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martedì 25 aprile 2023

Super Mario Bros. - Il film (In pillole #25)

Un'overdose di zucchero


Super Mario Bros. - Il film è una conferma dell'adagio popolare "il troppo stroppia". Di per sé gli ingredienti sono quelli giusti: la grafica è perfetta, i doppiatori azzeccati (cosa che diviene un difetto in italiano, in cui alcuni personaggi perdono tantissimo in quanto chiaramente caratterizzati sulla base del doppiatore originale). L'ambientazione è fedelissima a quella del videogioco, e i momenti di fan service abbondano. Tuttavia, il ritmo e la narrativa sono quelli di un ottovolante, non quelli di un film: gli eventi si susseguono senza sosta, senza dare il tempo di conoscere i personaggi, che vengono scaraventati di fronte allo spettatore in un'orgia di colori, suoni e inseguimenti. 

I registi sembrano in preda all'ansia di dover mostrare più cose e scenari possibili, come se non ci fosse la possibilità di un sequel (già garantito, visto l'enorme successo commerciale) e si dovessero mettere in vetrina tutti i gioielli di famiglia nello spazio di novanta minuti.

La natura videoludica del prodotto è fin troppo evidente, con l'elemento "ludico" che soverchia quello "video": il target sono chiaramente bambini in età scolare, da stordire di zucchero per renderli dipendenti e iperattivi e fare loro urlare: "Un altro giro!"

Non stupisce, dunque, il successo commerciale: resta però il rammarico per aver raccontato in modo così superficiale una storia che aveva decisamente il potenziale per poter avere un diverso spessore emotivo. Per dirla con due film della stessa casa di produzione (Illumination), poteva essere un Cattivissimo me, ma si è scelto di farne un Minions. Peccato.

**

Pier

mercoledì 11 gennaio 2023

The Fabelmans

La magia di un mestiere


Il film racconta l'infanzia di Sammy Fabelman, dalla scoperta del cinema a sei anni fino al suo tentativo di iniziare una carriera da regista. Nel mezzo, i trasferimenti per il lavoro del padre e il rapporto con i genitori - inventore lui, pianista mancata lei - e le sorelle. 

C'è un trend impossibile da ignorare nel cinema degli ultimi anni, che vede grandi registi affermati riflettere sul proprio passato, con film autobiografici ricchi di nostalgia (è il caso di Cuarón e di Sorrentino, e in parte anche di Iñárritu), o su quello della propria arte (è il caso di Tarantino, di Scorsese e di Chazelle e, in parte, anche di P.T. Anderson). 

Spielberg unisce queste due tendenze, realizzando un memoir che è anche un inno al cinema - non alla magia della sala e delle immagini in movimento, come in Nuovo Cinema Paradiso, ma proprio al fare cinema, al mestiere, al duro lavoro e all'inventiva che stanno dietro a ogni film, dai grandi blockbuster fino ai film scolastici. Laddove Totò, alter ego di Tornatore in NCS, è uno spettatore appassionato, onnivoro e sognante, Sammy, l'alter ego del giovane Spielberg, fa e vuole fare cinema, non si limita a guardarlo: salvo che nella scena d'apertura vediamo raramente Sammy come spettatore, e solo per pochi istanti. Spendiamo invece tantissimo tempo con lui che cerca la sua strada come cineasta: lo vediamo superare difficoltà tecniche con grande ingegno, affrontare le prime indicazioni registiche a un attore, studiare inquadrature  (vedere Spielberg bambino che spiega la Spielberg face è un inside joke davvero soddisfacente) e, soprattutto, combattere con le resistenze del padre, che lo vorrebbe a fare un lavoro "vero." 

I film artigianali di Sammy sono una storia nella storia, piccoli capolavori di creatività che Spielberg si è palesemente divertito a rigirare in versione migliorata ora che ha a disposizione esperienza e budget. Il film di guerra è un piccolo gioiello, ma a brillare è il meno spettacolare filmato della gita scolastica: un'epopea giovanile degna di Un mercoledì da leoni in cui dei ragazzi diventano per un giorno eroi epici, comici, e drammatici - una perfetta rappresentazione del potere del cinema e del racconto per immagini, capace di creare miti dal nulla.

La storia della sua passione crescente si intreccia con quella del declinante matrimonio dei genitori, due anime uniche e profondamente diverse, che si amano ma non sono fatte per stare insieme: il padre, pioneristico ingegnere informatico, è calmo, metodico, preciso, schivo; la madre, pianista mancata, è irrequieta, saltabeccante, disordinata, e deve essere sempre al centro dell'attenzione. La loro differenza è chiara fin dalla prima scena, quando stanno accompagnando il giovane Sammy al cinema: il padre gli spiega come funziona la tecnologia alla base del cinema, la madre gli parla della magia e dei sogni che le immagini in movimento sono in grado di creare. 

Spielberg mette in scena una famiglia sgangherata, complessa e multiforme, in cui i non detti prevalgono sulle parole e la tensione si muove sotterranea, accumulandosi lentamente fino ad arrivare al punto di rottura. Una famiglia, quella di Sammy, che ricorda da vicino quelle disfunzionali di alcuni grandi romanzi americani (viene subito in mente Le correzioni), ma guardata con sguardo dolce e partecipe. Spielberg e Kushner, che firma con lui la sceneggiatura, sono molto attenti a gettare uno sguardo benevolo su ambedue i personaggi, nonostante quello della madre risulti istintivamente più insopportabile per il suo infantilismo: l'operazione riesce sia perché la sua principale qualità (l'amore e l'incoraggiamento per il figlio) è centrale per la passione di Sammy, sia grazie alla superba prova di Michelle Williams, che riesce a trasmettere alla perfezione la dolcezza e la fragilità che si nascondono dietro la teatralità e i capricci. Accanto al nucleo familiare dei Fabelmans si muovono personaggi memorabili, dal belloccio con una segreta sensibilità artistica al meravigliosamente strambo zio Boris, passando per un famosissimo regista il cui incontro (avvenuto esattamente nelle modalità descritte nel film) segnò la carriera del giovane Spielberg: non diciamo chi sia per lasciare allo spettatore il piacere di godersi la scena in cui fa la sua comparsa.

The Fabelmans non colpisce forte al cuore quanto alcuni dei film menzionati in apertura (È stata la mano di Dio su tutti), ma è scritto con maggiore coesione e precisione, senza sbavature. È una perfetta summa del cinema di Spielberg, nonché un grande esempio di sceneggiatura e, soprattutto, di regia nel suo senso più importante e, al tempo stesso, più dimenticato, quello che il giovane Sammy intuisce in un dialogo con il padre manager: il saper tirare le fila, la direzione efficace di tutte le parti, tutti gli artisti che lavorano su un film, per realizzare una visione di insieme. 
Spielberg realizza un film personalissimo, che racconta non solo la sua vita ma anche il suo lavoro, quello che ancora oggi svolge con grande passione e che è nato su set artigianali, fatti di treni giocattolo, costumi raffazonati, e puntine da disegno. In fondo, anche se molti blockbuster fanno di tutto per farcelo dimenticare, il cinema è fatto di piccole cose: di passione, creatività, ingegno, e sudore - della gioia di un sorriso, e delle sofferenze che nasconde; dello sguardo meravigliato di un ragazzo, e di quel momento di spasmodica attesa prima che anche noi possiamo scoprire cosa abbia visto.

**** 1/2

Pier

mercoledì 21 agosto 2019

Il re leone (2019)

Tradire la propria storia


Simba è il giovane erede di Mufasa, il re della savana. Ansioso di provare il suo valore e istigato dall'ambiguo zio Scar, il giovane leone finirà per infilarsi in un pericolo che cambierà tutta la sua vita.

Nulla sembra poter fermare l'ondata di remake dal vivo dei classici d'animazioni Disney: se alcune di queste operazioni sembrano avere almeno una vaga giustificazione artistica (Il libro della giungla, diretto dallo stesso Favreau responsabile de Il re leone), e altre sono quantomeno inoffensive e comunque godibili (il recente Aladdin e Cenerentola), altri riescono nell'impresa di non arricchire l'originale e addirittura peggiorarlo (La bella e la bestiaDumbo).

Il re leone, purtroppo, ricade nell'ultimo caso. All'apparenza un remake quasi pedissequo dell'originale, il film trova la propria morte in quella che dovrebbe essere la sua raison d'être, ovvero la computer grafica iperrealistica già vista ne Il libro della giungla. Laddove in quest'ultimo l'iperrealismo era necessario per consentire l'interazione realistica con il giovane interprete di Mowgli, qui l'iperrealismo risulta fallimentare e straniante, in quanto completamente inadatto a veicolare le emozioni provate dai personaggi. La mancanza di emozioni si traduce nella totale incapacità di empatizzare con i protagonisti, rendendo così sterili le scene che dovrebbero risultare divertenti (le prime interazioni tra Simba e Timon e Pumbaa) o commoventi (la celeberrima morte di Mufasa). La veicolazione delle emozioni è lasciata interamente ai doppiatori, creando così enormi differenze nell'espressività dei personaggi, con la versione giovane di Simba che si trasforma in una sfinge pressoché indecifrabile. Un film che è passato alla storia per la sua straordinaria portata emotiva si trasforma quindi in un film piatto, senza guizzi, incapace di emozionare e persino di divertire, fatta eccezione per rarissime scene, quasi tutte affidate ai mattatori Zazu, Timon e Pumbaa, cui vengono assegnati le battute più riuscite e i migliori doppiatori (rispettivamente John Oliver, Billy Eichner, e Seth Rogen in originale, Emiliano Coltorti, Edoardo Leo, e Stefano Fresi in italiano).

Il paradosso è che questa situazione si sarebbe potuta evitare applicando le regole auree dell'animazione tradizionale - regole create dalla stessa Disney e "trasferite" alla computer grafica dal lavoro di John Lasseter sui primi corti Pixar. La totale  incapacità dei personaggi animati, e dei felini in particolare, di comunicare emozioni come gioia o tristezza risulta dall'aver ignorato regole come l' "esagerazione", che prescrive un uso di espressione facciali esagerate per trasmettere emozioni ed evitare la staticità e monotonia generate dall'iperrealismo. Il fatto che un film del genere sia stato prodotto senza tenere conto di un difetto produttivo talmente macroscopico da essere evidente anche a un occhio non esperto lascia basiti ed esterrefatti, soprattutto considerando che simili problemi non sono certo una novità nell'ambiente a.
Il film si distingue inoltre per una sciatteria inaccettabile, che si esprime soprattutto nei colori, spenti e piatti laddove l'originale era un trionfo di toni accesi e vibranti, e che trova il suo culmine nella scena in cui Simba e Nala cantano Can you feel the love tonight?, palesemente ambientata di giorno, con tanto di tramonto che avviene molti minuti dopo la fine della sequenza.

Il re leone, dunque, non è solo un remake inutile, pedissequo e dimenticabile, creato unicamente per logiche commerciali (cosa che di per sé non basterebbe a condannarlo, dato che lo scopo, in fondo, è sempre quello di fare film che incassino al botteghino): è anche un tradimento dell'Arte create dalla stessa Disney, e che la ha consacrata come una delle aziende più creative del ventesimo secolo. Un tradimento del genere è inaccettabile e preoccupante, in quanto dimostra una totale mancanza di rispetto e attenzione sia per lo spettatore che per la storia dell'azienda.

Visto che la macchina dei remake non conosce soste, auspichiamo che questo evidente passo falso faccia riconsiderare alla Disney l'uso della computer grafica, al fine di promuoverne un uso più efficace e degno della grande storia dell'animazione disneyana.

* 1/2

Pier

a : per esempio, in Alla ricerca di Nemo il team artistico Pixar constatò che rappresentare i pesci in modo realistico, con gli occhi sui lati del corpo, rendeva i personaggi troppo inespressivi. Decisi quindi di usare un altro animale come modello per gli occhi dei protagonisti: il cane.

venerdì 12 febbraio 2016

Steve Jobs

Stay hungry, stay Sorkin



Il film analizza la figura di Steve Jobs raccontando i momenti prima del lancio di tre prodotti chiave della sua carriera: il primo Macintosh, il NeXT Computer, e l'i-Mac G3. Vediamo quindi l'evoluzione del rapporto tra Jobs e la figlia, il co-fondatore di Apple Steve Wozniak, e i colleghi, amici o nemici a seconda delle occasioni.

Genio? Tiranno? Uomo marketing senza contenuti? Forse Steve Jobs era tutto questo, forse era qualcos'altro ancora. Il film di Danny Boyle non dà risposte in questo senso, ma decide fin nella sua struttura di lasciare aperto il dibattito: chi era veramente Steve Jobs? La struttura in tre atti, quasi teatrale, permette di vedere Jobs in diversi momenti della sua vita umana e professionale, durante i quali balla pericolosamente sull'orlo che divide perfezionismo e tirannide, genio e sadismo. "It's not a binary: you can be a genius and a decent person", dice Wozniak a Steve. Ma è davvero possibile? Può l'ossessione non essere accompagnata da un estremo disprezzo per chi non mostra la stessa motivazione, lo stesso divorante anelito alla perfezione?

La sceneggiatura sviscera con sapienza questi e altri temi, usando il particolare per parlare dell'universale, il genio di Jobs per parlare del Genio e della sua natura. Chi è il Genio? E' colui che realizza materialmente un'idea, o colui che ne intuisce il potenziale? E' chi suona il violino, o chi dirige l'orchestra? Steve Jobs è il trionfo di Aaron Sorkin (scandalosamente ignorato agli Oscar), la sublimazione della sua scrittura fatta di walk and talk, di dialoghi fulminanti che affascinano, catturano, stordiscono, travolgono, e che riflettono appieno la complessa personalità del protagonista. La storia scorre veloce, a volte quasi troppo, senza un attimo di pausa, senza concessioni, senza momenti di relax e riflessione, forzando lo spettatore a seguire a bocca aperta un susseguirsi di confronti e battute memorabili. Alcuni eventi sono inventati, altri cronologicamente inesatti, ma il tutto passa in secondo piano di fronte alla superba magniloquenza dei dialoghi, assolutamente da sentire e gustare in originale. Il testo di Sorkin è magistralmente supportato da un'eccezionale prova corale del cast, in cui spicca Fassbender ma brillano anche le stelle di Kate Winslet, Jeff Daniels e Seth Rogen, un perfetto Wozniak.

Dunque, Steve Jobs è un capolavoro? Nemmeno lontanamente. A differenza di altri lavori di Sorkin, come The Social Network, il film manca di un elemento fondamentale: la regia. Boyle realizza un film scolastico, a tratti stucchevole, in cui si asservisce alla scrittura di Sorkin ma non la esalta, rivelando tutta la sua mediocrità nei rari momenti in cui la scrittura si assenta e lascia spazio alle immagini, come nell'inutilmente patinato e sdolcinato finale. Alcune indovinate scelte di fotografia (i tre atti sono fotografati con formati differenti per rendere al meglio le atmosfere d'epoca) non riescono a salvare una regia poco ispirata scarsamente creativa. Se si esce dal film pensando che funzionerebbe meglio a teatro, la colpa è solo ed esclusivamente di Boyle. Il confronto con il lavoro fatto da Fincher in The Social Network, dove alla sceneggiatura eccellente si affiancavano alcune sequenze registicamente mirabili, è impietoso.

Steve Jobs rimane un film interessante, soprattutto per chi non conosce tutti i dettagli privati della vita del fondatore di Apple e per chi ama le sceneggiature ben fatte. Fassbender sembra inoltre essere l'unico serio avversario per Di Caprio nella corsa all'Oscar e, anche solo per questo, vale la pena spendere i soldi del biglietto.

***

Pier

mercoledì 8 giugno 2011

Zach and Miri... Amore a primo sesso

Quando la storia è migliore del titolo



Zack e Miri sono due amici che vivono in un appartamento fatiscente in periferia di Pittsburgh, sbarcando il lunario con lavoretti vari e impegnandosi solo in relazioni occasionali. Una festa di riunione con dei vecchi compagni di liceo dà a entrambi un'idea per uscire dalla semipovertà: girare e produrre un porno amatoriale destinato a essere distribuito online.

Kevin Smith con il suo nuovo film approfondisce uno dei fenomeni più diffusi degli anni Duemila, il porno 2.0. La storia è ben congegnata e divertente, e la maggior parte delle scene è azzeccata e convincente. Alcune volgarità sono gratuite e avrebbero potuto essere evitate, ma il tono del film è comunque più vicino a una commedia che a un teen-movie americano.
Gli attori protagonisti convincono e sembrano tagliati dal sarto per la parte, e anche il cast di contorno offre una buona prova.

Smith fallisce però nel creare quell'atmosfera di fallimento ed empatia che aleggia sui suoi lavori più riusciti, e che rende i personaggi più coinvolgenti e più veri.
La storia risulta quindi in alcuni punti un po' finta, poco vibrante, e gli eventi si succedono senza veri e propri colpi di scena.
Una nota a parte merita il titolo italiano, come sempre agghiacciante e inutilmente lontano dal significato originale.

Zack and Miri è un film divertente ma con scarso spessore, con uno scarso approfondimento dei temi della storia. Questo lo rende un film più da intrattenimento casalingo che da cinema, e fa rimpiangere il meraviglioso spirito, dissacrante e "verista", degli esordi di Smith.

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Pier