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giovedì 14 luglio 2022

Thor: Love and Thunder

Troppi Gusti Più Uno


Dopo gli eventi di Ragnarock, Thor, il dio del tuono, è tornato a raddrizzare torti nello spazio, accompagnandosi ai Guardiani della Galassia. Quando gli dei finiscono sotto attacco di Gorr, deciso a sterminarli tutti, Thor deve però lasciare i Guardiani e intraprendere un percorso che lo porterà a collaborare con la sua vecchia fiamma, Jane Foster.

Nel film Balto, dedicato al celebre cane da slitta, l'oca Boris descrive così il dilemma esistenziale del protagonista: "Non è cane, non è lupo: sa soltanto quello che non è." Le parole di Boris descrivono perfettamente anche il nuovo film dedicato al dio del tuono, e diretto da quel Taika Waititi che tanto successo aveva riscosso con la svolta pop di Thor: Ragnarock: Love and Thunder non è una space comedy scanzonata alla Guardiani della Galassia, perché affronta temi seriosi come la mortalità e la perdita delle persone amate; non è una favola per bambini, perché alcune tematiche e battute sono troppo adulte; non è una commedia romantica, perché i combattimenti sono troppo lunghi e troppo centrali perché la love story (o triangolo, o addirittura quadrangolo amoroso, se contiamo - come Waititi vorrebbe facessimo - il rapporto con le due armi di Thor) possa avere abbastanza spazio; non è nemmeno un film con ambizioni drammatico-shakespeariane come i primi capitoli della saga (recensioni qui e qui), perché ha toni e humor infantili e personaggi talmente monodimensionali che si ha paura a guardare oltre il loro profilo per paura di scoprire che sono di cartone; non è nemmeno una satira pulp sul genere dei supereroi alla Suicide Squad (l'ultimo, non l'altro che vorremmo solo dimenticare) o alla The Boys, perché manca del tutto di cinismo, violenza, e comicità adulta e meta-cinematografica; e non è nemmeno un horror con i superereoi come Brightburn o come alcune sequenze dell'ultimo Doctor Strange.


Ditemi voi come possono queste due immagini coesistere nello stesso film

Il problema è che Love and Thunder vorrebbe essere tutte queste cose, e anche di più, ma finisce per essere solo un gran pasticcio, con continui cambi di toni e ritmo, personaggi che compiono azioni perché devono compierle, anziché essere mossi da vere motivazioni, e una sceneggiatura che ha il solo pregio di essere relativamente breve (meno di due ore, uno dei film più corti del MCU). A questa trama traballante si affianca una fotografia ancora più schizofrenica, che apre il film cercando di imitare Mad Max: Fury Road ma, causa l'uso della CGI (peraltro non eccelsa) anziché degli effetti pratici, sembra la sua versione del discount; prosegue poi con un pianeta degli dei degno della fantascienza anni Ottanta, quando ci si doveva arrangiare con qualche pezzo di cartone, e arriva poi alla scena decisamente più riuscita del film, quella sul pianeta delle ombre, che risulta però completamente fuori tono rispetto al resto della pellicola.

Spiace dire queste cose di un film di Taika Waititi, che aveva dimostrato ben altra sensibilità e capacità di alleggerire con successo materie ben più serie di un dio norreno. La sensazione è che, inebriato dal successo di Ragnarock, Waititi abbia perso di vista il sottile equilibrio raggiunto in quel film, spingendo ancora di più sull'acceleratore della follia e dell'ibridazione di generi senza rendersi conto che aveva già raggiunto il limite tra folle genialità e semplice follia: Love and Thunder cade dritto nel burrone, spinto da scelte fallimentari (qualcuno deve avere il coraggio di dire a Waititi che Korg non fa ridere, nemmeno se lo doppia lui) ma soprattutto da una mancanza di visione d'insieme che fa sì che anche le parti più riuscite siano poco efficaci e che il film sembri la caramella "Tutti i gusti più uno" di Harry Potter, ma con tutti i gusti mischiati insieme.

Il suo tentativo di imprimere un "marchio autoriale" al film, come avevano già fatto, con alterni successi, Sam Raimi e Chloe Zhao, è purtroppo fallimentare, e si riverbera su tutti i comparti, in particolare sugli interpreti. La sua direzione semi-parodica fa infatti sì che anche attori dignitosi come Hemsworth o vincitori di premi Oscar come Natalie Portman o il povero Russell Crowe risultino piatti, con la verve da fiction italiana di metà pomeriggio, spesso chiaramente impacciati e poco a loro agio con una sceneggiatura che a tratti sembra fatta apposta per metterli in imbarazzo. 

Tutto tragico, quindi? Non del tutto: il film, grazie anche alla breve durata, non annoia e, ogni tanto, strappa qualche sorriso, tra capre urlanti e asce gelose. Sicuramente molti lo troveranno migliore di altri film Marvel che, mirando a trasmettere un "messaggio", finivano per essere più pesanti e meno scorrevoli. Ma è innegabile che Thor: Love and Thunder sia quello cui manca più visione di insieme, sia interna, sia come collegamento al resto del MCU; e che, nel suo desiderio di essere tutto, finisca per non essere (quasi) niente.

**

Pier

lunedì 20 aprile 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 38

Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi suggerisce film da vedere in quarantena.


Il genere di oggi sono i film ambientati nel mondo della finanza.

I film segnalati sono:

1) La grande scommessa (disponibile su Netflix). Una commedia nera, un horror finanziario che diverte e angoscia allo stesso tempo. Il film affronta una materia ricca di tecnicismi e concetti complessi con un taglio registico decisamente innovativo, coniugando genialmente divulgazione e narrativa in maniera sorprendente, chiara, ed esilarante. Qui la recensione completa.

2) Margin call (disponibile su Prime Video). La notte prima del grande crollo del 2008, raccontata dal punto di vista di chi ha dovuto prendere le decisioni che hanno innescato la bomba: farla scoppiare e salvare il salvabile, o essere vittima dello scoppio? Un dramma da camera a orologeria, scritto, diretto (J.C. Chandor è una garanzia) e interpretato alla perfezione.

3) Baby Boss (disponibile su Timvision e Sky). Cosa fareste se il vostro neonato fratellino fosse in realtà un supermanager in incognito? L'assurda premessa alla base di Baby Boss è la sua grande forza, in un film esilarante adatto a grandi e piccini.

A domani per la trentanovesima puntata!

Pier


sabato 23 febbraio 2019

Oscar 2019 - I pronostici

Domani sera, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Dolby Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantunesima edizione degli Academy Awards. 

Un'edizione che segna ancora una volta il trionfo assoluto della Mostra Cinematografica di Venezia, presente con ben 39 nomination tra concorso e fuori concorso (alcune - quelle del film First Reformed - addirittura risalenti a due edizioni fa), contro le 13 di Cannes, e che verrà ricordata per essere la prima dopo molti anni senza presentatore a causa del forfait di Kevin Hart, vittima dell'ennesima caccia alle streghe a causa di tweet scritti ennemila anni fa e per cui si era già scusato.

Come ogni anno, Filmora vi propone i suoi pronostici, accompagnati come sempre con le scelte personali del sottoscritto, che inspiegabilmente l'Academy si ostina a ignorare.

Pronti? Iniziamo!


Miglior montaggio
Categoria senza un chiaro favorito, con tutti i contendenti che potrebbero dire la loro. I favoriti sembrano essere Hank Corwin per Vice - L'uomo nell'ombra e John Ottman per Bohemian Rhapsody, con Yorgos Mavropsaridis (La Favorita) possibile sorpresa. Alla fine penso vincerà Corwin, cui va anche la mia preferenza personale: Vice non sarebbe il film che è senza il suo eccezionale montaggio, vero e proprio regolatore del ritmo narrativo.

Pronostico: Hank Corwin, Vice
Scelta personale: Hank Corwin, Vice

Miglior fotografia
Qui il chiarissimo favorito è Alfonso Cuaròn, e con ragione: il bianco e nero di ROMA è splendido e abbacinante, qualcosa che non si vedeva dai tempi di Toro Scatenato. In caso l'Academy volesse evitare di dare tutti i premi a Cuaròn, una possibile sorpresa potrebbe essere Łukasz Żal, direttore della fotografia di quel Cold War che ha incantato il festival di Cannes, guadagnandosi un po' a sorpresa anche una nomination per la miglior regia.
La mia preferenza però ricade sulla sontuosa fotografia de La Favorita, in cui Robbie Ryan ha ripreso la lezione di Stankley Kubrick in Barry Lyndon e la ha rielaborata con originalità, creando un ambiente straniante e allucinato che diventa il perfetto teatro degli intrighi e delle follie di corte.

Pronostico: Alfonso Cuaròn, ROMA
Scelta personale: Robbie Ryan, La Favorita

Miglior film d'animazione
Anni di egemonia Disney/Pixar sembrano giunti alla fine: nonostante l'indubbia qualità di film come Ralph rompe Internet e Gli Incredibili 2, impossibile quest'anno non premiare Spider-Man: Un Nuovo Universo, il più innovativo film d'animazione dai tempi di Ratatouille. Il mio cuore è diviso tra lo splendore visivo di Spider-Man e la dolcezza de L'isola dei cani, ennesima perla nella filmografia di Wes Anderson, ma alla fine scelgo anche io Spider-Man.
Pronostico: Spider-Man: Un Nuovo Universo
Scelta personale: Spider-Man: Un Nuovo Universo

Miglior attore non protagonista
Anche quest'anno, la redazione di Film Ora premierebbe Sam Rockwell, che compare solo per pochi minuti in Vice, ma riesce comunque a lasciare il segno con il suo splendido George W. Bush, un irresistibile utile idiota, talmente cialtrone da farlo risultare simpatico anche al suo più aspro detrattore. Tuttavia, siamo certi che l'Academy premierà la prova di Mahershala Alì in Green Book, sia per il solito politically correct (che il film in questione evita magistralmente), sia per l'oggettiva bontà  della prova di Alì, uno degli attori migliori in circolazione a costruire un personaggio sui silenzi. Richard E. Grant (Copia Originale) è il possibile outsider.
PronosticoMahershala Alì, Green Book
Scelta personale: Sam Rockwell, Vice

Miglior attrice non protagonista
La chiara protagonista sembra essere Regina King per Se la strada potesse parlare, mediocre opera terza (toh, che sorpresa) del regista di Moonlight : la King si è finora aggiudicata tutti i premi e sarebbe davvero sorprendente se dovesse sfuggirle la statuetta. La mia scelta personale, non riuscendo a scegliere tra Rachel Weisz ed Emma Stone ne La Favorita, ricade sulla Marina de Tavira di ROMA, splendida commistione di forza e fragilità imprigionata nell'ipocrisia di una vita borghese.
Pronostico: Regina King, Se la strada potesse parlare
Scelta personale: Marina de Tavira, ROMA

Miglior sceneggiatura originale
Scontro molto aperto in questa categoria, con Vice, La Favorita, e Green Book che potrebbero aggiudicarsi la statuetta. Penso che alla fine la spunterà Green Book, su cui ricade anche la mia scelta personale.
Pronostico: Green Book
Scelta personale: Green Book

Miglior sceneggiatura non originale
Un uomo solo al comando, e il suo nome è Spike Lee: BlacKkKlansman si è finora aggiudicato tutti i premi, e sembra lanciato anche agli Oscar, dove Lee non ha mai vinto. Appena dietro troviamo La ballata di Buster Scruggs, geniale pastiche in salsa western dei fratelli Coen, a parere di chi scrive tra i migliori sceneggiatori di Hollywood: a loro va la mia preferenza personale.
Pronostico: BlacKkKlansman
Scelta personale: La ballata di Buster Scruggs

Miglior attore protagonista
Lotta a due tra Rami Malek (Bohemian Rhapsody) e Christian Bale (Vice) per la statuetta per la migliore interpretazione maschile. Due prove simili (ambedue interpretano un personaggio reale), eppur diversissime: laddove Malek è quasi trascendente nel riportare in vita Freddie Mercury, Bale incarna alla perfezione la banalità e anonimità del male di Cheney. Il favorito sembra essere Malek, anche per dare un riconoscimento alla sua determinazione nel portare a termine un film (non eccezionale) che sembrava maledetto. La mia scelta personale sarebbe un ex aequo, ma dovendo scegliere vado su Bale.
Pronostico: Rami Malek, Bohemian Rhapsody
Scelta personale: Christian Bale, Vice

Miglior attrice protagonista
Una competizione che vede due grandi attrici un po' "attempate" contendersi la statuetta: da una parte Glenn Close, più volte nominata ma che ha sempre mancato il premio; dall'altra Olivia Colman, veterana di cinema e TV britannici, e straripante mattatrice nella parte della regina Anna in La Favorita. Da amante del cinema, non posso né voglio credere ai rumors che vedrebbero Lady Gaga come possibile sorpresa, dato che la sua prova attoriale in A Star is Born, più che agli Oscar, meriterebbe un premio alla sagra del tonno di Stintino. Non avendo purtroppo ancora visto il film che vede protagonista Glenn Close, sia il mio pronostico che la mia preferenza personale vanno alla bravissima e adorabile Olivia Colman.
Pronostico: Olivia ColmanLa Favorita
Scelta personale: Olivia ColmanLa Favorita

Miglior regia
Il favorito in questa categoria è chiaramente Alfonso Cuaròn, che con ROMA ha raccolto il plauso della critica e di gran parte del pubblico. Nonostante non lo abbia amato quanto  altri, la regia è oggettivamente sontuosa nella sua capacità di unire i vari elementi , magnifico bianco e nero  in testa, e creare una madeleine filmica pervasa di nostaglia. La mia scelta personale, tuttavia, ricade sullo splendido lavoro fatto da Yorgos Lanthimos ne La Favorita.
Pronostico: Alfonso Cuaròn, ROMA
Scelta personale: Yorgos Lanthimos, La Favorita

Miglior film
La battaglia per il miglior film è quantomai accesa: da una parte i film realmente meritevoli, come ROMA e La Favorita; dall'altra, quelli spinti per ragioni politico-sociali, come Black Panther, o quelli spinti dal sonno della ragione, come A Star is Born. Nel mezzo, la possibile sorpresa di Green Book: non sarebbe la prima volta che, in un anno senza un chiaro dominatore, l'Academy decidesse di premiare un film più "banale" dal punto di vista cinematografico, ma meritevole da quello narrativo. Alla fine, tuttavia, penso che si imporrà ROMA, finora trionfatore in tutti gli altri premi maggiori. La mia scelta personale, ormai si sarà capito, ricade su La Favorita.
Pronostico: ROMA
Scelta personale: La Favorita

A dopo la cerimonia per il bilancio!

Pier

domenica 13 gennaio 2019

Vice - L'uomo nell'ombra

Il fiore e il serpente


Look like th'innocent flower, but be the serpent under't.

Assomiglia al fiore innocente, ma sii il serpente sotto di esso.

Macbeth, Atto I, Scena 5


Wyoming, Anni Settanta. Dick Cheney viene fermato per guida in stato d'ebbrezza dopo essere stato cacciato da Yale. La fidanzata Lynne lo mette davanti a un ultimatum: o si rimette in carreggiata, o la perderà per sempre. Inizia da questo episodio all'apparenza banale l'irresistibile ascesa al potere di un uomo che fece dell'apparire banale la sua fortuna. Cheney divenne un uomo centrale nelle amministrazioni repubblicane di Ford, Reagan, Bush padre e, soprattutto, Bush figlio, trasformando il sistema politico statunitense da dietro le quinte, distruggendo silenziosamente il sistema di pesi e contrappesi che limitava l'autorità presidenziale e cercando di trasformare gli Stati Uniti in una plutocrazia di fatto.

Il tema del potere e della tirannia ha sempre affascinato l’umanità. Dai tempi di Shakespeare e Machiavelli, numerose sono le opere d’arte e dell’ingegno che hanno affrontato queste domande: che cos’è il potere, e come si manifesta? E quali sono i confini che regolano il suo esercizio?

Una delle grandi illusioni ai tempi della nascita democrazia è stata, ormai possiamo dirlo, l’introduzione di una gestione trasparente del potere: ciò che una volta veniva deciso nelle oscure camere di qualche nobile ora sarebbe stato deciso durante un dibattito pubblico, cui tutti avrebbero potuto assistere o addirittura prendere parte.
Vice - L'uomo nell'ombra ci mostra il lato oscuro e segreto del potere ai tempi della democrazia, mostrandoci come una volontà ferrea e l’abilità di agire nel buio, nascondendo i propri intenti dietro un'apparenza da grigio burocrate, possano scardinare anche i più elementari sistemi di pesi e contrappesi dello stato di diritto senza che nessuno se ne accorga.

Vice sarebbe una tragedia shakespeariana (il Bardo viene esplicitamente citato in un immaginifico scambio notturno tra Cheney e la moglie Lynne) se non fosse per l’orrorifico grigiore del suo protagonista: di lui non si ricorda un discorso, un monologo, un intervento che possa divenire immortale.
Il piano di Cheney si è consumato dietro le quinte, attraverso quattro presidenti e trent’anni di storia americana, per poi trovare il suo trionfo e la sua fine durante la presidenza di George W. Bush, qui dipinto come l’utile idiota che rese possibile a un vice-presidente, carica solitamente poco più che onorifica, ottenere un simile potere. Intorno a Cheney si muove una corte di personaggi della sua risma, tra cui spicca un Donald Rusmfield flamboyant e spietato,una maschera di gomma sorridente e terribile, illegibile per amici e nemici; un vero attore della politica, al punto che Bernardo Bertolucci, scherzosamente, suggerì di assegnargli il premio per il miglior attore alla Mostra del Cinema di Venezia. Più ingannevole di lui è però Cheney, solo all’apparenza anonimo e stolido, ma in realtà sottile calcolatore e pianificatore spietato, in grado di mascherare sotto l’aspetto da burocrate un’ambizione sfrenata e un’astuzia mefistofelica, che gli ha permesso di arricchire se stesso e i suoi amici ma, soprattutto, di plasmare il sistema politico e sociale statunitense secondo i suoi desiderata, in un modo talmente profondo che forse, ancora oggi, non ne abbiamo ancora compreso a pieno la portata.

McKay riprende l’impianto semidocumentaristico utilizzato con successo ne La grande scommessa e lo applica alla biografia di un uomo che ha vissuto nell’ombra, segnando però irreversibilmente la storia statunitense e mondiale. McKay alterna narrazione diegetica ed extradiegetica, utilizzando un narratore solo apparentemente estraneo alla vicenda narrata, nel tentativo di essere obiettivo sui fatti che sono di pubblico dominio e incisivo nei dialoghi che deve, giocoforza, ricostruire, senza rinunciare alla satira sociale e di costume che è stata la cifra del suo lavoro precedente. Il risultato è un film cupo e forse meno divertente di quelle che erano le intenzioni del regista, ma comunque incisivo nel raccontare un lato della storia recente rimasto troppo a lungo nell'ombra. Molti i passaggi inquietanti e spietati, che faranno accapponare la pelle anche a chi ne conosceva già alcuni aspetti, e lasceranno senza parole chi ne era ignaro. Dalla nascita di Fox News al bombardamento dell'Iraq, passando per un Isis creato per un eccesso di arroganza e lasciato proliferare per non dover riferire l'accaduto al presidente, come una marachella nascosta per non incorrere nella punizione della maestra: il film apre tutti gli armadi che si possono aprire, offrendo un ritratto desolante della classe dirigente. Il momento forse più inquietante, e per questo il migliore del film, è quello in cui McKay racconta l'occupazione quasi militare dell'amministrazione federale da parte di Cheney come fosse un enorme gioco in scatola.

Il film ha meno ritmo de La grande scommessa, ma possiede comunque una sferzante efficacia che gli permette di dissezionare il suo soggetto da ogni angolazione. La narrazione funziona anche grazie alla decisione di McKay di mostrare il lato umano di Cheney: dai problemi di alcolismo in gioventù all'affetto per la moglie Lynne, passando per la decisione di non correre come candidato alla presidenza per evitare l'umiliazione della stampa scandalistica alla figlia Mary, di recente dichiaratasi omosessuale. Mary rappresenta per Cheney l'ultima ombra di umanità e innocenza, destinata anch'essa a cadere sulla strada di un'ambizione che non conosce confini di tempo né di generazioni.

Al centro del film ci sono però gli attori, su cui giganteggia un Christian Bale impressionante non tanto per l'incredibile trasformazione fisica, quanto per la sua capacità di far entrare nello spettatore nella testa di un uomo all'apparenza così anonimo, eppure così eccezionale nella sua risoluta ricerca del potere. Accanto a lui brillano tutti: Amy Adams è una Lynne Cheney che si fa Lady Macbeth, Steve Carell un poliedrico Donald Rumsfield, e Sam Rockwell è un George W. Bush da antologia, che emerge dalla vicenda quasi illibato nella sua totale ignoranza e stolidezza.

Vice è una lezione di politica che non diviene mai didascalica, e riesce perfettamente nel suo intento di raccontare le ombre della politica statunitense e i mostri che hanno proliferato al loro interno. Il gioco di incastri tra piani temporali e tecniche narrative è leggermente meno efficace che ne La grande scommessa, ma è comunque riuscito e contribuisce a differenziare il film dagli altri del genere, donandogli una freschezza e una lucidità solitamente difficili da ottenere nei biopic. Vice racconta il potere, e le misere motivazioni che lo sostengono, in maniera magistrale, presentandolo come una malattia che si diffonde silenziosamente, sotto pelle, e le cui conseguenze vengono identificate solo quando è troppo tardi.

****

Pier


venerdì 8 gennaio 2016

La grande scommessa

The Big Blindness



And oftentimes, to win us to our harm, 
The instruments of darkness tell us truths, 
Win us with honest trifles, to betray ’s 
In deepest consequence. 
William Shakespeare, Macbeth, Atto I, Scena 3

Gli strumenti dell'oscurità guadagnano la nostra fiducia su questioni marginali, ma ci tradiscono in quelle importanti: ciò che scriveva Shakespeare quasi 500 anni fa sembra la perfetta descrizione della trama de La grande scommessa. Siamo nel 2005, e il mercato immobiliare statunitense sembra solido e destinato a crescere. Sembra, appunto: andando a indagare sui CDO (Collaterized Debt Obligation) del mercato immobiliare, il genio dei numeri Michael Burry scoprì che erano pieni di mutui di basso valore, e che il sistema si poggiava su fondamenta di fango. Decise quindi di scommettere contro il mercato immobiliare, attirandosi lo scherno e l'ilarità delle banche che accettarono di assicurarlo contro il suo fallimento. Fu imitato da un ristretto numero di investitori, anch'essi derisi dal sistema. Tre anni dopo, i fatti diedero loro ragione, con il crollo del mercato immobiliare e la crisi dei subprime.

I titoli derivati sono qui gli strumenti dell'oscurità, di quel capitalismo finanziario che è diventato fine a se stesso, del tutto scollegato dai processi produttivi. Gli strumenti illudono che una ricchezza facile sia possibile, salvo poi risultare fallimentari e far perdere soldi, casa, tutto. La grande scommessa analizza questo tema, sviscerato da numerosi film negli ultimi anni, ma lo fa con uno sguardo completamente nuovo, assumendo la prospettiva di chi aveva previsto la crisi, rimanendo però inascoltato dal sistema. 
Il film affronta una materia ricca di tecnicismi e concetti complessi con un taglio registico decisamente innovativo, coniugando genialmente divulgazione e narrativa attraverso una continua sovrapposizione tra narrazione e realtà, rottura della quarta parete e momenti di spiegazione affidati a personaggi pop e costruiti in maniera decisamente sorprendente, chiara, ed esilarante. 

La grande scommessa è una commedia nera, un horror finanziario che diverte e angoscia allo stesso tempo. Adam McKay realizza una macchina perfetta, in cui parole, suoni e immagini si alternano in maniera non convenzionale, a volte quasi disturbante, ma senza perdere di vista la coesione e la solidità narrativa. La sceneggiatura è un orologio, con personaggi ben tratteggiati e una trama scorrevole, ed è sorretta da prove d'attore eccezionali di Christian Bale (il migliore per distacco), Steve Carell e Ryan Gosling, protagonisti agli antipodi e complementari, guidati da obiettivi e storie personali completamente differenti, ma uniti nella loro capacità di vedere ciò a cui tutto il mondo sembrava essere cieco.

La grande scommessa è uno dei film più interessanti e innovativi degli ultimi anni per regia, sceneggiatura e montaggio, un piccolo capolavoro che tiene incollati alla sedia a dispetto dell'osticità dell'argomento trattato. Non perdetelo.

**** 1/2

Pier


lunedì 17 febbraio 2014

American Hustle

Come truffare Hollywood



New York, anni Settanta. Irving Rosenfeld è un piccolo truffatore che si guadagna da vivere promettendo grandi somme di denaro in cambio di piccoli anticipi, che poi regolarmente non restituisce. Ad aiutarlo nel mettere in atto le sue truffe c'è la sua amante Sydney Prosser, sedicente contessa inglese che dovrebbe garantire l'accesso al capitale che Irving promette alle sue vittime. Quando i due vengono scoperti da un ambizioso agente dell'FBI, Richie Di Maso, saranno costretti ad accettare di aiutarlo in cambio della libertà. Il progetto di Di Maso è semplice: usare l'abilità di Irving e Sydney per mettere allo scoperto la corruzione dei politici e le loro relazioni con alcuni gruppi mafiosi. Il piano sembra perfetto, ma gli imprevisti, tra cui l'incontrollabile moglie di Irving, sono in agguato.

Dopo il grande successo di pubblico e critica ottenuto con Il lato positivo, David O. Russell cambia genere e realizza una grottesca parodia dei film sulle truffe, condendolo con tutti gli stereotipi del genere, rivisitati e ribaltati con cinismo e creatività. Il risultato è un film godibile e divertente, lontano dal coinvolgimento emotivo dei precedenti lavori di Russell ma comunque in grado di intrattenere e interessare lo spettatore. La lente, fin da subito, si sposta sui rapporti umani piuttosto che sul piano truffaldino, enfatizzando le miserie dei protagonisti piuttosto che la brillantezza dei loro dialoghi o dei loro imbrogli. I protagonisti sono brutti, sporchi e fuori forma, grotteschi nella loro eccessiva attenzione per il proprio aspetto fisico e nella loro totale noncuranza per quello della loro coscienza. Gli attori offrono un'ottima prova, capitanati da un Christian Bale eccellente per misura e credibilità e da un'Amy Adams determinata e intensa. Accanto a loro si muovono un Bradley Cooper efficace ma sottotono e una Jennifer Lawrence svampita e vacua, oltre che il sindaco piacione Jeremy Renner e il boss De Niro in un cameo semplicemente perfetto.

Russell, tuttavia, affronta il tema della decadenza morale solo in superficie, limitandosi a presentare i suoi personaggi senza scavare a fondo nel contesto socio-culturale in cui opera. Questo finisce per indebolire il film, privandolo della significatività che potrebbe avere e riducendolo a una semplice analisi delle relazioni. La trama, pur divertente, risulta appensantita dalla mancanza di univocità e chiarezza nei toni. Il genere del film rimane indefinito, sospeso in un limbo tra parodia, gangster movie, commedia e ricostruzione storica, e resta così intrappolato in un continuo e schizofrenico cambio di registro che ha il solo effetto di straniare lo spettatore.

American Hustle è un film divertente e ben interpretato, che però manca di profondità e spessore. Stupisce quindi la pletora di nomination ricevute dall'Academy, che sembra aver premiato le intenzioni del film più che il suo effettivo contenuto, come se i giurati, al pari dei clienti di Irving, si fossero fatti incantare da false promesse di grandezza. Il film rimane ben lontano dai grandi classici del genere, come La stangata, avvicinandosi di più a prodotti come la saga degli Ocean, ottimi film di intrattenimento senza alcuna pretesa artistica.

***

Pier

martedì 28 agosto 2012

Il cavaliere oscuro - Il ritorno

Una metafora dei nostri tempi




Sono passati molti anni dagli eventi narrati ne Il Cavaliere Oscuro. Batman è scomparso, accollandosi la colpa della morte di Harvey Dent, e regalando così a Gotham un periodo di pace e tranquillità grazie alla promulgazione del Dent Act contro la malavita organizzata. La calma, tuttavia, è solo apparente: sulla scena compare un mercenario di nome Bane, violento, spietato e dotato di una forza sovrumana. Bane è legato in modo oscuro alla Setta delle Ombre da cui anche Bruce Wayne è stato istruito, ed è pronto a gettare nel caos la città. Batman è costretto a tornare, ma questa volta persino lui potrebbe non bastare per fronteggiare un nemico tanto potente.

"Perchè cadiamo?", chiedeva il padre di Bruce nel primo episodio al giovane rampollo Wayne, caduto in un pozzo e impaurito dai pipistrelli. Nella risposta a questa domanda risiede l'unica possibilità di Batman per sconfiggere Bane. Con una ring composition degna dei grandi poemi epici, Nolan ci riporta dove tutto era iniziato, alla capacità dell'uomo di fronteggiare la paura senza eliminarla, di conviverci senza tuttavia sconfiggerla. Su questo sottile equilibrio si gioca la partita per la salvezza di Gotham e della sanità mentale di Bruce Wayne, interpretato da un intenso Christian Bale, che dovrà riscoprire le sue origini per sconfiggere la paura incarnata, la macchina per uccidere che risponde al nome di Bane.

Il film chiude degnamente la trilogia del Cavaliere Oscuro, ricucendo tutti i fili narrativi e chiudendo il cerchio con un passato che, anche quando sembra ormai sepolto, torna sempre fuori più prepotentemente che mai. Dopo la lucida spietatezza di Ra's Al Ghul e la geniale pazzia del Joker, questa volta il male viene incarnato da Bane, la violenza cieca, un nemico che diventa uno specchio dell'anima e del corpo di Batman, con cui condivide molti particolari. Bane domina la scena con la sua presenza fisica e con la crudeltà dei suoi occhi e della sua voce, frutto del meraviglioso lavoro sul corpo di Tom Hardy, che si conferma uno degli attori emergenti più interessanti.
Per sconfiggere Bane, Batman dovrà prima affrontare se stesso, in un percorso che lo porterà finalmente a risalire da quella caduta da cui non si è mai veramente ripreso.

Intorno alla storia del protagonista, Nolan disegna una città allo sbando, ritratta alla perfezione dalla splendida fotografia di Wally Pfister, scura e cupa, con colori desaturati e privi di vitalità. Ad accompagnare le immagini di Pfister è la musica di Hans Zimmer, splendida per intensità, epicità e capacità di delineare atmosfere cupe e la sensazione di disastro imminente. Gotham è quindi ritratta come una città solo apparentemente serena, liberata dai criminali ma schiava di se stessa, della sua avidità e della sua arroganza, divorata dall'interno dal cancro dell'indifferenza verso gli oppressi, i poveri e i diseredati. L'assalto armato alla borsa valori è una scena forte, che è impossibile non associare alla crisi finanziaria che ha sconvolto il mondo, ma in particolare i valori della civiltà occidentale.

Il film si dilunga un po' troppo nel finale, dove concede troppo al gusto hollywoodiano e, soprattutto, al tentativo di chiudere quei fili narrativi lasciati in sospeso. Resta tuttavia un'opera narrativa sontuosa, in grado di tenere incollato lo spettatore allo schermo per quasi tre ore senza un attimo di sosta.

Il cavaliere oscuro - Il ritorno è un film duro e intenso, una critica del potere e del dio denaro che ci impone di riflettere sul nostro oggi e su come, per usare le parole di Selina Kyle (una splendida Anne Hathaway), "abbiamo pensato di poter vivere così alla grande" senza curarci del domani. Nolan chiude degnamente la saga, realizzando un film che, attraverso la storia di un giustiziere incapace di trovare la pace, diventa  una metafora di tempi oscuri, tormentati, senza più certezze. Una metafora dei nostri tempi.

****1/2

Pier