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domenica 29 marzo 2026

Mio Fratello è un Vichingo - The Last Viking (In pillole #38)

Act naturally


Mio fratello è un vichingo, del regista danese Anders Thomas Jensen, è un oggetto alieno non identificato nel panorama cinematografico attuale, un film di difficile classificazione che si muove con efficacia tra più generi senza abbracciarne davvero nessuno. Potrebbe essere definito una commedia drammatica con il gusto dell'assurdo, ma questa definizione lascerebbe da parte il lato thriller e anche un po' pulp della vicenda, in cui Anker, un criminale appena uscito di prigione ha bisogno del fratello Manfred per ritrovare il bottino di una rapina compiuta anni prima. Manfred, però, dice di non ricordare nulla, e soprattutto soffre di disturbo dissociativo della personalità, credendosi, a seconda del periodo, una diversa celebrità.

Il film assume anche tonalità tarantiniane, ma mantiene sempre al centro le emozioni e i legami tra i personaggi, che non sono certo il focus principale del regista di Pulp Fiction. Il gusto per l'assurdo è tipicamente nordico ma con una contaminazione british, quasi da Monty Python, a partire dal fatto che Manfred è convinto di essere John Lennon e che, per aiutarlo a ricordare, Anker si troverà a dover riunire i Beatles, identificando altri pazienti affetti dallo stesso disturbo di Manfred, in un'escalation di assurdità che tocca anche il prison break movie e Qualcuno volò sul nido del cuculo. Se non vi bastasse, ci sono anche degli spezzoni (splendidi) in animazione.

Questo guazzabuglio di suggestioni eterogenee e apparentemente incompatibili viene invece amalgamato in maniera sorprendentemente coesa da Jensen, che riesce anche ad affrontare tematiche serie come l'esplorazione di drammi personali, la rimozione del trauma, il concetto di identità, e la malattia mentale. 

Si ride, ci si emoziona, e non ci si annoia mai in un film scritto divinamente ed esaltato dall'ottima prova del cast, capitanato dal sempre eccezionale Mads Mikkelsen nella parte di Manfred, tra cui spicca però Kardo Razzazi, un gioiello, che interpreta un uomo dalle multiple personalità che si crede sia Paul McCartney che George Harrison. 

*** 1/2 

Pier

martedì 10 marzo 2026

Il Filo del Ricatto - Dead Man's Wire (In pillole #37)

Temete l'ira dei mansueti


Gus Van Sant torna alla regia dopo sette anni e lo fa con una commedia-thriller tratta da una storia vera, in un'operazione che ricorda quella operata da Richard Linklater (regista tematicamente simile a Van Sant, e come lui solitamente lontano da questo genere) con Hitman, presentato due anni fa proprio a Venezia. 

Il film racconta l'assurda storia del sequestro del banchiere Richard Hall, figlio di M.L. Hall, il presidente di Meridian Mortgage Co., da parte di Tony Kiritsis: il gesto di un pazzo, come cercarono di farlo passare, o una giusta rivolta proletaria contro lo strapotere del capitale che lo aveva imbrogliato nella compravendita di un terreno? Raccontato con la giusta dose di humor nero, Dead Man's Wire è un'attenta esplorazione della psiche umana e di quanto poco basti per far "impazzire" un uomo probo e onesto. 

Van Sant esibisce una chiara e sacrosanta favorevolezza alle posizioni di Kiritsis, interpretato con il giusto mix di follia, logica ed empatia da un ottimo Bill Skarsgard. Kiritsis emerge come il perfetto esempio del "piccolo uomo" truffato dalle grandi banche e dal sistema capitalistico in generale, perfettamente incarnato dal M.L. Hall, un Al Pacino magistrale, cinico al punto di essere disposto a sacrificare il figlio piuttosto che accontentare le richieste del sequestratore e abbandonare la sua vacanza in Florida.

Van Sant non rinuncia a raccontare il ruolo dei media nel modificare la percezione della realtà, con Kiritsis che insiste per raccontare la sua storia in diretta radiofonica a sequestro in corso e che chiede non soldi ma ammissioni di colpa, armato dell'incrollabile (e non infondata) certezza che, se non lo farà lui, nessuno racconterà la sua storia. Kiritsis prende possesso della sua narrativa e, nel farlo, riesce ad attirarsi le simpatie dell'opinione pubblica. 

Il sistema, alla fine, trova il modo di salvarsi e perpetuarsi. Tuttavia, con la storia di Dead Man's Wire Van Sant realizzando un film che diverte ma porta anche avanti una forte posizione politica, mostrando al pubblico quanto poco basterebbe per far saltare il banco e far vedere a tutti che il re, in fondo, è nudo.

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Pier

venerdì 6 marzo 2026

Il Mago del Cremlino (In pillole #36)

Politica e teatro


Come si distrugge la verità? La ricetta non è la magia, anche se il titolo sembra suggerirlo, ma una profonda conoscenza della psiche umana e dei trucchi con cui si può ingannarla. A partire dall'omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, Assayas confeziona un thriller politico che racconta la caduta del Muro e l'ascesa di Vladimir Putin attraverso un dialogo/confessione tra un giornalista e Vadim Baranov, ispirato a Vladislav Surkov, eminenza grigia di Putin. Baranov ha un passato da teatrante, e sa leggere, comprendere, e manipolare le emozioni: non serve altro. 

La regia di Assayas è chirurgica, cinica, e mette a nudo la realtà dietro alla narrazione, senza però dimenticare di farci vedere come la seconda può diventare più reale della prima. Il film è sorretto da una sceneggiatura stellare (con la collaborazione, e si vede, di Emmanuel Carrère), costruita attorno a un'immaginaria confessione di Baranov a un giornalista: in un'oasi di pace in mezzo alla neve il Male si mette a nudo e sorride compiaciuto del caos che ha portato nel mondo.

A dare vita e corpo alle parole di Assayas e Carrère c'è un cast perfetto, da un Jude Law/Putin, minaccia silenziosa e predatoria fin dalla sua prima apparizione, a Jeffrey Wright nei panni del giornalista, passando per Alicia Vikander nel classico ruolo di "grillo parlante" declinato però in modo inaspettato. A brillare più di tutti è però Paul Dano, che dopo Il Petroliere torna a essere il volto innocente e seducente del Male, un sorriso disarmante che repelle e conquista allo stesso tempo.

Attraverso la storia di Baranov, Il Mago del Cremlino porta in scena la storia politica dell'Europa e dell'Occidente degli ultimi vent'anni: una storia di lenta corrosione dei valori - una corrosione che rimane invisibile fin quando non è troppo tardie, e che non richiede strategie complesse o complotti occulti, ma una semplice conoscenza degli esseri umani. Baranov ha un passato da teatrante, e sa leggere, comprendere, e manipolare le emozioni: tristemente, non serve altro. 

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Pier

mercoledì 17 dicembre 2025

The Smashing Machine (In pillole #35)

Imparare a perdere


Benny Safdie racconta la storia vera di Mark Kerr, lottatore di arti marziali miste, cui Dwayne Johnson presta volto e corpo, raccontandone la forza fisica e la fragilità emotiva. La prestazione di Johnson è il principale elemento di interesse in quello che, per il resto, è un solido film sportivo, molto tradizionale nell'impianto ma fotografato con un taglio semi-documentaristico che accresce l'impatto di alcune scene.

Il film ha il anche il pregio di non raccontare una classica parabola di caduta-redenzione-rinascita, ma quella di un'accettazione della sconfitta come parte della vita. Questa parabola è comunque presente grazie alle vicende di Mark Coleman, amico e collega di Kerr che invece la segue perfettamente. Safdie dà centralità alla storia di Coleman per far emergere per contrasto la particolarità di quella meno convenzionale di Kerr. 

Il risultato è un film che non brilla per originalità - visto il regista era forse lecito aspettarsi qualcosa di più - ma funziona a livello narrativo ed emotivo grazie a una solida e sorprendente prova del suo protagonista, messo al centro della vicenda senza spettacolarizzazione o tentativi di mimesi da actor studio, ma con un realismo che colpisce e contribuisce a costruire una morale non scontata su cosa significhi "vincere" nello sport e nella vita.

*** 1/2

Pier

venerdì 13 giugno 2025

Mission: Impossible - The Final Reckoning (In pillole #34)

Meditare sulla fine


Dopo gli eventi di Dead Recknoning, Ethan Hunt si trova a dover affrontare un avversario invisibile ma potentissimo: l'algoritmo, l'intelligenza artificiale malvagia. Un classico del cinema, anche d'autore (si pensi ad Hal 9000 in 2001: Odissea nello Spazio), con una lunga tradizione che McQuarrie cita esplicitamente, ma rendendo il nemico ancora più intangibile e sfuggente, come si addice a un film di spie. Su come questo film possa essere letto come una metafora dello stato del cinema come arte nell'era dell'AI hanno già scritto molto bene altri, cui vi rimando. Ma è impossibile anche non vederci una metafora dell'oggi, con alcuni scenari descritti nel film che appaiono come una versione nemmeno troppo estrema e "fantasiosa" di ciò che stiamo già vivendo.

Il film è, in fondo, una celebrazione dell'umanità, incarnata nel personaggio di Hunt. Innegabilmente egocentrico, da parte di Cruise, ma anche innegabilmente efficace. Hunt è un eroe imperfetto, che le prende di continuo, rischia la morte, ma non molla mai, continuando a correre a perdifiato per il mondo, cercando di tenere in piedi affetti e dovere. Il superomismo di Hunt serve a renderlo più "degno" del ruolo, non a elevarlo al di sopra della massa, ed è molto evidente in questo capitolo, che dedica meno spazio all'azione e più alle relazioni, ai ricordi, ai capitoli chiusi e a quelli che si vorrebbero aprire. 

L'azione, quando arriva, è eccellente, ma distillata, nel capitolo più cinefilo e cinematografico della saga: l'inseguimento in aeroplano cita Hitchcock, il tuffo nelle profondità marine cita grandi classici di fantascienza che ci portano nelle profondità dello spazio e del tempo, dal già citato 2001: Odissea nello Spazio a Gravity, passando per Interestellar. Quest'ultima scena è puro cinema, immagine senza dialogo che racconta la sfida uomo-natura, morte e rinascita. 

The Final Reckoning non è il film migliore della saga (a parere di chi scrive in testa ci sono, a pari merito, il primo capitolo e Fallout): ma è indubbiamente quello con più anima, più capacità di autoriflessione e più investimento emotivo, dove l'azione lascia il passo alla narrazione e alla ricerca del significato ultimo di una carriera, di una vita. Autocelebrativo? Certo. Ma in fondo Cruise e la saga se lo sono meritato, dopo anni di avventure mozzafiato in giro per il mondo.

*** 1/2

Pier

sabato 8 febbraio 2025

Diva Futura (In pillole #33)

Una risata li seppellirà


Qual è l'arma migliore contro un potere grigio, ingessato, e ipocrita? Tutto ciò che lui teme: il colorato, il ridicolo, l'esagerato: in una parola, l'eccesso. La vicenda di Diva Futura, l'agenzia di casting e produzione specializzata in pornografia che lanciò, tra le altre, Cicciolina, Moana Pozzi, ed Eva Henger, è esemplare in questo senso, e Giulia Steigerwalt, alla sua opera seconda, la racconta senza moralismi, con un tono da commedia che sa farsi dramma ma anche satira sociale, mettendo alla berlina un paese che, ieri come oggi, predica bene in pubblico ma razzola malissimo in privato.

Al centro di tutto c'è Riccardo Schicchi. Giulia Steigerwalt lo dipinge come un folletto pieno di idee ed energia, ispirato da una visione pura e libera del corpo femminile che lo spinge ad andare contro il bigottismo e il finto perbenismo dell'epoca per dare al pubblico ciò che voleva e celebrare amore, libertà, ed emancipazione. 

Schicchi è interpretato magistralmente da Pietro Castellitto, forse alla sua prova migliore in carriera, in grado di alternare alla perfezione una comicità irresistible a una dolenza da Buster Keaton, una tristezza di fondo, una paura della solitudine che accompagna Schicchi come un invisibile compagno di viaggio. Accanto a lui brilla tutto il cast femminile, in particolare Barbara Ronchi che interpreta Debora Attanasio, coscienza e colonna portante dell'agenzia nonché autrice del libro di memorie da cui il film è tratto.

Con Diva Futura Steigerwalt firma un'opera briosa, vitale, un inno alla libertà femminile ben girato sia a livello di immagini che di ritmo e direzione degli attori, con un bellissimo finale che rimane in testa a lungo. Una ventata di aria fresca nel panorama stantio del cinema italiano, soprattutto quello festivaliero (il film è stato presentato a Venezia, dove ovviamente è stato snobbato dai critici paludati e paludosi, paladini del Cinema Impegnato che impegna solo la pazienza dello spettatore).

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Pier

sabato 1 febbraio 2025

Io Sono Ancora Qui (In Pillole #32)

Il potere della memoria


Il film racconta una storia vera - quella del desaparecido Rubens Paiva, fatto sparire dalla dittatura brasiliana negli anni Settanta - adottando il punto di vista di sua moglie, anche se il romanzo da cui è tratto è stato scritto dal figlio Marcelo, che però proprio a sua madre ha riservato un ruolo da protagonista.

Salles inizia il film con un lungo racconto di quotidianità, vibrante di luci, colore, risate, e amore. Il regista tratteggia uno splendido ritratto di famiglia, che ci fa affezionare ai protagonisti e rende ancora più straziante la seconda parte: il momento del rapimento, ma soprattutto il vuoto, l'assenza, che prende corpo e diventa inesorabilmente presente proprio per contrasto con la prima parte, in cui tutto ciò che ora è vuoto e silenzioso era pieno - di persone, di sogni, di vita. 

Io non sono qui racconta alla perfezione l'incertezza dilaniante di chi aspetta, chi rimane indietro ad attendere un ritorno che potrebbe non arrivare mai. Fernanda Torres è superba nel ruolo della protagonista, cui dona una forza silenziosa e una dignità potente che danno i brividi in numerose scene. La sua nomination agli Oscar, arrivata forse un po' a sorpresa, è pienamente meritata.

Il film risulta forse un po' sfilacciato sul finale, dove l'economia narrativa e la potenza drammatica vengono un po' sacrificate sull'altare del completismo e del voler raccontare tutta la storia fino alla fine, firmacopie del libro di Marcelo Paiva incluso. Resta comunque un ottimo film militante, un documento storico ed emozionale che ci racconta orrori passati ma ancora tristemente attuali per chi si trova a vivere immerso in guerre e stragi.

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Pier

venerdì 31 gennaio 2025

Babygirl (In Pillole #31)

Cinquanta sfumature di botox


Una donna di potere trova soddisfazione sessuale in un rapporto di sottomissione con un giovane stagista: il tema è potenzialmente interessante e iper attuale. Si parla di potere - implicito ed esplicito - e della legittimità di avere una relazione con chi si trova in posizione di inferiorità dal punto di vista della gerarchia, il tutto condito con il ribaltamento dei ruoli nella camera da letto (d'albergo), un'idea intelligente che potrebbe stimolare riflessioni sui rapporti di genere, sulla libertà sessuale, sulla sessualità nell'età matura, e sulla naturale diversità di gusti e preferenze.

Potrebbe, appunto, se non fosse declinato con desolante banalità e un approccio appena più autoriale (soprattutto grazie a un cast di caratura nettamente superiore) di un Cinquanta sfumature di grigio. A questo si aggiunge il fatto che la superficialità di trattazione fa sì che il film possa facilmente letto come una difesa degli abusi di potere operati dagli uomini in nome di un qualunquista "sono tutti uguali, è il potere a corrompere" - problema, questo, che aveva già parzialmente danneggiato un altro film sulla leadership al femminile, Tàr.

Babygirl risulta quindi pruriginoso ma di scarso impatto emotivo e tematico, nonostante la buona e coraggiosa prova dei protagonisti (Kidman in testa, nonostante il botox che ne limita l'espressività) e una buona dose di autoironia (anche sul botox stesso) che però non evita alcuni momenti davvero imbarazzanti.

** 1/2

Pier

giovedì 2 gennaio 2025

Piccole Cose Come Queste (In Pillole #30)

Una luce in mezzo alle tenebre


La storia delle "case Magdalene" (per chi non sapesse cosa sono, ecco un agile riassunto) è già stata raccontata al cinema da ottimi film come Magdalene (vincitore del Leone d'Oro nel 2002) e Philomena (qui la nostra recensione). Tuttavia, questi film si concentravano sulla vita nelle case e sulle conseguenze per le vittime, senza indagare il sostrato sociale che aveva permesso la sopravvivenza di queste case di semi-schiavitù e tortura fino ai primi anni 2000.

Piccole cose come queste, trasposizione dell'omonimo romanzo di Claire Keegan, prende la prospettiva di Bill, commerciante di carbone che scopre cosa accade davvero alle ragazze ospitate in quelle case. Il film ruota intorno al dilemma etico che lo attanaglia: fare qualcosa, rischiando così di alienarsi il favore delle potentissime suore, o tacere, e vivere con questo peso sulla coscienza? Il film illustra benissimo le cause sistemiche del proliferare di queste case, con le suore che controllano non solo la vita spirituale del paese, ma anche la sua istruzione e persino la sua prosperità economica.

Il regista Tim Mielants gira la vicenda con un taglio claustrofobico da thriller o da horror, utilizzando inquadrature molto strette (spesso sul viso di Cillian Murphy, semplicemente strepitoso in un ruolo che vive di silenzi e sguardi) e una fotografia cupa, con colori desaturati e ricca di ombre inquietanti che strisciano nella vita del protagonista. La scena in cui Bill incontra Suor Mary ricorda quella nello scantinato di Zodiac per tensione e desiderio di vedere il protagonista fuggire il prima possibile dalla tana del mostro, che pare pronto a divorarlo.

Piccole cose come queste è un film di denuncia sull'omertà sociale, e sul peso etico che chi sapeva si trova a sopportare senza però riuscire a fare la cosa giusta. In questo è un film tremendamente attuale, in quanto racconta l'umana capacità di ignorare gli orrori che avvengono a pochi passi da noi pur di continuare con la nostra vita di sempre: un Male che avviene per omissione, non per azione, ma non per questo meno distruttivo per chi lo subisce. Il finale, potentissimo nella sua semplicità, non dà risposte certe, ma insinua un dubbio: che accendere almeno una piccola luce in mezzo alle tenebre che ci circondano non sia inutile, come spesso pensiamo, ma può essere la scintilla che fa divampare la speranza.

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Pier

venerdì 20 dicembre 2024

Anora (In Pillole #29)

Volare troppo in alto


C'è una categoria di film cui Anora appartiene a pieno titolo: quello del film indipendente "di sceneggiatura", con bei dialoghi e ottimi attori, che solitamente esce dal Sundance Film Festival per poi strappare una candidatura all'Oscar per la miglior sceneggiatura, a volte anche vincendolo. 
Come questo tipo di film possa trionfare a Cannes, tuttavia, è domanda aperta e senza risposta, spiegabile solo in parte con il declino della kermesse francese. Al gusto dei giurati non si comanda, ma c'è più cinema nell'inquadratura più pasticciata di Megalopolis che in questo pur bel film di Sean Baker. 

In comune con il film di Coppola Anora ha il fatto di essere un prodotto quasi metacinematografico. Megalopolis racconta dell'ambizione folgorante ma autodistruttiva di un architetto, ed è il frutto dell'ambizione folgorante e autodistruttiva di Coppola.  Anora racconta la delusione che si prova quando si ritorna alla realtà dopo essersi illusi di aver realizzato i propri sogni (o il finale alternativo mai girato di Pretty Woman, film esplicitamente citato in vari punti) e il suo sogno realizzato (vincere la Palma d'Oro) finisce per alzare eccessivamente le aspettative e deludere chi lo guarda - una delusione immeritata, perché il film è comunque molto valido, ma inevitabile, perché le aspettative giocano comunque un ruolo importante nella visione.

Anora è infatti, come detto, un buon film di sceneggiatura che, pur soffrendo di un enorme buco di trama, trascina comunque grazie a dialoghi al fulmicotone, una regia cinetica che ricorda il primissimo Scorsese con punte aggiuntive di lirismo e, soprattutto, un giovane cast in stato di grazia. Mikey Madison è magnetica nel ruolo della protagonista, una stripper alla ricerca della felicità; Mark Eydelshteyn è una star in rampa di lancio, irresistibile nella sua cialtroneria e da schiaffi nel suo essere irrimediabilmente viziato; e Yura Borisov, già ammirato in due piccoli capolavori come Scompartimento 6 Captain Volkogonov escaped, è semplicemente un attore eccezionale, che speriamo riesca a proseguire la sua carriera negli USA.

Leggerete che il film ha un messaggio femminista, o quantomeno antipatriarcale: onestamente si fa fatica a trovarlo, perché è la stessa protagonista a rinunciare alla propria voce anche quando potrebbe usarla e perché il personaggio più negativo del film è un'altra donna. Se questa era davvero l'intenzione (e a tratti sembrerebbe esserlo), Baker pasticcia un po' con gli ingredienti, creando un film diseguale: le parti comiche, esilaranti, sono nettamente meglio di quelle drammatiche o "impegnate", con l'eccezione della breve ma potentissima scena finale, che avrebbe meritato una migliore costruzione per poter ribaltare davvero la prospettiva e dare al film quel valore aggiunto che lo avrebbe reso un capolavoro.

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Pier

venerdì 26 luglio 2024

Fuga in Normandia (In pillole #28)

Fare i conti con il passato


La storia (vera) della rocambolesca fuga in Normandia di un veterano inglese del D-day residente in casa di riposo è in realtà un pretesto per parlare di uno dei temi più presenti e, evidentemente, pressanti del cinema contemporaneo: la memoria. Il racconto del viaggio si interseca infatti con i ricordi di Bernard, che in Normandia ci andò ben due volte, e di Rene, che ricorda il loro incontro, il dolore nel vederlo partire, e la loro vita insieme. Ma si interseca anche con la memoria di interi popoli e nazioni, rappresentati dalle persone che Bernard incontra durante il suo viaggio: altri reduci, tormentati da ricordi indelebili, da colpe irrimediabili per cui l'unica speranza sono l'assoluzione e il dolce balsamo dell'oblio.

Fuga in Normandia è anche un film che parla di pace, di dialogo, dell'orrore della guerra che travolge persone che si trovano per puro caso dalle due parti opposte della barricata, e che in tempi normali potrebbero condividere una birra, e che sono unite da un dolore immenso, che può però divenire occasione di riconciliazione, come suggerito in una delle scene più riuscite del film.

Il grande merito di William Ivory (sceneggiatore) e Oliver Parker (regista) è quello di riuscire ad affrontare questi temi senza retorica e senza indulgere nello sdolcinato, ma alternando sapientemente momenti divertenti a momenti di grande potenza emotiva. A sostenerli ci sono le superbe prove di Michael Caine e Glenda Jackson, che si offrono alla macchina da presa senza aver paura di mostrare i segni della vecchiaia, regalandoci una coppia memorabile per complicità e realismo, e mostrando al pubblico il vero significato della parola "amore." 

Questo film, che sarà per entrambi il loro ultimo lavoro, (Caine ha annunciato il ritiro dalle scene, mentre Jackson è morta poco dopo la fine delle riprese) è un testamento perfetto a due carriere esemplari, e a una storia finora sconosciuta ma che invece ha tanto da insegnarci sui lati più oscuri e più brillanti della natura umana.

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Pier

giovedì 19 ottobre 2023

Io Capitano (In pillole #27)

Narrami, o Musa...


Raccontare il viaggio di due ragazzi dal Senegal all'Italia, attraverso una delle tante "rotte dei migranti", non è un esercizio semplice. Altissimo il rischio di scadere nella retorica da una parte, e nella pornografia della violenza dall'altra. Garrone sceglie una terza via che evita ambedue questi problemi - la via della fiaba e del racconto epico. Nel farlo, realizza un film vero e onirico al tempo stesso, con personaggi non meno "assurdi" di un ciclope o delle sirene che però sono tristemente reali.

Tra deserti, prigioni, mare, nemici crudeli e insperati dei ex machina, Garrone dimostra di non essere  interessato a fare un film di denuncia, ma a raccontare un'Odissea contemporanea in cui però non si torna a casa, ma se ne cerca una nuova. L'impatto emotivo non è forte quanto avrebbe potuto essere, anche a causa dell'evoluzione psicologica quasi assente dei protagonisti, veri e propri archetipi narrativi. 

Ai protagonisti, tuttavia, ci si affeziona fin da subito, anche grazie alla loro prova straordinaria (in particolare quella di Seydou Sarr), e si fa attivamente il tifo per loro mentre si muovono in scenari in cui assistiamo a tutta la solidarietà e tutta l'atrocità di cui è capace l'uomo, con immagini che brillano di orrore e lirismo. Il finale è un urlo di liberazione, anche se chi guarda sa bene che quel punto di arrivo è solo l'inizio di un altro viaggio appena meno terribile di quello appena concluso.

Io Capitano è fiaba, epica, racconto di formazione: non si fa leva sulle emozioni negative della denuncia, ma su quelle positive dell'empatia e del desiderio di vedere il sogno altrui realizzato. Nonostante qualche passaggio a vuoto, il film funziona e crea un'alleanza tra pubblico e personaggi, umanizzando persone su cui leggiamo solo sterili cronache, e mostrandone tutta l'umanità.

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Pier


mercoledì 28 giugno 2023

The Flash (In pillole #26)

La zuppa della casa


Sarebbe facile elencare i difetti di The Flash, dalla computer grafica che in alcuni momenti sembra uscita delle pubblicità che si vedono nei cinema di provincia a una storia a volte confusa a causa delle infinite riscritture cui è stata sottoposta. Tuttavia, non lo farò, e per un semplice motivo: il film, nonostante tutti questi difetti, funziona. 

Finalmente libero dalle pastoie e, soprattutto, dai toni dello Snyderverse, The Flash evita anche la trappola del "fare il clone brutto della Marvel" in cui erano caduti Justice League e i prodotti successivi. Ha un suo tono, confusionario, certo, ma molto distintivo, e in fondo in linea con la natura del suo personaggio: casinista, impaziente, incapace di stare fermo, ma di gran cuore. The Flash è divertente e caciarone, ma riesce anche ad avere momenti commoventi. Le transizioni tra queste emozioni non sono sempre pulitissime, ma proprio questa natura ibrida conferisce al film una sua identità - un mezzo miracolo considerando i travagli produttivi. 

Funziona il film, dunque, e funziona soprattutto grazie agli attori: Ezra Miller, se si riesce a "staccare" il personaggio dall'attore, è innegabilmente un ottimo Flash, in ambedue le sue incarnazioni. Michael Keaton è un Batman squisitamente folle, e si mangia il film nei momenti in cui appare, liberandosi dell'ingessatura cui era forzato negli anni Novanta per diventare un ninja con una vena di pazzia che mena come un fabbro, non ha paura di nulla, e fornisce anche consigli filosofici, compresa la miglior spiegazione del concetto di multiverso sentita in questi anni. Sasha Calle, infine, è un'eccellente Supergirl, cui forse il film non dedica lo spazio che meriterebbe. A collegare questi personaggi un turbinio di viaggi nel tempo, scontri epocali, e computer grafica (brutta, come detto), scanditi da una sceneggiatura che non vincerà mai il premio "Gestione bilanciata del ritmo" ma ha delle intuizioni davvero riuscite sia sul lato comico che su quello drammatico, e infila anche qualche bel momento di omaggio/nostalgia.

The Flash non è il miglior cinecomic di sempre, come qualcuno chiaramente prezzolato dalla DC ha provato a dire - non entra nemmeno nei primi dieci, probabilmente. La definizione migliore la hanno probabilmente data I 400 calci: The Flash è "Uno splendido disastro", la zuppa della casa dei cinecomic: un prodotto creato mettendo insieme ingredienti disomogenei e senza seguire una ricetta, ma che però risulta comunque gustoso e appetitoso, spesso sorpassando in gusto e gradimento un piatto ben costruito e ben amalgamato, ma pretenzioso e senza cuore.

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Pier

martedì 25 aprile 2023

Super Mario Bros. - Il film (In pillole #25)

Un'overdose di zucchero


Super Mario Bros. - Il film è una conferma dell'adagio popolare "il troppo stroppia". Di per sé gli ingredienti sono quelli giusti: la grafica è perfetta, i doppiatori azzeccati (cosa che diviene un difetto in italiano, in cui alcuni personaggi perdono tantissimo in quanto chiaramente caratterizzati sulla base del doppiatore originale). L'ambientazione è fedelissima a quella del videogioco, e i momenti di fan service abbondano. Tuttavia, il ritmo e la narrativa sono quelli di un ottovolante, non quelli di un film: gli eventi si susseguono senza sosta, senza dare il tempo di conoscere i personaggi, che vengono scaraventati di fronte allo spettatore in un'orgia di colori, suoni e inseguimenti. 

I registi sembrano in preda all'ansia di dover mostrare più cose e scenari possibili, come se non ci fosse la possibilità di un sequel (già garantito, visto l'enorme successo commerciale) e si dovessero mettere in vetrina tutti i gioielli di famiglia nello spazio di novanta minuti.

La natura videoludica del prodotto è fin troppo evidente, con l'elemento "ludico" che soverchia quello "video": il target sono chiaramente bambini in età scolare, da stordire di zucchero per renderli dipendenti e iperattivi e fare loro urlare: "Un altro giro!"

Non stupisce, dunque, il successo commerciale: resta però il rammarico per aver raccontato in modo così superficiale una storia che aveva decisamente il potenziale per poter avere un diverso spessore emotivo. Per dirla con due film della stessa casa di produzione (Illumination), poteva essere un Cattivissimo me, ma si è scelto di farne un Minions. Peccato.

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Pier

lunedì 3 gennaio 2022

Il Potere del Cane (In pillole #23)

Wild wild Shakespeare


Il potere del cane è un film camaleontico, che gioca fin dalla sua presentazione con le aspettative dello spettatore, divertendosi a sovvertirle. Si presenta come un western, ma ha più debiti con William Shakespeare e con Tennesse Williams che con John Ford, visto come si incentra su sotterfugi, giochi psicologici, ripicche, segreti, tradimenti. Appena pensi di aver capito dove voglia andare a parare, Jane Campion scarta di lato, cambiando direzione, prospettive, e angolazioni. 

I personaggi sono complessi, sfaccettati, lontanissimi dagli stereotipi dell'eroe e del villain del western classico: la brutale mascolinità di Cumberbatch (superbo) viene rivelata in tutta la sua fragilità, così come la mascolinità fragile e remissiva del personaggio di Kodi Smit-McPhee si rivela una maschera che avrebbe reso fiera Lady Macbeth. Tra loro, un imbelle Jesse Plemons, in preda degli eventi, e una Kirsten Dunst che ricorda da vicino la Blanche di Un tram chiamato desiderio, preda di una carenza di autostima forse eccessiva (o comunque non ben caratterizzata e giustificata) e facile preda dell'aggressività predatoria di chi le sta intorno.

Jane Campion realizza quindi un western sui generis, costruito quasi come un thriller, in cui vittime e carnefici si confondono, inseguendosi in una lunga lotta tra gatto e topo. Non tutti gli elementi si integrano alla perfezione, e il messaggio è forse un po' confuso: ma il film funziona a livello viscerale, grazie anche a una fotografia forte ed evocativa, e ci trascina in un universo bucolico e brutale, in cui nessuno è quello che sembra e persino le colline si trasformano in cani rabbiosi.

*** 1/2

Pier

domenica 12 dicembre 2021

Nowhere Special (In pillole #22)

Una favola dolceamara


Dopo quel piccolo capolavoro di Still Life, Uberto Pasolini fa di nuovo centro con un film semplice, ma potente, in grado di parlare al cuore dello spettatore senza scivolare nei pietismi cui la storia (un padre morente, John, cerca una nuova famiglia per il figlio, Michael) pur si presterebbe. 

Pasolini racconta questa storia di terribile realismo come una favola, tenendo l'attenzione sul rapporto padre-figlio che è il cuore della vicenda. Un rapporto, quello tra John e Michael, fatto di affetto profondo, complicità, sacrifici: un rapporto vivo, pulsante, raccontato con pulizia e rispetto, senza fronzoli o concessioni a una facile spettacolarizzazione dei sentimenti. 

Nowhere Special è un gioiello, una storia autentica, vibrante, che avvince e convince grazie a una scrittura perfetta e a dei personaggi splendidamente tratteggiati e interpretati. 

Non perdetelo.

**** 1/2

Pier

domenica 14 novembre 2021

La Scelta di Anne (In pillole - #21)

Una scelta di libertà


Il vincitore del Leone d'Oro alla Mostra cinematografica di Venezia 2021 è un racconto secco, crudo, che non fa sconti e non concede alcun momento al pietismo o ai sentimenti. Audrey Diwan parla dell'impossibilità di un aborto nella Francia degli anni Sessanta (quando l'aborto era ancora illegale) per parlare dell'oggi. Dei luoghi in cui questo diritto viene apertamente osteggiato, certo, ma anche di quelli in cui gli ostacoli sono più sotterranei e invisibili, ma non per questo meno presenti: La scelta di Anne è infatti un film fatto di sguardi, assenze, omissioni, silenziosi rimproveri che cercano di condizionare la protagonista ancora di più di quelli espliciti. 

A ben vedere, Diwan non parla solo di aborto, ma allarga il suo discorso alla libertà femminile tout court, al diritto di poter controllare e decidere di se stesse. Anne (interpretata da Anamaria Vartolomei, magnetica e perfetta nella parte)  non sta solo scegliendo di non avere un figlio indesiderato, ma sta affermando una più ampia libertà di scegliere - scegliere di non avere un figlio, scegliere di non dover sacrificare se stessa, i suoi sogni, le sue speranze. 
Il controllo sul suo destino passa dal controllo del proprio corpo, un corpo portato al centro della scena grazie a una regia cruda ma creativa che ne segue sofferenze e mutazioni, senza omettere nulla. 

La scelta di Anne è un film appassionato senza essere passionale, militante senza indulgere nell'introspezione: e per questo può, a tratti, risultare freddo e distante. È un film verista, che racconta la sua vicenda con piglio quasi cronachistico, mentre gli eventi si susseguono con un'inevitabilità quasi biblica, con Anne, novella Giobbe, sempre più sola ma sempre più determinata nell'inseguire la sua autoaffermazione.

*** 1/2

Pier

domenica 7 novembre 2021

Ultima Notte a Soho (In pillole #20)

La trappola della nostalgia


Il mito della swinging London ha ancora una fascinazione potente, quella di un'epoca vitale, energizzante, fatta di locali, canti, feste, in cui tutto era possibile e a portata di mano. Eloise è cresciuta con questo mito, cullata dalle musiche ascoltate sui 33 giri della nonna, tra Petula Clark e Cilla Black: non sorprende, dunque che, quando scopre che la Londra moderna è ostile, competitiva, e alienante, il suo istinto sia quello di rifugiarsi nel passato, abbandonandosi a una rêverie che, per un certo periodo, le permette di avere successo nella scuola per stiliste e di tornare a essere felice. 

La premessa potrebbe ricordare Midnight in Paris: ma laddove Woody Allen rendeva il passato sognato un mondo decisamente più appetibile di quello reale, Wright decide di sollevare il tappeto della nostalgia e guardare in faccia alla realtà della Londra anni Sessanta, una città che sotto le luci scintillanti nascondeva un sottobosco ostile, predatorio, la materia di cui sono fatti gli incubi. Il film diventa quindi un thriller hitchcockiano che sconfina nel territorio del romanzo gotico, in cui il confine tra realtà e sogno diventa sempre più sottile, e il passato è un mostro in agguato dietro una porta, pronto ad assalirti. 

Edgar Wright realizza forse il suo film cinematograficamente più maturo, in cui tutti gli elementi si incastrano alla perfezione, dalla fotografia - evocativa e "abbagliante" in alcuni momenti, cupa e addirittura gore in altri - alla splendida colonna sonora (preparatevi, vi entrerà in testa e non se ne andrà più). La scena nella sala da ballo in cui le due protagoniste si alternano sulla pista in un piano sequenza di rara energia e vitalità, è una piccola gemma in un film che conquista i sensi, grazie anche alle splendide prove delle due attrici protagoniste. Thomasin McKenzie offre il giusto connubio di innocenza e sociopatia alla sua Eloise, e Anya Taylor-Joy è semplicemente ipnotica nei panni di Sandie: la scena del canto è un pezzo di rara bravura.

Ultima notte a Soho è un film che non ha paura di essere uno, nessuno, e centomila, trascinante nella sua capacità di cambiare faccia, genere, direzione narrativa, creando un'esperienza visiva conturbante, che trasporta lo spettatore nei sogni e negli incubi della swinging London.

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Pier

mercoledì 15 settembre 2021

Figli del Sole (In pillole #19)

Un tesoro nascosto


Dei ragazzi di strada in Iran tirano a campare con piccoli furti e lavoretti. Vengono ingaggiati da un piccolo malvivente locale per recuperare un tesoro, nascosto nelle viscere di una scuola. Per raggiungere il loro obiettivo, dovranno andare tra i banchi. 

Uscito in sala oltre un anno dopo la sua presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia (le vie della distribuzione italiana sono misteriose...), Figli del sole è uno di quei film all'apparenza semplici, ma che entrano nella testa e nel cuore e scavano, scavano, scavano, rivelando una stratificazione e una complessità tematica che sfuggono a un primo superficiale sguardo. Quella che è a tutti gli effetti una caccia al tesoro in stile Goonies si rivela così non solo uno splendido percorso di maturazione (come lo stesso Goonies), ma anche una riflessione sull'importanza dell'educazione e di trovare qualcuno che creda nel tuo potenziale. 

Il cuore pulsante del film è un cast di attori non professionisti - capitanati da Rouhollah Zamani, meritato vincitore del Premio Mastroianni a Venezia 2020 - tutti dotati di un'espressività, di una vitalità e di un'energia irresistibili. Grazie a loro e a una sceneggiatura ben congegnata, il film non sfocia mai nella banalità o nella retorica, e alterna alla perfezione avventura, risate, e commozione, fino allo splendido crescendo del finale.

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Pier

sabato 3 luglio 2021

The father (In pillole #18)

Frammenti di memoria



Il racconto della demenza senile non è certo nuovo al cinema, soprattutto negli ultimi anni, in cui film come Still Alice, Away from her, e The leisure seeker hanno affrontato il tema con toni e prospettive molto differenti. Tutti questi film, tuttavia, adottavano una prospettiva esterna alla malattia, mostrando il decadimento mentale e fisico della protagonista come visto da un osservatore. The father ribalta questa prospettiva, e ci porta all'interno del cervello del malato, mostrandoci la realtà dal suo punto di vista. La macchina da presa di The father è un narratore inattendibile, che procede per salti, collegamenti (il)logici, rivisitazioni di scene precedenti, giustapposizioni: è un viaggio in una mente durante il processo di frammentazione indotto dalla malattia, tra i fantasmi che sembrano reali e la realtà che diventa sogno. 

La sceneggiatura di Florian Zeller è, semplicemente, un capolavoro: tesa, ritmata, coraggiosa, cattura lo spettatore dalla prima scena e non lo abbandona più, trascinandolo nelle profondità della mente e continuando a sorprenderlo, disorientarlo, emozionarlo fino all'ultima inquadratura. 
La regia di Zeller è meno creativa della sua sceneggiatura ma comunque ottima, in grado di superare l'origine teatrale del testo per mettere in scena una macchina visiva e sonora efficace ed evocativa grazie ad alcune scelte artistiche molto azzeccate: la musica diegetica chiaramente distinta da quella extradiegetica, il gioco visivo dei sottili cambiamenti degli spazi e delle situazioni, con la ripetizione delle inquadrature a sottolineare differenze dapprima marginali che divengono sempre più macroscopiche. Il gioco è sorretto da un montaggio da manuale, che gioca con il tempo interno della storia (tempo che, peraltro, è uno dei temi centrali del film), dilatandolo e comprimendolo a seconda delle necessità.

La forza emotiva del film, tuttavia, è tutta nelle mani di Anthony Hopkins, qui forse alla miglior prova di una già scintillante carriera. Non esistono parole che possano descrivere l'incredibile naturalezza dell'attore gallese nel raccontare un uomo malato che cerca disperatamente di aggrapparsi alle ultime certezze che la sua mente gli offre. Rabbia, debolezza, paura, charme: Hopkins offre questo, e tanto altro, dando credibilità a scene che in mano a un altro attore sarebbero state ad altissimo rischio di ridicolo, e che lui trasforma in momenti straordinari, catartici, umani. Accanto a lui impallidisce anche l'ennesima prova sublime di Oliva Colman, perfetta nel rendere il caleidoscopio di emozioni che la figlia di un malato di demenza senile si trova a provare.

The father non è solo un film sulla malattia, ma un magnifico ritratto della mente e della memoria umana, che ci mette di fronte alla loro fragilità e a come siano in grado di distorcere la realtà. Un viaggio dentro noi stessi, che evidenzia come ciò che ci rende chi siamo - la nostra identità - risieda soprattutto nella nostra capacità di pensare, sentire, ricordare. Non perdetelo.

****1/2

Pier

Nota dell'autore adirato: la distribuzione italiana ha, come da tradizione, deciso di aggiungere un pleonastico sottotitolo al titolo originale, ovvero "Nulla è come sembra" - roba da thriller estivo di seconda visione. Quando la smetteremo con queste scelte penose?