Visualizzazione post con etichetta Robert Downey Jr. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Robert Downey Jr. Mostra tutti i post

domenica 10 marzo 2024

Oscar 2024 - I pronostici

Questa notte, come ogni anno, gli occhi del mondo cinematografico si sposteranno sul Dolby Theatre di Los Angeles per la cerimonia di premiazione della novantaduesima edizione degli Academy Awards. 
Il 2023 è stato un anno di eccellenza dal punto di vista cinematografico: moltissimi film - statunitensi e non - hanno ottenuto un largo consenso di critica, e alcuni (Barbie e Oppenheimer su tutti) hanno conquistato anche il pubblico. Se il trionfo (al botteghino e nella stagione dei premi) di Everything, Everywhere, All at Once aveva suggerito che un altro cinema di intrattenimento - creativo, autoriale, di genere - era possibile, quest'anno lo ha sonoramente confermato (e anche la prossima stagione inizia, in tal senso, sotto i migliori auspici). 

Ma chi sono, dunque, i favoriti? Senza ulteriore indugio passiamo ai pronostici, infallibili come sempre: correte in SNAI, e puntate sull'opposto di quanto scrivo. I film recensiti sono linkati ogni volta che vengono nominati.


Miglior montaggio
La grande favorita sembra Jennifer Lame per Oppenheimer, con Yorgos Mavropsaridis per Povere Creature! possibile sorpresa. Su Lame ricade anche la mia scelta personale
Pronostico: 
Jennifer Lame, Oppenheimer
Scelta personale: Jennifer Lame, Oppenheimer

Miglior fotografia
Sezione molto competitiva, con tutti i cinque nominati che potrebbero a buon diritto aggiudicarsi il premio. Rodrigo Prieto fa un ottimo lavoro con Killers of the Flower Moon, così come Edward Lachman per El Conde (felice che il film di Larrain sia riuscito a entrare, per quanto in sordina, nella competizione) e Matthew Libatique per Maestro. I due contendenti più accreditati sembrano però essere il "solito" Hoyte van Hoytema per Oppenheimer e Robbie Ryan per Povere Creature! . Sul primo ricade il mio pronostico, mentre la mia preferenza personale va alle atmosfere tra il gotico e Wes Anderson create dal secondo.
Pronostico: Hoyte van Hoytema, Oppenheimer
Scelta personale: Robbie Ryan, Povere creature!

Miglior film d'animazione
Altra sezione molto competitiva. Elemental è l'ennesima perla della Pixar, un film solo all'apparenza minore, capace di riprendersi da una partenza stentata al botteghino (complice anche una critica pigra e superficiale) per diventare un successo. Nimona, produzione Netflix, è un gioiellino che dovete assolutamente recuperare. I due contendenti principali sembrano però essere Hayao Miyazaki con il suo film più personale e innovativo, Il Ragazzo e l'Airone, e il secondo capitolo delle avventure dello Spider-Man di Miles Morales, un film che, così come il primo capitolo, ridefinisce le regole di cosa sia l'animazione. Scelta difficilissima, ma il mio pronostico ricade sul maestro giapponese, mentre la scelta personale premia il secondo capitolo dello Spider-Verse.
PronosticoIl ragazzo e l'airone
Scelta personale: Spider-Man - Across the Spider-Verse

Miglior attore non protagonista
La ragione dice Robert Downey Jr, che in Oppenheimer  ricorda a tutti di essere, prima ancora che Iron Man, un attore drammatico di livello eccelso, regalandoci uno dei villain cinematografici più interessanti degli ultimi anni. Su di lui ricade il mio pronostico. Il cuore, però, non può che dire Ryan Gosling, sia perché il suo Ken è uno dei personaggi più esilaranti della stagione, sia come risarcimento per aver quasi del tutto ignorato Barbie, sia perché il momento che più attendo della cerimonia sarà la sua esibizione quando canterà I'm just Ken, nominata per la miglior canzone.
Pronostico: Robert Downey Jr, Oppenheimer
Scelta personale: Ryan Gosling, Barbie


Miglior attrice non protagonista
Qui sembra esserci una favorita molto chiara, Da'Vine Joy Randolph per The Holdovers. Purtroppo non ho ancora avuto occasione di vedere il film, quindi la mia scelta personale ricade su America Ferrera per Barbie.
Pronostico: Da'Vine Joy Randolph, The Holdovers. 
Scelta personale: America Ferrera, Barbie

Miglior sceneggiatura originale
Qui i favoriti sono Justine Triet e Arthur Harari per Anatomia di una Caduta, la grande sorpresa di questa stagione dei premi. Non ho ancora visto il film se non una scena, ma è talmente clamorosa come scrittura che mi basta per dare loro anche la mia preferenza personale.
Pronostico: Justine Triet e Arthur Harari, Anatomia di una Caduta
Scelta personale: Justine Triet e Arthur Harari, Anatomia di una Caduta

Miglior sceneggiatura non originale
Sezione decisamente più competitiva di quella per la sceneggiatura originale. La favorita sembra essere Greta Gerwig (con Noah Baumbach) per Barbie, anche se non si può escludere la vittoria di Cord Jefferson per American Fiction. Su Gerwig ricade anche la mia scelta personale.
Pronostico: Greta Gerwig e Noah Baumbach, Barbie
Scelta personale: Greta Gerwig e Noah Baumbach, Barbie


Miglior attrice protagonista
La sezione in cui è pronto a consumarsi il grande scandalo, con la vittoria quasi certa di Lily Gladstone per Killers of the Flower Moon: ottima prova la sua, ma decisamente non indimenticabile. In patria è spinta dalla solita coda di paglia degli statunitensi nei confronti di popolazioni/etnie contro cui hanno compiuto crimini indicibili, e la cosa è resa ancora più evidente dal fatto che non ha vinto alcun premio tra quelli assegnate da giurie non USA (BAFTA e Golden Globes). Il premio, se esistesse giustizia, dovrebbe andare alla prova ipnotica e irripetibile di Emma Stone in Povere Creature!, o al massimo all'eccellente Carey Mullighan di Maestro- Sulla Stone ricade la mia scelta personale.
Pronostico: Lily Gladstone, Killers of the flower moon
Scelta personale: Emma Stone, Povere creature!

Miglior attore protagonista
By order of the Peaky Blinders, questo premio non può che andare a quell'attore fenomenale (e fonte inesauribile di meme) che è Cillian Murphy, che finalmente sta ottenendo il riconoscimento che si merita. Gli altri candidati possono fare a meno di presentarsi.
Pronostico: Cillian Murphy, Oppenheimer
Scelta personale: Cillian Murphy, Oppenheimer

Miglior regia
Questo è l'anno in cui, finalmente, Christopher Nolan otterrà una statuetta che avrebbe già meritato innumerevoli volte ma che, come tanti altri grandi prima di lui (Kubrick, cui spesso viene paragonato, l'esempio più preclaro), finora non ha mai ottenuto. Su di lui ricadono sia il mio pronostico che la mia scelta personale, considerando che Greta Gerwig, unica regia che mi aveva convinto quanto quella di Nolan, non è nemmeno stata nominata.
Pronostico: Christopher Nolan, Oppenheimer
Scelta personale: Christopher Nolan, Oppenheimer


Miglior film
Per il sottoscritto il discorso non dovrebbe nemmeno aprirsi: Oppenheimer è il miglior film dell'anno, l'apice della carriera di Nolan per capacità di unire ambizione narrativa, impronta autoriale, e appeal commerciale. Chi scrive sarebbe felice anche per un successo di Barbie, ma visto come l'Academy ha snobbato il film un trionfo nella categoria più importante appare improbabile. Fino alla vigilia Oppenheimer appariva favorito, ma sotto traccia si comincia a parlare di una possibile vittoria a sorpresa, che però sarebbe perfettamente in linea con il trend di premiare film che hanno un messaggio sociale: quella de La Zona di Interesse. Su di esso, dunque, ricade il mio pronostico.
Pronostico: La zona di interesse
Scelta personale: Oppenheimer

Che aspettate? Correte in sala scommesse!

Pier

domenica 27 agosto 2023

Oppenheimer

Il dramma di Prometeo


Il film racconta la vita di Robert J. Oppenheimer, dagli inizi nella fisica al progetto Los Alamos, in cui guidò il team che creò la prima bomba atomica, passando per gli anni successivi alla fine della guerra, quando si batté per la non-proliferazione.

Sulla carta, Oppenheimer potrebbe apparire un film poco nolaniano: si tratta, in primo luogo, di un film biografico, senza quell'elemento "di genere" che rimaneva comunque presente nell'altro film più "classico" di Nolan, Dunkirk. Ci sono molteplici piani narrativi, certo, ma sono molto semplici da decodificare, semplici "avanti e indietro" temporali che non disorientano nemmeno per un attimo, ben lontani dagli intricati e molteplici piani di trama di Inception e Tenet, ma anche dai semplici cambi di prospettiva di The Prestige. 

Eppure Oppenheimer è forse la summa del cinema nolaniano, l'apice (per ora) della sua analisi della finitezza dell'uomo, declinata in un'ossessione per il tempo (cronologico, ma soprattutto cinematografico) e nella sua attrazione per il sublime, per ciò che terrorizza e al tempo stesso attira, per quelle oscure pulsioni che ci portano a spingere sempre più in là i limiti di ciò che è umanamente possibile. Il tempo è materia plasmabile nelle mani di Nolan, che lo manipola a suo piacimento: anni di vita diventano pochi minuti di montaggio, mentre un'audizione al Congresso viene riportata praticamente in tempo reale. Non è un caso che Nolan dilati i momenti che si focalizzano sul percorso alla ricerca del Vero, uno dei grandi obiettivi della scienza, destinato però a eludere tutti, anche le menti più geniali, come ben illustrato dalla figura di Einstein e del misterioso dialogo tra lui e il protagonista che verrà rivelato solo a fine film: anche i geni, in fondo, vengono superati, sorpassati da una realtà che si rivela sempre più complessa di quel che vorremmo, sempre un passo avanti rispetto ai nostri tentativi di scoperta.

Oppenheimer è un moderno Prometeo, che nel fornire agli uomini il controllo su un'energia primordiale (l'atomo come il fuoco) dà anche loro la chiave per distruggersi. L'uomo vuole decifrare la natura, capirla, imbrigliarla, piegarla ai suoi voleri. Ma questo anelito ha un costo terribile, che spesso sfugge alla comprensione di chi lo persegue, fino a quando la realtà non gli sbatte in faccia la verità - la scena in cui Oppenheimer capisce che l'atomica non porterà alla "fine di tutte le guerre" ricorda da vicino il memorabile dialogo tra Michael Caine e Hugh Jackman in The Prestige, un altro momento in cui il lato oscuro della scienza veniva rivelato in tutto il suo dirompente orrore.

Oppenheimer è un uomo in perenne tensione, in balia di forze uguali e opposte che lo tirano in direzione diverse: scienza e politica, scoperta ed etica, lavoro e famiglia, passione e amore. Tutto, intorno a lui, è funzionale (il che ha portato a comprensibili polemiche circa la scarsa profondità di scrittura di alcuni personaggi, quello di Florence Pugh su tutti) al raggiungimento di un obiettivo che però è sempre cangiante, mutevole, il che fa sì che anche ciò che vuole Oppenheimer sia sempre indefinito, sfuggente, impossibile da comprendere per gli altri e, forse, anche per lui stesso. Nolan esalta la figura del genio solitario ma, al tempo stesso, la demitizza, la priva di ogni sovrastruttura, rendendola carne e calandola in un contesto collettivo, in cui il merito è condiviso ma la responsabilità ricade sulle spalle solo di alcuni. Più che un dramma di genialità, quello di Oppenheimer è un dramma del potere, che porta il protagonista sulla polvere e sull'altare nonostante le sue azioni non siano che il prodotto di un lavoro di gruppo, nel bene e nel male. 


La demitizzazione colpisce anche il progresso scientifico: ciò che eleva Oppenheimer non è solo la sua ricerca della verità e la sua passione per la scoperta, ma è il dubbio, un dubbio generativo che fa sì che, anziché preoccuparsi di difendere la sua eredità, si scagli senza patemi contro il figlio che ha contribuito a partorire una volta che ha compreso il vaso di Pandora che ha scoperchiato. Oppenheimer non è, infatti, solo Prometeo, ma anche Epimeteo, colui che porta il Male (per riprendere una geniale intuizione di David Lynch nell'ultima stagione di Twin Peaks) nel mondo ma, a differenza del suo grande rivale (non diremo chi per evitare spoiler) ha la capacità di riconoscerlo, di mettere la verità davanti al suo orgoglio scientifico, alla sua reputazione, al desiderio di gloria e onori.

Nolan firma una sceneggiatura ad orologeria di cui il montaggio è parte integrante, con dialoghi ad orologeria che si alternano in un crescendo di ritmo che non lascia un attimo di respiro, soprattutto nella prima parte. La fotografia indugia su primi piani di Oppenheimer, come a voler scavare in un animo che invece vuole solo nascondersi dal mondo, esibendo una facciata di volta in volta diversa, ma scarta spesso anche su immagini degli elementi, delle esplosioni, una rappresentazione visiva del sublime che riflette l'orrore e l'attrazione che attanagliano l'anima del protagonista. Il lavoro più clamoroso, però, è quello sul sonoro, elemento che Nolan cura come forse nessun regista in attività: Nolan sceglie il silenzio laddove ci si aspetterebbe rumore, e rumori assordanti laddove ci si aspetterebbe silenzio, creando una continua contraddizione che segue le tribolazioni di Oppenheimer e che si sposa perfettamente alla splendida colonna sonora di Ludwig Göransson.

Tutto il grande lavoro del regista sarebbe sprecato, però, se non fosse sostenuto da un cast di prima grandezza. Cillian Murphy si rivela finalmente al grande pubblico come uno dei più grandi attori in circolazione. La sua prova è un manuale di espressioni trattenute eppure rivelate, il suo sguardo di ghiaccio e il suo viso scavato che rivelano il rovello interiore dell'enigmatica sfinge che interpreta. Intorno a lui brillano un po' tutti, da un Josh Hartnett quasi irriconoscibile a un Kenneth Branagh perfetto nella parte di Bohr, passando per Matt Damon e per chi ha ruoli minoti ma comunque fondamentali, come Rami Malek e Gary Oldman. Robert Downey Jr conferma di essere un attore eccezionale, interpretando alla perfezione un personaggio complesso e centrale come Lewis Strauss. Una nota di merito va però alle due interpreti femminili, Florence Pugh ed Emily Blunt, che riescono a dare spessore e profondità a due personaggi che, come spesso capita a Nolan, sembrano scritti in maniera monodimensionale. Il cambio di intenzioni di Blunt durante la sua testimonianza alla commissione per l'energia atomica, in particolare, è un pezzo di bravura.

Nolan realizza un film complesso, ambizioso, stratificato, che riesce però a intrattenere nonostante una durata mastodontica e un tema non certo leggero. Oppenheimer è grande Cinema: è il lavoro di un grande regista in pieno controllo dei propri mezzi, capace di dosare sapientemente riflessione filosofica e spettacolo, introspezione e ritmo narrativo, realizzando un film che entra nella testa, nel cuore e nelle ossa, e ci pone di fronte a interrogativi vecchi come il mondo, ma che oggi più che mai ci sembrano lontanissimi dall'essere risolti. 

*****

Pier

giovedì 10 dicembre 2020

Tesori Nascosti - #7: Edizione Natale

Torna "Tesori nascosti", la rubrica che segnala film meritevoli di recupero passati inosservati o quasi in Italia. Vista la vicinanza con il Natale, la puntata di oggi è dedicata ai film ambientati nel periodo delle feste di Natale.

Ogni film è corredato di voto, informazioni su dove reperire il film, e di un breve commento o un link alla nostra recensione.


1. Le 5 leggende, voto 7.5
Generefantasy
Anno: 2012
Regista
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: Netflix, Infinity
Commento: Babbo Natale, la Fatina dei Denti, il Coniglio di Pasqua e Sandman non sono solo leggende: sono i Guardiani che proteggono li sogni dei bambini di tutto il mondo. Quando Pitch Black, l'Uomo Nero, decide di scacciarli e farli precipitare nell'oblio, i Guardiani hanno bisogno d'aiuto. Uno splendido film di Natale, una delle vette dell'animazione Dreamworks, in grado di far sognare bambini e adulti. Qui la recensione completa.

2. Klaus - I segreti del Natale, voto 9.
Genere: fantasy
Anno: 2018
RegistaDavid Lowery
DVD: no
Streaming: Netflix
Commento: Un postino assegnato a una località sperduta nel Nord Europa ravviva l'attività epistolare della zona grazie all'aiuto di Klaus, burbero creatore di bellissimi giocattoli artigianali. Una splendida favola, una storia di amicizia, ma soprattutto un film che sperimenta nuove, magnifiche tecniche di animazione, aprendo nuove possibilità per il futuro di un mezzo in continua evoluzione.

3. Kiss Kiss Bang Bang, voto 8.
Genere: azione, commedia
Anno: 2005
Regista: Shane Black
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: Infinity
Commento: Un ladruncolo e un investigatore privato senza lavoro sono costretti a collaborare e a indagare sulle misteriose morti di due ragazzi. Buddy cop movie abbastanza sui generis, ambientato a Natale (come spesso accade con Shane Black): geniale, stralunato, vivace, un film d'azione che ammicca al noir e che diverte e tiene con il fiato sospeso. Robert Downey Jr. e Val Kilmer semplicemente perfetti.

4. SOS Fantasmi, voto 7.
Genere: commedia drammatica
Anno: 1988
Regista: Richard Donner
DVD: sì, edizione italiana
Streaming: NowTV, Sky
Commento: Rivisitazione in chiave moderna de Il canto di Natale, con un Bill Murray in gran forma nella parte del direttore di network televisivo che deve produrre un musical proprio ispirato all'opera di Dickens. Racconto e meta-racconto si intersecano, dando vita a una storia surreale che permette a Bill Murray di esibire tutte le sue doti di mattatore.

5. Ogni Maledetto Natale, voto 7.
Genere: commedia, satira
Anno: 2016
Regista: Giacomo Ciarrapico , Luca Vendruscolo , Mattia Torre
DVDsì, edizione italiana
Streaming: Netflix
CommentoDagli autori di Boris, una satira sociale in salsa natalizia, in cui due ragazzi di diversa estrazione sociale si trovano a trascorrere il Natale con le famiglie dell'altro. Il film, pur peccando a tratti di retorica, diverte e intrattiene senza aver paura del politicamente scorretto (il personaggio di Corrado Guzzanti), con la satira resa più efficace dallo stratagemma di avere gli stessi attori che interpretano ambedue le famiglie, a sottolineare come l'una non sia altro che lo specchio deformato dell'altra.

6. Elf - Un elfo di nome buddy, voto 7.
Genere: commedia fantastica
Anno: 2003
Regista: Jon Favreau
DVDsì, edizione italiana
Streaming: Sky, Infinity
Commento: Per un caso del destino, un bambino viene cresciuto da Babbo Natale e dagli elfi. Quando diventa troppo grande per restare con loro, sarà costretto ad andare in cerca dei suoi veri genitori. Un Will Ferrell in formissima è protagonista di un film che unisce alla perfezione i toni da commedia per famiglie con quelli più demenziali e satirici del suo cinema.

Pier


domenica 17 maggio 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Speciale "Dietro le quinte"

Puntata speciale di Nuovo Cinema Paravirus, dedicata al "dietro le quinte" del cinema.

Il genere di oggi sono quindi i cosiddetti "meta-film", ovvero i film che raccontano la produzione e la creazione di altri film, veri o fittizi.



I tre film segnalati sono:

1) Cantando sotto la pioggia (disponibile a noleggio su vari servizi). Un capolavoro assoluto, che racconta il passaggio dal muto al sonoro, dalla vecchia alla nuova Hollywood, ma anche l'importanza del sogno, dell'ambizione, e della resilienza. Stanley Donen (qui il nostro speciale su di lui) realizza un film indimenticabile, che racconta la storia del cinema e, nel farlo, entra a farne parte.

2) Tropic Thunder (disponibile su Prime Video). Un capolavoro di comicità demenziale, una parodia dello star system hollywoodiano irresistibile, irriverente, imperdibile.

3) Hugo Cabret (disponibile a noleggio su vari servizi). Un film che è come un orologio antico: i meccanismi non sono sempre perfetti, a volte si inceppano ma, una volta aperto, rivela al suo interno una perfezione e una bellezza tale che è impossibile non restarne rapiti e affascinati. Qui la recensione completa.

Tenete gli occhi aperti per il prossimo speciale di Nuovo Cinema Paravirus. Coming soon!

Pier

sabato 28 marzo 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 15

Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi segnala film da vedere durante la quarantena.


Il genere di oggi è poliziesco thriller.

I film consigliati sono:

1) LA Confidential (disponibile su Prime Video). Un classico moderno che guarda al passato, riprendendo e rielaborando i classici stilemi del noir con grande creatività.

2) Zodiac (disponibile su Netflix e Prime Video). Un capolavoro passato per qualche strano motivo in sordina, uno dei pochi thriller non di Hitchcock capaci di trasmettere tensione a ogni singola inquadratura. Fincher dirige un film pressoché perfetto, immergendoci nella caccia a un nemico invisibile e sfuggente che diventa un'esplorazione dei meandri più profondi della psiche umana.

3) Chi ha incastrato Roger Rabbit? (disponibile su Disney+). Un film rivoluzionario, il primo a unire animazione e recitazione dal vivo con efficacia e humor. Un grande classico, da vedere e rivedere con tutta la famiglia

A domani per la sedicesima puntata!

Pier

martedì 30 aprile 2019

Avengers: Endgame

Chiudere con stile


Attenzione: questa recensione contiene spoiler sulla trama

Thanos ha raccolto tutte le Gemme dell'Infinito, e ha dimezzato gli esseri viventi nell'Universo. Gli Avengers superstiti sono decisi a non dargliela vinta, e si mettono sulle sue tracce.

Chiunque si sia mai cimentato in una qualunque forma di attività narrativa vi dirà che chiudere una storia in modo efficace è estremamente complesso: occorre portare a conclusione i vari fili della trama, concludere in modo soddisfacente l'arco dei protagonisti, creare qualche colpo di scena e al tempo stesso dare al pubblico un senso di chiusura. Chiudere male una storia può avere un impatto devastante, rovinando non solo il finale, ma anche la memoria di ciò che è stato, come se tutto ciò cui si è assistito in quel momento venisse improvvisamente privato di senso. 

Avengers: Endgame doveva assolvere alla titanica impresa di concludere una storia dipanatasi attraverso ventidue film per quasi undici anni, e la porta a termine con successo, onorando la memoria di ciò che è stato, orchestrando alla perfezione gli eventi nel presente, e gettando le basi per un futuro incerto ma intrigante.
I fratelli Russo, coadiuvati come sempre da Christopher Markus e Stephen McFeely, elaborano infatti una trama a orologeria, in cui le sorprese sono equamente distribuite nell'arco di tre ore che paiono volare, e in cui tutti gli innumerevoli protagonisti visti in questi undici anni ottengono il loro giusto momento di gloria. La memoria è la vera protagonista del film, e viene declinata in tutte le sue forme: rimorso, rimpianto, nostalgia, apprendimento, parte dell'identità.

I registi mettono in chiaro fin da subito il loro intento, e nel farlo stravolgono le prospettive dello spettatore. Laddove tutti si aspettavano un film incentrato su un nuovo scontro con Thanos, i fratelli Russo decidono di uccidere il Titano nei primi minuti del film, ma non prima di aver rivelato agli Avengers superstiti la terribile verità: ha distrutto le Gemme dell'Infinito, rendendo quindi impossibile ogni tentativo di cancellare la sua opera. Un colpo di scena congegnato alla perfezione, che rende onore sia al talento narrativo degli sceneggiatori, sia alle motivazioni e all'intelligenza di quello che è nettamente il miglior villain dell'universo cinematografico Marvel. Thanos non è un cattivo dei fumetti da operetta, ma un freddo calcolatore mosso da un ideale, per quanto folle, e disposto a dare la vita per vederlo realizzato; non vuole dominare il mondo, ma solo renderlo un luogo migliore. Prima di essere ucciso da Thor, lo vediamo intento a coltivare la terra, lontano da ogni tentazione di mantenere quel potere assoluto che le Gemme gli avevano garantito.


Gli Avengers sono annichiliti, e la parte centrale del film è dedicata all'esplorazione del loro senso di perdita, del loro fallimento. Li ritroviamo cinque anni dopo, sfatti, sconfitti, emotivamente distrutti. Ognuno cerca di reagire in modo diverso, e da questo caleidoscopio emotivo emergono momenti toccanti, comici, introspettivi, in uno strano mix che sembra destinato a fallire e che invece funziona alla perfezione, nonostante alcuni personaggi vengano forse buttati eccessivamente in burletta (Thor su tutti). Ed è in questo momento che riemerge la speranza, nelle fattezze e nei modi più inaspettati: un topo riattiva il tunnel quantico che aveva intrappolato Ant-Man, riportando Scott Lang sulla terra. Chi scrive è un fan sfegatato di Paul Rudd, ma sfido chiunque a non riconoscere la sua straordinaria capacità di rendere umano e vero il suo Scott, forse il personaggio emotivamente meglio riuscito del film. Sarà lui a elaborare un piano per annullare gli effetti della Decimazione: un viaggio nel tempo utilizzando il tunnel quantico, al fine di recuperare le pietre prima di Thanos. La sua folle idea stuzzica la mente degli Avengers, e li porta a tornare a collaborare dopo anni di lontananza: Iron Man ci mette la tecnologia, Capitan America le capacità di leader, e il viaggio nel tempo diventa realtà.

La memoria viene qui affrontata anche in chiave meta-narrativa, riportando i protagonisti ai momenti chiave della loro storia, e facendo rivivere allo spettatore snodi cruciali dei film precedenti, presentandoli sotto diverse angolazioni. Un dietro le quinte che rivela la natura sottile e illusoria dei ricordi che, lungi dall'essere obiettivo come noi ci illudiamo che siano, sono invece solo il risultato di un'elaborazione parziale di quanto successo: ciò che ci sembrava epico è ridicolo agli occhi di qualcun altro, ciò che ci sembrava tragico è in realtà solo parte della vita, un passo necessario per l'evoluzione delle cose e di noi stessi. Allo stesso tempo, tuttavia, il ricordo è anche ciò che ci sostiene, e che permette agli Avengers di continuare a sperare: quando il Thanos del passato scopre del piano degli Avengers, dunque, il ricordo diventa il nemico. L'obiettivo non è più quindi cancellare metà degli esseri viventi, ma obliterarne il ricordo, affinché possa nascere una nuova vita libera dalla memoria di ciò che è stato. 

Se la parte narrativa è pressoché impeccabile, l'unico difetto del film risiede nella fotografia, tornata banale e piatta come in Civil War, bloccata su colori grigio/bluastri che non riescono a essere tragici e che rendono il film incolore per larghi tratti, costretto a sorreggersi sugli effetti speciali per fornire un qualunque tipo di stimolo visivo.
Questo rimane tuttavia un difetto veniale in un film che conclude in modo eccezionale una saga che ci ha accompagnato per più di un decennio, assemblando (è proprio il caso di dirlo) diversi personaggi e diverse storie in un unicum di rara coerenza che costituisce una delle pagine più alte del genere supereroistico e del blockbuster hollywoodiano in generale.

Nel finale il film abbandona la vena introspettiva per lanciarsi in una battaglia campale che non mancherà di dare grandi soddisfazioni ai fan, fino a un finale di devastante portata emotiva, in grado di farci piangere di sofferenza ma anche di gioia per la conclusione semplicemente perfetta degli archi narrativi di alcuni degli eroi più popolari. Non vogliamo dire di più: ognuno potrà riempire questo spazio con il suo ricordo, il suo momento preferito del finale di una saga che rimarrà nei nostri cuori; un finale che non può lasciare indifferenti, e che dà un nuovo significato alla frase che ha accompagnato la campagna promozionale del film: a qualunque costo. 

**** 1/2

Pier

sabato 28 aprile 2018

Avengers: Infinity War

Chi troppo vuole, molto stringe



Dopo un lungo tramare nell'ombra, Thanos il Titano è uscito allo scoperto, e con l'aiuto dei suoi aiutanti si è messo alla ricerca di tutte le sei Gemme dell'Infinito. Se riuscisse a raccogliere, potrebbe portare a compimento il suo piano per salvare l'Universo da un'estinzione che ritiene certa: dimezzarne la popolazione. Solo gli Avengers e i Guardiani della Galassia possono fermare il Matto Titano, e forse anche loro potrebbero non essere sufficienti.

Avengers: Infinity War aveva un compito improbo: portare a compimento dieci anni di storie intrecciate attraverso una miriade di film (e non solo), tirando le fila di un'immensa trama  orizzontale dipanatasi in modo sotterraneo all'interno delle varie trame verticali. Questa trama preveù deva l'arrivo di un nemico tanto temibile da rendere necessario l'intervento di tutti gli eroi (più o meno super) dell'Universo conosciuto. Per farla funzionare servivano quindi un nemico credibile sia dal punto di vista della minaccia che dal punto di vista della caratterizzazione, nonché un attento bilanciamento dello spazio dato ai vari personaggi.

Possiamo dire che Infinity War assolve perfettamente ad ambedue i compiti, regalandoci il miglior villain cinematografico della Marvel e riuscendo a dare il giusto spazio a tutti i personaggi. Thanos non è il solito cattivo da fumetto che vuole conquistare l'universo: al contrario, vuole salvarlo dalla distruzione, ma pensa che l'unico modo per farlo sia uccidere metà dei suoi abitanti. Thanos è spinto da motivazioni profonde, che ci vengono svelate a poco a poco attraverso dei flashback molto efficaci e, sopratutto, attraverso l'esplorazione dei suoi legami con altri personaggi, in particolare Gamora. Josh Brolin dona al suo Thanos in computer grafica una gravitas degna di un eroe tragico, rendendolo ancora più credibile e sfaccettato.

I fratelli Russo riescono anche nell'impresa di rendere giustizia a tutti i personaggi, evitando che alcuni finiscano per soffocare gli altri, e investendo il tempo necessario per costruire le loro relazioni, che finiscono per essere l'elemento più convincente del film. I rapporti pre-esistenti, come quello tra Tony Stark e Peter Parker, vengono ulteriormente approfonditi, mentre quelli di nuova formazione vengono sviluppati con il giusto bilanciamento tra humor e connessione emotiva, sfruttando i numerosi parallelismi che naturalmente esistono tra le biografie dei vari eroi. Quelli che più beneficiano di questo trattamento sono Thor, mai così carismatico, e Doctor Strange, molto più convincente qui che nel suo film solista, anche grazie a un Benedict Cumberbatch più a suo agio nella parte. A brillare su tutti, però, sono sempre Tony Stark e Peter Parker, che ci regalano anche una delle scene più emotivamente efficaci del film.

Il film scorre veloce, con alcuni cali di ritmo perdonabili perché finalizzati allo sviluppo dei personaggi . Le immagini sono spettacolari, con combattimenti finalmente fluidi, chiari e ben fruibili e ogni ambientazione dotata di una sua forte identità scenografica e cromatica, evitando quell'appiattimento visivo e coreografico che si era verificato in precedenti film corali. A voler trovare una pecca, alcune delle vicende narrate sono decisamente meno interessanti di altre, e avrebbero forse dovuto ottenere meno spazio, anziché essere misurate con il bilancino per garantire un minutaggio simile a tutti i grandi nomi presenti nel cast.

Tuttavia, questo è un difetto veniale per un film che, nonostante delle ambizioni tanto gargantuesche da sembrare destinato a rimanerne vittima, secondo l'adagio del "chi troppo vuole, nulla stringe", è invece perfettamente riuscito. Avengers: Infinity War intrattiene splendidamente per quasi tre ore, che volano veloci fino a un finale creativo e spiazzante (e giocoforza in sospeso, visto l'arrivo del secondo capitolo nel 2019) che rimarrà a lungo nelle menti degli spettatori.

**** 1/2

Pier

mercoledì 12 luglio 2017

Spider-Man: Homecoming

Il ritorno del figliol prodigo



Dopo essere stato morso da un ragno radioattivo, Peter Parker è diventato Spiderman. Coinvolto da Tony Stark nella battaglia contro i supereroi ribelli da Capitan America, Peter da allora vive in attesa di una nuova avventura di quel livello. Stark però non si fa vivo, e Peter si deve accontentare di essere un "amichevole Spiderman di quartiere", sventando rapine e scippi. Una sera, però, incontra un gruppo di rapinatori con armi molto avanzate. Stanco di attendere il suo grande momento, decide di indagare, mettendo a rischio la sua vita, i suoi amici e la fiducia di Tony Stark.

La Marvel deve aver veramente ammazzato il proverbiale vitello grasso per festeggiare il ritorno a casa (seppur in coproduzione) del suo supereroe popolare, e ha deciso che nulla dovesse andare storto, questa volta. Già in Capitan America: Civil War avevamo visto uno Spiderman finalmente affine a quello del fumetto, sia per fisicità che per carattere: dopo lo Spidey noioso e inadatto di Tobey Maguire e quello troppo patinato di Andrew Garfield, Tom Holland e gli sceneggiatori sembravano aver trovato le corde giuste per rappresentare Spiderman.

Quelle stesse corde vengono riprese in Homecoming con precisione quasi scientifica.
Si parte in medias res, senza storia delle origini, trauma legato alla morte di zio Ben, e tutto il classico campionario: Peter Parker è già Spiderman, ha già combattuto con gli Avengers (come ci viene ricordato con un'esilarante sequenza nei primi minuti del film), ed è soprattutto un adolescente, con tutto ciò che ne consegue: impulsività, capacità decisionali rivedibili, energia ed entusiasmo, e gli immancabili turbamenti ormonali,

Holland è perfetto nel ruolo di Spiderman, sia per tempi comici che per fisicità, ed è supportato da una sceneggiatura che sembra ritagliata su di lui, con una trama semplice ma non scontata e un ritmo che non cala praticamente mai, dosando sapientemente azione e commedia. Il suo personaggio è scritto alla perfezione, compreso il suo radicamento nel suo quartiere, il Queens (sottolineato anche da una colonna sonora costeggiata di pezzi di band e artisti originari di New York se non proprio del Queens, Ramones su tutti), caratteristica che lo rende profondamente diverso da supereroi "globali" come gli Avengers.
Al suo fianco, un Michael Keaton superbo dà vita a uno dei villains più interessanti visto in un cinecomic, un Walter White in armatura (come scritto correttamente da Quantum Tarantino) che avvia un'attività criminale per mantenere la famiglia dopo aver perso il lavoro, e poi non riesce più a rinunciare all'ebbrezza del potere. Intorno a loro, come un lontano deus ex machina, si muove Robert Downey Jr., la cui identificazione con Tony Stark/Iron Man è ormai talmente completa da rendere difficile distinguere dove inizi uno e finisca l'altro. Anche i personaggi di contorno sono azzeccati e, per una volta, caratterizzati in modo indipendente dal protagonista.

Certo, non mancano i difetti: la trama non è originalissima (anche se, per una volta, ha un colpo di scena davvero inaspettato) e i personaggi di contorno rispondono in parte ad alcuni stereotipi consolidati. Il costume di Spiderman è troppo tecnologico, e finisce per privare il personaggio di una delle sue principali caratteristiche, il senso di ragno, rendendolo a tratti troppo simile a Iron Man; non a caso alcune delle scene migliori del film arrivano quando Peter non indossa quel costume, ma la sua versione casalinga da lui elaborata.
Il film sembra scritto e diretto da un computer tanto è attento a non uscire mai dal seminato, a darci esattamente quello che vogliamo vedere. Il punto è che lo fa bene, senza sbavature, e di questi tempi non è affatto poco: il cinema di intrattenimento sembra facile, ma l'inondazione di cinecomics e blockbusters di bassa qualità degli ultimi tempi ci insegna che non è affatto così.

Spiderman Homecoming è un ottimo film di intrattenimento, che diverte e al tempo stesso riesce a dare spessore ai personaggi, restituendoci uno Spiderman finalmente coerente con quello del fumetto: sconsiderato, scanzonato, vitale.

*** 1/2

Pier

martedì 10 maggio 2016

Captain America: Civil War

Team narrative vs. Team aesthetics



Una missione degli Avengers in terra straniera genera morti tra i civili. Questo porta le Nazioni Unite a interrogarsi sull'opportunità di lasciare piena libertà d'azione ai supereroi, e impone loro di registrarsi e agire solo sotto la direttiva dell'ONU. Iron Man-Tony Stark accetta, ma Capitan America si oppone: gli altri supereroi si dividono tra le due fazioni Mentre la discussione è ancora in corso, un attentato sventra la sede dell'ONU, e il responsabile sembra essere Bucky, il Soldato d'Inverno amico di Capitan America: la caccia all'uomo acuirà ancora di più la spaccatura tra i due gruppi, portando con sè antichi rancori e terribili rivelazioni.

Dopo l'innegabile successo di critica e pubblico di Winter Soldier, Capitan America conferma di essere il supereroe con il miglior potenziale narrativo all'interno dell'Universo Marvel. Questo non significa che Capitan America sia il supereroe più interessante: anzi, sono proprio la sua minor caratterizzazione, la sua minore iconicità a rendere possibili maggiori libertà narrative, con storie più introspettive (per quanto consentito dal genere) e più guidate dai personaggi che dagli effetti speciali e dalle battute a effetto. I film di Capitan America sono sempre più cupi, e questo non fa eccezioni: la spaccatura fra i supereroi è profonda e si acuisce con il procedere degli eventi, esacerbandosi e imputridendo come una ferita malata e non curata (fingerò per carità di patria che gli ultimi 3 minuti made in Disney © siano esistiti solo nella mia immaginazione). I due fratelli Russo dirigono con piglio sicuro un film che rischiava di essere soffocato dalla presenza di ben 12 supereroi, ritagliando a ciascuno il suo spazio senza perdere di vista la trama, e realizzano un film narrativamente superiore all'originale a fumetti, in grado di creare quella tensione tra le due posizioni del tutto assente nella controparte cartacea (come ha ben spiegato Quantum Tarantino nella sua recensione sui 400calci, che trovate qui).

Quello che delude, e che rischia di diventare un serio problema per i prossimi film del Marvel Universe, è la pedissequa ripetitività delle sequenze d'azione. Fatta eccezione per quella conclusiva, perfetta nella sua fredda e dolente ferocia, tutte le immagini di questo film trasmettono una sensazione di già visto, e sembrano copincollate da quelle di film precedenti. L'appiattimento visivo dei film Marvel è ormai evidente (come ben spiegato da Gabriele Niola su MyMovies), e rende impossibile godere appieno di uno spettacolo cui sembra di aver assistito altre mille volte. Non a caso le scene migliori sono quelle che coinvolgono personaggi nuovi (Spiderman su tutti, meraviglioso: in 20 minuti la Marvel ha fatto un lavoro migliore della Sony in ennemila film) e quasi nuovi (Antman, vero mattatore del film), mentre deludono le parti in cui a scontrarsi sono personaggi apparsi più volte sullo schermo, sia a livello di estetica che di mosse utilizzate (Cap fa sempre rimbalzare lo scudo come un giocatore di biliardo; Vedova Nera fa SEMPRE le stesse mosse), dimostrando scarsa fantasia in termini di fotografia e coreografia. La totale mancanza di autorialità desta preoccupazioni, facendo intravedere una possibile china discendente e un progressivo appiattimento su uno "standard", cosa che il Marvel Universe, pur con alti e bassi, aveva finora evitato, caratterizzando i film di ogni personaggio in modo profondamente diverso anche dal punto di vista estetico.

La tensione tra originalità narrativa e riciclo visivo fa sì che Captain America: Civil War non possa essere considerato il miglior film del Marvel Universe come molti hanno dichiarato e scritto. Certo, è un film nettamente migliore del secondo capitolo degli Avengers, e getta basi molto interessanti per i capitoli successivi, confermando ancora una volta che non è la fama del protagonista a rendere interessante un film (vero DC?).

***

Pier

sabato 4 maggio 2013

Iron Man 3

Problem Child



Dopo gli eventi di New York narrati in "The Avengers", Tony Stark non è più lo stesso. Soffre di insonnia, ha frequenti attacchi di panico, e soprattutto non riesce più a separare la sua vita da quella di Iron Man, sviluppando un rapporto morboso con le sue armature. La minaccia del Mandarino, un terrorista che vuole rieducare l'Occidente e sovvertire le loro regole, lo costringe a fare i conti con se stesso, cercando di localizzare il nemico e di capire la tecnica con cui realizza i suoi improvvisi e devastanti attentati.

Il terzo capitolo di Iron Man ci presenta un Tony Stark incerto e nervoso, la cui spacconeria tradisce per la prima volta una forte insicurezza di fondo. Seguendo le orme dell'ultimo Batman di Nolan, Tony appare per quasi tutto il film senza armatura, e si districa nella rete del Mandarino grazie a gadget improvvisati, intuizioni da detective e l'aiuto di un bambino tanto molesto quanto brillante. Il bambino, tuttavia, rappresenta anche il maggior difetto del film, il "problem child" cantato dagli AC/DC (per la prima volta inopinatamente assenti dalla colonna sonora di Iron Man) che rende inefficace il tentativo di approfondimento del personaggio: il suo inserimento nella storia è posticcio, e sembra solo destinato a rendere il film più appetibile per le famiglie, come suggerito magistralmente da Leo Ortolani in questa recensione a fumetti. Le scene che lo vedono protagonista, per quanto a volte divertenti (esilarante lo scambio "siamo connessi" tra lui e Tony), risultano avulse dal resto della trama, che punta invece forte sull'introspezione di Tony Stark e delle sue nevrosi, e finiscono per depotenziare l'intenzione di rendere il personaggio più profondo e tridimensionale.

Se la regia non convince, la trama scorre invece rapida e sicura verso la conclusione, alternando colpi di scena e messaggi non banali grazie anche a dei villains azzeccati e alla solita superba interpretazione di Robert Downey Jr, la cui identificazione con Tony/Iron Man è ormai totale. Accanto a lui brillano una sempre efficace Gwyneth Paltrow, ma soprattutto un Ben Kingsley trasformista e istrionico, in grado di rappresentare al meglio le mille sfumature attribuite al personaggio del Mandarino, molto diverso da quello del fumetto.

Iron Man 3 prosegue l'epopea dell'eroe dall'armatura bionica, inserendosi efficacemente nel solco tracciato dai primi due film e, soprattutto, da The Avengers. Tuttavia, il tentativo di approfondire il personaggio, pur lodevole, viene vanificato dall'infantilità di alcuni momenti della trama, rendendo meno accettabile per gli appassionati l'accantonamento della dimensione baraccona e smargiassa che aveva caratterizzato i film precedenti. Il film rimane comunque godibile, e sembra preparare il terreno per un ulteriore sequel.

**1/2

Pier


martedì 1 maggio 2012

The Avengers

Le alte vette dell'intrattenimento



Loki, dio norreno dell'inganno e fratellastro di Thor, non è morto. Salvatosi per miracolo, si è alleato con delle misteriose entità aliene con un solo scopo: impadronirsi della Terra e vendicarsi. Di fronte all'entità del nuovo pericolo Nick Fury, direttore dello SHIELD, decide di affidarsi agli Avengers, un gruppo che riunisce alcuni dei più potenti supereroi della Terra, che non sembrano però disposti a collaborare pacificamente tra loro.

Dopo tanti film sui supereroi, sembra quasi impossibile che una trama del genere possa dare vita a un buon film. Troppi i clichè, troppe le sensazioni di "già visto", troppi i rischi di realizzare un baraccone di luci e suoni ma senza una storia in grado di far presa sullo spettatore. Joss Whedon, già ideatore di Buffy e di quel piccolo capolavoro che è il Dr. Horrible's Sing-Along Blog, riesce nell'impresa di realizzare un film che sorprende per freschezza e vitalità, puntando su quegli elementi che hanno storicamente fatto la fortuna dei fumetti Marvel: personaggi e humor.

In The Avengers si ride, e si ride pure tanto. Le scene comiche abbondano, e si incastrano alla perfezione tra e persino all'interno delle scene d'azione. La novità è che non è solo Iron Man a strappare risate: tutti i personaggi hanno i loro momenti comici, compresi i membri del cast di supporto, a cominciare dal fedele assistente di Nick Fury, vero e proprio mattatore della prima metà del film. Sono quindi i dialoghi, e non gli effetti speciali, il vero punto forte del film. La sceneggiatura è ottima, magari non eccezionale in termini di trama, ma certamente efficace e coinvolgente nelle situazioni e negli scambi tra i vari supereroi, con alcuni momenti che diventeranno certamente dei cult del genere.
I personaggi non sono monodimensionali, ma sfaccettati, ognuno con le sue paure, le sue fissazioni e le sue priorità. Rober Downey Jr. guida un cast di tutto rispetto, all'interno del quale brillano Jeremy Renner-Occhio di falco e Mark Ruffalo-Bruce Banner. Quest'ultimo in particolare offre la migliore rappresentazione di Hulk vista finora sullo schermo, un giusto mix tra l'ironia che pervade il film e la sofferenza interiore ritratta da Edward Norton nel film precedente.

The Avengers conquista per la sua freschezza e spontaneità e per la sua abilità nel combinare efficacemente comicità e scene d'azione, creando un mix tremendamente efficace che regala allo spettatore due ore e mezza di puro, sano, e spesso dimenticato, divertimento. Da vedere, per fan del fumetto e non.

****

Pier

martedì 3 gennaio 2012

Sherlock Holmes - Gioco di ombre

La tela del ragno



Europa, fine '800: continui attentati di matrice anarchica minano le già fragili relazioni tra gli stati, rendendo la possibilità di una guerra sempre più reale. La pace tra le potenze del continente è appesa a un filo, ed è quel filo che il prof. Moriarty cerca di tagliare. Matematico, campione di boxe, amico personale del primo ministro inglese, Moriarty tesse il suo piano come un ragno fa con la sua tela. Tutti i personaggi sono pedine sulla sua scacchiera, in una partita in cui c'è un solo avversario che lo possa fermare: Sherlock Holmes. Tra sparatorie, inseguimenti e misteri da risolvere Holmes, accompagnato come sempre dal fido Watson, cercherà di sventare il piano ordito da Moriarty, in un'avventura che lo catapulterà in ogni angolo d'Europa.

Devo confessarlo: appena uscito dalla sala, il nuovo film della saga di Holmes mi aveva lasciato un po' freddo. Certo, il divertimento e l'adrenalina non erano mancati, ma mi sembrava che Guy Ritchie avesse perso l'occasione di dare ulteriore spessore al personaggio che aveva così sapientemente saputo rilanciare con il film precedente. Storia avvincente ma superficiale, personaggi principali non molto diversi dal film precedente.
Ripensandoci, tuttavia, mi sono reso conto di aver appena visto un film difficile da trovare quanto una mosca bianca: un blockbuster di qualità. Il gusto per l'azione di Ritchie, unito al suo innegabile istinto per i dialoghi e per le scene al limite dell'assurdo, si sposano alla perfezione con un action movie che si distingue per la perfezione della fotografia e, soprattutto, del montaggio.

La scene al replay, per quanto già viste, sono comunque un capolavoro di tecnica e, se si esclude la caduta di stile "telepatica" in stile Dragonball del finale, sono tra i punti migliori del film. La sequenza nel bosco è forte, sporca ed esasperata, una delle vette più atte raggiunte dal cinema d'azione, con immagini di rara nitidezza ed espressività.
L'altro punto di forza del film è ovviamente la recitazione, con un Downey Jr. irresistibile nel suo ruolo di geniale cialtrone, e un Jude Law che nel ruolo di Watson offre un'altra prova convincente, forse una delle migliori della sua carriera.
Tutto questo contribuisce a far dimenticare una trama un po' sborracciata, in cui c'è poco del genio deduttivo del personaggio di Conan Doyle e della sua fine capacità di analisi. Guy Ritchie confeziona invece un racconto che ricorda più i romanzi di avventura di fine '800, ricco di duelli, fughe rocambolesche e divertimento.

Il giocattolo di Sherlock Holmes, dunque, funziona a dispetto dei difetti, e anzi forse anche grazie ad essi, e offre due ore di avventura, emozioni e divertimento di qualità allo spettatore, a patto che si dimentichi di pipa e mantellina e sia disposto a farsi trascinare dall'esilarante Holmes creato dal regista inglese.

***1/2

Pier

lunedì 24 gennaio 2011

Parto col folle

Un nuovo talento comico



Peter è un architetto in trasferta ad Atlanta. Sua moglie è incinta e, quando viene informato del fatto che il parto è imminente, prende il primo volo per tornare a Los Angeles da lei. Viene però cacciato dall'aereo a causa di una serie di disguidi causati da un passeggero irritante e pasticcione, Ethan, un attore in cerca di fortuna a Hollywood. Senza un mezzo di trasporto e con il parto sempre più vicino, Peter si ritrova costretto ad accettare un passaggio in macchina proprio da Ethan e si accinge a viaggiare in compagnia sua e del suo insopportabile cane alla volta di Los Angeles.

Il regista di Una notte da leoni si cimenta questa volta con il più classico dei road movie, una gita ricca di imprevisti da Atlanta a Los Angeles in cui i protagonisti, inizialmente distanti, finiranno per imparare a conoscersi. Galifianakis e Downey Jr, novelli Lemmon e Matthau, compongono la strana coppia in viaggio per l'America: esuberante e pasticcione il primo, silenzioso, preciso e metodico il secondo, vivranno un rapporto travagliato, fatto di liti e discussioni continue. Proprio la relazione tra i due protagonisti è l'elemento centrale del film, che corre veloce lungo la strada tra sospetti tradimenti, bellicosi reduci di guerra e guardie di confini ostili. Il ritmo è incalzante, lo humor è a volte grossolano ma quasi sempre esilarante.

Downey Jr è perfetto nel ruolo della spalla, un uomo tranquillo travolto dal ciclone rappresentato da Ethan. Le sue espressioni allucinate di fronte alle continue eccentricità del compagno di viaggio sono lo specchio del suo crescente nervosismo, che esploderà in tutta la sua forza in alcuni dei momenti migliori del film. La vera stella è però Galifianakis, vero e proprio talento comico destinato a far parlare di sè nei prossimi anni. La sua innata capacità di far ridere e la sua fisicità sono infatti corredate da una sottile malinconia che emerge in alcuni dei momenti chiave, conferendo al suo personaggio una profondità che difficilmente viene raggiunta in questo genere di film.

Parto col folle(ennesima traduzione esecrabile di un titolo americano molto più significativo, Due date) è forse meno divertente di Una notte da leoni, ma ha uno spessore narrativo superiore, grazie a sottotrame più approfondite e a una sceneggiatura molto valida, e mantiene comunque la capacità di far ridere e sorridere.

***1/2


Pier

domenica 2 maggio 2010

Iron Man 2

Tony Stark perde smalto



Tony Stark è Iron Man. Così si chiudeva il primo capitolo e ora, sei mesi dopo che la notizia è diventata pubblica, il governo e le compagnie concorrenti cercano senza successo di appropriarsi dell'armatura.
Anche altri problemi affliggono il miliardario: il palladio, il minerale che fa funzionare l'armatura, gli sta lentamente avvelenandoi il sangue e Stark non riesce a trovare una soluzione.
Come se non bastasse Ivan Vanko, inventore e figlio di un vecchio collaboratore cacciato dal padre di Tony, decide di vendicare il nome del padre utilizzando le stesse armi di Iron Man.

Il secondo capitolo della saga ha tutti gli ingredienti del primo film: supereroismo, corse in macchina, la spregiudicatezza e l'ironia tagliente di Downey Jr., musica rock da antologia (qui dominano gli AC/DC).
Il problema è che, come spesso accade con i sequel, gli sceneggiatori hanno provato ad aggiungere troppi ingredienti: ecco allora Whiplash/Vanko, cattivo ottimamente interpretato da Rourke, la Vedova Nera (una sexy ma inutile Scarlett Johansson), il concorrente senza scrupoli e Nick Fury; ma anche il tema del rapporto padre/figlio, le rivalità in amore, i problemi di salute di Tony, l'amico traditore.
Insomma, chi più ne ha, più ne metta: il risultato è solo quello di creare confusione, diluendo quegli elementi che avevano sancito il successo del primo film. In particolare traspare poco l'ironia di Downey Jr., ridotto a una macchietta e che sembra più stupido che gigione.

La storia è comunque divertente, ma ha lunghi momenti di pausa assolutamente imperdonabili per un film del genere, dove ritmo, battute e incalzare degli eventi sono fondamentali.
Per contro rimane il difetto del primo film, ovvero l'assenza di scene di combattimento veramente appassionanti.
Ci sono anche elementi apprezzabili, come alcune ottime scene di Downey Jr. e le ottime interpretazioni di Rourke e Sam Rockwell, ma in generale si ha una sensazione di già visto rispetto al primo film che rende il tutto meno divertente di quanto avrebbe potuto essere.

** 1/2

Pier

venerdì 1 gennaio 2010

Sherlock Holmes

Fin troppo elementare, Watson

Sherlock Holmes, insieme al fido Watson, si trova ad affrontare Lord Blackwood, spietato serial killer apparentemente dotato di poteri soprannaturali. La coppia di amici dovrà anche confrontarsi con problemi personali: Watson sta per sposarsi e per lasciare l'appartamento in Baker Street, mentre Holmes deve fare i conti con una vecchia fiamma ricomparsa all'improvviso.

Il film è stato presentato come una rivisitazione in salsa hard-boiled del detective ideato da Sir Arthur Conan Doyle: in realtà Guy Ritchie si limita a riprendere ed esaltare i lati oscuri di Holmes già presenti nei romanzi. L'abilità nella boxe diventa quindi un pretesto per infilare Sherlock in incontri clandestini di lotta e la trascuratezza e l'apatia sono portate all'estremo.
La dipendenza di Holmes dalla morfina, invece, viene addirittura ammorbidita, facendo del detective un "semplice" alcolista.

Chi si aspettava quindi uno Sherlock in salsa Lock and Stock o Snatch rimarrà quindi probabilmente deluso, fatto salvo per alcune scene come i sopracitati combattimenti.
Guy Ritchie ha comunque il merito di dare ritmo e vivacità a un personaggio che sullo schermo aveva sempre fallito per la sua eccessiva staticità e verbosità: il secondo tempo in particolare è molto godibile e il ritmo degli eventi incalza piacevolmente lo spettatore.

Downey Jr. è simpatico e sbruffone, e risulta efficace nel ruolo, anche se a tratti ricorda troppo il suo Tony Stark in Iron Man. Buona l'interpretazione anche di Jude Law, sebbene i nostalgici del romanzo non riescano a rivedere nelle sue fattezze il pacioso e gentile Watson.

Il film si perde un po' sulla sceneggiatura, che soprattutto nella prima parte indugia troppo sui dialoghi sarcastici tra i due protagonisti, facendoli somigliare più a una coppia di anziani coniugi inglesi che a due colleghi e amici. Anche la fotografia di Londra non è particolarmente accurata, e alcuni personaggi non sono adeguatamente approfonditi.

Sherlock Holmes resta comunque un film piacevole, divertente per lunghi tratti, anche se manca quel tocco di geniale follia che generalmente distingue i film di Ritchie.

**1/2

Pier