Visualizzazione post con etichetta Gabriele Mainetti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gabriele Mainetti. Mostra tutti i post

lunedì 24 marzo 2025

La Città Proibita

L'urlo di Mainetti terrorizza anche l'occidente


Cina, anni Novanta. Mei è una secondogenita che non potrebbe esistere, vista la rigida politica del figlio unico in vigore nel paese. Vent'anni dopo, Mei si ritrova a Roma alla disperata ricerca della sorella Yun, sparita senza lasciare traccia. La sua caccia la porta a incrociare la sua strada con quella di Marcello, cuoco nel ristorante romano gestito da sua madre e di proprietà di suo padre, appena fuggito con un'altra donna.

Guardando La città proibita è impossibile non pensare al terzo (di quattro e mezzo) film con protagonista Bruce Lee, parafrasato nel titolo della recensione (The Way of the Dragon in inglese): Mainetti lo cita esplicitamente nell'ossatura: artista marziale cinese arriva a Roma e si scontra con la mafia locale a causa di un ristorante. L'omaggio (non l'unico ai kung fu movie presente nel film), tuttavia, rimane tale, e non si riduce a mera scopiazzatura. Mainetti dimostra infatti di aver bene imparato la lezione di Tarantino, e si muove alla perfezione tra citazionismo e originalità, confezionando un omaggio al cinema di genere che però ha una sua anima ben distinta, ottenuta grazie a un'ibridazione con la commedia drammatica italiana e la recente tendenza a esplorare la multietnicità delle città nostrane. 

Il risultato è un film sfaccettato e con molteplici livelli di lettura: La città proibita è un film di arti marziali, certo, ma è anche un film sul multiculturalismo, sul cambiamento - sia personale che sociale - e sulle difficoltà che questo cambiamento comporta; è un film sugli affetti familiari, vero cuore pulsante della trama, e su come possano essere al tempo stesso fondamentali per definire chi siamo e un legaccio che impedisce di crescere; è, infine, una storia d'amore sui generis, fatta dall'incontro di due solitudini che faticano a comunicare a parole e sanno esprimersi molto meglio con altri linguaggi (il combattimento per Mei, la cucina per Marcello).

La sfaccettatura del film non arriva, però, a discapito della coesione: Mainetti miscela gli ingredienti alla perfezione, realizzando una ricetta originale ma al tempo stesso familiare, un piatto esotico che però ricorda la cucina della nonna. Le scene di azione (girate splendidamente, si vede la mano di uno stunt coordinator esperto come Trayan Milenov-Troy) sono perfettamente integrate con quelle comiche e quelle da "dramma da tinello", peraltro rese molto meglio che nel 99% della produzione nostrana che ad esse dedica l'interezza della trama. L'integrazione delle diverse anime del film è un'impresa non da poco, con cui Mainetti dimostra di essere cresciuto come regista (pur mantenendo un curioso penchant per i malavitosi/villain che amano il canto): La città proibita è un film registicamente migliore e più ambizioso di Lo chiamavano Jeeg Robot, anche se forse gli mancano i picchi di genialità di quel film; e meno ambizioso ma più coeso di Freaks Out (che a parere di chi scrive rimane uno dei film migliori e più ingiustamente bistrattati dalla critica italiana degli ultimi anni).

Yaxi Liu, stunt-woman alla prima prova da attrice, porta non solo grande sapienza tecnica, ma anche un'inaspettata forza emotiva che dona energia e vitalità al film, e conferma la capacità di Mainetti di scovare semi-esordienti di talento dopo l'ottimo esordio di Aurora Giovinazzo in Freaks Out. Enrico Borello è la forza gentile del film, a volte forse troppo, ma la sua normalità serve a far risaltare un contorno del tutto delirante, da un boss cinese orgogliosissimo del figlio rapper che però non vuole avere a che fare con lui al piccolo faccendiere criminale/amico di famiglia interpretato da Marco Giallini, palesemente a suo agio nel ruolo del criminale un po' cialtrone incapace di accettare il cambiamento. Nessuna prova resterà memorabile come quelle di Luca Marinelli e di Franz Rogowski, ma tutti sono perfettamente funzionali alla riuscita del film. 

La città proibita è un film molto riuscito, che riesce anche a superare l'orrida etichetta di "kung fu all'amatriciana" e addirittura ad abbracciarla con orgoglio, omaggiando esplicitamente le sue radici ma distaccandosene per trovare la sua strada, esattamente come i suoi protagonisti. Un film in cui Mainetti si libera definitivamente dall'odiosa frase "per essere italiano", realizzando un kung fu movie che funziona, diverte, e ha respiro internazionale. Avercene.

****

Pier

giovedì 28 ottobre 2021

Freaks Out

Circensi senza gloria


Roma, 1943: nella città occupata dai nazisti, quattro ragazzi speciali (Matilde, Cencio, Fulvio, e Mario) si esibiscono nel circo di Israel. Dopo la sua misteriosa scomparsa, i freaks saranno costretti a trovare la loro strada: cercano quindi rifugio al circo gestito dai nazisti , sperando di trovare una nuova famiglia per sfuggire a un mondo che li ha sempre trattati da fenomeni da baraccone.

Il neorealismo di Roma città aperta, l'amore per il circo di Fellini, i supereroi Marvel, e in particolare gli X-Men. Gabriele Mainetti, autore di Lo chiamavano Jeeg Robotuna delle più belle sorprese del cinema italiano degli ultimi anni, sembrava essersi imbarcato in un'impresa impossibile, folle: trovare l'amalgama tra questi ingredienti apparentemente incompatibili, evitando di far impazzire la maionese cinematografica.

Ma cosa sarebbe il cinema senza un pizzico di follia? Mainetti si rivela chef capace, e realizza un film che non solo funziona, ma entusiasma: un'esplosione di creatività visiva e narrativa, che trasporta lo spettatore indietro nel tempo, in bilico tra mondo reale (la Roma occupata dai nazisti) e fantastico.
La Roma occupata è ritratta con una fotografia cupa, tra toni di grigio e seppia: è una città fatta di fango e macerie, dove si muovono personaggi cenciosi e disperati. Il ritratto dei partigiani è ugualmente realistico, privo di ogni idealizzazione, tra ferite, amputazioni e i risultati di una vita in clandestinità. Il gruppo guidato dal Gobbo è una sporca dozzina agguerrita e disperata, pronta a sacrificarsi per i propri ideali e per salvare chi soffre. Gli stessi freaks sono dei portenti straccioni, segnati nell'aspetto (ma non nel cuore) dalla vita di strada.

Il circo tedesco, invece, sembra uscito da un film Disney o dai sogni di Fellini, ed è una meraviglia per gli occhi, un'esplosione di colori e invenzioni. Sulla pista del circo, anche i freaks si trasformano, diventando dei personaggi da fiaba: le loro esibizioni (sia in pista, sia durante le loro avventure) sono oniriche al punto giusto e lasciano costantemente a bocca aperta, soprattutto quelle del Cencio interpretato da Pietro Castellitto. Gli effetti speciali sono di altissimo livello e non hanno nulla da invidiare a quelli di un film hollywoodiano.

In generale, tutto il comparto visivo offre una prova abbacinante, che colma il cuore di gioia e meraviglia - ma anche di rabbia al pensiero di quanto spesso il cinema italiano si accontenti della mediocrità quando è capace di creazioni di tale livello. Mainetti gira con mano sicura, muovendosi con disinvoltura ammirevole tra azioni di guerra (splendidi, in particolare, l'assalto notturno al treno e il bombardamento di apertura) momenti fantastici e scene più intime.

Queste ultime, pur peccando ogni tanto di retorica, risultano comunque riuscitissime grazie alle ottime prove dei protagonisti: Tirabassi è un Zampanò dal cuore d'oro, Santamaria un intellettuale nascosto da un aspetto ferino, Castellitto uno stralunato e delizioso domatore di insetti, Martini un pagliaccio magnetico (letteralmente e metaforicamente), Mazzotta un memorabile capo partigiano. A brillare (anche qui, letteralmente e metaforicamente), tuttavia, è la semiesordiente Aurora Giovinazzo, splendida interprete di Matilde, che si muove sorprendentemente a suo agio tra una varietà di registri tale da far tremare le gambe a sue colleghe molto più quotate, tra omaggi ad Anna Magnani, scene d'azione, e commoventi confessioni.

Freaks Out è una gioia per gli occhi e per il cuore, un film corale che cattura, condensa e rielabora il meglio del nostro cinema, regalando uno spettacolo che conquista e facendoci affezionare a questi circensi senza gloria che diventano gli eroi di questa meravigliosa fiaba bellica.

**** 1/2

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

mercoledì 8 settembre 2021

Telegrammi da Venezia 2021 - #4

Quarto telegramma da Venezia: due dei film migliori del concorso (uno italiano), belle sorprese nelle sezioni collaterali, e qualche piccola delusione.
























Mother Lode (Settimana della Critica), voto 5. Il racconto di un minatore che promette misticismo (il diavolo nelle gallerie che promette una vena aurifera più ricca in cambio di sacrifici) ma offre solo un ritratto di miseria e condizioni lavorative degradanti. Sia la trama che il bianco e nero sanno di già visto, e offrono pochissimi spunti di interesse.

Mon Pére, le Diable (Biennale College), voto 8. Un esordio maturo, di impatto, che si incentra su temi complessi come vendetta e perdono e li elabora in maniera originale, personale, portando lo spettatore a interrogarsi sui demoni che ognuno si porta dentro.

La Caja (Concorso), voto 7. Un ragazzo attraversa il Messico per recuperare i resti del padre scomparso. Un incontro, però, lo convincerà che quei resti non sono quelli del genitore. Un curioso ed efficace mix tra un thriller e un film sullo sfruttamento dei lavoratori alla Ken Loach, girato con taglio documentaristico da Vigas, già Leone d'Oro nel 2015.

Django & Django (Fuori Concorso), voto 7.5. Peculiare ma stimolante documentario su Sergio Corbucci, narrato da un Quentin Tarantino enciclopedico e con gli interessanti contributi di Franco Nero e Ruggero Deodato, storico aiutoregista di Corbucci.

Captain Volkogonov Escaped (Concorso), voto 9. La fuga di un capitano dalle purghe staliniane diventa un percorso di pentimento dalle forti tinte dostoevskijane, sia per tematica sia per la presenza di elementi metafisici. Un racconto teso, ricco, con una fotografia sontuosa, che riesce a trattare temi complessi senza annoiare mai, alternando la tensione di un thriller a momenti di sublime lirismo.

Freaks Out (Concorso), voto 8.5. Un’esplosione di creatività visiva e narrativa, che unisce neoralismo, Fellini, e X Men per realizzare un film che emoziona e conquista, una gioia per gli occhi e per il cuore. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

Pier

martedì 23 febbraio 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot

Wolverine contro Mafia Capitale



Enzo Ceccotti è un ladruncolo che vive a Tor Bella Monaca, in periferia di Roma. Un giorno, cercando di sfuggire alla polizia, si tuffa nel Tevere, dove entra in contatto con una sostanza radioattiva che gli dona una superforza. Mentre capisce come usare i suoi nuovi poteri, la sua strada si incrocia con quella dello Zingaro, un pesce piccolo della malavita romana con l’ossessione della celebrità, e di Alessia, la figlia del vicino di casa di Enzo, che crede che Enzo sia il protagonista della serie animata Jeeg Robot d’acciaio. Si ritroverà coinvolto in una guerra senza esclusione di colpi.

Lo chiamavano Jeeg Robot è stato il caso dell’ultima edizione Festa del Cinema di Roma. La ragione si intuisce fin dalla visione del trailer: è una rarità nel panorama italiano, dove sembra impossibile uscire dal dramma e dalla commedia (o dalla loro fusione, la commedia drammatica) per esplorare nuovi generi e nuovi linguaggi cinematografici. In particolare, il genere supereroistico, cui appartengono quasi tutti i blockbuster più profittevoli degli ultimi anni, è sempre stato tabù in Italia, vuoi per ragione di budget, vuoi per poco coraggio.

Sfruttando la strada aperta da Gabriele Salvatores con Il ragazzo invisibile, Gabriele Mainetti (già autore del bel cortometraggio-omaggio a Lupin Basette) racconta la storia di un supereroe per caso con tutti gli stilemi del genere: l’acquisizione casuale dei superpoteri, la presa di coscienza del fatto che "da grandi poteri derivano grandi responsabilità", una ragazza con un ruolo centrale, un cattivo psicopatico e con manie di grandezza. Tutto già visto, dunque? Niente affatto: Mainetti si distingue da Salvatores e dai film americani radicando il suo film nella realtà romana di periferia, tra squallore, malavita e desiderio di rivalsa. Lo chiamavano Jeeg Robot è un film con un’anima fortemente italiana, che parla della realtà di tutti i giorni e della storia recente del paese con sguardo quasi neorealista, cercando la verità della vita di strada anziché le patinature degli effetti speciali, limitati al minimo sindacale.

In questo film dai toni e dalle atmosfere vagamente distopiche, troviamo quindi la crisi economica, Mafia Capitale, persino un’eco degli anni di piombo. Mainetti dirige il tutto con mano sicura, sorretto da una fotografia cupa, livida e a tratti angosciante, che privilegia interni desolanti ma regala anche esterni squallidi, consumati, dimenticati dalla vita. La scrittura è solida e ritmata, con personaggi e dialoghi e convincenti, e intrattiene senza la presunzione di essere arte, ma anche senza essere un mero "popcorn movie".

Gli attori sono ben diretti e offrono ottime prove. Santamaria è un supereroe per caso cupo e taciturno, che passa dal subire gli eventi a essere in grado di dirigerli, ma non vuole farsi coinvolgere. Più Wolverine che Batman, il suo Enzo Ceccotti conquista per umanità e realismo. La sua nemesi è uno strepitoso Luca Marinelli, piccolo boss ammalato di fama, con una fissazione per Loredana Berté e la musica italiana anni ’80 e un penchant per il travestitismo, un Joker all’amatriciana che domina tutte le scene in cui è presente, con un formidabile mix di follia, fragilità e desiderio di riscatto. Sorprende in positivo, infine, l’esordio cinematografico di Ilenia Pastorelli, convincente nella parte di Alessia.

Lo chiamavano Jeeg Robot non è un capolavoro, come leggerete in recensioni di critici troppo solerti nel gridare al miracolo quando il cinema italiano produce qualcosa di diverso (sul tema si è ben espresso Zerocalcare). E’ però uno dei migliori film italiani degli ultimi anni, sicuramente il più coraggioso per come prova, riuscendoci, a rielaborare gli stilemi di un genere quasi del tutto alieno al nostro cinema e che persino negli USA, dove è stato inventato, appare ormai fossilizzato e avvitato su se stesso. Non perdetelo.

****

Pier

Nota: Articolo originariamente pubblicato su Nonsolocinema.