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domenica 19 luglio 2026

Odissea

La fine della civiltà


C'è sempre una certa curiosità mista ad apprensione quando un regista decide di affrontare un testo che ha chiaramente permeato la sua poetica e il suo immaginario. Era già successo quando Guillermo Del Toro ha girato Frankenstein, un film riuscito che però aveva lasciato molti, chi scrive incluso, con una sensazione di "già visto" sia dal punto visivo che narrativo: era Del Toro che rifaceva se stesso, di fatto, aggiungendo poco di nuovo. 

Il rischio, con Nolan, era doppio, dato che l'Odissea è un punto di riferimento del suo cinema non solo dal punto di vista tematico (l'eroe dal multiforme ingegno che rimane vittima della sua hubris, i viaggi in territori inesplorati, l'intelligenza che vince sulla forza bruta) ma anche da quello narrativo. L'Odissea è un poema epico che molti ritengono però anche il primo romanzo di avventura, ma è soprattutto una storia non lineare fatta di ellissi, flashback, storie nella storia che si rincorrono nei ricordi dei personaggi fino a diventare un complesso arazzo narrativo. Questo è il materiale su cui Nolan ha costruito le sue fortune, da Memento in poi: il rischio di ripetersi, di "appoggiarsifin troppo a quanto già fatto, era reale.

Nolan, però, è in una fase della sua cinematografia in cui sembra aver perso interesse per i meccanismi con cui si può deformare una storia, lo spazio e il tempo. Sublimata questa sua ossessione con Tenet, il regista sembra essere ora interessato a superare i limiti delle immagini bidimensionale nel tentativo di donare loro una consistenza fisica, la capacità di catturare tutti i cinque sensi. 


Questo tentativo era già evidente con Oppenheimer, ma in Odissea questa esplorazione è portata alle sue estreme conseguenze, anche grazie alla scelta di usare effetti speciali pratici, anziché solo digitali, e di girare in IMAX 70mm 1. Odissea è un film profondamente materico. Ogni elemento che vediamo nelle immagini (personaggi, scenografie, paesaggi) ha una consistenza sinestetica: ci sembra quasi di poter sentire la sabbia bagnata sotto le dita, l'arco che risuona prima che scocchi la freccia, il sapore della terra nella bocca dei morti. L'immagine si fa carne, sangue, sudore; legno, metallo, pietra; tamburi, urla, vento. Porta in vita un mondo fuori dal tempo eppure profondamente vivo. A questo trionfo multisensoriale contribuiscono sia l'eccezionale fotografia di Hoyte van Hoytema, sia la colonna sonora di Ludwig Göransson, semplicemente geniale nel suo giocare con dissonanze, percussioni (memorabile in tal senso anche l'aedo interpretato dal rapper Travis Scott), stridori: un incubo in musica, un passato tribale che suona come le guerre contemporanee, tra urla, esplosioni, e morte.

La matericità e la sinestesia emergono con forza soprattutto nelle scene fantastiche, in cui Nolan dimostra di avere un grande talento per l'horror. Gli dei, con l'eccezione ingannevole di Atena, sono solo suoni, elementi, furia naturale; Polifemo è un mostro uscito direttamente da Goya, e Circe trasforma gli uomini di Ulisse in maiali modellandoli come fossero creta: vediamo la loro carne deformarsi, distorcersi, trasformarsi, in un momento di body horror degno di Cronenberg.


A questa evoluzione nell'esplorazione visiva è corrisposta anche un'evoluzione narrativa - un'evoluzione più sottile, ma comunque fondamentale. In The prestige, Inception e Interstellar, Nolan era interessato al viaggio dei suoi eroi ingegnosi ma imperfetti, il cui intelletto e curiosità costituivano la loro eccezionalità ma anche la loro dannazione, il loro tormento e la loro estasi. Il focus era sulla ricerca di qualcosa, con le conseguenze che tormentavano sì i personaggi, ma diventavano un motore per andare avanti. Con Oppenheimer e ancora di più con Odissea, invece, Nolan si interessa al potenziale distruttivo della creatività e del genio, quel "fantasma dentro la macchina" di cui parlava Arthur Koestler parafrasando Cartesio per spiegare come la capacità dell'uomo di creare sia l'altro lato della medaglia della sua capacità di autodistruzione. Se di Oppenheimer vedevamo ambedue le facce in modo bilanciato (l'esaltazione della creazione, la lenta realizzazione delle conseguenze delle proprie azioni), in Odissea il focus è soprattutto sulla seconda. 

L'Odisseo di Matt Damon è un uomo in preda a un desiderio di autopunizione e autoflagellazione per qualcosa che ha fatto: il suo viaggio non è di scoperta, ma una fuga. Ma da cosa? Un tradimento, certo - anzi, più di uno: quello di Sinone, sacrificato fin dalla prima scena sull'altare del grande inganno del cavallo; quello di Penelope e Telemaco, abbandonati per lunghissimi anni; e quello dei compagni, lasciati a morire. Ma c'è qualcosa di più che tormenta Odisseo - qualcosa che la periodica apparizione di Atena, dea della giustizia e coscienza morale, continua a riportare a galla.


Nolan raccoglie un domanda che rimane sotterranea in tutta l'Odissea e la porta al centro della scena: ma Odisseo vuole davvero tornare a casa? La risposta, palesemente, è no: resta da scoprire il perché. La risposta arriva nel terzo atto, ed è sconvolgente, quasi rivoluzionaria. E, in pieno stile omerico-nolaniano, questa risposta arriva dal passato: dalla caduta di Troia che, finalmente, ci viene mostrata per intero, rivelandoci cosa è davvero uscito da quel cavallo (2: spoiler).  La sua risposta a questo fardello è viaggiare, fuggire sempre più lontano, abbracciare sempre di più l'oblio. Ma, come diceva un altro mostro sacro del mondo classico (Seneca), se viaggiamo per fuggire dai nostri demoni, i nostri demoni viaggeranno con noi. 

Nemmeno il loto di Calipso rimuove del tutto il ricordo, e Odisseo, alla fine, è costretto a farci i conti, in un terzo atto che riprende il ritorno a casa (nostos) omerico trasformandolo in un racconto ricco di suspence e tensione. Qui abbiamo uno dei momenti più silenziosamente spettacolari del film grazie alla ripresa (tipicamente nolaniana: la palla rossa di The prestige, la trottola di Inception) di un gesto/oggetto che ha scandito varie scene del film. Nolan lo fa tornare, prepotente, nel momento della rivelazione di Odisseo, facendo scorrere i brividi lungo la schiena dei pretendenti e degli spettatori.

Ma come si pone, l'Odissea nolaniana, rispetto ai temi del testo omerico? Nolan evita sia la tentazione di riprodurre alla lettera il testo (impossibile farlo in un solo film), sia quello di imporre la sua personale visione e stravolgerlo (i cambiamenti fatti, con l'eccezione del catartico finale, sono prevalentemente volti a snellire la narrazione). La sua scelta è quella dei grandi registi quando affrontano i classici, sia al cinema che a teatro: prendere uno o più temi già presenti, e usarli come bussola per navigare le tortuose acque dell'adattamento. In questa Odissea, il tema è quello della xenìa, la "legge di Zeus" (come la chiamano i personaggi) che prevede la sacralità dell'ospitalità e dell'ospite. La xenìa è il motore dell'intera vicenda, ripetuta ritmicamente come uno degli epiteti omerici a segnare gli snodi cruciali della vicenda. La violazione della xenìa, l'abbandono dei principi del diritto e del patto sociale segnano la fine della civiltà e l'inizio della barbarie; chi infrange la xenìa offende gli dei, e ne pagherà le conseguenze.


La scelta di questa tematica è vincente, perché permette al regista di calare l'Odissea nel mondo contemporaneo senza rinunciare alla sua natura mitica, in cui la magia è quasi reale (come recita la scritta in apertura). Il mondo dell'Odissea nolaniana è un non tempo crepuscolare, in cui armature, vestiari, suoni e architetture di diverse epoche e civiltà si incontrano e si fondono in un passato remoto ancestrale eppure attuale, creando uno straniamento che fa sì che quello che vediamo sia altro da noi ma sia anche noi, il nostro ieri ma anche il nostro oggi e domani (non per nulla molti hanno visto collegamenti anche con Il pianeta delle scimmie).

Nolan persegue la contemporaneità anche nella lingua, scegliendo un inglese piano e colloquiale, lontano dai pomposi artifici linguistici che spesso caratterizzano questo tipo di adattamenti (e qui l'influenza spirituale di Emily Wilson, traduttrice dell'ultima, e rivoluzionaria, versione in lingua inglese del poema omerico che Nolan ha dichiarato di aver usato come punto di riferimento, è evidente 3) e rinunciando persino all'uso dell'accento britannico, solitamente usato per l'epica e i film storici. Il risultato è ambivalente: da un lato i dialoghi risultano senza dubbio più diretti ed efficaci, dall'altro sono innegabilmente l'elemento meno riuscito del film, e vengono spesso elevati dalle ottime prestazioni del cast. Matt Damon porta in scena un Odisseo enigmatico, una sfinge che getta la maschera solo nell'ultimo atto, dove vediamo cosa avviene davvero nel suo cuore. Tra gli altri personaggi spiccano l'Eumeo di John Leguizamo e la Penelope di Anne Hathaway, regale e terribile nel suo dolore sia privato (l'assenza del marito) che pubblico (la frustrazione nel non vedere riconosciuta la sua autorità).

Odissea è uno splendido kolossal d'autore, in cui quasi ogni scena potrebbe essere un un'opera d'arte a sé stante senza rinunciare però a essere spettacolare. Nolan fa felice Calvino prendendo un classico e dimostrando che non solo non ha ancora finito ciò che ha da dire, ma che ci parla oggi in modo sorprendentemente nuovo, raccontandoci come la civiltà collassi quando il patto sociale viene violato e dimentichiamo ciò che ci rende umani.

*****

Pier

1: per chi si stesse chiedendo "a che pro girare con un formato che può essere visto solo in qualche decina di sale al mondo", la risposta sta proprio qui: la qualità della ripresa e dell'immagine alla fonte rimane la più alta possibile, al netto del formato di proiezione.

2: SPOILER
Le porte di Troia si aprono, e nella città entra la Morte, personificata da un Agamennone tetro, imponente e minaccioso. Torna, prepotente, il messaggio antibellico di OppenheimerOdisseo, come lo scienziato, si rende conto di essere diventato "la Morte, il distruttore dei mondi". La sua genialità ha causato un genocidio, la fine di una civiltà e, forse, di tutta la civiltà conosciuta. Zendaya non è Atena, ma una ragazza inerme uccisa sotto gli occhi di Odisseo: la personificazione del senso di colpa. "I popoli del mare siamo noi", dice Odisseo nel finale: violando la xenìa in modo così plateale, hanno decretato la loro trasformazione da civiltà a barbari, la fine della luce e l'inizio delle tenebre. Allo stesso modo, la strage dei pretendendenti costituisce una violazione della xenìa giustificata ma comunque troppo grave per essere ignorata. Nel poema porta quasi a una guerra civile, evitata solo dall'intervento da dea ex machina di Atena. Qui la colpa non viene lavata, e porta all'esilio: Odisseo e Penelope navigano verso l'ignoto, oltre le colonne d'Ercole, per cercare un nuovo futuro e fare ammenda per il proprio passato.

3: Wilson ovviamente mantiene un linguaggio più elevato, ma sceglie di rendere l'Odissea leggibile come un romanzo pur mantenendone la natura di poema in versi, basandosi su un principio semplice: il greco di Omero non era arcaico per i suoi contemporanei. Il suo incipit, con la decisione dirompente di tradurre "polutropos (πολύτροπος) con "complicato", ha una forza emotiva ed evocativa innegabili. Lo trovate qui. L'influenza di Wilson è evidente anche nel come viene trattato il personaggio di Mia Goth, una delle "ancelle infedeli", che Wilson, prima a farlo in lingua inglese, restituisce alla loro vera natura: schiave, che quindi sono costrette a "seguire il vento", per parafrasare una battuta di Pattinson/Antinoo.

martedì 29 ottobre 2024

Il Robot Selvaggio

Poesia nazionalpopolare


Precipitato dal cielo su un'isola, un robot viene attivato per caso dalla fauna locale. Programmato per essere d'aiuto, cercherà un compito da eseguire, fino a trovarlo, dopo un tragico incidente, nell'allevare un pulcino di oca, rendendolo pronto per una vita fatta di migrazioni e predatori. 

Si alza un po' il sopracciglio, a leggere le sperticate lodi di cui tutti o quasi stanno ricoprendo Il robot selvaggio, ultima fatica di casa Dreamworks. Il film è indubbiamente molto meritevole dal punto di vista artistico, nonché il secondo migliore - dietro al recente sequel de Il gatto con gli stivali (se non lo avete visto, recuperatelo) - sfornato dalla casa del Bambino sulla Luna dai tempi dell'ingiustamente sottovalutato Le cinque leggende. Finalmente obbligata (grazie allo SpiderVerse) dall'obbligo (autoimposto) decennale del fotorealismo, l'animazione statunitense sembra rinata, esplorando quell'ibridazione di stile e tecniche introdotto dalla Disney con il corto Paperman e portato al successo critico e commerciale dagli SpiderVerse, appunto, ma anche da lavori come Nimona e Arcane, oltre che da alcuni recenti prodotti sia Disney che Pixar

Chris Sanders, il regista, ha il grande merito di non copiare i predecessori, ma di ricercare uno stile personale, quasi impressionistico nella rappresentazione dei paesaggi, delle ombreggiature, e delle pellicce degli animali. Se l'effetto su questi ultimi può dividere, risultando a tratti un po' artefatto, su paesaggi e rapporto luci-ombre Sanders fa decisamente centro, regalando agli spettatori alcune delle sequenze visivamente più mozzafiato degli ultimi anni: veri e propri quadri in movimento, in cui lo spettatore resta a bocca aperta di fronte alle meraviglie della natura.

A essere meno riuscita è, tuttavia, un aspetto che storicamente era un punto di forza di casa DreamWorks, ovvero la storia. La narrazione procede a salti, senza un reale arco narrativo, con personaggi che cambiano "perché sì" e alcuni momenti raccontati con troppa fretta e approssimazione. La tensione è del tutto assente anche quando dovrebbe esistere, dato che abbiamo visto il contrasto che dovrebbe guidarla risolversi quasi subito nei fatti, anche se non a parole. 

Qualcuno potrebbe, a ragione, obiettare che la forza nel film dovrebbe essere nelle tematiche raccontate - genitorialità ed ecologismo - e non nella storia narrata. Dovrebbe, appunto. Al netto del fatto che le stesse tematiche sono già state affrontate in uno dei film più ingiustamente bistrattati della Pixar, Il viaggio di Arlo, ambedue le tematiche non sono approfondite quanto dovrebbero, una in particolare.

Il racconto sulla genitorialità è semplice, forse troppo, ma quantomeno efficace e molto centrato, soprattutto di questi tempi, e crea anche alcuni dei momenti di commozione del film. Quello che non convince è il discorso ecologista, davvero troppo semplicista per funzionare con il "secondo target" di questo film, ovvero gli adulti. Mancano la profondità e la capacità di accettare anche gli aspetti meno "pucciosi" della natura (l'esistenza di predati e predatori) che è invece presente nei lavori del maestro del genere, Hayao Miyazaki - sia nei suoi classici, come Principessa Mononoke, sia in lavori più recenti come Il ragazzo e l'airone. Anche il già menzionato Il viaggio di Arlo presentava una natura più realistica, madre e matrigna insieme. Sanders, forse rimanendo troppo ancorato dal romanzo da cui il film è tratto, offre quindi una ricetta rassicurante ma troppo, troppo semplicistico, in cui l'armonia deriva da un sovvertimento impossibile dell'ordine naturale.

Cosa rimane, quindi, di questo Robot selvaggio? Rimane una bella fiaba per bambini, e solo per bambini, con immagini creative e splendide che da sole bastano, nonostante le pecche narrative, a piazzare il film tra i favoriti per l'Oscar per la miglior animazione. Rimane però anche una sensazione di occasione persa, perché sarebbe bastata una maggiore attenzione narrativa per poter parlare a tutti i tipi di pubblico e urlare, con ragione, al capolavoro.

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Pier

mercoledì 3 aprile 2019

Noi

Tra metafora e horror



1986, West Coast statunitense. La piccola Adelaide si allontana dalla famiglia in un luna park, e vive un'esperienza talmente inquietante da renderla afasica per molto tempo. Anni dopo, ormai cresciuta, Adelaide torna su quei luoghi con la sua famiglia. Una sera, mentre sono in casa, sul vialetto di casa si materializzano dei misteriosi visitatori: è l'inizio di un incubo che costringerà Adelaide a rivivere il suo passato.

Dopo il fulminate esordio di Get Out!, vincitore dell'Oscar per la miglior sceneggiatura, nel suo secondo film Jordan Peele non rinuncia alla commistione tra horror e critica sociale che era stata la forza del primo. La sua ambizione, però, vola alto, e ci regala un film immensamente più coraggioso ed evocativo, capace di inquietare con la sola forza delle immagini, dimostrando di aver imparato quella lezione impartita da Alfred Hitchcock e che molti registi di genere sembrano costantemente dimenticare.

La scena di apertura è una gioia visiva, in cui il lento incedere della macchina da presa, divisa tra la soggettiva della piccola Adelaide e un occhio esterno e inquietante, riesce a trasformare una passeggiata in un normalissimo luna park in una discesa agli inferi. I suoni si distorcono in maniera impercettibile, ma quel tanto che basta perché un profondo senso di inquietudine si impadronisca dello spettatore. Questa inquietudine pervade tutto il film, svanendo soltanto durante la parte centrale del film, in cui la regia si fa più piatta e convenzionale (con qualche eccezione, come le scene con il personaggio di Elizabeth Moss, eccezionale come sempre), accontentandosi degli stilemi del genere horror e piegandosi alla logica degli jump scares, degli assalti improvvisi, e dello splatter. I venti minuti finali, tuttavia, sono di una potenza visiva immensa, in cui i simboli introdotti nella prima metà del film sembrano prendere vita e diventano il cuore pulsante della storia. Tra balli, conigli, e tunnel sotterranei deserti, il film risorge a nuova vita, raccontando in quei pochi minuti l'America e la nostra psiche come pochi altri hanno saputo fare.

Laddove Noi ha una padronanza del mezzo cinematografico molto migliore di Get Out!, nella sceneggiatura si dimostra invece un passo indietro. La metafora dei cloni per parlare della disparità sociale funziona e convince appieno, ma l'integrazione tra questo elemento e il genere horror è invece malriuscita. In Get Out! il genere diventava un mezzo perfetto per veicolare il messaggio di critica sociale; in Noi, invece, il genere diventa una pastoia, che rallenta il film anziché elevarlo, costringendolo nei suoi stilemi anziché metterli al servizio della storia. Se nella parte iniziale del film il meccanismo classico della casa sotto assedio funziona e si integra alla perfezione nella trama, le ripetute ed estenuanti fughe e combattimenti con i Tethered cessano quasi subito di essere interessanti per diventare una formula trita e ritrita, che oltretutto finisce per distogliere l'attenzione dal tema e dal messaggio del film. Nella parte centrale del film ci sono paradossalmente più momenti pensati per essere spaventosi, ma pochissimi spaventi. 


La sceneggiatura zoppica anche in uno di quelli che dovrebbero essere i punti di forza di Peele, ovvero l'umorismo nero. In Get Out! lo humor scaturiva naturalmente dalle vicende narrate, e spesso esplodeva nei momenti più inappropriati, generando un effetto di straniamento che contribuiva all'atmosfera del film. In Noi, invece, i momenti comici sembrano quasi incollati con lo scotch, e scaturiscono quasi sempre dal marito di Adelaide, cui viene inopinatamente assegnato il ruolo di spalla comica e che finisce per non fare quasi mai ridere.

La recitazione è invece un punto di forza del film: Lupita Nyng'o offre una prova superba, eccezionale nella sua caratterizzazione di Adelaide e del suo clone, così diverse eppure così simili. Accanto a lei brillano i due giovani attori che interpretano i suoi figli, anche loro splendidi nella loro capacità di dare vita a due diverse incarnazioni dello stesso personaggio. Shahadi Wright Joseph diventa lentamente la guida spirituale della famiglia, mentre Evan Axel Cole ne è la coscienza silenziosa, cui viene affidata (con successo) la scena forse più importante dell'intero film, quantomeno in termini narrativi.

Noi funziona dunque meglio quando ha il coraggio di staccarsi dal genere cui dice di appartenere, usandone temi e stilemi per parlare di ciò che gli sta a cuore. Non è un caso che il film torni a librarsi altissimo nel finale, che torna sui toni e le atmosfere dei primi venti minuti, concentrandosi sulle immagini e sulle metafore piuttosto che sull'azione, e riuscendo quindi a immergere nuovamente lo spettatore nell'inquietudine e nelle scomode riflessioni sollevati dalla prima parte.
Noi è paradossalmente un horror di media qualità, ma un grandissimo film. La metafora di Peele sembra semplice, ma è in realtà estremamente profonda e stratificata, e si insinua nella mente dello spettatore, mettendovi radici e costringendolo a riflettere su quanto visto anche dopo la visione.

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Pier

domenica 2 marzo 2014

Oscar 2014: I Pronostici - Parte Seconda

La seconda parte dei pronostici sugli Oscar in programma questa notte.


Miglior attrice non protagonista
Diciamoci la verità: quest'anno il livello di questa sezione è abbastanza basso. Nessuna performance memorabile, salvo forse quella di June Squibb (Nebraska), perfetta per come unisce cinismo e dolcezza. La favorita è sicuramente Lupita Nyong'o per 12 Anni Schiavo, in cui presta la voce e soprattutto il corpo a una schiava che riesce a mantenere la sua dignità nonostante le umiliazioni. Detto della Squibb, la mia interpretazione preferita è probabilmente quella di Julia Roberts in August: Osage County, anche se Jennifer Lawrence ha offerto una prova comica di altissimo livello in American Hustle.
Pronostico: Lupita Nyong'o
Scelta personale: June Squibb

Miglior attore non protagonista
Vero, Michael Fassbender è intenso e ferino nella parte del crudele schiavista di 12 anni schiavo; e Jonah Hill è esilarante e dissacrante nella sua prova in The Wolf of Wall Street. Tuttavia, la sfida per questo Oscar sembra già decisa in favore di Jared Leto: raramente si è vista una prova di tale misura e intensità in un ruolo che rischiava fortemente di diventare macchiettistico. La sua interpretazione del travestito Rayon in Dallas Buyers Club è di quelle che lasciano il segno, e la scena del dialogo con il padre è forse il momento più commovente e vero visto al cinema quest'anno.

Pronostico: Jared Leto
Scelta personale: Jared Leto



Miglior attrice protagonista
Faccio una premessa: Meryl Streep dovrebbe vincere l'Oscar a ogni nomination. Anche in August: Osage County la sua interpretazione è da manuale di recitazione. Tuttavia, quest'anno la concorrenza è molto agguerrita, e Meryl non gode nè del favore del pronostico (ormai è abituata, avendo il più alto numero di nomination ma non quello di Oscar vinti) nè della mia preferenza. La favorita sembra essere Amy Adams per American Hustle, che ha persino ricevuto l'endorsement della diva Meryl. Tuttavia, la mia preferenza personale cade su Cate Blanchett, semplicemente perfetta in Blue Jasmine, in cui offre forse la miglior prova della sua già eccezionale carriera. Appena dietro di lei si piazza la Judi Dench di Philomena, misurata e intensa come solo le grandi attrici teatrali inglesi sanno essere.
Pronostico: Amy Adams
Scelta personale: Cate Blanchett

Miglior attore protagonista
Ecco, qui mi scende un po' la lacrimuccia, perchè chiunque abbia visto The Wolf of Wall Street sa che mai come quest'anno Leonardo di Caprio meriterebbe l'Oscar. La sua performance è semplicemente stellare, un mix di registri così disparati che sembra impossibile che un unico attore riesca a restituirli efficacemente. E, dato che parliamo dell'attore più bistrattato dall'Academy negli ultimi quindici anni, la sua vittoria dovrebbe essere scontata, giusto? Sbagliato. Perchè quest'anno il pronostico è tutto a favore di Matthew McConaughey, la cui prova in Dallas Buyers Club ha già stregato sia i giurati del Golden Globe che quelli dello Screen Actors Guild Awards.Chiariamoci, McConaughey è bravissimo e si stramerita la vittoria, anche per come è riuscito a rilanciarsi come attore impegnato. La domanda però a questo punto diventa: se non vince nemmeno quest'anno, quando potrà vincere il povero Leo?
Pronostico: Matthew McConaughey
Scelta personale: Leonardo Di Caprio

"Per favore, almeno quest'anno..."

Miglior regia
Se all'Academy ragionassero cum grano salis, la vittoria in questa sezione non dovrebbe nemmeno essere quotata. Alfonso Cuaròn in Gravity ha semplicemente rivoluzionato il modo di fare cinema, di fantascienza e non solo. Raramente un regista è riuscito a fondere in modo così perfetto i vari elementi di un film, creando un'opera magniloquente e un'esperienza indimenticabile per lo spettatore. Leggo invece che il favorito dovrebbe essere David O. Russell per American Hustle, ma voglio credere all'intelligenza dell'Academy, per una volta, quindi dico Cuaròn anche per il pronostico.
Pronostico: Alfonso Cuaròn
Scelta personale: Alfonso Cuaròn

Miglior film

Eccoci finalmente alla categoria più attesa. La competizione è molto alta, ma il favorito sembra essere 12 Anni Schiavo, che ha incantato pubblico e critica d'oltreoceano. Per quanto riguarda la mia scelta personale, devo dire che sono rimasto indeciso fino all'ultimo tra la critica sociale e il comico cinismo di The Wolf of Wall Street e l'intensità emotiva e interpretativa di Dallas Buyers Club. Alla fine ho scelto il secondo, ma la differenza è veramente minima.
Pronostico: 12 Anni Schiavo
Scelta personale: Dallas Buyers Club

Direi che è tutto! Buoni Oscar, e spendete anche voi una lacrimuccia per Leo quando per l'ennesima volta non salirà quegli scalini.

Pier 

giovedì 27 febbraio 2014

12 anni schiavo

Molto rumore per poco

 

USA, 1841. Solomon Northup è un uomo di colore che vive nello stato di New York. E' nato libero, e si guadagna da vivere come musicista grazie alle sue doti di violinista. Attirato a Washington, DC, con la prospettiva di un ricco ingaggio, viene fatto ubriacare, imprigionato e venduto come schiavo a un proprietario terriero del Sud. Passeranno dodici anni prima che riesca a tornare in libertà, dodici anni in cui sopporterà le peggiori atrocità e crudeltà di cui l'uomo è capace.

Dopo il successo di critica ottenuto con Shame, Steve McQueen torna alla regia con un film annunciato come forte, un pugno allo stomaco, una cronaca senza sconti dell'orrore dello schiavismo. 12 anni schiavo manca invece totalmente del coraggio e della provocatorietà dei precedenti lavori del regista, Shame ma soprattutto Hunger, in cui il progressivo abbrutimento fisico e morale dei protagonisti era analizzato con occhio clinico, vivisezionando freddamente la loro psicologia e fisicità. Qui invece la regia è debole e poco incisiva, oscillando tra pietismo e crudo realismo in un'indecisione che finisce per minare la forza del messaggio del film. 12 anni schiavo è un buon film, ma non è un gran film: ottimamente interpretato e sorretto da una fotografia di altissimo livello, la pellicola tradisce le aspettative proprio in quello che dovrebbe essere il suo punto forte, offrendo una rappresentazione dello schiavismo terribile e raccapricciante, ma di impatto nient'affatto maggiore rispetto a quello di altri film sul tema come Amistad o Django. Il primo risulta migliore per quanto riguarda la descrizione del quadro sociale che rese possibile la schiavitù, mentre il secondo presenta le violenze subite dagli schiavi con una crudezza non certo inferiore e meno artificiosa e pretenziosa. La sensazione è che McQueen sia stato più attento a creare immagini d'impatto che a raccontare una storia, realizzando così un film senz'anima che riesce a commuovere e coinvolgere lo spettatore solo negli splendidi venti minuti finali.

La trama scorre lentamente, tra alcuni momenti inutilmente prolungati e altri ripetuti all'infinito senza che aggiungano nulla di significativo alla storia. Il film è però sorretto da una sontuosa prova collettiva del cast, capitanato da un Michael Fassbender sadico e violento e dalla sofferta interpretazione di Chiwetel Ejiofor, che presta tutto se stesso a una parte difficile e fortemente introspettiva. Accanto a loro sono da segnalare le prove di Paul Dano, pavido schiavista, e di Benedict Cumberbatch, capace di rendere fin dalle prime inquadrature tutta la complessità del suo personaggio. La fotografia alterna immagini di sublimi orrori e terribile bellezza, con panorami mozzafiati macchiati di sangue che si alternano a scene di tortura riprese in campo lungo in un'atmosfera di bucolica pace.  

12 anni schiavo rappresenta un passo indietro nell'opera di McQueen, in grado sì di piacere a un pubblico più ampio, ma mancante di quella forza eversiva e di quel coraggio che avevano fin qui contraddistinto l'opera del regista. Resta comunque un buon film, che racconta con fedeltà e veridicità il capitolo più terribile della breve storia degli Stati Uniti, narrando attraverso un dramma privato la barbarie dello schiavismo. Da vedere, ma senza aspettarsi nulla di rivoluzionario.  

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Pier