Visualizzazione post con etichetta Cate Blanchett. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cate Blanchett. Mostra tutti i post

giovedì 18 dicembre 2025

Father Mother Sister Brother

La poesia del quotidiano


New Jersey, Dublino, Parigi: tre città diverse per raccontare il rapporto di tre coppie di fratelli con i propri genitori, tra silenzi e incomprensioni. Perché possiamo scegliere tutti, ma non i parenti.

Nell’ormai lontano 2003, Jim Jarmush realizzò Coffee and Cigarettes, un film antologico il cui, attraverso il rituale di caffé e sigarette, il regista statunitense raccontava l’umanità e le sue nevrosi. Era un film spiazzante, difficile da digerire e apparentemente disconnesso come tutti i film a episodi, che però cresceva dentro, diventando sempre più omogeneo e coeso, man mano che ci si ripensava. Jarmush aveva preso la quotidianità e la aveva usata per parlare del senso della vita e di cosa ci rende davvero umani. Quello che non veniva detto era più importante di ciò che veniva detto, e il particolare nascondeva, per poi rivelarlo gradualmente, l’universale.

In Father Mother Sister Brother, sorprendente ma meritato vincitore del Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia 2025, Jarmush riprende quell’approccio, ma questa volta per raccontare cosa significa essere figli, fratelli, una famiglia. L’assenza genitoriale (emotiva o reale) è il filo conduttore, ma ciò che accomuna gli episodi è l’impossibilità di comunicare. In Father, il primo episodio, Tom Waits è un genitore meravigliosamente cialtrone, di cui i figli (Adam Driver e Mayim Bialik) non si fidano fino in fondo e cui, soprattutto, non hanno nulla da dire.

In Mother, Charlotte Rampling vede le due figlie (Vicky Krieps e Cate Blanchett) una volta all’anno per un té pomeridiano ingessato e formale, totalmente disinteressata alle loro vite, di cui chiede per pura cortesia. In ambedue gli episodi l’incapacità di comunicare non è prerogativa dei genitori, ma si estende ai figli, dando vita a conversazioni esilaranti fatte di silenzi, luoghi comuni, totalmente mancanti di qualunque connessione emotiva.


Ma è nel terzo episodio, Sister Brother, che cogliamo la vera essenza del film: qui i due fratelli (Indya Moore e Luka Sabbat) si parlano, discutono, si aggiornano con sincero interesse sulle proprie vite, e lo fanno perché sono entrambi emotivamente vulnerabili, gli scudi abbassati, a causa della morte dei genitori. L’assenza emotiva si fa fisica, e le barriere cadono, aprendo le cataratte dei ricordi e mettendo in mostra un legame indissolubile che trascende le distanze spaziali e temporali.

E in quel momento si nota che, negli episodi precedenti, i figli faticavano a comunicare non solo con i genitori, ma anche tra loro, e che l’unico momento di vera, autentica connessione, l’unico momento di complicità veniva proprio dai genitori stessi: le bizzarrie del padre, i romanzi romance scritti dalla madre. Quella dei genitori è un’assenza che è anche presenza, un legame indissolubile, ineluttabile, un nodo gordiano emotivo di cui Jarmush mette in luce l’enorme complessità, le mille sfaccettature.

Jarmush connette gli episodi con alcuni elementi ripetuti, seguendo una struttura più poetico/musicale che filmica, con temi ricorrenti che scompaiono e riappaiono come fiumi carsici: dal brindare con bevande “inappropriate” a Rolex veri e finti, passando per espressioni gergali poco conosciute e la rilevanza delle automobili. Questi déjà vu tra i vari episodi contribuiscono ad aumentarne la coesione tematica e, soprattutto, a creare una risonanza emotiva, un’eco che cresce con il passare degli episodi fino a esplodere in tutta la sua potenza nel terzo, il più commovente, in cui l’assenza genitoriale abbatte le barriere e le parole e gli affetti fluiscono liberi e incontrollati, i non detti finalmente espressi.


L’elemento ricorrente più importante è però quello degli skater, che appaiono come una visione (con tanto di inquadratura al ralenti e aumento della luminosità): non un semplice dettaglio di trama, ma una metafora che si pone in antitesi alle vite dei protagonisti. Gli skater volteggiano liberi, all’aria aperta, laddove i protagonisti sono intrappolati in rituali e silenzi che, nel tenerli lontani, impediscono loro di vivere appieno. Sono cristallizzati, bloccati in un eterno presente dove ogni gesto, ogni parola è automatizzata, prevedibile, priva di significato. Agognano alla libertà, al librarsi in aria e a sospendere per un breve, lunghissimo istante la gravità, ma non riescono a concedersi di farlo. Solo la morte riesce a spezzare le catene e convincerli a uscire dalla prigione, concedendosi un attimo di connessione, un istante di leggerezza.

Il comparto visivo è, in apparenza semplice, senza artifici o palesi esibizioni di bravura, ma ogni immagine potrebbe essere una fotografia d’autore, uno spaccato di vita che cattura un attimo di verità, soprattutto quando pensiamo che nessuno ci guardi: mentre guardiamo fuori dalla finestra, dando le spalle a tutti, o mentre ci guardiamo allo specchio. Ci sono le inquadrature dall’alto rese celebri da Coffee and Cigarettes, ma anche dettagli, suggestioni, e oggetti, tanti oggetti: madeleine filmiche, "cose buone di pessimo gusto" che aprono una porta sull’anima nonostante tutti i nostri sforzi per tenerla chiusa a chiave. La musica, spesso importante nel cinema di Jarmush, è minimale, usata solo per le transizioni da un episodio all’altro e in uno dei momenti emotivamente più forti, in cui un semplice tragitto in auto diviene memoria, ricordo, ri-connessione.

Father Mother Sister Brother è un film di contrasti: esilarante e freddo per due terzi per poi diventare malinconico, accogliente, caldo, e farci rendere conto che il calore era lì fin dall’inizio, solo nascosto sotto il ghiaccio della formalità; un film all’apparenza semplice, eppure complesso, stratificato, in grado di usare la quotidianità per raccontarci chi siamo e scavare nella nostra anima. Jarmush si conferma uno dei più grandi poeti della macchina da presa contemporanei: un regista che racconta storie fatte di niente e, nel farlo, parla di tutto.

**** 1/2

Pier

Nota: questa recensione è stata originariamente pubblicata su Nonsolocinema.

domenica 31 agosto 2025

Telegrammi da Venezia 2025 - #3

Terzo telegramma da Venezia, tra mostri creatori e umani creati, Napoli e il sottosuolo, manager d'hotel sconnessi, e gocce di poesia famigliare.


Frankenstein (Concorso), voto 7.5. Del Toro adatta la storia di Frankenstein toccando tutte le corde ricorrenti nel suo cinema: dall'umanità del mostro alla mostruosità dell'uomo, passando per la ricerca dell'amore e della connessione. Visivamente sontuoso (il laboratorio di Viktor è splendido, così come le scene nell'Artico), a livello tematico non rivoluziona un mito già esplorato più volte dalla cinematografia, riprendendo toni e situazioni già viste sia in altri adattamenti (il mostro è molto debitore dell'incarnazione vista in Penny Dreadful), sia in altri lavori di Del Toro. Forse era inevitabile, visto che questo mito ha formato la poetica deltoriana, e ha finito quindi per permearne l'opera. Rimane però la sensazione che si potesse fare di più, trovare chiavi nuove che qui sono invece assenti, fatta eccezione per uno spunto tolkieniano su come la morte sia un dono e non una maledizione da cui fuggire (la creatura è qui immortale) e un Viktor che è l'incarnazione della mascolinità tossica, con Elizabeth che diviene da amata desiderio proibito e capriccio di un bambino mai veramente cresciuto (Viktor beve solo latte durante il film). Splendida prova del cast, con Oscar Isaac mostro-creatore, Elordi dolente quanto basta, e Mia Goth ambigua e carismatica, cuore emotivo del film.

Sotto le Nuvole (Concorso), voto 6.5. Gianfranco Rosi torna sulle note di Sacro GRA, il documentario che gli valse il Leone d'oro nel 2013. Questa volta la protagonista è Napoli, e in particolare il suo rapporto con il sottosuolo, dalla Napoli sotterranea ai terremoti causati dai Campi Flegrei e dal Vesuvio. Il suo approccio al documentario come commedia umana mostra però la corda, alternando racconti molto riusciti (il centralino dei pompieri meriterebbe un film dedicato) ad altri meno efficaci (la parte archeologica risulta, alla lunga, ripetitiva), oltre a indugiare troppo in inquadrature "a effetto" che soddisfano la vista ma appesantiscono la narrazione.

The Souffleur (Orizzonti), voto 3. Una storia potenzialmente interessante (il manager di un hotel cerca disperatamente di evitarne la chiusura) viene raccontata in maniera non lineare, per suggestioni: il gioco potrebbe anche funzionare (è la cifra stilistica di Lynch), ma qui deraglia miseramente, risultando del tutto disconnesso. Si salvano solo la breve durata (meno di 90', un miracolo di questi tempi) e un Willem Dafoe piacevolmente gigione.

Father Mother Sister Brother (Concorso), voto 8.5. Il film del cuore del Concorso finora, anche se meno ambizioso di altri visti fin qui. Jarmush realizza un film sull'essere famiglia attraverso tre episodi disconnessi narrativamente ma fortemente interconnessi a livello tematico ed emotivo, come i movimenti di una sonata. Delicato e fragile come un fiore, ma con radici che affondano profonde, scavando nell'anima. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Pier

sabato 11 marzo 2023

Oscar 2023 - I pronostici

Questa notte, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Dolby Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantaduesima edizione degli Academy Awards. 

Il 2022 ci ha regalato tanti film di valore, dimostrando che c'è ancora vita, e tanta, al di fuori degli universi cinematografici che sembravano aver fagocitato l'industria, e che invece sembrano mostrare un po' la corda. Ed è stato proprio uno dei grandi favoriti di stanotte a mostrare che un altro cinema di intrattenimento - creativo, immaginifico, di genere -  è assolutamente possibile.

Ecco di seguito i pronostici, infallibili come sempre: correte in SNAI, e puntate sull'opposto di quanto scrivo. I film recensiti sono linkati ogni volta che vengono nominati.


Miglior montaggio
I due grandi favoriti sembrano essere i montatori di film che fanno del dinamismo la loro forza: Matt Villa e Jonathan Redmond per Elvis e Paul Rogers per Everything, Everywhere, All at Once, con Eddie Hamilton per Top Gun: Maverick appena dietro. Penso vincerà Rogers, mentre la mia preferenza personale va ai montatori di Elvis, che vive dell'energia cinetica data anche dal montaggio.
Pronostico: 
Paul Rogers, Everything, Everywhere, All at Once
Scelta personale: Matt Villa e Jonathan Redmond, Elvis


Miglior fotografia
Sezione con nomination molto bizzarre: inspiegabilmente ignorato Gli Spiriti dell'Isola, troviamo invece film ben più mediocri come Nulla di Nuovo sul Fronte Occidentale (un titolo che potrebbe essere anche la recensione del film). Il grande favorito sembra Florian Hoffmeister per Tár , che indubbiamente ha nel comparto visivo uno dei suoi elementi di forza. E Roger Deakins, nonostante le brutte recensioni per Empire of Lights, non va mai sottovalutato. La mia preferenza va però a Darius Khondji, autore di una fotografia lisergica e creativa per Bardo, ingiustamente snobbato da questa edizione degli Oscar.
Pronostico: Florian Hoffmeister, Tár
Scelta personale: Darius Khondji, Bardo


Miglior film d'animazione
Un anno di altissima qualità per l'animazione, con tutti i cinque candidati che meriterebbero la statuetta. Il favorito sembra essere il Pinocchio in stop motion di Guillermo del Toro, ideale terzo capitolo di una trilogia in cui la fantasia aiuta a sfuggire alla dittatura. La mia scelta personale ricade invece su Red, ennesimo capolavoro Pixar passato un po' troppo in sordina.
PronosticoGuillermo del Toro's Pinocchio
Scelta personale: Red


Miglior attore non protagonista
Pronostico facile, Brendan Gleeson per Gli Spiriti dell'Isola, scelta del cuore più difficile: da una parte Barry Keoghan, splendido nel suo ruolo di finto idiota in Gli Spiriti dell'Isola, dall'altro Ke Huy Quan, che firma un grandissimo ritorno in Everything, Everywhere, All at Once dopo i ruoli memorabili interpretati in gioventù. Vince, per un'incollatura, Ke Huy Quan, grazie alla scena del marsupio, una delle migliori del 2022. E chissà che l'Academy, alla fine, non sia d'accordo con me.
Pronostico: Brendan Gleeson, Gli Spiriti dell'Isola
Scelta personale: Ke Huy Quan, Everything, Everywhere, All at Once


Miglior attrice non protagonista
Pronostico molto difficile, senza una vera favorita. Potrebbe spuntarla, nella logica da manuale Cencelli, Hong Chau per The Whale. Su Kerry Condon, dolente e brillante voce della ragione in Gli Spiriti dell'Isola, ricade invece la mia scelta personale. Menzione d'onore per Jamie Lee Curtis, splendidamente folle in Everything, Everywhere, All at Once
Pronostico: Hong Chau, The Whale
Scelta personale: Kerry Condon, Gli Spiriti dell'Isola


Miglior sceneggiatura originale
Qui la sfida è la stessa del miglior film: da una parte Daniel Kwan e Daniel Scheinert per Everything, Everywhere, All at Once, dall'altra Martin McDonagh per Gli Spiriti dell'Isola. Penso la spunterà il secondo, cui va anche la mia preferenza personale: pochissimi al mondo sanno scrivere come McDonagh.
Pronostico: Martin McDonagh, Gli Spiriti dell'Isola
Scelta personale: Martin McDonagh, Gli Spiriti dell'Isola


Miglior sceneggiatura non originale
La favorita sembra essere Sarah Polley per Women Talking, appena arrivato nelle nostre sale e che non ho quindi avuto modo di vedere. I miei preferiti sono quel gioiellino di Living, adattato da Kazuo Ishiguro, e Glass Onion, delizioso divertissement giallistico. La mia scelta alla fine ricade su Living, delicatissimo e commovente.
Pronostico: Sarah Polley, Women Talking
Scelta personale: Kazuo Isghiguro, Living


Miglior attrice protagonista
La grande favorita è Cate Blanchett, come sempre splendida anche in un film non eccelso (ma piaciuto molto all'Academy) come Tár . La mia scelta personale ricade però sulla splendida prova di Michelle Yeoh in Everything, Everywhere, All at Once: una prova poliedrica, con commedia, azione, dramma, tutto recitato alla perfezione.
Pronostico: Cate BlanchettTár
Scelta personale: Michelle Yeoh, Everything, Everywhere, All at Once


Miglior attore protagonista
Anche qui è una sfida a due tra il mesmerico Austin Butler di Elvis e il dolce e straziante Brendan Fraser di The Whale. Se il pronostico ricade su Fraser, la scelta personale è difficilissima: scelgo Fraser perché Butler avrà altre occasioni, mentre Fraser merita la statuetta anche per il suo ritorno alla ribalta dopo anni di ingiusta sofferenza.
Pronostico: Brendan Fraser, The Whale
Scelta personale: Brendan Fraser, The Whale

Miglior regia
Il solito manuale Cencelli imporrebbe un premio per Steven Spielberg e la sua bella madeleine di The Fabelmans, ma penso che l'Academy premierà il coraggio ai limiti della follia di Daniel Kwan e Daniel Scheinert per Everything, Everywhere, All at Once. A loro va anche la mia scelta personale, per aver saputo dimostrare come si possano fare film di cassetta senza rinunciare all'originalità o annegare la storia in mari di computer grafica (sì, Cameron, sto parlando con te).

Pronostico: Daniel Kwan e Daniel Scheinert, Everything, Everywhere, All at Once
Scelta personale: Daniel Kwan e Daniel Scheinert, Everything, Everywhere, All at Once


Miglior film
Per il sottoscritto il discorso non dovrebbe nemmeno aprirsi: Gli Spiriti dell'Isola è il miglior film dell'anno per la sua capacità di amalgamare alla perfezione toni diversi, significati stratificati, scrittura, fotografia, interpretazioni. Tuttavia, penso che alla fine vincerà, anche qui, Everything, Everywhere, All at Once, e per gli stessi motivi detti sopra: Hollywood ha bisogno di film "di cassetta" ma anche creativi, in grado di attirare gli spettatori in sala ma anche di soddisfare i critici. E il film di Daniel Kwan e Daniel Scheinert ha raggiunto ambedue gli obiettivi. 

Pronostico: Everything, Everywhere, All at Once
Scelta personale: Gli Spiriti dell'Isola

Che aspettate? Correte in sala scommesse!

Pier

sabato 10 settembre 2022

Venezia 2022 - Il Totoleone

Anche quest'anno siamo giunti al termine della Mostra del Cinema: una Mostra finalmente tornata alla normalità, con sale piene, dibattiti in coda, feste, biciclette, e panama bianchi. Il programma è stato molto ricco e variegato, e ancora una volta non si possono che fare i complimenti ad Alberto Barbera.

È stata una Mostra pervasa di memorie e ricordi, tra il Bardo di Iñárritu e L'immensità di Crialese, passando anche per The Eternal Daugher e Un Couple; ma, soprattutto, è stata una Mostra sull'incomunicabilità che genera mostri (White Noise, The Banshees of Inisherin) e sull'emarginazione (Bones and All, Monica, Athena, The Whale). Come lo scorso anno, molti film hanno guardato al passato per parlare (con successi alterni) del presente: Argentina, 1985, Chiara, Il signore delle formiche, All the Beauty and the Bloodshed sono gli esempi più evidenti.

Qui trovate un riassuntone dei film visti. Di seguito, invece, trovate i pronostici, quasi sicuramente sbagliati, per il Leone d'Oro e gli altri premi, corredati come sempre dalle mie preferenze personali.


Premio Mastroianni per il miglior attore emergente
Moltissimi protagonisti "giovani" nei film in Mostra. A spiccare sono due ragazze: Taylor Russell, protagonista del film di Luca Guadagnino, Bones and All, e Sadie Sink, già celebre per Stranger Things, e co-protagonista di The Whale. Sulla prima ricade il mio pronostico, anche per il ruolo più ampio rispetto a quello di Sink, ma su Sink ricade la mia scelta personale. 
PronosticoTaylor Russell, Bones and All
Scelta personaleSadie Sink, The Whale

Coppa Volpi maschile
Qui sembra esserci un chiarissimo favorito, ovvero Brendan Fraser, semplicemente straordinario in The Whale. La sua storia personale, inoltre, è la classica comeback story che tende a essere premiata dai giurati. Sembra tutto apparecchiato per una Coppa Volpi, dunque. L'unico motivo per cui potrebbe perderla sarebbe se The Whale si aggiudicasse il Leone d'Oro (il regolamento impedisce che chi vince il Leone vinca altri premi), replicando quindi quanto successo a un altro interprete di un film di Aronofsky, Mickey Rourke per The Wrestler. Ma non penso accadrà. Su Fraser ricade anche la mia scelta personale. 
PronosticoBrendan Fraser, The Whale 
Scelta personaleBrendan Fraser, The Whale

Coppa Volpi femminile 
Anche qui sembra esserci una chiarissima favorita, Cate Blanchett per TAR, destinata quindi a bissare la sua vittoria per Io Non Sono Qui. Il film non è eccezionale, ma la sua interpretazione è un raggio di luce che ne pervade l'intera durata. La mia scelta personale ricade però sulla splendida Penelope Cruz (anch'essa vincitrice proprio lo scorso anno) per L'immensità, dove interpreta una madre solare, creativa e fragile, capace di trasformarsi in Mina e in Raffaella Carrà.
Pronostico: Cate Blanchett, TAR
Scelta personale: Penelope Cruz, L'immensità

Leone d'Argento (Miglior Regia) 
Questo è un premio che tende ad andare a film in cui l'impronta del regista è più evidente. Andrew Dominik per Blonde e Jafar Panahi per No Bears sembrano logiche scelte, ma anche Alice Diop per Saint Omer e Jahil Valilvand per Beyond the Wall hanno le carte in regolaIl mio pronostico ricade su Jafar Panahi, mentre su Valilvand ricade la mia scelta personale.
Pronostico: Jafar Panahi, No Bears
Scelta personale: Jahil Valilvand, Beyond the Wall

Gran Premio della Giuria 
Il favorito per il secondo premio più importante sembra proprio Saint Omer, un film autoriale ma al tempo stesso ipnotico, primordiale nel suo affrontare il femminile e il lato oscuro della maternità con piglio documentaristico. Anche All the Beauty and the Bloodshed potrebbe giocarsela, ma alla fine penso la spunterà Saint Omer, che si aggiudica anche la mia preferenza personale.
PronosticoSaint Omer
Scelta personaleSaint Omer

Leone d'Oro 
Sfida davvero accesa e incerta, ma c'è un film chiaramente superiore agli altri in questa Mostra, ed è The Banshees of Inisherin. Un film scritto, diretto, interpretato, fotografato, musicato alla perfezione, che dovrebbe, se ci fosse giustizia, aggiudicarsi ogni premio. Tuttavia, la giustizia non è di questo mondo: ad aggiudicarsi il premio sarà l'ottimo (seppur inferiore) road movie cannibalesco di Guadagnino, Bones and All
Pronostico: Bones and All
Scelta personale: The Banshees of Inisherin

È tutto anche per quest'anno. Correte in SNAI a scommettere sull'opposto dei miei pronostici, e noi risentiamo per l'edizione 2023.

Pier

giovedì 1 settembre 2022

Telegrammi da Venezia 2022 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia, e vi accompagnerà per tutta la Mostra del Cinema con i suoi telegrammi, recensioni brevi dei film visti nelle varie sezioni. Una Mostra con tantissimi titoli interessanti, che promette belle sorprese e anche qualche inevitabile delusione.


Ecco i film visti nel primo giorno e mezzo di Mostra:

White Noise (Concorso), voto 7. Una premessa: chi scrive ha detestato l'omonimo romanzo di Don DeLillo da cui è tratto il nuovo film di Noah Baumbach, trovandolo pretenzioso oltre il parossismo. Tuttavia, il film merita un voto alto perché Baumbach realizza un adattamento non solo rispettoso, ma anche migliore del materiale originale, escogitando trucchi intelligenti che trasformano i dialoghi senza costrutto di DeLillo in un interessante e simbolico rumore di fondo, e dirige i due protagonisti (Adam Driver e Greta Gerwig, ambedue bravissimi) a recitare con divertimento, donando al film quell'ironia tipica di altri libri post moderni (viene in mente La scopa nel sistema di D.F. Wallace) che invece manca nel romanzo di DeLillo. Baumbach dirige tutto con sguardo lynchiano, alternando assurdo e angoscia (con momenti quasi horror) attraverso atmosfere suggestive che conferiscono al film uno spessore e un'anima emotiva del tutto mancanti nel romanzo, puramente cerebrale.

La Marcia su Roma (Giornate degli Autori), voto 6.5. Un buon documentario sul potere del cinema come strumento di propaganda, in particolare nei regimi autoritari, attraverso l'analisi del ruolo che la manipolazione delle immagini ha avuto nel racconto della marcia su Roma e nell'affermazione del regime fascista.

Tàr (Concorso), voto 5.5. La caduta in disgrazia di una grande direttrice d'orchestra, vittima di se stessa e della sua incapacità di relazionarsi con gli altri (con un'eccezione), focalizzata com'è sulla musica e suo lavoro. Un film che poteva dostoevskijanamente raccontare l'autodistruzione innescata da un'ossessione ma cerca di farsi anche commento e critica sociale, finendo per essere tutto e niente e depotenziare l'ennesima straordinaria prova di Cate Blanchett.

Bardo (Concorso), voto 8. Dopo Cuarón, anche Iñárritu si cimenta con il proprio passato, ma lo fa con un film del tutto diverso: laddove ROMA giocava la carta della nostalgia, Iñárritu realizza un film liquido, in cui realtà e sogno, memoria e desiderio scivolano l'uno nell'altro, e passato e presente sono la stessa cosa. Il film è a metà tra Sorrentino e Lynch, ed è visivamente abbacinante e narrativamente sorprendente. Bardo è intriso di realismo magico, e attraverso i ricordi dell'alter ego filmico del regista racconta anche le contraddizioni di una nazione, il Messico, dall'identità negata eppure fiera, con un popolo di migranti che non riesce mai davvero a lasciare il proprio paese. Mezzo voto in meno per la lunghezza, eccessiva anche per un film così bello.

Living (Fuori Concorso), voto 8. Remake di un film di Kurosawa, Vivere, a sua volta tratto da La morte di Ivan Il'ič, Living è sceneggiato dal premio nobel Kazuo Ishiguro: e il suo tocco malinconico e riflessivo si vede, ed eleva la già eccezionale materia originale. Come un altro piccolo, grandissimo film visto alla Mostra (Still Life), Living parla della cosa più semplice e più complessa: la banalità e l'eccezionalità della vita. Bill Nighy è splendido nella sua dolente compostezza, nel suo bruciante, nuovo desiderio di vivere nascosto sotto un'apparenza pacata e gentile. Un piccolo gioiello.

Pier

mercoledì 9 febbraio 2022

Nightmare Alley - La fiera delle illusioni

La fiera dell'avidità


USA, 1939. Stan si unisce a un luna park itinerante, dove impara i trucchi del mentalismo da Zeena e  suo marito Pete. Dopo aver sedotto la giovane Molly, fugge con lei e insieme creano un numero di grande successo. Tuttavia, Stan non si accontenta: vuole di più, e decide così di lanciarsi nello spiritismo.

Cosa distingue l'uomo dalle bestie? Cosa significa essere un "mostro"? Queste la domande che, da sempre, permeano il cinema di Guillermo Del Toro, sia nei suoi lavori più autoriali (Il labirinto del fauno, La forma dell'acqua), sia in quelli più commerciali (Blade II, Hellboy). Non sorprende, dunque, che sia rimasto affascinato da Nightmare Alley, il romanzo noir di William Lindsay Gresham, che si apre, così come il film, con una descrizione ipnotica della figura dell'uomo bestia, fenomeno da baraccone abbrutito al punto di ridursi a divorare animali vivi in cambio qualche bicchiere di alcool. Già questo basterebbe ad attirare l'attenzione di Del Toro, ma c'è di più: il circo, con il suo esercito di freaks esclusi dalla società ma capaci di solidarietà reciproca; un protagonista carismatico, ambizioso, ma divorato da un demone interiore che gli impedisce di accontentarsi.

Rispetto al romanzo, Del Toro cambia la natura del demone (eterna, dostoevskijana insoddisfazione nel romanzo, avidità e hubris nel film), ma non il risultato: l'occhio rimane focalizzato su Stanton Carlisle, affabulatore che con il duro lavoro diviene mentalista di straordinario talento, per poi provare la strada dello spiritismo. La sua parabola è una versione distorta del sogno americano, uno specchio deformante che restituisce un incubo, raccontando le storie di fallimenti, vite spezzate e calpestate che spesso lastricano i cosiddetti successi. Il passato è il demone che perseguita tutti, ma non l'unico, e così assistamo a una carrellata di mostri e scheletri che si accumulano nel sottosuolo delle vite dei protagonisti, ritratti di Dorian Gray nascosti da uno sguardo seducente, un sorriso smagliante e una storia di apparente successo. 

Del Toro mette in scena una lunga seduta psicoanalitica, vivisezionando le pulsioni dei suoi personaggi e trasportando lo spettatore in un'ipnotica discesa agli inferi, un viaggio nel ventre putrido e macilento della società statunitense prima della seconda guerra mondiale che diventa quasi subito quella di oggi: una società atomizzata, in cui il denaro è il primus movens e i sentimenti sono utili solo se sfruttabili, un'arma di manipolazione nei confronti dei gonzi. Nessuna redenzione è possibile: chi si interessa degli altri viene calpestato e distrutto, chi se ne disinteressa finisce per distruggerci.

Lo sguardo di Del Toro è cupo come la sua narrazione, fatto di luci taglienti e chiaroscuri netti, violenti, quasi espressionisti. La scenografia è fatta di oggetti apparentemente normali che però nel loro insieme diventano alieni, inquietanti, mostruosi. L'incedere non è rapido, ma ha una cadenza ipnotica, che impedisce di distogliere lo sguardo anche quando il ritmo cala (e succede spesso).

Al netto del ritmo, il difetto di Nightmare Alley è forse quello di non aggiungere granché alla poetica di Del Toro. Non emerge una nuova visione, un nuovo messaggio, una nuova prospettiva sulle tematiche sopracitate: l'unica novità sembra essere la totale assenza di speranza, la mancanza di quell'ottimismo che Del Toro aveva mantenuto in tutte le sue opere precedenti. Un cambiamento che, tuttavia, può essere evidente solo a chi già conosce il lavoro di Del Toro, ed è destinato a sfuggire agli altri.

Nightmare Alley è un racconto di dannazione e perdizione, in cui il nemico non è un agente esterno (no, nemmeno l'algida psicologa mirabilmente interpretata da Cate Blanchett) ma interno, un cancro morale che divora lentamente ma inesorabilmente, un sonno del sentimento e dell'empatia che genera mostri terribili quanto quello della ragione.

*** 1/2

Pier

mercoledì 29 dicembre 2021

Don't Look Up

L'onestà è lodata ma muore di freddo


Kate Dibiasky, dottoranda in astrofisica presso l'Università del Michigan, scopre una gigantesca cometa in rotta di collisione con la Terra: l'impatto provocherà l'estinzione del genere umano. Insieme al suo docente, il Dr. Mindy, cerca di avvertire le autorità: nonostante ricevano l'attenzione del Dr. Oglethorpe, responsabile del Planetary Defense Coordination Office, vengono ignorati dalla Presidente degli Stati Uniti e dal suo staff. Si rivolgono allora alla stampa e alla televisione: è l'inizio di un immenso circo mediatico che trasformerà la salvezza dell'umanità nell'ennesimo dibattito da social media, tra sondaggi di gradimento, tweet, e sedicenti esperti da salotto tv.

Dopo la politica shakespeariana di Vice e la satira economica de La grande scommessa, Adam McKay torna alla regia con quello che potrebbe essere visto come una summa del suo cinema, il punto di incontro tra Anchorman e i due film sopracitati: una satira a tutto tondo della società americana, a partire dal suo sistema mediatico fatto di eroi, personaggi, cicli di notizie, in cui non conta cosa si dice, ma come lo si dice e, soprattutto, chi lo dice. Una società dell'apparenza che fa sì che anche la fine del mondo diventi solo una storia come tante, fatta di opportunismo, avidità, protagonismo esasperato. Il sistema mediatico si interseca in un abbraccio mortale con quello politico, dando vita a una tempesta perfetta con una sola vittima: la verità.

Il film sembrerebbe estremizzare la divisione tra "noi" e "loro", con i conservatori e i capitalisti dipinti come personaggi da operetta, dei "cattivi" tanto ridicoli quanto letali, e gli scienziati a fare la parte dei buoni. In superficie, questo è indubbiamente vero: i politici e i giornalisti che vediamo nel film sono delle macchiette, dei tipi più che dei personaggi, caricaturizzati al punto di perdere qualunque credibilità (con qualche eccezione, vedi la scena finale del personaggio di Jonah Hill - un momento in cui la maschera cade e rimane la persona, sola, su un palcoscenico deserto). Gli scienziati, dall'altra parte, sono invece dei personaggi a tutto tondo: conosciamo le loro famiglie, la loro vita privata, le loro nevrosi e il loro passato. 

Tuttavia, uno sguardo più approfondito rivela che McKay non guarda in faccia  a nessuno, e che anche gli scienziati vengono travolti dagli strali della sua satira. Alcuni (il personaggio di Di Caprio) sono convinti di fare del bene, ma non si accorgono (o decidono di ignorare) che la loro partecipazione al circo mediatico non fa altro che contribuire allo svilimento della scienza, ridotta a puro elemento di spettacolo, fatta di personaggi, storie, pettegolezzi - qualcosa di più affine al gossip delle celebrità o al wrestling che al metodo scientifico: un'opinione come tutte le altre. Altri (il personaggio della Lawrence, lo stesso Di Caprio in alcune fasi) dimostrano una totale incapacità - o, forse, volontà - di comunicare correttamente con il pubblico, di instaurare un dialogo fatto di ascolto e di comprensione delle perplessità: questa è la scienza che si chiude nella sua torre d'avorio, ritenendo che l'ascolto da parte dei potenti e del pubblico sia un atto dovuto, un dialogo dall'alto al basso dove lo scienziato spiega, e il pubblico ascolta, come uno studente giudizioso. 


McKay non guarda a questi atteggiamenti con simpatia, come piccoli difetti che rendono più umani i suoi protagonisti, ma come parte integrante del problema: approcci, come ormai sappiamo, destinati al fallimento, e correi del crescente pensiero antiscientifico in molti strati della popolazione. Ce ne è anche per le celebrità: impossibile non vedere nel personaggio interpretato da Ariana Grande una critica, nemmeno troppo bonaria, a quelle star convinte che basti agire da megafono per diffondere il messaggio scientifico, quando invece, spesso, contribuiscono solo al suo ulteriore svilimento. 
Solo una categoria sociale non diviene mai il bersaglio della satira di McKay: il pubblico, la gente comune, che non viene derisa, come ad esempio in Idiocracy, ma presentata come la tragica vittima di una commedia in cui altri ridono sguaiatamente di lei. Don't look up rispetta alla perfezione la regola d'oro della satira fin dai tempi di Giovenale: attaccare chi comanda, non i comandati (punch up, not down, dicono gli anglosassoni).

La sceneggiatura ha momenti brillanti e geniali, ma rallenta troppo nella parte centrale e diventa eccessivamente partigiana nel finale, dopo aver mantenuto un ammirevole equilibrio per gran parte del film: se è indubbiamente vero, infatti, che una parte politica è più propensa a certi atteggiamenti antiscientifici, è anche vero che la sua identificazione così smaccata depotenzia la forza sovversiva della satira erga omnes che caratterizza il resto del film.

Il montaggio ha il ritmo che manca a tratti alla sceneggiatura, e fa sì che il film rimanga comunque sempre godibile e scorrevole. La fotografia predilige i primi piani, concentrandosi sulle espressioni esasperate, sulle maschere grottesche dei protagonisti, e perdendosi raramente nelle profondità del cosmo. Una scelta, questa, che sembra il contraltare visivo della scelta di parte dell'umanità di ignorare la cometa: lo sguardo della macchina da presa rimane fisso a terra esattamente come quello dei protagonisti. Questa concentrazione sull'umano, sulle emozioni esalta anche la splendida prova corale di un cast in stato di grazia, capitanato da Di Caprio (splendido il suo scienziato in bilico tra etica, nevrosi e narcisismo) e Jennifer Lawrence, con Jonah Hill a fare la parte del leone tra i personaggi secondari.

Don't look up è una diagnosi amara dei nostri tempi e della crisi profonda che attraversa il pensiero scientifico, attaccato da nemici interni ed esterni. La satira, tuttavia, è meno efficace che ne La grande scommessa a causa di una sceneggiatura meno riuscita e della scelta di diagnosticare una malattia senza però scavare a fondo nei sintomi né, soprattutto, prescrivere una cura: al termine della visione si ha una chiara percezione del macro-problema e delle sue cause apparenti, ma poche idee sulle cause profonde dello stesso, e nessuna su come sistemare le cose. Forse, per McKay, è troppo tardi: ma dare spazio a coloro che una soluzione ancora la stanno cercando avrebbe potuto arricchire il film anziché farlo scivolare in un brillante, sferzante, ma rassegnato pessimismo.

****

Pier

domenica 17 gennaio 2016

Carol

La forza del non detto



New York, anni Cinquanta. Carol è una donna dell'alta borghesia che sta per divorziare dal marito, che non ama ma da cui ha avuto una figlia che adora. In un negozio incontra Therese, giovane commessa con la passione della fotografia, ancora indecisa su cosa vuole dalla vita. Tra le due scocca subito la scintilla, ma la loro relazione metterà a rischio i punti fermi delle rispettive esistenze.

Todd Haynes torna a occuparsi degli anni Cinquanta negli USA, e lo fa con una storia d'amore tra due donne, tratta da un romanzo di Patricia Highsmith. Il film, tuttavia, racconta molto più di questo: racconta un'epoca fatta di ipocrisie e "non detti", in cui tutti avevano scheletri nell'armadio, invisibili all'esterno e nascosti con cura. Questo tema emerge con prepotenza grazie alle scelte di regia e sceneggiatura.

Haynes adotta prevalentemente uno sguardo da osservatore esterno, quasi da voyeur, con inquadrature ampie che colgono i protagonisti in momenti privati, quando fanno cadere la maschera e rivelano il loro vero io, così come accade con Carol nelle foto scattate da Therese. Molte inquadrature ricordano quadri di Hopper, e ritraggono alla perfezione la solitudine e l'estraneità delle protagoniste e della società in generale. Alla fragilità delle apparenze ritratta con i campi lunghi Haynes oppone la vera intimità del rapporto tra Carol e Therese, fatto di primi piani su visi, mani, oggetti. La scena d'amore è perfetta per come riesce a essere delicata senza essere pruriginosa, sensuale senza scivolare nel voyeurismo e nella strizzatina d'occhio alle fantasie dello spettatore di sesso maschile (vero, Keichiche?).

La sceneggiatura è rarefatta, fatta di non detti più che di parole, di sguardi, di gesti, o della loro assenza, un capolavoro di equilibrio e sottrazione che a tratti trasporta il film in un'atmosfera quasi fuori dal tempo, e che trova il suo apice nella perfetta scena finale, che lascia lo spettatore con il desiderio di continuare a seguire la storia di queste due donne forti che scoprono la propria forza, e allo stesso tempo lo rende felice di poterle, finalmente, lasciare alla loro intimità, lontano dagli sguardi altrui.

Cate Blanchett è da Oscar nella parte di Carol, che interpreta con equilibrio e classe anche nelle scene madri, tra cui spicca quella con il marito e gli avvocati, in cui reclama il suo diritto alla vita con una grazia e una dignità che rendono le sue parole infinitamente più potenti di quanto lo sarebbero state con il classico monologo altisonante che spesso viene messo in bocca alle eroine femminili in cerca d'emancipazione. Il coraggio di Carol in questa scena è pari solo alla straordinaria bravura della Blanchett. Accanto a lei Rooney Mara è un diverso esempio di forza gentile, una forza che si scopre, emerge, si ritrae timidamente, per poi esplodere e liberarsi. Il personaggio di Therese deve molto alla Holly di Colazione da Tiffany e soprattutto a Sabrina, a livello sia di scrittura che estetico, e Rooney Mara si dimostra una degna erede di Audrey Hepburn, grazie a una recitazione solida, misurata e commovente.

La perfezione del film è minata solo dalla sensazione di già visto dell'estetica e, soprattutto, della trama. Il film non si allontana molto dalle atmosfere di Mildred Pierce e, soprattutto, Lontano dal Paradiso, e in generale ha una trama che non racconta nulla di particolarmente nuovo. Manca quindi della carica innovativa a livello visivo e narrativo di quello che, ad oggi, rimane il miglior film di Todd Haynes, Io non sono qui, e in generale della novità tematica che ci si aspetterebbe da un film altrimenti impeccabile.

Carol resta però un film artistico, intimo e delicato che emoziona senza dover toccare le corde del melodramma, un racconto in grado di parlare a tutti, oggi più che mai.

**** 

Pier

mercoledì 17 dicembre 2014

Lo Hobbit - La Battaglia delle Cinque Armate

Un buon finale per una saga epica


Smaug, risvegliato dai Nani, attacca Pontelagolungo, dove semina morte e distruzione. Bard riesce però nell'impresa di ucciderlo, scagliando la freccia nera nell'unico punto scoperto della corazza del mostro. La notizia della sconfitta del Drago si sparge rapidamente, ed Elfi e Uomini arrivano alla Montagna Solitaria per reclamare una parte del tesoro. Thorin, tuttavia, totalmente soggiogato dalla malia del tesoro del Drago, rifiuta qualunque concessione, portando i tre popoli sull'orlo della guerra. Nel frattempo gli Orchi di Sauron marciano sulla montagna, pronti a uccidere tutti i nemici dell'Oscuro Signore.

E così siamo arrivati alla fine: dopo sei film Peter Jackson scrive la parola fine sulla sua rivisitazione dell'universo tolkieniano. Alcuni capitoli sono stati intimenticabili (La Compagnia dell'Anello, Il Ritorno del Re), altri rivedibili (La desolazione di Smaug), ma tutti sono accomunati dalla capacità di generare nello spettatore un fanciullesco stupore, trasportandolo in un mondo di fantasia che in cuor nostro vorremmo fosse reale. La Battaglia delle Cinque Armate non fa eccezione, e regala due ore e rotti di emozione e divertimento, tra battaglie, attacchi di creature sovrannaturali e crisi di coscienza. Il film ricorda da vicino Le Due Torri, il film della Trilogia dell'Anello caratterizzato dalla presenza incombente, massiccia e spettacolare della battaglia del Fosso di Helm. Il film ha un sapore decisamente marziale, diviso com'è tra battaglie di diversa natura e motivazione: c'è quella degli abitanti di Pontelagolungo per la sopravvivenza, quella tra Elfi e Nani per le ricchezze della Montagna, quella che unisce questi ultimi e gli Uomini contro la comune minaccia degli Orchi; c'è la battaglia di Thorin contro il malefico incanto dell'oro del Drago, quella di Bilbo per evitare una guerra fratricida, quella del Bianco Consiglio contro Sauron rivelato.

Jackson si districa tra i vari momenti con la consueta maestria e abilità, regalando alcuni momenti di grande spettacolo (battaglia di Dol Guldur e attacco del Drago su tutti) e una scena di grande maturità artistica quando mette Thorin di fronte ai suoi spettri e alle sue contraddizioni. La lotta interiore del Nano viene resa in modo originale, con il suo inconscio e i suoi demoni incarnati dall'ombra del Drago, che aleggia sia sul suo oro sia sul suo cuore, in un richiamo esplicito dei miti nordici cui Tolkien si è ispirato per creare la Terra di Mezzo.
Gli attori svolgono il loro compito in modo egregio, con Martin Freeman che conferma ancora una volta di essere un Bilbo perfetto, e Richard Armitage che dona un accresciuto spessore al personaggio di Thorin.

Si arriva così al finale, che strappa una lacrima ai fan della prima ora grazie a una ring composition da manuale, con Bilbo che finisce il suo racconto là dove inizia la grande avventura di suo nipote Frodo. La Battaglia delle Cinque Armate è una degna conclusione di una trilogia certamente in tono minore rispetto a quella dell'Anello, ma comunque in grado di emozionare ancora una volta gli spettatori, risvegliando quell'infantile piacere di stare ad occhi spalancati mentre la storia prende vita di fronte a noi.

***

Pier

Nota a margine da fan intransigente: peste e maledizioni sul traduttore italiano, che non si è nemmeno premurato di verificare che "Five Armies" è sempre stato tradotto con "Cinque Eserciti".

lunedì 3 marzo 2014

Oscar 2014: Il Bilancio


Prima di cominciare, penso di meritarmi una bella auto-pacca sulla spalla: 8 previsioni azzeccate su 11 (qui e qui trovate i pronostici), e in due casi su tre (miglior attrice e miglior montaggio) quando ho sbagliato il pronostico ha vinto il mio preferito. Sono curioso ora di vedere Her di Spike Jonze, premiato per la miglior sceneggiatura originale: non avendolo visto non lo avevo inserito in lista, ma sono contento per Jonze.


Finito l'autocompiacimento, parliamo dei temi centrali della serata. Ovviamente la notizia principale per noi Italiani è che, 16 anni dopo Roberto Benigni, un altro regista del nostro paese ottiene la statuetta per il miglior film straniero: si tratta di Paolo Sorrentino, che con La grande bellezza ha saputo conquistare pubblico e critica d'oltreoceano. Inspiegabilmente maltrattato da alcuni qui in Italia, il film è uno splendido ancorché imperfetto apologo della nostalgia come difesa dalle brutture del quotidiano, come ricordo di un passato felice che ora sembra irrimediabilmente perduto nella mediocrità della vita. Sorrentino ottiene un premio meritato, nonostante The Hunt fosse una validissima alternativa.

Come previsto, ahimè, Leonardo Di Caprio non riesce ad aggiudicarsi l'Oscar nemmeno quest'anno, sconfitto da un Matthew McConaughey oggettivamente strepitoso. Meritatissimo anche l'Oscar per Cate Blanchett, l'attrice migliore della sua generazione, che ottiene finalmente la statuetta da protagonista dopo quella da non protagonista vinta per The Aviator.



Tra i film trionfa  Gravity, che si aggiudica miglior regia, fotografia, montaggio, colonna sonora e tre Oscar tecnici, premiando l'eccezionale e rivoluzionario lavoro fatto da Cuaròn e dalla sua troupe. 12 anni schiavo ottiene tre statuette, tra cui quella più ambita del miglior film, forte di una tematica che è ancora in grado di scuotere le coscienze negli USA. Delusione per  The Wolf of Wall Street, che non si aggiudica alcun premio, e per Nebraska, anche se le aspettative del secondo erano certamente inferiori.

Nell'animazione, da segnalare il trionfo di  Frozen, premiato anche con la miglior canzone come nella miglior tradizione Disney, e l'assenza della Pixar, la seconda in tre anni. Questo tema merita un post dedicato, vista la complessità delle ragioni di questo declino.

Al prossimo anno con gli Oscar, e a tra poco per nuovi articoli e recensioni.

Pier

domenica 2 marzo 2014

Oscar 2014: I Pronostici - Parte Seconda

La seconda parte dei pronostici sugli Oscar in programma questa notte.


Miglior attrice non protagonista
Diciamoci la verità: quest'anno il livello di questa sezione è abbastanza basso. Nessuna performance memorabile, salvo forse quella di June Squibb (Nebraska), perfetta per come unisce cinismo e dolcezza. La favorita è sicuramente Lupita Nyong'o per 12 Anni Schiavo, in cui presta la voce e soprattutto il corpo a una schiava che riesce a mantenere la sua dignità nonostante le umiliazioni. Detto della Squibb, la mia interpretazione preferita è probabilmente quella di Julia Roberts in August: Osage County, anche se Jennifer Lawrence ha offerto una prova comica di altissimo livello in American Hustle.
Pronostico: Lupita Nyong'o
Scelta personale: June Squibb

Miglior attore non protagonista
Vero, Michael Fassbender è intenso e ferino nella parte del crudele schiavista di 12 anni schiavo; e Jonah Hill è esilarante e dissacrante nella sua prova in The Wolf of Wall Street. Tuttavia, la sfida per questo Oscar sembra già decisa in favore di Jared Leto: raramente si è vista una prova di tale misura e intensità in un ruolo che rischiava fortemente di diventare macchiettistico. La sua interpretazione del travestito Rayon in Dallas Buyers Club è di quelle che lasciano il segno, e la scena del dialogo con il padre è forse il momento più commovente e vero visto al cinema quest'anno.

Pronostico: Jared Leto
Scelta personale: Jared Leto



Miglior attrice protagonista
Faccio una premessa: Meryl Streep dovrebbe vincere l'Oscar a ogni nomination. Anche in August: Osage County la sua interpretazione è da manuale di recitazione. Tuttavia, quest'anno la concorrenza è molto agguerrita, e Meryl non gode nè del favore del pronostico (ormai è abituata, avendo il più alto numero di nomination ma non quello di Oscar vinti) nè della mia preferenza. La favorita sembra essere Amy Adams per American Hustle, che ha persino ricevuto l'endorsement della diva Meryl. Tuttavia, la mia preferenza personale cade su Cate Blanchett, semplicemente perfetta in Blue Jasmine, in cui offre forse la miglior prova della sua già eccezionale carriera. Appena dietro di lei si piazza la Judi Dench di Philomena, misurata e intensa come solo le grandi attrici teatrali inglesi sanno essere.
Pronostico: Amy Adams
Scelta personale: Cate Blanchett

Miglior attore protagonista
Ecco, qui mi scende un po' la lacrimuccia, perchè chiunque abbia visto The Wolf of Wall Street sa che mai come quest'anno Leonardo di Caprio meriterebbe l'Oscar. La sua performance è semplicemente stellare, un mix di registri così disparati che sembra impossibile che un unico attore riesca a restituirli efficacemente. E, dato che parliamo dell'attore più bistrattato dall'Academy negli ultimi quindici anni, la sua vittoria dovrebbe essere scontata, giusto? Sbagliato. Perchè quest'anno il pronostico è tutto a favore di Matthew McConaughey, la cui prova in Dallas Buyers Club ha già stregato sia i giurati del Golden Globe che quelli dello Screen Actors Guild Awards.Chiariamoci, McConaughey è bravissimo e si stramerita la vittoria, anche per come è riuscito a rilanciarsi come attore impegnato. La domanda però a questo punto diventa: se non vince nemmeno quest'anno, quando potrà vincere il povero Leo?
Pronostico: Matthew McConaughey
Scelta personale: Leonardo Di Caprio

"Per favore, almeno quest'anno..."

Miglior regia
Se all'Academy ragionassero cum grano salis, la vittoria in questa sezione non dovrebbe nemmeno essere quotata. Alfonso Cuaròn in Gravity ha semplicemente rivoluzionato il modo di fare cinema, di fantascienza e non solo. Raramente un regista è riuscito a fondere in modo così perfetto i vari elementi di un film, creando un'opera magniloquente e un'esperienza indimenticabile per lo spettatore. Leggo invece che il favorito dovrebbe essere David O. Russell per American Hustle, ma voglio credere all'intelligenza dell'Academy, per una volta, quindi dico Cuaròn anche per il pronostico.
Pronostico: Alfonso Cuaròn
Scelta personale: Alfonso Cuaròn

Miglior film

Eccoci finalmente alla categoria più attesa. La competizione è molto alta, ma il favorito sembra essere 12 Anni Schiavo, che ha incantato pubblico e critica d'oltreoceano. Per quanto riguarda la mia scelta personale, devo dire che sono rimasto indeciso fino all'ultimo tra la critica sociale e il comico cinismo di The Wolf of Wall Street e l'intensità emotiva e interpretativa di Dallas Buyers Club. Alla fine ho scelto il secondo, ma la differenza è veramente minima.
Pronostico: 12 Anni Schiavo
Scelta personale: Dallas Buyers Club

Direi che è tutto! Buoni Oscar, e spendete anche voi una lacrimuccia per Leo quando per l'ennesima volta non salirà quegli scalini.

Pier 

mercoledì 4 dicembre 2013

Blue Jasmine

Solo i ricchi piangono



Jasmine è un'affascinante signora dei salotti di Manhattan. La sua vita sembra perfetta: è sposata con Hal, un uomo d'affari ricco e carismatico, e ha un figlio adottivo che adora. Tutto cambia quando Hal viene arrestato con l'accusa di truffa e bancarotta. Sola e in preda a un esaurimento nervoso, Jasmine cerca rifugio a San Francisco dalla sorella Ginger, dallo stile di vita assai più modesto. La convivenza forzata tra le due sorelle riporterà a galla antichi rancori, sconvolgendo la vita domestica di Ginger con il fidanzato Chili e le poche certezze di Jasmine.

Ci si aspetterebbe che, all'età di 78 anni e con alle spalle una carriera quasi cinquantennale, Woody Allen non avesse più nulla di nuovo da dire, soprattutto su New York, la città che più di altre ha analizzato, esplorato, sviscerato in ogni suo aspetto. Il regista della Grande Mela riesce invece a stupire, realizzando un film cupo e spietato sul crollo delle illusioni e dei sogni ai tempi della crisi. Allen mette in scena una New York finta e artefatta, un castello di menzogne e inganni costruito sulla sabbia e destinato a crollare alla prima marea. Il regista mette a nudo le miserie dei ricchi, prigionieri di una gabbia di bugie e schiavi di un denaro volatile ed effimero. La vicenda viene raccontata con gli occhi di Jasmine, ingenua e vacua, arrogante e umiliata, vittima di un sistema e di un marito che venerava, e carnefice di coloro che, come la sorella, cercano di aiutarla. Jasmine vive nel passato, in un'illusione che non esiste più, ma da cui non riesce a staccarsi. Erede morale della Blanche DuBois di Un tram che si chiama desiderio, Jasmine nasconde la sua fragilità dietro un'apparenza sofisticata e raffinata, una maschera destinata a crollare di fronte ai colpi della vita. La sua incapacità di accettare la sua nuova condizione la porta a cercare di cambiare la vita della sorella, modesta ma tranquilla, per cercare di farle ottenere quel "di più" che lei non ha più.

Jasmine è un personaggio profondamente drammatico, che suscita la pietà ma anche il disprezzo dello spettatore a causa della sua inettitudine alla vita e agli affetti. La sua figura, insieme a quella del marito Hal, è esemplificativa della classe agiata statunitense, chiusa nella sua torre di avorio e incapace di accettare il cambiamento. Allen analizza con lucidità sorprendente le miserie e i misfatti dei ricchi, facendo risaltare la loro avidità e la loro inadeguatezza grazie al confronto tra Jasmine e Hal da una parte,  e Ginger, Chili e l'ex marito di Ginger dall'altra. I ricchi vivono nel rimpianto, incapaci di affrontare la realtà e le conseguenze delle proprie azioni. I "poveri", invece non possono permettersi il lusso del rimpianto, e sono costretti ad andare avanti, affrontando la vita con dignità.

Il film diventa così un'ode degli ultimi e della semplicità, ma non demonizza chi, come Jasmine, è rimasto vittima dei suoi sogni. Allen compie un capolavoro registico nel mantenere un tono leggero, appena velato di malinconia, per tutta la durata del film, riuscendo però allo stesso tempo a trasmettere tutta la drammaticità della vicenda della protagonista. Jasmine è un personaggio femminile potente e di impatto, uno dei migliori del cinema contemporaneo, costruito con profondità e attenzione grazie a una sceneggiatura perfetta e ad una interpretazione monstre, intensa e carismatica, da parte di Cate Blanchett. Allen le cuce addosso il personaggio, e lei risponde raccontandoci con ogni frase, ogni singolo gesto l'evoluzione di una donna distrutta dalla vita, che si aggrappa ad ogni piccola speranza di rinascita come a uno scoglio nella tempesta, per poi essere inesorabilmente risospinta nel mare a causa dei suoi stessi errori.

In una perfetta alternanza tra dialoghi e flashback, il film scorre veloce fino al potente finale, aperto e in realtà chiuso, così come il futuro della protagonista. Allen realizza una tragedia con toni da commedia, confermando ancora una volta la sua eccezionale capacità nell'analizzare le miserie della vita quotidiana con occhio lucido e attento, offrendo un'analisi della società statunitense che colpisce per attenzione sociologica e approfondimento psicologico. Blue Jasmine regala forse il miglior personaggio femminile della cinematografia di Allen, e risulta uno dei suoi film più profondi e attuali, capace di raccontare attraverso la storia di un personaggio la fragilità e il grande vuoto morale di un paese intero.

****1/2

Pier

domenica 16 dicembre 2012

Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato

Una sorpresa inaspettata



Bilbo Baggins è un hobbit molto ordinario: la sua vita procede tranquilla e rispettabile tra mangiate, riposini e fumate di erba pipa, immersa nella quiete bucolica della Contea. Un giorno, tuttavia, si presenta alla sua porta Gandalf il Grigio, un mago errante che gli propone di unirsi a lui per un'avventura. Inizialmente riluttante, Bilbo finisce per accettare, e si unisce così a una compagnia di nani, capitanati da Thorin Scudodiquercia, riunitasi con l'obiettivo di riconquistare il regno e il tesoro di Erebor, la Montagna Solitaria, di cui sono stati privati tanti anni prima dal drago Smaug. Il viaggio riserverà molti imprevisti e sorprese, e il mite Bilbo rivelerà doti che nemmeno lui sospettava di avere.

Lo dico subito: sono un fan sfegatato di tutto quello che è legato a Tolkien, dalla prima riga del Signore degli Anelli all'ultima riga del suo più sconosciuto taccuino di appunti. Tuttavia, nonostante ciò, le mie aspettative nei confronti de Lo Hobbit non erano eccessivamente elevate. Per quanto Peter Jackson avesse realizzato una trilogia ai limiti della perfezione, l'antefatto del Signore degli Anelli sembrava essere una materia troppo leggera e troppo poco epica per poter essere trasposta efficacemente in film. Il regista neozelandese riesce invece a stupire ancora una volta e, attingendo a piene mani da tutto l'universo tolkeniano, realizza un film che è senza dubbio all'altezza dei precedenti. Lo Hobbit, come il romanzo, è ricco di humor, un aspetto che nei film del Signore degli Anelli era quasi esclusivamente demandato al personaggio di Gimli. Qui invece Jackson sfrutta appieno le potenzialità comiche dei nuovi personaggi, dai nani a Bilbo, ma anche di quelli già apparsi nella trilogia, come Gandalf e Gollum, regalandoci una nuova lente attraverso cui guardarli e donando loro una nuova vitalità.

Il film, dopo una partenza necessariamente lenta per la presentazione dei personaggi, prosegue con grande ritmo attraverso le numerose vicissitudini della compagnia dei nani, intervallando l'avventura nel presente con flashback di grande qualità sulla caduta del loro regno e sull'inutile tentativo di riconquistare Moria, ancora una volta simbolo di un passato glorioso destinato a non tornare mai più. Peter Jacskon è abile a connettere con fili sottili la trama del film con quello della precedente trilogia, ricorrendo ad espedienti narrativi azzeccati (Radagast il Bruno ottiene finalmente il suo momento di gloria) e utilizzando episodi raccontati negli Appendici del Signore degli Anelli. Il risultato è un film di gran lunga più epico del romanzo di origine, che in molti punti aveva toni più simili a un libro per bambini. Le avventure di Bilbo e dei suoi compagni assumono la caratura delle grandi leggende, con elementi ricorrenti tipici del folklore come l'onore, l'ereditarietà del destino e il concetto di nemesi.

La fotografia è pressochè perfetta: bastano dieci secondi per essere catapultati ancora una volta nella Terra di Mezzo, tra fiumi, montagne e regni fatati. Jackson sfrutta al massimo le potenzialità del paesaggio neozelandese, regalandoci nuove visioni di vecchi ambienti, come la Contea e Gran Burrone, e uno sguardo attento e dettagliato a quelli nuovi come i Regni dei Nani e la caverna di Gollum.
I personaggi sono curati nei minimi dettagli, e la caratterizzazione dei nani è spinta al massimo livello ragionevolmente possibile, considerando il loro numero. Ian McKellen veste il suo Gandalf di una nuova complessità, regalandoci un personaggio più umano e dubbioso rispetto a quello della trilogia. Su tutti brilla ancora una volta Andy Serkis, meraviglioso Gollum, la cui mimica ed espressività dovrebbero prima o poi essere riconosciute da un Oscar, perchè il solo motion capture è incapace di regalare la gamma di emozioni e cambi d'umore di cui Serkis è capace.

Lo Hobbit è un film fatto su misura per i fan, che non potranno non apprezzare la maestria e l'abilità con cui Jackson si è mosso per l'universo tolkeniano, realizzando un film più personale e meno "letterale" rispetto alla trilogia, ma comunque coerente con lo spirito del romanzo originario e con la voce del grande scrittore inglese. Alcuni hanno criticato il film per l'eccessiva lunghezza e per la ricchezza dei dettagli, ritenuti da alcuni superflui e di peso per la scorrevolezza della trama. Tuttavia, sono proprio l'amore per il dettaglio e la passione per il materiale originale che rendono questo Hobbit, per quanto inferiore alla trilogia del Signore degli Anelli, uno dei migliori film fantasy mai realizzati, oltre che una gioia per gli occhi e per i cuori degli appassionati.

****

Pier