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sabato 27 giugno 2026

Disclosure Day

Furia e speranza


In un futuro (o presente?) imprecisato, il mondo è sull'orlo del collasso per una serie di crisi geopolitiche. Daniel Keller è braccato da un'organizzazione paragovernativa perché ha rubato dei file contenenti segreti inconfessabili. La sua strada si incrocia con quella di Margaret Fairchild, una presentatrice televisiva di Kansas City che inizia a manifestare inspiegabili capacità linguistiche,  quando, in diretta, questa inizia a parlare in una lingua sconosciuta che solo Daniel sembra capire.

A una lettura superficiale, Disclosure Day potrebbe sembrare il classico film di Spielberg: alieni, empatia, una spruzzata di thriller con agenzia governativa dalle losche intenzioni. Tuttavia, questa lettura si fermerebbe alla confezione, senza guardare al contenuto. Aprire la confezione rivela invece un film profondamente diverso dalla poetica spielberghiana - un film disilluso, quasi rabbioso, dove la speranza è ridotta al lumicino, confinata in momenti di poesia in cui riemerge lo Spielberg sognatore cui siamo abituati. Chiariamoci, non è la prima volta che Spielberg affronta la fantascienza apocalittica: lo aveva già fatto, tra gli altri, in Ready Player One e in A.I. - Intelligenza Artificiale (un film tremendamente profetico, a riguardarlo oggi). Tuttavia, in questi film permaneva una palese fiducia nella capacità umana di riscattarsi, di ritrovarsi dopo aver toccato il fondo grazie alla forza dell'empatia, della creatività, e dell'immaginazione. 

In Disclosure Day, la fiducia di Spielberg nell'umanità sembra quasi del tutto scomparsa. Il film è pervaso da un enorme cinismo, un'urgenza impellente nel raccontare il crollo morale, prima che politico, della razza umana. Gli alieni non sono più ciò che ci impone di riconsiderare le nostre priorità o un modo di parlare del diverso: sono l'unica speranza di risollevare l'umanità dal buco nero di guerre, barriere e crudeltà in cui ci siamo cacciati. Spielberg rivisita il suo passato con l'occhio dell'oggi, e sembra voler dire a se stesso che ha sbagliato quasi tutto, e che l'umanità, da sola, è destinata a fallire. Serve un intervento quasi messianico da parte di qualcun altro - un qualcun altro che vuole aiutarci e che noi abbiamo nascosto, torturato e seviziato in nome del progresso tecnologico.

La critica politico-sociale non è certo sottile né particolarmente originale, ma se ne percepisce l'onestà, la spontaneità: Spielberg butta il suo cuore, le sue emozioni e le sue riflessioni nel film, e lascia che fluiscano nella trama. Potrebbe essere scontato, ma non è così: Spielberg è storicamente un regista equilibrato, che "si nasconde" dietro un'enorme pulizia formale e narrativa. Per lui il racconto viene sempre prima del messaggio, che deve comunque essere chiaro e diretto. 

Qui invece Spielberg rimuove ogni freno, e schiaccia il piede sull'acceleratore dei suoi pensieri, che si inseguono nella trama quasi come un flusso di coscienza. Il risultato è un film discontinuo, che sembra affetto dall'ansia di parlare di tante, troppe tematiche senza riuscire a collegarle in maniera coerente,  finendo per sacrificare quelle più creative e promettenti. La trama "complottista", ad esempio, sembra uscita da X-Files, e si poteva serenamente lasciare maggiormente sullo sfondo, così come la riflessione ambientalista.


Uno degli spunti interessanti che vengono sacrificati è invece la riflessione sul collegamento tra alieni e religione: un tema relativamente poco esplorato, ben introdotto nella trama grazie al personaggio di Jane e al suo passato in convento, e poi lasciato sullo sfondo, senza svilupparlo davvero. Un vero peccato, considerando anche la sua coerenza con la natura messianica degli alieni nel film. A questo saltabeccare narrativo si aggiungono alcune ingenuità che non passano inosservate nemmeno all'occhio meno esperto, e che fanno pensare che l'azione, per Spielberg, fosse in questo film solo un pretesto per parlare di altro: legittimo, ma si poteva forse prestare più attenzione.

Anche in un film narrativamente diseguale e disunito, tuttavia, Spielberg non perde la sua capacità di raccontare per immagini. In Disclosure Day troviamo tutti i suoi marchi di fabbrica, dalla Spielberg face al piano sequenza immersivo, fino all'uso estremamente creativo dei riflessi, ma soprattutto troviamo la sua incredibile capacità di raccontare l'irraccontabile: dove le parole falliscono arrivano le immagini, e i momenti migliori del film sono quelli in cui i dialoghi cessano e si lascia spazio alla meraviglia, allo stupore, alle emozioni.

Il finale, cui arriviamo dopo una di queste sequenze, è destinato a essere divisivo: chi scrive lo ha trovato splendido, forse il punto più alto del film, un collegamento tematico con altri grandi film di fantascienza, spielberghiani (Incontri ravvicinati) e non (Arrival), ma soprattutto uno dei pochissimi momenti di vera speranza del film. E anche il finale, così come tutto il film, deve la sua efficacia all'ottima prova di Emily Blunt, mentre Josh O'Connor, pur bravo, sembra poco a suo agio nel ruolo.

Disclosure Day è la lettera furiosa di un uomo che ha fatto della speranza e dell'immaginazione la cifra del suo cinema, e che le vede fatte a pezzi nella realtà di tutti i giorni dal cinismo e dalla cecità umana. Spielberg si sente tradito, quasi stupido nell'aver dato fiducia all'umanità, e questa frustrazione traspare appieno nel film. 

Il risultato è esattamente quel che ci si aspetterebbe dalla tirata rabbiosa di un amante tradito: un film discontinuo e disconnesso, ma tematicamente ed emotivamente ricco, e che mette a nudo il suo regista come mai prima d'ora. C'è chi lo odierà per la sua natura sconnessa e chi lo amerà per l'ambizione di parlare di tantissimi temi "alti" in uno spazio narrativo relativamente ridotto. Quello che rimane è un film che, comunque, intrattiene e offre alcune immagini di grande impatto: forse, a molti, andrà già bene così.

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Pier

lunedì 23 marzo 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 10

Decima puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi tiene compagnia durante la quarantena.


Il genere di oggi è film sportivi (con eccezione della boxe che meriterà una puntata a parte).

I film prescelti sono:

1) Febbre a 90 (disponibile su Timvision). Un grande classico, tratto dall'omonimo romanzo di Nick Hornby e con un Colin Firth semplicemente perfetto per la parte di un fan sfegatato dell'Arsenal che si trova costretto a scegliere tra passione calcistica e sentimentale.

2a) Mean Machine (disponibile su Prime Video). Esilarante remake in chiave calcistica de "Quella sporca ultima meta", con Vinnie Jones come protagonista e un Jason Statham semplicemente perfetto nella parte del Monaco, portiere visionario. La scena degli "allenamenti" è di culto.

2b) Coach Carter (disponibile su Netflix). Imprescindibile per gli amanti del basket, ma anche per gli amanti dello sport in generale: una meravigliosa storia vera che parla dell'importanza del duro lavoro, dell'ambizione, e della disciplina per raggiungere un riscatto sociale ancora a oggi negato ai più.

3) Space Jam (disponibile su Netflix e Prime Video). Qui penso non sia nemmeno necessario un riassunto. Se non lo avete mai visto, guardatelo. Se, come spero, lo avete già visto, riguardatelo, e ammirate sua Altezza Aerea Michael Jordan in uno dei film per ragazzi più cult di sempre.

A domani per l'undicesima puntata!

Pier

lunedì 27 gennaio 2020

1917

Piano se(que)nz'anima



Blake e Schofield, giovani soldati durante la Prima Guerra Mondiale, ricevono l'ordine di attraversare le linee nemiche per evitare che 1600 uomini cadano in una trappola tesa dall'esercito tedesco. Per Blake la missione ha anche una valenza personale, dato che suo fratello fa parte di quei 1600 soldati. Il loro percorso è però disseminato di insidie e pericoli.

Impossibile non rimanere abbacinati di fronte ad alcune sequenze di 1917: i virtuosismi della macchina da presa lasciano spesso con il fiato sospeso, e la magnifica fotografia di Roger Deakins offre immagini di rara potenza visiva, tra rovine che diventano cattedrali pagane erette al dio della guerra e tunnel che sembrano infiniti e destinati a sprofondare sempre più a fondo nelle viscere di una terra distrutta e attonita.

Tuttavia, il film inizia e finisce con i suoi virtuosismi e questo, vista la materia trattata, non può essere un bene: l'emozione muore quasi subito e viene sostituita da un interesse documentaristico, a tratti videoludico, in cui non ci si appassiona alla vicenda umana dei protagonisti ma ci si interessa solo a come sopravviverà all'ennesima sventura che capita loro tra capo e collo. Nel film si conta un'unica scena emozionante, e avviene talmente a ridosso del finale che anche questa finisce per avere un impatto inferiore rispetto a quanto potrebbe.

La mancanza di emozioni è senza dubbio da imputare alla scelta di girare tutto come se fosse un unico piano sequenza - anche se in realtà il film è composto da tante riprese "lunghe" che sembrano un'unica ripresa (o, meglio, due: c'è un taglio di montaggio esplicito) grazie all'uso della computer grafica. Se l'effetto funziona molto bene durante le scene di azione, finisce per rallentare incredibilmente il ritmo durante i momenti più statici, come quello sul camion, dove lo spettatore si trova quasi a implorare uno stacco di montaggio. Inoltre, e sorprende che un regista come Mendes abbia trascurato questo aspetto, l'uso del piano sequenza in spazi aperti limita l'uso di primi piani e montaggio alternato, e dunque la possibilità di concentrarsi sulle emozioni dei protagonisti. In questo senso la lezione di Birdman, altro film costruito su un finto piano sequenza, doveva essere maestra: la costruzione in interni permetteva di seguire le emozioni dei personaggi, immergendosi nel loro mondo e nei loro moti dell'animo.

Ancora più grave, soprattutto stanti le dichiarazioni del regista e la catchphrase promozionale (Time is the enemy, il tempo è il nemico) è la quasi totale mancanza di tensione: dopo i primi minuti non si è mai in ansia per la sorte dei protagonisti, destinati a sopravvivere per ragioni narrative che divengono subito evidenti e li ammantano di quella invincibilità presunta che rende impossibile stare in ansia per loro. In questo senso, il film rimane lontano anni luce dalla capacità ansiogena di Dunkirk, dove invece lo spettatore viveva le ansie dei protagonisti in tempo reale grazie anche al sapiente montaggio visivo e sonoro, che toglieva ogni punto di riferimento e restituiva l'incertezza provata dai personaggi.

Quello che rimane, dunque, è un virtuosismo tecnico fine a se stesso, e comunque nel complesso inferiore a quello esibito nel capolavoro di Nolan. Il piano sequenza, anziché essere uno strumento espressivo al servizio del film, ne diviene invece la pastoia, costringendolo su binari prefissati che possono funzionare in un videogioco, ma risultano freddi, per quanto a tratti spettacolari, all'interno di un prodotto cinematografico.

1917 risulta quindi un'occasione mancata, un prodotto con una bella confezione ma vuoto all'interno, cui mancano anima, visione, e slancio espressivo. Un vero peccato, considerando sia l'eccellenza del comparto visivo, sia la presenza di ottimi attori nei ruoli dei protagonisti e di supporto.

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Pier

lunedì 14 ottobre 2019

Tesori nascosti - #1

Una nuova rubrica

Con "Tesori nascosti", Film Ora prova ad aiutare i suoi lettori a recuperare film meritevoli ma che hanno avuto distribuzione scarsa o invisibile nelle sale italiane. Grazie a DVD e servizi streaming, recuperare questi film non è più (nella maggior parte dei casi) un'impresa impossibile.

Sette tesori per puntata, per (ri)scoprire film caduti troppo in fretta nel dimenticatoio collettivo.

Ecco un primo elenco, corredato di voto, informazioni su dove reperire il film, e di un breve commento o di un link alla nostra recensione


1. Soul Kitchen, voto 8.
Genere: commedia drammatica
Anno: 2010
Regista: Fatih Akin
Commento: una commedia malinconica che scalda il cuore, che racconta le peripezie personali e professionali di un ristoratore turco in Germania. Qui la recensione estesa. 


2. Into paradiso, voto 7.5.
Genere: commedia drammatica
Anno: 2010
Regista: Paola Randi
Streaming: no.
Commento: Originale commedia che anticipa la riscoperta di Napoli da parte del nostro cinema, focalizzandosi sugli incontri-scontri interculturali attraverso la storia un ricercatore napoletano che si trova costretto a trasferirsi nel quartiere cingalese della città. Ottima prova del cast. Qui la recensione completa.


3. Post mortem, voto 8. 
Genere: drammatico, storico
Anno: 2010
Regista: Pablo Larrain
Streaming: no.
Commento: uno dei film meno conosciuti di Larrain, ma anche uno dei più incisivi, che racconta con grande crudezza ed efficacia il regime di Pinochet attraverso la storia di un funzionario statale addetto ai verbali delle autopsie e innamorato della sua vicina di casa. Qui la recensione completa.


4. Essential killing, voto 7.5.
Genere: drammatico, thriller
Anno: 2010
Regista: Jerzy Skolimowski
Streaming: a noleggio su Chili.
Commento: film duro e allucinato sulla fuga disperata di un talebano da un campo di prigionia statunitense. Sceneggiatura perfetta, tesa, coinvolgente nonostante la ripetitività delle situazioni. Grande prova d'attore (muta) di Vincent Gallo.


5. 13 Assassini, voto 8.5
Genere: azione, storico
Anno: 2010
Regista: Takashi Miike
Commento: Un samurai-movie perfetto per tempi e atmosfere, che richiama Kurosawa ma mantiene comunque originalità e tensione grazie al folle e geniale tocco di Miike. Per gli amanti del genere, un film imperdibile.

6. Silent souls, voto 9.5.
Genere: drammatico
Anno: 2010
Regista: Aleksey Fedorchenko
DVD: solo in lingua straniera (inglese, francese, originale russo).
Streaming: no.
Commento: Storia delicata e toccante del funerale di una moglie che diventa il funerale di un'etnia, i Merja, legata a una vita semplice e rurale e assolutamente estranea alla modernità. Un film con eco di Tarkovsky, che racconta l'anima della Russia con una poesia straziante che arriva dritto al cuore.


7. A single man, voto 8. 
Genere: drammatico
Anno: 2010
Regista: Tom Ford
Commento: Una struggente storia d'amore perduto, fatta di sguardi, ricordi, madeleines. Qui la recensione estesa. 


Pier


sabato 13 dicembre 2014

Magic in the Moonlight

Divertimento in tono minore



Europa,1928. Stanley Crawford è un celebre prestigiatore che, sotto lo pseudonimo e le vesti del cinese Wei Ling Soo, incanta le platee di tutto il Vecchio Continente. Crawford è un gentiluomo inglese snob e dalla battuta tagliente, così conscio della propria intelligenza da risultare spesso arrogante e saccente. Quando un amico gli propone di aiutarlo a smascherare una presunta medium che ha circuito il giovane rampollo di una ricca famiglia americana, Crawford accetta senza indugio, desideroso di mostrare la propria superiorità. Si reca quindi in Costa Azzurra, dove si spaccia per un uomo d'affari. L'incontro con la medium, la giovane Sophie Baker, ha però un effetto inaspettato su Crawford: per la prima volta in vita sua, capisce cosa sia l'amore.

Dopo i toni cupi Blue Jasmine, Woody torna alla commedia sofisticata e leggera che tanto spesso ha esplorato negli ultimi dieci anni. Lo fa con un film all'apparenza leggero e scanzonato, che racconta la storia di un burbero misantropo che viene cambiato dall'amore. Sotto la superficie, tuttavia, si intravedono tematiche più profonde: Allen ritrae lo splendore dei roaring twenties, tra feste, abiti da cocktail, jazz e charleston, ma ambienta il film un anno prima del crack in borsa che distruggerà quel sogno; mostra l'incanto e lo sfarzo dell'Europa, ma fa anche intravedere le prime crepe che portarono al nazismo e al secondo conflitto mondiale; celebra l'amore, ma fa anche intendere che l'amore, come tutti i sentimenti, non è altro che un illusione che aiuta l'uomo ad andare avanti in questa valle di lacrime.

Il pessimismo cosmico e il cinismo alleniano si incarnano alla perfezione nella figura di Stanely Crawford, un personaggio che sembra scritto su misura per Colin Firth, che lo interpreta con quell'altezzosità e quel distaccato disprezzo per il resto dell'umanità di cui solo lui sa essere capace. Accanto a lui brilla Emma Stone, deliziosa nel ruolo della protagonista, cui dona un irresistibile mix di innocenza e malizia che rende il personaggio credibile e interessante.
Da notare, come sempre nei film di Allen, una colonna sonora d'epoca semplicemente perfetta, tra jazz, swing e ballate romantiche.

Magic in the Moonlight non passerà alla storia come il miglior film di Woody Allen, ma è una commedia gradevole e divertente, una farsa in tono minore che fa sorridere più che ridere, con una grazia e una leggerezza che, se non lo rendono memorabile né originale, di certo regalano un'ora e mezzo spensierata allo spettatore.

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Pier

sabato 14 gennaio 2012

La talpa

La forza della mediocrità


Londra, inizio anni '70. George Smiley è un agente segreto britannico ormai in pensione. Alla morte del suo ex capo, Controllo, Smiley viene però richiamato segretamente in servizio per indagare su una vicenda molto spinosa: Controllo sospettava che il KGB avesse infiltrato una talpa ai vertici del Circus, nome in codice dell'MI6 inglese. A seguito del fallimento di un'importante missione in Repubblica Ceca, il governo comincia a credere ai sospetti dell'ex capo, e affida a Smiley il compito di verificarli. La missione porterà Smiley di nuovo nel cuore delle operazioni, facendolo addentrare in una rete di intrighi e doppiogiochi da cui dovrà districarsi per sopravvivere.

Dopo la celebre versione televisiva interpretata da Alec Guinness, La talpa di Le Carrè viene portata sullo schermo da Tomas Alfredson, regista di Lasciami entrare, horror svedese di qualche anno fa che è diventato in pochissimo tempo un film di culto per gli amanti del genere.
Alfredson, nonostante sia al primo lavoro hollywoodiano, riesce fin da subito a dare la sua impronta al film, riducendo all'osso le scene d'azione (una delle trovate più apprezzabili di Lasciami entrare) e concentrandosi sulla psicologia dei personaggi e sulle loro relazioni presenti e passate. Ecco quindi un uso intensivo del flashback, fotografato con un senso di amore e nostalgia per un'epoca felice e quasi nobile dello spionaggio, segnata dal rispetto e dalla serenità. Una serenità tuttavia era solo apparente, in quanto celava già quegli avvenimenti e quei segreti che avrebbero distrutto il gruppo dall'interno, seminando il sospetto e mettendo tutti contro tutti.

Il lento gioco al massacro interno cui si è sottoposto l'MI6 è incarnato dal personaggio di Smiley, magistralmente interpretato da Gary Oldman. Oldman ci presenta un personaggio solo apparentemente sottotono e distaccato, per il quale riesce a trovare un'espressività tutta sua che si estrinseca attraverso gli occhi. Smiley ha gli occhi di chi ha visto tanto, troppo, ed è stanco di vedere e di conoscere, ma non può far altro che continuare.
A Oldman si affianca un cast all british di tutto rispetto, da Colin Firth, elegante e serafico, a William Hurt, burbero ma leale, passando per un Tom Hardy lontano dalla fisicità di Bronson o del prossimo Batman, ma comunque eccellente nella parte dell'agente che potrebbe far cadere il castello di carte su cui Smiley indaga.

Alfredson realizza una spy story intensa e convincente, povera d'azione ma ricca di colpi di scena e sequenze di altissimo livello cinematografico, culminanti in un finale emozionante e quasi commovente, in cui, sulle note di La Mere, si regolano i conti e si ripensa a un passato che ormai non c'è più.

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Pier

giovedì 8 settembre 2011

Telegrammi da Venezia 2011 - #3

La mostra prosegue, e il livello, pur leggermente in calo rispetto ai primi giorni, resta comunque alto.

Shame, voto 8. Provocatorio, oltraggioso, di forte impatto, con una regia magistrale e una colonna sonora eccellente. Peccato per alcune lungaggini e per qualche eccesso di troppo. Ottimo Fassbender, insopportabile come sempre Carey Mulligan.

A simple life,
voto 9. Delicato, dolce, un film che ti entra dentro senza che ce ne si accorga e che rimane nel cuore. Semplice, senza fronzoli, commovente, un grande film sugli affetti, familiari e non.

Dark Horse,
voto 7.5. Meno provocatorio di altri film di Solondz, ma non per questo meno profondo. Il film ha un chiaro debito con il libro Una banda di idioti, e quella che sembra solo la storia di un bamboccione incapace di crescere diventa la storia di un paese intero.

Tinker, Taylor, Soldier, Spy,
voto 8. Una spy story eccezionale, con ottimi attori e una regia attenta e molto curata per il genere. Se si perde anche un solo minuto si fa fatica a riprendere il filo della trama, ma il finale è un momento di alto cinema.

Exchanges,
voto 6.5. Dal regista de La Banda, una commedia dell'assurdo che decolla solo dopo la prima mezz'ora. Quando lo fa è esilarante, ma l'inizio è decisamente troppo lento.

4.44 Last day on Earth,
voto 4.5. Un Melancholia mal girato, infarcito di immagini di repertorio e scene ripetute, che finiscono per soffocare un paio di momenti di alto livello.

Pier

lunedì 28 febbraio 2011

Oscar 2011: il bilancio


La cerimonia di premiazione degli Oscar 2011 ci ha regalato alcune certezze: la prima è che il mio cuore funziona meglio del mio cervello. Sette delle mie scelte personali (su dodici tentate) hanno ottenuto la statuetta, a fronte di soli quattro pronostici azzeccati.

La seconda è che James Franco e Anne Hatahaway sono giovani, belli e bravi ma del tutto inadatti a fare i conduttori: edizione più noiosa degli ultimi anni, e di piste.

La terza, che si ricollega in parte alla prima, è che l'Academy sembra aver finalmente deciso di cambiare rotta: negli ultimi due anni gli Oscar non sono stati come sempre dei premi all'industria cinematografica, al valore commerciale delle produzioni, ma dei riconoscimenti per i prodotti ritenuti più meritevoli dal punto di vista artistico e dei contenuti. Così lo scorso anno Avatar è rimasto a bocca asciutta, e allo stesso modo quest'anno True Grit e Inception hanno dovuto cedere gli Oscar maggiori a prodotti del cinema indipendente e ad attori e registi non esattamente di grido.

Fa piacere la vittoria di Sorkin, sceneggiatore superbo che forse ora comincerà finalmente a lavorare con maggiore frequenza per il cinema. Stupisce la vittoria di Bale, meritatissima non solo per il lavoro fatto su The Fighter ma anche per una carriera eccellente e finora ignorata dall'Academy. Fa storcere un po' il naso il premio alla regia per Il discorso del re, film eccellente ma mancante della novità e dello sperimentalismo che avevano invece altri candidati e non (l'esclusione di Nolan dalla cinquina grida ancora vendetta).

Personalmente sono entusiasta per la vittoria di Firth, annunciata ma non per questo meno sentita, e che segna la consacrazione di un attore troppo a lungo confinato in ruoli comici di supporto e per la cui "scoperta" dobbiamo ringraziare Tom Ford e il suo A single man.
Scontata la vittoria di Natalie Portman, inspiegabilmente ignorata a Venezia, e prevedibile quella di Melissa Leo, che si giocava la statuetta con la collega di The Fighter Amy Adams. Infine fa piacere la vittoria (anch'essa scontata) di Lee Unkrich per Toy Story 3, che porta alla ribalta uno degli storici elementi della famiglia Pixar, rimasto però in ombra fino a oggi ricoprendo il ruolo di aiuto-regista.

Questi Oscar ci restituiscono una Hollywood meno glamour ma più attenta al cinema d'autore e ai diversi linguaggi che il mondo cinematografico riesce ancora ad offrirci. Speriamo che questa tendenza continui, e che anche nei prossimi anni le scelte del cuore trionfino su quelle dettate dalla legge di mercato.

Pier

venerdì 25 febbraio 2011

Oscar 2011: i pronostici - Parte seconda


Seconda parte dei pronostici!

Miglior attore non protagonista
Grande incertezza: Bale viene da un film che dovrà portare a casa qualche statuetta, Rush è strepitoso ma rischia di pagare altri eventuali premi, Jeremy Renner è un outsider ma la sua prestazione è magnifica. Dico Rush come pronostico, ma il mio cuore lacerato alla fine preferisce di poco Renner.
Pronostico: Geoffrey Rush (Il Discorso del re)
Scelta personale: Jeremy Renner (The Town)

Miglior attrice non protagonista
La ragazzina di True Grit e Jacki Weaver sono già felici di essere qui, quindi la lotta è ristretta alla Bonham Carter e alle due attrici di The Fighter. Dico Amy Adams, sia come pronostico (ha già ricevuto una nomination, è nel pieno della carriera) sia come scelta personale.
Pronostico: Amy Adams (The Fighter)
Scelta personale: Amy Adams (The Fighter)

Miglior attore protagonista
Jeff Bridges ha vinto lo scorso anno, Eisenberg è alla prima nomination, Bardem e Franco i due possibili outsider: ma l'unico vero favorito è Colin Firth, che raccoglie anche la mia preferenza.
Pronostico: Colin Firth (Il discorso del re)
Scelta personale: Colin Firth (Il discorso del re)

Miglior attrice protagonista
Bella lotta, a parte Michelle Williams tutte potrebbero avere una possibilità di vittoria. Favorita di poco la Portman, mentre la mia scelta cade su Jennifer Lawrence, già notata ai tempi di The Burning Plain, quando vinse il premio Mastroianni a Venezia.
Pronostico: Natalie Portman (Il cigno nero)
Scelta personale: Jennifer Lawrence (Un gelido inverno)

Miglior regia
I Cohen hanno vinto di recente, Aronofsky non è molto amato dall'Academy, Il discorso del re dovrebbe fare il pieno in altre sezioni: favorito Fincher per The Social Network. Il mio voto personale va però a Darren.
Pronostico: David Fincher (The Social Network)
Scelta personale: Darren Aronofsky (Il cigno nero)

Miglior film
Con il proliferare delle nomination questa sezione diventa apparentemente la più difficile su cui fare previsioni. Scremando però quei film che non hanno ricevuto nomination nè per la regia nè per la sceneggiatura, si può arrivare a una rosa ristretta di candidati, che partono tutti alla pari: True Grit, The Fighter, Il discorso del re, The Social Network, Inception. Difficile fare un pronostico, anche se The Social Network sembra essere piaciuto moltissimo negli USA. Se la gioca alla pari con Il discorso del re, che si guadagna la mia preferenza personale.
Pronostico: The Social Network
Scelta personale: Il discorso del re

E ora appuntamento al 27 Febbraio, per la serata degli Oscar 2011!

Pier

mercoledì 2 febbraio 2011

Il discorso del re

Il potere della parola



Regno Unito, fine anni '30. Re Giorgio V è malato, e il suo regno sta giungendo alla fine. Il successore designato è Edoardo, che decide però di rinunciare al trono dopo poco tempo per sposare la pluridivorziata americana Wallis Simpson. A succedergli è il fratello Albert-Giorgio VI, affetto però da una grave forma di balbuzie. Mentre oscure nubi si addensano sull'Europa, il nuovo re si affida alle cure del logopedista anticonformista Lionel Logue per imparare a parlare in pubblico.

Il film di Tom Hooper (già autore di una piccola perla passata quasi inosservata come Il maledetto United) ha già nel titolo la sua cifra e il suo punto di forza. La vera protagonista de Il discorso del re è infatti la parola, fluente nella bocca della duchessa di York, di Logue e del principe-re Edoardo, lenta e impacciata in quella di Albert. Parlare per lui è un'impresa titanica, e anche raccontare una storia alle sue figlie diventa uno sforzo immane, sofferto, una lenta conquista di ogni sillaba. Logue saprà far scoprire al re non solo l'arte di parlare in pubblico, ma anche il piacere di parlare, di esprimere le proprie idee, restituendogli il suo diritto "ad essere ascoltato".
La sceneggiatura è magistrale e accompagna la lenta evoluzione del principe-re con dialoghi eccezionali, brillanti e drammatici allo stesso tempo, in cui ogni singola parola ha il suo significato. Memorabili in questo senso le lezioni impartite da Logue, in cui gli esercizi vocali diventano anche un modo per aiutare il re a ritrovare se stesso.

Il vero punto di forza del film è però il cast, capitanato da un Colin Firth sublime, che come il buon vino migliora invecchiando e che, dopo la spledida prova di A single man, offre una performance commovente e vera, in cui la sofferenza di ogni parola traspare chiaramente dal suo volto, dalle sue espressioni, dai suoi occhi. Linguaggio verbale e linguaggio corporeo si fondono alla perfezione nella sua recitazione, e ne fanno il favorito numero uno per gli Oscar di quest'anno.
Accanto a lui troviamo un Geoffrey Rush se possibile ancora più bravo: la sua è una recitazione più sommessa, meno "forte" ma ugualmente di impatto, in cui i sottotesti hanno la stessa importanza del testo e le parole non dette traspaiono chiaramente da ogni sua espressione. Una prova perfetta, sotto ogni punto di vista.
Ottime anche le interpretazioni di Helena Bonham Carter, che torna con successo a un personaggio "normale" conferendogli comunque l'ironia di cui è capace, e di Timothy Spall, un eccellente Churchill che meriterebbe forse un film a parte tanto è convincente.

La regia è ottima nel coordinare i vari elementi del film, che comprendono anche una splendida fotografia e un'eccellente colonna sonora, ma non offre guizzi creativi degni di nota.
Il discorso del re è un film di grande impatto, in cui ogni parola è misurata e calcolata al millimetro, e ci fa capire chiaramente come, anche negli eventi storici di maggiore portata, sono i dettagli, le persone e le parole che sanno dire a fare la differenza. Da vedere in lingua originale, senza se e senza ma.


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Pier

venerdì 15 gennaio 2010

A single man

Alla ricerca del tempo perduto



George, un professore universitario di letteratura, ha appena perso in un incidente il compagno di una vita. Incapace di reagire al lutto e di andare avanti passa il tempo a riordinare la casa, ritrovando oggetti e documenti che gli ricordano l'amato, spingendolo a meditare il suicidio.

L'esordio cinematografico di Tom Ford è un film "proustiano", fatto di memorie e di oggetti, piccole madeleines quotidiane che riportano alla mente i momenti passati. L'amore di George è raccontato in maniera intima, delicata, lontana dalla morbosità ricercata cui spesso ci hanno abituato altri film sull'amore omosessuale.

La regia sceglie spesso di adottare il punto di vista del protagonista, soffermandosi su dettagli e particolari: su tutti spicca quello degli occhi, vera e propria ossessione di George, richiamata anche in una splendida citazione di Hitchcock.
La fotografia è onirica e sfumata ed esprime lo stato d'animo di George, precipitato in una sorta di apatico limbo dalla morte dell'amato. Ogni frammento della sua vita gli ricorda i momenti passati insieme, generando uno strazio interiore che Ford racconta con partecipazione e compassione (nel senso letterale del termine).

La prova strepitosa di Colin Firth arricchisce ulteriormente un film già pregevole: il suo dolore è intimo, autentico, non affettato nè esagerato. La sua sofferenza diventa quella dello spettatore, che si trova coinvolto senza che per questo Firth debba eccedere in pianti e lacrime, che anzi sono molto misurati e contenuti. Il vero dolore è silenzioso, e Firth riesce a comunicare i sui sentimenti anche senza bisogno delle parole: uno sguardo, un'espressione pensierosa bastano a farci capire quanto gli manchi l'amore di una vita.

A single man è senza dubbio uno dei più brillanti esordi alla regia degli ultimi anni. A volte eccede nella ricerca della perfezione estetica, ma è un difetto marginale se rapportato alla potenza emotiva ed espressiva di un film che non può mancare di colpire al cuore lo spettatore con la forza di un sentimento che sopravvive alla morte.

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Pier