domenica 16 dicembre 2012

Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato

Una sorpresa inaspettata



Bilbo Baggins è un hobbit molto ordinario: la sua vita procede tranquilla e rispettabile tra mangiate, riposini e fumate di erba pipa, immersa nella quiete bucolica della Contea. Un giorno, tuttavia, si presenta alla sua porta Gandalf il Grigio, un mago errante che gli propone di unirsi a lui per un'avventura. Inizialmente riluttante, Bilbo finisce per accettare, e si unisce così a una compagnia di nani, capitanati da Thorin Scudodiquercia, riunitasi con l'obiettivo di riconquistare il regno e il tesoro di Erebor, la Montagna Solitaria, di cui sono stati privati tanti anni prima dal drago Smaug. Il viaggio riserverà molti imprevisti e sorprese, e il mite Bilbo rivelerà doti che nemmeno lui sospettava di avere.

Lo dico subito: sono un fan sfegatato di tutto quello che è legato a Tolkien, dalla prima riga del Signore degli Anelli all'ultima riga del suo più sconosciuto taccuino di appunti. Tuttavia, nonostante ciò, le mie aspettative nei confronti de Lo Hobbit non erano eccessivamente elevate. Per quanto Peter Jackson avesse realizzato una trilogia ai limiti della perfezione, l'antefatto del Signore degli Anelli sembrava essere una materia troppo leggera e troppo poco epica per poter essere trasposta efficacemente in film. Il regista neozelandese riesce invece a stupire ancora una volta e, attingendo a piene mani da tutto l'universo tolkeniano, realizza un film che non solo è all'altezza dei precedenti, ma riesce anche a superarli sotto alcuni aspetti (e inferiore in altri). Lo Hobbit, come il romanzo, è ricco di humor, un aspetto che nei film del Signore degli Anelli era quasi esclusivamente demandato al personaggio di Gimli. Qui invece Jackson sfrutta appieno le potenzialità comiche dei nuovi personaggi, dai nani a Bilbo, ma anche di quelli già apparsi nella trilogia, come Gandalf e Gollum, regalandoci una nuova lente attraverso cui guardarli e donando loro una nuova vitalità.

Il film, dopo una partenza necessariamente lenta per la presentazione dei personaggi, prosegue con grande ritmo attraverso le numerose visissitudini della compagnia dei nani, intervallando l'avventura nel presente con flashback di grande qualità sulla caduta del loro regno e sull'inutile tentativo di riconquistare Moria, ancora una volta simbolo di un passato glorioso destinato a non tornare mai più. Peter Jacskon è abile a connettere con fili sottili la trama del film con quello della precedente trilogia, ricorrendo ad espedienti narrativi azzeccati (Radagast il Bruno ottiene finalmente il suo momento di gloria) e utilizzando episodi narrati negli Appendici del Signore degli Anelli. Il risultato è un film di gran lunga più epico del romanzo di origine, che in molti punti aveva toni più simili a un libro per bambini. Le avventure di Bilbo e dei suoi compagni assumono la caratura delle grandi leggende, con elementi ricorrenti tipici del folklore come l'onore, l'ereditarietà del destino e il concetto di nemesi.

La fotografia è pressochè perfetta: bastano dieci secondi per essere catapultati ancora una volta nella Terra di Mezzo, tra fiumi, montagne e regni fatati. Jackson sfrutta al massimo le potenzialità del paesaggio neozelandese, regalandoci nuove visioni di vecchi ambienti, come la Contea e Gran Burrone, e uno sguardo attento e dettagliato a quelli nuovi come i Regni dei Nani e la caverna di Gollum.
I personaggi sono curati nei minimi dettagli, e la caratterizzazione dei nani è spinta al massimo livello ragionevolmente possibile, considerando il loro numero. Ian McKellen veste il suo Gandalf di una nuova complessità, regalandoci un personaggio più umano e dubbioso rispetto a quello della trilogia. Su tutti brilla ancora una volta Andy Serkis, meraviglioso Gollum, la cui mimica ed espressività dovrebbero prima o poi essere riconosciute da un Oscar, perchè il solo motion capture è incapace di regalare la gamma di emozioni e cambi d'umore di cui Serkis è capace.

Lo Hobbit è un film fatto su misura per i fan, che non potranno non apprezzare la maestria e l'abilità con cui Jackson si è mosso per l'universo tolkeniano, realizzando un film più personale e meno "letterale" rispetto alla trilogia, ma comunque coerente con lo spirito del romanzo originario e con la voce del grande scrittore inglese. Alcuni hanno criticato il film per l'eccessiva lunghezza e per la ricchezza dei dettagli, ritenuti da alcuni superflui e di peso per la scorrevolezza della trama. Tuttavia, sono proprio l'amore per il dettaglio e la passione per il materiale originale che rendono questo Hobbit, per quanto inferiore alla trilogia del Signore degli Anelli, uno dei migliori film fantasy mai realizzati, oltre che una gioia per gli occhi e per i cuori degli appassionati.

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Pier

mercoledì 5 dicembre 2012

Moonrise Kingdom

Amore e colore


New England, 1965. Suzy e Sam sono due adolescenti problematici che vivono su un'isola sperduta: lei, sensibile e amante della letteratura, è in perenne conflitto con i genitori; lui, intellettuale e intelligente, è orfano e sta per essere allontanato dalla famiglia cui era stato affidato. I due si conoscono a una recita, si innamorano e decidono di fuggire insieme. La loro fuga d'amore porterà conseguenze inaspettate nelle loro vite e in quelle di chi li circonda.

In Moonrise Kingdom Wes Anderson riprende i suoi classici temi, regalandoci un'altra galleria di meravigliosi nevrotici, adorabili sconclusionati, e splendidi disadattati. Questa volta però i protagonisti assoluti sono due ragazzini, disarmanti nella loro capacità di sovvertire quelle regole che ingabbiano gli altri personaggi e nell'innocenza con cui vivono appieno il loro amore, acerbo ma intenso. La loro risolutezza si contrappone all'eterna indecisione degli adulti, intrappolati in relazioni clandestine, matrimoni infelici, ruoli di capo scout troppo ingombranti, e nevrosi di ogni genere e tipo. Suzy e Sam diventano lo strumento usato da Anderson per portare scompiglio nell'ingessata isola del New England, grazie non solo alla loro fuga, ma anche al loro acume e alla propria determinazione nel cambiare il proprio destino. Il regista tratta i due protagonisti con un amore e affetto che traspaiono evidenti da ogni inquadratura, coinvolgendo lo spettatore nell'avventura di questi due giovani Don Chisciotte che cercano di fuggire da un mondo che li esclude e li spaventa.

Il film è fotografato con la consueta cura e perfezione, con tonalità luminose e colori pastello che esaltano il sapore di favola della trama e si sposano perfettamente con la visione del mondo dei due protagonisti e con la trama. Le inquadrature mostrano una varietà eccezionale, spaziando dal primissimo piano al campo lunghissimo anche nella stessa scena, in un uso della grammatica cinematografica che ha pochi eguali nel cinema contemporaneo.

Anderson dà il meglio di sè anche nella sceneggiatura, scritta a quattro mani con Roman Coppola, in cui sposa perfettamente ogni scena con la sua musica, il suo colore e le sue inquadrature, regalandoci un ritratto vivo e realistico della comunità che vive sull'isola. I personaggi sono perfettamente delineati, e interpretati da attori in stato di grazia, su cui spiccano la solita geniale indolenza di Bill Murray e lo straordinario "poliziotto qualunque" di Bruce Willis, seguiti a breve distanza dallo stralunato capo scout di Edward Norton e dalla fredda e indifferente assistente sociale interpretata da Tilda Swinton. Su tutti, tuttavia, brillano i due giovani protagonisti, la cui anarchica energia emerge anche nelle scene più statiche grazie alla forza della sceneggiatura e delle loro espressioni.

Tra scout impreparati, recite ornitologiche e panorami mozzafiato si arriva così al gran finale, in cui tutti, protagonisti inclusi, dovranno fare i conti con la realtà, che potrebbe però dimostrarsi diversa da come avevano immaginato.
Moonrise Kingdom è un piccolo capolavoro, che dimostra ancora una volta la maestria registica e di scrittura di Anderson, a parere di chi scrive uno dei più grandi registi contemporanei per la sua capacità di usare la macchina da presa e di saper raccontare le assurdità della vita con il sorriso e un inconfondibile tocco di poesia.

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Pier

martedì 4 dicembre 2012

Le 5 leggende

L'arte applicata al sogno


Babbo Natale, la Fatina dei Denti, il Coniglio di Pasqua e Sandman non sono solo leggende: sono i Guardiani che proteggono lo stupore, i ricordi, la speranza e i sogni dei bambini di tutto il mondo. Quando Pitch Black, l'Uomo Nero, decide di scacciarli e farli precipitare nell'oblio, trasformando i sentimenti positivi dei bambini in paura, i Guardiani hanno bisogno d'aiuto. Sarà l'Uomo della Luna, il loro capo spirituale, a scegliere il nuovo Guardiano. La sua scelta, con grande stupore di tutti, cade su Jack Frost, lo spirito anarchico e scanzonato che controlla il freddo e la neve. La battaglia contro Pitch diventerà per tutti, e in particolare per Jack, un modo per riscoprire se stessi e che cosa significhi essere un Guardiano.

Il nuovo film targato Dreamworks prosegue  il discorso avviato con Dragon Trainer, abbandonando il terreno del "film con citazioni pop" dalla risata facile per esplorare il terreno della fiaba e del racconto di formazione. Il regista Peter Ramsey dedica una grande attenzione alle atmosfere e al disegno, curando di cui i più piccoli dettagli e donando al film un tocco di magia e fantastico davvero speciale. I protagonisti, pur non avendo ovviamente la stessa rilevanza ai fini della trama, sono caratterizzati e disegnati con grande attenzione, e risultano divertenti senza essere delle macchiette. Su tutti spiccano il protagonista, Jack Frost, i cui giochi di neve sono tra gli effetti più belli del film, e soprattutto il piccolo Sandman, un personaggio che ricorda i grandi comici del cinema muto - Harpo Marx in particolare - per la sua capacità di esprimersi efficacemente senza dire una parola. Al loro fianco si muovono un Babbo Natale russo, spadaccino e pieno di tatuaggi, una Fatina con chiari problemi di logorrea, e un Coniglio combattivo e armato di boomerang, che regala alcuni dei momenti più divertenti del film. Molto ben curati sono anche i personaggi di contorno, dagli elfi pasticcioni agli esilaranti yeti, passando per le mini-fatine simili a colibrì che faranno la gioia delle bambine.

Il lavoro degli animatori Dreamworks raggiunge vette di eccellenza nella realizzazione dei sogni di Sandman e degli incubi di Black: l'animazione della sabbia e delle figure che crea è davvero eccezionale, e contribuisce in modo decisivo alla creazione dell'atmosfera di sogno che pervade il film.
La trama è chiaramente indirizzata a un piccolo giovane, ma riesce a parlare anche agli adulti grazie al suo messaggio, forte anche se poco originale, legato al proprio "centro" e allo scopo di ciascuno nella vita. Il ritmo è elevato e, nonostante qualche buco, la trama scorre rapida verso il gran finale.

Le cinque leggende è uno splendido film di Natale, in grado di divertire e far sognare i bambini e, perchè no, di far ricordare agli adulti cosa significa credere nella magia e nel fantastico.

***1/2

Pier

sabato 1 dicembre 2012

Argo

Tensione continua



Iran, 1979. In seguito alla fuga dello scià negli Stati Uniti, l'ambasciata USA a Teheran viene presa d'assalto dai manifestanti, che chiedono il rimpatrio immediato dello scià per poterlo processare. Di fronte al rifiuto americano prendono in ostaggio tutti gli impiegati dell'ambasciata. Sei di loro, tuttavia, riescono a fuggire, rifugiandosi presso la residenza dell'ambasciatore canadese. Quando la CIA viene a conoscenza della situazione deve elaborare un piano per salvare i sei fuggitivi, che rischiano altrimenti di essere giustiziati come spie. Tony Mendez, un agente esperto in operazioni di questo tipo, elabora un'operazione audace e apparentemente folle: far passare i sei come i membri di una troupe cinematografica.

Il terzo film da regista di Ben Affleck conferma le doti già ammirate in Gone Baby Gone e The Town: regia solida, ritmo serrato, e una sceneggiatura praticamente priva di sbavature. Argo è un film che fin dal primo minuto costruisce un clima di continua tensione, che coinvolge lo spettatore nella vicenda dei sei fuggitivi e del folle ma geniale piano di Mendez per liberarli. La sceneggiatura corre veloce e senza esitazioni fino alla conclusione, e la regia la sostiene alla perfezione, con un ritmo serrato ma non frenetico e con una sapiente uso del primo piano per coinvolgerci nelle emozioni dei personaggi.

Il film è riuscito, ben diretto e ben recitato, con Ben Affleck che sfrutta al meglio la proprio monoespressività per regalarci un agente CIA fuori dagli schemi, con una vita un po' disordinata ma una chiara percezione della realtà e dei requisiti del suo lavoro. Accanto a lui brillano John Goodman e Alan Arking, due vecchie volpi che interpretano al meglio i due produttori di Hollywood ingaggiati dalla CIA per assicurare la credibilità e la buona riuscita dell'impresa. L'unico, lieve difetto del film è la scarsa caratterizzazione dei sei fuggitivi, pressochè interscambiabili se non fosse per alcuni dettagli di secondo piano. La scelta appare voluta, al fine di far concentrare lo spettatore sul meccanismo del salvataggio ed evitare inutili pietismi; tuttavia l'effetto è uno straniamento forse eccessivo, in cui si crea poca empatia con i protagonisti e si finisce per preoccuparsi più della sorte dell'agente CIA che della loro.

Argo entra di diritto nell'Olimpo dei grandi film politici americani grazie al suo rigore registico e narrativo e alla sua abilità nel non scivolare in pietismi o patriottismi di maniera. Ben Affleck conferma un notevole talento espressivo dietro la macchina da presa, realizzando un film forte e intenso, che guarda alle colpe del passato per capire il presente.

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Pier

sabato 10 novembre 2012

Skyfall

Uno 007 intimista



Bond è in missione a Istanbul per recuperare un file contenente la lista degli agenti britannici sotto copertura. Mentre insegue il killer che ha in mano il documento, Bond viene colpito da un proiettile sparato da una sua collega su ordine di M., disposta a tutto pur di riprendere il file. Il killer riesce ad involarsi con la lista, mentre l'agente 007 viene dichiarato morto. La sua scomparsa e il furto della lista daranno vita a una lunga serie di eventi, che porteranno Bond, M. e i servizi segreti a dover fare i conti con il proprio passato e con un nemico invisibile e terribile.

Skyfall completa idealmente la trasformazione del personaggio di Bond avviata con Casino Royale. Il Bond sofferto e tormentato di Daniel Craig trova la sua conclusione e il suo nuovo inizio nel melodramma spionistico orchestrato da Sam Mendes, in cui i sentimenti e le relazioni tra i personaggi non sono un semplice approfondimento, ma il vero motore della storia. Mendes disegna un film con un basso contenuto d'azione, concentrato in poche scene fotografate magistralmente (il combattimento a Shanghai su tutti), e si concentra sulla storia di M., Bond e del loro nuovo nemico, intersecandola con quella di un'intelligence che sembra non essere più al passo dei tempi e di un mondo in cui i nemici sono sempre più invisibili.
Il risultato è un action movie intimista, un apparente ossimoro che trae la sua forza proprio dalla capacità di riconciliare elementi provenienti da generi distanti anni luce.

La sceneggiatura si esalta nei dialoghi, ricchi di ironia british e di parole non dette, in cui prevalgono le dimensioni umane dei personaggi rispetto a quelle professionali. La trama è però piena di difetti, con un villain eccezionale (tra i migliori della storia di Bond) mosso da motivazioni quantomeno risibili, una serie di buchi di sceneggiatura che non possono esistere all'interno di un film di spionaggio, e una certa incostanza nella gestione del ritmo, che risulta eccessivamente rallentato in più di un passaggio. Il finale, ambientato in una campagna scozzese che riflette il tormento e l'incertezza dei personaggi, è di grande tensione emotiva ma di basso impatto spettacolare.
Mendes arricchisce il film di citazioni non casuali, dalle origini di Bond (scozzese, come Sean Connery) al ritorno della storica Aston Martin dei primi film, simbolo di un'epoca ormai finita con la quale è ora necessario chiudere i conti. Proprio il confronto con il passato è il tema centrale del film, che porta tutti i personaggi a un punto di svolta che chiuderà i loro conti in sospeso e segnerà l'inizio di un nuovo capitolo.
Il risultato è un film che è più simile alla serie TV con protagonista John Smiley/Alec Guinnes (da cui è stato recentemente tratto  Tinker, Taylor, Soldier, Spy) che a un classico 007, con l'elemento riflessivo e di indagine dello spionaggio che prende il sopravvento su quello d'azione.

Il cast offre un'ottima prova, capitanato da un Bardem sempre più a suo agio nel ruolo del cattivo psicopatico e da un Daniel Craig intenso, che sembra trovare la sua dimensione migliore quando smette l'abito elegante per fare i conti con il suo passato. Tra le nuove reclute dell' MI6, accanto a una sempre perfetta Judi Dench, spicca Ben Whishaw, che "trasporta" il personaggio di Q ai giorni nostri, trasformandolo in un geek informatico con scarso amore per i fantasiosi gadget del passato.

Skyfall è un Bond a basso contenuto spettacolare, ma rappresenta una degna conclusione a quel processo di umanizzazione di 007 che aveva caratterizzato gli ultimi film. Rimane il rammarico per una storyline risicata e piena di buchi, ma il film è comunque godibile grazie alle prestazioni degli attori e alla regia di Mendes, il quale ci regala un Bond messo a nudo come mai era accaduto prima, che lascia ben sperare per i capitoli successivi.

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Pier

martedì 16 ottobre 2012

Ted

Sdolcinatamente scorretto


John Bennett è un bambino della periferia di Boston senza altri amici che un orsetto di pezza di nome Ted. La notte di Natale desidera fortemente che Ted prenda vita: la magia del Natale e la sua innocenza fanno sì che il suo desiderio venga esaudito. Anni dopo, John continua a convivere con Ted, nel frattempo diventato sboccato e festaiolo, ma la sua presenza rischia di compromettere la sua relazione con Lori. La ragazza, esasperata dalle continue intemperanze dell'orso, pone John di fronte a un ultimatum: o lei, o Ted.

Ted è un film con due anime: la prima, dissacrante e oltraggiosa, domina la prima ora del film, un trionfo di battute esilaranti, spesso volgari, che riflettono appieno lo spirito fuori dagli schemi di Seth McFarlane, autore dei Griffin, regista e sceneggiatore del film e voce originale di Ted. Il miracolo che porta alla "nascita" di Ted, l'adolescenza di John e la difficile convivenza tra Ted e Lori diventano un pretesto per scatenare la fantasia e l'ironia politicamente scorretta del regista, che regala perle per tutti i tipi di humor, con un riuscito mix di battute raffinate e gag sessuali e scatologiche. A questo aggiungete una serie di citazioni cult, con alcune chicche per intenditori e camei da leccarsi i baffi.
La seconda anima del film è quella romantica-sentimentale, che fa capolino nella prima parte per diventare poi predominante nella seconda, raggiungendo il suo climax nello sdolcinato finale. Quest'anima dona senza dubbio un po' più di consistenza alla trama, dando una ragion d'essere alla serie infinita di gag, ma finisce anche per appesantire il film, privandolo di quella freschezza e di quella spontaneità che fino a quel momento ne erano state la forza.

Il risultato è un film a due facce, concepito forse per accontentare diversi gusti, che risulta però nè carne nè pesce, con una forte dissonanza tra il carattere di Ted e il sentimentalismo che permea la seconda parte. Ted è comunque un film divertente, a tratti esilarante, ma lascia la sensazione che McFarlane abbia tenuto il freno a mano un po' tirato, rinunciando a girare un potenziale cult per per non bruciare il suo esordio dietro la macchina da presa e per aiutare la riuscita commerciale del film.

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Pier 

sabato 13 ottobre 2012

Killer Joe

Violenza e innocenza
 


Chris, un giovane spacciatore del Midwest statunitense, deve racimolare in fretta seimila dollari  per pagare il suo debito con il cartello della droga. Disperato, si accorda con il padre e la famiglia per uccidere la madre, scappata da tempo con un altro uomo: la donna è infatti titolare di un'assicurazione sulla vita di 50.000 dollari a favore della sorella di Chris, Dottie, e quella cifra risolverebbe tutti i loro problemi. Per svolgere il compito, la famiglia assume "Killer Joe" Cooper, poliziotto con l'hobby dell'assassinio a pagamento, il quale accetta in cambio di parte del denaro e della possibilità di andare a letto con Dottie. Chris accetta, ma lui e la famiglia scopriranno troppo tardi che la vicenda non è semplice come avevano pensato.

William Friedkin torna alla regia dopo cinque anni di inattività, e lo fa con un film già diventato un piccolo cult, che esce in Italia con un anno di ritardo per i soliti misteri distributivi nostrani.
Il pezzo forte è la sceneggiatura firmata da Tracy Letts (autore anche dell'opera teatrale), che unisce dialoghi che rasentano la perfezione, una suspense crescente e un finale eccezionale, con una scena che è già di diritto nell'olimpo del genere noir/pulp. Ad accompagnarla c'è una fotografia livida e di impatto, che ritrae il lato oscuro della "pancia" dell'America, un Midwest fatto di luci e ombre, sempre sospeso tra violenza, crimine e sensualità, in una tensione insostenibile che non può far altro che esplodere.

Friedkin amalgama sapientemente questi elementi e crea un film di forte impatto emotivo che riscrive le regole di noir e pulp, sposando l'asciuttezza del primo con la potenza delle immagini del secondo, senza scivolare in inutili spargimenti di sangue nè perdere di vista il sottile umorismo che permea entrambi i generi.
Il regista si distingue anche per il suo sapiente lavoro con gli attori, con Matthew McConaughey che sfodera una prestazione d'attore eccellente, regalandoci un Killer Joe cinico, spietato, ma soprattutto vero. Ottimo anche Emile Hirsch, anche se a spiccare particolarmente è il sofferto stupore di Thomas Haden Church, marito e padre travolto dalla vita e destinato a vedere infrangersi ogni suo sogno, progetto e affetto.

Killer Joe è un film forte e di impatto, che racconta quell'America senza speranza e senza pietà già descritta dai Coen in Non è un paese per vecchi, un'America in cui la solidarietà non esiste più e l'unica legge è quella della violenza, una violenza metodica, cinica, che si presenta con i modi gentili e rassicuranti di Joe e si rivela poi il peggiore degli incubi.

****1/2 

 Pier

sabato 6 ottobre 2012

Un giorno speciale

Il bue che dà del cornuto all'asino


Gina è una diciannovenne della periferia di Roma che vuole diventare attrice. Di fronte a sè ha un giorno speciale: la madre le ha procurato un incontro con un onorevole, suo lontano parente, che può aiutarla a sfondare nel mondo dello spettacolo. A portarla all'incontro sarà l'autista dell'onorevole, Marco, coetaneo di Gina al suo primo giorno di lavoro. I continui rinvii dell'appuntamento a causa degli impegni dell'onorevole porteranno i due ragazzi a conoscersi meglio, passando la giornata a zonzo tra le vie della capitale.

E' curioso che a fare un film di denuncia sul sistema di raccomandazioni che vige nel mondo dello spettacolo sia una regista che è diventata tale solo per il cognome che porta, data la sua mediocrità espressiva e la quasi totale incapacità di realizzare opere di ampio respiro, in cui siano ammesse le sfumature di grigio. Per Francesca Comencini, invece, tutto è bianco o nero: i politici (rigorosamente di centro-destra, ovviamente, perchè prima di e fuori dal Pdl nessun politico è mai andato a letto con un'attrice) sono il male, mentre la ragazza, giovane e ingenua, è attirata nelle spire del drago senza potersi difendere. Segue doccia catartica e purificatrice, che restituisce al mondo un'altra ragazza indurita dalla vita.

Peccato che il personaggio più negativo dovrebbe essere la madre, pronta a vendere la figlia senza pensarci troppo in cambio di uno scampolo di notorietà, e invece ne esce quasi bene; peccato che Gina non sia costretta ad andare a trovare l'onorevole, ma compia questa scelta in modo autonomo, scegliendo di usare il proprio corpo per farsi strada. La vittima non è lei, sono le migliaia di attori, attrici e operatori dello spettacolo che credono ancora che si possa fare questo mestiere in modo onesto e pulito, ma vengono regolarmente scartati per far posto all'amante dell'onorevole o alle Francesca Comencini-figlie di papà di questo mondo.

A salvare il film dal naufragio sono i due protagonisti, bravi e simpatici, tra cui spicca quel Filippo Scicchitano già apprezzato in Scialla! e che brilla ancora per la capacità di far ridere con semplicità e senza scadere nella volgarità. Grazie a loro, il film parte bene e prosegue in modo dignitoso fino ai 20 minuti finali, quando prende una deriva moralistica tanto insensata quanto posticcia e mancante di profondità. Nel mezzo, tanti errori di regia elementari (personaggi che scompaiono da un'inquadratura all'altra, sequenze montate in modo sgrammaticato) che, se fossero commessi da una Francesca Rossi qualunque, ne decreterebbero la fine professionale, ma dato che sono commessi dalla figlia del grande Luigi Comencini, nonchè sorella di Cristina, sono tollerati e portano addirittura il film a essere inspiegabilmente selezionato per il Concorso della Mostra del Cinema di Venezia.

Un giorno speciale è un film che avrebbe potuto essere una gradevole commedia se non fosse stato sepolto e distrutto dalle ambizioni di critica sociale di una regista non in grado di sostenerle. La regista predica bene, ma razzola (e gira) male, dato che, prima di essere sdegnata con il mondo dello spettacolo, dovrebbe ricordarsi che è grazie a una delle pratiche oscene di questo mondo - l'aiutino per i "figli di papà" - che ha potuto iniziare a fare questo mestiere. Troppo facile fare la morale agli altri: prima bisognerebbe farla a se stessi.

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Pier

domenica 30 settembre 2012

Ribelle - The Brave

Magia senza magia
 

Merida è una giovane principessa scozzese, cui il dovere imporrebbe di sposare il figlio di un altro capoclan per garantire la pace nel regno. La ragazza però non ama la vita da principessa, e preferisce cavalcare e tirare con l'arco, provocando le ire di sua madre. Un giorno, nel tentativo di cambiare il suo destino, chiede a una strega un po' bislacca una pozione per convincere sua madre a lasciarle più libertà. Il percorso per trovarla, tuttavia, si rivelerà molto complesso.

Il tredicesimo lungometraggio targato Pixar sembra più il cinquantaduesimo classico Disney. Ci sono una principessa, un mondo incantato, una strega, animali parlanti: insomma, tutti gli ingredienti delle fiabe che hanno fatto grande la Disney. Il film finisce così per essere un ibrido, cui mancano sia la capacità di osare e di sognare che ha fatto grande la Pixar, sia il delicato tocco della Disney. Il risultato è un film che è comunque divertente e godibile, con esplicite citazioni di grandi classici della casa di Topolino (Robin Hood su tutti, ma anche La spada nella roccia), che resta però superficiale, senza riuscire nè a colpire al cuore lo spettatore, nè a stupirlo.

La trama è abbastanza risicata, e si salva grazie a personaggi secondari molto azzeccati (menzione particolare per i tre pestiferi gemelli), che creano numeroso momenti comici che donano sostanza e ritmo a un film di per sè non particolarmente esaltante. L'evoluzione del rapporto tra Merida e la madre è trattata con delicatezza, dolcezza e profondità, ma risulta comunque deja-vu mancante di originalità. Rimane quindi la sensazione che la Pixar abbia fatto questo film quasi esclusivamente per mettere a tacere i critici che la accusavano di eccessivo maschilismo, dato che riesce difficile pensare a un film più lontano dalle corde di Lasseter e soci che questa fiaba medioevale quasi esclusivamente al femminile.  

Ribelle è un film comunque divertente, che non manca di profondità all'interno di una trama non particolarmente originale.Potrebbe essere apprezzabile se non fosse di gran lunga inferiore alla media dei precedenti film Pixar, la casa di produzione che, in questi anni, ci aveva fatto riscoprire il significato della parola magia.

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Pier

domenica 16 settembre 2012

Pietà

Quando la pietas è terribile



Un uomo solo al mondo riscuote i crediti per conto di un usuraio. I suoi metodi sono feroci e brutali: chi non può pagare viene azzoppato o storpiato al fine di incassare i soldi dell'assicurazione.
Un giorno sulla sua strada trova una donna, che asserisce di essere sua madre, e gli chiede perdono per averlo abbandonato quando era piccolo, trasformandolo così in un mostro senza cuore. L'incontro, apparentemente casuale, sconvolgerà le vite di entrambi.

Kim Ki-duk prosegue la sua esplorazione dei più profondi abissi dell'animo umano andando a esplorare e sviscerare uno dei sentimenti più nobili, l'affetto tra genitore e figlio. In una società senza valori, sconvolta e ferita nel profondo dalla crisi economica, la vita del protagonista sembra ritrovare la luce grazie all'amore di sua madre, un amore che si dimostrerà però essere dolce ma terribile.
Il film è cupo, violento, un pugno allo stomaco che ci mostra con spietata precisione un mondo in cui la speranza è scomparsa, e anche le parti del corpo umano sono oggetti di scambio, appendici inutili che valgono solo il denaro che sono in grado di comperare o di procurare.

La fotografia esalta il grigiume della metropoli moderna, in cui gli ingranaggi delle fabbriche e della vita continuano a muoversi, incuranti delle persone, dei legami, dei sentimenti, di cui i vari personaggi esprimono le diverse sfaccettature. Il protagonista offre una prova eccellente, ma fin dalla sua prima apparizione la scena è dominata dalla madre, magistralmente interpretata da Jo Min-Su, che regala un ritratto di donna forte e allo stesso tempo sottomessa, dolce ma anche spietata e terribile.

Il regista coreano realizza un film di forte impatto visivo ed emotivo, forse appena sotto ai suoi capolavori, ma comunque meritevole del Leone d'oro assegnatogli dalla giuria veneziana per la sua capacità di affrontare la crisi dei valori della società moderna, in cui denaro e violenza sono diventati i cardini attorno a cui gravita la maggior parte dei rapporti. Pieta è un film duro, ma è anche un film che rappresenta la realtà senza timore di distogliere lo sguardo, senza mostrare pudore per i sentimenti nè repulsione per la violenza. Seguendo la tradizione del moderno cinema coreano, amore e vendetta divengono due facce della stessa medaglia, due forze contrapposte e complementari che muovono le nostre esistenze.

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Pier

martedì 11 settembre 2012

Le sterili polemiche e il declino del cinema italiano


La Mostra del Cinema di Venezia è finita ormai da qualche giorno, ma non si placano le polemiche sull'assegnazione dei premi. I protagonisti? Ovviamente noi italiani.


Il tutto è iniziato con una voce arrivata dalle stanze dei bottoni veneziane, secondo la quale Michael Mann avrebbe detto che i film italiani sono "difficilmente esportabili". Apriti cielo! A questa voce ha subito creduto e risposto Marco Bellocchio (potete trovare qui le sue parole), accusando Mann e gli Stati Uniti tutti di non saper guardare al di là del proprio giardino e di non avere sensibilità per le pellicole straniere.
A Bellocchio si è subito unito Paolo Mereghetti, il critico del Corriere della Sera, che in un editoriale a commento della notizia si è scagliato contro la logica del mercato a tutti i costi e ha ricordato a Mann che, senza il cinema europeo, anche il cinema americano non sarebbe quello che è oggi. Infine, con una caduta di stile che non ci aspettavamo da lui, ha anche rinfacciato a Mann il fatto che il film della figlia, Texas Killing Fields, non sia stato un successo di box office, insinuando quindi che il povero Michael predica bene ma razzola male.
Tutto bene, benissimo, se non fosse per qualche piccolo dettaglio:

1) La dichiarazione di Michael Mann non è ufficiale, ma è solo una voce riportata da non precisate fonti anonime. Sollevare un polverone di questo genere per una voce, rispondendo pure dalle pagine di uno dei principali quotidiani nazionali, appare quantomeno fuori luogo: è come se l'Italia dichiarasse guerra alla Germania perchè il cugino del portinaio di casa Merkel ha riferito a un giornalista italiano che Angela avrebbe detto che Monti puzza di brioche muffita.

2) A meno che non ci sia stato un cambiamento nel dizionario della lingua italiana, "esportabilità" e "successo commerciale" non sono sinonimi, soprattutto per un prodotto culturale. Non ci risulta che Mediterraneo o Io sono l'amore siano stati successi commerciali all'estero, eppure hanno ricevuto numerosi premi e riconoscimenti dalla critica. Un film è "esportabile" se parla un linguaggio universale, se è in grado cioè di affrontare temi globali raccontando una storia locale. I soliti ignoti di Monicelli è un ritratto perfetto dell'Italia, ma gode di numerosi ammiratori anche presso i malvagi e miopi americani. La vita è bella, per quanto non sia uno dei miei film preferiti, ha saputo senza dubbio raccontare una storia locale che parlava però a tante culture e nazioni diverse.

3) Accusare Mann e la giuria da lui presieduta di insularismo è quantomeno curioso, dato che tra i film premiati figurano un coreano (Leone d'oro), un tedesco (Premio della giuria), un francese (Sceneggiatura) e, guarda un po', persino un italiano (Fotografia). Evidentemente per Bellocchio, Mereghetti e i loro sodali questi paesi sono delle colonie americane.

4) Queste polemiche si verificano sempre e solo in Italia. A Cannes negli ultimi 22 anni (dal 1990 a oggi) hanno vinto due soli film in lingua francese (La Classe, nel 2008 e Amour, lo scorso anno, peraltro girato da un Austriaco), e non si sentono mai le polemiche che si sentono qui, con relativa caccia all'uomo al giurato italiano di turno. Quest'anno è toccato al povero Garrone, il quale ha peraltro rilasciato la dichiarazione più corretta sul tema: il fatto stesso di fare polemica per la mancata vittoria di un film italiano a un festival italiano denota un certo provincialismo.

Ammettiamo ora per un attimo che la dichiarazione di Mann sia vera: possiamo dargli torto? Non è forse evidente che l'esportabilità del cinema italiano è clamorosamente crollata nel corso degli anni?
Tra il 1943 e il 1962 l'Italia ha ottenuto nove nomination all'Oscar per il miglior film straniero, ottenendo tre Oscar onorari e due Oscar.
Tra il 1963 e il 1982 otteniamo quattordici nomination, vincendo in cinque occasioni.
Tra il 1983 e il 2002 otteniamo appena sei nomination, ma vinciamo in tre occasioni.
Dal 2003 a oggi abbiamo ottenuto appena una nomination, senza portare a casa alcun premio.

 Se questo non è un crollo verticale della qualità del nostro cinema e della sua capacità di parlare al mondo, ditemi voi che cos'è. L'Oscar per il miglior film straniero non è certamente l'unico modo per misurare l'esportabilità di un film, ovviamente, ma il declino è evidente e lapalissiano.

Bellocchio, Mereghetti, e chi ancora pensa che siano gli altri a doversi sforzare per capire il nostro cinema, quando una volta lo facevano senza alcuno sforzo, dovrebbero cominciare a fare autocritica, e a capire che, se il nostro cinema ha perso valore nel mondo, la colpa è quasi interamente nostra, non di Michael Mann e delle sue presunte dichiarazioni.

Pier

sabato 8 settembre 2012

Telegrammi da Venezia 2012 - #5

Ecco l'ultimo telegramma dalla Mostra. Stasera alle 19 i vincitori!

Nel frattempo, Eat, Sleep, Die vince la Settimana della Critica.


La bella addormentata (Concorso), voto 5. Qui la recensione.

Thy Womb (Concorso), voto 7.5. Brillante Mendoza racconta con tocco lieve e delicato la commovente storia di una nutrice che, non riuscendo ad avere figli, si impegna a trovare un'altra moglie al marito, finendo per pagare un caro prezzo. Il film, pur mancando di ritmo e avendo un taglio eccessivamente documentaristico, coinvolge e commuove, regalandoci un ritratto vero e vitale di una donna e di una comunità.

The Company you keep (Fuori concorso), voto 7.5. Redford realizza un film politico forte e teso, che colpisce per il rigore della sceneggiatura e lo spirito rivoluzionario. Ottima prova di tutto il cast, tra cui spiccano Nick Nolte e un'intensa Susan Sarandon.

Passion (Concorso), voto 5. De Palma realizza uno sconclusionato thriller che manca di tensione e abbonda di citazioni hitchcockiane. La regia e la fotografia hanno alcuni momenti eccellenti, ma questo non basta per salvare un film caratterizzato da una trama banale, una recitazione mediocre e alcune trovate ai limiti del ridicolo.

Un giorno speciale (Concorso), voto 4.5. Francesca Comencini riesce nell'impresa di rovinare negli ultimi venti minuti un film fin lì modesto ma tutto sommato divertente, caratterizzato dalle buone prove dei due giovani attori protagonisti. Nel finale invece trionfano il moralismo e un pietismo di maniera che vuole far passare per vittima chi vittima invece non è. Sceneggiatura banale e a tratti mal scritta, che riesce quasi a rovinare la splendida spontaneità di Filippo Scicchitano.

Keep smiling (Giornate degli Autori), voto 7. Il film colpisce per la leggerezza e la naturalezza con cui racconta un concorso di bellezza per mamme in Georgia, rivelando tutte le miserie materiali e morali delle protagoniste senza tuttavia perdere il sorriso. Il pietismo qui non è di casa, con donne forti che si prendono la responsabilità delle proprie scelte.

Pier

venerdì 7 settembre 2012

Telegrammi da Venezia 2012 - #4 - Il Totoleone

Ecco i pronostici e i miei premi personali. Come sempre i pronostici in un festival sono difficili da azzeccare: troppe le variabili in gioco, troppi i giochi "politici" all'interno della giuria. Spero almeno di azzeccare i film che riceveranno dei premi.

Domani le ultime recensioni!

Pronostici


Leone d'oro: The Master, di Paul Thomas Anderson.

Regia:
Jessica Woodworth e Peter Brosens, per La Cinquieme Saison

Coppa Volpi maschile:
Kad Merad, per Superstar


Coppa Volpi femminile:
Jo Min-Su, per Pieta


Sceneggiatura:
Apres Mai, di Olivier Assayas
 
Fotografia: To the wonder, di Terrence Malick
 
Premio della giuria: Marco Bellocchio, per La bella addormentata

Premi personali

Leone d'oro: Pieta, di Kim Ki-duk

Regia:
Harmony Korine per Spring Breakers

Coppa Volpi maschile:
Philip Seymour Hoffman, per The Master


Coppa Volpi femminile:
Jo Min-Su, per Pieta


Sceneggiatura:
The Master, di Paul Thomas Anderson.
 
Fotografia: To the wonder, di Terrence Malick
 
Premio della giuria: E' stato il figlio, di Daniele Ciprì

Pier


giovedì 6 settembre 2012

La bella addormentata

Etica e confusione



Febbraio 2009. Eluana Englaro è in coma vegetativo da 17 anni, e sta per essere trasferita nell'ospedale di Udine, dove, per volontà della famiglia, verrà interrotta l'alimentazione forzata che la tiene in vita. Intorno al caso gravitano politici, manifestanti delle opposte fazioni, celebrità, medici e semplici cittadini, direttamente e indirettamente coinvolti in una questione etica e morale che tocca nel vivo la coscienza individuale e collettiva.

Marco Bellocchio decide di affrontare il tema della scelta individuale di fronte alla morte, e per farlo si ricollega al caso di Eluana, una vicenda che aveva scosso l'Italia. Il regista decide però di non mettere in scena una ricostruzione della vicenda, ma di raccontare quattro storie private che a quella vicenda sono in qualche modo legate. La scelta è indubbiamente vincente e interessante, in quanto riesce a parlare di un tema così delicato senza scivolare in facili pietismi. Il meccanismo, tuttavia, funziona a singhiozzo, in quanto lo spazio lasciato alle diverse storie è molto diverso ed erratico, con personaggi che rimangono in scena solo per qualche secondo per poi scomparire per larghissimi tratti.

Questo fa sì che il film manchi di continuità e di una solida linea narrativa, rendendo anche il messaggio più confuso. Suscita inoltre qualche dubbio la presenza dell'episodio della tossicodipendente interpretata da Maya Sansa, che risulta solo marginalmente legato al tema principale del film e finisce per essere del tutto slegato dagli altri tre. L'episodio senza dubbio più riuscito è quello che ha come protagonista Toni Servillo, parlamentare del Pdl che deve scegliere tra coscienza e linea del partito, e che dimostrerà una rettezza morale e una coerenza sconosciute ai suoi colleghi. Funziona anche l'episodio con Isabelle Huppert, grande attrice ritiratasi dalle scene per accudire a tempo pieno la figlia in coma vegetativo, nella speranza che questa si risvegli.

Proprio a questo episodio è affidato il messaggio del film, "nessuno può scegliere per gli altri", che sembra lasciare spazio alla libertà di scelta di ognuno, senza schierarsi nè pro nè contro l'accanimento terapeutico. Il problema è che questo messaggio viene annacquato, disperso, quasi distorto dalla struttura narrativa, che segue le inutili e improbabili vicende amorose di Alba Rohrwacher e Riondino o la vicenda della Sansa invece di concentrarsi sul cuore pulsante della storia. Il risultato è che il film impiega due ore per non dire nulla di più di quanto detto dall'appena defunto Cardinal Martini o da Umberto Veronesi nel giro di una sola frase, girando intorno al tema e affondando il colpo solo in pochi, riuscitissimi momenti.

Tra gli attori, come detto, brillano Servillo e la Huppert, con delle buone prove anche di Riondino e Tognazzi. Alba Rohrwacher, vera e propria miracolata del cinema italiano, è invece talmente inutile da risultare dannosa, e si distingue solo per una voce irritante, una dizione carente e la capacità di avere gli occhi lucidi in qualunque situazione, triste, neutra o gioiosa che sia.

La bella addormentata è un film coraggioso e intelligente, che perde però gran parte della propria efficacia a causa di una struttura narrativa mal congegnata e dalla mancanza di quel coraggio che ha invece avuto Clint Eastwood in Million Dollar Baby. Resta comunque un lavoro dal forte contenuto civile ed etico, con il personaggio di Servillo che ci dà una lezione di dignità, umana ancor prima che professionale, difficile da dimenticare.

** 1/2

Pier

mercoledì 5 settembre 2012

Telegrammi da Venezia 2012 - #3

Continuiamo con i telegrammi veneziani.


L'intervallo (Orizzonti), voto 7.5. Il film racconta la giornata particolare di due ragazzini di Napoli, in cui uno di loro si ritrova carceriere gentile dell'altra, sequestrata dal boss camorrista del quartiere per ragioni oscure. In quelle ore interminabili, all'interno di una villa abbandonata che diventa un mondo a parte e da esplorare, i due si confideranno sogni, segreti e speranze per un futuro migliore, salvo poi tornare bruscamente alla realtà. Il regista Di Costanzo confeziona un piccolo gioiello, coadiuvato da una fotografia ai limiti della perfezione e da due giovani attori che colpiscono per naturalezza e spontaneità.

Pieta (Concorso), voto 9. Il film di Kim Ki-duk colpisce dritto allo stomaco, con un film che alterna magistralmente scene di cieca crudeltà alla dolcezza di un amore materno redimente, salvifico e terribile. Finale da applausi, protagonista strepitosa.

Eat Sleep Die (Settimana della Critica), voto 7.5. Il film racconta le vicissitudini di una svedese di origini serbe che, licenziata dalla fabbrica in cui lavora, si ritrova discriminata a causa del suo nome e della sua religione. Riceverà solidarietà dagli ex colleghi e da altri disoccupati. Il film ricorda alcuni film di Ken Loach, con una classe operaia che non va in Paradiso ma si aiuta vicendevolmente, gettando luce e allegria in vite altrimenti destinate alla desolazione.

O Gebo e a Sombra (Fuori concorso), voto 7. Il nuovo film di de Oliveira,magnifico maestro di 103 anni, parla della vita, della povertà e dell'amore, con un tocco teatrale ma efficace. Pur peccando di eccessiva verbosità, il film arriva dritto al cuore grazie anche alle stupende prove dei protagonisti, tra cui figurano due grandi attrici come Claudia Cardinale e Jeanne Moreau.

Spring Breakers (Concorso), voto 9. Quello che sembra un college movie sulle vacanze a base di sesso, alcool e droga dei collegiali americani si rivela ben presto essere una lucida e spietata analisi del lato più oscuro del sogno americano, quello che promette soldi facili e che difende il conformismo a tutti i costi, da cui ci si può liberare solo durante settimane di puro delirio collettivo in cui, seppur per poco tempo, tutti credono di essere liberi di essere quello che vogliono. Il film di Harmony Korine è profondo, tagliente e allucinato, con una fotografia e un montaggio che ben rappresentano lo stordimento morale ed emotivo di un'America che sembra aver definitivamente perso se stessa. La bella prova di James Franco aggiunge valore a un film con la F maiuscola, fin qui la sorpresa più positiva del festival.

Pier

martedì 4 settembre 2012

Telegrammi da Venezia 2012 - #2

Seconda parte dei telegrammi che inizia con una panoramica dei film italiani visti fin qui alla mostra.



Gli equilibristi (Orizzonti), voto 6. Il film racconta con efficacia il dramma del divorzio per un padre di ceto medio-basso ("Il divorzio è per i ricchi", recita una battuta del film), cui i soldi non bastano mai e che finisce per fare una vita da barbone nonostante un onesto impiego in comune. Il messaggio passa, ma il film ha dei grossi difetti di sceneggiatura, cui rimedia in parte grazie alle ottime prove di Mastandrea e della giovane attrice che interpreta la figlia. Regia di buon livello.

E' stato il figlio (Concorso), voto 8. Ciprì racconta con efficacia e una punta di grottesco il sogno della ricchezza facile di una famiglia di Palermo che rappresenta l'Italia. Il film mette a nudo l'avidità e la meschinità di un paese di eterni scontenti, in cui sopravvivere diventa più importante di vivere.

Low Tide (Orizzonti), voto 8. Roberto Minervini è un regista italiano, ma vive e lavora negli Stati Uniti. Il suo Low Tide è un capolavoro di naturalezza che racconta con tocco delicato la vita senza affetto di un bambino della provincia texana, costretto a tirare avanti in un ambiente ostile e senza prospettive. Finale da applausi per semplicità e capacità di generare emozioni.

To the wonder (Concorso), voto 5. Malick riprende il meccanismo di The Tree of Life , in cui il microcosmo di una famiglia diventava un'efficace e commovente metafora del macrocosmo dell'universo e della Vita. Qui però il meccanismo si inceppa clamorosamente, e il parallelismo tra amore tra persone e amore divino finisce per diventare un vuoto enunciato, affidato a un monologo finale di Bardem ai limiti della pubblicità dell'8 per mille. Fotografia e sensibilità come sempre eccezionali, ma la sensazione è che ci fosse ben poco di nuovo rispetto al film precedente, e che quel poco fosse di qualità inferiore. Buona prova della Kurilenko, che risulta a volte irritante ma per colpe non sue.

Outrage - Beyond (Concorso), voto 6.5. Kitano ritorna ai film sulla yakuza, in un complesso intreccio di delitti, tradimenti e colpi di scena. La trama sa di già visto, ma il film va e alcune scene, finale compreso, sono dei capolavori di tecnica cinematografica.

Pier

domenica 2 settembre 2012

Telegrammi da Venezia 2012 - #1

Anche quest'anno Filmora è a Venezia, e anche quest'anno vi proporremo dei brevi telegrammi sui film presentati alla Mostra del Cinema. Pronti? Via!


Superstar (Concorso), voto 7. Interessante analisi del paradosso della celebrità, in cui un uomo qualunque diventa famoso senza volerlo e senza sapere il perchè. Dalla polvere andrà sull'altare, per poi tornare nella polvere, in un percorso che analizza efficacemente i meccanismi dei media e della fama senza però brillare per originalità.

The Iceman (Fuori concorso), voto 7. Film di genere che esplora le gesta e la mente di un serial killer insospettabile, autore di efferati omicidi ma per anni amorevole padre di famiglia. Grande prova di Michael Shannon, film ben girato ma non certo un capolavoro.

The Reluctant Fundamentalist (Fuori concorso), voto 7. Mira Nair cambia totalmente genere e racconta la storia di un pakistano emigrato negli Stati Uniti che, nonostante la sua brillante carriera, vede la sua vita crollare dopo l'11 Settembre a causa della xenofobia crescente. Un bel film, narrativamente solido e filmicamente interessante (buon uso del flashback), che eccede però in durata e moralismo.

At any price (Concorso), voto 5. Film che ha l'ambizione di raccontare l'epica dissoluzione del sogno americano, ma che finisce per affondare in una sceneggiatura un po' deficitaria e in un cast non proprio convincente. Il rimando a film come Il Gigante o La valle dell'Eden è evidente, ma finisce per restare soltanto su carta. Peccato, aveva buone premesse.

Fill the void (Concorso), voto 6. Il dilemma interiore di una ragazza israeliana, costretta a scegliere tra sentimento e bene familiare, non convince del tutto, penalizzato anche da un finale incoerente e da un ritmo non eccezionale.

The Master (Concorso), voto 8.5. A livello tecnico non è all'altezza del Petroliere, ma il nuovo film di Anderson colpisce per la forza e l'ampiezza del messaggio. Un film non facile, che però entra sottopelle e fa riflettere, usando la storia di una setta sinistramente simile a Scientology come pretesto e strumento per indagare il rapporto umano con la libertà e il potere, il bisogno di essere unici e la necessità di essere accettati e, in un certo senso, comandati. Sorretto da un cast semplicemente strepitoso il film convince e prenota almeno un premio di rilievo, forse non solo qui alla Mostra.

Questo è tutto per ora. Nel prossimo capitolo i film italiani, finora una delle migliori sorprese della Mostra.

Pier

martedì 28 agosto 2012

Il cavaliere oscuro - Il ritorno

Una metafora dei nostri tempi




Sono passati molti anni dagli eventi narrati ne Il Cavaliere Oscuro. Batman è scomparso, accollandosi la colpa della morte di Harvey Dent, e regalando così a Gotham un periodo di pace e tranquillità grazie alla promulgazione del Dent Act contro la malavita organizzata. La calma, tuttavia, è solo apparente: sulla scena compare un mercenario di nome Bane, violento, spietato e dotato di una forza sovrumana. Bane è legato in modo oscuro alla Setta delle Ombre da cui anche Bruce Wayne è stato istruito, ed è pronto a gettare nel caos la città. Batman è costretto a tornare, ma questa volta persino lui potrebbe non bastare per fronteggiare un nemico tanto potente.

"Perchè cadiamo?", chiedeva il padre di Bruce nel primo episodio al giovane rampollo Wayne, caduto in un pozzo e impaurito dai pipistrelli. Nella risposta a questa domanda risiede l'unica possibilità di Batman per sconfiggere Bane. Con una ring composition degna dei grandi poemi epici, Nolan ci riporta dove tutto era iniziato, alla capacità dell'uomo di fronteggiare la paura senza eliminarla, di conviverci senza tuttavia sconfiggerla. Su questo sottile equilibrio si gioca la partita per la salvezza di Gotham e della sanità mentale di Bruce Wayne, interpretato da un intenso Christian Bale, che dovrà riscoprire le sue origini per sconfiggere la paura incarnata, la macchina per uccidere che risponde al nome di Bane.

Il film chiude degnamente la trilogia del Cavaliere Oscuro, ricucendo tutti i fili narrativi e chiudendo il cerchio con un passato che, anche quando sembra ormai sepolto, torna sempre fuori più prepotentemente che mai. Dopo la lucida spietatezza di Ra's Al Ghul e la geniale pazzia del Joker, questa volta il male viene incarnato da Bane, la violenza cieca, un nemico che diventa uno specchio dell'anima e del corpo di Batman, con cui condivide molti particolari. Bane domina la scena con la sua presenza fisica e con la crudeltà dei suoi occhi e della sua voce, frutto del meraviglioso lavoro sul corpo di Tom Hardy, che si conferma uno degli attori emergenti più interessanti.
Per sconfiggere Bane, Batman dovrà prima affrontare se stesso, in un percorso che lo porterà finalmente a risalire da quella caduta da cui non si è mai veramente ripreso.

Intorno alla storia del protagonista, Nolan disegna una città allo sbando, ritratta alla perfezione dalla splendida fotografia di Wally Pfister, scura e cupa, con colori desaturati e privi di vitalità. Ad accompagnare le immagini di Pfister è la musica di Hans Zimmer, splendida per intensità, epicità e capacità di delineare atmosfere cupe e la sensazione di disastro imminente. Gotham è quindi ritratta come una città solo apparentemente serena, liberata dai criminali ma schiava di se stessa, della sua avidità e della sua arroganza, divorata dall'interno dal cancro dell'indifferenza verso gli oppressi, i poveri e i diseredati. L'assalto armato alla borsa valori è una scena forte, che è impossibile non associare alla crisi finanziaria che ha sconvolto il mondo, ma in particolare i valori della civiltà occidentale.

Il film si dilunga un po' troppo nel finale, dove concede troppo al gusto hollywoodiano e, soprattutto, al tentativo di chiudere quei fili narrativi lasciati in sospeso. Resta tuttavia un'opera narrativa sontuosa, in grado di tenere incollato lo spettatore allo schermo per quasi tre ore senza un attimo di sosta.

Il cavaliere oscuro - Il ritorno è un film duro e intenso, una critica del potere e del dio denaro che ci impone di riflettere sul nostro oggi e su come, per usare le parole di Selina Kyle (una splendida Anne Hathaway), "abbiamo pensato di poter vivere così alla grande" senza curarci del domani. Nolan chiude degnamente la saga, realizzando un film che, attraverso la storia di un giustiziere incapace di trovare la pace, diventa  una metafora di tempi oscuri, tormentati, senza più certezze. Una metafora dei nostri tempi.

****1/2

Pier

sabato 25 agosto 2012

Madagascar 3 - Ricercati in Europa

Divertimento e colore



Alex, Marty, Melman e Gloria sono stufi della vita in Africa e vogliono tornare a New York. Per farlo raggiungono i Pinguini a Montecarlo per convincerli a riportarli indietro con il loro aereo. Sulle loro tracce si mette però il Capitano Chantel DuBois, perfida acchiappa-animali che vuole aggiungere la testa di Alex alla sua collezione. Per sfuggirle, i quattro amici, accompagnati da Re Julien, si uniscono a un circo itinerante, che potrebbe dirigersi proprio a New York, ma a una condizione...

Il terzo capitolo della saga degli animali in fuga dallo zoo di Central Park abbandona i toni da commedia e vira decisamente al comico, creando una collezione di gag davvero memorabile. La trama si snoda tra fughe, spettacolari esibizioni circensi e scene che vanno ben al di là dei limiti della fisica, sfidando con successo la regola di Walt Disney sulla credibilità delle azioni dei personaggi animati.
La storia è molto semplice e senza fronzoli, ma passa decisamente in secondo piano di fronte alla qualità delle immagini, decisamente la più elevata di tutta la serie, in particolare nelle scene ambientate nel circo, in cui si arricchiscono di un tocco di psichedelia.

A differenza del secondo film, i protagonisti non subiscono alcuna evoluzione, mantenendo inalterate le loro caratteristiche, nevrosi e fissazioni. Il valore aggiunto del film sono quindi i nuovi personaggi, capitanati dalla tigre Vitali, burbero acrobata e lanciatore di coltelli con un doloroso passato, e dalla meravigliosa orsa su triciclo di cui si innamora Re Julien, protagonista di alcune delle scene più esilaranti del film. Una nota a parte meritano i Pinguini e le Scimmie, di gran lunga i personaggi più azzeccati di tutta la serie: quando sono in scena il film prende quota e guadagna in ritmo e risate.

Madagascar 3 ha una trama di qualità inferiore rispetto ai due capitoli precedenti, ma vince il confronto in termini di divertimento, colore e qualità dell'animazione, puntando sulla comicità di personaggi vecchi e nuovi e creando un riuscito capitolo conclusivo (?) per una delle saghe più esilaranti dell'animazione contemporanea.

***

Pier

sabato 18 agosto 2012

I Mercenari 2

Chi manca, Rambo?



Capolavoro.

 Non esistono altre parole per descrivere I Mercenari 2, secondo capitolo della saga che raccoglie tutti i più grandi interpreti dei film d'azione.

Forse lo avrete già capito, questa non sarà una recensione obiettiva.
Il film è trash? Certo che sì. Ha una trama risicata? Ovvio, anche se meno del primo e meno di altri film costruiti con molte più pretese "artistiche".
Però... Però il cast annovera Stallone. Schwarzenegger. Statham. Bruce Willis. Jet Li. Ivan Drago. Van Damme. E chi più ne ha, più ne metta. Ma soprattutto, c'è lui, Chuck Norris, protagonista dei momenti più memorabili del film. Cosa volete di più?

Nel suo genere I Mercenari 2 è un capolavoro, fatto di sparatorie, combattimenti mirabolanti e continue esplosioni. Il tutto condito di risate, con attori che si divertono e fanno divertire, prendendo apertamente in giro se stessi, i propri acciacchi e i propri lavori precedenti.

Ripeto, capolavoro. E se non lo amate, ricordate che Chuck Norris vi guarda. Sempre.

*****

Pier

mercoledì 25 luglio 2012

Lorax - Il guardiano della foresta

L'ambiente spiegato ai ragazzi



Ted è un adolescente nato e cresciuto in una cittadina fatta interamente di plastica, completamente priva di vegetazione e di qualunque elemento naturale. Per conquistare la ragazza di cui è perdutamente innamorato, Ted uscirà dalle mura della città per cercare un vero albero da donarle.
Lungo il suo cammino incontrerà un uomo misterioso che gli racconterà la storia della scomparsa degli alberi, e della battaglia combattuta da un misterioso essere burbero e baffuto, il Lorax, per cercare di salvarli.

Dopo aver conquistato le platee di tutto il mondo con lo humor politicamente scorretto di Cattivissimo me, la Illumination Entertainment cambia decisamente rotta, portando sullo schermo un classico dell'infanzia del Dr. Seuss. Lorax è una fiaba ambientalista indirizzata chiaramente a un pubblico infantile, con pochissime concessioni al pubblico adulto, un'assoluta rarità nel panorama dell'animazione moderna.
La storia è semplice e intuitiva, con un chiaro messaggio ecologista che traspare dalla storia di Ted e del suo misterioso interlocutore. I personaggi sono fortemente caratterizzati, con un'evoluzione narrativa minima e comunque funzionale ai fini della storia. Il film si snoda rapidamente tra orsetti golosi, pesci canterini e nonne combattive, regalando molti momenti di divertimento a bambini e qualche sincero sorriso agli adulti.

Ciò che colpisce in Lorax, tuttavia, è la tecnica realizzativa, di livello molto elevato, caratterizzata da una struttura narrativa complessa, fatta di flashback e di racconti a incastro. Anche l'animazione è molto curata, e presta particolare attenzione alla ricostruzione degli ambienti naturali, con un sapiente uso di luci e colori che riesce a trasmettere l'enorme differenza tra la cittadina in cui vive Ted e l'oasi selvaggia che esisteva prima della scomparsa degli alberi. Entrambi gli ambienti sono colorati, ma laddove la città è spenta e opaca, la foresta dove vivono il Lorax e i suoi amici e splendente e ricca di luci. Questo espressionismo cromatico caratterizza tutto il film, mostrando una padronanza del mezzo e della tecnica in netta evoluzione rispetto al precedente lavoro dello studio.

Lorax è una fiaba per bambini ben raccontata e disegnata con maestria, una gioia per gli occhi dei più piccoli che riesce anche a trasmettere un messaggio che, seppur banale, gli adulti sembrano ancora non aver recepito. Portate i bambini a vedere il Lorax: non ve ne pentirete.  

***  

Pier

giovedì 28 giugno 2012

Rock of Ages

Il Mamma mia del Rock



Alla fine degli anni '80 Sherrie si trasferisce dall'Oklahoma a Los Angeles, in cerca di fortuna come cantante. Dopo un primo impatto difficoltoso con la città, la ragazza conosce Drew, aspirante rockstar che lavora come cameriere nel locale tempio della musica rock, il Bourbon Room. Drew convince il burbero proprietario del locale ad assumere Sherrie: i due ragazzi iniziano così una storia d'amore che si troverà in mezzo alla crisi finanziaria del locale, al concerto del più grande rocker maledetto vivente, e di un'oscura trama per cancellare il rock dalla città degli angeli.

Il film di Adam Shankman, già autore di un musical dai toni comici con Hairspray, è un divertissement leggero ma allo stesso tempo ricercato, che annovera sceneggiatori di livello come Justin Theroux, l'attore feticcio di David Lynch, e Michael Arndt, premio Oscar per Little Miss Sunshine.  
Rock of ages è ricco di citazioni, sia colte che popolari, e presenta alcune scene eccellenti a livello di scrittura, fotografia e coreografia.
La trama d'altro canto è abbastanza piatta, e vive più degli exploit dei personaggi secondari che della storia dei protagonisti, che riprende senza variazioni significative la classica storia del percorso di maturazione della ragazza di provincia sbalzata nella grande città. La storia d'amore, banale e scontata, serve però come meccanismo di innesco per una serie di trame collaterali e di scene che costituiscono la vera forza del film.

Tanto quanto i personaggi principali sono piatti, tanto quelli secondari sono sfaccettati e ben costruiti, sorretti da prove d'attore di livello tra cui spiccano quella di Alec Baldwin, splendido nel ruolo del burbero gentile, e di Paul Giamatti, perfettamente a suo agio nella parte del manager viscido e truffaldino.
Un discorso a parte lo merita Tom Cruise, che riesce a fondere tutte le idiosincrasie dei grandi del rock nel suo Stacee Jaxx, dando vita a un divo maledetto impossibile da dimenticare per impatto, divertimento e credibilità.
La colonna sonora, rigorosamente rock, è un paradiso per gli amanti del genere, che verranno trasportati, in modo più o meno fedele, tra molti dei grandi classici degli anni '70 e '80.  

Rock of Ages è una sorta di versione rock di Mamma mia, un film spensierato che vuole divertire e ci riesce alla perfezione, aggiungendo anche qualche piccola perla che mancava nel musical ispirato alle musiche degli ABBA. La commistione tra classici del rock e cinema vince e convince, regalando due ore di puro divertimento ispirate ai testi e alle atmosfere di un genere che ha segnato la storia della musica.  

***1/2  

Pier

lunedì 11 giugno 2012

Il 3D, o dell'inutilità crassa


Era da tempo che volevo scrivere questo post, ma non trovavo mai il tempo o la voglia per farlo.

Poi questa meravigliosa strip di Zerocalcare (se non sapete chi è informatevi, non sapete che cosa vi perdete) mi ha fatto capire che non sono solo in questa battaglia.

E allora lo dico: il 3D è una tecnologia nata già morta. Dico nata già morta perchè esisteva già negli anni '70, e se non ha funzionato allora non vedo perchè debba funzionare adesso. Ci sono numerosi argomenti a sostengo dell'inutilità crassa del 3D, ma qui mi limiterò a elencarne cinque:

1) Il 90% dei film in 3D non è in 3D. I film realizzati in real 3D (ovvero girati con questa tecnica) si contano sulle dita di una mano. Gli altri sono tutti fintamente tridimensionali, con il 3D applicato in post-produzione. A farlo così son capaci tutti, e soprattutto la tecnica perde completamente di significato.

2) Persino le case di produzione non credono nel 3D. Se i dirigenti delle major hollywoodiane potessero parlare liberamente e con la certezza di rimanere anonimi, vi rivelerebbero che il vero motivo per cui hanno rilanciato 'sta baracconata di tecnologia è constringere le sale a convertirsi al digitale. Più sale che proiettano in digitale significa meno costi di duplicazione, assicurazione e trasporto delle pellicole: con il digitale il file viene mandato direttamente via satellite. Dato peròche i contadini degli stati centroamericani sono testardi come Dinamite Bla quando si tratta di cambiare qualcosa, le major hanno dovuto trovare un modo per constringerli. E quale tecnica migliore che distribuire tutti i titoli più attesi solo in 3D? Senza contare poi la maggiorazione del prezzo, del tutto ingiustificata dal costo di quello che nel 90% dei casi è solo un effetto applicato in post-produzione (vedi punto 1).

3) Un film in 3D costa troppo. Vedere un film in 3D costa almeno 10 euro, come già detto del tutto ingiustificati. Se a questo si aggiungono il fastidio degli occhiali e il fatto che lo schermo sia scuro come l'elmo di Darth Vader si capisce come mai la gente preferisca fare altro. E in Italia ci va pure bene, un film in 3D a Londra può costare anche 18 sterline.

4) Il 3D è obsoleto. Alzi la mano chi preferisce un film in 3D a un film girato in IMAX. Difatti Nolan, che è sveglio e ne capisce, il prossimo Batman l'ha girato in IMAX, al grido di "io odio gli occhialetti".

5) Il 3D non è una rivoluzione. Il 3D non è riuscito a diventare per il cinema del XXI secolo quello che il sonoro prima e il colore poi sono stati per il cinema per XX.
Salvo rare eccezioni (lo Scorsese di Hugo e il Cameron di Avatar), il 3D non è mai stato sfruttato a fondo nelle sue potenzialità espressive, che rimangono pressochè inesplorate e sembrano destinate a rimanerlo.

PS: Stendiamo un velo pietoso sui film non americani in 3D, e in particolar modo su quelli italiani. Ora pare che Godard voglia cimentarsi con questa tecnica: ecco, se c'è qualcuno che può darle un senso, questo è sicuramente il maestro francese.

domenica 27 maggio 2012

Dark Shadows

Qual sapore (non abbastanza) retrò



Maine, Diciottesimo secolo. Barnabas Collins, ricco rampollo del magnate cittadino, è conteso tra mille donne. Commette però l'errore di sedurre la sua domestica, che si rivelerà essere una strega. Tradita dal giovane, la donna si vendica facendo morire la sua amata e condanna Barnabas alla dannazione eterna, trasformandolo in un vampiro e rinchiudendolo in una bara sottoterra. Nel 1972 degli scavi riportano alla luce la bara di Barnabas, che si libera e si reca quindi al castello di famiglia, dove farà conoscenza con i suoi bizzarri discendenti.

La prima metà del nuovo film di Burton ci riporta al 1988 e alle atmosfere di Beetlejuice, a quel gusto per il gotico e per il grottesco che avevano lanciato la carriera del regista. Ecco quindi gag geniali e ai limiti dell'assurdo - quella su McDonald's è di alto livello - mischiate ad atmosfere tenebrose ed inquietanti. Le citazioni del passato di Burton però non si fermano qui: Barnabas infatti ci terrorizza e ci fa ridere, creando una miscela irresistibile tra horror vampiresco e commedia brillante, ricorrendo a meccanismi e atmosfere già collaudate con successo ne Il mistero di Sleepy Hollow e in Mars Attacks. Ogni elemento fantastico viene esasperato e portato all'estremo, rendendo spaventoso e ridicolo al tempo stesso, e creando un'atmosfera che avvince lo spettatore.

La seconda metà cala decisamente di tono, un po' per la necessità di portare avanti la trama, che finisce per rubare spazio e tempo ai personaggi, un po' per una generale mancanza di ritmo cui solo qualche scena indovinata e grottesca riesce a sopperire. Dopo metà film Burton sembra perdere il suo spirito scanzonato e dissacrante e finisce per essere intrappolato da una trama che vuole raccontare molto e finisce per contenere troppo, sprecando colpi di scena che avrebbero potuto essere interessanti - quello sulla nipotina di Barnabas su tutti - e che finiscono invece per sembrare buttati a caso all'interno dell'interminabile sequenza di eventi che caratterizza gli ultimi 30 minuti.

La realizzazione è di alto livello, con costumi indovinati e un montaggio e una fotografia formalmente perfetti e che servono con devozione l'immaginazione di Burton. La sceneggiatura come detto zoppica, e sembra fortemente influenzata da un lato da produttori desiderosi di vendere il prodotto, dall'altra dalla volontà di rendere omaggio alla serie tv cui il film è ispirato, che però ovviamente non può essere adeguatamente riassunta nello spazio di una sola pellicola.

Dark Shadows è dunque un film brillante che ci riporta per un attimo alle atmosfere del Burton degli esordi, salvo poi perdere smalto con il passare dei minuti e farci nascere un pensiero un po' da vecchi brontoloni: forse di Beetlejuice non ne fanno proprio più.


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Pier

giovedì 17 maggio 2012

Hunger Games

Un film in attesa

In un futuro imprecisato, la Capitale controlla con pugno di ferro dodici distretti. Molti anni prima i distretti osarono ribellarsi, e la rivolta fu soppressa nel sangue. Da allora ogni distretto deve offire come tributo due adolescenti, un ragazzo e una ragazza, che partecipino agli Hunger Games, una competizione trasmessa in diretta TV dalla quale sono uno dei partecipanti potrà uscire vivo. Katniss, un'abile arciere del distretto 12, si offre volontaria per il tributo quando a essere sorteggiata è sua sorella più piccola. Insieme a lei viene scelto Peeta, insieme al quale intraprenderà il viaggio verso la Capitale per prepararsi alla missione che la attende: sopravvivere.

Tratto dal primo libro dell'omonima trilogia di Suzanne Collins, Hunger Games è un film che sembra prigioniero di se stesso. La trama non è particolarmente originale, in quanto pesca a piene mani sia dalla letteratura (Il signore delle mosche, Battle Royale) che dal cinema. Nonostante ciò, fino all'inizio dei giochi il film è interessante e accattivante, grazie alla caratterizzazione dei personaggi e soprattutto all'attenzione dedicata alle ambientazioni e alla ricostruzione del futuro immaginato dall'autrice. Lo svolgersi dei giochi, invece, riesce a mantenere la tensione solo per poco tempo, per poi scivolare in un lento gioco al massacro prevedibile nei tempi e poco emozionante nei modi. Il basso ritmo è una diretta conseguenza della natura del film, capitolo introduttivo di una trilogia dove molto deve ancora succedere, che finisce quindi per rimanere un prologo anche nei momenti in cui dovrebbe farsi azione ed evolversi in sviluppo e conclusione. Lo stesso finale, per quanto emozionante, pare affrettato, come se l'unico scopo del film fosse quello di gettare i semi per l'episodio successivo.

Nonostante i difetti il film è coinvolgente e riesce a rendere al meglio la voracità da voyeur degli spettatori dei giochi, spettatori per cui la violenza diventa uno spettacolo qualunque e i tributi nient'altro che personaggi da sostenere, in un'estremizzazione forse non troppo lontana dei meccanismi dei reality shows. Un'altra forza del film sono i personaggi, ben caratterizzati, che donano alla trama quei lampi di vitalità che riescono a sostenerla fino alla fine. Jennifer Lawrence dà vita a un'ottima Katniss, e conferma di essere un'attrice molto interessante. Josh Hutcherson, pur somigliando in modo inquietante a Nicolas Vaporidis, dona a Peeta quell'ambiguità e quella fragilità necessarie a farne un personaggio di spessore. Intorno a loro gravitano alcuni grandi attori, da Stanley Tucci a Donald Sutherland, passando per un Lenny Kravitz quasi irriconoscibile ma comunque convincente nel ruolo del truccatore di Katniss.

Hunger Games è un film che parte bene ma stenta poi a decollare, gravato dal peso di dover fare da cappello introduttivo per i capitoli successivi, finendo quindi per non arrivare a toccare quelle corde emotive e intellettive che aveva la potenzialità di far vibrare.

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Pier

martedì 1 maggio 2012

The Avengers

Le alte vette dell'intrattenimento



Loki, dio norreno dell'inganno e fratellastro di Thor, non è morto. Salvatosi per miracolo, si è alleato con delle misteriose entità aliene con un solo scopo: impadronirsi della Terra e vendicarsi. Di fronte all'entità del nuovo pericolo Nick Fury, direttore dello SHIELD, decide di affidarsi agli Avengers, un gruppo che riunisce alcuni dei più potenti supereroi della Terra, che non sembrano però disposti a collaborare pacificamente tra loro.

Dopo tanti film sui supereroi, sembra quasi impossibile che una trama del genere possa dare vita a un buon film. Troppi i clichè, troppe le sensazioni di "già visto", troppi i rischi di realizzare un baraccone di luci e suoni ma senza una storia in grado di far presa sullo spettatore. Joss Whedon, già ideatore di Buffy e di quel piccolo capolavoro che è il Dr. Horrible's Sing-Along Blog, riesce nell'impresa di realizzare un film che sorprende per freschezza e vitalità, puntando su quegli elementi che hanno storicamente fatto la fortuna dei fumetti Marvel: personaggi e humor.

In The Avengers si ride, e si ride pure tanto. Le scene comiche abbondano, e si incastrano alla perfezione tra e persino all'interno delle scene d'azione. La novità è che non è solo Iron Man a strappare risate: tutti i personaggi hanno i loro momenti comici, compresi i membri del cast di supporto, a cominciare dal fedele assistente di Nick Fury, vero e proprio mattatore della prima metà del film. Sono quindi i dialoghi, e non gli effetti speciali, il vero punto forte del film. La sceneggiatura è ottima, magari non eccezionale in termini di trama, ma certamente efficace e coinvolgente nelle situazioni e negli scambi tra i vari supereroi, con alcuni momenti che diventeranno certamente dei cult del genere.
I personaggi non sono monodimensionali, ma sfaccettati, ognuno con le sue paure, le sue fissazioni e le sue priorità. Rober Downey Jr. guida un cast di tutto rispetto, all'interno del quale brillano Jeremy Renner-Occhio di falco e Mark Ruffalo-Bruce Banner. Quest'ultimo in particolare offre la migliore rappresentazione di Hulk vista finora sullo schermo, un giusto mix tra l'ironia che pervade il film e la sofferenza interiore ritratta da Edward Norton nel film precedente.

The Avengers conquista per la sua freschezza e spontaneità e per la sua abilità nel combinare efficacemente comicità e scene d'azione, creando un mix tremendamente efficace che regala allo spettatore due ore e mezza di puro, sano, e spesso dimenticato, divertimento. Da vedere, per fan del fumetto e non.

****

Pier

101 frasi - #7

"Siamo in missione per conto di Dio"


Film: The Blues Brothers
Frase originale: "We are on a mission from God".
Attore/attrice: Dan Aykroyd

Livello di memorabilità: ****

Perchè è memorabile: perchè è particolarmente epica e dona dignità anche all'attività più insignificante.

venerdì 20 aprile 2012

Quasi amici

Affetto senza pietismo



Philippe è un ricco tetraplegico, rimasto solo dopo la morte dell'amata moglie. Ha bisogno di assistenza anche per i movimenti più elementari, e così è costretto a cercare un infermiere a tempo pieno. Tra i candidati si presenta Dris, un giovane di colore delle banlieues appena uscito di prigione che non ha la minima intenzione di accettare il lavoro, ma vuole solo una firma per ottenere il sussidio di disoccupazione. Philippe, colpito dalla disarmante spontaneità e sincerità del ragazzo, decide di assumerlo in prova. Ne nascerà un rapporto strano che finirà però per arricchire entrambi.

La sceneggiatura di Quasi amici non rispetta nessuno dei canoni tradizionali: non c'è un vero proprio sviluppo, il punto di rottura è breve e monolaterale, è praticamente impossibile individuare gli atti in cui dovrebbe essere suddivisa la trama. Eppure la storia ti entra dentro fin da subito, e non ti abbandona mai, nemmeno per un momento, senza soffrire di cali di tensione o di ritmo. Questo conferma che non esiste una formula prefabbricata per fare un buon film, ma che servono solo buone idee, buoni artisti e buoni attori, pronti a mettersi in gioco in una storia non convenzionale per tema e scrittura.

Quasi amici è un film mai banale, che tratta un tema delicato come l'handicap in maniera delicata, mai pietistica, senza cercare la lacrima facile ma anzi spingendo sul lato comico della vicenda per far risaltare quello drammatico, in un mix sapiente di risate e momenti toccanti. Al centro della vicenda c'è un rapporto umano vero, autentico, a metà tra l'amicizia e la solidarietà, in cui due solitudini si incontrano e, a dispetto dell'apparente distanza, scoprono di essere simili, e imparano a capirsi a vicenda.
I due attori brillano per naturalezza e sponteneità, in una gara di bravura che viene vinta per poco da François Cluzet per la straordinaria capacità di lavorare solo con il viso e con gli occhi, attraverso cui riesce a comunicare un intero mondo di emozioni.
Eccellente anche la colonna sonora, costruita sulle toccanti musiche di Ludovico Einaudi ma comprendente anche pezzi di musica classica e piccole perle della cultura pop.

Quasi amici ci insegna numerose lezioni, ma in particolare dimostra come sia possibile fare un bel film anche senza un cast di star o complessi artifici registici, ma semplicemente raccontando una bella storia nel modo più sincero e onesto possibile. Non perdetelo.

****  

Pier

venerdì 13 aprile 2012

Piccole bugie tra amici

Il Grande Freddo alla francese



Un gruppo di amici di vecchia data sta per partire per la loro tradizionale vacanza al mare. Qualche giorno prima della partenza, tuttavia, uno di loro ha un grave indidente in moto. Dopo averlo visitato in ospedale, gli altri decidono di partire comunque, portando con loro in vacanza segreti, bugie e antichi rancori, oltre all'ombra del rimorso per l'amico ricoverato.

Piccole bugie tra amici ha il sapore della commedia all'italiana, quella vera, fatta di risate ma anche di malinconia e scene che lasciano l'amaro in bocca. Le avventure degli amici in vacanza hanno un tono allegro e spensierato, ma questa atmosfera è sempre instabile, gravata da una sensazione di tristezza che raramente diviene esplicita, ma aleggia comunque su tutto il film.

La sceneggiatura offre dialoghi divertenti e indovinati, e una galleria di personaggi perfettamente costruiti e complementari l'uno all'altro: ci sono il manager irascibile, l'attore donnaiolo, la "bella del gruppo", la coppia in crisi, più un insieme di ottimi personaggi di contorno. Tutti vanno a comporre il pezzo di un puzzle di sentimento e complicità, incrinata da eventi inaspettati che condizioneranno pesantemente il rapporto tra gli amici. La trama si dilunga un po' troppo, soprattutto nel finale, annacquando così quella spontaneità e quella naturalezza che ne costituivano la forza.
Regia e fotografia sono molto ben curate, e supportano un cast eccellente tra cui spiccano l'irresistibile brontolone François Cluzet e Gilles Lellouche, attore con la passione per le donne, il buon cibo e il buon vino.

Piccole bugie tra amici è un film divertente ed emozionante, che racconta la storia di un gruppo di amici con garbo, ironia e sentimento, in una sorta di rivisitazione francese del Grande Freddo che all'originale ha da invidiare solo il ritmo e, in parte, la colonna sonora.

***1/2

Pier

lunedì 9 aprile 2012

Quei film italiani che capiamo solo noi


Riposto qui un articolo di Beppe Severgnini che, a mio parere, sottolinea alla perfezione uno dei maggiori problemi del nostro cinema. Via

Sono andato a vedere "Posti in piedi in paradiso" di Carlo Verdone, con Pierfrancesco Favino, Marco Giallini, Micaela Ramazzotti. Film divertente, ma preoccupante. Non soltanto perché affronta una questione drammatica e attuale - ex-mariti schiacciati dal peso economico della separazione - ma perché somiglia ad altri divertenti film italiani, da "Genitori & figli" (Giovanni Veronesi) a "Buona giornata" di Carlo Vanzina (se il trailer non m' inganna): scene spassose interpretate da bravi attori.

Non sono un critico: solo uno spettatore. Mi piacciono i fratelli Coen e il nostro Sorrentino, entrambi oggetto di entusiasmanti polemiche coniugali (sono le conseguenze dell' amore). Ma ho un debole per i film divertenti e - va be' , lo confesso - per le commedie romantiche. Mi piacciono quando raccontano una storia, e nascono da un' idea ( Quattro matrimoni e un funerale o Tutti pazzi per Mary ). I film italiani di successo, da L' ultimo bacio (2001) di Gabriele Muccino in poi, sono invece affreschi. Anzi: pasti preparati con un ricettario, che impone una selezione di questi ingredienti:
Una madre di mezza età, tesa e nervosa. Un padre distratto e/o fedifrago, che guida auto lussuose (se no come si coinvolge lo sponsor?). Una o più amanti, con fondoschiena scultorei e scollature carsiche. Uno o più adolescenti problematici. Una ventenne spregiudicata e tatuata. Un ventenne muscoloso e non molto furbo. Una bella ragazza svampita, ma di buon cuore. Un personaggio dalla parlata buffa e/o pieno di tic. Una donna anziana, cinica ma generosa. Un uomo anziano, generoso ma cinico. Un omosessuale gentile. Un settentrionale rude e un meridionale tenero, o viceversa. Un siciliano. Una simpatica canaglia. Altri personaggi con problemi di salute, fisica e mentale.

Tutti, prima o poi, urlano (specialmente al cellulare). Quasi tutti, ogni poche parole, dicono «caz..!» e «vaff..!». Una trama vera non c' è: tutto nasce dell' intreccio delle vicende dei personaggi. All' inizio il pubblico in sala si diverte; poi si preoccupa; quindi si commuove; alla fine, sullo schermo, le cose si aggiustano ( happy ending all' italiana).
È vero: sono film che descrivono questo tempo sbandato (© Ivano Fossati). Ma ho la sensazione che la ripetitività non sia casuale. Forse i produttori chiedono a registi e sceneggiatori di allargare il mercato, offrendo qualcosa a tutti (ragazzi e genitori, ventenni e trentenni, maschi e femmine, destri e sinistri, moralisti e libertini). Hanno probabilmente ragione, perché alcuni di questi film sono campioni d' incassi. Ma forse ci perdiamo qualcosa.

Credo che l' Italia non produca soltanto la commedia umana urbana (spesso romana) che vediamo rappresentata costantemente. Certo: bisogna trovare qualcuno che, certe storie, le scriva. Considerando l' attuale gusto lammatico (languido+drammatico) della narrativa italiana, non sarà facile. Però, poi, non stupiamoci se al nostro cinema accade ciò che è successo alla musica italiana: facciamo cose belle, ma le capiamo solo noi.

mercoledì 7 marzo 2012

A simple life

La forza della semplicità



Ah Tao è una domestica che ha servito per anni con devozione la stessa famiglia. A causa dell'età è costretta a lasciare il lavoro e, per non essere di peso a nessuno, decide di andare a vivere in una casa di riposo. Roger, il membro più giovane della famiglia per cui lavorava Ah Tao, non dimentica però la donna che lo ha cresciuto con l'affetto di una madre, e comincia così a prendersi cura di lei.

A simple life è uno di quei film che entrano nel cuore già dopo pochi minuti grazie alla loro sincerità. Nessun artificio retorico, nessuna "caccia alla lacrima": la storia di Ah Tao e di Roger viene raccontata con occhio disintantato, spesso divertito, senza esitare eccessivamente sui momenti tristi per generare una commozione indotta, ma facendo leva sull'evolversi della trama e del rapporto tra i due per generare compassione, nel senso letterale del termine.
Il pubblico vive infatti la vicenda come se ne facesse parte, sorridendo per le stranezze dei compagni di Ah Tao alla casa di riposo, soffrendo con lei per i crescenti acciacchi, gioendo con lei per le visite di Roger.

La costruzione della trama è magistrale, e riesce a mantenere alta l'attenzione nonostante l'assenza di eventi eccezionali, facendoci scoprire la straordinarietà della vita quotidiana di una persona semplice ma amata da tutti.
Alla perfezione della sceneggiatura si accompagna una grande prova dei due protagonisti: Andy Lau brilla per naturalezza ed è davvero convincente in un ruolo lontano anni luce dalle atmosfere dei gangster movie che lo hanno reso famoso, e Deanie Ip è semplicemente perfetta nella parte, cui riesce a donare un raro equilibrio di grazia, simpatia e commozione.

A simple life è un film che parla di sentimenti senza retorica, colpendo e coinvolgendo lo spettatore solo grazie alla forza emotiva e alla naturale empaticità contenute nella semplice storia di una persona semplice. Da vedere.

****1/2

Pier

domenica 26 febbraio 2012

Oscar 2012: i pronostici - Seconda parte

Si continua!

Miglior attrice non protagonista
Non ho visto tutti i film, ma Jessica Chastain gode di grande stima in questo momento, e The Help ha due attrici candidate. La mia preferenza, tuttavia, va a Berenice Bejo, bravissima e dolcissima attrice in The Artist.
Pronostico:
Jessica Chastain
Scelta personale: Berenice Bejo

Miglior attore non protagonista
Il favorito è ovviamente Christopher Plummer, ma diciamocelo: ogni singolo attore di questa lista se lo meriterebbe. La mia scelta "affettiva" è Jonah Hill, attore troppo a lungo sottovalutato e uno dei pochi eredi di John Belushi, ma anche la vittoria di Max von Sydow non mi dispiacerebbe.
Pronostico:
Christopher Plummer
Scelta personale: Jonah Hill

Miglior attrice protagonista
Qui il pronostico e la scelta obbligata rispondono a un solo nome: Meryl Streep. Michelle Williams, se esiste giustizia a questo mondo, non può e non deve vincere nulla, nemmeno alla tombola aziendale. Rooney Mara è brava ma è alla prima nomination, Viola Davis eccezionale ma nessuno sembra potere nulla contro Meryl e la sua interpretazione della Thatcher. Nessuno tranne Glenn Close, che è la mia scelta personale.
Pronostico:
Meryl Streep
Scelta personale: Glenn Close

Miglior attore protagonista
Il favorito (sembra) essere Clooney, ma Dujardin dovrebbe spuntarla. E, nonostante il mio grande amore per Gary Oldman ne La Talpa, è anche la mia scelta personale. Brad Pitt è la "matta" del mazzo, il cavallo di rincorsa che potrebbe spuntarla sul filo di lana.
Pronostico: Jean Dujardin
Scelta personale: Jean Dujardin

Miglior regia
Un solo nome: Martin Scorsese. Hugo Cabret è un inno al cinema da un maestro del cinema, che deve essere premiato. Anche Malick meriterebbe, ma Scorsese per me lo supera.
Pronostico: Martin Scorsese
Scelta personale: Martin Scorsese

Miglior film
Anche qui, un solo titolo possibile: The Artist. Il cinema deve stupire, incantare, divertire, emozionare, commuovere: The Artist fa tutto questo, e lo fa senza usare nemmeno una parola. Anche qui, non mi dispiacerebbe una vittoria di Malick. Ma The Artist è un gradino sopra.
Pronostico: The Artist
Scelta personale: The Artist