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domenica 2 agosto 2026

Spider-Man: Brand New Day

 Non più Spider-Kid


Tutto il mondo ha dimenticato che Peter Parker è Spider-Man, ma non solo: tutto il mondo ha dimenticato l'esistenza di Peter Parker, che si decica quindi a tempo pieno alla sua attività da amichevole Spider-Man di quartiere. Dopo aver sconfitto vari supercriminali, Spider-Man si trova di fronte a una nuova minaccia: qualcuno cerca qualcosa presso la base della Damage Control, una nuova agenzia governativa che controlla l'uso dei superpoteri, e quel qualcuno sembra poter possedere le menti altrui. Nel frattempo, i suoi poteri prendono una strana piega, e il passato torna a bussare alla sua porta.

Nella recensione di Spider-Man: No way home scrivevo che quel capitolo aveva svelato una piccola bugia riguardo al primo film della Home trilogy. Homecoming ci era stato presentato come un film in medias res, senza la classica origin story di un personaggio già ipercelebre, e che oltretutto era già stato portato al cinema in due diverse incarnazioni. Il finale di No way home svelava il trucco: la Home trilogy era, di fatto, una origin story espansa su tre film, in cui vedevamo Peter passare da "giovane spensierato" a "giovane con grandi poteri e grandi responsabilità". Un'operazione a suo modo geniale, che sovvertiva le aspettative senza però rinunciare a raccontare i punti chiave dello sviluppo dell'arrampicamuri. 

Brand new day conferma e rilancia questa lettura, presentandoci uno Spider-Man alle prese con la crescita, con lo smettere di essere Spider-Kid, come lo aveva soprannominato Tony Stark, e diventare, appunto, un uomo. Il film ci racconta un Peter Parker che si è ritirato in se stesso: sta cercando un nuovo focus, un nuovo centro di gravità per la sua vita, e lo trova nella sua città. Brand new day ci mostra, finalmente, Spider-Man nel suo elemento, regalandoci un'avventura urbana in cui non c'è in palio il destino dell'universo, ma solo quello di una città e, soprattutto, di alcune persone che la abitano. Small potatoes, come direbbe Yelena/Black Widow, ma con un investimento emotivo molto più alto delle avventure cosmiche. Destin Daniel Cretton, già regista di Shang-Chi, ci regala una New York viva e pulsante, che diviene co-protagonista quasi come Chicago in The Bear (di cui Cretton sembra aver mutuato alcune suggestioni, evidenti soprattutto nei titoli di coda, oltre a un'attrice).

In generale, Brand new day è un film profondamente fumettistico, nel bene e nel male. A livello visivo, parliamo di uno dei film Marvel più creativi e interessanti, soprattutto negli ultimi tempi. La fotografia è, finalmente, diversa, ancorata alla natura "cittadina" della storia, realistica e quasi intimista in molti punti, ma pronta ad abbracciare l'azione quando serve. Spider-Man si muove con coreografie spettacolari che non solo riprendono alcune delle sue pose più famose nei fumetti, ma conferiscono al film un dinamismo sconosciuto ai suoi predecessori. Per trovare qualcosa di simile bisogna tornare al primo film di Raimi, ma qui i movimenti sono (anche grazie al progresso tecnologico) più fluidi, dinamici, qualcosa di mai visto prima. Le scene di combattimento non raggiungono i livelli di quelle migliori di Shang-Chi, ma sono comunque molto interessanti e girate con una chiarezza che solitamente manca ai film Marvel, con Cretton che decide scientemente di limitare la computer grafica al minimo, quando possibile. Il costume è oggettivamente il migliore visto su schermo: colorato, dinamico, fumettoso quanto basta.


A livello narrativo, l'impronta fumettistica del film ha risultati che qualcuno potrebbe trovare più altalenanti. Da un lato, il film intrattiene ed è tra i più divertenti (senza diventare clownesco) dell'MCU. Il focus emotivo su Peter, e in particolare sulla sua elaborazione del trauma e sul suo rapporto con MJ, funziona perfettamente. Il film ci racconta un ragazzo rimasto solo, dopo aver perso sia il suo mentore che sua zia, e che si ritrova ad affrontare senza aiuto cambiamenti (fisici ed emotivi) che non capisce, rielaborando in modo creativo ed efficace una delle storyline più controverse dei fumetti. Cretton si permette un gioco di analessi e prolessi raro da vedere in un film Marvel, con un salto in avanti di tre anni raccontato in pochi minuti di montaggio, da cui capiamo che Peter si è perso la vita che aveva sempre sognato, tra college e affetti, sacrificandoli in nome delle sue responsabilità.

Accanto a una storia individuale di maturazione - o, forse, al suo centro - troviamo però anche un grande amore che non esiste più, perché MJ non ne ha più ricordo. Un dialogo tra MJ e Peter a metà film, in particolare, ha un'intimità che avvolge e commuove, raccontandoci un sentimento evocato e compreso, ma che non può diventare reale. Gran parte del merito va ovviamente a Holland (sempre più la perfetta incarnazione di Spider-Man) e Zendaya che conferiscono una credibile fragilità a ogni battuta e ogni reazione, trasportando la loro complicità nella vita (si sono appena sposati) nel film e riuscendo a raccontare credibilmente la sofferenza che c'è nel realizzare la fine di un sogno.

La natura fumettistica del film mostra un po' la corda nelle tantissime sottotrame, che potrebbero distogliere l'attenzione dagli eventi principali. Chiariamoci, il rapporto umano tra Peter e gli altri personaggi è uno dei punti di forza del film. Il Punitore - necessariamente edulcorato rispetto a quello visto nelle serie tv, ma meno di quanto ci si potesse aspettare - è chiaramente il fantasma dei natali futuri di Peter, quello che potrebbe diventare se continua a isolarsi dal mondo. Il personaggio misterioso interpretato da Sadie Sink, invece, si connette a Peter grazie a un trauma condiviso: ambedue stanno andando alla deriva, e ambedue realizzano che, forse, per evitarlo devono accettare il proprio passato e ricominciare a guardare avanti. Sink, nonostante i pochi minuti sullo schermo, offre un'interpretazione splendida in una parte difficilissima per vari motivi - interpretazione che può stupire solo chi non l'ha vista crescere fino a mangiarsi il resto del cast in Stranger Things (e, volendo, anche in The Whale e in un film strano, imperfetto, ma molto interessante come O'Dessa).

Tuttavia, la presenza di Hulk sembra davvero poco necessaria, per quanto sia molto divertente vederlo finalmente unleashed come non lo si vedeva dai tempi del primo Avengers. In generale, si ha la sensazione che sia la sua presenza, sia altri punti di trama siano più "obblighi" legati all'Universo Marvel che solidi punti di trama. Anche qui, nulla di nuovo per chi legge i fumetti, dove le comparsate per poche vignette di altri personaggi "famosi" sono la normalità, ed è probabile che i lettori non ne siano per nulla disturbati. Tuttavia, per un pubblico generalista questa scelta potrebbe detrarre dall'efficacia emotiva del film, spostando altrove il focus e diluendo la narrativa a favore di sequenze divertenti ma non troppo funzionali.

Brand new day è forse il film di Spider-Man più fedele alla sua incarnazione fumettistica, dove la spavalderia giovanile, le battute e il divertimento si accompagnano al peso delle responsabilità e all'isolamento che queste portano. Il rapporto con la città di New York è finalmente centrale, sia visivamente che narrativamente, e a fine film ci troviamo davanti un Peter Parker maturo e caratterialmente ricco, frutto di una crescita elaborata con pazienza (spesso mancante nell'MCU) e che porta a frutto i semi piantati quasi dieci anni fa.

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Pier

domenica 10 ottobre 2021

Shang-Chi e la Leggenda dei Dieci Anelli

 Perdersi sul più bello


Sean e Katy sono due amici e colleghi. Nonostante gli ottimi risultati negli studi, lavorano entrambi come parcheggiatori in un hotel di San Francisco. La loro vita cambia per sempre quando Sean viene aggredito su un autobus da un gruppo di sgherri, e questi rivela di possedere straordinare capacità nelle arti marziali. Sarà l'inizio di un viaggio nel passato di Sean che li porterà a scoprire che miti e leggende sono fin troppo reali.

C'è qualcosa di frustrante nella visione di Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli, una sensazione di opportunità sprecata che già attraversava Black Widow ma che qui raggiunge livelli più elevati. La frustrazione deriva dal fatto che la prima metà di Shang-Chi è qualcosa che non avevamo mai visto nell'universo Marvel: un vero film di arti marziali. Certo, le serie Netflix ci avevano già provato, con risultati buoni (Daredevil) e pessimi (Iron Fist), ma al cinema la Marvel era sempre rimasta nell'alveo de "combattimenti ripresi da qualcuno con un forte tremore alla mano", relegando persino grandi attori-atleti come Scott Adkins a cameo ai limiti del comico.  

Shang-Chi invece inizia proprio come un kung-fu movie mascherato da storia di supereroi, in cui si fondono abilmente estetica e tematiche degli wuxia (i film cappa e spada tradizionali cinesi) con quelle dei film di Bruce Lee (non a caso l'ambientazione si sposta dalla "solita" New York a San Francisco). Il risultato è una prima parte frizzante, culminante in una fuga sul bus che è, a oggi, forse la miglior scena di combattimento dell'universo Marvel. La cultura cinese finalmente non è solo la scusa per un'ambientazione esotica, ma l'anima del film, e viene trattata con grande rispetto e attenzione (il che rende ancora più inspiegabile la decisione di non lasciar uscire il film in Cina).

Poi il film, lentamente ma inesorabilmente, vira verso il fantasy e l'abuso di computer grafica, e perde del tutto la sua anima: anziché darci lo scontro tra Shang-Chi e suo padre - un villain ben costruito, sfaccettato, ben motivato, e splendidamente interpretato da Tony Leung - decide di regalarci l'ennesimo scontro tra mostri giganteschi: ben disegnati, per carità, e comunque rispettosi della cultura e del folklore cinesi, ma comunque deludenti rispetto al (quasi) realismo che aveva caratterizzato il film fin lì.

Restano l'ottima prima metà e la prova convincente di tutto il cast: Simu Liu è un ottimo protagonista, e il suo passato da stuntman lo rende credibile e convincente anche nelle scene di combattimento; Awkwafina è una spalla comica riuscita, mai invadente e "organica" rispetto alla narrazione; Tony Leung e Michelle Yeoh sono splendidi come sempre, e donano carisma e tradizione ai loro personaggi e all'intero film.

Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli è davvero un'occasione persa per fare qualcosa di diverso, riprendendo le fila di quello che era l'universo Marvel ai tempi della sua creazione, in cui ogni supereroe aveva un'anima diversa, raccontata con il linguaggio di un sottogenere diverso (la commedia d'azione anni Ottanta per Iron-Man, lo spionaggio per Capitan America, l'epica per Thor). Poi si è scelta la strada dell'omologazione, sia narrativa che visiva, e Shang-Chi è solo l'ultima delle vittime: una vittima, però, che fa più rumore delle altre, sia per la relativa libertà di cui poteva godere il film (l'eroe protagonista non è esattamente celeberrimo), sia per il genere che si trovava ad affrontare, il cui linguaggio offre ottime opportunità spettacolari. Un vero peccato.

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Pier