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lunedì 20 gennaio 2020

Jojo Rabbit

Tra satira e Wes Anderson



Jojo ha dieci anni, vive nella Germania nazista, ed è un fanatico del regime. Il suo amico immaginario è Adolf Hitler, e il suo sogno è di entrare a far parte della Gioventù Hitleriana. Sua madre cerca di "rieducarlo" con il sorriso, ma invano. Quando Jojo scopre che la madre nasconde in casa Elsa, una ragazzina ebrea, si troverà costretto a riconsiderare tutto il suo sistema di valori.

Il nazismo è stato uno dei grandi mali del Novecento: tali sono stati gli orrori e le nefandezze perpetrate dal regime che, con il tempo, Hitler e i suoi seguaci sono assorti a paradigma del male assoluto. Questo è vero soprattutto al cinema, dove la prospettiva tedesca sulla Seconda Guerra Mondiale è raramente presente e, quando lo è, è sempre quella di qualcuno che ha trovato il coraggio di ribellarsi al regime.

Taika Waititi ha il coraggio di raccontare la storia dalla parte dei nazisti, focalizzandosi sugli ultimi giorni del regime che sta cadendo sotto i colpi degli Alleati. Seguendo l'esempio di un illustre predecessore come Chaplin, Waititi mette in scena una satira, ma a differenza di Chaplin decide di integrarla all'interno di un racconto più tradizionale, incentrato sui personaggi. Questi personaggi vengono tratteggiati e raccontati con un affetto e un occhio più affini ai lavori di Wes Anderson che allo humor tagliente di Waititi, e costituiscono la parte più riuscita del film, quella che intrattiene e appassiona, ma al tempo stesso fa riflettere.

Il fanatismo "innocente" dell'altrimenti adorabile Jojo ci mette di fronte alla potenza della manipolazione di massa e a come sia in grado di corrompere anche gli animi più innocenti. Il messaggio può sembrare banale, ma Waititi riesce a trasmetterlo con forza e senza retorica, servendosi solo dei suoi personaggi e dell'atmosfera semionirica in cui li immerge, fatta di situazioni e personaggi sopra le righe, di un Hitler amico immaginario ancora più insicuro del giovane protagonista, e di una Germania da cartolina: un mix wesandersoniano con un pizzico di originalità, che funziona e rende impossibile non affezionarsi a questi nazisti da operetta e non commuoversi di fronte alle loro sofferenze.


Questa umanità e questo calore, tuttavia, hanno un prezzo: se le assurdità dei personaggi finiscono per esaltarne i tratti più umani, la satira pura si perde e risulta quindi poco tagliente. Le assurdità del totalitarismo e delle idee che lo sorreggono rimangono sullo sfondo, e non vengono sferzate con la veemenza che sarebbe lecito aspettarsi dal genere caro a Giovenale, rendendo qualsiasi collegamento con la contemporaneità abbastanza piatto e superficiale.

Waititi sembra tuttavia compiere questa scelta consapevolmente, interessato forse più a raccontare come si possa spezzare il circolo vizioso del totalitarismo e del culto del capo che a metterne a nudo le nefandezze. L'umanizzazione dei protagonisti e la progressiva rieducazione di Jojo grazie ai modi dolci ma fermi della madre (una ottima Scarlett Johansson) e all'incontro con Elsa sembrano suggerire una visione su come persuadere coloro che oggi propagandano pappagallescamente idee estremiste: è solo attraverso dialogo e conoscenza che si possono appianare le differenze e superare i pregiudizi. L'operazione del regista riesce, anche se rimane il dubbio sull'effettiva utilità di quei momenti di pura satira/comicità slapstick sparsi qua e là per il film: esilaranti, certo, ma un po' avulsi dalla trama e dal messaggio.

Jojo Rabbit è un film semplice, ma fa della sua semplicità la sua forza: i diversi livelli di lettura non sono imposti, ma emergono naturalmente durante alla visione grazie alla forza delle immagini e dei personaggi. Waititi realizza un film efficace, che diverte, commuove e fa riflettere, anche se forse senza il mordente che era lecito aspettarsi da un regista con il suo senso della parodia e della comicità.

*** 1/2

Pier

sabato 23 febbraio 2019

Oscar 2019 - I pronostici

Domani sera, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Dolby Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantunesima edizione degli Academy Awards. 

Un'edizione che segna ancora una volta il trionfo assoluto della Mostra Cinematografica di Venezia, presente con ben 39 nomination tra concorso e fuori concorso (alcune - quelle del film First Reformed - addirittura risalenti a due edizioni fa), contro le 13 di Cannes, e che verrà ricordata per essere la prima dopo molti anni senza presentatore a causa del forfait di Kevin Hart, vittima dell'ennesima caccia alle streghe a causa di tweet scritti ennemila anni fa e per cui si era già scusato.

Come ogni anno, Filmora vi propone i suoi pronostici, accompagnati come sempre con le scelte personali del sottoscritto, che inspiegabilmente l'Academy si ostina a ignorare.

Pronti? Iniziamo!


Miglior montaggio
Categoria senza un chiaro favorito, con tutti i contendenti che potrebbero dire la loro. I favoriti sembrano essere Hank Corwin per Vice - L'uomo nell'ombra e John Ottman per Bohemian Rhapsody, con Yorgos Mavropsaridis (La Favorita) possibile sorpresa. Alla fine penso vincerà Corwin, cui va anche la mia preferenza personale: Vice non sarebbe il film che è senza il suo eccezionale montaggio, vero e proprio regolatore del ritmo narrativo.

Pronostico: Hank Corwin, Vice
Scelta personale: Hank Corwin, Vice

Miglior fotografia
Qui il chiarissimo favorito è Alfonso Cuaròn, e con ragione: il bianco e nero di ROMA è splendido e abbacinante, qualcosa che non si vedeva dai tempi di Toro Scatenato. In caso l'Academy volesse evitare di dare tutti i premi a Cuaròn, una possibile sorpresa potrebbe essere Łukasz Żal, direttore della fotografia di quel Cold War che ha incantato il festival di Cannes, guadagnandosi un po' a sorpresa anche una nomination per la miglior regia.
La mia preferenza però ricade sulla sontuosa fotografia de La Favorita, in cui Robbie Ryan ha ripreso la lezione di Stankley Kubrick in Barry Lyndon e la ha rielaborata con originalità, creando un ambiente straniante e allucinato che diventa il perfetto teatro degli intrighi e delle follie di corte.

Pronostico: Alfonso Cuaròn, ROMA
Scelta personale: Robbie Ryan, La Favorita

Miglior film d'animazione
Anni di egemonia Disney/Pixar sembrano giunti alla fine: nonostante l'indubbia qualità di film come Ralph rompe Internet e Gli Incredibili 2, impossibile quest'anno non premiare Spider-Man: Un Nuovo Universo, il più innovativo film d'animazione dai tempi di Ratatouille. Il mio cuore è diviso tra lo splendore visivo di Spider-Man e la dolcezza de L'isola dei cani, ennesima perla nella filmografia di Wes Anderson, ma alla fine scelgo anche io Spider-Man.
Pronostico: Spider-Man: Un Nuovo Universo
Scelta personale: Spider-Man: Un Nuovo Universo

Miglior attore non protagonista
Anche quest'anno, la redazione di Film Ora premierebbe Sam Rockwell, che compare solo per pochi minuti in Vice, ma riesce comunque a lasciare il segno con il suo splendido George W. Bush, un irresistibile utile idiota, talmente cialtrone da farlo risultare simpatico anche al suo più aspro detrattore. Tuttavia, siamo certi che l'Academy premierà la prova di Mahershala Alì in Green Book, sia per il solito politically correct (che il film in questione evita magistralmente), sia per l'oggettiva bontà  della prova di Alì, uno degli attori migliori in circolazione a costruire un personaggio sui silenzi. Richard E. Grant (Copia Originale) è il possibile outsider.
PronosticoMahershala Alì, Green Book
Scelta personale: Sam Rockwell, Vice

Miglior attrice non protagonista
La chiara protagonista sembra essere Regina King per Se la strada potesse parlare, mediocre opera terza (toh, che sorpresa) del regista di Moonlight : la King si è finora aggiudicata tutti i premi e sarebbe davvero sorprendente se dovesse sfuggirle la statuetta. La mia scelta personale, non riuscendo a scegliere tra Rachel Weisz ed Emma Stone ne La Favorita, ricade sulla Marina de Tavira di ROMA, splendida commistione di forza e fragilità imprigionata nell'ipocrisia di una vita borghese.
Pronostico: Regina King, Se la strada potesse parlare
Scelta personale: Marina de Tavira, ROMA

Miglior sceneggiatura originale
Scontro molto aperto in questa categoria, con Vice, La Favorita, e Green Book che potrebbero aggiudicarsi la statuetta. Penso che alla fine la spunterà Green Book, su cui ricade anche la mia scelta personale.
Pronostico: Green Book
Scelta personale: Green Book

Miglior sceneggiatura non originale
Un uomo solo al comando, e il suo nome è Spike Lee: BlacKkKlansman si è finora aggiudicato tutti i premi, e sembra lanciato anche agli Oscar, dove Lee non ha mai vinto. Appena dietro troviamo La ballata di Buster Scruggs, geniale pastiche in salsa western dei fratelli Coen, a parere di chi scrive tra i migliori sceneggiatori di Hollywood: a loro va la mia preferenza personale.
Pronostico: BlacKkKlansman
Scelta personale: La ballata di Buster Scruggs

Miglior attore protagonista
Lotta a due tra Rami Malek (Bohemian Rhapsody) e Christian Bale (Vice) per la statuetta per la migliore interpretazione maschile. Due prove simili (ambedue interpretano un personaggio reale), eppur diversissime: laddove Malek è quasi trascendente nel riportare in vita Freddie Mercury, Bale incarna alla perfezione la banalità e anonimità del male di Cheney. Il favorito sembra essere Malek, anche per dare un riconoscimento alla sua determinazione nel portare a termine un film (non eccezionale) che sembrava maledetto. La mia scelta personale sarebbe un ex aequo, ma dovendo scegliere vado su Bale.
Pronostico: Rami Malek, Bohemian Rhapsody
Scelta personale: Christian Bale, Vice

Miglior attrice protagonista
Una competizione che vede due grandi attrici un po' "attempate" contendersi la statuetta: da una parte Glenn Close, più volte nominata ma che ha sempre mancato il premio; dall'altra Olivia Colman, veterana di cinema e TV britannici, e straripante mattatrice nella parte della regina Anna in La Favorita. Da amante del cinema, non posso né voglio credere ai rumors che vedrebbero Lady Gaga come possibile sorpresa, dato che la sua prova attoriale in A Star is Born, più che agli Oscar, meriterebbe un premio alla sagra del tonno di Stintino. Non avendo purtroppo ancora visto il film che vede protagonista Glenn Close, sia il mio pronostico che la mia preferenza personale vanno alla bravissima e adorabile Olivia Colman.
Pronostico: Olivia ColmanLa Favorita
Scelta personale: Olivia ColmanLa Favorita

Miglior regia
Il favorito in questa categoria è chiaramente Alfonso Cuaròn, che con ROMA ha raccolto il plauso della critica e di gran parte del pubblico. Nonostante non lo abbia amato quanto  altri, la regia è oggettivamente sontuosa nella sua capacità di unire i vari elementi , magnifico bianco e nero  in testa, e creare una madeleine filmica pervasa di nostaglia. La mia scelta personale, tuttavia, ricade sullo splendido lavoro fatto da Yorgos Lanthimos ne La Favorita.
Pronostico: Alfonso Cuaròn, ROMA
Scelta personale: Yorgos Lanthimos, La Favorita

Miglior film
La battaglia per il miglior film è quantomai accesa: da una parte i film realmente meritevoli, come ROMA e La Favorita; dall'altra, quelli spinti per ragioni politico-sociali, come Black Panther, o quelli spinti dal sonno della ragione, come A Star is Born. Nel mezzo, la possibile sorpresa di Green Book: non sarebbe la prima volta che, in un anno senza un chiaro dominatore, l'Academy decidesse di premiare un film più "banale" dal punto di vista cinematografico, ma meritevole da quello narrativo. Alla fine, tuttavia, penso che si imporrà ROMA, finora trionfatore in tutti gli altri premi maggiori. La mia scelta personale, ormai si sarà capito, ricade su La Favorita.
Pronostico: ROMA
Scelta personale: La Favorita

A dopo la cerimonia per il bilancio!

Pier

domenica 13 gennaio 2019

Vice - L'uomo nell'ombra

Il fiore e il serpente


Look like th'innocent flower, but be the serpent under't.

Assomiglia al fiore innocente, ma sii il serpente sotto di esso.

Macbeth, Atto I, Scena 5


Wyoming, Anni Settanta. Dick Cheney viene fermato per guida in stato d'ebbrezza dopo essere stato cacciato da Yale. La fidanzata Lynne lo mette davanti a un ultimatum: o si rimette in carreggiata, o la perderà per sempre. Inizia da questo episodio all'apparenza banale l'irresistibile ascesa al potere di un uomo che fece dell'apparire banale la sua fortuna. Cheney divenne un uomo centrale nelle amministrazioni repubblicane di Ford, Reagan, Bush padre e, soprattutto, Bush figlio, trasformando il sistema politico statunitense da dietro le quinte, distruggendo silenziosamente il sistema di pesi e contrappesi che limitava l'autorità presidenziale e cercando di trasformare gli Stati Uniti in una plutocrazia di fatto.

Il tema del potere e della tirannia ha sempre affascinato l’umanità. Dai tempi di Shakespeare e Machiavelli, numerose sono le opere d’arte e dell’ingegno che hanno affrontato queste domande: che cos’è il potere, e come si manifesta? E quali sono i confini che regolano il suo esercizio?

Una delle grandi illusioni ai tempi della nascita democrazia è stata, ormai possiamo dirlo, l’introduzione di una gestione trasparente del potere: ciò che una volta veniva deciso nelle oscure camere di qualche nobile ora sarebbe stato deciso durante un dibattito pubblico, cui tutti avrebbero potuto assistere o addirittura prendere parte.
Vice - L'uomo nell'ombra ci mostra il lato oscuro e segreto del potere ai tempi della democrazia, mostrandoci come una volontà ferrea e l’abilità di agire nel buio, nascondendo i propri intenti dietro un'apparenza da grigio burocrate, possano scardinare anche i più elementari sistemi di pesi e contrappesi dello stato di diritto senza che nessuno se ne accorga.

Vice sarebbe una tragedia shakespeariana (il Bardo viene esplicitamente citato in un immaginifico scambio notturno tra Cheney e la moglie Lynne) se non fosse per l’orrorifico grigiore del suo protagonista: di lui non si ricorda un discorso, un monologo, un intervento che possa divenire immortale.
Il piano di Cheney si è consumato dietro le quinte, attraverso quattro presidenti e trent’anni di storia americana, per poi trovare il suo trionfo e la sua fine durante la presidenza di George W. Bush, qui dipinto come l’utile idiota che rese possibile a un vice-presidente, carica solitamente poco più che onorifica, ottenere un simile potere. Intorno a Cheney si muove una corte di personaggi della sua risma, tra cui spicca un Donald Rusmfield flamboyant e spietato,una maschera di gomma sorridente e terribile, illegibile per amici e nemici; un vero attore della politica, al punto che Bernardo Bertolucci, scherzosamente, suggerì di assegnargli il premio per il miglior attore alla Mostra del Cinema di Venezia. Più ingannevole di lui è però Cheney, solo all’apparenza anonimo e stolido, ma in realtà sottile calcolatore e pianificatore spietato, in grado di mascherare sotto l’aspetto da burocrate un’ambizione sfrenata e un’astuzia mefistofelica, che gli ha permesso di arricchire se stesso e i suoi amici ma, soprattutto, di plasmare il sistema politico e sociale statunitense secondo i suoi desiderata, in un modo talmente profondo che forse, ancora oggi, non ne abbiamo ancora compreso a pieno la portata.

McKay riprende l’impianto semidocumentaristico utilizzato con successo ne La grande scommessa e lo applica alla biografia di un uomo che ha vissuto nell’ombra, segnando però irreversibilmente la storia statunitense e mondiale. McKay alterna narrazione diegetica ed extradiegetica, utilizzando un narratore solo apparentemente estraneo alla vicenda narrata, nel tentativo di essere obiettivo sui fatti che sono di pubblico dominio e incisivo nei dialoghi che deve, giocoforza, ricostruire, senza rinunciare alla satira sociale e di costume che è stata la cifra del suo lavoro precedente. Il risultato è un film cupo e forse meno divertente di quelle che erano le intenzioni del regista, ma comunque incisivo nel raccontare un lato della storia recente rimasto troppo a lungo nell'ombra. Molti i passaggi inquietanti e spietati, che faranno accapponare la pelle anche a chi ne conosceva già alcuni aspetti, e lasceranno senza parole chi ne era ignaro. Dalla nascita di Fox News al bombardamento dell'Iraq, passando per un Isis creato per un eccesso di arroganza e lasciato proliferare per non dover riferire l'accaduto al presidente, come una marachella nascosta per non incorrere nella punizione della maestra: il film apre tutti gli armadi che si possono aprire, offrendo un ritratto desolante della classe dirigente. Il momento forse più inquietante, e per questo il migliore del film, è quello in cui McKay racconta l'occupazione quasi militare dell'amministrazione federale da parte di Cheney come fosse un enorme gioco in scatola.

Il film ha meno ritmo de La grande scommessa, ma possiede comunque una sferzante efficacia che gli permette di dissezionare il suo soggetto da ogni angolazione. La narrazione funziona anche grazie alla decisione di McKay di mostrare il lato umano di Cheney: dai problemi di alcolismo in gioventù all'affetto per la moglie Lynne, passando per la decisione di non correre come candidato alla presidenza per evitare l'umiliazione della stampa scandalistica alla figlia Mary, di recente dichiaratasi omosessuale. Mary rappresenta per Cheney l'ultima ombra di umanità e innocenza, destinata anch'essa a cadere sulla strada di un'ambizione che non conosce confini di tempo né di generazioni.

Al centro del film ci sono però gli attori, su cui giganteggia un Christian Bale impressionante non tanto per l'incredibile trasformazione fisica, quanto per la sua capacità di far entrare nello spettatore nella testa di un uomo all'apparenza così anonimo, eppure così eccezionale nella sua risoluta ricerca del potere. Accanto a lui brillano tutti: Amy Adams è una Lynne Cheney che si fa Lady Macbeth, Steve Carell un poliedrico Donald Rumsfield, e Sam Rockwell è un George W. Bush da antologia, che emerge dalla vicenda quasi illibato nella sua totale ignoranza e stolidezza.

Vice è una lezione di politica che non diviene mai didascalica, e riesce perfettamente nel suo intento di raccontare le ombre della politica statunitense e i mostri che hanno proliferato al loro interno. Il gioco di incastri tra piani temporali e tecniche narrative è leggermente meno efficace che ne La grande scommessa, ma è comunque riuscito e contribuisce a differenziare il film dagli altri del genere, donandogli una freschezza e una lucidità solitamente difficili da ottenere nei biopic. Vice racconta il potere, e le misere motivazioni che lo sostengono, in maniera magistrale, presentandolo come una malattia che si diffonde silenziosamente, sotto pelle, e le cui conseguenze vengono identificate solo quando è troppo tardi.

****

Pier


sabato 3 marzo 2018

Oscar 2018 - I pronostici

Domani sera, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Kodak Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantesima edizione degli Academy Awards. 

Come ogni anno, Filmora vi propone i suoi pronostici, accompagnati come sempre con le scelte personali del sottoscritto, cui inspiegabilmente l'Academy non ha ancora concesso i diritti di potere temporale di fantozziana memoria.

Pronti? Iniziamo!


Miglior montaggio
Come per (quasi) tutti gli Oscar tecnici di quest'anno, è difficile immaginare un vincitore diverso da Dunkirk. Il montaggio, poi, è un elemento cruciale del film, sia per l'alternanza tra i tre piani temporali sia per la sua centralità nel costruire la tensione montante che costituisce il perno dell'azione. Il montatore Lee Smith ha fatto un lavoro monumentale in tal senso, ed è quindi sia il favorito sia colui cui va la mia scelta personale.

Pronostico: Dunkirk
Scelta personale: Dunkirk

Miglior fotografia
Competizione più aperta che negli altri comparti "tecnici": se la fotografia di Hoyte van Hoytema per Dunkirk è eccezionale, quelle di Blade Runner 2049 (Roger A. Deakins) e di La forma dell'acqua (Dan Laustsen) rappresentano una competizione formidabile. Considerando che Deakins, nonostante ben 14 nomination al premio Oscar, non ha inspiegabilmente mai vinto, a lui va la palma di favorito, mentre la preferenza personale ricade su Dunkirk.
Pronostico: Blade Runner 2049
Scelta personale: Dunkirk

Miglior film d'animazione
Per chi segue l'animazione statunitense la scelta appare scontata, con Coco nettamente favorito su pellicole godibili ma di livello decisamente inferiore come Ferdinand e Baby Boss. Tuttavia, Loving Vincent rappresenta un rivale credibile per la sua incredibile capacità di ricreare il mondo pittorico di Van Gogh attraverso un'animazione autoriale e innovativa. 
A conti fatti, Coco resta il favorito, e riceve anche la mia preferenza personale.
Pronostico: Coco
Scelta personale: Coco

Miglior attore non protagonista
Questo premio potrebbe risultare in un grande trionfo personale per la redazione di Film Ora, da sempre fan sfegatata di quel Sam Rockwell (Tre manifesti a Ebbing, Missouri) che oggi sembra il chiaro favorito. 
Certo, Richard Jenkins è splendido ne La forma dell'acqua, e lo stesso Woody Harrelson meriterebbe per Tre manifesti, ma Rockwell è Rockwell. È quello di Confessioni di una mente pericolosa, Moon, Choke, Guida galattica per autostoppisti, e mille altri: è già uno scandalo che non abbia mai vinto prima d'oggi,di cosa stiamo parlando. Dai, di cosa stiamo parlando?
Pronostico: Sam Rockwell
Scelta personale: Sam Rockwell

Miglior attrice non protagonista
La favorita sembra essere Allison Janney (indimenticata C.J. Cregg per tutti i fan di The West Wing) nel ruolo della madre ipercompetitiva di Io, Tonya. La mia scelta personale va però a Laurie Metcalf, commovente nel ruolo di una madre working class in Lady Bird, per la cui riuscita è importante tanto quanto Saoirse Ronan.
Pronostico: Allison Janney 
Scelta personale: Laurie Metcalf

Miglior sceneggiatura originale
Il chiaro favorito sembra essere Tre manifesti, ma occhio alla possibile sorpresa Lady Bird, che potrebbe sfruttare la storica benevolenza dell'Academy verso i film indipendenti nel campo delle sceneggiature. Tenendo conto anche del mio pronostico per il miglior film mi prendo un rischio e do a Lady Bird la palma di favorito, mentre a Tre manifesti va la mia preferenza personale.
Pronostico: Lady Bird
Scelta personale: Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior sceneggiatura non originale
Raramente si è vista una competizione tanto elevata in questa sezione: dalla sceneggiatura pseudoautoriale di Ivory in Chiamami col tuo nome, che ha mandato in sollucchero salotti e terrazzi americani, ai dialoghi sempre fenomenali di Aaron Sorkin in Molly's Game, passando per la divertente riflessione sul cinema di The disaster artist e il supereroe western e crepuscolare di Logan, quest'anno ce n'è davvero per tutti i gusti. Il favorito, per status ed entrature, sembra essere Ivory, ma la mia scelta personale non può che andare a Logan: un film in cui l'elemento supereroistico è del tutto secondario, e in cui i temi centrali sono la memoria, il fallimento, la redenzione, il fare i conti con il proprio passato. Se Hugh Jackman avesse impugnato una pistola, anziché avere artigli d'adamantio, staremmo parlando di questo film anche per premi più importanti.
Pronostico: Chiamami col tuo nome
Scelta personale: Logan

Miglior attore protagonista
Un solo nome al comando: Gary Oldman, per L'ora più buia. La sua performance è eccezionale, e ha tutto ciò che viene sempre premiato dall'Academy: film biografico, trasformazione fisica, forte introspezione e immedesimazione del personaggio. Daniel Day Lewis è come sempre eccezionale ne Il filo nascosto (che recensiremo a breve), ma Oldman non ha mai vinto e ha davvero tutte le carte in regola per aggiudicarsi la sua prima statuetta.
Pronostico: Gary Oldman
Scelta personale: Gary Oldman

Miglior attrice protagonista
Qui la competizione è invece molto aperta: Frances McDormand è favorita, ma non nettamente, con la muta sognatrice di Sally Hawkins de La forma dell'acqua che potrebbe soffiarle la statuetta. La mia preferenza va comunque alla McDormand, eccezionale come sempre in Tre manifesti.
Pronostico: Frances McDormand
Scelta personale: Frances McDormand

Miglior regia
Il favorito è chiaramente Guillermo del Toro, che con La forma dell'acqua ha incantato Hollywood e il pubblico di tutto il mondo. Tuttavia, almeno nel mio piccolo non posso esimermi dall'urlare allo scandalo per quella che, ne sono certo, sarà l'ennesima bocciatura dell'Academy nei confronti di Christopher Nolan. Che uno dei registi più creativi del panorama contemporaneo sia costantemente snobbato agli Oscar è vergognoso, tanto più se pensate che quella per Dunkirk è la sua prima nomination. A lui, si sarà capito, va la mia preferenza personale, che si è conteso fino all'ultimo con il sempre eccezionale Paul Thomas Anderson, autore (è proprio il caso di dirlo) de Il filo nascosto.
Pronostico: La forma dell'acqua
Scelta personale: Dunkirk

Miglior film
La battaglia per il miglior film è quantomai accesa, tra La forma dell'acqua, Get Out, Lady Bird (possibile sorpresa, ma non così tanto) e Tre manifesti. Raramente, però, un film ha saputo unire così tanto pubblico e critica come Tre manifesti, che ha ottenuto lodi unanimi praticamente ovunque. Per chi scrive si tratta di uno dei due migliori film dell'anno, e del migliore tra i favoriti, e i segnali lasciano pensare che alla fine la penserà così anche l'Academy. 
Pronostico: Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Scelta personale: Tre manifesti a Ebbing, Missouri

A dopo la cerimonia per il bilancio!

Pier

lunedì 8 gennaio 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Giustizia personale e giustizia sociale



La figlia di Mildred, madre divorziata residente a Ebbing, Missouri, viene violentata e uccisa. Frustrata dalla mancanza di progressi nelle indagini, Mildred acquista per un anno tre grandi spazi pubblicitari con i quali denuncia l'inefficienza della polizia locale, e in particolare dello sceriffo Willoughby. Nonostante l'ostilità di molti suoi concittadini, in primis il sergente Dixon, Mildred persiste nella sua battaglia per la verità.

Martin McDonagh è un nome che dirà poco ai più, nonostante abbia già girato un film di culto come In Bruges. Il suo tocco e la sua visione sono, tuttavia, inconfondibili, soprattutto per la capacità di muoversi al confine tra farsa e tragedia senza però premere fino in fondo sul pedale del grottesco come fanno ad esempio i fratelli Coen. La sua visione del mondo è cupa, ma non disperata; assurda, ma non surreale. McDonagh è, prima di tutto, uno scrittore fantastico, soprattutto nei dialoghi, ma possiede anche una grande sensibilità per la messa in scena che spesso manca agli sceneggiatori che si improvvisano registi.

Non stupisce, dunque, che Tre manifesti, il suo terzo film da regista, sia uno dei migliori film visti quest'anno: un capolavoro di ritmo, recitazione e, soprattutto, regia, in cui ogni elemento si incastra alla perfezione nel creare un film che intrattiene e fa riflettere, raccontando una storia appassionante e, allo stesso tempo, fornendo un ritratto convincente e non moraleggiante dell'America che ha eletto Trump. Tra una risata e l'altra, McDonagh sferra pugni violenti che ci riportano alla realtà di una società martoriata, il cui tessuto sociale è stato lacerato in modo tanto profondo che sembra quasi impossibile ripararlo. Alla ricerca di giustizia personale di Mildred si accompagna un'evidente assenza di giustizia sociale, che tocca in modo evidente tutti i personaggi. L'alternanza tra risata e riflessione è continua, e tiene lo spettatore incollato alla sedia, incapace di prevedere cosa succederà.

I dialoghi sono perfetti, fulminanti e al tempo stesso profondi, e sono messi in bocca a personaggi veri, ben definiti e costruiti, dal primo all'ultimo, a partire dalla splendida protagonista. Mildred è una donna sola, ruvida, con un'ironia icastica e politicamente scorretta; la vita le ha tolto tutto, tranne la sua dignità e una feroce, incrollabile determinazione ad avere giustizia. Non è l'odio a guidarla, ma l'insoddisfazione, l'incapacità di accettare mezze misure, compromessi, risultati approssimativi. Il suo contraltare è Dixon, un cialtrone qualunquista guidato da un odio talmente radicato in lui da non conoscerne nemmeno le origini. Si sente costantemente minacciato da tutto ciò che è diverso da lui, e non sembra conoscere reazione migliore che la violenza. A metà tra loro sta lo sceriffo Willoughby, un buon padre di famiglia che però non condanna fino in fondo i comportamenti scorretti e pericolosi dei suoi uomini, Dixon in primis; un uomo fatto di contraddizioni, che rappresenta al meglio un paese diviso come l'America di oggi, in cui persino la verità è relativa e non esistono risposte definite.
"Decideremo quando arriveremo lì", dice uno dei personaggi in un momento chiave del film, e questa frase è quasi un manifesto nazionale (e non solo): si naviga a vista, e solo il tempo potrà dirci se la direzione presa è quella giusta.

McDonagh accompagna la sua perfetta sceneggiatura con una fotografia evocativa, fatta di alternanze tra primi piani e campi lunghi che sottolineano la solitudine dei personaggi e, al tempo stesso, la loro estrema vicinanza, il loro collegamento per tramite di quel paese di cui tutti fanno parte, e di cui stanno lentamente martoriando il tessuto sociale.
L'intero cast offre una prova superlativa, da una Frances McDormand alla migliore interpretazione della sua (fantastica, e troppo spesso sottovalutata) carriera - qualcuno le offra la parte principale in un action movie stile Io ti troverò, subito - a un Sam Rockwell poliedrico nel ruolo del farsesco villain Dixon, fino a un Woody Harrelson perfetto per understatement e compassatezza e un Peter Dinklage saggio e autoironico nella sua breve ma intensa parte.

3 manifesti è un film profondamente attuale, che racconta una storia tragica con tocco ironico, ma senza perderne di vista le implicazioni drammatiche e sociali. Un film scritto, girato e interpretato alla perfezione, che si candida a essere una delle sorprese positive sia della nostra stagione cinematografica, sia della stagione dei premi (in cui si è già aggiudicato quattro meritatissimi Golden Globes). Non perdetelo.

*****

Pier

martedì 5 settembre 2017

Telegrammi da Venezia 2017 - #3

Terzo telegramma da Venezia.


The Leisure Seeker (Concorso), voto 7.5. Primo film girato in lingua inglese per Paolo Virzì, ma quasi non ce ne si accorge: The Leisure Seeker ha la stessa freschezza, lo stesso delicato equilibrio tra dramma e commedia che caratterizzano i lavori migliori di Virzì, con il grandissimo valore aggiunto di due interpreti straordinari come Helen Mirren e Donald Sutherland, che ci piacerebbe vedere insigniti di una meritatissima Coppa Volpi di coppia. La storia di Ella e John, un'anziana coppia che fugge dalla malattia su un camper sgangherato, commuove e diverte in egual misura, e fa riflettere anche dopo la visione.

Ex Libris - The New York Public Library (Concorso), voto 5.5. Wiseman decide di raccontare la New York Public Library, ma lo fa senza dare voce a chi la frequenta e senza un chiaro filo conduttore. Il risultato è un film a tratti comunque interessante, ma molto meno riuscito e incisivo di altri suoi lavori. Qui la recensione completa scritta per Nonsolocinema.

Three Billboards Outside Ebbing, Missouri (Concorso), voto 8.5. Una donna che vuole giustizia per la figlia violentata e uccisa; uno sceriffo con un cancro terminale; un poliziotto dalla dubbia morale e dall'ancor più dubbio acume: questi i protagonisti della splendida commedia nera di  Martin McDonagh, già regista di In Bruges. Commedia nera rischia però di essere una definizione limitante per un film poliedrico come Three Billboards: scritto e girato divinamente, il film unisce anche satira e analisi sociale, e offre un ritratto perfetto e non banale della rabbia dell'America profonda, rispondendo alla domanda "da dove arriva Trump?" molto meglio di tanti sedicenti esperti, senza indulgere in lezioncine morali. Nessuno è completamente buono, nessuno è assolutamente cattivo: la verità, come sempre, sta nel mezzo. Superbi gli interpreti, da una Frances McDormand mai così tagliente e terribile a un Sam Rockwell perfetto nella parte del cattivo idiota in cerca di riscatto, al bel cameo di Peter Dinklage.

The Third Murder (Concorso), voto 7. Un thriller legale con tinte di dramma, che a dispetto della lentezza della narrazione riesce a raccontare con efficacia una storia che unisce tante solitudini in un unico, tragico destino. Kore-eda Hirokazu dimostra la solita sensibilità e grande abilità registica, creando alcune immagini davvero indimenticabili.


Al prossimo telegramma!

Pier

sabato 13 novembre 2010

Stanno tutti bene

La garanzia di un attore come De Niro


Robert De Niro è Frank Goode, un lavoratore americano in pensione. Quando i suoi figli li comunicano che non sarebbero stati in grado di andarlo a trovare per Natale, Frank, contro il consiglio del medico, prende il treno, attraversa l'America, e li raggiunge uno ad uno. La realtà non è quella che Frank aveva immaginato, e la vita dei figli non è così rosa e fiori come gli veniva raccontata.

Stanno tutti bene è la versione americana del film omonimo di Tornatore del 1990. Sebbene il film italiano era noioso e ripetitivo, con una morale chiara ma poco concreta, Kirk Jones è magistrale nel costruire il film attorno ad un De Niro inedito e di poche parole. Questo splendido attore abbraccia una recitazione pulita e diretta, orientata a comunicare la convinzione apparente del protagonista della vita perfetta dei figli; Frank, solo adesso capisce gli errori fatti in buona fede, conseguenza del suo desiderio di far vivere ai propri figli una vita migliore.

Il film è fortemente emozionale e per molti aspetti ne richiama un altro simile: A proposito di Schmidt. In fase crepuscolare, due grandissimi attori come Nicholson e De Niro, si calano nei panni di due anziani che ripensano malinconicamente alla loro vita; se nel film di Nicholson il rapporto con la figlia è marginale, in Tutti stanno bene, il focus è proprio la dimensione paterna di De Niro e dove i figli sono la materializzazione del suo fallimento come padre. Il regista è straordinario nel sottolineare la bontà di Frank e la sua buona fede negli atteggiamenti, ed è proprio questo a dare una forte dimensione emozionale al film; si percepisce infatti la grande sofferenza del protagonista dovuta alla consapevolezza di essere la causa di tutti i mali dei figli.

Gli attori sono pazzeschi, con un De Niro nuovo, ma anche con Drew Barrymore e Sam Rockwell in grande spolvero; il film è costruito bene, mai banale né noioso e con una dimensione emozionale davvero inaspettata.

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Alessandro

domenica 2 maggio 2010

Iron Man 2

Tony Stark perde smalto



Tony Stark è Iron Man. Così si chiudeva il primo capitolo e ora, sei mesi dopo che la notizia è diventata pubblica, il governo e le compagnie concorrenti cercano senza successo di appropriarsi dell'armatura.
Anche altri problemi affliggono il miliardario: il palladio, il minerale che fa funzionare l'armatura, gli sta lentamente avvelenandoi il sangue e Stark non riesce a trovare una soluzione.
Come se non bastasse Ivan Vanko, inventore e figlio di un vecchio collaboratore cacciato dal padre di Tony, decide di vendicare il nome del padre utilizzando le stesse armi di Iron Man.

Il secondo capitolo della saga ha tutti gli ingredienti del primo film: supereroismo, corse in macchina, la spregiudicatezza e l'ironia tagliente di Downey Jr., musica rock da antologia (qui dominano gli AC/DC).
Il problema è che, come spesso accade con i sequel, gli sceneggiatori hanno provato ad aggiungere troppi ingredienti: ecco allora Whiplash/Vanko, cattivo ottimamente interpretato da Rourke, la Vedova Nera (una sexy ma inutile Scarlett Johansson), il concorrente senza scrupoli e Nick Fury; ma anche il tema del rapporto padre/figlio, le rivalità in amore, i problemi di salute di Tony, l'amico traditore.
Insomma, chi più ne ha, più ne metta: il risultato è solo quello di creare confusione, diluendo quegli elementi che avevano sancito il successo del primo film. In particolare traspare poco l'ironia di Downey Jr., ridotto a una macchietta e che sembra più stupido che gigione.

La storia è comunque divertente, ma ha lunghi momenti di pausa assolutamente imperdonabili per un film del genere, dove ritmo, battute e incalzare degli eventi sono fondamentali.
Per contro rimane il difetto del primo film, ovvero l'assenza di scene di combattimento veramente appassionanti.
Ci sono anche elementi apprezzabili, come alcune ottime scene di Downey Jr. e le ottime interpretazioni di Rourke e Sam Rockwell, ma in generale si ha una sensazione di già visto rispetto al primo film che rende il tutto meno divertente di quanto avrebbe potuto essere.

** 1/2

Pier

venerdì 4 dicembre 2009

Moon

Il lato oscuro della luna



Sam Bell è un astronauta che vive da tre anni in una stazione spaziale situata sul lato oscuro della luna, con l'unica compagnia di un robot di nome Gertie. La sua missione sta per finire, e Sam non vede l'ora di tornare a casa. Proprio quando la partenza si avvicina, tuttavia, la sua salute peggiora rapidamente: comincia ad avere mal di testa e a soffrire di allucinazioni, che gli causano un incidente. Al suo risveglio, trova di fronte a sè un se stesso più giovane, che sostiene di essere lì per lo stesso motivo per cui lui era stato inviato tre anni prima.

L'opera prima di Duncan Jones, figlio di David Bowie, si caratterizza per le atmosfere cupe e claustrofobiche: girato quasi completamente in interni, Moon comunica un senso di oppressione e di pericolo permanente. Anche gli ambienti esterni, ricreati ispirandosi alla missione giapponese Selene, sono cupi e grigi e suggeriscono una minaccia imminente, nonostantenon si veda nemmeno l'ombra di alieni.

Il film ricorda nell'ambientazione 2001 - Odissea nello spazio: la presenza del computer di bordo, in particolare, è un chiaro omaggio al film di Kubrick. Jones riesce però ad andare oltre il modello originario, e per certi versi a superarlo: la regia è di altissimo livello, e la trama è certamente migliore e più interessante di quella dell'opera kubrikiana. Il percorso interiore del protagonista è ben costruito e il suo tentativo di scoprire chi sia veramente riesce ad appassionare lo spettatore, nonostante il tutto si svolga in uno spazio angusto e con un solo attore in scena. Notevoli la fotografia, tendente al bianco e nero, soprattutto negli esterni, e la scenografia, ispirata a vere missioni spaziali e realizzata con un budget risicato.

Sam Rockwell, bravo e intenso come non mai, sfodera una prestazione da Oscar, in quanto riesce a interpretare i due Sam Bell in modo completamente diverso, riuscendo a farli sembrare due persone ben distinte tra loro. L'altro "attore" è il robot Gertie, doppiato da Kevin Spacey, che esprime i propri stati d'animo attraverso emoticon: la sua "performance" è eccellente, ed è sicuramente uno dei computer più umani mai apparsi sul grande schermo.

Moon è uno dei migliori film di fantascienza degli ultimi dieci anni: la sua forza sta nella capacità di porci di fronte a forti problemi etici e filosofici, senza per questo perdere di vista il senso della trama.
E quando Sam dialoga con Gertie, viene da chiederci dove finisca l'umanità e dove inizi la vita artificiale.

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Pier

domenica 24 maggio 2009

Choke - Soffocare

Sesso e nevrosi



Victor Mancini è un sessodipendente, nevrotico e depresso, con un rapporto ai limiti del morboso con la madre, rinchiusa in una clinica psichiatrica.

Se tutto questo non bastasse, Victor ha anche l'abitudine di cenare in costosissimi ristoranti, dove finge di soffocare con un boccone, approffittando in seguito della generosità dei suoi salvatori.


Se c'era un attore in grado di interpretare alla perfezione lo sgangherato Victor, ennesima creazione della folle mente di Chuck Palahniuk, quello era senza dubbio Sam Rockwell. Il suo sorriso beffardo attraversa tutto il film, rappresentando al megliole due facce del protagonista, perverso e quasi repellente da un lato, bisognoso di affetto a livelli commoventi dall'altro.


Victor è una sorta di Woody Allen con la libido del Portnoy di Philip Roth, oppresso dall'ombra di una madre volitiva e possessiva (una straordinaria Anjelica Huston), che arriva addirittura a vedere in lui la reincarnazione di Gesù Cristo.


L'ottima interpretazione degli attori non è sorretta da una regia altrettanto efficace, ma il film funziona ugualmente grazie a sceneggiatura ritmata e frizzante, che regala 90 minuti di puro divertimento allo spettatore.


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Pier