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venerdì 19 gennaio 2024

Saltburn

Sangue e sperma


Oliver Quick viene ammesso all'università di Oxford con una borsa di studio, ma le sue umili origini sembrano precludergli la compagnia degli altri studenti, tutti provenienti da famiglie molto ricche. Un giorno Oliver, per un colpo di fortuna, riesce a entrare nelle grazie di Felix Catton, il ragazzo più popolare dell'università. Questi, all'arrivo della pausa estiva, lo invita a trascorrere l'estate con lui e la sua eccentrica famiglia a Saltburn, la sua enorme tenuta. 

Che cos'è la lotta di classe? Parafrasando la celebre definizione della politica data da un politico italiano, si potrebbe dire che, per Emerald Fennell, è "sangue e sperma": un rapporto fatto di conflitto e attrazione, repulsione e irresistibile fascinazione per chi è diverso da noi, oggetto del desiderio o curiosa anomalia in grado di spezzare la monotonia della vita dei ricchi. Sensualità e violenza attraversano tutto il film, nascondendosi e poi riemergendo come fiumi carsici e dominandone le due metà. 

Su questi elementi, in continua contraddizione e, al tempo stesso, mutualmente costitutivi, Fennell costruisce un'ascesa in società che è anche una calata negli inferi dell'animo umano, un film conturbante e disturbante che seduce e repelle i sensi. Linus Sandgren, direttore della fotografia fedelissimo di Damien Chazelle, anche qui dà vita a immagini indimenticabili: pittoriche, scultoree, simboliche, o semplicemente bellissime, le inquadrature di Saltburn sono spesso un'opera d'arte. Barry Keoghan è l'anima del film, la chiave di volta senza il quale tutta la costruzione crollerebbe: il suo Oliver è magnetico, enigmatico, un Giano bifronte che sfugge a ogni classificazione, mercuriale e in continua mutazione. Accanto a lui, Jacob Elordi si trasforma in una divinità greca fatta di carne e marmo, trasfigurata in ogni inquadratura fino a trasformarsi in un letterale angelo durante una festa dai toni lisergici. Se l'occhio di Sandgren esalta Elordi, il suo apice lo raggiunge nello splendido finale, in cui Oliver abbandona ogni elemento apollineo per diventare un satiro dionisiaco che danza frenetico sulle spoglie conquistate - una scena memorabile, vibrante, liberatoria.

Se il film parla efficacemente agli occhi e alla pancia, tuttavia, non altrettanto si può dire della sua capacità di veicolare un messaggio e una storia efficaci e coerenti. Saltburn vorrebbe essere anche una satira sociale, in grado di mettere alla berlina la vacuità e brutalità delle differenze di classe e di un intero sistema di potere, esattamente come fatto nel suo ottimo (e migliore, in generale e da questo punto di vista in particolare) esordio, Una donna promettente. Il proposito, tuttavia, naufraga perché Fennell non riesce a criticare davvero il mondo upper class britannico cui lei stessa appartiene: Felix e i suoi parenti risultano tutt'al più eccentrici, mai davvero negativi, e alcuni di loro - Felix in testa - hanno nettamente più pregi che difetti. Il risultato è che Oliver, da working class hero, diventa un working class villain, buttando alle ortiche il messaggio che la regista vorrebbe veicolare. La carica politica di Teorema, cui alcuni hanno (comprensibilmente ma, a conti fatti, impropriamente) paragonato il film, è del tutto assente.

Non è, purtroppo, l'unico problema narrativo: il colpo di scena che divide nettamente in due il film può essere tale solo per chi non abbia mai letto o visto Il talento di Mr. Ripley. Inoltre, il colpo di scena stesso viene depotenziato da un finale che, oltre a sottovalutare le sinapsi dello spettatore nella sua ansia di spiegare (peraltro in modo poco convincente) quanto accaduto, rende del tutto incoerente il rapporto tra Oliver e Felix e, soprattutto, le motivazioni di Oliver.

Saltburn è quindi visivamente bellissimo, con tanti spunti interessanti, ma poca sostanza sotto una magnifica apparenza. Fennell asta l'asticella rispetto al primo film, ma questa maggiore ambizione si concretizza solo nel comparto visivo, mentre la forza e l'urgenza di Una donna promettente risultano del tutto assenti su quello narrativo. 

È un film che appaga i sensi ma solo in parte la mente, e che fa discutere più per le emozioni e sensazioni che suscita che per quel che racconta, nonostante abbia l'ambizione di raccontare tanto e veicolare messaggi importanti. In Saltburn, alla fine, lo sperma prevale sul sangue: e se, sul momento, il film risulta comunque potente, il suo impatto svanisce rapidamente, svicolando stanco come l'acqua nello scarico di una vasca da bagno.

***

Pier

PS: in futuro qualcuno ci spiegherà perché un film visivamente così magnifico non sia stato distribuito in sala - Italia caso unico o quasi - ma direttamente su Prime Video.

sabato 11 marzo 2023

Oscar 2023 - I pronostici

Questa notte, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Dolby Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantaduesima edizione degli Academy Awards. 

Il 2022 ci ha regalato tanti film di valore, dimostrando che c'è ancora vita, e tanta, al di fuori degli universi cinematografici che sembravano aver fagocitato l'industria, e che invece sembrano mostrare un po' la corda. Ed è stato proprio uno dei grandi favoriti di stanotte a mostrare che un altro cinema di intrattenimento - creativo, immaginifico, di genere -  è assolutamente possibile.

Ecco di seguito i pronostici, infallibili come sempre: correte in SNAI, e puntate sull'opposto di quanto scrivo. I film recensiti sono linkati ogni volta che vengono nominati.


Miglior montaggio
I due grandi favoriti sembrano essere i montatori di film che fanno del dinamismo la loro forza: Matt Villa e Jonathan Redmond per Elvis e Paul Rogers per Everything, Everywhere, All at Once, con Eddie Hamilton per Top Gun: Maverick appena dietro. Penso vincerà Rogers, mentre la mia preferenza personale va ai montatori di Elvis, che vive dell'energia cinetica data anche dal montaggio.
Pronostico: 
Paul Rogers, Everything, Everywhere, All at Once
Scelta personale: Matt Villa e Jonathan Redmond, Elvis


Miglior fotografia
Sezione con nomination molto bizzarre: inspiegabilmente ignorato Gli Spiriti dell'Isola, troviamo invece film ben più mediocri come Nulla di Nuovo sul Fronte Occidentale (un titolo che potrebbe essere anche la recensione del film). Il grande favorito sembra Florian Hoffmeister per Tár , che indubbiamente ha nel comparto visivo uno dei suoi elementi di forza. E Roger Deakins, nonostante le brutte recensioni per Empire of Lights, non va mai sottovalutato. La mia preferenza va però a Darius Khondji, autore di una fotografia lisergica e creativa per Bardo, ingiustamente snobbato da questa edizione degli Oscar.
Pronostico: Florian Hoffmeister, Tár
Scelta personale: Darius Khondji, Bardo


Miglior film d'animazione
Un anno di altissima qualità per l'animazione, con tutti i cinque candidati che meriterebbero la statuetta. Il favorito sembra essere il Pinocchio in stop motion di Guillermo del Toro, ideale terzo capitolo di una trilogia in cui la fantasia aiuta a sfuggire alla dittatura. La mia scelta personale ricade invece su Red, ennesimo capolavoro Pixar passato un po' troppo in sordina.
Pronostico: Guillermo del Toro's Pinocchio
Scelta personale: Red


Miglior attore non protagonista
Pronostico facile, Brendan Gleeson per Gli Spiriti dell'Isola, scelta del cuore più difficile: da una parte Barry Keoghan, splendido nel suo ruolo di finto idiota in Gli Spiriti dell'Isola, dall'altro Ke Huy Quan, che firma un grandissimo ritorno in Everything, Everywhere, All at Once dopo i ruoli memorabili interpretati in gioventù. Vince, per un'incollatura, Ke Huy Quan, grazie alla scena del marsupio, una delle migliori del 2022. E chissà che l'Academy, alla fine, non sia d'accordo con me.
Pronostico: Brendan Gleeson, Gli Spiriti dell'Isola
Scelta personale: Ke Huy Quan, Everything, Everywhere, All at Once


Miglior attrice non protagonista
Pronostico molto difficile, senza una vera favorita. Potrebbe spuntarla, nella logica da manuale Cencelli, Hong Chau per The Whale. Su Kerry Condon, dolente e brillante voce della ragione in Gli Spiriti dell'Isola, ricade invece la mia scelta personale. Menzione d'onore per Jamie Lee Curtis, splendidamente folle in Everything, Everywhere, All at Once. 
Pronostico: Hong Chau, The Whale
Scelta personale: Kerry Condon, Gli Spiriti dell'Isola


Miglior sceneggiatura originale
Qui la sfida è la stessa del miglior film: da una parte Daniel Kwan e Daniel Scheinert per Everything, Everywhere, All at Once, dall'altra Martin McDonagh per Gli Spiriti dell'Isola. Penso la spunterà il secondo, cui va anche la mia preferenza personale: pochissimi al mondo sanno scrivere come McDonagh.
Pronostico: Martin McDonagh, Gli Spiriti dell'Isola
Scelta personale: Martin McDonagh, Gli Spiriti dell'Isola


Miglior sceneggiatura non originale
La favorita sembra essere Sarah Polley per Women Talking, appena arrivato nelle nostre sale e che non ho quindi avuto modo di vedere. I miei preferiti sono quel gioiellino di Living, adattato da Kazuo Ishiguro, e Glass Onion, delizioso divertissement giallistico. La mia scelta alla fine ricade su Living, delicatissimo e commovente.
Pronostico: Sarah Polley, Women Talking
Scelta personale: Kazuo Isghiguro, Living


Miglior attrice protagonista
La grande favorita è Cate Blanchett, come sempre splendida anche in un film non eccelso (ma piaciuto molto all'Academy) come Tár . La mia scelta personale ricade però sulla splendida prova di Michelle Yeoh in Everything, Everywhere, All at Once: una prova poliedrica, con commedia, azione, dramma, tutto recitato alla perfezione.
Pronostico: Cate Blanchett, Tár
Scelta personale: Michelle Yeoh, Everything, Everywhere, All at Once


Miglior attore protagonista
Anche qui è una sfida a due tra il mesmerico Austin Butler di Elvis e il dolce e straziante Brendan Fraser di The Whale. Se il pronostico ricade su Fraser, la scelta personale è difficilissima: scelgo Fraser perché Butler avrà altre occasioni, mentre Fraser merita la statuetta anche per il suo ritorno alla ribalta dopo anni di ingiusta sofferenza.
Pronostico: Brendan Fraser, The Whale
Scelta personale: Brendan Fraser, The Whale

Miglior regia
Il solito manuale Cencelli imporrebbe un premio per Steven Spielberg e la sua bella madeleine di The Fabelmans, ma penso che l'Academy premierà il coraggio ai limiti della follia di Daniel Kwan e Daniel Scheinert per Everything, Everywhere, All at Once. A loro va anche la mia scelta personale, per aver saputo dimostrare come si possano fare film di cassetta senza rinunciare all'originalità o annegare la storia in mari di computer grafica (sì, Cameron, sto parlando con te).

Pronostico: Daniel Kwan e Daniel Scheinert, Everything, Everywhere, All at Once
Scelta personale: Daniel Kwan e Daniel Scheinert, Everything, Everywhere, All at Once


Miglior film
Per il sottoscritto il discorso non dovrebbe nemmeno aprirsi: Gli Spiriti dell'Isola è il miglior film dell'anno per la sua capacità di amalgamare alla perfezione toni diversi, significati stratificati, scrittura, fotografia, interpretazioni. Tuttavia, penso che alla fine vincerà, anche qui, Everything, Everywhere, All at Once, e per gli stessi motivi detti sopra: Hollywood ha bisogno di film "di cassetta" ma anche creativi, in grado di attirare gli spettatori in sala ma anche di soddisfare i critici. E il film di Daniel Kwan e Daniel Scheinert ha raggiunto ambedue gli obiettivi. 

Pronostico: Everything, Everywhere, All at Once
Scelta personale: Gli Spiriti dell'Isola

Che aspettate? Correte in sala scommesse!

Pier

mercoledì 1 febbraio 2023

Gli Spiriti dell'Isola

Un'isola chiamata Umanità


Irlanda, 1923. Dopo una vita spesa a incontrarsi ogni giorno con l'amico Pádraic per una birra e quattro chiacchiere, un giorno Colm decide di non aprirgli la porta di casa: ha deciso che parlare con Pádraic è solo una perdita di tempo, e gli intima di non parlargli mai più e lasciarlo concentrare sulla sua musica, unica traccia del suo passaggio su questa Terra. Pádraic, devastato, non si rassegna, e cerca in ogni modo di convincere l'amico a cambiare idea, coinvolgendo anche la sorella Siobhan e il matto del villaggio, Dominic: Colm, tuttavia, non cambia idea, e anzi sfodera una minaccia terribile se l'ex amico non si deciderà a lasciarlo in pace.

Il conflitto permea le nostre vite, a tutti i livelli: sul lavoro, tra nazioni, tra aziende, persino nella vita di coppia e tra amici. È un concetto pervasivo, e di cui proprio per questo è difficile parlare efficacemente: sarebbe come cercare di parlare del rumore di fondo o dell'aria che respiriamo. Per farlo servono non solo un testo impeccabile, ma anche una capacità di rimanere ancorati alla realtà e, al tempo stesso, astrarsene - parlare del quotidiano sia dei massimi sistemi. Un'operazione, questa, simile a quella fatta dai grandi filosofi, ma difficilissima da trasporre all'interno di un film dall'impianto comunque narrativo. 

Per farlo serve un grande scrittore ma soprattutto un grande regista: Martin McDonagh è ambedue le cose. Il conflitto in Gli spiriti dell'isola è sfaccettato, poliedrico, e multilivello: quello tra Pádraic e Colm è il motore della vicenda e poggia su basi surreali, ma al tempo stesso tremendamente realistiche. L'autolesionismo è sopra le righe, certo, ma rende per immagini un elemento fondamentale di tutti i conflitti che vanno fuori controllo: non ci può essere un vincitore, solo qualcuno che si fa meno male dell'altro. Una volta che la trappola è scattata, è impossibile sfuggirle senza perdere qualcosa di noi stessi. Siobhan e Dominic sono in conflitto con l'isola stessa, entità monolitica, ancestrale e silenziosa perfettamente rappresentata dall'inquietante vegliarda che sembra divertirsi a tendere loro imboscate. Il loro modo di guardare la vita si scontra con quello sempre uguale e immoto dei loro conterranei, e li condanna a un'eterna infelicità che sembra impossibile da scalfire: la voce dei loro personaggi è la voce della ragione, che rimane però inascoltata per la loro natura di "diversi".


Al largo della costa, lontana eppure terribilmente vicina, si consuma la lotta fratricida del conflitto irlandese, convitato di pietra della vita sull'isola: un conflitto che, come quello tra Pádraic e Colm, poggia su basi talmente antiche da essere ormai irrazionali, ma con radici così tortuose e intrecciate da essere ormai inestirpabili. Su tutto incombe una natura meravigliosa e matrigna, che toglie il fiato e stordisce, spingendo all'inazione: una natura la cui bellezza irretisce e terrorizza al tempo stesso, divinità distante che ci costringe ad affrontare la nostra piccolezza. Proprio la paura di non contare, di non essere ricordato è alla base del conflitto tra Pádraic e Colm, con il secondo che desidera lasciare un segno, dominare la morte (e, con lei, la natura immutabile) rendendosi immortale attraverso la sua musica. Colm è la ragione, Pádraic il sentimento; Colm è l'uomo che doma gli elementi, Pádraic colui che impara a conviverci; Colm è Lear, Pádraic il Folle. Tutta la vicenda ha eco di teatro classico, tra Shakespeare e tragedia greca, ma riesce al tempo stesso a parlare al presente - un presente in cui, nonostante la nostra pretesa di superiorità, il conflitto è ancora ben presente e sta erodendo i fondamenti della nostra società, facendone lentamente marcire il cuore.

McDonagh scrive una sceneggiatura semplicemente perfetta, che oscilla tra esilarante e drammatico sfociando anche nel pulp e nel grottesco - uno stillicidio di eventi in cui il masso inizia a rotolare giù dalla collina e lo spettatore continua a illudersi che si possa ancora fermarlo: in fondo procede così lentamente... Ma il masso procede inesorabile, e acquista sempre più velocità, trascinandoci con lui verso un finale di rara potenza emotiva. McDonagh non è, però, solo un geniale drammaturgo, ma anche un regista di precisione chirurgica. La sua abilità di cucire insieme i vari elementi del film è superba. La musica è evocativa e spettrale, dinamica e struggente al tempo stesso, a rappresentare l'evoluzione rapsodica e incontrollata del rapporto dei due protagonisti; la fotografia è contemplativa, fatta di una continua alternanza di primi piani e campi lunghi, a evidenziare l'isolamento e la solitudine sia dei protagonisti, sia dell'isola stessa. 

Gli attori sono sublimi, e alcuni di loro offrono le prove migliori della loro carriera, Colin Farrell in testa, perfetto nel ruolo di un uomo povero di cervello ma ricco di cuore, un uomo buono cui viene negato l'affetto e, per questo, scivola lentamente nell'astio e nell'odio, un odio alimentato dal dolore. Brendan Gleeson è il suo opposto, sicuro di sé e delle sue decisioni, capace di un cambio tanto radicale quanto apparentemente insensato, guidato dall'ego ma soprattutto dalla coscienza della sua mortalità, del suo essere un granello anonimo nella clessidra dell'universo. La sua devozione al suo cervello, alla sua creatività è tale che è disposto a sacrificarle tutto, compreso il suo cuore e i suoi arti: un atto di abnegazione che si fa masochismo, e che sembra fare il verso a quelli che, in un conflitto fratricida come quello irlandese, sembrano atti di eroismo, ma si rivelano a lungo termine inutili o addirittura deleteri. Kerry Condon e Barry Keoghan sono coprotagonisti solo nel conteggio matematico delle battute: le loro prove sono centrali per la riuscita del film, ed esprimono al meglio il sentimento di coloro che intravedono la tragedia, urlando di fermare il masso, ma non trovano nessuno che li ascolti.

Gli spiriti dell'isola conferma che Martin McDonagh non sbaglia un film. Dopo In Bruges, 7 Psicopatici, e Tre Manifesti, il regista-scrittore sfodera un altro film impeccabile, probabilmente il suo migliore: un film che, attraverso il microcosmo di un'isola, racconta il macrocosmo dell'umanità, con la sua cecità, la sua volontà, a parole, di evitare il conflitto, e la sua cronica incapacità di farlo. Gli spiriti dell'isola parla di noi: di ciò che siamo, di ciò che stiamo diventando, ma anche di ciò che, forse, siamo sempre stati: incancreniti nelle nostre convinzioni, immobili ma pronti a esplodere come l'isola di Inisherin.

*****

Pier

martedì 2 novembre 2021

The Green Knight

Le donne, i cavallier, l'arme, gli orrori


A Camelot, nel giorno di Natale, un anziano re Artù tiene udienza. Si presenta, a sorpresa, il Cavaliere Verde, misterioso gigante dall'aspetto di un albero, e lancia una misteriosa sfida. La raccoglie Gawain, nipote del re. Per mantenere i patti, dovrà intraprendere un percorso che lo porterà a fronteggiare fantasmi, creature fantastiche, briganti, e tentazioni della carne, costringendolo a interrogarsi di continuo sul significato di onore, consapevole che, alla fine del suo viaggio, lo attende la morte.

La saga di Re Artù è una delle più raccontate dai cineasti, tra trasposizioni (più o meno) fedeli (Excalibur), adattamenti di successo (La spada nella roccia, a sua volta tratto dalla splendida rilettura delle storie arturiane di T.H. White, Re in eterno), tentativi di storicizzazione del mito (King Arthur), e riletture in chiave action (King Arthur: La leggenda della spada) e romantica (Il primo cavaliere). 
Era dunque difficile pensare di riuscire ad approcciare la materia con uno sguardo del tutto nuovo, creativo, originale.

La scelta vincente è puntare su un mito meno conosciuto della saga arturiana, il romanzo allitterativo Gawain e il cavaliere verde che costituisce una delle più importanti testimonianze letterarie del periodo medioevale: scritto in medio inglese, è stato trasposto in inglese moderno numerose volte, con la versione forse più celebre a opera di J.R.R. Tolkien. La scelta è vincente non solo perché permette uno sguardo fresco rispetto a quello che avrebbe offerto l'ennesimo racconto delle vicende di Artù (o Lancillotto), ma anche perché la storia è intrisa di simbolismo, immersa in un'atmosfera onirica che il regista Lowery abbraccia fino in fondo, trasformando un romanzo cavalleresco in un incubo a occhi aperti, un viaggio infernale alla ricerca dell'onore.

Il risultato è un film che ricorda ciò che potrebbe partorire David Lynch se approcciasse la materia arturiana, un intreccio continuo di stregoneria, sogni, e umana miseria in cui il reale e il sovrannaturale si permeano fino a confondersi in un unica grande visione. Gawain si muove per terre desolate, funeree, in cui la luce di Camelot non è mai arrivata e probabilmente non arriverà mai.



La complessità e la ricchezza simbolica del materiale di partenza sono tali da permettere molteplici livelli di lettura: dal rapporto uomo-natura (natura creatrice, natura matrigna) al significato di mascolinità, passando per una riflessione sul potere e per lo scontro tra ragione e sentimento, paganesimo e cristianità. In primo piano, tuttavia, c'è l'emancipazione del giovane Gawain, un personaggio molto diverso dall'archetipo del cavaliere che siamo abituati a conoscere: esitante, pieno di dubbi, insicuro persino sul suo voler diventare cavaliere, affronta la missione che gli si para davanti quasi controvoglia, trascinato più dall'istinto di sopravvivenza che da un vero desiderio di avventura. Il suo è un percorso di maturazione che si fa rito iniziatico e anche seduta psicoanalitica, grazie anche ad alcune modifiche apportate da David Lowery al testo originale (potete leggerne qui, ma attenti agli spoiler). L'onore viene cercato e, forse, trovato: ma ne valeva davvero la pena?

Il viaggio di Gawain può essere visto sia come una discesa agli inferi che come una ricerca della vita, sia una catabasi che come una catarsi: se da un lato viaggia verso la morte, dall'altro fugge da una corte crepuscolare, moribonda, stantia. Re Artù e Ginevra sono vecchi, cadaverici, relitti di un'epoca passata, laddove Gawain è giovane e pieno di vita. Il grigio della civiltà si contrappone al verde del cavaliere, simbolo, tra le altre cose, della natura che travolge il fuggevole passaggio dell'uomo. Tutto, intorno a lui, è morte: il suo viaggio prosegue per lande desolate, immerse in una nebbia oltremondana e infestate da spettri ed esseri che di umano hanno ormai soltanto il nome. Gawain soffre la fame, il freddo, la paura, e noi ci trasciniamo con lui per un sentiero che non vorrebbe percorrere ma che continua a seguire, nonostante alla fine lo aspetti, letteralmente, la morte.



La trama tradisce a tratti la natura "ingenua" e mitologica del romanzo, ma Lowery fa sì che passi tutto in secondo piano, calandola nella logica illogica del sogno e dell'allucinazione. La fotografia è splendida, abbacinante, un'estasi visiva che alterna luci monocrome squillanti a una desaturazione estrema, e in cui ogni location pare uscita da un incubo o da un sogno, offrendo una straniante commistione di reale e fantastico che arricchisce i simbolismi della trama. Ogni inquadratura è studiata con precisione maniacale, e offre all'osservatore più attento dei dettagli che consentono di apprezzare appieno la trama sia dal punto di vista letterale che da quello metaforico. 

Dev Patel è un Gawain perfetto (e chi conosce le leggende arturiane può apprezzare l'appropriatezza di rendere lui e sua madre di un'etnia diversa rispetto agli altri cavalieri), e rende appieno la titubanza, l'incertezza, e il senso dell'onore in fieri del suo personaggio. Al suo fianco, Alicia Vikander convince in un doppio ruolo, e offre un monologo sul "verde" di grande portata emotiva. 

The Green Knight è un film coraggioso, creativo, con una visione forte e originale che viene portata avanti senza aver paura di confondere lo spettatore, invitandolo a lasciar andare la riflessione razionale per lasciarsi trasportare dalla forza delle immagini e da una storia che parla più all'inconscio. Lasciatevi trascinare: non ve ne pentirete.

****1/2

Pier

mercoledì 30 agosto 2017

Dunkirk

Il capolavoro della fuga



Nel maggio 1940, 400.000 soldati britannici sono accerchiati dai tedeschi sulla spiaggia di Dunkerque (Dunkirk in inglese). I vertici militari britannici organizzano una rocambolesca operazione di salvataggio, che coinvolge anche i civili. Il destino della guerra dipende dalla salvezza di questi soldati.

Una città deserta, silente; il suono improvviso di uno sparo; una fuga rocambolesca verso la spiaggia, a sua volta silente, ma non deserta, anzi, traboccante di uomini in attesa di una nave che potrebbe non arrivare mai: soldati ordinati o animali in fila per il mattatoio?

La scena d'apertura di Dunkirk è un perfetto ritratto della materia di cui è fatto il film: un ritratto impressionista di una fuga, in cui nulla è mai perfettamente definito se non la paura, l'ansia, il tempo che diventa il nemico più temibile, quello che davvero uccide.
Christopher Nolan gioca con il tempo da sempre, dilatandolo e comprimendolo, ma qui, ancor più che Interstellar, il tempo diviene il vero protagonista, o meglio, l'antagonista: tutti i protagonisti, che siano in mare, terra, o aria, devono lottare contro il tempo per permettere a una fuga impossibile di avere luogo, per salvarsi e salvare altri, per mantenere acceso un barlume di speranza. Nolan racconta questa corsa contro il tempo attraverso tre storie che si inseguono, si toccano e infine si allineano, dando vita a uno sforzo collettivo che ben rappresenta il miracolo che fu l'evacuazione di Dunkerque.

In quello che è forse il suo film meno "nolaniano", Nolan racconta una storia in fondo lineare, ma caratterizzata da un'urgenza e una tensione che raramente si sperimentano al cinema, lasciando lo spettatore con il cuore in gola per tutta la durata della pellicola. Nolan sincronizza con sapienza tutti gli elementi del film per costruisce una tensione palpabile, solida, fisica. Lo fa attraverso una sceneggiatura scarna e fatta più di silenzi che di parole; lo fa attraverso la splendida fotografia, fatta di campi lunghi che sembrano quadri, all'interno del quale gli uomini non sono che formiche immateriali, salvo riacquistare la propria umanità e sostanza negli intensi primi piani; lo fa con la scelta di non mostrare scene truculente per amor di spettacolo, ma di osservare i suoi soldati quasi come un entomologo, senza indulgere nella facile spettacolarizzazione ma preferendo la realtà della paura e delle emozioni; lo fa con delle prove d'attore splendide, fatte di sottrazione e di sottotono anziché delle urla che di solito caratterizzano il genere, con Kenneth Branagh, Mark Rylance e Tom Hardy che portano tre diversi ma ugualmente magistrali stili di recitazione al servizio del film; lo fa, infine, con una colonna sonora martellante e ansiogena, costruita su illusioni acustiche (come ben spiegato da Anonima Cinefili) e suoni naturali che prendono la tensione delle immagini e degli eventi e la elevano all'ennesima potenza.

Il risultato è uno dei migliori film di guerra degli ultimi trent'anni, forse della storia, capace di stordire con la forza di immagini evocative senza scivolare nella retorica, di farci affezionare ai personaggi e soffrire con loro senza indulgere in facili momenti di identificazione (nessuna foto della fidanzata nel taschino, nessun proclama patriottico del generale), di fare della fuga un'opera d'arte visiva e sonora.

Non perdetelo.

*****

Pier