervistare quello che, pur sottovalutato dalla critica, era a suo parere il miglior regista vivente: Alfred Hitchcock. Hitchcock accettò di sottoporsi a un'intervista della durata di otto giorni, durante il quale Truffaut lo interrogò su tutti i suoi film. Il risultato fu un libro che divenne il principale testo di riferimento per un'intera generazione di registi, che oggi in questo film raccontano, accompagnati dalle registrazioni originali dell'intervista, le scene dei film di Hitch che più hanno segnato il loro immaginario.

Può esserci qualcosa di meglio di una conversazione sul cinema e sulla professione di regista tra François Truffaut e Alfred Hitchcock? La risposta è sì, ed è il documentario di Kent Jones. Alle voci dei due grandi registi, infatti, Jones affianca quelle di Martin Scorsese, Richard Linklater, Wes Anderson e David Fincher, che commentano le scene dei film di Hitchcock, e allo stesso tempo spiegano l'importanza dell'intervista e del cinema hitchcockiano in generale all'interno dell'opera di Truffaut. Abbiamo così Scorsese che commenta le scene di apertura di Psycho e alcune scene di Vertigo insieme a James Gray e Linklater, affiancati dalla voce dello stesso Hitch.

Il film riesce nell'impresa di arricchire il libro cui si ispira, con l'unica pecca, imposta però dai limiti temporali del formato cinematografico, di non poter analizzare tutta l'opera hitchcockiana, ma solo alcuni dei suoi lavori più famosi.

Un film da non perdere per chi ama Hitchcock, per chi ama Truffaut, per chi ama il cinema.

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Pier

domenica 27 marzo 2016

Batman v. Superman: Dawn of Justice (In pillole #4)

The Dawn of Silence

Non ci sono parole che possano descrivere il film meglio di chi lo ha vissuto in prima persona.

Ecco quindi la recensione affidata all'espressione del suo protagonista: Ben Affleck.
Che poi non si venga a dire che è poco espressivo.




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Pier

domenica 28 febbraio 2016

Oscar 2016 - I pronostici

Questa sera verranno proclamati i vincitori dell'edizione 2016 degli Academy Awards.
Come ogni anno, Filmora vi propone i suoi pronostici sui premi principali, corredati di quelle che sarebbero le mie scelte se venissi insignito del diritto di potere temporale di attribuire gli Oscar.

Le mie scelte si potrebbero riassumere con "Witness me!", ma andiamo con ordine.



Miglior montaggio
E' l'unica categoria importante dove è nominato Star Wars, ma non vincerà nemmeno questo. Troppo serrata la competizione, che vede un testa a testa tra Margaret Sixel, responsabile del ritmo serrato e adrenalinico di Mad Max: Fury Road, e Hank Corwin, autore di quello che è probabilmente il montaggio più originale dell'anno ne La grande scommessa. Penso vincerà il secondo, cui va, dopo lungo travaglio intetiore, anche la mia scelta personale
Pronostico: La grande scommessa
Scelta personale: La grande scommessa

Miglior fotografia
Qui la competizione non inizia nemmeno: Emmanuel Lubezki sbaraglia tutti soltanto con la scena iniziale di The Revenant, cui aggiunge altre cosucce come la lotta con l'orso e un uso della luce naturale semplicemente poetico. L'unico ad avvicinarsi vagamente, per innovatività e perfezione formale, è The Hateful Eight, ma è comunque molto distante.
Pronostico: The Revenant
Scelta personale: The Revenant

Miglior film d'animazione
Se non dovesse vincere Inside Out perderei ogni speranza nella giustizia, terrena o divina che sia. Anomalisa è un film notevole e molto, molto interessante, ma Pete Docter e la Pixar sono tornati alle vette dei loro capolavori, superandone alcuni. Non c'è storia.
Pronostico: Inside Out
Scelta personale: Inside Out

Miglior attore non protagonista
Qui la competizione è molto, molto serrata. Christian Bale è strepitoso ne La grande scommessa, Mark Ruffalo intenso e stropicciato al punto giusto in Spotlight, Tom Hardy è un grandioso, rozzo villain in The Revenant, e Mark Rylance con i suoi silenzi domina la scena ne Il ponte delle spie. Quest'ultimo sembra il favorito dei pronostici, ma come si fa a non tifare per il vecchio e stanco Sylvester Stallone visto in Creed?
Pronostico: Mark Rylance
Scelta personale: Sylvester Stallone

Miglior attrice non protagonista
Anche qui, competizione molto serrata (ci sarebbe, prima o poi, da interrogarsi su quanto sia diventata competitiva la sezione per i non-protagonisti, dove spesso vengono escluse prove migliori di quelle che vengono candidate per il premio maggiore). La Jennifer Jason-Leigh di The Hateful Eight è strepitosa, ma sembra avere poche speranze, così come Rachel McAdams per Spotlight. E' una lotta a tre, con Alica Vikander che ruba la scena alle moine di Redmayne in The Danish Girl, Kate Winslet strepitosa in una parte giocata in sottotono in Steve Jobs, e la favorita Rooney Mara intensa nei pregni silenzi di Carol. La mia preferenza va a Alicia Vikander.
Pronostico: Rooney Mara 
Scelta personale: Alicia Vikander

Miglior sceneggiatura originale
Spotlight sembra avere decisamente una marcia in più, grazie alla scrittura vibrante di Tom McCarthy. Il cuore direbbe Inside Out, ma Spotlight è un film più "facile" da premiare.
Pronostico: Spotlight
Scelta personale: Inside Out

Miglior sceneggiatura non originale
Qui la competizione non esiste: La grande scommessa è l'unico possibile vincitore, nonché il mio personale favorito.
Pronostico: La grande scommessa
Scelta personale: La grande scommessa

Miglior attore protagonista
Giurati dell'Academy: guardatevi negli occhi. Cosa deve fare di più questo pover'uomo per vincere? E' entrato dentro la carcassa di un cavallo. Ha combattuto con un orso in CGI in modo credibile. Non parla per quasi tutto il film. Si è imbruttito, una cosa che vi è sempre piaciuta e per la quale avete preferito altre, discutibili prove alle sue eccezionali performance del passato. E allora, vogliamo dare questo Oscar al povero Leonardo? Non è la sua miglior prova, d'accordo, ma è comunque meglio della competizione (Fassbender in Steve Jobs unico  ad avvicinarsi). Su, mettetevi una mano sul cuore.
Pronostico: Leonardo Di Caprio
Scelta personale: Leonardo Di Caprio

Miglior attrice protagonista
Qui la favorita sembra Brie Larson per Room (che non ho visto), ma la mia scelta personale cade sulla sublime Cate Blanchett per Carol.
Pronostico: Brie Larson

Scelta personale: Cate Blanchett


Miglior regia
Premesso che qualunque premio che non sia a George Miller per Mad Max: Fury Road andrebbe contro il comune senso filmico, qui temo che il favorito sia quel pallone gonfiato  regista talentuoso ma un po' pieno di sè che risponde al nome di Alejandro González Iñárritu. Però, Academy, mettetevi ancora una volta una mano sul cuore: sarebbe il primo regista a vincere due anni di fila, e uno dei pochi ad aver vinto due volte. Kubrick, per dire, non ha mai vinto. Vedete voi.
Pronostico: The Revenant
Scelta personale: Mad Max: Fury Road

Miglior film
Se The Revenant vincerà il miglior film, quale miglior modo di ripagare Mad Max: Fury Road che il premio per il miglior film? Premio che condividerei al 100%, anche se il mio personale favorito è Spotlight, per solidità narrativa e capacità di trasmettere emozioni.
Pronostico: Mad Max: Fury Road
Scelta personale: Spotlight

Bonus track: Morricone è talmente e giustamente favorito per la miglior colonna sonora che non mi sembrava nemmeno utile fare il pronostico.

A dopo la cerimonia per il bilancio!

Pier