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mercoledì 25 marzo 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 12

Dodicesima puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi suggerisce film da vedere durante la quarantena.


Il genere di oggi sono i road movies.

Ecco i tre prescelti:

1) Marrakesh Express. Il vero capolavoro di Salvatores, un'avventura on the road che racconta l'amicizia come pochi altri film hanno saputo fare. Scandalosamente non disponibile su alcuna piattaforma streaming, potete trovarlo diviso in tre parti su DailyMotion.

2) Nebraska (disponibile su Prime Video). Uno struggente viaggio alla ricerca della memoria, un rapporto padre-figlio che viene ridefinito da una fuga verso un sogno di ricchezza probabilmente fasullo, ma comunque in grado di mettere le ali ai piedi. Qui la recensione completa.

3) In viaggio con Pippo (disponibile su Disney+). Uno dei film meno conosciuti della Disney, e uno dei più divertenti e "giovanili". Tratto dalla popolare serie animata, il film segue il viaggio di Pippo e del figlio Max, determinato ad andare al concerto della sua star preferita. Divertente ed emozionante, un film per tutti e da riscoprire.

Il "voto del pubblico" di oggi è Road Trip (grazie Ceriz), grande classico della comicità demenziale.

A domani per la tredicesima puntata!

Pier

venerdì 6 settembre 2019

Telegrammi da Venezia 2019 - #4

Ultimo telegramma da Venezia, con gli ultimi film del Concorso, alcune belle sorprese nelle sezioni collaterali, e qualche inevitabile delusione.

A più tardi per il Totoleone!


Guest of honour (Concorso), voto 6.5. Dopo l'ispirato Remember, Egoyan torna a Venezia con un'altra storia sulla relatività della verità e della memoria, concentrandosi questa volta sul concetto di reputazione. Un impiegato dell'ufficio di igiene, che ha il potere di togliere la reputazione ai ristoranti con il suo giudizio, si trova a dover indagare per difendere la reputazione della figlia. L'indagine si trasforma in un viaggio della memoria. Egoyan rivela la verità a poco a poco, come i pezzi di un puzzle: il gioco funziona e intrattiene, grazie anche all'ottima prova degli attori, ma sa di già visto, e finisce per attutire la portata emotiva degli eventi narrata.

About endlessness (Concorso), voto 6.5. Dopo il Leone d'Oro vinto nel 2014, Andersson torna a Venezia con una storia simile nella struttura e nella composizione visiva, ma non nei contenuti. Laddove Un piccione alternava momenti di sublime ironia a momenti di riflessione, About endlessness è pervaso di pessimismo cosmico, con pochissime situazioni brillanti che sono anch'esse pervase da un'angoscia strisciante. Il film è una riflessione sulla solitudine e l'alienazione che caratterizzano le nostre esistenze, raccontate attraverso diversi quadri narrativi. Nel complesso il film è meno riuscito del precedente sia per una sensazione di già visto, sia per una minore coesione narrativa, che rende difficile vedere un filo logico a connettere le storie. Rimangono, però, la profondità della riflessione suscitata, ma soprattutto la sublime perfezione visiva di questi quadri dal sapore hopperiano e vermeeriano, in cui ogni oggetto, ogni dettaglio racconta una sua storia

Tony Driver (Settimana della Critica), voto 4. Una storia potenzialmente interessante trattata in modo banale e monodimensionale, ignorandone le molteplici e feconde sfaccettature. La commistione tra documentario e finzione è artificiale e non convince. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

Psykosia (Settimana della Critica), voto 5. Un film visivamente curatissimo e suggestivo, che racconta però un tema abusato (quello del doppio) all'interno di un contesto abusatissimo (una clinica psichiatrica). Il rapporto tra medico e paziente potrebbe anche essere interessante, se non fosse che il colpo di scena si intuisce già nei primi minuti, lasciando quindi lo spettatore con una fastidiosa sensazione di già visto per le successive due ore.

Nevia (Orizzonti), voto 7.5. Uno splendido esordio, capace di scovare la bellezza nel mezzo dello squallore, raccontando con sguardo dolce e partecipe una bella fiaba contemporanea. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

Tutto il mio folle amore (Fuori Concorso), voto 5.5. Un ritorno in tono decisamente minore per Gabriele Salvatores: il film è sconnesso, con le varie parti che si incastrano a fatica, e patisce anche una trattazione superficiale del tema dell'autismo. Il film è ai limiti del disastroso nelle parti con Valeria Golino, talmente svogliata da sembrare una cattiva attrice, e Diego Abatantuono, che pur non recitando riesce a strappare qualche sorriso. Lo salvano le scene di viaggio attraverso Slovenia e Croazia, che riportano alla mente i lavori giovanili di Salvatores, con personaggi sconclusionati persi in mezzo del nulla, alla perenne ricerca di se stessi. In quei momenti si ride e ci si commuove, grazie anche a un Claudio Santamaria perfetto nella parte del "Modugno dei Balcani".

Waiting for the barbarians (Concorso), voto 7.5. In uno scenario da deserto dei Tartari, il nemico sembra sempre alle porte e, quando non c'è, occorre inventarsene uno al fine di far stringere i sudditi intorno all'imperatore. Se sembra sinistramente familiare è perché lo è: Waiting for the barbarians racconta la contemporaneità attraverso un dramma pseudostorico ben scritto, diretto e interpretato, con echi di Lawrence d'Arabia e un Mark Rylance che ne è il cuore emotivo ed etico, novello scrivano Bartleby che rifiuta di sottostare a ordini che violentano la sua natura..

La mafia non è più quella di una volta (Concorso), voto 7.5. Franco Maresco realizza un documentario agghiacciante ed esilarante al tempo stesso, in cui trascina lo spettatore per le strade di una Palermo dove Borsellino e Falcone non solo non sono celebrati, ma sono nel migliore dei casi dimenticati e nel peggiore insultati o vilipesi. Un ritratto amaro di una Sicilia, di un'Italia senza memoria, e destinate quindi a ripetere gli errori del passato. A volte la voce fuori campo risulta un po' forzata, ma è un difetto veniale in un film che vuole risvegliare le coscienze, ma senza nutrire troppe speranze di riuscirci.

They say nothing stays the same (Aru sendo no hanashi) (Giornate degli Autori), voto 8.5. Che cos'è la poesia, se non la capacità di trovare lo straordinario nell'ordinario? La storia di un barcaiolo fluviale che trasporta passeggeri da una riva all'altra del fiume sembrerebbe banale, ma si trasforma invece in un'opera dolce e commovente, con la fotografia più ispirata e ispirante vista finora alla Mostra, fatta di colori forti, luminosi, vitali. Sulla vita bucolica e tradizionale del barcaiolo incombono la costruzione di un ponte che rischia di lasciarlo senza lavoro, e la vendetta di uno spirito della morte, in un meraviglioso connubio tra tradizione e modernità degna dei capolavori di Hayao Miyazaki. Un piccolo gioiello.

Un monde plus grand (Giornate degli Autori), voto 6.5. Il film racconta la storia vera di Corine Sombrun, tecnica del suono e documentarista che, in seguito alla morte del marito, accetta di recarsi in Mongolia per documentare le pratiche sciamaniche delle tribù locali. Il suo coinvolgimento con queste pratiche sarà più profondo del previsto, e grazie a esseCorine riscoprirà lentamente se stessa. L'incontro-scontro tra cultura francese e mongola è raccontato in modo classico ma efficace, ed è sorretto da una fotografia che, una volta liberata dalle costrizioni urbane, si libra in volo per raccontare la vita nella steppa con occhi spalancati di stupore, donando agli spettatori lo sguardo di Corine. Un film semplice ma efficace sul ritrovarsi, e un utile memento del fatto che ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sappia la nostra filosofia (e la nostra scienza).

Pier e Simone

giovedì 11 aprile 2013

Educazione Siberiana

Poesia e carenze strutturali



Kolima e Gagarin sono due giovani membri della comunità Urka, di origine siberiana ma deportata in Transnistria, in Moldavia, ai tempi di Stalin. Gli Urka sono una comunità di criminali, governata da un complesso sistema di regole non scritte e da un codice d'onore da cui non è possibile derogare, pena l'espulsione. Il custode della traduzione è il nonno di Kolima, Kuzja, povero ma rispettato da tutti, che trasmette al nipote e al suo amico tutte le tradizioni e i codici di comportamento della comunità, basati sulla solidarietà e l'aiuto reciproco.
Catturato a seguito di un furto, Gagarin finisce in prigione. Tornerà molti anni dopo, profondamente cambiato e ormai lontano da quei valori e da quelle tradizioni in cui invece Kolima è ancora immerso e crede fermamente.

Salvatores lascia l'Italia e si trasferisce all'estero per girare questa storia di onore e codici di comportamento criminali basata sul romanzo omonimo di Nicolai Lilin. Il regista realizza scene di struggente bellezza, fatte di paesaggi, di metafore, di sguardi. Ogni parola di nonno Kuzja è pura poesia, ogni suo racconto una riflessione sulla vita. L'insistenza sui corpi dei personaggi, e in particolare su quei tatuaggi che ne raccontano la vita, dona al film una forza espressiva e una verità all'altezza delle Promesse dell'Assassino di Cronenberg. Supportato da un cast perfetto e da una fotografia e una musica di altissimo livello, il regista realizza un piccolo capolavoro visivo e interpretativo.

Il film manca però di struttura, e questo finisce per penalizzare la potenza del messaggio e delle immagini. La sceneggiatura è approssimativa e mal congegnata: ogni scena sembra indipendente dalle altre, quando in realtà i simboli e le metafore si inseguono e si influenzano a vicenda per tutto il film. Il tutto però è lasciato allo spettatore, che deve sforzarsi di decodificare quello che la sceneggiatura non sviluppa, di collegare quello che la sceneggiatura non collega. Prendiamo il racconto dei due lupi, un insegnamento di vita e metafora del rapporto tra Kolima e Gagarin. E' una scena forte e potente, dove un John Malkovich già bravissimo raggiunge vette sublimi di interpretazione e trasmette il messaggio chiave del film: chi pensa di essere libero, come Gagarin, è in realtà schiavo, perchè la vera libertà è quella dell'anima.Eppure la sceneggiatura lo lascia cadere, facendolo rimanere sullo sfondo anzichè esplicitarne il profondo significato e quello che rappresenta nella storia dei protagonisti.

Questo difetto strutturale del film rende vana la poesia, indebolisce la potenza espressiva, svilisce, insomma, la grande materia visiva creata da Salvatores, riducendo la vicenda a una sorta di versione dal vivo di Red e Toby ambientato in Russia. Un vero peccato, perchè il regista milanese, ancora una volta, aveva dimostrato una sensibilità visiva e narrativa molto personale ed elaborata, realizzando un film poetico ed epico, che la sceneggiatura finisce però per azzoppare.

**1/2

Pier

giovedì 1 aprile 2010

Happy family

Due famiglie in cerca d'autore



Ezio è uno scrittore che ha paura di vivere. E' sempre chiuso in casa, e la sua arte e i suoi personaggi sono la sua unica compagnia. Sta lavorando alla storia di due famiglie molto complesse: sedicenni che vogliono sposarsi, mogli sull'orlo di una crisi di nervi, padri indolenti o con gravi problemi di salute. A causa di un (immaginario) incidente in bicicletta, alla cena che riunisce alla stessa tavola figli e genitori finisce anche Ezio, che inaspettatamente troverà l'amore.

Happy family si muove tra il mondo della realtà e quello della finzione: è una riflessione sul cinema, ma anche sulla scrittura, sul rapporto tra personaggi e autore, che riprende l'opera pirandelliana e la fa incontrare con l'immaginazione felliniana. Ezio cresce e matura insieme alle sue "creature", imparando ad affrontare le novità della vita e i sentimenti.
Salvatores utilizza gli spunti proposti dall'8 1/2 di Fellini e li applica alla realtà della famiglia, ritraendone alla perfezione nevrosi e dinamiche di interazione e citando apertamente Wes Anderson e i suoi Tenenbaum. Il risultato è un film divertente e originale, non tanto nei contenuti quanto nelle scelte registiche e nel rapporto tra i due piani della trama.

I personaggi parlano spesso in macchina, come in una sorta di psicoterapia di gruppo che permette di dare a ciascuno di loro spessore e una forte caratterizzazione. Come Anderson, Salvatores crea scene a prevalenza monocromatica, usando i coloro come forma espressiva dello stato d'animo e delle situazioni che in protagonisti si trovano ad affrontare. La sceneggiatura è ben scritta e vivace, ed è sostenuta da una prova corale degli attori semplicemente eccezionale, con Abatantuono e Bentivoglio che meritano una menzione particolare insieme ai due protagonisti, un Fabio de Luigi sempre più convincente e l'ottima sorpresa Valeria Bilello.

Salvatores dimostra ancora una volta di essere un regista eclettico, con il raro merito di realizzare film sempre diversi ma sempre interessanti. Happy family è bello, vitale e originale, una vera boccata fresca nel panorama sempre uguale del cinema italiano. Non perdetelo.

****

Pier

giovedì 18 dicembre 2008

Come Dio Comanda - Paolo Mereghetti


Da sinistra Elio Germano nei panni di «Quattro formaggi» e Filippo Timi (Il padre «adottivo)
Da sinistra Elio Germano nei panni di «Quattro formaggi» e Filippo Timi (Il padre «adottivo)
Il tema delle «colpe» dei padri e dei «rimpianti» dei figli è presente da sempre nell’opera di Gabriele Salvatores, a volte solo in negativo (come nella trilogia generazionale degli inizi) a volte come una delle possibili sottotrame (come in Sud). Da un po’ di film a questa parte, invece, quel tema ha preso sempre più spazio, fino a diventare una delle linee di forza dell’ispirazione: importante in Amnèsia e Quo vadis baby?, centrale in Io non ho paura, totalizzante in Come dio comanda, in uscita oggi.

Ispirato a un romanzo fluviale di Niccolò Ammaniti, il film ne espunge molti personaggi e avvenimenti per concentrarsi sul tormentato rapporto di Rino Zena (Filippo Timi) col figlio vero Cristiano (Alvaro Caleca, al suo esordio) e quello «adottivo » Quattro Formaggi (Elio Germano). Il primo è un adolescente cupo e ombroso, succube verso il genitore di cui ha assorbito il vitalismo apocalittico e oltranzista; il secondo è un ex compagno di lavoro di Rino, menomato da un incidente sul lavoro che l’ha fatto regredire a uno stato para-infantile. Il terzetto vive in un paese montano senza nome del Nord-Est italiano, ognuno rabbiosamente alle prese con i problemi quotidiani: Rino alla ricerca di un lavoro che non trova e che vede sparire ogni giorno di più per la concorrenza di «negri e slavi»; Cristiano nel tentativo di mascherare la sua vera anima e le sue vere idee di fronte a insegnanti e compagni da cui si sente distantissimo; e Quattro Formaggi all’inseguimento di un suo mondo di fantasie e desideri che carica di troppe aspettative.

Gabriele Salvatores
Gabriele Salvatores
Salvatores, che ha scritto la sceneggiatura con Niccolò Ammaniti e Antonio Manzini, salta di getto qualsiasi tipo di mediazione sia sociologica che psicologica. Non sappiamo niente del passato di Rino e Cristiano né della «fine» della madre, così come Quattro Formaggi ci viene presentato senza altri legami familiari che non quelli dei due Zena. E fin dall’episodio del Suv e della motoretta che ne impedisce il parcheggio, i rapporti sociali tra le persone sembrano essere costruiti solo sulla sopraffazione e la violenza. Un mondo senza anima e un’umanità senza passato, dove (un po’ troppo simbolicamente) chi è strambo raccoglie oggetti nelle discariche e chi teorizza il razzismo e dipinge gigantesche svastiche sui muri di casa non può che divertirsi a sparare tra le cave di ghiaia.

C’è come un sovraccarico di disvalori, un incupimento eccessivo del quadro che può trovare una giustificazione in certi fatti di cronaca ma che nella logica del racconto cinematografico finisce per sembrare eccessivo, fin troppo sgradevole, volutamente esasperato, così da togliere (e non si capisce perché) ogni possibilità di immedesimazione con qualcuno dei protagonisti. In questo modo, l’inevitabile dramma che scoppia in una notte troppo piena di metafore (lampi, pioggia, fango, sentieri solitari) rischia di non appassionare e di essere vista come l’epilogo «inevitabile» di fronte ai comportamenti di tre emarginati «destinati» alla tragedia.

Nel film ogni personaggio si comporta come da manuale: Quattro Formaggi confonde tragicamente una ragazza (Angelica Leo) con l’oggetto delle sue fantasie erotiche, Rino mescola ancora una volta rabbia e paternalismo (vuole aiutare l’amico ma finisce per restare, involontariamente, coinvolto) e il piccolo Cristiano si sforza come sempre di conciliare senso del dovere e senso di obbedienza, bisogno d’affetto e paura reverenziale.

Germano interpreta un giovane che dopo un incidente sul lavoro regredisce a uno stato para-infantile
Germano interpreta un giovane che dopo un incidente sul lavoro regredisce a uno stato para-infantile
Ma al di là dell’indubitabile abilità tecnica che permette a Salvatores (e al direttore della fotografia Italo Petriccione e al montatore Massimo Fiocchi) di costruire una scena lunga quasi mezz’ora tra il buio delle notte e il fango di un temporale senza che lo spettatore ne provi stanchezza, tutto sembra troppo «significativo » (e un po’ prevedibile) per emozionare davvero. Proprio come la parentesi «erotica» (l’avventura notturna del padre con una occasionale conquista) o quella «sociologica » (il rabbioso discorso del padre al funerale della figlia), troppo programmaticamente cariche di significato perché lo spettatore in qualche modo non se le aspetti e non le metabolizzi velocemente. E questo nonostante l’impegno di tutto il cast, convincente soprattutto quando non sottolinea eccessivamente la solitudine e il dolore che affligge ogni personaggio.

Così la scelta di adeguare completamente stile e narrazione a un codice realistico (senza per esempio gli squarci favolistico-ecologici che spezzavano la tensione di Io non ho paura) finisce per schiacciare tutto — la storia di un delitto di provincia, il ritratto di tre personaggi senza speranza, il quadro di una società egoistica e violenta—sotto una cappa di disperazione e di sociologia dove tutto sembra preda di un «male» metafisico e indistinguibile, troppo apocalittico quando accenna a un mondo ostile e vendicativo o superficialmente assolutorio quando invece si chiude solo sul rapporto tra padre e figlio.

Paolo Mereghetti
12 dicembre 2008