giovedì 23 ottobre 2025
After the Hunt
sabato 30 agosto 2025
Telegrammi da Venezia 2025 - #2
sabato 7 settembre 2024
Venezia 2024 - Il Totoleone
Anche quest'anno siamo giunti al termine della Mostra del Cinema, tra caldo tropicale, biciclette, cene ingollate tra un film e l'altro, e critici buongustai in panama bianco: una Mostra di buon livello medio, con poche vette ma ancor meno delusioni o film che facevano venir voglia di fuggire dalla sala. Anche quest'anno Alberto Barbera ha confezionato un'ottima selezione, corroborando l'entusiasmo con cui molti (compreso chi scrive) avevano accolto la sua riconferma.
È stata una Mostra in cui, come nel 2023, ci sono stati molti film biografici, da Diva Futura ad Ainda Estou Aqui, passando per la Callas di Larrain in Maria. Accanto a questi, molti film di carattere storico, come Campo di Battaglia e The Order, mentre minore è stata la presenza della politica, portata solo (e molto marginalmente) da Youth: Homecoming e The Room Next Door. La Mostra continua a guardare alla realtà, sia passata che presente, ma quest'anno è rispuntata la fantasia, che si è persino permessa di inventare intere biografie (The Brutalist).Premio Mastroianni per il miglior attore emergente
Non ci sono tantissimi candidati papabili al premio Mastroianni quest'anno - vuoi per scarsità di ruoli rilevanti, vuoi per la natura corale della maggior parte dei film con giovani protagonisti. Il pronostico ricade su Martina Scrinzi, giovane protagonista di Vermiglio, mentre la mia scelta personale va a Benjamin Voisin, splendido coprotagonista di The Quiet Son, anche se forse è già troppo lanciato per poter ottenere questo premio.
Pronostico: Martina Scrinzi, Vermiglio
Scelta personale: Benjamin Voisin, The Quiet Son
Coppa Volpi maschile
Sfida molto accesa, con tantissimi pretendenti: dal Vincent Lindon di The Quiet Son al Joaquin Phoenix canterino di Joker: Folie à Deux (dopo che con Joker non vinse a causa del regolamento della Mostra che impedisce che il Leone d'Oro prenda altri premi - regola cui pare quest'anno sia possibile ovviare in caso di unanimità in giuria); dall'Adrien Brody di The Brutalist al Nahuel Pérez Biscayart di El Jockey, passando per Daniel Craig in Queer. A Biscayart, dolente e silenzioso, va il mio pronostico, mentre su Brody, potente e fragile, va la mia scelta personale.
Scelta personale: Adrien Brody, The Brutalist
Coppa Volpi femminile
Sfida meno accesa di quella per la Coppa maschile, ma comunque ricca di pretendenti qualificate: Angelina Jolie offre la classica prova "da Oscar" in Maria, ma Isabelle Huppert potrebbe preferire prove meno appariscenti e più "contenute" come quelle di Tilda Swinton e Julianne Moore in The Room Next Door o di Fernanda Torres in Ainda Estou Aqui. Sulla Torres, bravissima, ricade il mio pronostico. La mia scelta personale va invece, ex aequo, alle due protagoniste del film di Almodovar, che sarebbe dimenticabile (a dispetto di ciò che dice la critica imparruccata, che non a caso sembra apprezzare un Almodovar più conservatore) se non fosse per la loro straordinaria prova.
Scelta personale: Julianne Moore e Tilda Swinton, The Room Next Door
Se ci fosse giustizia, The Brutalist avrebbe già il Leone d'Oro. Ma dato che il mondo è buio e freddo, e i capolavori vengono riconosciuti pienamente solo con il tempo, temo che Corbet dovrà "accontentarsi" di questo premio - un risultato comunque notevolissimo per un regista al terzo film. Su di lui ricade il mio pronostico, mentre la mia scelta personale ricade su Todd Phillips, che firma un sequel coraggioso e divisivo, creando una commissione di generi di difficile digestione ma di grande ricchezza e complessità. Piccola menzione anche per Giulia Steigerwalt, che realizza un'opera seconda di rara maturità per composizione, chiarezza tematica, e direzione degli attori: ma il film ha toni da commedia, peccato mortale presso i festival cinematografici e i già citati critici imparruccati.
Scelta personale: Todd Phillips, Joker: Folie à Deux
Gran Premio della Giuria
Il favorito per il secondo premio più importante sembrerebbe un beniamino dei giudici come Luca Guadagnino. E il suo Queer è indubbiamente un bel film a tutti i livelli: visivo (soprattutto), recitativo, e di scrittura (ancorché troppo lungo). Il problema è che è molto poco originale, e soprattutto è un adattamento pessimo del romanzo breve di Burroughs, e ne tradisce in pieno toni, intenzioni, e stile. Se ci fosse un minimo di attenzione per questi aspetti, il premio dovrebbe andare ad altri: ma temo non sarà così. All'opera più bizzarra, originale, meravigliosamente schizofrenica della Mostra - El Jockey di Luis Ortega - va invece la mia preferenza personale.
Pronostico: Queer
Scelta personale: El Jockey
Leone d'Oro
Sfida davvero accesa e incerta, con tutti i film già citati per gli altri premi che potrebbero legittimamente ambire anche al trofeo più prestigioso. Come detto, il mio preferito, nonché unico vero capolavoro della Mostra, è The Brutalist, ma temo non vincerà a favore di The Room Next Door. Un film che piace a chi scambia la verbosità per profondità, che può comunque esibire dei meriti oggettivi (tematica rilevante, attrici ottime, uso del colore splendido). Su Almodovar, dunque, ricade il mio pronostico.
Scelta personale: The Brutalist
È tutto anche per quest'anno. Correte in SNAI a scommettere sull'opposto dei miei pronostici, e noi ci risentiamo per l'edizione 2025.
Pier
martedì 3 settembre 2024
Telegrammi da Venezia 2024 - #4
Quarto telegramma da Venezia 2024, tra eutanasia, villaggi alpini e di campagna, perdita della memoria, e grandi registi che cercano di adattare grandi scrittori, con risultati altalenanti.
venerdì 3 maggio 2024
Challengers
sabato 26 novembre 2022
Bones and All
sabato 10 settembre 2022
Venezia 2022 - Il Totoleone
Anche quest'anno siamo giunti al termine della Mostra del Cinema: una Mostra finalmente tornata alla normalità, con sale piene, dibattiti in coda, feste, biciclette, e panama bianchi. Il programma è stato molto ricco e variegato, e ancora una volta non si possono che fare i complimenti ad Alberto Barbera.
È stata una Mostra pervasa di memorie e ricordi, tra il Bardo di Iñárritu e L'immensità di Crialese, passando anche per The Eternal Daugher e Un Couple; ma, soprattutto, è stata una Mostra sull'incomunicabilità che genera mostri (White Noise, The Banshees of Inisherin) e sull'emarginazione (Bones and All, Monica, Athena, The Whale). Come lo scorso anno, molti film hanno guardato al passato per parlare (con successi alterni) del presente: Argentina, 1985, Chiara, Il signore delle formiche, All the Beauty and the Bloodshed sono gli esempi più evidenti.Premio Mastroianni per il miglior attore emergente
Moltissimi protagonisti "giovani" nei film in Mostra. A spiccare sono due ragazze: Taylor Russell, protagonista del film di Luca Guadagnino, Bones and All, e Sadie Sink, già celebre per Stranger Things, e co-protagonista di The Whale. Sulla prima ricade il mio pronostico, anche per il ruolo più ampio rispetto a quello di Sink, ma su Sink ricade la mia scelta personale.
Pronostico: Taylor Russell, Bones and All
Scelta personale: Sadie Sink, The Whale
Coppa Volpi maschile
Qui sembra esserci un chiarissimo favorito, ovvero Brendan Fraser, semplicemente straordinario in The Whale. La sua storia personale, inoltre, è la classica comeback story che tende a essere premiata dai giurati. Sembra tutto apparecchiato per una Coppa Volpi, dunque. L'unico motivo per cui potrebbe perderla sarebbe se The Whale si aggiudicasse il Leone d'Oro (il regolamento impedisce che chi vince il Leone vinca altri premi), replicando quindi quanto successo a un altro interprete di un film di Aronofsky, Mickey Rourke per The Wrestler. Ma non penso accadrà. Su Fraser ricade anche la mia scelta personale.
Scelta personale: Brendan Fraser, The Whale
Coppa Volpi femminile
Anche qui sembra esserci una chiarissima favorita, Cate Blanchett per TAR, destinata quindi a bissare la sua vittoria per Io Non Sono Qui. Il film non è eccezionale, ma la sua interpretazione è un raggio di luce che ne pervade l'intera durata. La mia scelta personale ricade però sulla splendida Penelope Cruz (anch'essa vincitrice proprio lo scorso anno) per L'immensità, dove interpreta una madre solare, creativa e fragile, capace di trasformarsi in Mina e in Raffaella Carrà.
Scelta personale: Penelope Cruz, L'immensità
Questo è un premio che tende ad andare a film in cui l'impronta del regista è più evidente. Andrew Dominik per Blonde e Jafar Panahi per No Bears sembrano logiche scelte, ma anche Alice Diop per Saint Omer e Jahil Valilvand per Beyond the Wall hanno le carte in regola. Il mio pronostico ricade su Jafar Panahi, mentre su Valilvand ricade la mia scelta personale.
Scelta personale: Jahil Valilvand, Beyond the Wall
Gran Premio della Giuria
Il favorito per il secondo premio più importante sembra proprio Saint Omer, un film autoriale ma al tempo stesso ipnotico, primordiale nel suo affrontare il femminile e il lato oscuro della maternità con piglio documentaristico. Anche All the Beauty and the Bloodshed potrebbe giocarsela, ma alla fine penso la spunterà Saint Omer, che si aggiudica anche la mia preferenza personale.
Pronostico: Saint Omer
Scelta personale: Saint Omer
Leone d'Oro
Sfida davvero accesa e incerta, ma c'è un film chiaramente superiore agli altri in questa Mostra, ed è The Banshees of Inisherin. Un film scritto, diretto, interpretato, fotografato, musicato alla perfezione, che dovrebbe, se ci fosse giustizia, aggiudicarsi ogni premio. Tuttavia, la giustizia non è di questo mondo: ad aggiudicarsi il premio sarà l'ottimo (seppur inferiore) road movie cannibalesco di Guadagnino, Bones and All.
Scelta personale: The Banshees of Inisherin
È tutto anche per quest'anno. Correte in SNAI a scommettere sull'opposto dei miei pronostici, e noi risentiamo per l'edizione 2023.
Pier
venerdì 2 settembre 2022
Telegrammi da Venezia 2022 - #2
Secondo telegramma da Venezia, con cannibali, mogli di grandi scrittori, spie misericordiose, rivolte nelle periferie, e concerti punk.
giovedì 3 gennaio 2019
Suspiria
Berlino, 1977. Susie Bannion, una giovane danzatrice statunitense, ottiene un'audizione presso la compagnia di danza Markos Tanz Company. Durante l'audizione attira l'attenzione della famosa coreografa Madame Blanc, e nel giro di breve tempo ottiene il ruolo di prima ballerina. Intorno a lei, tuttavia, continuano ad accadere strani eventi, tra allieve scomparse e sussurrate accuse di stregoneria. Susie dovrà scoprire la verità, sullo sfondo di una Berlino cupa e caotica a causa delle scorribande della RAF.
domenica 2 settembre 2018
Telegrammi da Venezia 2018 - #2
The Ballad of Buster Scruggs (Concorso), voto 7.5. Il nuovo film dei fratelli Coen è un western antologico, in cui sei storie sono collegate solo dall'ambientazione, introdotte dall'inquadratura di un libro simile a quello dei film Disney di una volta, quasi a sottolineare il fatto che queste storie si muovono tra realtà e leggenda. In queste sei storie, tutte ben riuscite (soprattutto le prime tre), si ritrovano i toni e le tematiche che hanno reso celebri i due fratelli: lo humor dell'assurdo di Burn after reading, e quello più cerebrale e raffinato di Fratello dove sei? ; il cinismo e il pessimismo cosmico di Non è un paese per vecchi, e le riflessioni filosofiche di A serious man; l'amore per la musica di A proposito di Davis e dello stesso Fratello dove sei?, e quello per il thriller de L'uomo che non c'era e Fargo. Il risultato è un film corale che non è tra i loro migliori solo per la mancanza di una tematica "forte", ma si distingue comunque per la qualità di sceneggiatura e immagini.
A Star is Born (Fuori Concorso), voto 4.5. Che spreco, questo film. Gli ingredienti per il successo sembravano esserci tutti: una storia di comprovata efficacia, due star che sembravano avere un'ottima chimica sullo schermo, la voce e le canzoni di Lady Gaga. A rovinare tutto ci pensa una sceneggiatura imbarazzante, con dialoghi che sembrano tratti da una telenovela brasiliana di serie B, personaggi che compiono azioni senza senso, e un'evoluzione della trama che procede a strappi, senza dare mai la sensazione di sapere dove andare. La regia di Bradley Cooper (all'esordio dietro la macchina da presa) è scolastica ma funzionale alla storia, ma crolla di fronte all'insipienza della scrittura e alla prova poco convincente di Lady Gaga, tanto fenomenale quando canta quanto è rivedibile (e siamo generosi) quando è costretta a recitare. Le canzoni funzionano, pur non brillando per originalità, e le esibizioni canore sono decisamente l'unica parte riuscita del film, anche grazie all'ottima chimica tra i due attori protagonisti.
Peterloo (Concorso), voto 6. Un bel dramma in costume, che sembra però fuori posto nel contesto del concorso della Mostra del Cinema. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.
Double vies (Concorso), voto 7.5. Il nuovo film di Olivier Assayas usa il tema della tecnologia e dell'avvento del digitale come pretesto per parlare delle bugie e dei sotterfugi di un gruppo di famiglie borghesi che gravita attorno al mondo dell'editoria. Scritto superbamente e con un ritmo pressoché perfetto, il film sembra a tratti piacersi un po' troppo, ma risulta comunque un'interessante ed efficace riflessione sui sentimenti nell'età odierna, e fa pensare che, in fondo, la tecnologia ha cambiato ben poco, in tal senso.
Suspiria (Concorso), voto 6.5. Premessa: non ho visto l'originale di Dario Argento. Il lancio di pomodori possiamo farlo più tardi, ok? Detto questo, l'omaggio (secondo il regista) o il remake (secondo i fan) di Guadagnino funziona bene per quasi tutto il film, sia grazie alla forza delle immagini create dal regista, sia grazie alla scelta dello sceneggiatore David Kajganich di intrecciare la storia della scuola di ballo in mano alle streghe con gli eventi della Germania anni Settanta. Il senso di colpa per i crimini del nazismo e le azioni terroristico/ideologiche della RAF si intrecciano così con la storia della protagonista Susie, vittima designata delle streghe intenzionate a usarla per i loro scopi.
Susie è interpretata da un'inespressiva Dakota Johnson, che non riesce comunque ad affossare quanto di buono c'è nel film. Guadagnino dirige tutto senza fronzoli, dimostrando ancora una volta dopo Chiamami col tuo nome di lavorare meglio quando deve gestire sceneggiature e soggetti altrui. La sua attenzione è sulla storia e sulle atmosfere, ma non per questo rinuncia a creare delle immagini di forte impatto visivo (su tutti spiccano le scene di ballo, e il primo di Susie in particolare) che donano al film una dimensione metafisica che non sconfina mai nell'horror, ma crea un'atmosfera di angoscia e sospensione del reale. Tuttavia, nel finale la sceneggiatura perde del tutto coerenza, rinunciando a scegliere tra catarsi e trionfo del Male per intraprendere una strada senza né capo né coda, e che nel suo epilogo depotenzia la forza di quanto visto fin lì. La regia, purtroppo, segue, e nel finale compie delle scelte scontate e abbastanza prevedibili (c'è sangue? Giriamo tutto con una lente rossa!), in netta contraddizione rispetto al coraggio mostrato fin lì. Peccato.
Adam und Evelyn (Settimana della Critica), voto 5.5. Due giovani che vivono in Germania dell'Est decidono di sfruttare la decisione dell'Ungheria di aprire le frontiere e trasferirsi all'Ovest, nel "mondo libero". Novelli Adamo ed Eva, i due dovranno rifarsi una vita in un mondo sconosciuto. La metafora funziona bene e non è forzata, ma non basta a sorreggere un film che dovrebbe fare della storia la sua forza, e risulta invece lento e con poco ritmo.
The Great Buster (Venezia Classici - Non fiction), voto 8.5. Peter Bogdanovich porta alla Mostra questo splendido documentario su Buster Keaton, un genio della comicità del cinema muto troppo spesso ingiustamente dimenticato. Il film racconta la carriera di Keaton in tutti i suoi aspetti, sottolineandone non solo le doti di comico ma anche quelle di regista e inventore: i suoi film infatti brillano anche per le innovazioni tecnologiche, nonché per l'abilità di Keaton di fare acrobrazie incredibili senza servirsi di stunt. Una piccola perla, assolutamente da non perdere per chi ama il cinema classico e per chi vuole iniziare a scoprirlo.
Pier e Simone
lunedì 19 febbraio 2018
Chiamami col tuo nome
Cosa è un regista se abdica alla sua visione? È ciò che viene da chiedersi vedendo Chiamami col tuo nome, un film in cui Luca Guadagnino rinuncia a ogni pretesa di autorialità e originalità girando un film che sembra un condensato di sguardi altrui. Se a Sorrentino si rimprovera spesso (e spesso a torto) di “voler fare Fellini”, cosa dire allora di Guadagnino, che è talmente schiacciato dai suoi modelli di riferimento da non riuscire mai a discostarsene se non per brevi, meravigliosi attimi di respiro autonomo: dall'estetismo di sapore classico di Visconti alla gioventù sovversiva di Bertolucci, fino al fitto sottobosco della vita di provincia di Risi, non c'è modello che Guadagnino non citi e riutilizzi in modo ossequioso e quasi servile. Il risultato è un film ben girato ma anonimo, che potrebbe essere di Guadagnino come di qualunque altro regista, in cui persino le scene bucoliche sanno di già visto (Le Meraviglie di Alice Rohrwacher era ben più ispirato, in tal senso) e nessuna immagine resta stampata nella memoria.
Tuttavia, sarebbe ingeneroso non riconoscere il grande lavoro fatto da Guadagnino per rendere filmabile e credibile la sceneggiatura ingessata, anzi, bitumata di James Ivory: una sceneggiatura che mette in bocca a degli adolescenti degli anni Ottanta dei dialoghi che sembrerebbero troppo forbiti in bocca alla nobiltà vittoriana di cui di solito Ivory tratta nei suoi tormenti filmici; una sceneggiatura che tormenta lo spettatore con momenti lirici che risultano solo noiosi, con un ritmo fiacco ed esasperante; una sceneggiatura, insomma, arrogante e tronfia nel suo essere totalmente disconnessa dalla realtà, e che infatti sta ricevendo il plauso di quella critica terrazzesca e salottiera che la realtà l'ha persa di vista da almeno tre lustri. L'emblema di questa sceneggiatura è il monologo finale del padre di Elio, che Ivory indubbiamente vedeva come profondo ma risulta essere invece una trista morale della storia degna di un libro di fiabe di livello scadente, intriso di retorica e talmente incredibile da divenire ridicola, e che viene salvato solo dal fatto di essere affidato a un interprete straordinario come Michael Stuhlbarg.
Guadagnino si dibatte in questa sceneggiatura come un uomo in fiume prigioniero di un'armatura elegante ma troppo pesante e, pur con fatica, riesce a trascinarsi a riva grazie a un paio di felici intuizioni: la prima, depotenziare tutte le scene eccessivamente retoriche con un uso semplice della macchina da presa, evitando di sovraccaricare gli orpelli ivoriani con ulteriori artifizi filmici; la seconda, affidarsi alla straordinaria bravura dei suoi attori, Armie Hammer e Timothée Chalamet, tanto naturali e spontanei da riuscire a rendere (quasi) credibili le odi pastorali che Ivory ha scritto spacciandole per dialoghi. Non per nulla le scena più riuscite sono quelle di intimità tra i due, in cui i dialoghi sono rarefatti e quasi del tutto assenti, ed è il linguaggio dei corpi a parlare, comunicare e, perché no, commuovere. Esemplare in questo senso è l'ultima scena del film, forse l'unica in cui vediamo la creatività del regista emergere con prepotenza, quasi con liberazione: Guadagnino decide di lasciare la scena a Chalamet, che lo ripaga con una sequenza semplice ma di fortissimo impatto emotivo.
Chiamami con il tuo nome è un film onesto, diretto con perizia, con un'ottima colonna sonora e splendidamente interpretato, ma molto lontano dal capolavoro di cui si urla oltreoceano, dove ha probabilmente guadagnato attenzione grazie alla tematica e a una regia che negli USA passa per autoriale, ma che qui in Europa fatica a distinguersi da mille altre viste nei maggiori festival cinematografici. È, soprattutto, molto lontano dall'essere il miglior lavoro di Guadagnino: come potrebbe, quando di Guadagnino e della sua poetica c'è poco o nulla?
***
Pier





