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lunedì 8 giugno 2026

Il Diavolo Veste Prada 2

Poco Diavolo, molto Prada


Sono passati vent'anni da quando Andrea Sachs lavorava per la rivista di moda Runway, assistente personale della velenosa ma brillante Miranda Priestly, L'editoria cartacea è in crisi, e Miranda non riesce a stare a passo con i tempi. Per risollevare la rivista da uno scandalo, gli editori assumono proprio Andrea, che ritorna così faccia a faccia con il Diavolo che l'aveva tormentata in gioventù.

C'era enorme attesa per il seguito de Il diavolo veste Prada, un film che nel corso del tempo si è guadagnato lo status di cult, soprattutto grazie all'interpretazione di Meryl Streep, splendidamente sadica nel ruolo di Miranda Priestley. Certo, c'erano anche l'ambientazione: il mondo della moda, con il suo glamour, le sue nevrosi e le sue idiosincrasie; New York e Parigi sullo sfondo; e una storia d'amore che, per quanto non originalissima, dava comunque pepe alla vicenda. L'ingrediente decisivo era però Miranda Priestley, una villain impossibile da non amare, costruita per rubare la scena a ogni battuta grazie sia alla splendida prova di Streep, sia a una sceneggiatura che non aveva paura - e, anzi, sembrava divertirsi - di abbracciarne il lato più caustico e velenoso.

In questo sequel, firmato dallo stesso David Frankel, questo ingrediente è del tutto scomparso. Miranda sembra una tigre con denti e unghie spuntate, un fantasma della sua passata iconicità. Rimane arrogante, superiore e indisponente, ma non morde, non graffia, non terrorizza. Manca il Diavolo, e quindi resta solo Prada: il mondo della moda è vivisezionato con intelligenza, a partire dalla crisi dell'editoria e della carta stampata, raccontata con una buona dose di realismo e vero motore della vicenda narrata. 

La crisi del settore è però in contrasto con lo zucchero che permea il resto del film, che cerca di mescolare una cupa analisi sulla mercificazione del giornalismo in una storia sui buoni sentimenti. Le due parti non si amalgamano mai, e la seconda finisce per prevalere sulla prima. Al centro della storia finisce quindi Andrea Sachs, che però è fin dal primo film un personaggio utile per far identificare lo spettatore, ma scialbo nella caratterizzazione e nelle motivazioni, che qui diventano ancora più blande e indefinite. Non si salva nemmeno la Emily di Emily Blunt, il cui arco avrebbe il potenziale di essere la cosa più interessante del film, ma viene buttato alle ortiche in nome di un volemose bene che risulterebbe poco realistico persino in una fiaba. A brillare, seppur saltuariamente causa il suo ruolo secondario, rimane solo Stanley Tucci, il cui Nigel si prende finalmente le luci della ribalta, regalandoci i momenti più convincenti del film.

Resta il dubbio su perché si sia deciso di depotenziare così tanto il più grande punto di forza del primo film. Una risposta facile potrebbe essere "sono cambiati i tempi", e "oggi il politically correct non consente più certe eccessi": in parte potrebbe essere vero, e il film prova anche a scherzarci su, con la nuova assistente di Miranda costretta a ricordarle le nuove norme di comportamento. Tuttavia, l'impressione è che la vera risposta sia molto più banale, e risieda nella mancanza di idee e coraggio. In un'epoca in cui i prepotenti trionfano, Miranda non dovrebbe essere depotenziata, ma trionfante. Il film avrebbe potuto regalarci una Miranda ancora più senza freni, unica in grado di tenere in vita una rivista in un settore morente, ma in cambio di una leadership ancora più velenosa. Un vero e proprio patto con il diavolo, la cui messa in scena avrebbe però richiesto molto coraggio, trasformando Miranda in una vera e propria villain anziché lasciarle l'ambiguità morale che aveva caratterizzato il primo film. Tra questa scelta, difficile da prendere, e quanto portato in scena, con una Miranda "addomesticata", c'erano però delle vie di mezzo percorribili, che invece il team creativo ha deciso di ignorare.

Questa piattezza si è trasferita anche al comparto visivo, come notato da molti già dalle prime proiezioni. Laddove il primo film aveva colori brillanti, che esaltavano gli abiti e gli ambienti luccicanti del settore , questo seguito ha un'estetica piatta e buia, più preoccupata dall'eliminare i difetti che dal creare immagini memorabili e vive. Un peccato mortale per un film sulla moda, tanto più considerando l'elevato minutaggio girato in location anziché in studio.

Il diavolo veste Prada 2 è un film patinato e inoffensivo, che, soprattutto sul finale, scivola nel melenso. Ha qualche momento dell'antica brillantezza e un'interessante analisi settoriale, ma è inesorabilmente piatto e anonimo, destinato a essere dimenticato non appena usciti dalla sala. Per usare una metafora, è un piatto di lusso che ha paura di esserlo e cerca di presentarsi come comfort food, finendo per non essere né l'uno né l'altro.

** 1/2

Pier

sabato 1 marzo 2025

Conclave

Non c'è nulla di sacro


Il papa è morto, e i cardinali si riuniscono a Roma per eleggere il suo successore. A guidare il conclave il Decano britannico Thomas Lawrence.

Che il conclave - la riunione in cui i cardinali scelgono il nuovo papa - non fosse esattamente la sala dell'amore fraterno è cosa nota a chiunque segua gli affari vaticani. Che fosse materiale per un thriller, però, richiedeva una visione creativa e una grande abilità di gestire la tensione all'interno di quella che, di fatto, è la classica "camera chiusa" dei gialli (conclave deriva da "cum clave", che significa proprio "chiuso a chiave"). 

Robert Harris prima, con il suo romanzo, ed Edward Berger poi, con il suo adattamento, dimostrano che gli intrighi vaticani per l'elezione sono materiale degno di una spy story o di un thriller politico, con tanto di segreti rivelati, spie, informatori, e colpi di scena. La tensione è palpabile fin dal primo minuto, e non ci abbandona fino ai titoli di coda, riflessa negli occhi di Ralph Fiennes (strepitoso) che sa che tutto può andare a rotoli in qualunque momento. 

Se il pericolo più immediato e concreto è l'elezione di Tedesco, cardinale oscurantista interpretato da un Sergio Castellitto adorabilmente gigione, quello più spaventoso è la fine della fede, in Dio e negli uomini. Negli occhi di Fiennes c'è l'esitazione a farsi carico di un fardello spaventoso (tema già trattato con veggenza da Habemus Papam), ma anche una sfiducia generale su un'istituzione e sugli uomini che ne fanno parte: uomini spesso meschini, che mettono il desiderio di potere davanti al bene comune. 

La tensione non è data solo dai continui colpi di scena, ma dal progressivo disvelamento di una speranza di redenzione, sia individuale che collettiva: una speranza forse imperfetta, come l'umanità stessa, ma quantomeno capace di guardare fuori dalle stanze del potere, a un mondo flagellato da povertà e sofferenza, e in cerca di qualcosa in cui credere.

Berger realizza un film perfetto a livello di confezione - sia narrativa che visiva, alcune inquadrature sono dei quadri per perfezione della composizione. Paradossalmente, proprio in questa ricerca della perfezione formale sta anche il suo unico peccato mortale. Conclave è a volte troppo inquadrato, preso dalla sua struttura più che dalle sue vicende. Manca, in sintesi, di cuore e di coraggio nell'affrontare l'ambiguità: se al primo sopperisce un cast eccellente, che riesce a rendere tridimensionali dei personaggi altrimenti fin troppo "definiti", il secondo è il vero punto dolente. 

La narrazione restituisce una visione manichea che a tratti "imbocca" un po' troppo gli spettatori, dicendo loro cosa devono pensare, chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Ma è proprio nei rari istanti in cui abbraccia l'ambiguità che Conclave si eleva e offre i suoi spunti migliori, facendo rimpiangere ancora di più la decisione di rifuggirla per la quasi totale durata di un film che risulta comunque efficace e capace di intrattenere.

*** 1/2

Pier

mercoledì 6 maggio 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 54

Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi suggerisce film da vedere in quarantena.



Il genere di oggi sono i film sulle competizioni assurde/estreme.

I film segnalati sono:

1) Hunger Games (disponibile su Infinity). Un film che soffre un po' il fatto di dover gettare le basi della trilogia, ma comunque coinvolgente e capace di rendere al meglio la voracità da voyeur degli spettatori dei giochi, per cui la violenza diventa uno spettacolo qualunque e i tributi nient'altro che personaggi da sostenere.Qui la recensione completa.

2) Tutti gli uomini del deficiente (disponibile su Infinity). Un cult del comico demenziale, capace di diventare anche metafora della lotta di classe. La telecronaca della Gialappas vale il prezzo del biglietto e, nonostante la struttura quasi a sketch, il film intrattiene efficacemente per tutta la sua durata.

3) Jumanji (disponibile su Sky). Un grande classico per ragazzi, un'avventura accattivante in un mondo parallelo, dove "giocare" diventa un pericolo e ogni mossa riserva sorprese.

A domani per la cinquantacinquesima puntata!

Pier


domenica 21 febbraio 2016

Il caso Spotlight

Il Tutti gli Uomini del Presidente del nuovo millennio


Il team Spotlight è la squadra investigativa del Boston Globe. Nonostante una serie di reportage di successo, è ora costretto a occuparsi di indagini di poco conto. Nel 2001, tuttavia, il giornale sta perdendo lettori, e il nuovo direttore, Marty Baron, è deciso a invertire la rotta, e decide di dare carta bianca al team Spotlight, libero di investigare anche argomenti scottanti. Il primo che capita loro per le mani è quello di un sacerdote che ha abusato di numerosi giovani nella sua parrocchia, senza però essere mai denunciato. Indagando, i membri del team faranno scoperte sempre più inquietanti, sconvolgendo l'ipercattolica Boston e portando alla luce il più grande scandalo di pedofilia nella Chiesa della storia.

Cosa succede quando fede e dovere professionale si scontrano? Questo il dilemma che devono affrontare molti dei protagonisti in Spotlight (titolo originale). Cattolici nella cattolica Boston, vedono via via le loro certezze religiose sgretolarsi, senza però che venga meno il loro desiderio di scoprire la verità, di rivelare le nefandezze perpetrate nei confronti di migliaia di bambini. Le coscienze dei membri del team sono travagliate, nessuno di loro è senza macchia in una lotta che sarebbe dovuta iniziare anni prima, ma che - in minor parte - anche per loro negligenza è rimasta per lungo tempo nell'ombra. Man mano che procedono, le indagini divengono sempre più personali, coinvolgenti, quasi intime, coinvolgendo le vite private dei giornalisti e mettendo in discussione il loro modo di vedere il mondo.

E' dal 1976 che ogni film sul giornalismo deve confrontarsi con Tutti gli uomini del presidente. Ebbene, si può dire che Spotlight si candida ad essere per il nuovo millennio ciò che il film di Alan J. Pakula è stato per gli anni Ottanta e Novanta. Tom McCarthy orchestra alla perfezione tutte le componenti del film, costruendo come sempre una sceneggiatura perfetta per struttura e contenuti e accompagnandola con una fotografia classica ma funzionale alla narrazione delle emozioni dei personaggi, principali e non. Il cast offre una prova corale formidabile, con Mark Ruffalo che si distingue per naturalezza e forza interpretativa.

Spotlight è un film che fa riflettere non solo grazie al mero racconto dei fatti, ma anche e soprattutto attraverso le emozioni e reazioni dei suoi personaggi, il cui coinvolgimento emotivo, fatto di rimorsi, crisi di coscienza e compassione, si riflette nello spettatore, rendendo impossibile rimanere indifferenti. McCarthy riesce nel suo obiettivo di realizzare un film che non è pura cronaca, ma anche una sveglia per la coscienza dello spettatore, troppo spesso abituato a guardare questi scandali con l'occhio del cronista, da lontano, senza percepirne il reale orrore. Spotlight, invec,e ci porta dentro lo scandalo e le sue mille ramificazioni e, pur senza per nulla indulgere nella morbosità, ce ne fa percepire fino in fondo le pesanti implicazioni per la vita delle vittime e per il tessuto sociale della città.
Un film da non perdere, uno dei meno strombazzati tra quelli candidati all'Oscar, ma sicuramente uno dei migliori.

**** 1/2

Pier

giovedì 3 settembre 2015

Telegrammi da Venezia 2015 - #1

Anche quest'anno, Filmora è a Venezia, e vi offrirà le recensioni brevi di tutti i film visti. Come ormai da un paio di anni, Filmora collabora con NonSoloCinema, per cui scrive recensioni estese, che verranno linkate in questi post.

Primi giorni all'insegna dei film di denuncia, con due pellicole eccellenti che spiccano tra le altre.



Beasts of No Nation (Concorso), voto 8.5. Un pugno allo stomaco: non c'è altro modo per definire il film di Cary Fukunaga, conosciuto al grande pubblico per la regia della prima stagione di True Detective. Il suo racconto della storia di un bambino soldato in Africa Occidentale colpisce per durezza, incisività e lucida consapevolezza di una realtà insopportabile e troppo spesso ignorata. Girato divinamente e scritto in modo asciutto e scevro di retorica, è destinato a entrare nella storia del cinema di guerra, nonostante la lunghezza leggermente eccessiva. Ottima prova di Idris Elba. Prodotto da Netflix, il film uscirà online e non in sala: una ragione in più per non perderselo.

Spotlight (Fuori Concorso), voto 9. Se Beast of No Nation colpisce dritto allo stomaco, Spotlight va dritto al cuore e al cervello, creando un fremito di indignazione che cresce fino ad esplodere nel finale. Il film racconta come il gruppo Spotlight, il team investigativo del Boston Globe, abbia portato alla luce lo scandalo dei preti pedofili di Boston, in cui la Chiesa aveva coperto gli abusi mettendo tutto a tacere per anni. Grazie a questa serie di servizi, il gruppo Spotlight si è aggiudicato il premio Pulitzer. Un film che scava senza paura in un tema scottante e su cui c'è ancora tanto da dire, in cui i colpevoli sono rimasti impuniti e in cui le vittime hanno subito una violenza non solo fisica, ma anche spirituale, che il film trasmette magistralmente allo spettatore. Scritto e diretto da Tom McCarthy, uno dei migliori autori del panorama indipendente statunitense (suoi, tra gli altri, The Station Agent e The Visitor), si avvale di un cast stellare, in cui spiccano Mark Ruffalo e Michael Keaton.

Neon Bull (Orizzonti), voto 4. Un film con una bella ambientazione, con personaggi grotteschi e reali, in bilico tra Fellini e commedia all'italiana, e una bella fotografia. Perché il 4, chiedete? Perché non sviluppa alcuna linea narrativa, procedendo in modo casuale, senza raccontare una storia, un personaggio, nulla. Peccato, le premesse erano buone.

Francofonia (Concorso), voto 6. Sokurov torna a Venezia, dopo il leone ricevuto per il Faust, e lo fa con un film altamente sperimentale, in cui il documentario si mescola alla finzione, alle fotografie d'epoca, al rapporto tra vero e filmato, storia e Storia, regista e film. Il protagonista è il Louvre, che assurge a simbolo della civiltà francese. Il risultato non convince fino in fondo, in quanto tradisce una mancanza di visione d'insieme che non può essere salvata dallo splendido uso di luci e musiche, soprattutto a causa di alcune scelte davvero stucchevoli (il personaggio della Marianna). Un film imperfetto, che forse per questo potrebbe piacere agli amanti dell'arte, ma poco riuscito dal punto di vista cinematografico.

Looking for Grace (Concorso), voto 7. Il film racconta con un tocco surreale e malinconico la fuga da casa di una ragazzina, e il viaggio affrontato dai genitori e da un detective privato per rintracciarla. Delicato e vero, il film regala uno spaccato di vita vissuta che non può fare a meno di divertire ed emozionare.

Un Monstruo de Mil Cabezas, voto 5. Qui la recensione completa su NonSoloCinema.

Per il primo telegramma è tutto, alla prossima!

Pier

lunedì 2 dicembre 2013

Hunger Games - La ragazza di fuoco

E l'attesa continua...



Dopo essere sopravvissuta agli Hunger Games, Katniss vive in uno stato di continua tensione e inquietudine. I ricordi dell'evento la tormentano e, intorno a lei, la miseria dei distretti cresce. Inoltre fatica a mantenere il suo rapporto con Peeta, di cui in pubblico deve fingere di essere innamorata. Quando comincia il Tour dei Vincitori, Katniss comincia a rendersi conto che la ribellione serpeggia nei distretti, e che lei e Peeta sono visti come il simbolo della ribellione alla Capitale. Per mettere fine a queste voci, il Presidente organizza un'edizione speciale degli Hunger Games, che vedrà i vincitori delle passate edizioni scontrarsi tra loro.

Il primo capitolo di Hunger Games era eccessivamente lento e inconclusivo, ma era risultato efficace sia nel rappresentare il futuro distopico di Panem e le caratteristiche dei personaggi, sia nell'introdurre le tematiche di una trilogia che, giocoforza, si sarebbe sviluppata nei capitolo successivi.
La visione del secondo film lasca quindi l'amaro in bocca, dato che presenta gli stessi difetti, ma amplificati. La storia principale procede lentissima fino al finale che, come nel primo, risulta affrettato e inutilmente accelerato: i fatti più importanti avvengono tutti negli ultimi dieci minuti, senza che lo spettatore sia stato adeguatamente preparato.
Nelle due ore e venti minuti assistiamo a una replica degli Hunger Games inutilmente estesa e mal gestita: la regia migliora notevolmente la qualità delle riprese delle scene d'azione, ma sbaglia completamente la scelta dei momenti focali. Lo spettatore viene quindi sballottato da una morte all'altra senza esserne minimamente toccato emotivamente, a differenza di quanto accadeva nel primo film, e deve invece sorbirsi lunghi dialoghi esistenziali e campeggi notturni che sono un'esatta replica di quelli visti nel primo capitolo.

La prima parte del film risulta quindi la migliore, grazie al viaggio attraverso i vari distretti e agli emozionanti discorsi che i due sopravvissuti dedicano ai tributi scomparsi nell'ultima edizione. Tuttavia, anche qui il regista decide di contrentrarsi su scene che sono l'esatta replica di quelle del primo film, come il momento in cui Katniss sfida l'autorità nella prova di abilità, a scapito di una migliore analisi di molti dettagli importanti, che vengono invece affrontati sbrigativamente (il segno distintivo della ribellione, l'evoluzione del rapporto tra Peeta e Katniss nell'anno trascorso tra primo e secondo capitolo, i rapporti tra i vari Tributi).
A sorreggere il film ci pensano delle scene d'azione oggettivamente spettacolari, notevolmente arricchite e più elaborate rispetto a quelle del primo capitolo. Il loro succedersi incessante sopperisce in parte alla lentezza del film, rendendo veloce e godibile una parte centrale che, altrimenti, rischierebbe di scivolare nella noia.

Lo sviluppo dei personaggi risulta praticamente inesistente, fatta eccezione per quello di Katniss, la cui crescente insicurezza e nevrosi è ben costruita sia dalla sceneggiatura, sia dall'intensa interpretazione di Jennifer Lawrence, assolutamente perfetta per il ruolo. Peeta per larga parte del film è ancora il personaggio del primo capitolo, e non basta un singolo episodio (l'annuncio a sorpresa in tv) per rendere efficaci e credibili la sua crescita interiore e la sua maturazione.


I problemi principali, tuttavia, restano l'adattamento del finale e la resa dell'atmosfera complessiva. Il regista Francis Lawrence decide di essere del tutto fedele al libro e di far terminare il film nello stesso punto in cui finisce il suo corrispettivo cartaceo. Il cinema, tuttavia, ha tempi e ritmi narrativi diverso dalla letteratura, e un regista non può non tenerne conto in un adattamento cinematografico. Il regista avrebbe dovuto introdurre qualche elemento dell'ultimo capitolo già nel finale, al fine di rendere il film più esaustivo e "indipendente" dagli altri capitoli; in alternativa, avrebbe dovuto accelerare sulle parti ripetute, per concentrarsi sugli ingredienti nuovi di questo secondo capitolo. Proprio da questo elemento deriva anche il secondo problema: La ragazza di fuoco non fa pensare, non stimola quella riflessione intellettuale sul significato di libertà e dittatura che è invece centrale nella trilogia.

Hunger Games - La ragazza di fuoco è un buon film d'azione, che risulta però molto carente dal punto di vista narrativo e finisce per appiattire e banalizzare un materiale che potrebbe avere ben altro spessore con una resa più attenta e puntuale. La scelta di concentrarsi sugli elementi di continuità rispetto al primo capitolo (giochi su tutti), anzichè su quelli discontinui, penalizza il film e finisce per farlo sembrare un puro capitolo di passaggio anzichè un'opera  in grado di reggersi sulle sue gambe. Quello che nel primo capitolo poteva essere un peccato veniale diviene nel secondo una pecca imperdonabile, che abbassa il livello della serie e la riduce a puro prodotto di intrattenimento, quando avrebbe tutte le carte in regola per essere qualcosa di più.

** 1/2

Pier

giovedì 17 maggio 2012

Hunger Games

Un film in attesa


In un futuro imprecisato, la Capitale controlla con pugno di ferro dodici distretti. Molti anni prima i distretti osarono ribellarsi, e la rivolta fu soppressa nel sangue. Da allora ogni distretto deve offire come tributo due adolescenti, un ragazzo e una ragazza, che partecipino agli Hunger Games, una competizione trasmessa in diretta TV dalla quale sono uno dei partecipanti potrà uscire vivo. Katniss, un'abile arciere del distretto 12, si offre volontaria per il tributo quando a essere sorteggiata è sua sorella più piccola. Insieme a lei viene scelto Peeta, insieme al quale intraprenderà il viaggio verso la Capitale per prepararsi alla missione che la attende: sopravvivere.

Tratto dal primo libro dell'omonima trilogia di Suzanne Collins, Hunger Games è un film che sembra prigioniero di se stesso. La trama non è particolarmente originale, in quanto pesca a piene mani sia dalla letteratura (Il signore delle mosche, Battle Royale) che dal cinema. Nonostante ciò, fino all'inizio dei giochi il film è interessante e accattivante, grazie alla caratterizzazione dei personaggi e soprattutto all'attenzione dedicata alle ambientazioni e alla ricostruzione del futuro immaginato dall'autrice. Lo svolgersi dei giochi, invece, riesce a mantenere la tensione solo per poco tempo, per poi scivolare in un lento gioco al massacro prevedibile nei tempi e poco emozionante nei modi. Il basso ritmo è una diretta conseguenza della natura del film, capitolo introduttivo di una trilogia dove molto deve ancora succedere, che finisce quindi per rimanere un prologo anche nei momenti in cui dovrebbe farsi azione ed evolversi in sviluppo e conclusione. Lo stesso finale, per quanto emozionante, pare affrettato, come se l'unico scopo del film fosse quello di gettare i semi per l'episodio successivo.

Nonostante i difetti il film è coinvolgente e riesce a rendere al meglio la voracità da voyeur degli spettatori dei giochi, spettatori per cui la violenza diventa uno spettacolo qualunque e i tributi nient'altro che personaggi da sostenere, in un'estremizzazione forse non troppo lontana dei meccanismi dei reality shows. Un'altra forza del film sono i personaggi, ben caratterizzati, che donano alla trama quei lampi di vitalità che riescono a sostenerla fino alla fine. Jennifer Lawrence dà vita a un'ottima Katniss, e conferma di essere un'attrice molto interessante. Josh Hutcherson, pur somigliando in modo inquietante a Nicolas Vaporidis, dona a Peeta quell'ambiguità e quella fragilità necessarie a farne un personaggio di spessore. Intorno a loro gravitano alcuni grandi attori, da Stanley Tucci a Donald Sutherland, passando per un Lenny Kravitz quasi irriconoscibile ma comunque convincente nel ruolo del truccatore di Katniss.

Hunger Games è un film che parte bene ma stenta poi a decollare, gravato dal peso di dover fare da cappello introduttivo per i capitoli successivi, finendo quindi per non arrivare a toccare quelle corde emotive e intellettive che aveva la potenzialità di far vibrare.

***

Pier

mercoledì 17 febbraio 2010

Amabili resti

Poesia e confusione



Peter Jackson, carico di gloria dopo la trilogia del Signore degli Anelli, torna dietro la macchina da presa, e lo fa per dirigere un film molto diverso da quelli cui ci aveva abituato.

Amabili resti affronta un tema comune, la perdita di una persona cara, ribaltando però completamente la prospettiva: a narrare la storia è infatti Susan, la giovane ragazza uccisa, che in una sorta di flusso di autocoscienza ricostruisce i sentimenti provati dopo la morte e la sua permanenza in una sorta di limbo (chiamato, ironia della sorte, Terra di Mezzo) per quei defunti che hanno ancora conti in sospeso.

Il film crea un curioso mix tra fantasy e thriller, facendo oscillare lo spettatore tra il sogno e una tensione forte e palpabile. Le scene di suspence regalano senza dubbio i momenti migliori, anche se sono certamente apprezzabili anche le ricostruzioni della Terra di Mezzo, in particolare l'albero che rappresenta la porta per il paradiso. La fotografia è molto ben curata, e utilizza sapientemente luci e colori per rappresentare gli stati d'animo della protagonista.

Le scene di livello create da Jackson sono però appesantite dall'eccessivo quantità di elementi che il regista ha voluto inserire nel film: alcune scene sono di troppo, e alcuni personaggi (come quello della nonna, pur magnificamente interpretato da Susan Sarandon) assolutamente non necessari.
La ridondanza finisce per rendere il film poco scorrevole in alcuni punti e fa perdere di vista la linearità della trama.

Ad appesantire ulteriormente il tutto contribuiscono gli attori che interpretano i genitori di Susie, il monoespressivo Whalberg e l'insulsa Rachel Weitz, che si permette di rifiutare i kolossal quando dovrebbe ringraziare di trovare ancora qualcuno che la fa lavorare.

Tanto sono scialbi e poco empatici i due adulti, tanto la giovane protagonista è brava e convincente, e offre una prova di grande talento che lascia presagire per lei una lunga e fortunata carriera. Merita una menzione anche la prova di Stanley Tucci, che interpreta l'assassino della ragazza.

Amabili resti ha un ottimo spunto di partenza, che però non riesce a sviluppare al meglio, finendo per perdersi tra mille sottotrame diverse e assolutamente non necessarie. E il finale, che cita un altro celeberrimo film di "fantasmi", è francamente rivedibile, per non dire stucchevole.
Peccato, poteva essere una bella sorpresa.

**1/2

Pier

lunedì 16 novembre 2009

Julie e Julia

Un piatto per pochi palati



Julie, giovane statunitense, vive nel mito di Julia Child, la scrittrice e presentatrice TV che sdoganò la cucina francese presso le casalinghe americane. Il sogno di Julie è di conoscere la sua beniamina, e incomincia a tenere un blog per raccontare le sue avventure tra i fornelli nel tentativo di realizzare le ricette rese celebri dalla Child. Le vicende delle due si incrociano, in un continuo alternarsi tra passato e presente.

Tratto dall'omonimo bestseller, Julie e Julia è un classico film culinario, dove le ricette sono il piatto forte della trama e la cucina è il set privilegiato: emergono anche altri spunti, certo, ma sono tutti secondari rispetto alla storia della Child e agli sforzi di Julie per emularla. I dialoghi sono simpatici e riescono spesso a strappare un sorriso, regia e fotografia sono invece abbastanza scolastiche.

Ottimi gli attori, con una Meryl Streep mattatrice, un grande Stanley Tucci e Amy Adams che si conferma come una delle giovani più interessanti del panorama hollywoodiano, anche se in una parte non certo complessa.
La nota più stonata è costituita dal doppiaggio, con Meryl Streep-Julia che sembra perennemente ubriaca.

Julie e Julia è un film da vedere solo per gli amanti della buona cucina: gli altri possono perderselo senza troppi rimpianti.
Rimane comunque un film grazioso, che passa piacevolmente senza accampare troppe pretese moralistiche o educative.

**1/2

Pier