sabato 27 giugno 2026

Disclosure Day

Furia e speranza


In un futuro (o presente?) imprecisato, il mondo è sull'orlo del collasso per una serie di crisi geopolitiche. Daniel Keller è braccato da un'organizzazione paragovernativa perché ha rubato dei file contenenti segreti inconfessabili. La sua strada si incrocia con quella di Margaret Fairchild, una presentatrice televisiva di Kansas City che inizia a manifestare inspiegabili capacità linguistiche,  quando, in diretta, questa inizia a parlare in una lingua sconosciuta che solo Daniel sembra capire.

A una lettura superficiale, Disclosure Day potrebbe sembrare il classico film di Spielberg: alieni, empatia, una spruzzata di thriller con agenzia governativa dalle losche intenzioni. Tuttavia, questa lettura si fermerebbe alla confezione, senza guardare al contenuto. Aprire la confezione rivela invece un film profondamente diverso dalla poetica spielberghiana - un film disilluso, quasi rabbioso, dove la speranza è ridotta al lumicino, confinata in momenti di poesia in cui riemerge lo Spielberg sognatore cui siamo abituati. Chiariamoci, non è la prima volta che Spielberg affronta la fantascienza apocalittica: lo aveva già fatto, tra gli altri, in Ready Player One e in A.I. - Intelligenza Artificiale (un film tremendamente profetico, a riguardarlo oggi). Tuttavia, in questi film permaneva una palese fiducia nella capacità umana di riscattarsi, di ritrovarsi dopo aver toccato il fondo grazie alla forza dell'empatia, della creatività, e dell'immaginazione. 

In Disclosure Day, la fiducia di Spielberg nell'umanità sembra quasi del tutto scomparsa. Il film è pervaso da un enorme cinismo, un'urgenza impellente nel raccontare il crollo morale, prima che politico, della razza umana. Gli alieni non sono più ciò che ci impone di riconsiderare le nostre priorità o un modo di parlare del diverso: sono l'unica speranza di risollevare l'umanità dal buco nero di guerre, barriere e crudeltà in cui ci siamo cacciati. Spielberg rivisita il suo passato con l'occhio dell'oggi, e sembra voler dire a se stesso che ha sbagliato quasi tutto, e che l'umanità, da sola, è destinata a fallire. Serve un intervento quasi messianico da parte di qualcun altro - un qualcun altro che vuole aiutarci e che noi abbiamo nascosto, torturato e seviziato in nome del progresso tecnologico.

La critica politico-sociale non è certo sottile né particolarmente originale, ma se ne percepisce l'onestà, la spontaneità: Spielberg butta il suo cuore, le sue emozioni e le sue riflessioni nel film, e lascia che fluiscano nella trama. Potrebbe essere scontato, ma non è così: Spielberg è storicamente un regista equilibrato, che "si nasconde" dietro un'enorme pulizia formale e narrativa. Per lui il racconto viene sempre prima del messaggio, che deve comunque essere chiaro e diretto. 

Qui invece Spielberg rimuove ogni freno, e schiaccia il piede sull'acceleratore dei suoi pensieri, che si inseguono nella trama quasi come un flusso di coscienza. Il risultato è un film discontinuo, che sembra affetto dall'ansia di parlare di tante, troppe tematiche senza riuscire a collegarle in maniera coerente,  finendo per sacrificare quelle più creative e promettenti. La trama "complottista", ad esempio, sembra uscita da X-Files, e si poteva serenamente lasciare maggiormente sullo sfondo, così come la riflessione ambientalista.


Uno degli spunti interessanti che vengono sacrificati è invece la riflessione sul collegamento tra alieni e religione: un tema relativamente poco esplorato, ben introdotto nella trama grazie al personaggio di Jane e al suo passato in convento, e poi lasciato sullo sfondo, senza svilupparlo davvero. Un vero peccato, considerando anche la sua coerenza con la natura messianica degli alieni nel film. A questo saltabeccare narrativo si aggiungono alcune ingenuità che non passano inosservate nemmeno all'occhio meno esperto, e che fanno pensare che l'azione, per Spielberg, fosse in questo film solo un pretesto per parlare di altro: legittimo, ma si poteva forse prestare più attenzione.

Anche in un film narrativamente diseguale e disunito, tuttavia, Spielberg non perde la sua capacità di raccontare per immagini. In Disclosure Day troviamo tutti i suoi marchi di fabbrica, dalla Spielberg face al piano sequenza immersivo, fino all'uso estremamente creativo dei riflessi, ma soprattutto troviamo la sua incredibile capacità di raccontare l'irraccontabile: dove le parole falliscono arrivano le immagini, e i momenti migliori del film sono quelli in cui i dialoghi cessano e si lascia spazio alla meraviglia, allo stupore, alle emozioni.

Il finale, cui arriviamo dopo una di queste sequenze, è destinato a essere divisivo: chi scrive lo ha trovato splendido, forse il punto più alto del film, un collegamento tematico con altri grandi film di fantascienza, spielberghiani (Incontri ravvicinati) e non (Arrival), ma soprattutto uno dei pochissimi momenti di vera speranza del film. E anche il finale, così come tutto il film, deve la sua efficacia all'ottima prova di Emily Blunt, mentre Josh O'Connor, pur bravo, sembra poco a suo agio nel ruolo.

Disclosure Day è la lettera furiosa di un uomo che ha fatto della speranza e dell'immaginazione la cifra del suo cinema, e che le vede fatte a pezzi nella realtà di tutti i giorni dal cinismo e dalla cecità umana. Spielberg si sente tradito, quasi stupido nell'aver dato fiducia all'umanità, e questa frustrazione traspare appieno nel film. 

Il risultato è esattamente quel che ci si aspetterebbe dalla tirata rabbiosa di un amante tradito: un film discontinuo e disconnesso, ma tematicamente ed emotivamente ricco, e che mette a nudo il suo regista come mai prima d'ora. C'è chi lo odierà per la sua natura sconnessa e chi lo amerà per l'ambizione di parlare di tantissimi temi "alti" in uno spazio narrativo relativamente ridotto. Quello che rimane è un film che, comunque, intrattiene e offre alcune immagini di grande impatto: forse, a molti, andrà già bene così.

***

Pier

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