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venerdì 31 gennaio 2025

Babygirl (In Pillole #31)

Cinquanta sfumature di botox


Una donna di potere trova soddisfazione sessuale in un rapporto di sottomissione con un giovane stagista: il tema è potenzialmente interessante e iper attuale. Si parla di potere - implicito ed esplicito - e della legittimità di avere una relazione con chi si trova in posizione di inferiorità dal punto di vista della gerarchia, il tutto condito con il ribaltamento dei ruoli nella camera da letto (d'albergo), un'idea intelligente che potrebbe stimolare riflessioni sui rapporti di genere, sulla libertà sessuale, sulla sessualità nell'età matura, e sulla naturale diversità di gusti e preferenze.

Potrebbe, appunto, se non fosse declinato con desolante banalità e un approccio appena più autoriale (soprattutto grazie a un cast di caratura nettamente superiore) di un Cinquanta sfumature di grigio. A questo si aggiunge il fatto che la superficialità di trattazione fa sì che il film possa facilmente letto come una difesa degli abusi di potere operati dagli uomini in nome di un qualunquista "sono tutti uguali, è il potere a corrompere" - problema, questo, che aveva già parzialmente danneggiato un altro film sulla leadership al femminile, Tàr.

Babygirl risulta quindi pruriginoso ma di scarso impatto emotivo e tematico, nonostante la buona e coraggiosa prova dei protagonisti (Kidman in testa, nonostante il botox che ne limita l'espressività) e una buona dose di autoironia (anche sul botox stesso) che però non evita alcuni momenti davvero imbarazzanti.

** 1/2

Pier

sabato 31 agosto 2024

Telegrammi da Venezia 2024 - #2

Secondo telegramma da Venezia, tra film adolescenziali inutili, mondi che finiscono mestamente, cinquanta sfumature di Kidman, amicizie con segreti, obiezioni di coscienza, e sette suprematiste.


To Kill a Mongolian Horse (Giornate degli Autori), voto 7.5. Un allevatore della steppa mongola si guadagna da vivere come cavallerizzo negli spettacoli per turisti. Il film è una triste e lirica ode di un mondo che sta scomparendo, e di chi non si rassegna a lasciarlo andare, e offre una bella meditazione sul rapporto uomo-natura e su come la sua crisi sempre più irreversibile stia distruggendo un patrimonio culturale, oltre che faunistico e paesaggistico.

Diciannove (Orizzonti), voto 3. Un Ecce Bombo che non ce l'ha fatta. Inutile.

Babygirl (Concorso), voto 5.5. Una donna di potere cerca un rapporto di sottomissione nella sfera sessuale, e lo trova con un giovane stagista. Tema potenzialmente interessante ma declinato con desolante banalità. Il film risulta quindi di scarso impatto nonostante la buona prova dei protagonisti, Kidman in testa.

Trois Amies (Concorso), voto 7. Tre amiche che non si confessano tutti si trovano a vivere inaspettati sconvolgimenti nelle loro vite sentimentali. Divertente ma anche abbastanza profondo, il film funziona ed esplora la complessità delle relazioni senza essere mai banale.

Campo di Battaglia (Concorso), voto 5.5. Amelio firma un film che, nonostante un solo attore presentabile (Borghi) e dei dialoghi macchinosi, per metà offre un'interessante meditazione sui dilemmi etici della guerra. Poi si perde, correndo dietro all'influenza spagnola e abbandonando il cuore emotivo e morale del film. Peccato.

The Order (Concorso), voto 7.5. Già il fatto che questa sia una storia vera (setta neonazista che ha terrorizzato gli USA per oltre un anno) fa impressione: il fatto che la storia sembri addirittura attuale è preoccupante. Justin Kurzel firma un film teso e ben eseguito, che richiama True Detective, tra indagini ostacolate dall'omertà della comunità e degli agenti dell'FBI che fanno i conti con il proprio passato, tra cui spicca un ottimo Jude Law.

Pier

giovedì 6 luglio 2023

Indiana Jones e il Quadrante del Destino

Chiudere con il passato


Cosa significa fare i conti con il passato? Questa domanda, un grande classico del cinema statunitense, è al centro di questo nuovo capitolo della saga di Indiana Jones - un capitolo che, a differenza del precedente, non cerca di nascondere sotto il tappeto l'età del suo protagonista, ma la abbraccia e la rende un punto centrale (e vincente, ci torneremo) della trama. La domanda, tuttavia, assume anche una connotazione metacinematografica: questo capitolo dovrebbe concludere una delle saghe più amate della storia del cinema - una saga fatta da una trilogia amatissima (con un piccolo caveat, come vedremo) e da un quarto capitolo controverso, che sicuramente non dava al personaggio la chiusura che avrebbe meritato. James Mangold, reduce dal successo di Logan, si trovava quindi davanti una bella gatta da pelare: realizzare un film che si regge sulle sue gambe, ma allo stesso tempo in grado di gestire con rispetto l'eredità dei precedenti e di chiudere in modo soddisfacente la storia di Henry "Indiana" Jones jr. Insomma, la stessa sfida che si era trovato di fronte con Logan, ma con una saga che si porta dietro un bagaglio di aspettative infinitamente più grande.

Ci riesce? Ai posteri l'ardua sentenza, ma la risposta, per quanto ci riguarda, è "sì", pur con qualche riserva. Il Quadrante del Destino sembra aver imparato dagli errori del Teschio di Cristallo, e focalizza l'azione su una caccia al tesoro vecchio stile. Le basi vengono gettate nel passato, in cui rivediamo un giovane Indiana Jones (interpretato dallo stesso Ford grazie alla CGI e a centinaia di ore di girato in possesso della LucasFilm: il risultato è un ringiovanimento molto più naturale e realistico di quello visto fin qui al cinema) alle prese con i nazisti che, ormai sconfitti, cercano di trafugare varie opere d'arte. I primi venti minuti del film sono all'altezza dei primi capitoli: ritmati, ironici, pieni di azione e con quel mix di archeologia e occulto che da sempre è una delle anime della saga. La sequenza iniziale è anche una dichiarazione d'intenti per contrasto: questo è ciò che era, ma il presente è ben diverso. 

Lo stacco di montaggio ci porta nell'appartamento newyorchese di un Indiana vecchio, sfatto, e solo. A nessuno interessa più il passato: le sue classi sono semivuote, gli studenti annoiati. Lo sguardo di tutti è proiettato verso il futuro e verso lo spazio, frontiera che sembra tutta da esplorare dopo il primo allunaggio. Indiana è diventato una reliquia, di cui nessuno sembra più sapere che fare.
Proprio dal passato, però, riemergono i due motori della vicenda: la figlioccia Helena Shaw, archeologa con molti pochi scrupoli (per chi legge i fumetti, più simile a Kranz che a Indiana Pips); e Jürgen Voller, scienziato nazista passato negli USA con l'Operazione Paperclip e artefice del recente allunaggio. A unirli, un misterioso artefatto di epoca romana che avrebbe il potere di prevedere non solo il tempo meterologico, ma anche l'apertura di anomalie temporali, varchi nello spaziotempo che permettono di collegare diverse epoche.

Il Quadrante del Destino è, a tutti i livelli, una riflessione sul tempo che passa, su cosa significhi studiare il passato e metterlo al centro della propria vita, e sulle occasioni mancate, quelle che ci fanno sperare che sia possibile tornare indietro e rimediare ai nostri errori. Indiana Jones incarna tutti questi temi, e lo fa grazie alla felice intuizione degli sceneggiatori e di Mangold, che in questo caso si dimostrano più intuitivi di Spielberg e, anziché cercare di nascondere la vecchiaia di Indiana/Harrison Ford a botte di stunt poco credibili e pietosa CGI, decidono di abbracciarla e farne il cuore della trama. 

Indiana Jones è qui più simile a un personaggio di Clint Eastwood, invecchiato ed esacerbato dalla vita, un blocco di marmo che contiene ancora il vecchio Indiana, che va però liberato a colpi di scalpello, come fosse uno dei "Prigioni" di Michelangelo. Harrison Ford è perfetto in tal senso, e dona al protagonista una dolente fallibilità che non sono si adatta benissimo alla sua età, ma è anche perfettamente coerente con l'anima di Indiana Jones - un personaggio che ha sempre fatto dell'imperfezione e della vulnerabilità la sua cifra distintiva, ciò che lo distingueva da tutti gli altri eroi d'azione degli anni Ottanta e, a parere di chi scrive, ciò che lo ha reso così popolare per diverse generazioni (qui un buon approfondimento sul tema).

Accanto a lui, Mads Mikkelsen dona la consueta aria di inquietante intelligenza al suo villain, ma a brillare è soprattutto il duo composto da Phoebe Wallers-Bridge e Ethann Isidore. Se il secondo si candida prepotentemente a essere il nuovo Shorty, la prima è semplicemente eccezionale per tempi comici e sfacciataggine, e dà vita a una versione "antieroica" di Indiana Jones, un'avventuriera senza scrupoli né morale che sembra uscita dai classici di avventura di una volta. La coppia di malandrini funziona talmente bene da lasciare il desiderio di vedere altre loro avventure.

La trama non fila liscissima: usa in modo eccessivo gli inseguimenti (soprattutto nella parte centrale), ha molte ellissi evitabili, e sul finale opera una scelta che, seppur giustificatissima da quanto visto fin lì, sembra comunque fuori posto in un film di Indiana Jones, anche se rimane anni luce più coerente rispetto agli alieni visti nel Teschio di Cristallo. Mangold riesce però a mantenere la coerenza narrativa del film usando come bussola il suo cuore emotivo, e questo fa sì che tutto, anche le sgrammaticature, converga verso un finale degno del suo protagonista, capace di emozionare anche lo spettatore con il cuore più di pietra e di compensare la mancanza di uno sprazzo creativo che elevi il tutto al di sopra della "buona esecuzione."

Il Quadrante del Destino è un'ottima avventura conclusiva per Indiana Jones, in grado di riscoprire l'anima della saga e adattarla a un protagonista invecchiato e un'epoca diversa, in cui lo stupore e il magico hanno lasciato il passo al rimpianto e alla nostalgia. Mangold realizza un film che ha un cuore vivo e pulsante e che, come Indy, pur preferendo indugiare nelle glorie passate anziché cercare nuove strade, riesce a regalarci un ultimo, avventuroso brivido.

*** 1/2

Pier

PS: Potrebbe valere anche qui, riguardo alle recensioni lette all'estero, quanto detto nella recensione di Elemental. Basti vedere la differenza tra voto della critica e voto del pubblico, riscontrabile, in queste proporzioni, solo per Il Teschio di Cristallo, ma in direzione opposta (qui trovate tutti i voti della saga). La spiegazione "cinismo" sembra sempre di più quella papabile.

sabato 11 settembre 2021

Venezia 2021 - Il Totoleone

Anche quest'anno siamo giunti al termine della Mostra del Cinema: una Mostra ancora anomala, che però si è riavvicinata alla normalità dopo l'edizione 2020 segnata dall'epidemia di Covid-19, sia in termini di film che di presenza di pubblico e accreditati. L'organizzazione è stata ancora certosina in termini di sicurezza, mentre qualche problema (probabilmente inevitabile, viste le presenze tornate quasi a livelli pre-Covid ma le sale ancora dimezzate) si è avuto con il sistema di prenotazione. Il programma è stato ricchissimo, e ancora una volta non si possono che fare i complimenti ad Alberto Barbera.

È stata una Mostra ancora "al femminile" come quella dello scorso anno, con molti film dedicati alla maternità (Madres Parallelas, The Lost Daughter, L'événement). Molti film hanno affrontato il tema della memoria e del ricordo (È stata la mano di Dio; Captain Volkonogov Escaped; Il collezionista di carte) e molti altri hanno guardato al passato per parlare dell'attualità (Reflections; Illusioni perdute; Il buco). Da segnalare la presenza record di film di genere fantastico in concorso, con Freaks Out e Mona Lisa and the Blood Moon: due film che, pur con esiti diversi, hanno in comune il fatto di non aver usato il genere come pretesto per parlare di altro (o addirittura per parodizzarlo), ma ne hanno abbracciato in pieno stilemi e canoni espressivi, rielaborandoli.

Di seguito i pronostici, quasi sicuramente sbagliati, per il Leone d'Oro e gli altri premi, corredati come sempre dalle mie preferenze personali.


Premio Mastroianni per il miglior attore emergente
Molti protagonisti "giovani" nei film in Mostra, ma a spiccare sono due italiani: Filippo Scotti per È stata la mano di Dio e Aurora Giovinazzo per Freaks out. Sul primo ricade il mio pronostico, ma la mia preferenza personale va alla seconda, semplicemente perfetta nella parte di Matilde.
Pronostico: Filippo Scotti, È stata la mano di Dio
Scelta personale: Aurora Giovinazzo, Freaks Out

Coppa Volpi maschile
Un'edizione molto competitiva, con tante prove degne di nota, tra cui segnalo quelle di Oscar Isaac (Il collezionista di carte), Toni Servillo (Qui rido io). La mia scelta personale va su Vincent Lindon, splendido manager tormentato in Another world, ma il mio pronostico ricade sulla coppia Banderas-Martinez, splendidi attori litigiosi e capricciosi in Competencia Oficial. 
PronosticoAntonio Banderas e Oscar Martìnez, Competencia Oficial
Scelta personale: Vincent Lindon, Another World

Coppa Volpi femminile 
Sfida poco agguerrita in un premio che storicamente tende a non essere conferito ad attrici già affermate, ma a consacrare attrici "in crescita". Da escludere, quindi, Olivia Colman (già vincitrice del premio con La favorita) e Penelope Cruz. Restano Kristen Stewart per Spencer e Anamaria Vartolomei per L'événement. Puntiamo su quest'ultima, mentre sulla Colman, dolente e capricciosa donna di mezza età, ricade la mia scelta personale.
Pronostico: Anamaria Vartolomei, L'événement
Scelta personale: Olivia Colman, The Lost Daughter

Gran Premio della Giuria 
Il favorito per il secondo premio più importante sembra Power of the Dog di Jane Campion, sia per la bellezza delle immagini, sia per la tematica, una provocatoria indagine della mascolinità e delle sue fragilità usando un genere che incarna i tipici stereotipi del "maschile" - il western. La mia scelta ricade invece sulla splendida, esilarante, dolente madeleine di Sorrentino. 
PronosticoPower of the Dog
Scelta personaleÈ Stata la Mano di Dio

Leone d'Argento (Miglior Regia) 
Il film più "autoriale" della mostra è probabilmente quello di Paul Schrader: Il collezionista di carte riflette in pieno la poetica dello sceneggiatore-regista, la sua indagine sui lati oscuri e nascosti della società statunitense. Il mio pronostico ricade su di lui, mentre la mia scelta personale va alla visionarietà di Gabriele Mainetti, che con Freaks out realizza un film ambizioso e che fa sognare.
Pronostico: Paul Schrader, Il Collezionista di Carte
Scelta personale: Gabriele Mainetti, Freaks Out

Leone d'Oro 
Sfida davvero accesa e incerta: come l'anno scorso, manca un chiaro favorito, e ci sono almeno sei film che potrebbero aggiudicarsi il premio. Il film che sembra aver messo d'accordo tutti è È stata la mano di Dio, su cui quindi ricade il mio pronostico. A Captain Volkonogov escaped, splendida e dolente fuga dai peccati del passato, va invece la mia preferenza personale.
Pronostico: È stata la mano di Dio
Scelta personale: Captain Volkonogov Escaped

È tutto anche per quest'anno, ci risentiamo per l'edizione 2022, speriamo in condizioni sanitarie finalmente normali.

Pier

sabato 4 settembre 2021

Telegrammi da Venezia 2021 - #2

Secondo telegramma da Venezia, con una grande infornata di divi, molti dei titoli più attesi, e la prima bocciatura del concorso principale.
























The Lost Daughter (Concorso), voto 7. Una donna in vacanza rimane turbata dall'incontro con una giovane madre: riaffiorano ricordi, si riaprono ferite mai sopite. Dal romanzo di Elena Ferrante, un ottimo esordio alla regia per Maggie Gyllenhaal, che pecca di qualche ingenuità ma dirige con maestria i suoi attori, capitanati da quella garanzia che è Olivia Colman.

The Cathedral (Biennale College), voto 5.5. Interessante racconto di formazione di un ragazzo della provincia statunitense, che cresce sballottato dal divorzio dei genitori e le continue liti tra vari membri della famiglia. Un discreto esordio, con belle intuizioni visive (il continuo ritorno delle porte socchiuse), che pecca però di scarsa originalità e capacità di emozionare.

Spencer (Concorso), voto 6.5. Larrain racconta un weekend importante nella vita di Lady Diana, scegliendo un approccio dichiaratamente fiabesco e favolistico, sospeso tra realtà e fantasia. Diana è intrappolata a Sandrigham come una principessa nel castello, sogna momenti catartici di ribellione, vede fantasmi e sciocca la servitù. Nonostante alcune scene di impatto e l'ottima prova di Kristen Stewart, il film sa però troppo di già visto, forse anche per il fatto che racconta un personaggio che è già stato vivisezionato allo sfinimento e per la scelta di mettere comunque in scena cose ormai stranote, come ad esempio la bulimia. Peccato, il potenziale c'era.

Il Buco (Concorso), voto 3. Un film che avrebbe senso come documentario, ma non ha né capo né coda come film di finzione. Bellissime immagini, ma il cinema è un'altra cosa.

Last Night in Soho (Fuori Concorso), voto 8. Due donne, due storie parallele: sogno o realtà? Edgar Wright realizza un film conturbante, trascinante nella sua capacità di cambiare faccia, genere, direzione narrativa. Ottime le prove di Thomasin McKenzie e, soprattutto, Anya Taylor-Joy. Splendida la colonna sonora.
 
Competencia Oficial (Concorso), voto 7. Divertente satira sul significato di celebrità e sulla vanità  - degli artisti, ma non solo - con un cast in gran forma formato da Banderas, Cruz, e Martinez. L'ironia si unisce a un irresistibile cinismo, creando una commedia brillante che, a poco a poco, si tinge di note più nere e oscure.

Pier

 

venerdì 8 maggio 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 56

Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi suggerisce film da vedere in quarantena.


Il genere di oggi sono i film di rapine e rapimenti.

I film segnalati sono:

1) Inside man (disponibile su Prime Video e Timvision). Una rapina impossibile per un thriller vibrante, teso, pieno di colpi di scena, che ha confermato il talento di Spike Lee anche fuori dalla sua comfort zone.

2) The town (disponibile su Netflix e Prime Video). Un poliziesco dal sapore classico, con una struttura narrativa solida e lineare, con pochi colpi di scena ma con dialoghi tesi e vibranti, con una sceneggiatura e una regia che privilegiano l'approfondimento dei personaggi, la vera forza del film. Qui la recensione completa.

3) Il gatto con gli stivali (disponibile su Sky). Uno spinoff ben riuscito, che trasforma in protagonista l'irresistibile spalla di Shrek, doppiato come sempre in modo magistrale da Antonio Banderas.

A domani per la cinquantasettesima puntata!

Pier


martedì 28 aprile 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 46

Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi suggerisce film da vedere in quarantena.


Il genere di oggi sono i film di vampiri.

I film segnalati sono:

1)  Intervista col vampiro (disponibile su Netflix). Un grandissimo classico del genere, uno dei prodotti audiovisivi che hanno segnato l'immaginario collettivo del vampiro, grazie sia alle atmosfere decadenti, splendidamente ritratte da Neil Jordan, sia alle interpretazioni del cast, Tom Cruise in testa.

2)  Solo gli amanti sopravvivono (disponibile su Prime Video). Jim Jarmush realizza uno dei migliori dieci film del decennio appena concluso (qui il nostro elenco), un film lirico, visivamente sontuoso, in cui i vampiri diventano i difensori di un'estetica perduta, soffocata dalla macchina insaziabile del capitalismo. Qui la recensione completa.

3)  Dark shadows (disponibile su Infinity). Una miscela irresistibile tra horror vampiresco e commedia brillante che, pur calando di ritmo nella seconda parte, crea un'atmosfera che avvince e diverte lo spettatore. Qui la recensione completa.

A domani per la quarantaseiesima puntata!

Pier


martedì 3 settembre 2019

Telegrammi da Venezia 2019 - #3

Terzo telegramma da Venezia 2019: continuano i film che guardano allo ieri per parlare dell'oggi, ma ci si addentra anche nella quodianità e nel feuilleton d'autore.


Giants being lonely (Orizzonti), voto 8. Splendido esordio alla regia per l'artista Grear Patterson, che racconta con originalità e piglio autoriale un tema abusato come quello della fine dell'adolescenza, immergendo i suoi protagonisti in un'atmosfera fuori dal tempo e quasi onirica, in cui l'estate sembra non dover finire mai. Bravi i giovani attori protagonisti, tutti convincenti e veri.

The laundromat (Concorso), voto 6.5. Soderbergh racconta lo scandalo dei Panama Papers, e lo fa usando le tecniche popolarizzate da Adam McKay con La grande scommessa: spiegazioni tecniche semplificate e spettacolarizzate, frequente rottura della quarta parete, molteplici punti di vista. Soderbergh aggiunge però il suo tocco creativo sia nell'umorismo, sia nella scelta vincente di far raccontare il tutto, quasi fosse una favola, a Mossack e Fonseca, i due fondatori dell'omonimo studio legale al centro dello scandalo. Gary Oldman e Antonio Banderas brillano nei ruoli, e soprattutto constringono lo spettatore a porse una domanda scomoda ma fondamentale: se chi ha aiutato a nascondere i soldi viene condannato, come è possibile che chi ha fornito i soldi la faccia franca? Il tema viene ripreso anche nel finale, molto potente anche se forse un po' didascalico.

Jeedar el sot (All this victory) (Settimana della Critica), voto 7.5. Durante una delle tante guerre tra Libano e Israele (quella del 2006), un gruppo di libanesi sconosciuti, per la maggior parte anziani, si rifugia in un appartamento. Rimangono però bloccati quando dei soldati israeliani occupano l'appartamento soprastante. Nonostante la terribile serietà della tematica e delle situazioni raccontate, il film sorprende con alcuni momenti conviviali e umoristici, inseriti in modo armonico in mezzo a quelli più tesi. La commistione di toni è riuscitissima, e contribuisce alla creazione di un racconto vero ed emozionante della guerra dal punto di vista delle vittime civili, mostrando come una convivenza forzata possa trasformarsi in un legame profondo.

No 7 Cherry Lane (Concorso), voto 7.5. Un film d'animazione poco convenzionale, in cui numerosi stili si mischiano e ogni movimento è lento, calcolato, trascinato, quasi ci trovassimo in un sogno. Il film si muove continuamente tra la dimensione onirica e la realtà, e ne sovrappone i confini fino a confonderli: la Hong Kong del film non è reale, è quella conservata nel ricordo e nella nostalgia, esattamente come gli amori di madre e figlia per il giovane protagonista, novello Laureato che conquista i loro cuori con poche parole ma una grande passione per il cinema. Il film è visivamente splendido, ed è un peccato che venga a tratti rovinato da una computer grafica inaccettabile nel 2019 e da un'animazione anti-realistica che finisce per depotenziarne i momenti più emozionati. Resta comunque un'opera originale e riuscita, con cui Yonfan scrive la sua lettera d'amore per la sua città e per un'epoca che non esiste più.

American Skin (Sconfini), voto 3. C'è davvero poco da salvare in questo film di Nate Parker, che cerca di raccontare l'enorme problema delle violenze della polizia sugli afroamericani, ma riesce solo a realizzare un polpettone intriso di retorica e privo di qualunque incisività: sul tema dice di più Steve McQueen in Widows con cinque minuti di film che tutto il lungometraggio. Parker escogita un espediente narrativo poco realistico ma molto ingegnoso per mettere a confronto e costringere al dialogo polizia e vittime, ma lo vanifica sia con la totale mancanza di realismo (carcerati dal ghetto e adolescenti che parlano come un saggio di sociologia), sia con l'assurda scelta di rendere il film un mockumentary, totalmente insensata vista l'implausibilità della premessa che sceglie di utilizzare. La morale del film - ci sono colpe da ambo le parti, e basterebbe un po' più di dialogo - è non solo poco originale, ma anche disgustosa nei confronti delle vittime, e non basta un finale "forte" a salvare novanta minuti di sproloqui retorici.

Martin Eden (Concorso), voto 7. Non fidatevi dei magnificat  e dei peana dei giornalisti "cartacei" italiani, un po' troppo partigiani (o troppo severi: nessuna via di mezzo) con i prodotti cinematografici nostrani. Martin Eden non è un capolavoro, ma è comunque un film ben sopra la media del nostro cinema, realizzato con ottima visione registica da Pietro Marcello. La prima metà è splendida, con una fotografia luminosa e sognante e un Marinelli perfetto nei panni di Martin che scopre i piaceri della letteratura, dell'amore, e della vita. La seconda, tuttavia, si perde in inutili sproloqui pseudo intellettuali e politici, che finiscono per fagocitare il pur bravo Marinelli in una serie di sussurri e grida che ne appiattiscono l'interpretazione. Un vero peccato, ma il film resta comunque un ottimo, per quanto inusuale, adattamento dell'omonimo romanzo di Jack London, che funziona finché riesce a mantenere il suo protagonista al centro della scena, ed esce di strada quando lo sacrifica sull'altare del Messaggio.

Simone