Visualizzazione post con etichetta Mads Mikkelsen. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mads Mikkelsen. Mostra tutti i post

domenica 29 marzo 2026

Mio Fratello è un Vichingo - The Last Viking (In pillole #38)

Act naturally


Mio fratello è un vichingo, del regista danese Anders Thomas Jensen, è un oggetto alieno non identificato nel panorama cinematografico attuale, un film di difficile classificazione che si muove con efficacia tra più generi senza abbracciarne davvero nessuno. Potrebbe essere definito una commedia drammatica con il gusto dell'assurdo, ma questa definizione lascerebbe da parte il lato thriller e anche un po' pulp della vicenda, in cui Anker, un criminale appena uscito di prigione ha bisogno del fratello Manfred per ritrovare il bottino di una rapina compiuta anni prima. Manfred, però, dice di non ricordare nulla, e soprattutto soffre di disturbo dissociativo della personalità, credendosi, a seconda del periodo, una diversa celebrità.

Il film assume anche tonalità tarantiniane, ma mantiene sempre al centro le emozioni e i legami tra i personaggi, che non sono certo il focus principale del regista di Pulp Fiction. Il gusto per l'assurdo è tipicamente nordico ma con una contaminazione british, quasi da Monty Python, a partire dal fatto che Manfred è convinto di essere John Lennon e che, per aiutarlo a ricordare, Anker si troverà a dover riunire i Beatles, identificando altri pazienti affetti dallo stesso disturbo di Manfred, in un'escalation di assurdità che tocca anche il prison break movie e Qualcuno volò sul nido del cuculo. Se non vi bastasse, ci sono anche degli spezzoni (splendidi) in animazione.

Questo guazzabuglio di suggestioni eterogenee e apparentemente incompatibili viene invece amalgamato in maniera sorprendentemente coesa da Jensen, che riesce anche ad affrontare tematiche serie come l'esplorazione di drammi personali, la rimozione del trauma, il concetto di identità, e la malattia mentale. 

Si ride, ci si emoziona, e non ci si annoia mai in un film scritto divinamente ed esaltato dall'ottima prova del cast, capitanato dal sempre eccezionale Mads Mikkelsen nella parte di Manfred, tra cui spicca però Kardo Razzazi, un gioiello, che interpreta un uomo dalle multiple personalità che si crede sia Paul McCartney che George Harrison. 

*** 1/2 

Pier

sabato 30 agosto 2025

Telegrammi da Venezia 2025 - #2

Secondo telegramma da Venezia, tra thriller sociali maldestri, commedie nere attualissime, racconti della precarietà, e criminali che si trovano costretti a far riunire i Beatles.


After the Hunt (Fuori Concorso), voto 5. Guadagnino torna alla Mostra con un film pasticciato, soprattutto a causa della sceneggiatura di Nora Garrett, sfilacciata e inconcludente a livello sia tematico che narrativo. L'idea sarebbe di fare un thriller psicologico, il risultato è una riflessione su un tema etico importante e attuale (quello del consenso) che vorrebbe essere stratificata ma risulta ahinoi inconcludente, pur dando qualche spunto di riflessione. La tensione è quasi del tutto assente, e arriva solo grazie alla buona prova di Julia Roberts e alle musiche (bellissime, anche se spesso fuori posto) di Reznor e Ross. Guadagnino dona al film i suoi momenti più interessanti grazie a una regia claustrofobica e un'ottima direzione degli attori, ma a volte si perde in inquadrature inspiegabili (lunghi momenti fuori fuoco, la fissazione per le mani) che sembrano puro esercizio di stile, l'espressione di un desiderio hitchockiano di restituire lo sguardo dei personaggi che però non ha alcuna connessione con il tessuto narrativo. Il "ricciolo" di Vertigo era collegato alla trama, funzionale al racconto: Guadagnino pare esserselo dimenticato.

No Other Choice (Concorso), voto 9. Park Chan-wook torna tre anni dopo Decision to Leave con una commedia nera, nerissima su come il capitalismo corrompa anche l'animo più nobile, fagocitando i suoi fedeli servitori e spingendoli a una guerra tra poveri svilente e piena di disperazione. La storia di un uomo che perde il lavoro dopo 25 anni si innesta nella tradizione "politica" che sembra aver trovato forte linfa nel cinema coreano (si pensi a Parasite, ma anche a Squid Game), ma con un approccio disincantato e cinico che lo rende sia satira che critica sociale - un taglio che sarebbe piaciuto a Elio Petri. Park dipinge con la macchina da presa (pochi registi usano la luce come la usa lui), alternando momenti poetici ad altri grotteschi con una fluidità di ripresa e montaggio che fa sì che il film risulti omogeneo e coeso nonostante i continui cambi tonali. Due scene "musicali" sono da applausi a scena aperta.

À pied d'œuvre - At Work (Concorso), voto 6.5. Valérie Donzelli racconta il precariato artistico, mettendolo in relazione al fenomeno della gig economy, e a come abbia trasformato i lavoratori nei peggiori nemici di se stessi (e migliori amici delle grandi aziende). Il film non brilla per originalità ma funziona a livello sia "politico" che emotivo, e Donzelli firma una regia "invisibile", capace di virtuosismi ma senza esibiziosmi.

The Last Viking (Fuori Concorso), voto 7.5. Dalla Danimarca arriva una bella commedia drammatica con il gusto dell'assurdo, in cui un criminale appena uscito di prigione ha bisogno del fratello malato di mente per ritrovare il bottino nascosto anni prima. Il fratello, tuttavia, è ora convinto di essere John Lennon, e per aiutarlo a ricordare si troverà a dover riunire i Beatles. Questa traccia leggera si mescola a tematiche pesanti come l'esplorazione di drammi personali, la rimozione del trauma, il concetto di identità, la malattia mentale, nonché alcune esplosioni di violenza ai limti del pulp. Si ride, ci si emoziona, e non ci si annoia mai in un film che unisce molteplici generi (ci sono anche dei begli spezzoni in animazione) e che viene esaltato dall'ottima prova del cast, capitanato da Mads Mikkelsen/John Lennon e Kardo Razzazi, uomo dalle multiple personalità, che si crede sia Paul McCartney che George Harrison.

Pier

sabato 9 settembre 2023

Venezia 2023 - Il Totoleone

Anche quest'anno siamo giunti al termine della Mostra del Cinema, tra biciclette, caffè di corsa, e maître à penser in panama bianco: una Mostra che, nonostante lo sciopero di Hollywood, è riuscita ad andare in scena senza quasi nessun cambio di programma. finalmente tornata alla normalità, con sale piene, dibattiti in coda, feste, biciclette, e panama bianchi. Il programma è stato molto ricco e variegato, e ancora una volta non si possono che fare i complimenti ad Alberto Barbera: speriamo vivamente non sia giunto al suo penultimo o addirittura ultimo anno.

È stata una Mostra in cui ha trionfato il bianco e nero, scelto da tantissimi film, da El Conde a Maestro, passando per The Theory of Everything, Green Border e Poor Things (quest'ultimo solo in parte). È stata anche una mostra di biografie (Leonard Bernstein e Felicia Montealegre, Priscilla Presley, Enzo Ferrari, Isabelle Wilkinson, Pinochet, Salvatore Todaro) e con molti film di tema politico, che sia passato (El Conde, Bastarden, Lubo), presente (Green Border) o futuro (La Bête).

Qui trovate un elenco, con voti, dei film visti. Di seguito, invece, trovate i pronostici, quasi sicuramente sbagliati, per il Leone d'Oro e gli altri premi, corredati come sempre dalle mie preferenze personali.


Premio Mastroianni per il miglior attore emergente
Sembra esserci solo un giovane attore che si è distinto al punto di meritare il premio dedicato alla memoria del grande Marcello Mastroianni: è Seydou Sarr, giovane e carismatico protagonista di Io Capitano, il film di Matteo Garrone.
PronosticoSeydou Sarr, Io Capitano
Scelta personaleSeydou Sarr, Io Capitano

Coppa Volpi maschile
Sfida combattuta, con nomi forti: dall'Adam Driver di Ferrari (con buona pace di Favino) al Mads Mikkelsen di Bastarden, passando per Bradley Cooper in Maestro e Caleb Landry Jones di Dogman. Sul suo dolente antieroe canino ricade il mio pronostico, mentre la mia scelta personale va a Mads Mikkelsen, splendido contadino testardo.
PronosticoCaleb Landry Jones, Dogman
Scelta personaleMads Mikkelsen, Bastarden

Coppa Volpi femminile 
La coppa, in questo caso, dovrebbe andare a Emma Stone, la cui performance in Poor Things è una di quelle che gli anglosassoni chiamano for the ages, destinata a rimanere nella storia. Ma Emma Stone ha già vinto la Coppa per La La Land, e il film di Lanthimos è papabile per la vittoria del Leone d'Oro, che solitamente preclude altri premi. Il pronostico ricade quindi sulla bravissima Carey Mulligan, che domina la scena e offre una performance intensa e viva in Maestro. 
Pronostico: Carey Mulligan, Maestro
Scelta personale: Emma Stone, Poor Things

Leone d'Argento (Miglior Regia) 
Con Green Border, Agnieszka Holland ha realizzato un film autoriale ma dai fortissimi contenuti sociali: su di lei ricade il mio pronostico. La mia scelta personale va invece a Nikolaj Arcel e alle splendide immagini crepuscolari, girate interamente in luce naturale, del suo Bastarden.
Pronostico: Agnieszka Holland, Green Border
Scelta personale: Nikolaj Arcel, Bastarden

Gran Premio della Giuria 
Il favorito per il secondo premio più importante sembrerebbe Ryūsuke Hamaguchi e la sua favola (nera? Il finale desta ancora interrogativi a giorni dalla visione) ecologista Evil Does Not Exist, lirico e potente al tempo stesso. Su di lui ricade anche la mia scelta personale, anche se fino all'ultimo ho esitato con The Theory of Everything, una bellissima sorpresa ingiustamente snobbata da molti critici.
PronosticoEvil Does Not Exist
Scelta personaleEvil Does Not Exist

Leone d'Oro 
Sfida davvero accesa e incerta: se ci fosse giustizia dovrebbe trionfare Poor Things, l'unico film che ha unanimemente entusiasmato pubblico e critica, in cui tutto, dalla recitazione alla fotografia, passando per la scrittura, è semplicemente perfetto. Tuttavia, sembra poco nelle corde di Damien Chazelle e soci (anche se, forse, Jane Campion...) e, soprattutto, potrebbe soffrire la classica sindrome del film "che non ha bisogno di vincere." Ecco allora che il favorito, silenziosamente, potrebbe diventare quell'Odissea moderna, quel viaggio sospeso tra l'atroce realtà e il sogno che è Io Capitano di Matteo Garrone, riportando così il Leone d'Oro in Italia 10 anni dopo Sacro GRA
Pronostico: Io Capitano
Scelta personale: Poor Things

È tutto anche per quest'anno. Correte in SNAI a scommettere sull'opposto dei miei pronostici, e noi risentiamo per l'edizione 2024.

Pier

sabato 2 settembre 2023

Telegrammi da Venezia 2023 - #2

Secondo telegramma da Venezia, tra donne resuscitate, coloni testardi, pessime ricostruzioni storiche, cinepanettoni inaspettati, e gangster crepuscolari.


Bastarden (Concorso), voto 8. Un uomo caparbio, un territorio dimenticato da Dio e apparentemente sterile, un signorotto locale tanto privilegiato quanto crudele, due servi in fuga: questi gli ingredienti del film di Nikolaj Arcel, girato splendidamente in luce naturale, scelta che regala alcuni immagini mozzafiato della natura matrigna contro cui si battono i protagonisti. Ottima prova, come sempre, del protagonista Mads Mikkelsen, soldato caparbio prigioniero dei suoi principi e della sua ambizione.

The Wonderful Story of Henry Sugar (Fuori Concorso), voto 7. Un bel divertissement in forma di mediometraggio, tratto da un'opera di Roald Dahl. Wes Anderson realizza un film delizioso che parla del potere redentivo delle storie e del racconto, e lo condisce con il suo impeccabile gusto per la messa in scena, sempre più esplicitamente teatrale.

Poor Things (Concorso), voto 9.5. Lanthimos racconta una donna che ri-scopre da zero le convizioni sociali, il suo ruolo nel mondo, e il sesso, in un mix tra horror, commedia (si ride tantissimo) e fantastico che unisce idealmente la poetica del primo Lanthimos (The Lobster, Alps, Il Sacrificio del Cervo Sacro) con La Favorita. Sceneggiatura da manuale, che miscela alla perfezione risate e riflessione, il tutto immerso in un'estetica che strizza l'occhio a Tim Burton e Wes Anderson, ma rielaborati in modo originale, creativo, vivo. Prova superba di Emma Stone nel ruolo di una novella Frankenstein che cerca, anzi, si prende un'emancipazione sociale e sessuale. Un film travolgente, impeccabile, imperdibile.

Adagio (Concorso), voto 7. Tre anziani gangster (il trio Servillo-Mastandrea-Favino) ormai in pensione, un carabiniere non di specchiata onestà, figli da mantenere e figli che si mettono nei guai. Sollima firma un gangster movie all'amatriciana dolente e crepuscolare, che parla di redenzione, espiazione, ed eredità morale. Il film è teso come una corda di violino, senza un minuto di troppo, con protagonisti da tragedia greca, inseguiti da un fato inesorabile mentre Roma, sullo sfondo, brucia. 

Finalmente l'alba (Concorso), voto 3.5 Un accrocco di cose già viste, ma fatte meglio, il nuovo film di Costanzo si distingue per inutilità e per il peccato mortale per eccellenza per un regista: non avere nulla da dire. Non basta a salvarlo (soprattutto a fronte dell'assurdo budget di 30 milioni) una buona fotografia.

The Palace (Fuori Concorso), voto 3. Quella che poteva (e, probabilmente, voleva) essere una satira sociale sui super-ricchi, leggera e incisiva, finisce per essere poco di più di un cinepanettone. Inaccettabile da un regista della caratura di Polanski. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Pier

giovedì 6 luglio 2023

Indiana Jones e il Quadrante del Destino

Chiudere con il passato


Cosa significa fare i conti con il passato? Questa domanda, un grande classico del cinema statunitense, è al centro di questo nuovo capitolo della saga di Indiana Jones - un capitolo che, a differenza del precedente, non cerca di nascondere sotto il tappeto l'età del suo protagonista, ma la abbraccia e la rende un punto centrale (e vincente, ci torneremo) della trama. La domanda, tuttavia, assume anche una connotazione metacinematografica: questo capitolo dovrebbe concludere una delle saghe più amate della storia del cinema - una saga fatta da una trilogia amatissima (con un piccolo caveat, come vedremo) e da un quarto capitolo controverso, che sicuramente non dava al personaggio la chiusura che avrebbe meritato. James Mangold, reduce dal successo di Logan, si trovava quindi davanti una bella gatta da pelare: realizzare un film che si regge sulle sue gambe, ma allo stesso tempo in grado di gestire con rispetto l'eredità dei precedenti e di chiudere in modo soddisfacente la storia di Henry "Indiana" Jones jr. Insomma, la stessa sfida che si era trovato di fronte con Logan, ma con una saga che si porta dietro un bagaglio di aspettative infinitamente più grande.

Ci riesce? Ai posteri l'ardua sentenza, ma la risposta, per quanto ci riguarda, è "sì", pur con qualche riserva. Il Quadrante del Destino sembra aver imparato dagli errori del Teschio di Cristallo, e focalizza l'azione su una caccia al tesoro vecchio stile. Le basi vengono gettate nel passato, in cui rivediamo un giovane Indiana Jones (interpretato dallo stesso Ford grazie alla CGI e a centinaia di ore di girato in possesso della LucasFilm: il risultato è un ringiovanimento molto più naturale e realistico di quello visto fin qui al cinema) alle prese con i nazisti che, ormai sconfitti, cercano di trafugare varie opere d'arte. I primi venti minuti del film sono all'altezza dei primi capitoli: ritmati, ironici, pieni di azione e con quel mix di archeologia e occulto che da sempre è una delle anime della saga. La sequenza iniziale è anche una dichiarazione d'intenti per contrasto: questo è ciò che era, ma il presente è ben diverso. 

Lo stacco di montaggio ci porta nell'appartamento newyorchese di un Indiana vecchio, sfatto, e solo. A nessuno interessa più il passato: le sue classi sono semivuote, gli studenti annoiati. Lo sguardo di tutti è proiettato verso il futuro e verso lo spazio, frontiera che sembra tutta da esplorare dopo il primo allunaggio. Indiana è diventato una reliquia, di cui nessuno sembra più sapere che fare.
Proprio dal passato, però, riemergono i due motori della vicenda: la figlioccia Helena Shaw, archeologa con molti pochi scrupoli (per chi legge i fumetti, più simile a Kranz che a Indiana Pips); e Jürgen Voller, scienziato nazista passato negli USA con l'Operazione Paperclip e artefice del recente allunaggio. A unirli, un misterioso artefatto di epoca romana che avrebbe il potere di prevedere non solo il tempo meterologico, ma anche l'apertura di anomalie temporali, varchi nello spaziotempo che permettono di collegare diverse epoche.

Il Quadrante del Destino è, a tutti i livelli, una riflessione sul tempo che passa, su cosa significhi studiare il passato e metterlo al centro della propria vita, e sulle occasioni mancate, quelle che ci fanno sperare che sia possibile tornare indietro e rimediare ai nostri errori. Indiana Jones incarna tutti questi temi, e lo fa grazie alla felice intuizione degli sceneggiatori e di Mangold, che in questo caso si dimostrano più intuitivi di Spielberg e, anziché cercare di nascondere la vecchiaia di Indiana/Harrison Ford a botte di stunt poco credibili e pietosa CGI, decidono di abbracciarla e farne il cuore della trama. 

Indiana Jones è qui più simile a un personaggio di Clint Eastwood, invecchiato ed esacerbato dalla vita, un blocco di marmo che contiene ancora il vecchio Indiana, che va però liberato a colpi di scalpello, come fosse uno dei "Prigioni" di Michelangelo. Harrison Ford è perfetto in tal senso, e dona al protagonista una dolente fallibilità che non sono si adatta benissimo alla sua età, ma è anche perfettamente coerente con l'anima di Indiana Jones - un personaggio che ha sempre fatto dell'imperfezione e della vulnerabilità la sua cifra distintiva, ciò che lo distingueva da tutti gli altri eroi d'azione degli anni Ottanta e, a parere di chi scrive, ciò che lo ha reso così popolare per diverse generazioni (qui un buon approfondimento sul tema).

Accanto a lui, Mads Mikkelsen dona la consueta aria di inquietante intelligenza al suo villain, ma a brillare è soprattutto il duo composto da Phoebe Wallers-Bridge e Ethann Isidore. Se il secondo si candida prepotentemente a essere il nuovo Shorty, la prima è semplicemente eccezionale per tempi comici e sfacciataggine, e dà vita a una versione "antieroica" di Indiana Jones, un'avventuriera senza scrupoli né morale che sembra uscita dai classici di avventura di una volta. La coppia di malandrini funziona talmente bene da lasciare il desiderio di vedere altre loro avventure.

La trama non fila liscissima: usa in modo eccessivo gli inseguimenti (soprattutto nella parte centrale), ha molte ellissi evitabili, e sul finale opera una scelta che, seppur giustificatissima da quanto visto fin lì, sembra comunque fuori posto in un film di Indiana Jones, anche se rimane anni luce più coerente rispetto agli alieni visti nel Teschio di Cristallo. Mangold riesce però a mantenere la coerenza narrativa del film usando come bussola il suo cuore emotivo, e questo fa sì che tutto, anche le sgrammaticature, converga verso un finale degno del suo protagonista, capace di emozionare anche lo spettatore con il cuore più di pietra e di compensare la mancanza di uno sprazzo creativo che elevi il tutto al di sopra della "buona esecuzione."

Il Quadrante del Destino è un'ottima avventura conclusiva per Indiana Jones, in grado di riscoprire l'anima della saga e adattarla a un protagonista invecchiato e un'epoca diversa, in cui lo stupore e il magico hanno lasciato il passo al rimpianto e alla nostalgia. Mangold realizza un film che ha un cuore vivo e pulsante e che, come Indy, pur preferendo indugiare nelle glorie passate anziché cercare nuove strade, riesce a regalarci un ultimo, avventuroso brivido.

*** 1/2

Pier

PS: Potrebbe valere anche qui, riguardo alle recensioni lette all'estero, quanto detto nella recensione di Elemental. Basti vedere la differenza tra voto della critica e voto del pubblico, riscontrabile, in queste proporzioni, solo per Il Teschio di Cristallo, ma in direzione opposta (qui trovate tutti i voti della saga). La spiegazione "cinismo" sembra sempre di più quella papabile.

venerdì 22 aprile 2022

Animali Fantastici - I Segreti di Silente

Solidità senza creatività


L'ascesa al potere di Grindelwald sembra inarrestabile: il mondo magico pende dalle sue labbra, e Silente, l'unico che potrebbe contrastarlo, non può farlo in virtù di un antico patto di sangue, siglato quando i due erano amanti. Silente assolda quindi una "sporca mezza dozzina" con il compito di fermarlo. A guidarla, Newt Scamander, accompagnato da suo fratello Theseus, dalla sua assistente Bunty, dalla professoressa Eulalie Hicks, da Yussuf Kama e dal pasticcere babbano Jakob Kowalski, deciso a salvare la sua amata Queenie, apparentemente irretita da Grindelwald.

Il dilemma che si trovano ad affrontare tutte le grandi saghe cinematografiche è "cosa fare da grandi." Hai avuto successo con una formula, fatta di personaggi, trame, scelte di fotografia, atmosfere: bene, e ora? Devi ripetere quella formula, giocando sull'effetto nostalgia ma rischiando di uccidere del tutto la creatività e, quindi, stancare lo spettatore? O devo provare a battere nuove strade, lanciandomi in territori inesplorati per tenere viva la fiamma creativa, rischiando però l'ira funesta del "vero fan" TM ? Di questo dilemma abbiamo già ampiamente parlato qui e una risposta giusta, applicabile a ogni caso, probabilmente non esiste.

Animali fantastici le ha provate un po' tutte: dopo aver intrapreso la seconda strada nel primo capitolo, con buoni risutlati, già dal secondo ha decisamente virato su una via di mezzo, con esiti più deludenti. Ora, con questo terzo capitolo vira decisamente sull'opzione "solita minestra", riportando al centro della vicenda tutto ciò che i fan amano di più: Silente, Hogwarts, la sfida tra maghi "buoni" e oscuri - persino il Quidditch. Tuttavia, questo terzo capitolo si trova nella poco invidiabile posizione di essere l'eccezione alla regola - di essere, cioè, un film che gioca sul sicuro e riesce comunque a lasciare insoddisfatti i fan e, peccato ancor più grave, a non stupire mai, nemmeno per sbaglio.

La trama, in superficie, funziona: gli eventi si susseguono con buon ritmo, la vicenda è ben congegnata, gli archi dei personaggi coerenti. Come è possibile allora che il film deluda? La risposta sta nella totale mancanza di coinvolgimento emotivo. La causa principale sta nella scelta di cambiare de facto il protagonista della saga: non più Newt Scamander, ridotto a comprimario/esecutore, ma il giovane Silente e il suo rapporto di amore tradito con Grindelwald. Il problema è che i fan della saga sanno già tutto: non in dettaglio, certo, ma la cronistoria di questi eventi e l'impatto avuto su Silente sono già stati presentati nella serie di romanzi e nella sua trasposizione cinematografica. L'interesse, quindi, è giocoforza basso, l'effetto nostalgia del tutto assente: il Silente che il pubblico ama ha già superato quegli eventi, e gli eventi stessi sono solo pezzi del puzzle narrativo costruito dalla Rowling nel settimo libro - elementi utili a concludere la storia di Harry Potter, e poco più.

Allo stesso tempo, il film non fa assolutamente nulla per rinverdire l'interesse, rinunciando quasi del tutto a intraprendere l'unica strada che permetterebbe di farlo: esplorare più a fondo la relazione emotiva tra i due personaggi. E dire che gli attori permetterebbero un lavoro di questo tipo: Law costruisce un Silente dolente e malinconico, che ben si adatterebbe a un lavoro più psicologico; e Mikkelsen, subentrato a Johnny Depp, dona a Grindelwald un giusto mix di signorilità, ideali deviati e malvagità latente, rendendolo un personaggio complesso e affascinante - un angelo caduto, un Satana tentatore che poteva essere utilizzato infinitamente meglio. 

Chiariamoci, i momenti riusciti non mancano, ma sono tutti nelle mani di un personaggio reso ormai secondario (Newt) e delle sue creature, quegli animali fantastici che dovrebbero guidare la saga, ma risultano ormai solo meravigliosi diversivi, parentesi narrative con un impatto molto ridotto sul dipanarsi della vicenda. Redmayne è costretto a un'interpretazione sempre più monodimensionale di Scamander, priva di quel mix di goffa simpatia e inettitudine emotiva che lo rendeva così interessante ed efficace nel primo capitolo. Funzionano anche, ma erano già presenti e meglio utilizzati nel capitolo precedenti, i rimandi storici: l'ascesa di Grindelwald ricorda in tutto e per tutto quella di Hitler e dei totalitarismi novecenteschi, e le atmosfere delle scene "di massa" sono suggestive e ben realizzate. Yates si dimostra ancora una volta un ottimo esecutore, uno scalpellino della regia che realizza ottime confezioni cui manca però la scintilla della vita.

I Segreti di Silente è, in sintesi un film dimenticabile: non annoia, non disturba, non sporca, ma non stupisce, mai: e, per una saga come quella del Wizarding World e per il genio di J.K. Rowling (qui ancora sceneggiatrice) è il peccato più imperdonabile di tutti.

** 1/2

Pier