domenica 15 dicembre 2019

Parasite

Memorie dal sottosuolo



Ki-woo e la sua famiglia vivono in un appartamento malandato all'interno di un seminterrato. Sia lui che la sorella Ki-jung che i genitori, Ki-taek e Chung-sook, sono senza lavoro, e si devono arrangiare con piccoli lavoretti ed espedienti. Quando un amico di Ki-woo gli offre l'opportunità di sostituirlo come insegnante di inglese per la figlia dei Park, una ricca famiglia locale, Ki-woo intuisce la possibilità di migliorare non solo la sua condizione, ma anche quella della sorella e dei genitori.

La lotta di classe non è certo un tema nuovo per il cinema: potrebbe sembrare difficile trovare qualcosa di nuovo da dire, eppure il nostro tempo sembra tristemente fecondo di idee per chi vuole indagare queste dinamiche. Non è un caso che la disuguaglianza e la cecità sociale siano al centro di molti dei film più riusciti di questi ultimi anni, né che i film che raccontano questi temi raccolgano consensi, ma anche miopi critiche. Tuttavia, nonostante la presenza di numerose prove di valore intorno a questo tema, la voce di Bong Joon-ho - che aveva già affrontato il tema con successo in Snowpiercer - emerge con una travolgente forza distintiva, frutto della sua abilità di raccontare per immagini, di unire con efficacia generi molto diversi, ma soprattutto di "portare a spasso" lo spettatore in un labirinto pieno di sorprese, in cui raramente si riesce a prevedere cosa succederà dopo.

I primi minuti del film sembrano una rielaborazione in salsa coreana della grande commedia all'italiana, e in particolare di film come I soliti ignoti: un gruppo di protagonisti alla fame, costretto a campare di espedienti, che elabora un piano per elevare la propria condizione a danno di dei ricconi un po' ingenui. Bong Joon-ho ci fa affezionare in fretta ai suoi protagonisti grazie a un tono leggero e comico, ma anche all'efficace presentazione della loro miseria: le prime scene sono costrette nei confini quasi soffocanti del loro lurido appartamento seminterrato, e il regista riesce efficacemente a immergerci nel sudiciume, nel caldo, e nella puzza in cui sono costretti a vivere.
L'anabasi verso la casa dei Park diviene quasi una liberazione, che libera i personaggi ma anche lo spettatore dallo squallore per proiettarli verso l'alto e verso una casa che sembra letteralmente fatta di luce.

La simpatia per i protagonisti non viene meno nemmeno quando, nell'eseguire il loro piano, cominciano a compiere azioni moralmente dubbie: se i Park sono ingenui ma talmente ricchi da non poter realmente essere percepiti come vittime, i due servitori che Ki-woo e Ki-jung fanno licenziare per dare il loro posto al padre e alla madre sono "innocenti", e rischiano di subire gravi conseguenze economiche per aver perso il posto. La simpatia dei protagonisti ci fa però sorvolare su questi dettagli, fino a quando Bong Joon-ho non ce li risbatte in faccia con violenza, attraverso una sequenza mozzafiato che trasforma il film, stravolgendo le aspettative di personaggi e spettatori. Difficile dire di più senza fare spoiler, quindi mi limiterò a dire che la seconda parte del film è una catabasi che rappresenta il degno contraltare all'anabasi della prima parte, in cui la realtà torna alla ribalta in tutta la sua fisicità, obnubilando tutti i sensi.

Dopo una prima parte leggera e luminosa, Bong Joon-ho realizza un secondo e un terzo atto di una forza visiva dirompente, di sapore quasi biblico, in cui tutti i peccati tornano con violenza a galla e le vere identità vengono svelate. In piena coerenza con il proprio stile, Bong Joon-ho non rappresenta la violenza in modo negativo né positivo, ma semplicemente come un dato di fatto, un elemento centrale nel mondo che regola e sconvolge i rapporti umani.

Parasite è uno di quei film in cui la mano del regista è evidente e invisibile al tempo stesso, in quanto riesce ad assemblare ogni elemento in un unicum coeso e corale: attori, fotografia, sceneggiatura, tutto concorre alla creazione di un meccanismo perfetto, in cui ogni ingranaggio è sincronizzato con maestria e nulla è fuori posto. La genialità di Bong Joon-ho sta nella capacità di evitare la freddezza che spesso caratterizza questi film "perfetti", riuscendo a inserire l'imprevedibile e l'imponderabile e a fonderli nel suo meccanismo.

Il risultato è un film dirompente per impatto sia mentale che emotivo, che racconta una storia che è anche una metafora dei nostri tempi, ma riesce a far sì che la metafora non divenga troppo ingombrante, ma rimanga sempre sullo sfondo, nascosta, un'immagine visibile agli occhi ma che la mente non sempre riesce a registrare. A voler essere pignoli, nel finale il film perde forse un po' dell'umanità della prima parte, allontanandoci dai protagonisti in un momento in cui vorremo stare loro vicini, per giustificarli o per giudicarli, e dunque perdendo un po' di impatto emotivo. Si tratta però di un difetto davvero veniale in un'opera maestosa, che dimostra come sia ancora possibile fare un cinema in grado di emozionare, divertire, stupire, e far riflettere.

**** 1/2

Pier

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