domenica 13 gennaio 2019

Vice - L'uomo nell'ombra

Il fiore e il serpente


Look like th'innocent flower, but be the serpent under't.

Assomiglia al fiore innocente, ma sii il serpente sotto di esso.

Macbeth, Atto I, Scena 5


Wyoming, Anni Settanta. Dick Cheney viene fermato per guida in stato d'ebbrezza dopo essere stato cacciato da Yale. La fidanzata Lynne lo mette davanti a un ultimatum: o si rimette in carreggiata, o la perderà per sempre. Inizia da questo episodio all'apparenza banale l'irresistibile ascesa al potere di un uomo che fece dell'apparire banale la sua fortuna. Cheney divenne un uomo centrale nelle amministrazioni repubblicane di Ford, Reagan, Bush padre e, soprattutto, Bush figlio, trasformando il sistema politico statunitense da dietro le quinte, distruggendo silenziosamente il sistema di pesi e contrappesi che limitava l'autorità presidenziale e cercando di trasformare gli Stati Uniti in una plutocrazia di fatto.

Il tema del potere e della tirannia ha sempre affascinato l’umanità. Dai tempi di Shakespeare e Machiavelli, numerose sono le opere d’arte e dell’ingegno che hanno affrontato queste domande: che cos’è il potere, e come si manifesta? E quali sono i confini che regolano il suo esercizio?

Una delle grandi illusioni ai tempi della nascita democrazia è stata, ormai possiamo dirlo, l’introduzione di una gestione trasparente del potere: ciò che una volta veniva deciso nelle oscure camere di qualche nobile ora sarebbe stato deciso durante un dibattito pubblico, cui tutti avrebbero potuto assistere o addirittura prendere parte.
Vice - L'uomo nell'ombra ci mostra il lato oscuro e segreto del potere ai tempi della democrazia, mostrandoci come una volontà ferrea e l’abilità di agire nel buio, nascondendo i propri intenti dietro un'apparenza da grigio burocrate, possano scardinare anche i più elementari sistemi di pesi e contrappesi dello stato di diritto senza che nessuno se ne accorga.

Vice sarebbe una tragedia shakespeariana (il Bardo viene esplicitamente citato in un immaginifico scambio notturno tra Cheney e la moglie Lynne) se non fosse per l’orrorifico grigiore del suo protagonista: di lui non si ricorda un discorso, un monologo, un intervento che possa divenire immortale.
Il piano di Cheney si è consumato dietro le quinte, attraverso quattro presidenti e trent’anni di storia americana, per poi trovare il suo trionfo e la sua fine durante la presidenza di George W. Bush, qui dipinto come l’utile idiota che rese possibile a un vice-presidente, carica solitamente poco più che onorifica, ottenere un simile potere. Intorno a Cheney si muove una corte di personaggi della sua risma, tra cui spicca un Donald Rusmfield flamboyant e spietato,una maschera di gomma sorridente e terribile, illegibile per amici e nemici; un vero attore della politica, al punto che Bernardo Bertolucci, scherzosamente, suggerì di assegnargli il premio per il miglior attore alla Mostra del Cinema di Venezia. Più ingannevole di lui è però Cheney, solo all’apparenza anonimo e stolido, ma in realtà sottile calcolatore e pianificatore spietato, in grado di mascherare sotto l’aspetto da burocrate un’ambizione sfrenata e un’astuzia mefistofelica, che gli ha permesso di arricchire se stesso e i suoi amici ma, soprattutto, di plasmare il sistema politico e sociale statunitense secondo i suoi desiderata, in un modo talmente profondo che forse, ancora oggi, non ne abbiamo ancora compreso a pieno la portata.

McKay riprende l’impianto semidocumentaristico utilizzato con successo ne La grande scommessa e lo applica alla biografia di un uomo che ha vissuto nell’ombra, segnando però irreversibilmente la storia statunitense e mondiale. McKay alterna narrazione diegetica ed extradiegetica, utilizzando un narratore solo apparentemente estraneo alla vicenda narrata, nel tentativo di essere obiettivo sui fatti che sono di pubblico dominio e incisivo nei dialoghi che deve, giocoforza, ricostruire, senza rinunciare alla satira sociale e di costume che è stata la cifra del suo lavoro precedente. Il risultato è un film cupo e forse meno divertente di quelle che erano le intenzioni del regista, ma comunque incisivo nel raccontare un lato della storia recente rimasto troppo a lungo nell'ombra. Molti i passaggi inquietanti e spietati, che faranno accapponare la pelle anche a chi ne conosceva già alcuni aspetti, e lasceranno senza parole chi ne era ignaro. Dalla nascita di Fox News al bombardamento dell'Iraq, passando per un Isis creato per un eccesso di arroganza e lasciato proliferare per non dover riferire l'accaduto al presidente, come una marachella nascosta per non incorrere nella punizione della maestra: il film apre tutti gli armadi che si possono aprire, offrendo un ritratto desolante della classe dirigente. Il momento forse più inquietante, e per questo il migliore del film, è quello in cui McKay racconta l'occupazione quasi militare dell'amministrazione federale da parte di Cheney come fosse un enorme gioco in scatola.

Il film ha meno ritmo de La grande scommessa, ma possiede comunque una sferzante efficacia che gli permette di dissezionare il suo soggetto da ogni angolazione. La narrazione funziona anche grazie alla decisione di McKay di mostrare il lato umano di Cheney: dai problemi di alcolismo in gioventù all'affetto per la moglie Lynne, passando per la decisione di non correre come candidato alla presidenza per evitare l'umiliazione della stampa scandalistica alla figlia Mary, di recente dichiaratasi omosessuale. Mary rappresenta per Cheney l'ultima ombra di umanità e innocenza, destinata anch'essa a cadere sulla strada di un'ambizione che non conosce confini di tempo né di generazioni.

Al centro del film ci sono però gli attori, su cui giganteggia un Christian Bale impressionante non tanto per l'incredibile trasformazione fisica, quanto per la sua capacità di far entrare nello spettatore nella testa di un uomo all'apparenza così anonimo, eppure così eccezionale nella sua risoluta ricerca del potere. Accanto a lui brillano tutti: Amy Adams è una Lynne Cheney che si fa Lady Macbeth, Steve Carell un poliedrico Donald Rumsfield, e Sam Rockwell è un George W. Bush da antologia, che emerge dalla vicenda quasi illibato nella sua totale ignoranza e stolidezza.

Vice è una lezione di politica che non diviene mai didascalica, e riesce perfettamente nel suo intento di raccontare le ombre della politica statunitense e i mostri che hanno proliferato al loro interno. Il gioco di incastri tra piani temporali e tecniche narrative è leggermente meno efficace che ne La grande scommessa, ma è comunque riuscito e contribuisce a differenziare il film dagli altri del genere, donandogli una freschezza e una lucidità solitamente difficili da ottenere nei biopic. Vice racconta il potere, e le misere motivazioni che lo sostengono, in maniera magistrale, presentandolo come una malattia che si diffonde silenziosamente, sotto pelle, e le cui conseguenze vengono identificate solo quando è troppo tardi.

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Pier


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