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lunedì 29 settembre 2025

Life of Chuck

Ogni vita è meravigliosa


L'apocalisse sembra arrivata. Mentre tutto crolla, qualcuno celebra la vita di un certo Chuck Krantz, contabile. Da qui inizia un percorso a ritroso in cui scopriamo chi è Chuck e perché sia giusto celebrarlo.

Cosa contiene una vita? Questa la domanda che sembra muovere il racconto di Stephen King da cui è tratto il film: una lettura quasi letterale della famosa poesia di Walt Whitman Contengo moltitudini; un racconto lirico, meditativo, ben lontano dalle atmosfere da "maestro del brivido" per cui è famoso. Ma tutti gli appassionati di cinema sanno che, con la notevole eccezione di Shining, i migliori adattamenti kinghiani sono spesso poco horror - da Le ali della libertà passando per Stand by me e Il miglio verde. 

Life of Chuck si iscrive a questi precedenti illustri grazie all'adattamento sapiente di Mike Flanagan, anch'egli noto per il genere horror (sue sono alcune delle migliori serie TV nel genere degli ultimi anni, dalle due Haunting a Midnight Mass, passando per La caduta della casa degli Husher e Midnight Club: chi le ha viste riconoscerà numerosi attori e attrici di queste serie nel film). Flanagan, come King, prova di saper trascendere il genere che lo ha reso famoso, mostrandosi pienamente a suo agio nel raccontare un inno alla vita (qualcuno potrebbe evidenziare come l'orrore sia un modo di celebrare, per contrasto la bellezza della quotiadinità). È difficile raccontare Life of Chuck senza spoiler, ma ci proveremo: è diviso in tre atti raccontati in ordine cronologico inverso, e si focalizza sulla vita di un uomo di nome Chuck. 

Inizia come un film distopico, e prosegue come una celebrazione della gioia di vivere, della bellezza delle piccole gioie del quotidiano, del piacere del riscoprire una passione sopita. Il secondo atto è fatto di musica e danza, mentre nel terzo le tematiche del film si incontrano e tutte le fila si tirano: c'è ancora il ballo, certo, ma ci sono anche le vite che, intrecciandosi, costituiscono quel macrocosmo che è ciascuna esistenza; c'è il lutto, il dolore della perdita, ma anche la gioia di trovare e ritrovare passioni; c'è, infine, il desiderio di vivere la propria vita a fondo, superando gli ostacoli che società e destino vogliono metterci davanti.

Flanagan dirige con mano invisibile, senza i virtuosismi che altri registi esibirebbero in alcuni momenti, ma riesce comunque a confezionare alcuni momenti memorabili. Tra questi spicca la danza del secondo atto, un'esplosione di gioia e vitalità magistralmente disegnata da Mandy Moore, probabilmente la miglior coreografa su piazza quando si tratta di creare danze ambientate nel tessuto urbano (sue anche le coreografie di La La Land). L'esibizione spontanea di Tom Hiddleston e Annalise Basso è ipnotica, sensuale, un'esplosione di gioia e al tempo stesso un enigma, una finestra sull'anima di due persone ferite e in cerca di redenzione. Se la danza del secondo atto è senza dubbio la scena migliore dal punto di vista cinematografico, quella del terzo atto eseguita da un giovane Chuck e dalla sua compagna di ballo Cat è quella che più tocca al cuore, soprattutto grazie alla purezza e all'entusiasmo contagioso dei due attori-ballerini, Benjamin Pajak (eccezionale, il cuore pulsante del film) e Trinity Jo-Li Bliss.

Tutto il cast è diretto magistralmente. Flanagan dimostra un amore per i suoi attori e le sue attrici che esalta l'umanità e il realismo di tutte le loro performance: dai due ex coniugi travolti dalla fine del mondo nel primo atto (Chiwetel Ejiofor e Karen Gillan) al nonno di Chuck, uno struggente Mark Hamill, forse alla miglior prova in carriera, passando per la voce narrante affidata al sempre meraviglioso Nick Offerman, che potrebbe rendere appassionante anche la lettura dell'elenco telefonico.

Life of Chuck è una poesia per immagini, un inno alla bellezza e alla capacità di superare le proprie paure. È una celebrazione dell'eccezionalità e dell'unicità della vita, di ogni singola vita, anche quella all'apparenza più banale: un messaggio che può sembrare scontato, ma decisamente non lo è di questi tempi, in cui le morti sono freddi numeri senza passato, senza storia, e la deumanizzazione della vita è all'ordine del giorno. 

Flanagan realizza un piccolo miracolo, un film fuori dal suo tempo (impossibile non pensare a La vita è una cosa meravigliosa) eppure perfetto per i nostri tempi, che scalda il cuore e restituisce la speranza senza essere mai sdolcinato. Life of Chuck racconta la vita nella sua complessità, nella sua capacità generativa e immaginativa, di cambiare altre vite, tante altre, con piccoli gesti, all'apparenza insignificanti, ma in grado di creare e cambiare mondi: un sorriso, una parola gentile, una musica ballata di fronte all'apocalisse, con il sorriso, mentre le stelle si spengono. 

**** 

Pier

mercoledì 21 agosto 2019

Il re leone (2019)

Tradire la propria storia


Simba è il giovane erede di Mufasa, il re della savana. Ansioso di provare il suo valore e istigato dall'ambiguo zio Scar, il giovane leone finirà per infilarsi in un pericolo che cambierà tutta la sua vita.

Nulla sembra poter fermare l'ondata di remake dal vivo dei classici d'animazioni Disney: se alcune di queste operazioni sembrano avere almeno una vaga giustificazione artistica (Il libro della giungla, diretto dallo stesso Favreau responsabile de Il re leone), e altre sono quantomeno inoffensive e comunque godibili (il recente Aladdin e Cenerentola), altri riescono nell'impresa di non arricchire l'originale e addirittura peggiorarlo (La bella e la bestia, Dumbo).

Il re leone, purtroppo, ricade nell'ultimo caso. All'apparenza un remake quasi pedissequo dell'originale, il film trova la propria morte in quella che dovrebbe essere la sua raison d'être, ovvero la computer grafica iperrealistica già vista ne Il libro della giungla. Laddove in quest'ultimo l'iperrealismo era necessario per consentire l'interazione realistica con il giovane interprete di Mowgli, qui l'iperrealismo risulta fallimentare e straniante, in quanto completamente inadatto a veicolare le emozioni provate dai personaggi. La mancanza di emozioni si traduce nella totale incapacità di empatizzare con i protagonisti, rendendo così sterili le scene che dovrebbero risultare divertenti (le prime interazioni tra Simba e Timon e Pumbaa) o commoventi (la celeberrima morte di Mufasa). La veicolazione delle emozioni è lasciata interamente ai doppiatori, creando così enormi differenze nell'espressività dei personaggi, con la versione giovane di Simba che si trasforma in una sfinge pressoché indecifrabile. Un film che è passato alla storia per la sua straordinaria portata emotiva si trasforma quindi in un film piatto, senza guizzi, incapace di emozionare e persino di divertire, fatta eccezione per rarissime scene, quasi tutte affidate ai mattatori Zazu, Timon e Pumbaa, cui vengono assegnati le battute più riuscite e i migliori doppiatori (rispettivamente John Oliver, Billy Eichner, e Seth Rogen in originale, Emiliano Coltorti, Edoardo Leo, e Stefano Fresi in italiano).

Il paradosso è che questa situazione si sarebbe potuta evitare applicando le regole auree dell'animazione tradizionale - regole create dalla stessa Disney e "trasferite" alla computer grafica dal lavoro di John Lasseter sui primi corti Pixar. La totale  incapacità dei personaggi animati, e dei felini in particolare, di comunicare emozioni come gioia o tristezza risulta dall'aver ignorato regole come l' "esagerazione", che prescrive un uso di espressione facciali esagerate per trasmettere emozioni ed evitare la staticità e monotonia generate dall'iperrealismo. Il fatto che un film del genere sia stato prodotto senza tenere conto di un difetto produttivo talmente macroscopico da essere evidente anche a un occhio non esperto lascia basiti ed esterrefatti, soprattutto considerando che simili problemi non sono certo una novità nell'ambiente a.
Il film si distingue inoltre per una sciatteria inaccettabile, che si esprime soprattutto nei colori, spenti e piatti laddove l'originale era un trionfo di toni accesi e vibranti, e che trova il suo culmine nella scena in cui Simba e Nala cantano Can you feel the love tonight?, palesemente ambientata di giorno, con tanto di tramonto che avviene molti minuti dopo la fine della sequenza.

Il re leone, dunque, non è solo un remake inutile, pedissequo e dimenticabile, creato unicamente per logiche commerciali (cosa che di per sé non basterebbe a condannarlo, dato che lo scopo, in fondo, è sempre quello di fare film che incassino al botteghino): è anche un tradimento dell'Arte create dalla stessa Disney, e che la ha consacrata come una delle aziende più creative del ventesimo secolo. Un tradimento del genere è inaccettabile e preoccupante, in quanto dimostra una totale mancanza di rispetto e attenzione sia per lo spettatore che per la storia dell'azienda.

Visto che la macchina dei remake non conosce soste, auspichiamo che questo evidente passo falso faccia riconsiderare alla Disney l'uso della computer grafica, al fine di promuoverne un uso più efficace e degno della grande storia dell'animazione disneyana.

* 1/2

Pier

a : per esempio, in Alla ricerca di Nemo il team artistico Pixar constatò che rappresentare i pesci in modo realistico, con gli occhi sui lati del corpo, rendeva i personaggi troppo inespressivi. Decisi quindi di usare un altro animale come modello per gli occhi dei protagonisti: il cane.

giovedì 27 febbraio 2014

12 anni schiavo

Molto rumore per poco

 

USA, 1841. Solomon Northup è un uomo di colore che vive nello stato di New York. E' nato libero, e si guadagna da vivere come musicista grazie alle sue doti di violinista. Attirato a Washington, DC, con la prospettiva di un ricco ingaggio, viene fatto ubriacare, imprigionato e venduto come schiavo a un proprietario terriero del Sud. Passeranno dodici anni prima che riesca a tornare in libertà, dodici anni in cui sopporterà le peggiori atrocità e crudeltà di cui l'uomo è capace.

Dopo il successo di critica ottenuto con Shame, Steve McQueen torna alla regia con un film annunciato come forte, un pugno allo stomaco, una cronaca senza sconti dell'orrore dello schiavismo. 12 anni schiavo manca invece totalmente del coraggio e della provocatorietà dei precedenti lavori del regista, Shame ma soprattutto Hunger, in cui il progressivo abbrutimento fisico e morale dei protagonisti era analizzato con occhio clinico, vivisezionando freddamente la loro psicologia e fisicità. Qui invece la regia è debole e poco incisiva, oscillando tra pietismo e crudo realismo in un'indecisione che finisce per minare la forza del messaggio del film. 12 anni schiavo è un buon film, ma non è un gran film: ottimamente interpretato e sorretto da una fotografia di altissimo livello, la pellicola tradisce le aspettative proprio in quello che dovrebbe essere il suo punto forte, offrendo una rappresentazione dello schiavismo terribile e raccapricciante, ma di impatto nient'affatto maggiore rispetto a quello di altri film sul tema come Amistad o Django. Il primo risulta migliore per quanto riguarda la descrizione del quadro sociale che rese possibile la schiavitù, mentre il secondo presenta le violenze subite dagli schiavi con una crudezza non certo inferiore e meno artificiosa e pretenziosa. La sensazione è che McQueen sia stato più attento a creare immagini d'impatto che a raccontare una storia, realizzando così un film senz'anima che riesce a commuovere e coinvolgere lo spettatore solo negli splendidi venti minuti finali.

La trama scorre lentamente, tra alcuni momenti inutilmente prolungati e altri ripetuti all'infinito senza che aggiungano nulla di significativo alla storia. Il film è però sorretto da una sontuosa prova collettiva del cast, capitanato da un Michael Fassbender sadico e violento e dalla sofferta interpretazione di Chiwetel Ejiofor, che presta tutto se stesso a una parte difficile e fortemente introspettiva. Accanto a loro sono da segnalare le prove di Paul Dano, pavido schiavista, e di Benedict Cumberbatch, capace di rendere fin dalle prime inquadrature tutta la complessità del suo personaggio. La fotografia alterna immagini di sublimi orrori e terribile bellezza, con panorami mozzafiati macchiati di sangue che si alternano a scene di tortura riprese in campo lungo in un'atmosfera di bucolica pace.  

12 anni schiavo rappresenta un passo indietro nell'opera di McQueen, in grado sì di piacere a un pubblico più ampio, ma mancante di quella forza eversiva e di quel coraggio che avevano fin qui contraddistinto l'opera del regista. Resta comunque un buon film, che racconta con fedeltà e veridicità il capitolo più terribile della breve storia degli Stati Uniti, narrando attraverso un dramma privato la barbarie dello schiavismo. Da vedere, ma senza aspettarsi nulla di rivoluzionario.  

***  

Pier