La banalità del male
Attraverso una serie di interviste condotte sui tetti di Tel Aviv con membri dell’esercito israeliano, NAZA racconta il sistema alla base delle uccisioni di massa di civili palestinesi (“naza” è il nome in codice che dà loro l’esercito) a Gaza e della sua accurata programmazione.
È difficile parlare di un film come NAZA. Il contenuto in quanto tale è scioccante solo se non si è seguita la cronaca negli ultimi anni, ma rimane una testimonianza importantissima perché viene dalla bocca dei perpetratori: non palestinesi, non giornalisti, non osservatori indipendenti, ma i membri dell’esercito responsabili delle decisioni e degli attacchi. Difficile, anche per i più strenui negazionisti, trovare appigli (ma ne troveranno), tanto più che anche i due registi sono israeliani.
Ciò che è davvero scioccante è vedere come il sistema viene raccontato dai soldati intervistati. Salvo poche eccezioni, non vediamo alcun pentimento, alcun senso dell’atrocità commessa: anzi, c’è fierezza nel racconto, e una totale noncuranza per le morti procurate. In questo senso, il film ricorda i momenti più scioccanti di un altro documentario presentato sei anni fa qui a Venezia, Final Account, in cui venivano intervistati i sopravvissuti del Terzo Reich: se lì però coloro che difendevano gli orrori commessi erano l’eccezione, qui sono la regola.
A livello di realizzazione, il film è piuttosto piatto, ma è una scelta voluta (come ben raccontato da Richard Brody sul New Yorker) che libera il racconto da ogni artificio filmico, spogliandolo all'osso per lasciare spazio alle parole, a racconti terribili durante notti di quiete, mentre a pochi chilometri c'è l'inferno. Ciò che nasce come un obbligo - i tetti di Tel Aviv non sono (erano) monitorati dall'esercito, ed erano quindi l’unico luogo dove queste interviste potessero essere eseguite in sicurezza - diviene una cifra stilistica, che rinuncia alla creatività delle inquadrature per evidenziare ciò che sentiamo e ciò che non vediamo. Gaza non viene mostrata, solo evocata, e sembrerebbe quasi irreale se non fosse per ciò che sentiamo dalle parole dei membri dell'esercito israeliano.
Il film manca della costruzione filmica di La Voce di Hind Rajab, anch’esso presentato a Venezia in concorso, ma compensa ampiamente con la forza devastante di ciò che racconta, nonché con una benvenuta assenza della scena a effetto. La mancanza di qualunque tentativo di costruzione drammaturgica e scenica costringe lo spettatore a focalizzarsi sulle parole, sui silenzi, sull’orrore che emerge lentamente allo scoperto.
NAZA è una fondamentale testimonianza per bocca di come ciò che è accaduto e sta continuando ad accadere a Gaza sia stato pianificato scientificamente. La banalità del male è di fronte a noi, e si fa intervistare sui tetti di Tel Aviv.
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Pier