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domenica 2 agosto 2026

Spider-Man: Brand New Day

 Non più Spider-Kid


Tutto il mondo ha dimenticato che Peter Parker è Spider-Man, ma non solo: tutto il mondo ha dimenticato l'esistenza di Peter Parker, che si decica quindi a tempo pieno alla sua attività da amichevole Spider-Man di quartiere. Dopo aver sconfitto vari supercriminali, Spider-Man si trova di fronte a una nuova minaccia: qualcuno cerca qualcosa presso la base della Damage Control, una nuova agenzia governativa che controlla l'uso dei superpoteri, e quel qualcuno sembra poter possedere le menti altrui. Nel frattempo, i suoi poteri prendono una strana piega, e il passato torna a bussare alla sua porta.

Nella recensione di Spider-Man: No way home scrivevo che quel capitolo aveva svelato una piccola bugia riguardo al primo film della Home trilogy. Homecoming ci era stato presentato come un film in medias res, senza la classica origin story di un personaggio già ipercelebre, e che oltretutto era già stato portato al cinema in due diverse incarnazioni. Il finale di No way home svelava il trucco: la Home trilogy era, di fatto, una origin story espansa su tre film, in cui vedevamo Peter passare da "giovane spensierato" a "giovane con grandi poteri e grandi responsabilità". Un'operazione a suo modo geniale, che sovvertiva le aspettative senza però rinunciare a raccontare i punti chiave dello sviluppo dell'arrampicamuri. 

Brand new day conferma e rilancia questa lettura, presentandoci uno Spider-Man alle prese con la crescita, con lo smettere di essere Spider-Kid, come lo aveva soprannominato Tony Stark, e diventare, appunto, un uomo. Il film ci racconta un Peter Parker che si è ritirato in se stesso: sta cercando un nuovo focus, un nuovo centro di gravità per la sua vita, e lo trova nella sua città. Brand new day ci mostra, finalmente, Spider-Man nel suo elemento, regalandoci un'avventura urbana in cui non c'è in palio il destino dell'universo, ma solo quello di una città e, soprattutto, di alcune persone che la abitano. Small potatoes, come direbbe Yelena/Black Widow, ma con un investimento emotivo molto più alto delle avventure cosmiche. Destin Daniel Cretton, già regista di Shang-Chi, ci regala una New York viva e pulsante, che diviene co-protagonista quasi come Chicago in The Bear (di cui Cretton sembra aver mutuato alcune suggestioni, evidenti soprattutto nei titoli di coda, oltre a un'attrice).

In generale, Brand new day è un film profondamente fumettistico, nel bene e nel male. A livello visivo, parliamo di uno dei film Marvel più creativi e interessanti, soprattutto negli ultimi tempi. La fotografia è, finalmente, diversa, ancorata alla natura "cittadina" della storia, realistica e quasi intimista in molti punti, ma pronta ad abbracciare l'azione quando serve. Spider-Man si muove con coreografie spettacolari che non solo riprendono alcune delle sue pose più famose nei fumetti, ma conferiscono al film un dinamismo sconosciuto ai suoi predecessori. Per trovare qualcosa di simile bisogna tornare al primo film di Raimi, ma qui i movimenti sono (anche grazie al progresso tecnologico) più fluidi, dinamici, qualcosa di mai visto prima. Le scene di combattimento non raggiungono i livelli di quelle migliori di Shang-Chi, ma sono comunque molto interessanti e girate con una chiarezza che solitamente manca ai film Marvel, con Cretton che decide scientemente di limitare la computer grafica al minimo, quando possibile. Il costume è oggettivamente il migliore visto su schermo: colorato, dinamico, fumettoso quanto basta.


A livello narrativo, l'impronta fumettistica del film ha risultati che qualcuno potrebbe trovare più altalenanti. Da un lato, il film intrattiene ed è tra i più divertenti (senza diventare clownesco) dell'MCU. Il focus emotivo su Peter, e in particolare sulla sua elaborazione del trauma e sul suo rapporto con MJ, funziona perfettamente. Il film ci racconta un ragazzo rimasto solo, dopo aver perso sia il suo mentore che sua zia, e che si ritrova ad affrontare senza aiuto cambiamenti (fisici ed emotivi) che non capisce, rielaborando in modo creativo ed efficace una delle storyline più controverse dei fumetti. Cretton si permette un gioco di analessi e prolessi raro da vedere in un film Marvel, con un salto in avanti di tre anni raccontato in pochi minuti di montaggio, da cui capiamo che Peter si è perso la vita che aveva sempre sognato, tra college e affetti, sacrificandoli in nome delle sue responsabilità.

Accanto a una storia individuale di maturazione - o, forse, al suo centro - troviamo però anche un grande amore che non esiste più, perché MJ non ne ha più ricordo. Un dialogo tra MJ e Peter a metà film, in particolare, ha un'intimità che avvolge e commuove, raccontandoci un sentimento evocato e compreso, ma che non può diventare reale. Gran parte del merito va ovviamente a Holland (sempre più la perfetta incarnazione di Spider-Man) e Zendaya che conferiscono una credibile fragilità a ogni battuta e ogni reazione, trasportando la loro complicità nella vita (si sono appena sposati) nel film e riuscendo a raccontare credibilmente la sofferenza che c'è nel realizzare la fine di un sogno.

La natura fumettistica del film mostra un po' la corda nelle tantissime sottotrame, che potrebbero distogliere l'attenzione dagli eventi principali. Chiariamoci, il rapporto umano tra Peter e gli altri personaggi è uno dei punti di forza del film. Il Punitore - necessariamente edulcorato rispetto a quello visto nelle serie tv, ma meno di quanto ci si potesse aspettare - è chiaramente il fantasma dei natali futuri di Peter, quello che potrebbe diventare se continua a isolarsi dal mondo. Il personaggio misterioso interpretato da Sadie Sink, invece, si connette a Peter grazie a un trauma condiviso: ambedue stanno andando alla deriva, e ambedue realizzano che, forse, per evitarlo devono accettare il proprio passato e ricominciare a guardare avanti. Sink, nonostante i pochi minuti sullo schermo, offre un'interpretazione splendida in una parte difficilissima per vari motivi - interpretazione che può stupire solo chi non l'ha vista crescere fino a mangiarsi il resto del cast in Stranger Things (e, volendo, anche in The Whale e in un film strano, imperfetto, ma molto interessante come O'Dessa).

Tuttavia, la presenza di Hulk sembra davvero poco necessaria, per quanto sia molto divertente vederlo finalmente unleashed come non lo si vedeva dai tempi del primo Avengers. In generale, si ha la sensazione che sia la sua presenza, sia altri punti di trama siano più "obblighi" legati all'Universo Marvel che solidi punti di trama. Anche qui, nulla di nuovo per chi legge i fumetti, dove le comparsate per poche vignette di altri personaggi "famosi" sono la normalità, ed è probabile che i lettori non ne siano per nulla disturbati. Tuttavia, per un pubblico generalista questa scelta potrebbe detrarre dall'efficacia emotiva del film, spostando altrove il focus e diluendo la narrativa a favore di sequenze divertenti ma non troppo funzionali.

Brand new day è forse il film di Spider-Man più fedele alla sua incarnazione fumettistica, dove la spavalderia giovanile, le battute e il divertimento si accompagnano al peso delle responsabilità e all'isolamento che queste portano. Il rapporto con la città di New York è finalmente centrale, sia visivamente che narrativamente, e a fine film ci troviamo davanti un Peter Parker maturo e caratterialmente ricco, frutto di una crescita elaborata con pazienza (spesso mancante nell'MCU) e che porta a frutto i semi piantati quasi dieci anni fa.

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Pier

mercoledì 15 dicembre 2021

Spider-Man: No Way Home

Nuove occasioni


Dopo che Mysterio ha svelato a tutto il mondo la sua identità segreta, Peter Parker/Spider-Man vive una vita impossibile, tra media che lo seguono di continuo, indagini federali, e le continue attenzione del pubblico, diviso tra chi lo ammira e chi lo considera un assassino. Quando si rende conto dell'impatto che la situazione sta avendo su MJ, Ned e zia May, Peter pensa di rivolgersi al Dottor Strange, sperando possa risolvere la questione con la sua magia.

Spider-Man: No Way Home è un film che, finalmente, sorprende, uscendo dal seminato dei film Marvel per provare qualcosa di diverso e ambizioso.  Certo, la mutazione non è totale, e rimangono comunque elementi "già visti" o comunque prevedibili per chi conosce il MCU: ma è impossibile non notare la maggiore maturità narrativa di questo nuovo capitolo della saga di Spider-Man.

Fin dall'ultima inquadratura di Far From Home era chiaro che per Peter Parker i giorni della spensieratezza, già messi a dura prova dalla morte del suo mentore Tony Stark, erano definitivamente finiti. Tutti conoscevano la sua identità, ora, e la sua vita privata non sarebbe più stata tale. L'impatto sulle vite dei suoi amici era prevedibile per lo spettatore, mentre il personaggio, nella sua giovanile ingenuità, lo aveva forse sottostimato.

No Way Home compie un altro, enorme passo nel percorso del giovane Peter Parker verso quelle che sono le sue caratteristiche distintive nel fumetto: una grande ironia e parlantina sciolta, certo, ma anche un senso del dovere iper sviluppato, il desiderio di salvare sempre tutto e tutti, un'abnegazione totale verso gli altri che, spesso, sfocia in autonegazione, nell'impossibilità autoimposta di bilanciare le sue vite parallele. Peter Parker, insomma, diventa davvero Spider-Man, ed è impossibile non guardarsi indietro e riconoscere (con un pizzico di ammirazione) la pazienza certosina avuta dalla Marvel nello sviluppare il proprio protagonista: la Home trilogy è, di fatto, una origin story espansa, un'esplorazione della crescita psicologica ed emotiva di un personaggio che da sempre spicca per complessità di motivazioni e dilemmi. Feige e Watts hanno tessuto una tela complessa, rivelandone a poco a poco i dettagli per poi tirarne le fila in questo film ricco di emozioni e colpi di scena. 


Watts riesce a mantenere in equilibrio il nuovo tono, più maturo e riflessivo, con quello scanzonato dei primi due, e lo fa amalgamando con sapienza i vari ingredienti: una sceneggiatura che prosegue "a strappi", accelerando quando deve ma prendendosi i suoi tempi quando serve, accompagnata da una fotografia ipercinetica ma anche capace di soffermarsi su volti, ferite, emozioni; dei personaggi sfaccettati, complessi, onnipotenti ma fragili al tempo stesso; e delle interpretazioni convincenti e stratificate, con Tom Holland che si dimostra all'altezza delle grandi responsabilità che derivano dal suo ruolo, interpretando con efficacia anche quegli aspetti del suo personaggio che finora non erano ancora emersi. Accanto a lui spiccano un'ottima Zendaya, più convincente che in Far From Home, e il Dottor Strange di Benedict Cumberbatch, mentore riottoso, perennemente in sospeso tra arroganza e insicurezza.

L'unica nota stonata sono dei momenti quasi meta-cinematografici, delle parentesi narrative, spesso consistenti in lunghi dialoghi tra i protagonisti, che sembrano più riflessioni/risposte ai fan che elementi effettivamente utili ad avanzare la trama. Per fortuna sono limitati, e la portata emotiva della trama li fa dimenticare in fretta: tuttavia, rallentano e diluiscono un film che sarebbe stato ancora più incisivo con una durata inferiore; la loro presenza stupisce ancora di più vista la grazia e la delicatezza narrativa con cui vengono invece inseriti altri elementi destinati a compiacere i fan.

Spider-Man: No Way Home punta tutto sull'approfondimento dei personaggi e sulla ricchezza emotiva anziché su facili gag, computer grafica e una struttura narrativa di comprovata efficacia ma, alla lunga, ripetitiva. La scelta è vincente, e dà vita a una storia che intrattiene ed emoziona, parlando alla pancia, ma anche al cervello e al cuore, mettendoci di fronte a scelte difficili e svelando quanto, dietro costumi colorati e ipertecnologici, sia difficile e lacerante il percorso di un (super)eroe.

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Pier

sabato 11 aprile 2020

Nuovo Cinema Paravirus - Puntata 29

Nuova puntata di Nuovo Cinema Paravirus, la rubrica che vi suggerisce film da vedere in quarantena.



Il genere di oggi è il "coming of age".

I film segnalati sono:

1) I 400 colpi (disponibile su Chili). Un classico indimenticabile, che consacrò Truffaut come voce nuova del cinema europeo e che ancora oggi rimane modello spesso citato ma mai superato, con una regia e un'inquadratura finale che hanno fatto la storia.

2) Moonrise Kingdom (disponibile a noleggio su vari servizi). Wes Anderson (qui il nostro speciale su di lui) racconta con la solita perfezione visiva e con un affetto che traspare da ogni inquadratura l'avventura di due giovani Don Chisciotte che cercano di fuggire da un mondo che li esclude e li spaventa. Un film che arriva dritto al cuore. Qui la recensione completa.

3) Spider-Man: Un nuovo universo (disponibile su Netflix). Un film visivamente abbacinante, che porta l'animazione in territori mai esplorati, dimostrando una creatività che da tempo non si vedeva nel genere. La trama non è da meno, sfrutta un tropos della fantascienza (gli universi paralleli) per raccontare una storia di formazione solo all'apparenza classica ma in realtà dotata di una dimensione corale, in cui personaggi diversissimi devono fare i conti con la perdita dei propri punti di riferimento e con l'accettazione di una nuova identità. Qui la recensione completa.

A domani per la trentesima puntata!

Pier


giovedì 11 luglio 2019

Spider-Man: Far From Home

L'arrivo delle grandi responsabilità


Peter Parker torna alla sua vita da adolescente, ma tutto è cambiato: Tony Stark è morto, lasciando il mondo e Peter con un vuoto emotivo difficilmente colmabile. A distrarlo dai suoi tormenti arriva una gita scolastica in Europa e, soprattutto, i suoi mutati sentimenti verso MJ. Deciso a dichiararsi durate la vacanza, Peter si troverà invece a dover gestire una nuova minaccia, delle misteriose creature chiamate Elementali, provenienti da un'altra dimensione. Ad aiutarlo, oltre al solito Nick Fury, un misterioso viaggiatore interdimensionale: Quentin Beck, detto Mysterio.

Dopo il fortunato esordio in Spiderman: Homecoming e i drammatici eventi di Endgame, Tom Holland torna a vestire i panni dell'Uomo Ragno in un sequel che comincia a mettere a dura prova il confine tra la sua vita privata e le attività da supereroe. La morte di Tony Stark, mentore e figura paterna per il ragazzo, costringe infatti Peter Parker a iniziare a prendersi quelle responsabilità che fino a quel momento aveva evitato, gettandosi nell'avventura più per amore del rischio e dell'adrenalina che perché guidato da una vera e propria missione.

Quando Nick Fury lo mette di fronte alle "grandi responsabilità" che derivano dai suoi poteri, la prima reazione di Peter è di negazione: non vuole che la missione gli rovini la vacanza e i suoi piani con MJ, ma soprattutto non vuole accettare il ruolo che Fury e lo stesso Stark sembrano volergli assegnare. Il film è dunque pervaso toni da commedia adolescenziale, con Peter, MJ e compagni che attraversano tutte le fasi delle schermaglie amorose liceali. Nonostante sia ovviamente meno spettacolare rispetto ad altri punti del film, questo elemento del film funziona grazie a una buona scrittura e all'ottima chimica tra Tom Holland e Zendaya, che danno vita a molte divertenti sequenze da commedia degli equivoci.

Gli amori adolescenziali, tuttavia, devono cedere il passo alla realtà e alla nuova minaccia contro la Terra: il resto del film si focalizza quindi sul percorso di crescita di Peter e sulla sua accettazione del suo posto nel mondo. Il Ragazzo Ragno inizialmente crede di trovare un nuovo modello di riferimento nel misterioso Quentin Beck, giunto da un universo parallelo per combattere gli Elementali che hanno già distrutto la sua Terra.
La situazione si rivela in realtà più complessa, come chiunque conosca i fumetti può facilmente immaginare, ed è qui che il film prende il volo: il rapporto tra Quentin e Peter e la figura di Quentin in generale sono tra le cose più originali viste nell'universo cinematografico Marvel (anche se, ironicamente, riprendono una delle poche intuizioni azzeccate di Iron Man 3) e aprono molteplici possibilità per il futuro, subito concretizzate in una scena post titoli di coda semplicemente mozzafiato.

Per il resto, il film ha lo spirito di un'avventura di Jules Verne, tra città esotiche (per il pubblico statunitense), situazioni al limite dell'incredibile, scene d'azione coreografate alla perfezione, e una riuscita scanzonatura di fondo che permette al film di risultare sempre fresco e vivace, nonostante un inizio un po' rallentato da tutti i topoi del genere "gita scolastica liceale".

Se Tom Holland è ancora una volta semplicemente perfetto nei panni di Peter Parker, Jake Gyllenhaal brilla in quello di Mysterio, rendendo alla perfezione le mille sfaccettature del personaggio, aiutato anche da un eccellente scrittura. Accanto a loro un esercito di caratteristi d'eccezione, tra cui si distinguono Jon Favreau nei panni di Happy Hogan, sorta di contraltare adulto e senza poteri ai tormenti amorosi del giovane Peter, e Marisa Tomei, sempre più convincente nella versione ringiovanita di Zia May.

Spiderman: Far From Home costituisce un originale e importante capitolo nell'evoluzione dell'Uomo Ragno sullo schermo. Dal film emerge un Peter Parker più sfaccettato, maturo e interessante, a metà tra lo scavezzacollo visto fin qui nei film e il ragazzo fin troppo tormentato dal senso del dovere che conosciamo dal fumetto: un personaggio, insomma, decisamente intrigante, destinato a giocare un ruolo ancora più centrale e "drammatico" nei prossimi film dell'universo Marvel.

*** 1/2

Pier

mercoledì 12 luglio 2017

Spider-Man: Homecoming

Il ritorno del figliol prodigo



Dopo essere stato morso da un ragno radioattivo, Peter Parker è diventato Spiderman. Coinvolto da Tony Stark nella battaglia contro i supereroi ribelli da Capitan America, Peter da allora vive in attesa di una nuova avventura di quel livello. Stark però non si fa vivo, e Peter si deve accontentare di essere un "amichevole Spiderman di quartiere", sventando rapine e scippi. Una sera, però, incontra un gruppo di rapinatori con armi molto avanzate. Stanco di attendere il suo grande momento, decide di indagare, mettendo a rischio la sua vita, i suoi amici e la fiducia di Tony Stark.

La Marvel deve aver veramente ammazzato il proverbiale vitello grasso per festeggiare il ritorno a casa (seppur in coproduzione) del suo supereroe popolare, e ha deciso che nulla dovesse andare storto, questa volta. Già in Capitan America: Civil War avevamo visto uno Spiderman finalmente affine a quello del fumetto, sia per fisicità che per carattere: dopo lo Spidey noioso e inadatto di Tobey Maguire e quello troppo patinato di Andrew Garfield, Tom Holland e gli sceneggiatori sembravano aver trovato le corde giuste per rappresentare Spiderman.

Quelle stesse corde vengono riprese in Homecoming con precisione quasi scientifica.
Si parte in medias res, senza storia delle origini, trauma legato alla morte di zio Ben, e tutto il classico campionario: Peter Parker è già Spiderman, ha già combattuto con gli Avengers (come ci viene ricordato con un'esilarante sequenza nei primi minuti del film), ed è soprattutto un adolescente, con tutto ciò che ne consegue: impulsività, capacità decisionali rivedibili, energia ed entusiasmo, e gli immancabili turbamenti ormonali,

Holland è perfetto nel ruolo di Spiderman, sia per tempi comici che per fisicità, ed è supportato da una sceneggiatura che sembra ritagliata su di lui, con una trama semplice ma non scontata e un ritmo che non cala praticamente mai, dosando sapientemente azione e commedia. Il suo personaggio è scritto alla perfezione, compreso il suo radicamento nel suo quartiere, il Queens (sottolineato anche da una colonna sonora costeggiata di pezzi di band e artisti originari di New York se non proprio del Queens, Ramones su tutti), caratteristica che lo rende profondamente diverso da supereroi "globali" come gli Avengers.
Al suo fianco, un Michael Keaton superbo dà vita a uno dei villains più interessanti visto in un cinecomic, un Walter White in armatura (come scritto correttamente da Quantum Tarantino) che avvia un'attività criminale per mantenere la famiglia dopo aver perso il lavoro, e poi non riesce più a rinunciare all'ebbrezza del potere. Intorno a loro, come un lontano deus ex machina, si muove Robert Downey Jr., la cui identificazione con Tony Stark/Iron Man è ormai talmente completa da rendere difficile distinguere dove inizi uno e finisca l'altro. Anche i personaggi di contorno sono azzeccati e, per una volta, caratterizzati in modo indipendente dal protagonista.

Certo, non mancano i difetti: la trama non è originalissima (anche se, per una volta, ha un colpo di scena davvero inaspettato) e i personaggi di contorno rispondono in parte ad alcuni stereotipi consolidati. Il costume di Spiderman è troppo tecnologico, e finisce per privare il personaggio di una delle sue principali caratteristiche, il senso di ragno, rendendolo a tratti troppo simile a Iron Man; non a caso alcune delle scene migliori del film arrivano quando Peter non indossa quel costume, ma la sua versione casalinga da lui elaborata.
Il film sembra scritto e diretto da un computer tanto è attento a non uscire mai dal seminato, a darci esattamente quello che vogliamo vedere. Il punto è che lo fa bene, senza sbavature, e di questi tempi non è affatto poco: il cinema di intrattenimento sembra facile, ma l'inondazione di cinecomics e blockbusters di bassa qualità degli ultimi tempi ci insegna che non è affatto così.

Spiderman Homecoming è un ottimo film di intrattenimento, che diverte e al tempo stesso riesce a dare spessore ai personaggi, restituendoci uno Spiderman finalmente coerente con quello del fumetto: sconsiderato, scanzonato, vitale.

*** 1/2

Pier

martedì 10 maggio 2016

Captain America: Civil War

Team narrative vs. Team aesthetics



Una missione degli Avengers in terra straniera genera morti tra i civili. Questo porta le Nazioni Unite a interrogarsi sull'opportunità di lasciare piena libertà d'azione ai supereroi, e impone loro di registrarsi e agire solo sotto la direttiva dell'ONU. Iron Man-Tony Stark accetta, ma Capitan America si oppone: gli altri supereroi si dividono tra le due fazioni Mentre la discussione è ancora in corso, un attentato sventra la sede dell'ONU, e il responsabile sembra essere Bucky, il Soldato d'Inverno amico di Capitan America: la caccia all'uomo acuirà ancora di più la spaccatura tra i due gruppi, portando con sè antichi rancori e terribili rivelazioni.

Dopo l'innegabile successo di critica e pubblico di Winter Soldier, Capitan America conferma di essere il supereroe con il miglior potenziale narrativo all'interno dell'Universo Marvel. Questo non significa che Capitan America sia il supereroe più interessante: anzi, sono proprio la sua minor caratterizzazione, la sua minore iconicità a rendere possibili maggiori libertà narrative, con storie più introspettive (per quanto consentito dal genere) e più guidate dai personaggi che dagli effetti speciali e dalle battute a effetto. I film di Capitan America sono sempre più cupi, e questo non fa eccezioni: la spaccatura fra i supereroi è profonda e si acuisce con il procedere degli eventi, esacerbandosi e imputridendo come una ferita malata e non curata (fingerò per carità di patria che gli ultimi 3 minuti made in Disney © siano esistiti solo nella mia immaginazione). I due fratelli Russo dirigono con piglio sicuro un film che rischiava di essere soffocato dalla presenza di ben 12 supereroi, ritagliando a ciascuno il suo spazio senza perdere di vista la trama, e realizzano un film narrativamente superiore all'originale a fumetti, in grado di creare quella tensione tra le due posizioni del tutto assente nella controparte cartacea (come ha ben spiegato Quantum Tarantino nella sua recensione sui 400calci, che trovate qui).

Quello che delude, e che rischia di diventare un serio problema per i prossimi film del Marvel Universe, è la pedissequa ripetitività delle sequenze d'azione. Fatta eccezione per quella conclusiva, perfetta nella sua fredda e dolente ferocia, tutte le immagini di questo film trasmettono una sensazione di già visto, e sembrano copincollate da quelle di film precedenti. L'appiattimento visivo dei film Marvel è ormai evidente (come ben spiegato da Gabriele Niola su MyMovies), e rende impossibile godere appieno di uno spettacolo cui sembra di aver assistito altre mille volte. Non a caso le scene migliori sono quelle che coinvolgono personaggi nuovi (Spiderman su tutti, meraviglioso: in 20 minuti la Marvel ha fatto un lavoro migliore della Sony in ennemila film) e quasi nuovi (Antman, vero mattatore del film), mentre deludono le parti in cui a scontrarsi sono personaggi apparsi più volte sullo schermo, sia a livello di estetica che di mosse utilizzate (Cap fa sempre rimbalzare lo scudo come un giocatore di biliardo; Vedova Nera fa SEMPRE le stesse mosse), dimostrando scarsa fantasia in termini di fotografia e coreografia. La totale mancanza di autorialità desta preoccupazioni, facendo intravedere una possibile china discendente e un progressivo appiattimento su uno "standard", cosa che il Marvel Universe, pur con alti e bassi, aveva finora evitato, caratterizzando i film di ogni personaggio in modo profondamente diverso anche dal punto di vista estetico.

La tensione tra originalità narrativa e riciclo visivo fa sì che Captain America: Civil War non possa essere considerato il miglior film del Marvel Universe come molti hanno dichiarato e scritto. Certo, è un film nettamente migliore del secondo capitolo degli Avengers, e getta basi molto interessanti per i capitoli successivi, confermando ancora una volta che non è la fama del protagonista a rendere interessante un film (vero DC?).

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Pier

giovedì 14 aprile 2011

Spiderman 3 - Lo sconsiglio: puntata #13


Spiderman 3

Uno dei cattivi più belli del fumetto compare e scompare nel giro di 30 minuti, quelli finali. Il resto è sabbia, tanta sabbia.

Livello di sconsiglio:

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Pier