venerdì 6 novembre 2026

Wild Horse Nine

La morte degli ideali


Cile, 1970, poche settimane prima del colpo di stato di Pinochet. Chris e Lee sono due agenti della CIA che hanno lavorato per organizzarlo. Chris di loro sta morendo, e vuole fare una vacanza sull'isola di Pasqua, dove si troverà a tracciare un bilancio della sua vita. Lee lo accompagna, ma presto capisce che la vacanza sarà più complicata del previsto.

Dopo Gli spiriti dell'isola, Martin McDonagh torna alle atmosfere di In Bruges per raccontare la strana amicizia tra due killer professionisti. Il ritorno al passato, però, è solo parziale: degli Spiriti McDonagh mantiene non solo la location isolata e fuori dal mondo, un purgatorio abitato da anime in cerca di senso e redenzione, ma soprattutto il fortissimo messaggio politico, un tratto sempre più centrale nella sua produzione recente (pochissimi film hanno raccontato gli Stati Uniti dell'ultimo decennio bene come Tre manifesti a Ebbing, Missouri). 

E Wild Horse Nine è un film profondamente politico, che riprende l'anarchico desiderio di ribellione al potere costituito di Una battaglia dopo l'altra ma lo declina nei toni della commedia nera a tinte crime/spionistiche, rendendolo anche una riflessione sul passato degli Stati Uniti, un what if storico in cui i protagonisti, interrogandosi sulle proprie azioni, si ritrovano a contemplare delle versioni diverse del proprio paese. La memoria - individuale e collettiva - è un tema centrale del film, e viene continuamente distorta, compressa, riscoperta e rivelata, in un gioco di ricostruzione e decostruzione esilarante e al tempo stesso commovente. Chris è un narratore inattendibile, sia per deformazione professionale, sia per il tumore al cervello che lo ha colpito. Capire cosa è vero e cosa non lo è nei suoi racconti diventa la missione di Lee, ma anche quella dello spettatore, in un lento disvelamento degno dei migliori film di spionaggio.

Questi ingredienti si uniscono ad altri temi cari a McDonagh, come l'amicizia e l'apparente incapacità umana di vivere in pace con il prossimo. McDonagh ha una visione pessimista dell'uomo, ma non cinica: pensa che la naturale inclinazione all'homo homini lupus sia superabile, ma solo attraverso la connessione umana e la comunicazione, che possono abbattere le barriere che ci costruiamo intorno. 

La sceneggiatura è semplicemente perfetta, e conferma come McDonagh sia uno dei migliori scrittori per il cinema (e il teatro) del nostro tempo: i dialoghi sono profondi e filosofici, e al tempo stesso taglienti ed esilaranti. Si ride, tanto, ma si resta sempre immersi in un'aura di malinconia per il tempo che se ne va, per peccati che non si possono annullare, ma che forse si può provare a espiare. John Malkovich offre una prova da Oscar, unendo alla perfezione stralunatezza e rimpianto, ma intorno a lui brillano anche Sam Rockwell (grandissimo attore che McDonagh valorizza come pochi altri) e Steve Buscemi.

Wild Horse Nine è un film sulla morte - fisica, ma anche morale - di individui e intere nazioni: su ideali che muoiono sotto i colpi delle armi, ma che possono anche rinascere e sopravvivere tenacemente grazie a un atto di ribellione. "La ribellione non è più qui: è volata via" dice Luthen Rael in uno dei dialoghi più belli di Andor, un urlo di speranza mentre le nubi dell'Impero si stanno addensando. McDonagh riprende quello spirito, raccontandoci un'ultima resistenza - fisica, morale, e relazionale -  ambientata in purgatorio: chi combatte forse andrà all'inferno, ma permetterà ad altri di continuare a sognare il paradiso.

*****

Pier

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