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lunedì 3 giugno 2024

Furiosa - A Mad Max Saga

Dall'ira funesta al multiforme ingegno


Da qualche parte nel deserto postatomico c'è un luogo verde. Una bambina viene strappata da questo piccolo Eden, e trascinata nelle Terre Desolate dagli uomini di Dementus, un signore della guerra dal fare teatrale dotato di quella crudeltà che deriva dal nichilismo. La bambina inizia così una lotta pluriennale per tornare a casa. Il suo nome: Furiosa.

Sono passati nove anni dall'uscita di Mad Max: Fury Road, eppure sembrano passati pochi mesi, tanto forte è stata la presa di quel film sull'immaginario collettivo. Miller tornava a girare un film della saga che lo aveva reso famoso con un film di puro Cinema, fatto di immagini  che raccontavano una storia senza bisogno delle parole: il sogno di Alfred Hitchcock, ma traslato in un futuro postapocalittico steampunk dai colori ipersaturati (ma anche la versione in bianco e nero era memorabile) e dal ritmo ipercinetico, un inno al movimento che avrebbe fatto la gioia dei futuristi. Il cinema d'autore che incontra il genere, lo stravolge, e ne ridefinisce canoni e immaginario, creando un'epica.

Ma di che epica parliamo? Miller con Mad Max: Fury Road realizzava la sua personale Iliade, la storia di una battaglia furiosa che si svolgeva sulla strada anziché intorno alle mura di una città. Fury Road raccontava una storia fatta di urla, strepidi, grida, ire funeste, e ratti di fanciulle; una storia fatta di sangue, forza, armi e morti nobili e meno nobili. Con Furiosa Miller cambia poema omerico, e passa all'Odissea, narrando una storia di sopravvivenza, resilienza, astuzia; la storia di un travagliato ritorno a casa, fatto di qualche passo avanti e tanti passi indietro, un ritorno che si concluderà solo nell'ultimo capitolo che costituisce una delle sottotrame di Fury Road.


Prima e dopo

Che Miller veda i suoi racconti come dei poemi epici del futuro è evidente non solo dalle sue parole (qui trovate una bella intervista), ma anche dalle scelte narrative: uno dei personaggi chiave di Furiosa è un aedo aborigeno, un cantastorie che conserva la memoria di ciò che fu e plasma quella di ciò che sarà. La sua Odisseo è Furiosa, che vediamo strappata alla sua casa e, attraverso gli anni e i capitoli, cercare più volte di ritornarci, i suoi tentativi ogni volta frustrati da mostri terribilmente umani. Alyla Browne prima e Anya Taylor-Joy la incarnano alla perfezione, ritratto dello stoicismo e dell'astuta determinazione a sopravvivere, guidate da un sogno e da una vendetta. 

Al posto di Scilla e Cariddi, Furiosa incontra tempeste di sabbia; al posto del mare, il deserto; al posto di Polifemo, il mostruoso figlio di Immortan Joe. Al posto di Poseidone, il villain principale dell'Odissea, troviamo Dementus, che ricompare regolarmente ogni volta che Furiosa sembra aver trovato un minimo di serenità. Dementus è uno specchio distorto della protagonista, segnato da traumi simili che però lo portano a scelte completamente diverse. È un agente del caos, un fool shakespeariano fattosi re, destinato a portare devastazione in terre già desolate a causa del suo fatale mix di crudeltà e incompetenza, perfettamente incarnate da un Chris Hemsworth gigione ma terrificante. Il contrasto tra Dementus e Immortan Joe è forse uno dei punti più interessanti di un film che, come Fury Road, ne contiene almeno altri cinque - storie che ci piacerebbe esplorare, conoscere, ma che vengono solo accennate, contribuendo alla profondità del mondo immaginato da Miller. Dementus e Immortan Joe, dicevamo: due tiranni crudeli, così simili nei metodi ma così diversi sotto una dimensione, quella della competenza. Laddove Dementus manda in malora tutto quello che tocca, Immortan Joe riesce a mantenere ordine nella Cittadella: un caveat su come l'incompetenza, oltre alla crudeltà, sia ciò che può causare guerre e la morte dell'umanità.


Il cambio di modello epico si riflette in un ritmo del racconto più riflessivo, per quanto nella seconda metà raggiunga i livelli cinetici del suo predecessore. Questo non vuol dire, tuttavia, che ci sia maggior spazio per le parole: Furiosa dice 35 battute in tutto il film. A parlare sono sempre le immagini, e ancora una volta, nonostante le fiamme in CGI, sono uno spettacolo per gli occhi. Ogni inquadratura offre una cornucopia di dettagli, tra bighe-motocicletta, alianti che sembrano enormi polipi volanti, e poveri coltivatori di vermi. Ogni combattimento e inseguimento è una masterclass di come si dovrebbe girare un film d'azione per immergere lo spettatore nella vicenda, senza fargli perdere nemmeno un dettaglio. 

Miller sa quello che vuole raccontare, e lo racconta con una sicurezza e un'inventiva incredibili, senza indulgere mai nel citazionismo (il film è pienamente godibile anche da chi non avesse mai visto un film della saga) ma arricchendo ulteriormente un universo che è già iconico ma continua a rinnovarsi e a espandersi, creando nuovi riferimenti e nuove icone. Quella di Miller, come quella di Omero, è di fatto un'unica storia, che dietro personaggi formidabili e avventure incredibili cela un messaggio ben chiaro su quanto gli uomini siano la causa della propria rovina con la loro sete di potere e incapacità di collaborare. Sopravvive solo chi riesce a sacrificarsi per gli altri, a trovare una causa in cui credere per diventare protagonista di una storia che le Muse canteranno per l'eternità, nel Valhalla e oltre.

Ancora una volta: ammiratelo.


**** 1/2

Pier

giovedì 14 luglio 2022

Thor: Love and Thunder

Troppi Gusti Più Uno


Dopo gli eventi di Ragnarock, Thor, il dio del tuono, è tornato a raddrizzare torti nello spazio, accompagnandosi ai Guardiani della Galassia. Quando gli dei finiscono sotto attacco di Gorr, deciso a sterminarli tutti, Thor deve però lasciare i Guardiani e intraprendere un percorso che lo porterà a collaborare con la sua vecchia fiamma, Jane Foster.

Nel film Balto, dedicato al celebre cane da slitta, l'oca Boris descrive così il dilemma esistenziale del protagonista: "Non è cane, non è lupo: sa soltanto quello che non è." Le parole di Boris descrivono perfettamente anche il nuovo film dedicato al dio del tuono, e diretto da quel Taika Waititi che tanto successo aveva riscosso con la svolta pop di Thor: Ragnarock: Love and Thunder non è una space comedy scanzonata alla Guardiani della Galassia, perché affronta temi seriosi come la mortalità e la perdita delle persone amate; non è una favola per bambini, perché alcune tematiche e battute sono troppo adulte; non è una commedia romantica, perché i combattimenti sono troppo lunghi e troppo centrali perché la love story (o triangolo, o addirittura quadrangolo amoroso, se contiamo - come Waititi vorrebbe facessimo - il rapporto con le due armi di Thor) possa avere abbastanza spazio; non è nemmeno un film con ambizioni drammatico-shakespeariane come i primi capitoli della saga (recensioni qui e qui), perché ha toni e humor infantili e personaggi talmente monodimensionali che si ha paura a guardare oltre il loro profilo per paura di scoprire che sono di cartone; non è nemmeno una satira pulp sul genere dei supereroi alla Suicide Squad (l'ultimo, non l'altro che vorremmo solo dimenticare) o alla The Boys, perché manca del tutto di cinismo, violenza, e comicità adulta e meta-cinematografica; e non è nemmeno un horror con i superereoi come Brightburn o come alcune sequenze dell'ultimo Doctor Strange.


Ditemi voi come possono queste due immagini coesistere nello stesso film

Il problema è che Love and Thunder vorrebbe essere tutte queste cose, e anche di più, ma finisce per essere solo un gran pasticcio, con continui cambi di toni e ritmo, personaggi che compiono azioni perché devono compierle, anziché essere mossi da vere motivazioni, e una sceneggiatura che ha il solo pregio di essere relativamente breve (meno di due ore, uno dei film più corti del MCU). A questa trama traballante si affianca una fotografia ancora più schizofrenica, che apre il film cercando di imitare Mad Max: Fury Road ma, causa l'uso della CGI (peraltro non eccelsa) anziché degli effetti pratici, sembra la sua versione del discount; prosegue poi con un pianeta degli dei degno della fantascienza anni Ottanta, quando ci si doveva arrangiare con qualche pezzo di cartone, e arriva poi alla scena decisamente più riuscita del film, quella sul pianeta delle ombre, che risulta però completamente fuori tono rispetto al resto della pellicola.

Spiace dire queste cose di un film di Taika Waititi, che aveva dimostrato ben altra sensibilità e capacità di alleggerire con successo materie ben più serie di un dio norreno. La sensazione è che, inebriato dal successo di Ragnarock, Waititi abbia perso di vista il sottile equilibrio raggiunto in quel film, spingendo ancora di più sull'acceleratore della follia e dell'ibridazione di generi senza rendersi conto che aveva già raggiunto il limite tra folle genialità e semplice follia: Love and Thunder cade dritto nel burrone, spinto da scelte fallimentari (qualcuno deve avere il coraggio di dire a Waititi che Korg non fa ridere, nemmeno se lo doppia lui) ma soprattutto da una mancanza di visione d'insieme che fa sì che anche le parti più riuscite siano poco efficaci e che il film sembri la caramella "Tutti i gusti più uno" di Harry Potter, ma con tutti i gusti mischiati insieme.

Il suo tentativo di imprimere un "marchio autoriale" al film, come avevano già fatto, con alterni successi, Sam Raimi e Chloe Zhao, è purtroppo fallimentare, e si riverbera su tutti i comparti, in particolare sugli interpreti. La sua direzione semi-parodica fa infatti sì che anche attori dignitosi come Hemsworth o vincitori di premi Oscar come Natalie Portman o il povero Russell Crowe risultino piatti, con la verve da fiction italiana di metà pomeriggio, spesso chiaramente impacciati e poco a loro agio con una sceneggiatura che a tratti sembra fatta apposta per metterli in imbarazzo. 

Tutto tragico, quindi? Non del tutto: il film, grazie anche alla breve durata, non annoia e, ogni tanto, strappa qualche sorriso, tra capre urlanti e asce gelose. Sicuramente molti lo troveranno migliore di altri film Marvel che, mirando a trasmettere un "messaggio", finivano per essere più pesanti e meno scorrevoli. Ma è innegabile che Thor: Love and Thunder sia quello cui manca più visione di insieme, sia interna, sia come collegamento al resto del MCU; e che, nel suo desiderio di essere tutto, finisca per non essere (quasi) niente.

**

Pier

martedì 30 aprile 2019

Avengers: Endgame

Chiudere con stile


Attenzione: questa recensione contiene spoiler sulla trama

Thanos ha raccolto tutte le Gemme dell'Infinito, e ha dimezzato gli esseri viventi nell'Universo. Gli Avengers superstiti sono decisi a non dargliela vinta, e si mettono sulle sue tracce.

Chiunque si sia mai cimentato in una qualunque forma di attività narrativa vi dirà che chiudere una storia in modo efficace è estremamente complesso: occorre portare a conclusione i vari fili della trama, concludere in modo soddisfacente l'arco dei protagonisti, creare qualche colpo di scena e al tempo stesso dare al pubblico un senso di chiusura. Chiudere male una storia può avere un impatto devastante, rovinando non solo il finale, ma anche la memoria di ciò che è stato, come se tutto ciò cui si è assistito in quel momento venisse improvvisamente privato di senso. 

Avengers: Endgame doveva assolvere alla titanica impresa di concludere una storia dipanatasi attraverso ventidue film per quasi undici anni, e la porta a termine con successo, onorando la memoria di ciò che è stato, orchestrando alla perfezione gli eventi nel presente, e gettando le basi per un futuro incerto ma intrigante.
I fratelli Russo, coadiuvati come sempre da Christopher Markus e Stephen McFeely, elaborano infatti una trama a orologeria, in cui le sorprese sono equamente distribuite nell'arco di tre ore che paiono volare, e in cui tutti gli innumerevoli protagonisti visti in questi undici anni ottengono il loro giusto momento di gloria. La memoria è la vera protagonista del film, e viene declinata in tutte le sue forme: rimorso, rimpianto, nostalgia, apprendimento, parte dell'identità.

I registi mettono in chiaro fin da subito il loro intento, e nel farlo stravolgono le prospettive dello spettatore. Laddove tutti si aspettavano un film incentrato su un nuovo scontro con Thanos, i fratelli Russo decidono di uccidere il Titano nei primi minuti del film, ma non prima di aver rivelato agli Avengers superstiti la terribile verità: ha distrutto le Gemme dell'Infinito, rendendo quindi impossibile ogni tentativo di cancellare la sua opera. Un colpo di scena congegnato alla perfezione, che rende onore sia al talento narrativo degli sceneggiatori, sia alle motivazioni e all'intelligenza di quello che è nettamente il miglior villain dell'universo cinematografico Marvel. Thanos non è un cattivo dei fumetti da operetta, ma un freddo calcolatore mosso da un ideale, per quanto folle, e disposto a dare la vita per vederlo realizzato; non vuole dominare il mondo, ma solo renderlo un luogo migliore. Prima di essere ucciso da Thor, lo vediamo intento a coltivare la terra, lontano da ogni tentazione di mantenere quel potere assoluto che le Gemme gli avevano garantito.


Gli Avengers sono annichiliti, e la parte centrale del film è dedicata all'esplorazione del loro senso di perdita, del loro fallimento. Li ritroviamo cinque anni dopo, sfatti, sconfitti, emotivamente distrutti. Ognuno cerca di reagire in modo diverso, e da questo caleidoscopio emotivo emergono momenti toccanti, comici, introspettivi, in uno strano mix che sembra destinato a fallire e che invece funziona alla perfezione, nonostante alcuni personaggi vengano forse buttati eccessivamente in burletta (Thor su tutti). Ed è in questo momento che riemerge la speranza, nelle fattezze e nei modi più inaspettati: un topo riattiva il tunnel quantico che aveva intrappolato Ant-Man, riportando Scott Lang sulla terra. Chi scrive è un fan sfegatato di Paul Rudd, ma sfido chiunque a non riconoscere la sua straordinaria capacità di rendere umano e vero il suo Scott, forse il personaggio emotivamente meglio riuscito del film. Sarà lui a elaborare un piano per annullare gli effetti della Decimazione: un viaggio nel tempo utilizzando il tunnel quantico, al fine di recuperare le pietre prima di Thanos. La sua folle idea stuzzica la mente degli Avengers, e li porta a tornare a collaborare dopo anni di lontananza: Iron Man ci mette la tecnologia, Capitan America le capacità di leader, e il viaggio nel tempo diventa realtà.

La memoria viene qui affrontata anche in chiave meta-narrativa, riportando i protagonisti ai momenti chiave della loro storia, e facendo rivivere allo spettatore snodi cruciali dei film precedenti, presentandoli sotto diverse angolazioni. Un dietro le quinte che rivela la natura sottile e illusoria dei ricordi che, lungi dall'essere obiettivo come noi ci illudiamo che siano, sono invece solo il risultato di un'elaborazione parziale di quanto successo: ciò che ci sembrava epico è ridicolo agli occhi di qualcun altro, ciò che ci sembrava tragico è in realtà solo parte della vita, un passo necessario per l'evoluzione delle cose e di noi stessi. Allo stesso tempo, tuttavia, il ricordo è anche ciò che ci sostiene, e che permette agli Avengers di continuare a sperare: quando il Thanos del passato scopre del piano degli Avengers, dunque, il ricordo diventa il nemico. L'obiettivo non è più quindi cancellare metà degli esseri viventi, ma obliterarne il ricordo, affinché possa nascere una nuova vita libera dalla memoria di ciò che è stato. 

Se la parte narrativa è pressoché impeccabile, l'unico difetto del film risiede nella fotografia, tornata banale e piatta come in Civil War, bloccata su colori grigio/bluastri che non riescono a essere tragici e che rendono il film incolore per larghi tratti, costretto a sorreggersi sugli effetti speciali per fornire un qualunque tipo di stimolo visivo.
Questo rimane tuttavia un difetto veniale in un film che conclude in modo eccezionale una saga che ci ha accompagnato per più di un decennio, assemblando (è proprio il caso di dirlo) diversi personaggi e diverse storie in un unicum di rara coerenza che costituisce una delle pagine più alte del genere supereroistico e del blockbuster hollywoodiano in generale.

Nel finale il film abbandona la vena introspettiva per lanciarsi in una battaglia campale che non mancherà di dare grandi soddisfazioni ai fan, fino a un finale di devastante portata emotiva, in grado di farci piangere di sofferenza ma anche di gioia per la conclusione semplicemente perfetta degli archi narrativi di alcuni degli eroi più popolari. Non vogliamo dire di più: ognuno potrà riempire questo spazio con il suo ricordo, il suo momento preferito del finale di una saga che rimarrà nei nostri cuori; un finale che non può lasciare indifferenti, e che dà un nuovo significato alla frase che ha accompagnato la campagna promozionale del film: a qualunque costo. 

**** 1/2

Pier

sabato 28 aprile 2018

Avengers: Infinity War

Chi troppo vuole, molto stringe



Dopo un lungo tramare nell'ombra, Thanos il Titano è uscito allo scoperto, e con l'aiuto dei suoi aiutanti si è messo alla ricerca di tutte le sei Gemme dell'Infinito. Se riuscisse a raccogliere, potrebbe portare a compimento il suo piano per salvare l'Universo da un'estinzione che ritiene certa: dimezzarne la popolazione. Solo gli Avengers e i Guardiani della Galassia possono fermare il Matto Titano, e forse anche loro potrebbero non essere sufficienti.

Avengers: Infinity War aveva un compito improbo: portare a compimento dieci anni di storie intrecciate attraverso una miriade di film (e non solo), tirando le fila di un'immensa trama  orizzontale dipanatasi in modo sotterraneo all'interno delle varie trame verticali. Questa trama preveù deva l'arrivo di un nemico tanto temibile da rendere necessario l'intervento di tutti gli eroi (più o meno super) dell'Universo conosciuto. Per farla funzionare servivano quindi un nemico credibile sia dal punto di vista della minaccia che dal punto di vista della caratterizzazione, nonché un attento bilanciamento dello spazio dato ai vari personaggi.

Possiamo dire che Infinity War assolve perfettamente ad ambedue i compiti, regalandoci il miglior villain cinematografico della Marvel e riuscendo a dare il giusto spazio a tutti i personaggi. Thanos non è il solito cattivo da fumetto che vuole conquistare l'universo: al contrario, vuole salvarlo dalla distruzione, ma pensa che l'unico modo per farlo sia uccidere metà dei suoi abitanti. Thanos è spinto da motivazioni profonde, che ci vengono svelate a poco a poco attraverso dei flashback molto efficaci e, sopratutto, attraverso l'esplorazione dei suoi legami con altri personaggi, in particolare Gamora. Josh Brolin dona al suo Thanos in computer grafica una gravitas degna di un eroe tragico, rendendolo ancora più credibile e sfaccettato.

I fratelli Russo riescono anche nell'impresa di rendere giustizia a tutti i personaggi, evitando che alcuni finiscano per soffocare gli altri, e investendo il tempo necessario per costruire le loro relazioni, che finiscono per essere l'elemento più convincente del film. I rapporti pre-esistenti, come quello tra Tony Stark e Peter Parker, vengono ulteriormente approfonditi, mentre quelli di nuova formazione vengono sviluppati con il giusto bilanciamento tra humor e connessione emotiva, sfruttando i numerosi parallelismi che naturalmente esistono tra le biografie dei vari eroi. Quelli che più beneficiano di questo trattamento sono Thor, mai così carismatico, e Doctor Strange, molto più convincente qui che nel suo film solista, anche grazie a un Benedict Cumberbatch più a suo agio nella parte. A brillare su tutti, però, sono sempre Tony Stark e Peter Parker, che ci regalano anche una delle scene più emotivamente efficaci del film.

Il film scorre veloce, con alcuni cali di ritmo perdonabili perché finalizzati allo sviluppo dei personaggi . Le immagini sono spettacolari, con combattimenti finalmente fluidi, chiari e ben fruibili e ogni ambientazione dotata di una sua forte identità scenografica e cromatica, evitando quell'appiattimento visivo e coreografico che si era verificato in precedenti film corali. A voler trovare una pecca, alcune delle vicende narrate sono decisamente meno interessanti di altre, e avrebbero forse dovuto ottenere meno spazio, anziché essere misurate con il bilancino per garantire un minutaggio simile a tutti i grandi nomi presenti nel cast.

Tuttavia, questo è un difetto veniale per un film che, nonostante delle ambizioni tanto gargantuesche da sembrare destinato a rimanerne vittima, secondo l'adagio del "chi troppo vuole, nulla stringe", è invece perfettamente riuscito. Avengers: Infinity War intrattiene splendidamente per quasi tre ore, che volano veloci fino a un finale creativo e spiazzante (e giocoforza in sospeso, visto l'arrivo del secondo capitolo nel 2019) che rimarrà a lungo nelle menti degli spettatori.

**** 1/2

Pier

venerdì 22 novembre 2013

Thor - The Dark World

Epica ironia



Tanto tempo fa, quando Odino era ancora solo principe di Asgaard, gli Elfi Oscuri, più antichi dell'universo stesso, minacciarono di condannare i Nove Regni a una tenebra sempiterna attraverso un'arma conosciuta come Aether. A guidarli c'è Malekith, che viene  però sconfitto da Bor, padre di Odino, che lo crede morto.
Malekith riesce invece a fuggire e, quando l'Aether torna a rivelare la sua presenza, attacca con violenza i Nove Regni. Toccherà a Thor, diviso tra Asgaard e la Terra, cercare di fermarlo.

Laddove il primo capitolo di Thor, a dispetto della presenza di Kenneth Branagh alla regia e di alcuni momenti visivamente notevoli, soffriva di alcuni imperdonabili balbettamenti a livello di sceneggiatura, il secondo si distingue per la notevole abilità con cui riesce a rendere scorrevole e piacevole una trama di per sè un po' farraginosa. Attingendo a piene mani dalla nuova "linea editoriale" imposta da Joss Whedon con The Avengers, Thor - The Dark World mescola con successo epica ed ironia, creando un film di intrattenimento che, se può far storcere il naso ad alcuni, diverte e intrattiene il pubblico, secondo la cifra stilistica che ormai contraddistingue i prodotti targati Marvel. Il regista Alan Taylor non scade negli effetti infantilistici che avevano penalizzato Iron Man 3 e realizza un film che ha il grande merito di rendere credibile una storia poco entusiasmante, e di rendere interessanti e appassionanti personaggi e situazioni che, in altri contesti, sembrerebbero artificiosi e distanti.

Thor è infatti il supereroe con cui è più difficile relazionarsi, a causa della sua natura divina e del suo muoversi in pianeti diversi dal nostro. Taylor riesce a superare questa difficoltà concentrandosi sulle relazioni personali, sul sistema di affetti che muove il mondo di Thor sia su Asgaard che sulla Terra. Il film alterna così in modo sapiente momenti drammatici e comici, quasi sempre esaltati dalla splendida prova di Tom Hiddleston, perfetto nel ruolo di Loki per la sua straordinaria abilità nel trasmettere tutte le emozioni primarie dell'animo umano.

Al ritmo della sceneggiatura si affianca una fotografia di livello molto elevato per il tipo di prodotto, con alcune scene (funerale norreno su tutte) visivamente eccellenti e pervase di una certa vena di lirismo. Detto di Hiddleston, gli altri attori svolgono il proprio dovere con diligenza, senza brillare ma senza raggiungere risultati osceni come in altri film dedicati ai supereroi.

Thor - The Dark World ha il grande merito di non prendersi troppo sul serio, arricchendo di ironia una trama non eccezionale e garantendo così ritmo e intensità al film, senza rinunciare alla sua cifra epica e mitica.
Il film risulta così uno dei più riusciti della Marvel e, forse, il migliore tra quelli che non schierano i personaggi di punta della casa editrice statunitense.

***1/2

Pier

martedì 1 maggio 2012

The Avengers

Le alte vette dell'intrattenimento



Loki, dio norreno dell'inganno e fratellastro di Thor, non è morto. Salvatosi per miracolo, si è alleato con delle misteriose entità aliene con un solo scopo: impadronirsi della Terra e vendicarsi. Di fronte all'entità del nuovo pericolo Nick Fury, direttore dello SHIELD, decide di affidarsi agli Avengers, un gruppo che riunisce alcuni dei più potenti supereroi della Terra, che non sembrano però disposti a collaborare pacificamente tra loro.

Dopo tanti film sui supereroi, sembra quasi impossibile che una trama del genere possa dare vita a un buon film. Troppi i clichè, troppe le sensazioni di "già visto", troppi i rischi di realizzare un baraccone di luci e suoni ma senza una storia in grado di far presa sullo spettatore. Joss Whedon, già ideatore di Buffy e di quel piccolo capolavoro che è il Dr. Horrible's Sing-Along Blog, riesce nell'impresa di realizzare un film che sorprende per freschezza e vitalità, puntando su quegli elementi che hanno storicamente fatto la fortuna dei fumetti Marvel: personaggi e humor.

In The Avengers si ride, e si ride pure tanto. Le scene comiche abbondano, e si incastrano alla perfezione tra e persino all'interno delle scene d'azione. La novità è che non è solo Iron Man a strappare risate: tutti i personaggi hanno i loro momenti comici, compresi i membri del cast di supporto, a cominciare dal fedele assistente di Nick Fury, vero e proprio mattatore della prima metà del film. Sono quindi i dialoghi, e non gli effetti speciali, il vero punto forte del film. La sceneggiatura è ottima, magari non eccezionale in termini di trama, ma certamente efficace e coinvolgente nelle situazioni e negli scambi tra i vari supereroi, con alcuni momenti che diventeranno certamente dei cult del genere.
I personaggi non sono monodimensionali, ma sfaccettati, ognuno con le sue paure, le sue fissazioni e le sue priorità. Rober Downey Jr. guida un cast di tutto rispetto, all'interno del quale brillano Jeremy Renner-Occhio di falco e Mark Ruffalo-Bruce Banner. Quest'ultimo in particolare offre la migliore rappresentazione di Hulk vista finora sullo schermo, un giusto mix tra l'ironia che pervade il film e la sofferenza interiore ritratta da Edward Norton nel film precedente.

The Avengers conquista per la sua freschezza e spontaneità e per la sua abilità nel combinare efficacemente comicità e scene d'azione, creando un mix tremendamente efficace che regala allo spettatore due ore e mezza di puro, sano, e spesso dimenticato, divertimento. Da vedere, per fan del fumetto e non.

****

Pier

sabato 30 aprile 2011

Thor

Si può dare di più

 

Thor, il dio del tuono, viene cacciato da Asgaard, dimora degli dei, a causa della sua arroganza. Il padre Odino lo esilia sulla terra, nel New Mexico, dove verrà tratto in salvo ed educato agli usi e costumi del nuovo mondo da una giovane fisica. Thor tuttavia si troverà costretto a vestire nuovamente i suoi panni di dio per salvare la Terra e Asgaard dalla minaccia dei giganti di ghiaccio e dai tortuosi piani del fratello Loki. 

La scelta di Kenneth Branagh, storico regista shakespeariano, di dirigere un film tratto dal celebre fumetto Marvel è strana solo in apparenza: per una volta le dichiarazioni di facciata sono vere. Thor è infatti il più shakespeariano degli eroi: gli intrighi di palazzo, i tradimenti, i continui voltafaccia sono elementi tipici delle tragedie del Bardo. L'inizio di Thor è quindi epico e lascia ben sperare: i personaggi sono ben delineati, i caratteri definiti, le premesse per il conflitto chiare. C'è persino una traccia di uno dei grandi temi dell'etica classica, quel il concetto di hubris-tracotanza che fu la causa della fine di numerosi eroi ed è anche il motivo dell'esilio del protagonista. 

Dalla caduta sulla Terra in poi, tuttavia, il film perde smalto e spessore, riducendosi al "solito" film Marvel, senza però acquistare l'irresistibile ironia di un Iron Man o l'adrenalinica vitalità del primo Uomo Ragno. I personaggi terrestri sono infatti piatti e poco significativi: in particolare Natalie Portman si trova a interpretare una ragazza priva di qualsiasi spessore o carica narrativa, per nulla credibile nel suo ruolo di fisica, tanto che sembra più interessata ai pettorali del muscoloso eroe che al fenomeno scientifico-mistico che questo cerca di spiegarle. 

Le parti migliori restano dunque quelle ambientate ad Asgaard, dove Anthony Hopkins è perfetto nel ruolo dell'imperscrutabile Odino e Idris Elba, ritenuto fuori luogo dai fan perchè di colore, è invece ottimo nella parte del guardiano onnisciente Heimdall, che dota anche di una particolare carica di ironia. Non convince invece fino in fondo Tom Hiddleston, che ha il phisique du role ideale per la parte di Loki ma lascia il suo personaggio a uno stadio superficiale, senza studiarne le motivazioni più profonde. 

Branagh coglie appieno gli aspetti "tragici" ed epici di Thor, ma non riesce a trasporre questa efficacia nelle scene ambientate sulla Terra, che finiscono per diventare solo dei momenti di passaggio, poco rilevanti per la vicenda e per lo sviluppo finale. La fotografia è molto riuscita, anche se ricerca troppo spesso l'inquadratura ad effetto, e il montaggio ha un buon ritmo. 
 Thor paga probabilmente lo scarso coraggio della sceneggiatura, che sceglie di dare pari dignità in termini di tempo ai due mondi su cui si svolge la vicenda ma si dimentica di conferire alla Terra la significatività posseduta invece da Asgaard. 

Il risultato è un film che procede a strappi, molto riuscito nella parte iniziale e nel finale ma molto lento e prevedibile in quella centrale, che sembra solo un lungo prologo al futuro (e attesissimo, sia dai produttori che dal pubblico) I vendicatori

Il film è comunque divertente e riuscito nel suo genere, anche se da Branagh era forse lecito aspettarsi qualcosa di più di un semplice film di intrattenimento. 
 
**1/2 

Pier