Torna "Tesori nascosti", la rubrica che segnala film meritevoli di recupero passati inosservati o quasi in Italia.
Ogni film è corredato di voto, informazioni su dove reperire il film, e di un breve commento o un link alla nostra recensione.
1. Sicario, voto 9 Genere: thriller Anno: 2015 Regista: Denis Villeneuve DVD: sì, edizione italiana Streaming: RaiPlay Commento: Film imperdibile per gli amanti del poliziesco, Sicario è un thriller teso come una corda di violino ambientato nel mondo dello spaccio al confine con il Messico. Una storia oscura, in cui nessuno è come sembra e l'ombra domina la luce, costringendo tutti a compromessi con la propria coscienza. Villeneuve gira con la solita sapienza tra piani sequenza mozzafiato e chiaroscuri in silhouette che meravigliano e terrorizzano.
2. Eighth Grade, voto 8 Genere: commedia Anno: 2018 Regista: Bo Burnham DVD: no Streaming: Prime Video, AppleTV (noleggio) Commento: Il debutto alla regia di Bo Burnham, attore e comico statunitense, è un dolce e divertente racconto degli imbarazzi dell'adolescenza al giorno d'oggi, che potrebbe essere la versione più adulta dell'ultimo capitolo di Inside Out. Burnham racconta alla perfezione anche l'arma a doppio taglio dei social, che possono essere strumento di connessione ma anche di isolamento. Intelligente e mai banale, il film è stato un caso negli USA, ma ha misteriosamente trovato scarsa distribuzione qui in Italia.
3. Impiegati...male, voto 7.5 Genere: commedia Anno: 1999 Regista: Mike Judge DVD: sì, edizione italiana Streaming: Disney+ Commento: Un cult della commedia statunitense, che ha avuto meno successo in Italia, forse a causa dell'orrido titolo in traduzione, Office Space è un'eccellente satira del lavoro d'ufficio, sviscerato in tutte le sue nevrosi e fissazioni. Il desiderio di fuga dei protagonisti è quello di un'intera generazione, e anticipa tematiche contemporanee come le "grandi dimissioni" e il quiet quitting. Imperdibile per chi ama The Office, e in parte anche per i fan di Friends (Jennifer Aniston è la protagonista).
4. The First Slam Dunk, voto 9 Genere: drammatico, sportivo Anno: 2022 Regista: Takehiko Inoue DVD: in uscita, edizione italiana Streaming: Prime Video Commento: Un capolavoro dell'animazione giapponese e del cinema sportivo, The First Slam Dunk è imperdibile per chi ha amato manga e serie anime, ma riesce a parlare anche a chi scopre ora il mondo dello Shohoku, raccontando la scelta di dolore e redenzione del giovane Ryota e, in parallelo, anche quella dei suoi compagni. Sequenze finali da brividi. Qui trovate la recensione estesa.
5. Shiva Baby, voto 8. Genere: commedia drammatica Anno: 2021 Regista: Emma Seligman DVD: sì, edizione italiana Streaming: Mubi Commento: Fulminante esordio alla regia di Emma Seligman, che racconta un momento di disorientamento della giovane ebrea Danielle. Iscritta all'università ma incapace di continuare, Danielle ha costruito un castello di bugie che rischia di crollare quando i genitori la costringono alla seduta di shiva (rituale di lutto ebraico) di un'amica di famiglia. Seligman realizza un film esilarante ma claustrofobico, con una fotografia sincopata e invadente che rappresenta al meglio il crescente disagio di Danielle, intrappolata in una casa (e in delle aspettative, sia professionali che sentimentali) da cui vorrebbe solo fuggire per poter finalmente essere se stessa.
6. Non pensarci, voto 9. Genere: commedia drammatica Anno: 2007 Regista: Gianni Zanasi DVD: sì, edizione italiana Streaming: RaiPlay Commento: Un musicista è costretto a tornare a casa dalla famiglia, titolare di una ditta che produce marmellate, dopo averli accuratamente evitati tutta la vita. Gianni Zanasi firma una commedia drammatica da manuale che racconta alla perfezione e con piglio quasi sociologico la provincia italiana in tutti i suoi pregi e difetti. I personaggi sono imperfetti ma ci si affeziona inesorabilmente, portandoci a tifare per il loro successo a dispetto di tutti i loro errori. Cast stellare, con Mastandrea a una delle sue prove migliori in carriera.
Il piccolo Mahito perde la madre in un incendio causato da un bombardamento. Due anni dopo, il padre e Mahito lasciano Tokyo per andare a vivere in campagna, dove li attende la sorella della defunta, divenuta nel frattempo la compagna del padre. Mahito fatica ad adattarsi alla nuova vita, fino a quando un airone cenerino parlante non lo trascina in una torre che nasconde un mondo fantastico.
Che Hayao Miyazaki, avvicinandosi a un finale di carriera che, come l'orizzonte, sembra sempre prossimo ma non arriva mai (e speriamo continui così), stia cercando una sintesi della sua opera e dei temi a lui cari non è una novità: con Si alza il vento aveva abbandonato il genere fantastico per cimentarsi con una biografia che era una riflessione sull'arte della creazione. Ne Il ragazzo e l'airone Miyazaki torna al fantastico, ma non abbandona il suo desiderio di trovare un filo conduttore, una summa di ciò che ha cercato di raccontare per decenni e, al tempo stesso, fare un bilancio della sua vita, del suo lavoro, della sua arte.
Non sorprende quindi che la sua nuova opera sia un film immensamente stratificato, che sotto l'apparenza della fiaba nasconde metafore, simboli, suggestioni che richiederebbero molteplici visioni per essere colti appieno (oltre che una conoscenza approfondita della cultura giapponese, che chi scrive, purtroppo, non possiede). La narrazione è sincopata, con frequenti cambi di ritmo: lenta e meditativa nella prima parte (dominata, non a caso, dall'acqua), frenetica e incalzante nella seconda (dominata, sempre non a caso, dal fuoco).
Il ragazzo e l'airone è una riflessione sulla crescita e la maturazione, che Miyazaki intende come abbandono dell' "io" per guardare al noi, dell'egoismo per il bene comune, dell'individuale per il collettivo. È anche un racconto di lutto e perdita, sia individuale (la madre di Mahito) che collettiva (il Giappone ferito dalla guerra), e di come farci i conti. È, infine, e forse soprattutto, un racconto della creatività in generale, e della carriera di Miyazaki in particolare: dell'ambizione di creare, attraverso l'arte, un mondo migliore, privo di guerre e sofferenze e pieno di magia, e della realizzazione che in questi mondi, per quanto meravigliosi, non si può fuggire, e che solo sporcandosi le mani per migliorare quello in cui viviamo possiamo realizzarci davvero.
L'animazione è come sempre sontuosa, con sfondi che paiono dipinti, elementi naturali mai così realistici (il fuoco in particolare), e alcune scene - su tutte quella delle bende e quella delle rane - che rimangono stampate nella memoria. I personaggi sono colorati, idiosincratici, originali, ricchi di personalità. Su tutti, a parte il protagonista Mahito - irrisolto, pieno di rabbia repressa, ma generoso: in una parola, vero - spicca l'uomo-airone che dà il titolo al film, ma anche i parrocchetti cannibali, perfetta incarnazione della stratificazione miyazakiana. Da un lato sono un geniale sfogo comico che arricchisce il film di humor e colore, dall'altro sono una rappresentazione dell'omologazione della società giapponese (in generale, ma in particolare durante la Seconda Guerra Mondiale), in cui tutti divengono meri esecutori di una volontà di potenza destinata a provocare distruzioni e tragedie.
La musica di Joe Hisaishi è, come sempre, poetica, perfetto accompagnamento delle immagini criptiche, misteriose ed evocative create da Miyazaki. Su tutte spiccano il tema di Himi, incalzante e magico, con un sapiente uso dei cori, e quello di Mahito, carico di dolore e perdita, ma anche aperto al futuro e a un domani migliore.
Il ragazzo e l'airone non è, forse, il film migliore di Miyazaki, ma è senza dubbio quello che ne riassume al meglio le istanze (ecologiste, antibelliche, dialogiche), rielaborandole in un unicum a volte di complessa decifrazione, che parla all'anima più che alla testa, e che è il perfetto testamento (il che non vuol dire che sarà il suo ultimo film: Scorsese con The Irishman insegna) di un artista che da decenni continua a fare arte per salvare l'umanità e il pianeta, senza rinunciare a intrattenere e commuovere e tracciando una strada per il futuro, una strada in cui la creatività salva il mondo non immaginandone uno alternativo, ma immaginando soluzioni per renderlo migliore.
Anche quest'anno siamo giunti al termine della Mostra del Cinema, tra biciclette, caffè di corsa, e maître à penser in panama bianco: una Mostra che, nonostante lo sciopero di Hollywood, è riuscita ad andare in scena senza quasi nessun cambio di programma. finalmente tornata alla normalità, con sale piene, dibattiti in coda, feste, biciclette, e panama bianchi. Il programma è stato molto ricco e variegato, e ancora una volta non si possono che fare i complimenti ad Alberto Barbera: speriamo vivamente non sia giunto al suo penultimo o addirittura ultimo anno.
È stata una Mostra in cui ha trionfato il bianco e nero, scelto da tantissimi film, da El Conde a Maestro, passando per The Theory of Everything, Green Border e Poor Things (quest'ultimo solo in parte). È stata anche una mostra di biografie (Leonard Bernstein e Felicia Montealegre, Priscilla Presley, Enzo Ferrari, Isabelle Wilkinson, Pinochet, Salvatore Todaro) e con molti film di tema politico, che sia passato (El Conde, Bastarden, Lubo), presente (Green Border) o futuro (La Bête).
Qui trovate un elenco, con voti, dei film visti. Di seguito, invece, trovate i pronostici, quasi sicuramente sbagliati, per il Leone d'Oro e gli altri premi, corredati come sempre dalle mie preferenze personali.
Premio Mastroianni per il miglior attore emergente Sembra esserci solo un giovane attore che si è distinto al punto di meritare il premio dedicato alla memoria del grande Marcello Mastroianni: è Seydou Sarr, giovane e carismatico protagonista di Io Capitano, il film di Matteo Garrone. Pronostico: Seydou Sarr, Io Capitano Scelta personale: Seydou Sarr, Io Capitano Coppa Volpi maschile Sfida combattuta, con nomi forti: dall'Adam Driver di Ferrari (con buona pace di Favino) al Mads Mikkelsen di Bastarden, passando per Bradley Cooper in Maestro e Caleb Landry Jones di Dogman. Sul suo dolente antieroe canino ricade il mio pronostico, mentre la mia scelta personale va a Mads Mikkelsen, splendido contadino testardo.
Pronostico: Caleb Landry Jones, Dogman Scelta personale: Mads Mikkelsen, Bastarden Coppa Volpi femminile La coppa, in questo caso, dovrebbe andare a Emma Stone, la cui performance in Poor Things è una di quelle che gli anglosassoni chiamano for the ages, destinata a rimanere nella storia. Ma Emma Stone ha già vinto la Coppa per La La Land, e il film di Lanthimos è papabile per la vittoria del Leone d'Oro, che solitamente preclude altri premi. Il pronostico ricade quindi sulla bravissima Carey Mulligan, che domina la scena e offre una performance intensa e viva in Maestro.
Pronostico: Carey Mulligan, Maestro Scelta personale: Emma Stone, Poor Things
Leone d'Argento (Miglior Regia) Con Green Border, Agnieszka Holland ha realizzato un film autoriale ma dai fortissimi contenuti sociali: su di lei ricade il mio pronostico. La mia scelta personale va invece a Nikolaj Arcel e alle splendide immagini crepuscolari, girate interamente in luce naturale, del suo Bastarden.
Pronostico: Agnieszka Holland, Green Border Scelta personale: Nikolaj Arcel, Bastarden
Gran Premio della Giuria Il favorito per il secondo premio più importante sembrerebbe Ryūsuke Hamaguchi e la sua favola (nera? Il finale desta ancora interrogativi a giorni dalla visione) ecologista Evil Does Not Exist, lirico e potente al tempo stesso. Su di lui ricade anche la mia scelta personale, anche se fino all'ultimo ho esitato con The Theory of Everything, una bellissima sorpresa ingiustamente snobbata da molti critici. Pronostico: Evil Does Not Exist Scelta personale: Evil Does Not Exist
Leone d'Oro Sfida davvero accesa e incerta: se ci fosse giustizia dovrebbe trionfare Poor Things, l'unico film che ha unanimemente entusiasmato pubblico e critica, in cui tutto, dalla recitazione alla fotografia, passando per la scrittura, è semplicemente perfetto. Tuttavia, sembra poco nelle corde di Damien Chazelle e soci (anche se, forse, Jane Campion...) e, soprattutto, potrebbe soffrire la classica sindrome del film "che non ha bisogno di vincere." Ecco allora che il favorito, silenziosamente, potrebbe diventare quell'Odissea moderna, quel viaggio sospeso tra l'atroce realtà e il sogno che è Io Capitano di Matteo Garrone, riportando così il Leone d'Oro in Italia 10 anni dopo Sacro GRA.
Pronostico:Io Capitano Scelta personale: Poor Things
È tutto anche per quest'anno. Correte in SNAI a scommettere sull'opposto dei miei pronostici, e noi risentiamo per l'edizione 2024.
Quarto telegramma da Venezia, tra killer in crisi, l'impatto duraturo delle guerre, comunità rurali giapponesi, non morti, e mogli di celebri cantanti.
The Killer (Concorso), voto 6.5. Fincher racconta la storia di un killer dal piglio impiegatizio, con routine da cartellino e un'apatia latente. La banalità del male, dunque, raccontata con un abbondante uso di voice over e facendo leva sull'espressione glaciale di Fassbender. Il risultato è efficace, ma poco ispirato: un compito ben eseguito, ma nulla più. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.
Evil Does Not Exist (Concorso), voto 8. Dal regista di Drive My Car, una riflessione a tutto tondo sul rapporto tra uomo e natura, affrontato senza retorica né desiderio di compiacere, ma focalizzandosi sul rapporto simbiotico tra comunità e paesaggio. Finale soprendente, fortemente metaforico, che scarta di lato e lascia più domande che risposte, dimostrando grande coraggio.
Le Vourdalak (Settimana della Critica), voto 5. Da un racconto di Tolstoj, una storia di vampiri molto convenzionale, evocativa nelle atmosfere ma un po' confusa nella narrazione, con un trucco del vampiro poco riuscito.
Shadow of Fire (Orizzonti), voto 8.5. Gli orrori e le tragedie che la guerra lascia dietro di sé raccontati attraverso gli occhi di un bambino che si trova a interagire con reduci di vario genere. Il film alterna momenti cupi e riflessivi ad altri di pura poesia, una commistione di toni e linguaggi che conquista, commuove, e fa riflettere.
Priscilla (Concorso), voto 5. Sofia Coppola firma un biopic poco ispirato su Priscilla Presley, raccontando il plagio operato - consciamente o inconsciamente - da Elvis nei suoi confronti. Il film scorre senza sussulti, e non riesce a offrire una prospettiva nuova su una storia conosciuta e mostrata con uguale efficacia e, paradossalmente, maggiore critica nei confronti di Elvis nel film omonimo.
Hit Man (Fuori Concorso), voto 8.5. La storia vera di un insegnante universitario che diviene collaboratore della polizia fingendosi un killer a pagamento. Linklater firma un film esilarante, perfetto per ritmo, costruzione e interpretazione, che strappa applausi a scena aperta.
Ryota Miyagi è in seconda liceo ed è il play dello Shohoku, una squadra di un liceo minore nella prefettura di Kanazawa. Insieme ai suoi compagni - Takenori Akagi, Hisashi Mitsui, Kaede Rukawa, e il "genio del basket", il quasi principiante Hanamichi Sakuragi - si trova ad affrontare la partita della vita contro il Sannoh, da anni campione nazionale del campionato liceale. La strada per arrivare fin qui non è stata facile per Miyagi, su cui grava un passato che fatica a dimenticare.
Temevo di avere difficoltà nello scrivere la recensione di The First Slam Dunk: chi scrive ha una conoscenza enciclopedica, frutto di numerose riletture e visione, sia del manga che dell'anime di cui questo film è, de facto, la conclusione. Un film, tuttavia, deve funzionare come opera a se stante, non dando per scontata la conoscenza pregressa dell'opera di partenza; ed è comunque inevitabile che il fan della prima ora e lo spettatore occasionale abbiano un'esperienza differente.
Ebbene, posso dire che queste difficoltà esistevano solo nella mia testa. The First Slam Dunk è un film con la "F" maiuscola, un'esperienza di rara potenza visiva che, nel raccontare una partita, finisce per raccontare la vita, tra ostacoli, cadute, e tentativi di rialzarsi. Racconta il tentativo di riscatto di un liceo di periferia che si trova ad affrontare la più grande squadra liceale del Giappone, e quella dei suoi ragazzi - talenti con un carattere impossibile, teppisti, stelle cadute, promesse mai realizzate, e chi più ne ha più ne metta. E su questo archetipo narrativo, su questo ennesimo racconto di Davide contro Golia, Inoue (qui anche alla regia) costruisce un mondo vivo e intimenticabile, in grado di conquistare i nuovi spettatori e di emozionare chi già conosce il materiale di partenza, offrendo nuovi angoli e dettagli per guardare a personaggi che si credeva di conoscere.
La scelta di raccontare la partita con il Sannoh con gli occhi di Miyagi, il membro del quintetto-base dello Shohoku rimasto forse più in ombra nel manga/anime, è vincente, perché offre una prospettiva diversa che elimina le barriere d'ingresso per i non-fan e riesce a stupire e prendere in contropiede anche i fan più accaniti. Il suo percorso rispecchia quello della squadra, tra difficoltà e insicurezze affrontate grazie all'amore per il basket, che unisce cinque persone diverse come i membri del quintetto dello Shohoku. Attraverso gli occhi di Miyagi scopriamo la creazione di un gruppo diverso eppure unito dalle difficoltà, dalla voglia di lottare contro il destino avverso e contro se stessi per diventare persone e una squadra migliori.
L'animazione, un mix sperimentale di computer grafica e disegno a mano che combina la texture di matita e acquerello, è un trionfo rivoluzionario degno di Spider-Man: Un nuovo universo. Le scene di gioco scorrono fluide e vitali, con una precisione dei movimenti che regala al film un realismo fino a ieri insperabile: dal punto di vista tecnico, ci sarà un "prima" e un "dopo" questo film. I tiri di Mitsui, in particolare, rasentano la perfezione, con il polso che si spezza con la naturalezza che è propria dei grandi campioni. Anche il comparto sonoro è di altissimo livello, sia nell'uso della musica, sia nel riprodurre suoni, rumori e sensazioni di una palestra, soprattutto nelle sequenze capolavoro dei minuti finali.
L'unico difetto risiede nel doppiaggio - non tanto nelle voci (mancano le voci storiche, ma i sostituti si comportano egregiamente) - quanto proprio nell'adattamento, con numerose battute (compresa una che chi ama il manga attendeva con ansia) che vengono pronunciate dal personaggio senza che a questo corrispondano delle parole: vediamo le labbra muoversi, ma il suono rimane appannaggio della versione giapponese. Un difetto evitabile, che speriamo si possa correggere in edizione home-video.
The First Slam Dunk tocca le corde emotive dello spettatore con immensa sapienza, suscitando commozione e brividi lungo la schiena sia nei momenti più personali, sia durante le azioni di gioco, soprattutto durante i concitatissimi minuti finali, un ottovolante di sensazioni ed emozioni che solo i più grandi film (sportivi e non) sanno regalare.
Quarto telegramma da Venezia, con ricordi d'infanzia, lotte artistiche e morali, maternità alternative, creative elaborazioni del lutto, e guerre di mafia sul Gargano.
Princess (Orizzonti), voto 4. Un film dal tema interessante (la prostituzione clandestina nella periferia di Roma), che convince nella costruzione dei personaggi, ma risulta inconcludente nel messaggio e nella messa in scena.
All the Beauty and the Bloodshed (Concorso), voto 7.5. Il film racconta la battaglia di Nan Goldin, celebre fotografia statunitense, con la famiglia Sackler e la loro Purdue Pharma. Purdue era la produttrice dell'OxyContin, farmaco che crea una forte dipendenza e che si calcola abbia causato più di 400mila morti negli USA. Può l'arte salvare il mondo dalla crisi degli oppiacei? La risposta, apparentemente, è sì. Il film intervalla la storia della battaglia contro i Sackler con la biografia della Goldin: inizialmente questa scelta risulta spaesante, ma con il proseguire dei minuti il collegamento diventa sempre più evidente, al punto che la passione che Goldin mette nella battaglia sarebbe incomprensibile senza conoscere il suo vissuto. Si poteva, forse, sforbiciare qualcosa, ma nel complesso resta un film molto riuscito nella sua capacità di colpire ripetutamente allo stomaco.
Love Life (Concorso), voto 7. Il racconto di una vita di coppia tra lutti, fantasmi dal passato che si ripresentano, risate e lacrime, raccontata con un tocco leggero e dolce, che riprende le lezioni di Ozu e di altri grandi film del cinema giapponese come L'estate di Kikujiro.
L'Immensità (Concorso), voto 7.5. Emanuele Crialese torna dietro la macchina da presa undici anni dopo Terraferma, e lo fa con un film profondamente personale, che racconta una versione romanzata della sua infanzia e dell'inizio del suo percorso di transizione da donna a uomo. Il film ha due scene di apertura che sono da manuale dello show don't tell, con la danza scatenata di Penelope Cruz e figli su Rumore di Raffaella Carrà a farla da padrone. Il film si ripete un po' in alcuni momenti, ma nel complesso risulta emotivamente e visivamente solido e ispirato.
Les Enfants des Autres (Concorso), voto 5. Un film di cui si fatica a comprendere la presenza in concorso, che racconta con una regia quasi invisibile la storia di una donna che si ritrova ad affezionarsi alla figlia di primo letto del compagno. Ci si interroga su cosa sia la maternità, sulla sua necessità o non necessità, e in generale sullo scopo di una vita lunga e breve al tempo stesso: i messaggi sono a volte un po' vecchi, ma tutto sommato il film non annoia.
Ti Mangio il Cuore (Orizzonti), voto 6.5. Pippo Mezzapesa racconta una storia di mafia e amore sul Gargano in un bianco e nero fatto più di ombre che di luci, che racconta una Puglia rurale che sembra uscita dal selvaggio west. Sangue chiama sangue, e la spirale sembra destinata a non arrestarsi mai. Buono l'esordio da attrice di Elodie, che firma anche la canzone di chiusura.
In seguito a un lutto, Yûsuke Kafuku, attore e regista teatrale, si trasferisce a Hiroshima per gestire un laboratorio che culminerà nella produzione di Zio Vanja di Cechov: una produzione che Yûsuke affida a una compagnia di attori di varie nazioni, chiedendo a ciascuno di recitare nella propria lingua. I responsabili del laboratorio lo costringono ad accettare un'autista: per Yûsuke, molto affezionato alla sua auto e grande appassionato di guida, è difficile adattarsi.
Un film complesso, quello di Ryusuke Hamaguchi, che sembra più un collage di tanti film diversi, mescolati e amalgamati in una storia labirintica che finisce e ricomincia più volte, un labirinto di strade separate eppur collegate dal cuore emotivo della vicenda, quello di un uomo dal cuore spezzato che cerca la redenzione. Spesso film del genere si rivelano dei disastri, accrocchi senza né capo né coda: non è il caso di Drive my car, che prosegue per sbalzi, divagazioni, piccoli quadri che si rivelano però pezzi di un unico puzzle, una sinfonia della solitudine che trova declinazioni in ogni suo interprete, sia nella vita reale, sia sul palcoscenico.
Una catarsi collettiva, un tentativo di liberarsi del peso del passato che, non a caso, avviene attraverso Cechov e, ancora meno a caso, avviene nella città che per i Giapponesi rappresenta il ricordo più pesante e ingombrante, Hiroshima. La storia di Yûsuke diviene quella di un'intera nazione ancora incapace di elaborare un lutto incancellabile, un macigno che pesa sul cuore della collettività, che desidererebbe solo quel che Sonja invoca alla fine di Zio Vanja: il riposo che viene dall'autoassoluzione, ma anche dal dialogo.
E proprio il dialogo è l'altro tema centrale del film: un dialogo con funzione catartica, certo, ma anche con funzione di ponte, di congiunzione tra i popoli, in grado di superare le barriere linguistiche per sublimarsi in valori universali come l'arte, la pietà, la compassione. Hamaguchi usa il lavoro teatrale del suo protagonista per lanciare un messaggio a un'umanità sempre più divisa, lacerata e isolata, una situazione che la pandemia non ha creato ma solo esacerbato. Solo con il dialogo e l'ascolto, il vero ascolto l'umanità può sopravvivere a se stessa: solo con il dialogo e l'ascolto possiamo smettere di essere soli.
Il film ha ritmi volutamente bassi, introspettivi, in cui lo spettatore, così come i personaggi, è chiamato a guardarsi dentro, a osservare gli altri e ritrovare se stesso; ogni gesto, ogni sguardo ha un valore profondo. Le parole sono tante, ma i momenti chiave sono scarni, quasi muti. La fotografia, splendida, indugia in campi lunghi evocativi che riescono a catturare lo spettatore nonostante la loro ripetitività. Quello che manca, ogni tanto, è uno scatto in avanti, un cambio di ritmo, un'accelerazione che permetta di apprezzare maggiormente i momenti di pausa e di riflessione. Il film invece mantiene sempre lo stesso ritmo, quello di una contemplativa, regolare lentezza che può risultare un po' ostica per alcuni spettatori e, a tratti, finisce per depotenziare un messaggio che nei suoi momenti migliori risuona forte e chiaro, scavando dentro il cuore di chi lo ascolta.
Drive my car è un film ambizioso e coraggioso, che non ha paura di affrontare temi "alti" attraverso una storia quotidiana, semplicissima nei contenuti quanto complessa nella struttura: la storia di una, due, infinite solitudini che si incontrano e si guariscono a vicenda, un'ode al potere catartico dell'arte ma anche il canto dolente di una nazione ferita. Può non essere per tutti, ma aprirà il cuore a chi saprà abbandonarsi al suo incedere ipnotico, come quello di un'auto nella notte su una strada deserta.
Quinto telegramma da Venezia: belle sorprese da Finlandia e Filippine, delusioni italiane, e peculiari film d'animazione giapponesi.
The Blind Man Who Did Not Want to See Titanic (Orizzonti), voto 8. Un film finlandese che parla di disabilità senza pietismo, ma anzi con grande ironia e lanciandosi anche su toni thriller. Fotografia splendida, sceneggiatura asciutta ed efficace, e splendida prova del protagonista.
White Building (Orizzonti), voto 5.5. Una famiglia riceve un'offerta per lasciare l'appartamento dove ha sempre vissuto, cadente ma molto centrale. La loro negoziazione procede in parallelo ai sogni di gloria del figlio, che aspira a diventare un celebre ballerino. Senza infamia e senza lode, il film non ha mai un guizzo, un momento ispirato che lo renda più che un discreto compitino.
America Latina (Concorso), voto 4. Dopo il successo alla Berlinale con Favolacce, i fratelli D'Innocenzo provano la strada del thriller psicologico. Il tentativo è ambizioso ma il risultato è un film inconcludente, con un colpo di scena poco sensato, mal giustificato e che arriva troppo tardi. Bella la fotografia, fastidiosa l'interpretazione del solitamente bravo Elio Germano, qui troppo sopra le righe.
Inu-Oh (Orizzonti), voto 6. Unico film d'animazione in concorso alla Mostra, racconta la storia di un grande innovatore del teatro Noh e delle leggende che ha contribuito a tramandare. Bella la scelta di rappresentare gli esponenti delle innovazioni Noh come veri e propri divi rock, sia musicalmente che visivamente, con coreografie che ricordano i concerti e i video di varie band, i Queen su tutti. L'animazione, inoltre, è di altissimo livello artistico. Il film, tuttavia, risulta un po' troppo ostico a chi non conosce a menadito la storia e le leggende del Giappone: peccato.
On the Job - The Missing 8 (Concorso), voto 7.5. Un film camaleontico, che ibrida vari generi - dall'indagine giornalistica al film d'azione, dal prison movie al noir - con grande creatività e inventiva e una colonna sonora strepitosa. Peccato per la durata eccessiva, ma merita la visione.
Life of Crime 1984-2020 (Fuori Concorso), voto 7.5. Un documentario che è un inno alla perseveranza, portato avanti per 36 anni seguendo tre amici tossicodipendenti nel loro continuo oscillare tra autodistruzione e tentativi di sopravvivenza e redenzione. Un film di forte impatto, che sottolinea l'importanza dei rapporti umani, con la droga che diventa quasi una persona in carne e ossa.
Puntata speciale di Nuovo Cinema Paravirus, che vi accompagna in un viaggio cinematografico in vari paesi del mondo.
Il paese di oggi è il Giappone.
I tre film segnalati sono:
1) Lost in translation. Inspiegabilmente non disponibile in streaming, il film di Sofia Coppola racconta il Giappone con occhi occidentali, cogliendone però appieno lo spirito, la tensione tra passato e presente e l'alienazione della modernità. La solitudine dei protagonisti diviene quella di un popolo, in un incontro tra Oriente e Occidente che ne evidenza le differenze ma, soprattutto, le similarità esistenziali.
2) Black rain - Pioggia sporca (disponibile a noleggio su vari servizi). Uno dei film più sottovalutati di Ridley Scott, un teso thriller poliziesco che sfrutta le atmosfere di Osaka per creare un neo-noir quasi futuristico, in cui il bene e il male sono quasi indistinguibili.
3) L'isola dei cani (disponibile a noleggio su vari servizi). Una favola moderna, uno dei film più dolci eppur più profondi di Wes Anderson, che trasporta lo spettatore in un mondo fantastico, in cui i cani parlano e il mondo sembra un palco teatrale, eppure reale, con personaggi ed emozioni autentici, vivi, vibranti, che toccano il cuore dello spettatore e lo trascinano con sé. Qui la recensione completa.
Tenete gli occhi aperti per il prossimo speciale di Nuovo Cinema Paravirus. Coming soon!
Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi suggerisce film da vedere in quarantena.
Il genere di oggi è la fantascienza distopica.
I film segnalati sono:
1) Minority Report (disponibile su Prime Video). Spielberg adatta l'omonimo romanzo di Philip K. Dick con uno sguardo freddo e cupo, realizzando uno splendido thriller adrenalinico che parla della società di oggi più di quanto ci piaccia ammettere.
2) Akira (disponibile su Netflix e Prime Video). Il capolavoro dell'animazione giapponese "extra Ghibli": un film che parla del futuro, ma anche del presente, dell'irresistibile avanzata dell'umanità verso l'autodistruzione, e di cosa significhi davvero essere umani.
3) Figli degli uomini (disponibile a noleggio su vari servizi). Un mondo senza figli: questo il futuro preconizzato da Alfonso Cuaròn, in uno dei suoi film migliori e al tempo stesso più misconosciuti. Un thriller mozzafiato che parla di ambiente, diritti umani, resistenza e resilienza: un altro film che parla dell'oggi, e di noi.
Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi suggerisce film da vedere in quarantena.
Il genere di oggi sono i film sulla cucina e il buon cibo.
I film segnalati sono:
1) Ratatouille (disponibile su Disney+). Un film che celebra la gioia del cucinare, la creatività come espressione di se stessi, e l'importanza di seguire i propri sogni, e lo fa con una regia spettacolare, che dà al cinema d'animazione la dignità del cinema dal vivo attraverso un utilizzo maturo della grammatica cinematografica, tra piani sequenza e flashback. Un film da vedere, rivedere, e rivedere ancora.
2) Soul Kitchen (disponibile a noleggio su vari servizi). Il film racconta peripezie personali e professionali di un ristoratore turco in Germania, tra chef geniali ma folli e una clientela ondivaga e peculiare. Un film che scalda il cuore commedia malinconica che non ha paura di sperimentare con i generi, muovendosi tra spionaggio, thriller e melò. Qui la recensione completa.
3) Kiki consegne a domicilio (disponibile su Netflix). Uno dei film meno adulti di Miyazaki, ma capace comunque di parlare dritto al cuore, attraverso la storia di una giovane strega che diventa fattorino per una panetteria. Il cibo è al centro della storia, come spesso capita nel cinema del regista giapponese, e diventa simbolo di dialogo, convivialità, e collettività.
Torna "Tesori nascosti", la rubrica che segnala film meritevoli di recupero passati inosservati o quasi in Italia.
Ogni film è corredato di voto, informazioni su dove reperire il film, e di un breve commento o un link alla nostra recensione.
1. Kill me please, voto 7. Genere: commedia nera Anno: 2010 Regista: Olias Barco DVD: sì, edizione italiana Streaming: no Commento: una commedia nera surreale, girata in stile neorealista, con un bianco e nero quasi onirico e continui movimenti di macchina. Il ritmo non è incalzante, ma è compensato da alcune trovate davvero gustose. Qui la recensione estesa.
2. Killer Joe, voto 9. Genere: commedia nera Anno: 2011 Regista: William Friedkin DVD: sì, edizione italiana Streaming: a noleggio su vari servizi Commento: un'altra commedia nera, che vira però al thriller. Un film di forte impatto che racconta quell'America senza speranza e senza pietà già descritta dai Coen in Non è un paese per vecchi, in cui l'unica legge è quella della violenza, una violenza metodica, cinica, che si presenta con i modi gentili e rassicuranti di Joe e si trasforma poi nel peggiore degli incubi. Qui la recensione estesa. 3. Still life, voto 9. Genere: commedia drammatica Anno: 2013 Regista: Uberto Pasolini DVD: sì, edizione italiana Streaming: a noleggio su vari servizi Commento: Uno dei migliori film di registi italiani degli ultimi dieci anni, capace di una delicatezza e di una misura che sembrano sconosciute alla gran parte dei cineasti nostrani. Still Life racconta una storia semplice ma straordinaria per la voglia di vivere che trasmette, con una perfetta commistione di momenti comici ed emozionanti. Qui la recensione estesa.
4. Locke, voto 8. Genere: drammatico Anno: 2013 Regista: Steven Knight DVD: sì, edizione italiana Streaming: a noleggio su vari servizi Commento: Dall'autore di quel capolavoro del piccolo schermo che è Peaky Blinders, un film interamente ambientato in un'auto, con il mondo esterno che perde consistenza fisica, ed esiste solo attraverso le voci sentite al cellulare. Knight riesce a generare tensione e attesa grazie al solo uso della parola e a un Tom Hardy in stato di grazia. Qui la recensione estesa.
5. L'estate di Kikujiro, voto 9.5. Genere: commedia drammatica Anno: 1999 Regista: Takeshi Kitano DVD: sì, edizione italiana Streaming: no Commento: Una trama all'apparenza banale, con un adulto che si trova costretto ad accompagnare un bambino alla ricerca della madre, che manca da casa da parecchi anni. Il loro viaggio si trasforma a poco a poco in qualcosa di più, un'esperienza lirica, divertente, leggera ma al tempo stesso profonda, riflessiva, che non lascera insensibile nemmeno il più arido degli spettatori. Kitano dirige con una leggerezza e una purezza di visione che tolgono il fiato, sorretto anche dalla splendida colonna sonora di Joe Hisaishi. 6. L'infanzia di un capo, voto 9. Genere: drammatico, storico Anno: 2015 Regista: Brady Corbet DVD: sì, edizione italiana Streaming: no Commento: Una delle più belle sorprese cinematografiche degli ultimi anni: un film ridondante ma potente, imperfetto ma evocativo, che risveglia emozioni forte nello spettatore e lo costringe a fare qualcosa cui il cinema contemporaneo sembra aver rinunciato: riflettere. Qui la recensione estesa. 7. Sunshine cleaning, voto 7. Genere: commedia drammatica Anno: 2008 Regista: Christine Jeffs DVD: sì, edizione italiana Streaming: Prime Video Commento: Due sorelle, per sbancare il lunario, si specializzano in un'attività peculiare: la pulizia delle scene del crimine. Un film che bilancia perfettamente dramma e commedia e che, pur non brillando per originalità registica, offre un'ottima prova corale (d'altronde il cast è d'eccezione: Amy Adams, Emily Blunt, e Alan Arkin) e numerosi spunti di riflessione sulla famiglia e sulla mortalità, grazie anche a una sceneggiatura vivace e mai banale. Pier
Con "Tesori nascosti", Film Ora prova ad aiutare i suoi lettori a recuperare film meritevoli ma che hanno avuto distribuzione scarsa o invisibile nelle sale italiane. Grazie a DVD e servizi streaming, recuperare questi film non è più (nella maggior parte dei casi) un'impresa impossibile.
Sette tesori per puntata, per (ri)scoprire film caduti troppo in fretta nel dimenticatoio collettivo.
Ecco un primo elenco, corredato di voto, informazioni su dove reperire il film, e di un breve commento o di un link alla nostra recensione
Commento: una commedia malinconica che scalda il cuore, che racconta le peripezie personali e professionali di un ristoratore turco in Germania. Qui la recensione estesa.
Commento: Originale commedia che anticipa la riscoperta di Napoli da parte del nostro cinema, focalizzandosi sugli incontri-scontri interculturali attraverso la storia un ricercatore napoletano che si trova costretto a trasferirsi nel quartiere cingalese della città. Ottima prova del cast. Qui la recensione completa.
Commento: uno dei film meno conosciuti di Larrain, ma anche uno dei più incisivi, che racconta con grande crudezza ed efficacia il regime di Pinochet attraverso la storia di un funzionario statale addetto ai verbali delle autopsie e innamorato della sua vicina di casa. Qui la recensione completa.
Commento: film duro e allucinato sulla fuga disperata di un talebano da un campo di prigionia statunitense. Sceneggiatura perfetta, tesa, coinvolgente nonostante la ripetitività delle situazioni. Grande prova d'attore (muta) di Vincent Gallo.
Commento: Un samurai-movie perfetto per tempi e atmosfere, che richiama Kurosawa ma mantiene comunque originalità e tensione grazie al folle e geniale tocco di Miike. Per gli amanti del genere, un film imperdibile.
6. Silent souls, voto 9.5.
Genere: drammatico
Anno: 2010
Regista: Aleksey Fedorchenko
DVD: solo in lingua straniera (inglese, francese, originale russo).
Streaming: no.
Commento: Storia delicata e toccante del funerale di una moglie che diventa il funerale di un'etnia, i Merja, legata a una vita semplice e rurale e assolutamente estranea alla modernità. Un film con eco di Tarkovsky, che racconta l'anima della Russia con una poesia straziante che arriva dritto al cuore.
Ultimo telegramma da Venezia, con gli ultimi film del Concorso, alcune belle sorprese nelle sezioni collaterali, e qualche inevitabile delusione.
A più tardi per il Totoleone!
Guest of honour (Concorso), voto 6.5. Dopo l'ispirato Remember, Egoyan torna a Venezia con un'altra storia sulla relatività della verità e della memoria, concentrandosi questa volta sul concetto di reputazione. Un impiegato dell'ufficio di igiene, che ha il potere di togliere la reputazione ai ristoranti con il suo giudizio, si trova a dover indagare per difendere la reputazione della figlia. L'indagine si trasforma in un viaggio della memoria. Egoyan rivela la verità a poco a poco, come i pezzi di un puzzle: il gioco funziona e intrattiene, grazie anche all'ottima prova degli attori, ma sa di già visto, e finisce per attutire la portata emotiva degli eventi narrata.
About endlessness (Concorso), voto 6.5. Dopo il Leone d'Oro vinto nel 2014, Andersson torna a Venezia con una storia simile nella struttura e nella composizione visiva, ma non nei contenuti. Laddove Un piccione alternava momenti di sublime ironia a momenti di riflessione, About endlessness è pervaso di pessimismo cosmico, con pochissime situazioni brillanti che sono anch'esse pervase da un'angoscia strisciante. Il film è una riflessione sulla solitudine e l'alienazione che caratterizzano le nostre esistenze, raccontate attraverso diversi quadri narrativi. Nel complesso il film è meno riuscito del precedente sia per una sensazione di già visto, sia per una minore coesione narrativa, che rende difficile vedere un filo logico a connettere le storie. Rimangono, però, la profondità della riflessione suscitata, ma soprattutto la sublime perfezione visiva di questi quadri dal sapore hopperiano e vermeeriano, in cui ogni oggetto, ogni dettaglio racconta una sua storia
Tony Driver (Settimana della Critica), voto 4. Una storia potenzialmente interessante trattata in modo banale e monodimensionale, ignorandone le molteplici e feconde sfaccettature. La commistione tra documentario e finzione è artificiale e non convince. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.
Psykosia (Settimana della Critica), voto 5. Un film visivamente curatissimo e suggestivo, che racconta però un tema abusato (quello del doppio) all'interno di un contesto abusatissimo (una clinica psichiatrica). Il rapporto tra medico e paziente potrebbe anche essere interessante, se non fosse che il colpo di scena si intuisce già nei primi minuti, lasciando quindi lo spettatore con una fastidiosa sensazione di già visto per le successive due ore.
Nevia (Orizzonti), voto 7.5. Uno splendido esordio, capace di scovare la bellezza nel mezzo dello squallore, raccontando con sguardo dolce e partecipe una bella fiaba contemporanea. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.
Tutto il mio folle amore (Fuori Concorso), voto 5.5. Un ritorno in tono decisamente minore per Gabriele Salvatores: il film è sconnesso, con le varie parti che si incastrano a fatica, e patisce anche una trattazione superficiale del tema dell'autismo. Il film è ai limiti del disastroso nelle parti con Valeria Golino, talmente svogliata da sembrare una cattiva attrice, e Diego Abatantuono, che pur non recitando riesce a strappare qualche sorriso. Lo salvano le scene di viaggio attraverso Slovenia e Croazia, che riportano alla mente i lavori giovanili di Salvatores, con personaggi sconclusionati persi in mezzo del nulla, alla perenne ricerca di se stessi. In quei momenti si ride e ci si commuove, grazie anche a un Claudio Santamaria perfetto nella parte del "Modugno dei Balcani".
Waiting for the barbarians (Concorso), voto 7.5. In uno scenario da deserto dei Tartari, il nemico sembra sempre alle porte e, quando non c'è, occorre inventarsene uno al fine di far stringere i sudditi intorno all'imperatore. Se sembra sinistramente familiare è perché lo è: Waiting for the barbarians racconta la contemporaneità attraverso un dramma pseudostorico ben scritto, diretto e interpretato, con echi di Lawrence d'Arabia e un Mark Rylance che ne è il cuore emotivo ed etico, novello scrivano Bartleby che rifiuta di sottostare a ordini che violentano la sua natura..
La mafia non è più quella di una volta (Concorso), voto 7.5. Franco Maresco realizza un documentario agghiacciante ed esilarante al tempo stesso, in cui trascina lo spettatore per le strade di una Palermo dove Borsellino e Falcone non solo non sono celebrati, ma sono nel migliore dei casi dimenticati e nel peggiore insultati o vilipesi. Un ritratto amaro di una Sicilia, di un'Italia senza memoria, e destinate quindi a ripetere gli errori del passato. A volte la voce fuori campo risulta un po' forzata, ma è un difetto veniale in un film che vuole risvegliare le coscienze, ma senza nutrire troppe speranze di riuscirci.
They say nothing stays the same (Aru sendo no hanashi) (Giornate degli Autori), voto 8.5. Che cos'è la poesia, se non la capacità di trovare lo straordinario nell'ordinario? La storia di un barcaiolo fluviale che trasporta passeggeri da una riva all'altra del fiume sembrerebbe banale, ma si trasforma invece in un'opera dolce e commovente, con la fotografia più ispirata e ispirante vista finora alla Mostra, fatta di colori forti, luminosi, vitali. Sulla vita bucolica e tradizionale del barcaiolo incombono la costruzione di un ponte che rischia di lasciarlo senza lavoro, e la vendetta di uno spirito della morte, in un meraviglioso connubio tra tradizione e modernità degna dei capolavori di Hayao Miyazaki. Un piccolo gioiello.
Un monde plus grand (Giornate degli Autori), voto 6.5. Il film racconta la storia vera di Corine Sombrun, tecnica del suono e documentarista che, in seguito alla morte del marito, accetta di recarsi in Mongolia per documentare le pratiche sciamaniche delle tribù locali. Il suo coinvolgimento con queste pratiche sarà più profondo del previsto, e grazie a esseCorine riscoprirà lentamente se stessa. L'incontro-scontro tra cultura francese e mongola è raccontato in modo classico ma efficace, ed è sorretto da una fotografia che, una volta liberata dalle costrizioni urbane, si libra in volo per raccontare la vita nella steppa con occhi spalancati di stupore, donando agli spettatori lo sguardo di Corine. Un film semplice ma efficace sul ritrovarsi, e un utile memento del fatto che ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sappia la nostra filosofia (e la nostra scienza).
Quarta parte dei telegrammi veneziani, con i film visti negli ultimi due giorni e qualcuno che mi ero dimenticato da quelli precedenti.
Ich seh, Ich seh - Goodnight Mommy (Orizzonti), voto 7.5. Thriller psicologico a tinte horror che indaga il rapporto tra realtà effettiva e realtà percepita, attraverso un confronto scontro tra una madre reduce da un'operazione che le ha cambiato i lineamenti e i due figli convinti che si tratti di un impostore. L'inquietudine cresce inquadratura dopo inquadratura, fino al disturbante ma potente finale.
Il Giovane Favoloso (Concorso), voto 7. Martone dirige un film solido e dall'impianto molto classico, che pecca di lungaggini ma ha il grande merito di raccontare Leopardi senza scivoloni retorici né facili pietismi. Germano dona anima e corpo al poeta di Recanati, offrendo un'interpretazione superba. Finale poeticamente perfetto.
Nobi - Fires on the Plain (Concorso), voto 7.5. Tsukamoto dirige un film di grande forza visiva, in cui l'orrore della guerra e le sue devastanti conseguenze sulla psiche umana vengono raccontate senza sconti né edulcorazioni. Nonostante gli evitabilissimi eccessi di alcune scene, il film colpisce per realismo e drammaticità.
A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence (Concorso), voto 9. Geniale, dissacrante e filosofico, con una fotografia strepitosa. A mio parere, fin qui, il film migliore della mostra. Qui la recensione completa.
Torna la rubrica “I dimenticati”, dedicata a quei personaggi che
hanno fatto grande il cinema, ma non godono della giusta celebrità tra il
grande pubblico.
Oggi parliamo di Yasujiro Ozu, regista giapponese nato il 12
dicembre 1903 a Tokyo.
Ozu sviluppa un amore per il cinema fin dalla giovane età, ma inizia
la sua avventura professionale nel settore grazie a uno zio, che lo raccomanda
al direttore della casa di produzione Shochiku.
Comincia così a lavorare per il grande studio, nonostante all’inizio
debba accontentarsi del ruolo di assistente cameraman (lavoro ritenuto poco
rispettabile all'epoca).
Dopo essere diventato assistente alla regia di Tadamoto Okubo,
mette insieme il suo primo script e gira il suo primo film, La spada della
penitenza (Zange no yaiba, 1927),
andato purtroppo perduto. Prima di completarlo viene però chiamato alle armi,
eil film viene terminato da Torajiro
Sato.
I film di Yasujiro Ozu esaminano le lotte basilari che caratterizzano
la vita e la società: i cicli di nascita e morte, il passaggio dall'infanzia
all'età adulta e la tensione tra tradizione e modernità. I titoli spesso
enfatizzano il cambiamento delle stagioni, sfondo simbolico delle transizioni
evolutive delle esperienze umane. Vista nel suo insieme, l'opera di Ozu risulta
una delle più profonde descrizioni della vita familiare nella storia del
cinema.
La carriera di Ozu si può dividere in due parti, pre e post II
Guerra Mondiale. Nei primi lavori si scorge l'influenza dei melodrammi di
Hollywood: Ozu in particolare si sarebbe ispirato a Ernst Lubitsch, anche se
più volte avrebbe affermato l'assoluta 'indipendenza' dei suoi lungometraggi.
Nelle opere più mature, invece, spicca uno stile più contemplativo e
'semplice', con la rinuncia quasi totale a tutti gli stilemi classici della
grammatica cinematografica.
Days Of Youth (Wakaki Hi, 1929) è la più vecchia
pellicola di Ozu arrivata ai giorni nostri (delle sette precedenti non rimane
traccia). Si tratta di una commedia, dallo stile registico ancora acerbo, nella
quale due studenti universitari, in gita sulle nevi, prendono una cotta per la
stessa ragazza.
E' del 1932 quello che è generalmente riconosciuto come il primo
film importante di Ozu, Sono nato, ma... (Umarete wa Mita keredo…),
che ottiene grande successo di pubblico e critica in Giappone. La pellicola inizia
come una commedia keatoniana ma si trasforma presto in un confronto tra
l'innocenza dell'infanzia e l'ipocrisia degli adulti.
Negli anni '30 i protagonisti di Ozu sono tutti esponenti della
classe media. In questo periodo, in Giappone è molto apprezzato per l'onestà e
l'attualità il genere shomin-geki ("dramma con persone come te e
me"). La povertà - assieme alle differenze di classe - è la rovina di
questi personaggi, ma già nel 1934 Ozu insegna che l'accettazione è la chiave
di tutto. Storia di erbe fluttuanti (Ukigusa Monogatari) vede il
leader di un piccolo gruppo di attori girovaghi incontrare il figlio, nato anni
prima da una vecchia relazione. Ozu trasforma un racconto dal sapore
melodrammatico in uno studio suggestivo ed intenso sulle certezze e sul futuro.
Un anno dopo, Ozu mostra la depressione che ha colpito il Giappone
in Una locanda di Tokyo (Tokyo no Yado, 1935), una delle sue
opere più commoventi. Un padre e il giovane figlio arrancano per i vicoli di
Tokyo in cerca di lavoro e, con i loro pochi averi, devono scegliere ogni
giorno tra il cibo e un riparo. La pellicola per molti versi anticipa il
neorealismo del De Sica di Ladri di biciclette (1948), ma qui il finale
è ancora più potente.
Sebbene il sonoro avesse raggiunto il Giappone nel 1935, Ozu, come
Chaplin, preferisce ancora il muto, non rinunciando però all'utilizzo della
musica.
Durante la guerra, Ozu realizza solo due film, Fratelli e
sorelle della famiglia Toda (Toda-ke no Kyodai, 1941) e C'era un
padre (Chichi Ariki, 1942), diventato poi un classico del cinema
giapponese. Doposei mesi in un campo di
prigionia britannico vicino a Singapore, Ozu nel 1946 torna nella Tokyo ancora
ferita e gira Tarda primavera (Banshun, 1949), un film che
rifarà, con 'variazioni sul tema', molte volte in seguito. Una giovane donna
(Setsuko Hara) che vive felicemente con il padre vedovo (Chishu Ryu), non
prende in considerazione il matrimonio, preferendo il suo stato di dipendenza,
che non comporta le responsabilità derivanti dalla gravidanza e dai doveri
domestici. Il padre, temendo per la figlia una vita solitaria, la porta quindi
a credere che intende risposarsi, 'affrancandola' così dalle sue preoccupazioni.
Alla fine del 1940 si fa più forte in Ozu la volontà di
minimizzare la propria tecnica. Riduce quindi a zero i movimenti di macchina,
introduce la "regola a 360 gradi" (in cui si incrociano gli assi
immaginari disegnati tra due attori che parlano tra loro) e porta ogni
personaggio a guardare dritto in macchina durante le conversazioni, ponendo lo
spettatore nel centro delle stesse. Inoltre, decide di ridurre gli effetti di
transizione, concentrando così l'attenzione sui personaggi ed esasperando la
loro umanità.
Un primo esempio di questo cambiamento
di stile è Il tempo del raccolto del grano del 1951 (Bakushu).
Il è incentrato su una giovane donna che si ribella alla famiglia e decide di
scegliere da sola il proprio marito. Attraverso storie parallele, Ozu osserva
meticolosamente anche le vite di altri19 personaggi, espandendo i confini della
trama principale del film, dimostrando una padronanza straordinaria nell'uso di
spazio e tempo per costruire il ritmo della narrazione.
Il capolavoro di Ozu èperò
generalmente considerato Viaggio a Tokyo (Tokyo Monogatari,
1953), racconto del conflitto generazionale tra una coppia di anziani in visita
a Tokyo e i loro figli, che rivelano tutta la loro indifferenza verso i
genitori. L'ingratitudine servirà a rivelare differenze emotive inconciliabili,
che tuttavia i genitori accettano serenamente prima di far ritorno a casa. Ozu
esamina la lenta frattura nella famiglia giapponese, ma mostra come la quieta
rassegnazione e l'accettazione portino alla consapevolezza che la tradizione è
soggetta a mutamenti. Qui la forma cinematografica di Ozu raggiunge il suo
zenit. L'apparente mancanza di trama (non di storia, ma di eventi) è sostituita
da una serie di momenti che hanno un effetto cumulativo e di ellissi. Ozu
prepara lo spettatore ad una scena e poi semplicemente elide l'intero evento,
mantenendone il mood e il tono senza bisogno di rappresentare gli eventi
eliminati.
Inizio di primavera(Soshun, 1956) è il
film più lungo di Ozu (144') e racconta di un giovane impiegato di Tokyo
annoiato dal lavoro e dalla moglie. Ha una storia clandestina con una collega,
che porta a un litigio con la consorte, e alla fine accetta un trasferimento in
un piccolo centro. Così come inVivere (Ikiru)di Akira
Kurosawa (1952), anche qui si mette in discussione il senso di passare tutta la
tua vita dietro a una scrivania.
Nel 1958, Ozu fa il grande salto nel mondo del cinema a colori con
Fiori d'equinozio (Higan-Bana), ennesimo approfondimento della
vita familiare, presentato dal punto di vista delle giovani generazioni. L'uso
del colore dà tono al film ed esalta la bellezza della protagonista, Fujiko
Yamamoto.
Tutti i film successivi saranno a colori, e tra questi va senza
dubbio ricordato Erbe fluttuanti (Ukigusa, 1959), per il quale
Ozu si avvale di Kazuo Miyagawa, uno dei più grandi direttori della fotografia
del Giappone, autore tra gli altri di Rashomon (1951) e Yojimbo (1961)
di Kurosawa e di Ugetsu Monogatari (1953) di Mizoguchi.
In Tardo Autunno(Akibiyori,
1960) una giovane donna e la madre, con la quale vive, sono alle prese con tre
amici del marito/padre defunto che provano a convincerle a farsi una nuova
vita. Il film contiene alcuni dei momenti più divertenti dell'intera
cinematografia di Ozu e presenta un personaggio femminile insolitamente
schietto (quello di Mariko Okada), riflesso della moderna donna giapponese nel
1960.
L'ultimo film di Ozu, che morirà l'anno successivo per un cancro
alla gola, è Il gusto del sakè (Sanma no aji, 1962), pellicola
senza dubbio influenzata dalla morte, avvenuta durante le riprese, della madre.
Si tratta di una meditazione serena sull'invecchiamento e la solitudine, in cui
fanno capolino alcune sequenze più leggere.
La filmografia di Yasujiro Ozu ci presenta un incredibile studio
della famiglia giapponese e dei cambiamenti da questa affrontati negli anni. Il
nobilitare la monotonia del mondo in cui vive la famiglia borghese ha portato
Ozu a essere etichettato come “il più giapponese” tra i registi giapponesi
tradizionali e, proprio per questo motivo, i suoi film sono stati sdoganati in
Occidente solo negli anni '70, poiché ritenuti poco fruibili o interessanti per
il pubblico medio di questa parte del mondo.
Lo spettatore che intende imbarcarsi in questa doverosa riscoperta
scoprirà una sensibilità e una visione del mondo uniche e peculiari, raccontate
da un punto di vista disincantato, ma anche rilassato e pacifico. I film di Ozu
non si limitano a una semplice riflessione sulla morte, ma toccano tutti gli
aspetti della vita, costituendo una sorta di risposta emotiva alla bellezza
della natura, alla transitorietà della vita e al dolore della morte. Alessandro G.