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lunedì 24 aprile 2023

I Tre Moschettieri - D'Artagnan

Stoccate che vanno a segno


D'Artagnan, giovane Guascone, vuole diventare un moschettiere del re Luigi XIII, e per questo si reca a Parigi, deciso a mettersi al servizio del capitano de Tréville. Durante il viaggio assiste a un rapimento, e al suo arrivo nella capitale litiga con ben tre moschettieri del re, che lo sfidano a duello. Questi eventi saranno solo l'inizio di una serie di rocambolesche avventure che lo porteranno a confrontarsi con intrighi di palazzo, guerre di religione, e relazioni sentimentali pericolose.

I tre moschettieri è uno dei romanzi d'avventura più celebri, ed è quindi stato oggetto di innumerevoli tentativi di adattamento, quasi tutti a opera di Hollywood (l'ultimo adattamento francese risaliva al 1953). La storia si presta facilmente alla trasposizione filmica grazie a personaggi ben caratterizzati e al tourbillon di avventure, rivelazioni, e amori proibiti. 

La scrittura di Dumas è, in sintesi, incredibilmente adatta al gusto dell'entertainment contemporaneo. Ciononostante, i precedenti adattamenti più recenti avevano fallito miseramente il tentativo di rendere appieno la gioiosa palpitazione trasmessa dalle pagine, oscillando tra due estremi opposti: da una parte la spettacolarizzazione a tutti i costi, che finiva per svilire le caratterizzazioni dei personaggi e sacrificare gli elaborati intrighi concepiti da Dumas sull'altare della semplificazione; dall'altra una scarsa attenzione alle scene di combattimento, realizzate con standard vecchi e stantii che sfiguravano di fronte all'evoluzione del genere di anni recenti.

I Tre Moschettieri - D'Artagnan supera d'un balzo tutti questi difetti, presentando scene d'azione spettacolari e personaggi memorabili e caratterizzati con grande fedeltà. I pochi cambiamenti presenti vengono incontro al gusto contemporaneo, ma sono sorprendentemente coerenti sia con lo spirito del romanzo originale, sia con la personalità dei personaggi che vanno a toccare. I combattimenti e gli inseguimenti sono girati con grande fluidità, utilizzando virtuosi piani sequenza che immergono lo spettatore nel duello, facendogli percepire il pericolo, le stoccate, il fango e il sangue. Il regista Martin Bourboulon dimostra di aver imparato la lezione dei migliori action movie degli ultimi anni, e gira l'azione con una chiarezza e una nitidezza che aumentano lo spettacolo. Anche l'attenzione alle scenografie è eccellente, e si sposa alla perfezione con una fotografia crepuscolare (numerose le scene notturne o a lume di candela) che però non sacrifica mai la nitidezza dell'immagine. 

Azzeccatissimo anche il cast, dai volti noti come Garrel, Cassel (un Athos da antologia il suo, dolente e fiero come dovrebbe essere) e Eva Green (difficile immaginare una Milady migliore) ai meno conosciuti Francois Civil (un d'Artagnan semplicemente perfetto, guascone al punto giusto), Romain Duris (un Aramis donnaiolo e intrigante come Dio comanda) e Pio Marmaï (un Porthos meno imponente che in altri adattamenti, ma viveur e scoppiante di energia come nelle descrizioni di Dumas). Si distinguono, e non è poco, considerando alcune esperienze precedenti, anche le due protagoniste femminili: una Vicky Krieps sempre perfetta nei film in costume (la ricorderete ne Il filo nascosto) che dona grande spessore alla sua regina Anna, e una Lyna Khoudri che riesce a dare personalità e vitalità all'altrimenti piatto personaggio di Constance. 

Qualcuno potrebbe lamentare la natura di "puro intrattenimento" del film, e non avrebbe torto: non ci sono certo grandi tematiche o riflessioni filosofiche, se non molto in superficie. Tuttavia, sarebbe un rimprovero ingiusto, perché tale è la natura del romanzo di partenza, un feilluetton in piena regola, che fa dell'avventura e dell'intrattenimento la sua cifra. I Tre Moschettieri - D'Artagnan ha, dunque, un solo difetto, quello di finire un po' troppo in medias res (ma non è il primo adattamento di Dumas a farlo): una scelta comprensibile vista la mole di materiale, ma che potrebbe lasciare spiazzato chi non conoscesse già la vicenda narrata. 

La qualità del primo capitolo, tuttavia, dovrebbe far sì che rimanga l'acquolina in bocca per vedere il secondo, previsto per il Natale di quest'anno. Rimane una scommessa rischiosa da parte della produzione: ma, come ci insegnano i moschettieri, che cos'è la vita senza un po' di rischio? Auspichiamo che paghi i dividendi sperati, e porti all'adattamento anche di Vent'anni dopo e, soprattutto, de Il Visconte di Bragelonne, forse il più bel capitolo della saga e quello fin qui più bistrattato dalla settima arte.

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Pier

venerdì 12 marzo 2021

Tesori Nascosti - #8

Torna "Tesori nascosti", la rubrica che segnala film meritevoli di recupero passati inosservati o quasi in Italia.

Ogni film è corredato di voto, informazioni su dove reperire il film, e di un breve commento o un link alla nostra recensione.


1. 40 year old version, voto 8
Generecommedia drammatica
Anno: 2020
RegistaRadha Blank
DVD: no
Streaming: Netflix
Commento: Radha è una drammaturga newyorkese. Dopo qualche successo in gioventù, ha ormai raggiunto i quarant'anni senza raggiungere la stabilità economica e di carriera che si aspettava, e deve barcamenarsi tra la sua integrità artistica e la necessità di sbarcare il lunario. Decisa a rilanciarsi, decide di intraprendere una carriera da rapper. Un po' Spike Lee degli esordi, un po' Woody Allen per la capacità di rendere la città co-protagonista del film, il film di Radha Black si distingue da entrambi per l'originalità dello sguardo e la capacità di integrare temi complesso come lutto, crisi di mezza età, significato dell'arte e questione razziale in un film sfaccettato ma coeso, che funziona in ogni suo registro. 

2. La rivincita delle sfigate, voto 8.5.
Generecommedia
Anno: 2019
RegistaOlivia Wilde
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: Prime Video, NowTV, Sky
Commento: Non fatevi spaventare dal solito ignobile titolo italiano (in originale è Booksmart): questo film è un meraviglioso coming of age al femminile, straordinariamente divertente ma allo stesso tempo in grado di raccontare le complessità di un rito di passaggio come il diploma, del peso delle responsabilità e della scoperta della sessualità. Olivia Wilde esordisce alla regia con un film dal forte piglio autoriale, dotato di grande creatività e inventiva nella struttura della narrazione e nella fotografia, con punte di assoluta genialità come la scena in stop-motion.

3. Fratello dove sei?, voto 9.
Genere: commedia
Anno: 2000
Regista: Fratelli Coen
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: Netflix
CommentoUno dei capolavori meno conosciuti dei fratelli Coen, una rivistazione dell'Odissea in salsa country, con tre adorabili carcerati che evadono alla ricerca di un tesoro. A inseguirli, c'è il Fato in persona; a salvarli, forse, una canzone. Cast in stato di grazia, capitanato da Clooney e Turturro, semplicemente irresistibili. Un film imperdibile.

4. Nevia, voto 7.5
Genere: drammatico
Anno: 2019
Regista: Nunzia De Stefano
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: NowTV, Sky
Commento: Nevia è una adolescente che vive nel campo container di Ponticelli, in cerca di riscatto ed evasione: riuscirà a trovarli? Uno splendido esordio, capace di scovare la bellezza nel mezzo dello squallore, raccontando con sguardo dolce e partecipe una bella fiaba contemporanea. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

5. First reformed - La creazione a rischio, voto 7.5.
Genere: drammatico
Anno: 2018
Regista: Paul Schrader
DVDsì, edizione italiana
Streaming: noleggi vari
CommentoFilm difficilmente inquadrabile, questo di Paul Schrader, fotografato con sapienza e narrato in modo irregolare, disordinato, quasi onirico. Schrader segue il difficile percorso, in bilico tra dannazione e redenzione, di un prete che non ha perso la fede in Dio ma quella in se stesso, e i cui demoni sono talmente forti da rendergli quasi impossibile esorcizzare quelli altrui. Il film tocca vette di lirismo e crudo realismo di grande impatto, ma scivola pesantemente in alcuni momenti, soprattutto nella scena finale.

6. Franklyn, voto 7.
Genere: fantasy distopico
Anno: 2008
Regista: Gerald McMorrow
DVDsì, edizione italiana
Streaming: no
Commento: Franklyn è uno strano incrocio tra un film di Iñarritu e un libro di Orwell, con atmosfere alla 1984 e vite comuni che finiscono per incontrarsi a causa di un evento eccezionale. Una combinazione strana, dunque, ma molto gradevole e piacevolmente sorprendente. Qui la recensione completa.

7. Be kind rewind - Gli acchiappafilm, voto 8.5.
Genere: commedia drammatica
Anno: 2008
Regista: Michel Gondry
DVDsì, edizione italiana
Streaming: Mubi, Timvision
Commento: Due amici smagnetizzano per errore tutte le videocassette in vendita nel negozio per cui lavorano. In preda al panico, decidono di ricreare i film andati perduti con delle produzioni casalinghe. Avranno successo? Il film migliore di Michel Gondry dopo Se mi lasci, ti cancello (a proposito di titoli indegni...): una riflessione esilarante e amara sul potere del raccontare storie e del fare cinema, anche con pochi mezzi. I due protagonisti (Jack Black e Mos Def) sono semplicemente perfetti. I film ricreati dal duo valgono da soli la visione.

Pier


martedì 28 aprile 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 46

Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi suggerisce film da vedere in quarantena.


Il genere di oggi sono i film di vampiri.

I film segnalati sono:

1)  Intervista col vampiro (disponibile su Netflix). Un grandissimo classico del genere, uno dei prodotti audiovisivi che hanno segnato l'immaginario collettivo del vampiro, grazie sia alle atmosfere decadenti, splendidamente ritratte da Neil Jordan, sia alle interpretazioni del cast, Tom Cruise in testa.

2)  Solo gli amanti sopravvivono (disponibile su Prime Video). Jim Jarmush realizza uno dei migliori dieci film del decennio appena concluso (qui il nostro elenco), un film lirico, visivamente sontuoso, in cui i vampiri diventano i difensori di un'estetica perduta, soffocata dalla macchina insaziabile del capitalismo. Qui la recensione completa.

3)  Dark shadows (disponibile su Infinity). Una miscela irresistibile tra horror vampiresco e commedia brillante che, pur calando di ritmo nella seconda parte, crea un'atmosfera che avvince e diverte lo spettatore. Qui la recensione completa.

A domani per la quarantaseiesima puntata!

Pier


sabato 18 aprile 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 36

Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi suggerisce film da vedere in quarantena.



Il genere di oggi sono i film con protagonisti/e esteticamente accattivanti.

I film segnalati sono:

1) C'era una volta... a Hollywood (disponibile su Chili). Una fiaba moderna intrisa di nostalgia e amore per un mondo che non c'è più, ma soprattutto per gli eroi silenziosi che quel mondo hanno contribuito a costruire, i cavalieri senza macchia e senza paura che rimangono sullo sfondo, mentre altri si prendono le luci della ribalta. Il Cliff Booth di Brad Pitt brilla e domina la scena, ma  - nonostante il limitato minutaggio - brilla anche la Sharon Tate di Margot Robbie, mai così affascinante, perfetta e luminosa incarnazione del sogno hollywoodiano. Qui la recensione completa.

2) Sin City 2 (disponibile su Prime Video). Basterebbe Eva Green, una femme fatale da manuale, vera Dea dotata di una bellezza quasi irreale, ma torna anche Jessica Alba nei panni di Nancy, già ricoperti nel primo capitolo. Accanto a loro, la new entry Gordon-Levitt, adorabile ed eroico spaccone, e il ritorno Mickey Rourke, semplicemente perfetto nei panni del ruvido Marv. Qui la recensione completa.

3) Fuga dal mondo dei sogni (disponibile su Chili). Un po' oscurato dal successo e dalla genialità di Chi ha incastrato Roger Rabbit?, Fuga dal mondo dei sogni è immeritatamente caduto nel dimenticatoio. Pochi lo ricordano, eppure si tratta di un film estremamente innovativo, diretto da uno dei pionieri dell'animazione "non disneyana", Ralph Bakshi, che realizza uun thriller che non ha nulla da invidiare ai grandi classici del noir pur non rinunciando a una comicità in grado di piacere ai ragazzi.

A domani per la trentasettesima puntata!

Pier


mercoledì 17 aprile 2019

Dumbo - Lo sconsiglio: puntata 18

Il cimitero degli elefanti

Raramente capita di vedere un film ad alto budget realizzato con la sciatteria con cui è stato realizzato Dumbo. La mancanza di convinzione, voglia, energie, e di una qualunque idea creativa è evidente fin dalla prima scena: la sceneggiatura è sciatta e malscritta, con dialoghi stantii e un'evoluzione della trama farraginosa eppur comunque scontata; gli attori svogliati, con un Colin Farrell che nemmeno ci prova, un Danny DeVito che si limita al compitino, un'Eva Green tanto bella quanto annoiata, e i due attori bambini più inespressivi della storia del cinema; le immagini sono piatte, banali, persino quelle in cui sarebbe bastato copiare pedissequamente l'originale, come la sequenza degli elefanti rosa; persino i freaks, uno degli elementi centrali del cinema burtonianonon sono tali, e presentano un character design pigro e mancante di inventiva.

Burton, appunto: Dumbo è probabilmente il punto più basso della sua carriera, che già di recente non era esattamente in formissima: un film talmente inutile da risultare insensato, a meno che non lo si legga come una richiesta di aiuto. Se Dreamland (che non a caso offre alcune delle pochissime sequenze ispirate del film) è chiaramente Disneyland, Dumbo può essere visto come Burton, il freak prigioniero del mondo delle major che lo obbligano a ripetere lo stesso stanco numero tutte le sere, condannandolo a una lenta e deprimente decadenza che strappa il cuore a chi lo ricorda libero e creativo.

Questa l'unica lettura che può salvare Dumbo: quel che resta, è noia. Tanta.

Livello di sconsiglio: Altissimo (*****)


venerdì 30 dicembre 2016

Miss Peregrine: La casa dei ragazzi speciali - Lo sconsiglio: puntata 17

Perché? Questa è la domanda che martella incessantemente la testa del fan incrollabile di Tim Burton, quello che lo aveva difeso anche dopo Alice, che aveva trovato Dark Shadows un interessante divertissement, che si era rinfrancato di fronte a Frankenweenie; quello, insomma, che non voleva credere che il regista di tanti capolavori (su tutti: Big Fish, uno dei dieci film preferiti di chi scrive) avesse definitivamente perso lo smalto.

Miss Peregrine: La casa dei ragazzi speciali distrugge tutte le speranze, calpestandole senza ritegno, sputazzandole come nemmeno Brancaleone con Teofilatto. Burton riesce infatti a rovinare un materiale che sembra fatto su misura per lui, sia a livello estetico (il libro alterna la narrazione all'uso di vere fotografie d'epoca (qui e qui) che sembrano uscite dalla fantasia di Burton) che narrativo (perché usare solo il primo libro della trilogia per poi doverlo chiudere in quattro e quattr'otto come se fosse un capitolo unico?), realizzando un film superficiale, che non emoziona, non spaventa e non fa sognare.

Si salvano Eva Green, come sempre eccellente, e qualche trovata, soprattutto sul finale, ma è davvero troppo poco.

Livello di sconsiglio: Medio-Alto (***1/2)

martedì 16 settembre 2014

Sin City 2 - Una donna per cui uccidere

L'estetica del peccato



Sin City è la città del peccato, dove la legge non esiste e vige la legge del più forte. In una notte che sembra eterna si incrociano storie e personaggi, che lasciano dietro di sè una scia di sangue. Incontriamo così Marv, in preda a un'ira così cocente da fargli accettare qualunque missione omicida; Dwight, ancora irretito da Ava, la Dea, una donna dal fascino così potente che può uccidere; Johnny, un fortunato e presuntuoso giocatore d'azzardo; e Nancy, spogliarellista decisa a vendicare la morte del suo angelo custode, il poliziotto John Hartigan.

Ci sono voluti nove anni perchè Frank Miller e Rober Rodriguez realizzassero il secondo capitolo della saga cinematografica tratta dai fumetti di Miller. L'attesa non è stata vana. Sin City 2 riparte dai punti forti del primo capitolo - il sontuoso bianco e nero, la scarnezza di dialoghi e l'abbondanza di monologhi interiori, il sapiente equilibrio tra la violenza delle azioni e la meravigliosa estetica delle immagini - e riesce a migliorarli e a esaltarli ulteriormente. Il 3D dona profondità e volume allo splendido bianco e nero, macchiato di tocchi di colore più vari e indovinati rispetto al primo capitolo. La storia scorre che è un piacere, alternando sapientemente humor nero, noir, pulp e tragedie di sapore quasi shakesperiano. Rodriguez e Miller dirigono con piglio e sicurezza un film che regalia momenti di pura estasi visiva fin dalle prime scene, in una resa filmica che migliora il fumetto e lo arricchisce.

La sceneggiatura è sostenuta da un cast in forma eccellente, dalla new entry Gordon-Levitt, adorabile ed eroico spaccone, al ritorno di Mickey Rourke, semplicemente perfetto nei panni del ruvido Marv. Quella che brilla più di tutti è però la donna per cui uccidere del titolo: Eva Green è una femme fatale da manuale, una vera Dea dotata di una bellezza quasi irreale, pari solo alla sua straordinaria bravura.
La fotografia è la punta di diamante del film, un pezzo di bravura che riesce a sposare le atmosfere fumose, sudate e torride dei noir con Humphrey Bogart al gusto pulp dei film di Tarantino.

Sin City 2 è un capolavoro nel suo genere, in grado di creare quel sapiente mix tra reale e surreale che è proprio del fumetto, e a tradurlo in un linguaggio cinematografico fresco ed efficace, in grado di intrattenere lo spettatore alternando momenti di divertimento a momenti di pura tensione. Da non perdere.

****

Pier

domenica 27 maggio 2012

Dark Shadows

Qual sapore (non abbastanza) retrò



Maine, Diciottesimo secolo. Barnabas Collins, ricco rampollo del magnate cittadino, è conteso tra mille donne. Commette però l'errore di sedurre la sua domestica, che si rivelerà essere una strega. Tradita dal giovane, la donna si vendica facendo morire la sua amata e condanna Barnabas alla dannazione eterna, trasformandolo in un vampiro e rinchiudendolo in una bara sottoterra. Nel 1972 degli scavi riportano alla luce la bara di Barnabas, che si libera e si reca quindi al castello di famiglia, dove farà conoscenza con i suoi bizzarri discendenti.

La prima metà del nuovo film di Burton ci riporta al 1988 e alle atmosfere di Beetlejuice, a quel gusto per il gotico e per il grottesco che avevano lanciato la carriera del regista. Ecco quindi gag geniali e ai limiti dell'assurdo - quella su McDonald's è di alto livello - mischiate ad atmosfere tenebrose ed inquietanti. Le citazioni del passato di Burton però non si fermano qui: Barnabas infatti ci terrorizza e ci fa ridere, creando una miscela irresistibile tra horror vampiresco e commedia brillante, ricorrendo a meccanismi e atmosfere già collaudate con successo ne Il mistero di Sleepy Hollow e in Mars Attacks. Ogni elemento fantastico viene esasperato e portato all'estremo, rendendo spaventoso e ridicolo al tempo stesso, e creando un'atmosfera che avvince lo spettatore.

La seconda metà cala decisamente di tono, un po' per la necessità di portare avanti la trama, che finisce per rubare spazio e tempo ai personaggi, un po' per una generale mancanza di ritmo cui solo qualche scena indovinata e grottesca riesce a sopperire. Dopo metà film Burton sembra perdere il suo spirito scanzonato e dissacrante e finisce per essere intrappolato da una trama che vuole raccontare molto e finisce per contenere troppo, sprecando colpi di scena che avrebbero potuto essere interessanti - quello sulla nipotina di Barnabas su tutti - e che finiscono invece per sembrare buttati a caso all'interno dell'interminabile sequenza di eventi che caratterizza gli ultimi 30 minuti.

La realizzazione è di alto livello, con costumi indovinati e un montaggio e una fotografia formalmente perfetti e che servono con devozione l'immaginazione di Burton. La sceneggiatura come detto zoppica, e sembra fortemente influenzata da un lato da produttori desiderosi di vendere il prodotto, dall'altra dalla volontà di rendere omaggio alla serie tv cui il film è ispirato, che però ovviamente non può essere adeguatamente riassunta nello spazio di una sola pellicola.

Dark Shadows è dunque un film brillante che ci riporta per un attimo alle atmosfere del Burton degli esordi, salvo poi perdere smalto con il passare dei minuti e farci nascere un pensiero un po' da vecchi brontoloni: forse di Beetlejuice non ne fanno proprio più.


***

Pier

venerdì 3 febbraio 2012

Hugo Cabret

L'infantile capacità di sognare



Parigi, anni '30. Hugo è un orfano che vive all'interno della stazione di Montparnasse, dove si occupa della manutenzione e del funzionamento degli orologi. Il suo unico amico è un misterioso automa, lasciatogli dal padre, che cerca disperatamente di riparare. Proprio per procurarsi alcuni pezzi di ricambio arriva a rubare nel negozio di giocattoli di Nonno Georges, un anziano burbero e scontroso che, come il piccolo Hugo, nasconde un segreto insospettabile. Il loro incontro scatenerà una serie di eventi che aiuteranno entrambi a scendere a patti con il proprio passato.

Fin dalle prime sequenze, Hugo Cabret rivela una sorprendente creatività visiva e registica. Nel giro di dieci minuti si susseguono un piano sequenza "virtuale", che sfrutta le tecniche digitiali per portarci a spasso per Parigi, fino alla stazione di Montparnasse, con un approccio che sarebbe piaciuto a Orson Welles, e un magistrale piano sequenza "reale", in cui vediamo il piccolo Hugo muoversi nel suo mondo segreto all'interno della stazione, scoprendo di volta in volta una nuova, piccola meraviglia. Scorsese approccia il suo primo film per bambini con un'infantile voglia di stupire, regalando trovate visive in ogni momento del film, sia in quelle più dinamiche, sia in quelle più statiche come le visite in biblioteca, vero e proprio castello del sapere, immenso e stupefacente nella sua semplicità.

Il film è un inno alla giovinezza, all'infanzia, a quei primordi della nostra vita caratterizzati dall'amore per la scoperta, l'esplorazione e l'avventura. La storia di Hugo corre in parallelo con quella del cinema, raccontata attraverso la vita e le opere di George Melies, mago, illusionista, e primo grande talento visivo della settima arte. Sue le invenzioni dei primi effetti speciali, dei primi trucchi, delle prime opere in grado di far sognare e non solo di descrivere, attraverso l'uso di immagini sofisticate (per l'epoca) e di un gusto per il fantastico ambizioso e visionario. Il cinema diviene così il vero protagonista del film, che ci accompagna in un viaggio tra le creazioni di Melies e tra altre mille suggestioni, tra cui un automa che non può non ricordare la Metropolis di Fritz Lang.

Scorsese dedica una grande attenzione agli spazi,che da luoghi reali diventano la sede dei giochi e delle avventure di giovani e adulti: la stazione diventa così un dedalo di cunicoli e passaggi segreti, la biblioteca un mondo da esplorare, un set cinematografico un castello di vetro controllato da un mago con la passione per lo stupore. In questo senso la fotografia di Robert Richardson e le scenografie di Dante Ferretti diventano un valore aggiunto che, attraverso un sapiente uso della luce, riesce a conferire ad ogni singolo ambiente e ad ogni situazione un'atmosfera specifica e unica, che lo caratterizza e lo rende vivo, quasi uno dei personaggi della storia

La forza visiva del film è tale che gli si perdonano alcune lungaggini evitabili, una trama esile che stenta a decollare, se non nel finale, e la scarsa attenzione dedicata ai dialoghi dei ragazzi, spesso un po' troppo artefatti. La forza del film è supportata dalla meravigliosa prova di Ben Kingsley nella parte del giocattolaio-regista, reliquia di un tempo che sembra sparito e, allo stesso tempo, precursore di un mondo che deve ancora venire. Intorno a lui e ai due giovani protagonisti si muove un gruppo di caratteristi eccezionali, tra cui spicca Sasha Baron Cohen nel ruolo di un implacabile capostazione che sembra uscito da un racconto di Dickens.


Hugo Cabret è come un orologio antico: i meccanismi non sono sempre perfetti, a volte si inceppano ma, una volta aperto, rivela al suo interno una perfezione e una bellezza tale che è impossibile non restarne rapiti e affascinati. Il 3D è, per una volta, un valore aggiunto, che arricchisce ulteriormente la fiaba di Scorsese, un omaggio al cinema che scalda il cuore e regala alcuni momenti di pura poesia.

***1/2

Pier

mercoledì 2 febbraio 2011

Il discorso del re

Il potere della parola



Regno Unito, fine anni '30. Re Giorgio V è malato, e il suo regno sta giungendo alla fine. Il successore designato è Edoardo, che decide però di rinunciare al trono dopo poco tempo per sposare la pluridivorziata americana Wallis Simpson. A succedergli è il fratello Albert-Giorgio VI, affetto però da una grave forma di balbuzie. Mentre oscure nubi si addensano sull'Europa, il nuovo re si affida alle cure del logopedista anticonformista Lionel Logue per imparare a parlare in pubblico.

Il film di Tom Hooper (già autore di una piccola perla passata quasi inosservata come Il maledetto United) ha già nel titolo la sua cifra e il suo punto di forza. La vera protagonista de Il discorso del re è infatti la parola, fluente nella bocca della duchessa di York, di Logue e del principe-re Edoardo, lenta e impacciata in quella di Albert. Parlare per lui è un'impresa titanica, e anche raccontare una storia alle sue figlie diventa uno sforzo immane, sofferto, una lenta conquista di ogni sillaba. Logue saprà far scoprire al re non solo l'arte di parlare in pubblico, ma anche il piacere di parlare, di esprimere le proprie idee, restituendogli il suo diritto "ad essere ascoltato".
La sceneggiatura è magistrale e accompagna la lenta evoluzione del principe-re con dialoghi eccezionali, brillanti e drammatici allo stesso tempo, in cui ogni singola parola ha il suo significato. Memorabili in questo senso le lezioni impartite da Logue, in cui gli esercizi vocali diventano anche un modo per aiutare il re a ritrovare se stesso.

Il vero punto di forza del film è però il cast, capitanato da un Colin Firth sublime, che come il buon vino migliora invecchiando e che, dopo la spledida prova di A single man, offre una performance commovente e vera, in cui la sofferenza di ogni parola traspare chiaramente dal suo volto, dalle sue espressioni, dai suoi occhi. Linguaggio verbale e linguaggio corporeo si fondono alla perfezione nella sua recitazione, e ne fanno il favorito numero uno per gli Oscar di quest'anno.
Accanto a lui troviamo un Geoffrey Rush se possibile ancora più bravo: la sua è una recitazione più sommessa, meno "forte" ma ugualmente di impatto, in cui i sottotesti hanno la stessa importanza del testo e le parole non dette traspaiono chiaramente da ogni sua espressione. Una prova perfetta, sotto ogni punto di vista.
Ottime anche le interpretazioni di Helena Bonham Carter, che torna con successo a un personaggio "normale" conferendogli comunque l'ironia di cui è capace, e di Timothy Spall, un eccellente Churchill che meriterebbe forse un film a parte tanto è convincente.

La regia è ottima nel coordinare i vari elementi del film, che comprendono anche una splendida fotografia e un'eccellente colonna sonora, ma non offre guizzi creativi degni di nota.
Il discorso del re è un film di grande impatto, in cui ogni parola è misurata e calcolata al millimetro, e ci fa capire chiaramente come, anche negli eventi storici di maggiore portata, sono i dettagli, le persone e le parole che sanno dire a fare la differenza. Da vedere in lingua originale, senza se e senza ma.


****


Pier

mercoledì 17 febbraio 2010

Amabili resti

Poesia e confusione



Peter Jackson, carico di gloria dopo la trilogia del Signore degli Anelli, torna dietro la macchina da presa, e lo fa per dirigere un film molto diverso da quelli cui ci aveva abituato.

Amabili resti affronta un tema comune, la perdita di una persona cara, ribaltando però completamente la prospettiva: a narrare la storia è infatti Susan, la giovane ragazza uccisa, che in una sorta di flusso di autocoscienza ricostruisce i sentimenti provati dopo la morte e la sua permanenza in una sorta di limbo (chiamato, ironia della sorte, Terra di Mezzo) per quei defunti che hanno ancora conti in sospeso.

Il film crea un curioso mix tra fantasy e thriller, facendo oscillare lo spettatore tra il sogno e una tensione forte e palpabile. Le scene di suspence regalano senza dubbio i momenti migliori, anche se sono certamente apprezzabili anche le ricostruzioni della Terra di Mezzo, in particolare l'albero che rappresenta la porta per il paradiso. La fotografia è molto ben curata, e utilizza sapientemente luci e colori per rappresentare gli stati d'animo della protagonista.

Le scene di livello create da Jackson sono però appesantite dall'eccessivo quantità di elementi che il regista ha voluto inserire nel film: alcune scene sono di troppo, e alcuni personaggi (come quello della nonna, pur magnificamente interpretato da Susan Sarandon) assolutamente non necessari.
La ridondanza finisce per rendere il film poco scorrevole in alcuni punti e fa perdere di vista la linearità della trama.

Ad appesantire ulteriormente il tutto contribuiscono gli attori che interpretano i genitori di Susie, il monoespressivo Whalberg e l'insulsa Rachel Weitz, che si permette di rifiutare i kolossal quando dovrebbe ringraziare di trovare ancora qualcuno che la fa lavorare.

Tanto sono scialbi e poco empatici i due adulti, tanto la giovane protagonista è brava e convincente, e offre una prova di grande talento che lascia presagire per lei una lunga e fortunata carriera. Merita una menzione anche la prova di Stanley Tucci, che interpreta l'assassino della ragazza.

Amabili resti ha un ottimo spunto di partenza, che però non riesce a sviluppare al meglio, finendo per perdersi tra mille sottotrame diverse e assolutamente non necessarie. E il finale, che cita un altro celeberrimo film di "fantasmi", è francamente rivedibile, per non dire stucchevole.
Peccato, poteva essere una bella sorpresa.

**1/2

Pier

lunedì 16 novembre 2009

Julie e Julia

Un piatto per pochi palati



Julie, giovane statunitense, vive nel mito di Julia Child, la scrittrice e presentatrice TV che sdoganò la cucina francese presso le casalinghe americane. Il sogno di Julie è di conoscere la sua beniamina, e incomincia a tenere un blog per raccontare le sue avventure tra i fornelli nel tentativo di realizzare le ricette rese celebri dalla Child. Le vicende delle due si incrociano, in un continuo alternarsi tra passato e presente.

Tratto dall'omonimo bestseller, Julie e Julia è un classico film culinario, dove le ricette sono il piatto forte della trama e la cucina è il set privilegiato: emergono anche altri spunti, certo, ma sono tutti secondari rispetto alla storia della Child e agli sforzi di Julie per emularla. I dialoghi sono simpatici e riescono spesso a strappare un sorriso, regia e fotografia sono invece abbastanza scolastiche.

Ottimi gli attori, con una Meryl Streep mattatrice, un grande Stanley Tucci e Amy Adams che si conferma come una delle giovani più interessanti del panorama hollywoodiano, anche se in una parte non certo complessa.
La nota più stonata è costituita dal doppiaggio, con Meryl Streep-Julia che sembra perennemente ubriaca.

Julie e Julia è un film da vedere solo per gli amanti della buona cucina: gli altri possono perderselo senza troppi rimpianti.
Rimane comunque un film grazioso, che passa piacevolmente senza accampare troppe pretese moralistiche o educative.

**1/2

Pier

giovedì 30 aprile 2009

Franklyn

Una bella sorpresa

 

Se pensavate che Franklyn fosse una scopiazzatura di V per Vendetta, ma senza la forza visionaria del lavoro di Moore, dovrete ricredervi. Il film ha sì una base molto simile a quella di V, ma si sviluppa in modo completamente differente, attraverso tre diverse storie che si incrociano solo nel finale. Nel mondo di Priest, il protagonista mascherato del film, tutti devono avere una religione: il Ministero registra tutte le fedi e chi vi aderisce. Gli atei non possono essere controllati, e sono dunque fuorilegge. Priest è uno di questi, e la sua scelta rischia di costargli cara. 

Franklyn è uno strano incrocio tra un film di Iñarritu e un libro di Orwell, con atmosfere alla 1984 e vite comuni che finiscono per incontrarsi a causa di un evento eccezionale. Una combinazione strana, dunque, ma molto gradevole e piacevolmente sorprendente, ricca di messaggi e sottotesti per nulla banali. 
Il film esalta il potere creativo di fantasia e subconscio, capaci di modificare e plasmare la realtà, per renderla un mondo diverso, ma non necessariamente migliore. 

Franklyn è davvero una bella sorpresa, in quanto unisce vari generi e modi di fare cinema creandosi però una sua identità ben definita, in grado di appassionare e stupire lo spettatore dal primo all'ultimo minuto. 

 *** 1/2

Pier