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domenica 19 luglio 2026

Odissea

La fine della civiltà


C'è sempre una certa curiosità mista ad apprensione quando un regista decide di affrontare un testo che ha chiaramente permeato la sua poetica e il suo immaginario. Era già successo quando Guillermo Del Toro ha girato Frankenstein, un film riuscito che però aveva lasciato molti, chi scrive incluso, con una sensazione di "già visto" sia dal punto visivo che narrativo: era Del Toro che rifaceva se stesso, di fatto, aggiungendo poco di nuovo. 

Il rischio, con Nolan, era doppio, dato che l'Odissea è un punto di riferimento del suo cinema non solo dal punto di vista tematico (l'eroe dal multiforme ingegno che rimane vittima della sua hubris, i viaggi in territori inesplorati, l'intelligenza che vince sulla forza bruta) ma anche da quello narrativo. L'Odissea è un poema epico che molti ritengono però anche il primo romanzo di avventura, ma è soprattutto una storia non lineare fatta di ellissi, flashback, storie nella storia che si rincorrono nei ricordi dei personaggi fino a diventare un complesso arazzo narrativo. Questo è il materiale su cui Nolan ha costruito le sue fortune, da Memento in poi: il rischio di ripetersi, di "appoggiarsifin troppo a quanto già fatto, era reale.

Nolan, però, è in una fase della sua cinematografia in cui sembra aver perso interesse per i meccanismi con cui si può deformare una storia, lo spazio e il tempo. Sublimata questa sua ossessione con Tenet, il regista sembra essere ora interessato a superare i limiti delle immagini bidimensionale nel tentativo di donare loro una consistenza fisica, la capacità di catturare tutti i cinque sensi. 


Questo tentativo era già evidente con Oppenheimer, ma in Odissea questa esplorazione è portata alle sue estreme conseguenze, anche grazie alla scelta di usare effetti speciali pratici, anziché solo digitali, e di girare in IMAX 70mm 1. Odissea è un film profondamente materico. Ogni elemento che vediamo nelle immagini (personaggi, scenografie, paesaggi) ha una consistenza sinestetica: ci sembra quasi di poter sentire la sabbia bagnata sotto le dita, l'arco che risuona prima che scocchi la freccia, il sapore della terra nella bocca dei morti. L'immagine si fa carne, sangue, sudore; legno, metallo, pietra; tamburi, urla, vento. Porta in vita un mondo fuori dal tempo eppure profondamente vivo. A questo trionfo multisensoriale contribuiscono sia l'eccezionale fotografia di Hoyte van Hoytema, sia la colonna sonora di Ludwig Göransson, semplicemente geniale nel suo giocare con dissonanze, percussioni (memorabile in tal senso anche l'aedo interpretato dal rapper Travis Scott), stridori: un incubo in musica, un passato tribale che suona come le guerre contemporanee, tra urla, esplosioni, e morte.

La matericità e la sinestesia emergono con forza soprattutto nelle scene fantastiche, in cui Nolan dimostra di avere un grande talento per l'horror. Gli dei, con l'eccezione ingannevole di Atena, sono solo suoni, elementi, furia naturale; Polifemo è un mostro uscito direttamente da Goya, e Circe trasforma gli uomini di Ulisse in maiali modellandoli come fossero creta: vediamo la loro carne deformarsi, distorcersi, trasformarsi, in un momento di body horror degno di Cronenberg.


A questa evoluzione nell'esplorazione visiva è corrisposta anche un'evoluzione narrativa - un'evoluzione più sottile, ma comunque fondamentale. In The prestige, Inception e Interstellar, Nolan era interessato al viaggio dei suoi eroi ingegnosi ma imperfetti, il cui intelletto e curiosità costituivano la loro eccezionalità ma anche la loro dannazione, il loro tormento e la loro estasi. Il focus era sulla ricerca di qualcosa, con le conseguenze che tormentavano sì i personaggi, ma diventavano un motore per andare avanti. Con Oppenheimer e ancora di più con Odissea, invece, Nolan si interessa al potenziale distruttivo della creatività e del genio, quel "fantasma dentro la macchina" di cui parlava Arthur Koestler parafrasando Cartesio per spiegare come la capacità dell'uomo di creare sia l'altro lato della medaglia della sua capacità di autodistruzione. Se di Oppenheimer vedevamo ambedue le facce in modo bilanciato (l'esaltazione della creazione, la lenta realizzazione delle conseguenze delle proprie azioni), in Odissea il focus è soprattutto sulla seconda. 

L'Odisseo di Matt Damon è un uomo in preda a un desiderio di autopunizione e autoflagellazione per qualcosa che ha fatto: il suo viaggio non è di scoperta, ma una fuga. Ma da cosa? Un tradimento, certo - anzi, più di uno: quello di Sinone, sacrificato fin dalla prima scena sull'altare del grande inganno del cavallo; quello di Penelope e Telemaco, abbandonati per lunghissimi anni; e quello dei compagni, lasciati a morire. Ma c'è qualcosa di più che tormenta Odisseo - qualcosa che la periodica apparizione di Atena, dea della giustizia e coscienza morale, continua a riportare a galla.


Nolan raccoglie un domanda che rimane sotterranea in tutta l'Odissea e la porta al centro della scena: ma Odisseo vuole davvero tornare a casa? La risposta, palesemente, è no: resta da scoprire il perché. La risposta arriva nel terzo atto, ed è sconvolgente, quasi rivoluzionaria. E, in pieno stile omerico-nolaniano, questa risposta arriva dal passato: dalla caduta di Troia che, finalmente, ci viene mostrata per intero, rivelandoci cosa è davvero uscito da quel cavallo (2: spoiler).  La sua risposta a questo fardello è viaggiare, fuggire sempre più lontano, abbracciare sempre di più l'oblio. Ma, come diceva un altro mostro sacro del mondo classico (Seneca), se viaggiamo per fuggire dai nostri demoni, i nostri demoni viaggeranno con noi. 

Nemmeno il loto di Calipso rimuove del tutto il ricordo, e Odisseo, alla fine, è costretto a farci i conti, in un terzo atto che riprende il ritorno a casa (nostos) omerico trasformandolo in un racconto ricco di suspence e tensione. Qui abbiamo uno dei momenti più silenziosamente spettacolari del film grazie alla ripresa (tipicamente nolaniana: la palla rossa di The prestige, la trottola di Inception) di un gesto/oggetto che ha scandito varie scene del film. Nolan lo fa tornare, prepotente, nel momento della rivelazione di Odisseo, facendo scorrere i brividi lungo la schiena dei pretendenti e degli spettatori.

Ma come si pone, l'Odissea nolaniana, rispetto ai temi del testo omerico? Nolan evita sia la tentazione di riprodurre alla lettera il testo (impossibile farlo in un solo film), sia quello di imporre la sua personale visione e stravolgerlo (i cambiamenti fatti, con l'eccezione del catartico finale, sono prevalentemente volti a snellire la narrazione). La sua scelta è quella dei grandi registi quando affrontano i classici, sia al cinema che a teatro: prendere uno o più temi già presenti, e usarli come bussola per navigare le tortuose acque dell'adattamento. In questa Odissea, il tema è quello della xenìa, la "legge di Zeus" (come la chiamano i personaggi) che prevede la sacralità dell'ospitalità e dell'ospite. La xenìa è il motore dell'intera vicenda, ripetuta ritmicamente come uno degli epiteti omerici a segnare gli snodi cruciali della vicenda. La violazione della xenìa, l'abbandono dei principi del diritto e del patto sociale segnano la fine della civiltà e l'inizio della barbarie; chi infrange la xenìa offende gli dei, e ne pagherà le conseguenze.


La scelta di questa tematica è vincente, perché permette al regista di calare l'Odissea nel mondo contemporaneo senza rinunciare alla sua natura mitica, in cui la magia è quasi reale (come recita la scritta in apertura). Il mondo dell'Odissea nolaniana è un non tempo crepuscolare, in cui armature, vestiari, suoni e architetture di diverse epoche e civiltà si incontrano e si fondono in un passato remoto ancestrale eppure attuale, creando uno straniamento che fa sì che quello che vediamo sia altro da noi ma sia anche noi, il nostro ieri ma anche il nostro oggi e domani (non per nulla molti hanno visto collegamenti anche con Il pianeta delle scimmie).

Nolan persegue la contemporaneità anche nella lingua, scegliendo un inglese piano e colloquiale, lontano dai pomposi artifici linguistici che spesso caratterizzano questo tipo di adattamenti (e qui l'influenza spirituale di Emily Wilson, traduttrice dell'ultima, e rivoluzionaria, versione in lingua inglese del poema omerico che Nolan ha dichiarato di aver usato come punto di riferimento, è evidente 3) e rinunciando persino all'uso dell'accento britannico, solitamente usato per l'epica e i film storici. Il risultato è ambivalente: da un lato i dialoghi risultano senza dubbio più diretti ed efficaci, dall'altro sono innegabilmente l'elemento meno riuscito del film, e vengono spesso elevati dalle ottime prestazioni del cast. Matt Damon porta in scena un Odisseo enigmatico, una sfinge che getta la maschera solo nell'ultimo atto, dove vediamo cosa avviene davvero nel suo cuore. Tra gli altri personaggi spiccano l'Eumeo di John Leguizamo e la Penelope di Anne Hathaway, regale e terribile nel suo dolore sia privato (l'assenza del marito) che pubblico (la frustrazione nel non vedere riconosciuta la sua autorità).

Odissea è uno splendido kolossal d'autore, in cui quasi ogni scena potrebbe essere un un'opera d'arte a sé stante senza rinunciare però a essere spettacolare. Nolan fa felice Calvino prendendo un classico e dimostrando che non solo non ha ancora finito ciò che ha da dire, ma che ci parla oggi in modo sorprendentemente nuovo, raccontandoci come la civiltà collassi quando il patto sociale viene violato e dimentichiamo ciò che ci rende umani.

*****

Pier

1: per chi si stesse chiedendo "a che pro girare con un formato che può essere visto solo in qualche decina di sale al mondo", la risposta sta proprio qui: la qualità della ripresa e dell'immagine alla fonte rimane la più alta possibile, al netto del formato di proiezione.

2: SPOILER
Le porte di Troia si aprono, e nella città entra la Morte, personificata da un Agamennone tetro, imponente e minaccioso. Torna, prepotente, il messaggio antibellico di OppenheimerOdisseo, come lo scienziato, si rende conto di essere diventato "la Morte, il distruttore dei mondi". La sua genialità ha causato un genocidio, la fine di una civiltà e, forse, di tutta la civiltà conosciuta. Zendaya non è Atena, ma una ragazza inerme uccisa sotto gli occhi di Odisseo: la personificazione del senso di colpa. "I popoli del mare siamo noi", dice Odisseo nel finale: violando la xenìa in modo così plateale, hanno decretato la loro trasformazione da civiltà a barbari, la fine della luce e l'inizio delle tenebre. Allo stesso modo, la strage dei pretendendenti costituisce una violazione della xenìa giustificata ma comunque troppo grave per essere ignorata. Nel poema porta quasi a una guerra civile, evitata solo dall'intervento da dea ex machina di Atena. Qui la colpa non viene lavata, e porta all'esilio: Odisseo e Penelope navigano verso l'ignoto, oltre le colonne d'Ercole, per cercare un nuovo futuro e fare ammenda per il proprio passato.

3: Wilson ovviamente mantiene un linguaggio più elevato, ma sceglie di rendere l'Odissea leggibile come un romanzo pur mantenendone la natura di poema in versi, basandosi su un principio semplice: il greco di Omero non era arcaico per i suoi contemporanei. Il suo incipit, con la decisione dirompente di tradurre "polutropos (πολύτροπος) con "complicato", ha una forza emotiva ed evocativa innegabili. Lo trovate qui. L'influenza di Wilson è evidente anche nel come viene trattato il personaggio di Mia Goth, una delle "ancelle infedeli", che Wilson, prima a farlo in lingua inglese, restituisce alla loro vera natura: schiave, che quindi sono costrette a "seguire il vento", per parafrasare una battuta di Pattinson/Antinoo.

mercoledì 3 novembre 2021

The Last Duel

La verità della vittima


Jean de Carrouges e Jacques Le Gris sono due nobili rivali dal carattere molto diverso: impulsivo e tradizionale de Carrouges, calcolatore e arrivista Le Gris. Quando de Carrouges sposa Marguerite de Thibouville, Le Gris ne è subito attratto. Approfittando di un'assenza di de Carrouges, Le Gris violenta Marguerite. Quando questa lo confessa al marito, scoprirà quanto poco valga la sua parola di fronte a quella del marito e del suo stupratore.

Spesso i film storici diventano un'occasione per riflettere su qualche aspetto della società contemporanea: attraverso lo sguardo "filtrato" del passato, il film storico permette di vivisezionare strutture di potere e dinamiche sociali che sono in atto ancora oggi. The Last Duel rientra appieno in questo filone: attraverso il racconto dell'ultimo "duello di Dio" legittimato dalla legge nella Francia del XIV secolo, Scott affronta il tema della cultura dello stupro e della mascolinità tossica attraverso un racconto alla Rashomon. 
Il film ci mostra gli eventi dal punto di vista dei tre protagonisti: l'accusato, il marito della vittima, e soprattutto la vittima, trattata come un oggetto e costretta a continue umiliazioni per sostenere la veridicità delle sue accuse. Un fatto storico, ma ancora attuale: sarebbe, infatti, bello dire che le cose sono cambiate, ma la cronaca di dice, purtroppo, che non è così.

Quello che sorprende, tuttavia, è l'angolazione con cui Scott la racconta, soffermandosi senza alcuna pietà sulla vanagloriosa visione di sé dei due uomini protagonisti, pieni di sé al punto di distorcere la realtà più per mantenere la propria immagine di "uomini onorevoli": indicativa, in questo senso, è soprattutto il punto di vista dello stupratore, che non nega lo stupro ma lo trasforma in un sesso consensuale, in cui il diniego della vittima viene interpreato come sintomo di desiderio. 

La scelta registica, vincente in tal senso, è di ripetere per tre volte quasi tutta la vicenda, anziché solo lo stupro, e soprattutto di ridurre al minimo le variazioni tra le tre versioni della storia. Sfruttando il rigore della certosina sceneggiatura  (scritta da Nicole Holofcener insieme al premiato duo Affleck & Damon), Scott si concentra su piccoli dettagli (delle scarpe tolte o perse), espressioni, reazioni, sfruttando la variazione del punto di vista per mettere a nudo come la visione di sé dei due protagonisti - virili, grandi amanti, onorevoli - sia un'illusione, messa a nudo dallo sguardo spietato di Marguerite. 
Il duello finale mette ulteriormente a nudo l'ottusità dei protagonisti, smontando la mitologia dle "cavaliere onorevole" per offrirci un combattimento per nulla onorevole, rude, grezzo. 

Questa scelta registica, tuttavia, presenta anche degli svantaggi: alla lunga, l'originalità del film ne soffre, e la ripetitività a tratti si fa sentire. Tuttavia, il film resta asciutto, efficace e attuale, e mette perfettamente a nudo non solo le storture della società patriarcale, ma anche quelle indotte da un'idea di mascolinità animalesca e brutale che permea l'agire e il pensare dei due protagonisti. Il film riesce a catturare l'attenzione anche grazie a un'ottima prova dei protagonisti, tra cui spiccano un Ben Affleck stranamente (ma efficacemente) gigione e Jodie Comer, perfetta nella parte della protagonista.

*** 1/2

Pier

venerdì 10 settembre 2021

Telegrammi da Venezia 2021 - #6

Sesto e ultimo telegramma da Venezia 2021: l'ultimo film in concorso, il film di Ridley Scott sull'ultimo duello di Dio, qualche bella sorpresa nelle sezioni collaterali, e tanto altro.


Mama, Ya Doma (Orizzonti), voto 6.5. Un racconto sul lutto e sulla sua (non) accettazione, con una madre che rifiuta di credere alla morte del figlio: complotto o pazzia? L'idea è interessante e, pur non riuscendo mai a decollare veramente, offre un'efficace riflessione sul potere, grazie anche all'ottima prova dell'attrice protagonista.

Un Autre Monde (Concorso), voto 7.5. Un film sul lavoro e sullo sfruttamento dei lavoratori visto dal punto di vista di un manager che finisce per essere dilaniato dalle richieste del quartier generale e le preoccupazioni dei lavoratori. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

Rhino (Orizzonti), voto 5. Un film erratico, che dopo una scena d'apertura di grande impatto visivo e narrativo si perde in un turbinio di violenza, spesso gratuita, senza riuscire né a trasmettere emozioni, né a stimolare riflessioni. 

The Last Duel (Fuori Concorso), voto 7.5. Il racconto dell'ultimo "duello di Dio" legittimato dalla legge nella Francia del XIV secolo. Il tema non potrebbe essere più attuale - una denuncia per stupro - e viene raccontato alla Rashomon, mostrandoci gli eventi dal punto di vista dei tre protagonisti: l'accusato, il marito della vittima, e soprattutto la vittima, trattata come un oggetto e costretta a continue umiliazioni per sostenere la veridicità delle sue accuse. La regia di Ridley Scott è poco originale ma solida, la sceneggiatura asciutta ed efficace: sarebbe bello dire che le cose sono cambiate, ma la cronaca di dice, purtroppo, che non è così. Ottima prova di tutti i protagonisti, tra cui spiccano un Ben Affleck stranamente (ma efficacemente) gigione e Jodie Comer, perfetta nella parte della protagonista.

Al Garib (Giornate degli Autori), voto 7.5. Un medico mancato trascina la sua esistenza in un frutteto che il padre non vuole nemmeno lasciargli in eredità. Un incontro a sorpresa con un guerrigliero ferito cambierà le sue prospettive. Un film che racconta la solitudine, il desiderio e l'incapacità di riscatto, l'attaccamento alle proprie radici: una storia di emozioni, rapporti umani, paesaggi splendidi e decadenti, che raccontano il dramma di una terra, la Siria, dove anche la speranza sembra ormai impossibile.

La Macchina delle Immagini di Alfredo C. (Orizzonti), voto 7. Curioso documentario narrato su una storia poco conosciuta, quella degli italiani bloccati in Albania dopo la cacciata dei fascisti e l'instaurazione di un governo comunista. Protagonista un cameraman del fascismo, che si ritrova a svolgere lo stesso lavoro per il neonato governo albanese. Il documentario mette in luce i meccanismi universali della propaganda, e la centralità dell'immagine filmata nell'alimentare il culto della personalità e del partito.

Per ora è tutto, appuntamento a più tardi per il Totoleone.

Pier e Simone

martedì 12 dicembre 2017

Suburbicon

Il volto oscuro dell'America


Stati Uniti, 1959. Gardner Lodge è un padre di famiglia che vive nella città modello Suburbicon insieme alla moglie Rose, paralizzata per via di un incidente, e al figlio Nicky. La città è abitata da soli bianchi, fino a quando accanto alla casa di Gardner si trasferisce una famiglia di colore, i Meyers. Il loro arrivo scatena la reazione veemente della comunità, che viene sconvolta anche da un altro evento: nottetempo due delinquenti si introducono nella villa dei Lodge e uccidono Rose con una dose eccessiva di cloroformio.

George Clooney torna alla regia rielaborando una vecchia sceneggiatura dei fratelli Coen, scritta appena dopo il loro fortunato (e troppo poco conosciuto qui da noi) film d'esordio, Blood Simple. Il tocco dei Coen è evidente in ogni dialogo e ogni situazione che vede protagonista la famiglia Lodge. Il film è pervaso da un'atmosfera trasognata, perennemente in bilico tra assurdo e dramma, tra risata e incubo domestico, conferendo al tutto quel tocco grottesco che ha reso celebre il cinema dei due fratelli. Questa sospensione della realtà è però solo parziale: se alcune delle vicende narrate sembrano assurde, infatti, le motivazioni che muovono i protagonisti sono terribilmente reali nella loro meschinità.

La realtà irrompe poi con violenza dall'unica finestra aggiunta da Clooney, la sottotrama dedicata alla famiglia di colore: se inizialmente le vicende dei Mayers sembrano disconnesse dalla vicenda principale, quasi fuoriposto, con il passare dei minuti ci si rende conto che la loro storia è il contraltare di quella dei Lodge, nonché quella che fornisce la cifra morale del film. La folla cerca il mostro nell'altro, nel diverso, quando in realtà il mostro ha una faccia ben più riconoscibile e domestica, e si annida tra coloro di cui ci fidavamo di più. Non è un caso che lo sguardo che accompagna il film sia quello del piccolo Nicky (un ottimo Noah Jupe), che da innocente diviene prima incredulo e poi terrorizzato dall'incredibile evoluzione degli eventi.

Clooney usa la cittadina di Suburbicon come una metafora dell'America odierna, incapace di vedere il male nel proprio giardino ma pronta a scagliarsi sul primo capro espiatorio disponibile. Pur peccando a volte di retorica, il messaggio arriva forte e chiaro ed è di sicuro impatto: il crescendo di violenza nelle due sottotrame procede perfettamente in parallelo, con la verità sulla morte di Rose che viene gradualmente a galla, tra scene esilaranti e terrificanti rivelazioni, e l'atteggiamento dei cittadini di Suburbicon verso i Meyers che passa dall'essere passivo aggressivo a un vero e proprio linciaggio. Violenza che chiama violenza, generando una sorta di anti-euforia collettiva in cui ognuno sembra ubriaco dal desiderio di sangue.

Il matrimonio tra le due sottotrame non avviene senza intoppi: mancano lo splendido rigore visivo di alcune opere di Clooney (Good Night, and Good Luck su tutte), e lo humor non è al livello dei migliori lavori dei Coen. Tuttavia, Suburbicon è un film ben riuscito, in cui le due storie crescono lentamente in parallelo fino a diventare un unico, inquietante affresco dell'intolleranza, che parla della storia passata dell'America ma dipinge anche un ritratto fin troppo tristamente fedele del suo presente.

*** 1/2

Pier

lunedì 4 settembre 2017

Telegrammi da Venezia 2017 - #2

 Secondo telegramma da Venezia 2017, con i film visti in Concorso e nelle sezioni collaterali.


Foxtrot (Concorso), voto 8.5. Si può sfuggire al destino? Partendo da questa domanda vecchia come il mondo Samuel Maoz, già regista di Lebanon, realizza un film che si muove in perfetto equilibrio tra dramma e assurdo, raccontando la guerra e le sue conseguenze con grande creatività e visione registica. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

Suburbicon (Concorso), voto 7.5. Partendo da una sceneggiatura scritta dai fratelli Coen (la cui impronta è chiaramente visibile) negli anni Ottanta, Clooney realizza un film che ritrae con efficacia le ipocrisie della società americana (e forse non solo), in cui si tende a cercare all'esterno, nell' "altro", un mostro che molto spesso si annida invece nel nido domestico. Uno humor nero di alto livello e le ottime prove degli attori rendono il film ben riuscito, anche se registicamente poco innovativo.

West of Sunshine (Orizzonti), voto 6.5. Un padre con debiti di gioco deve trovare il modo di pagare i suoi debitori in un giorno, e allo stesso tempo prendersi cura del figlio adolescente. Una trama già vista, ma trattata con estrema delicatezza e grande sensibilità (cosa non scontata, visto ad esempio quel polpettone pretenzioso di Somewhere di Sofia Coppola), in un film che diverte ed emoziona senza mai annoiare.

La mélodie (Fuori Concorso), voto 6.5. Il film racconta con efficacia una storia di riscatto sociale attraverso l'arte già vista mille volte, ma non per questo meno importante, soprattutto di questi tempi. Qui la recensione estesa scritta per Nonsolocinema.

Brawl in cell block 99 (Fuori Concorso), voto 7.5. Vince Vaughn è stato una delle poche note liete della seconda stagione di True Detective, e in questo film conferma il suo grande talento per i ruoli da "duro", dando vita a un personaggio ben sfaccettato e a delle sequenze d'azione spettacolari nel loro crudo realismo. Il regista S. Craig Zahler dirige con sapienza un film che, pur avendo i suoi momenti migliori nelle scene d'azione, non si esaurisce in esse, ma sviluppa la sua storia con coerenza e ritmo.

La voce di Fantozzi (Venezia Classici), voto 3. Si può fare un documentario noioso sulla storia di Fantozzi? Apparentemente sì, nonostante il materiale di partenza basterebbe per salvare anche il cineasta più incapace. Qui all'incapacità, tuttavia, si sposa l'arroganza, la pretesa di voler fare un film autoriale anziché concentrarsi sul tema che ci si era prefissi di affrontare: e allora in un documentario che dovrebbe raccontare Fantozzi e Paolo Villaggio attraverso il suo linguaggio e la sua voce, questa voce viene oscurata, nascosta, ridotta ai minimi termini, a favore di interviste senza senso (Fiorello, Travaglio, Michele Mirabella) e delle animazioni pretestuose à la Terry Gilliam che nulla aggiungono alla narrazione.

Al prossimo telegramma!

Pier

sabato 2 settembre 2017

Telegrammi da Venezia 2017 - #1

Come ogni anno, Film Ora è a Venezia, e vi accompagnerà per tutta la Mostra del Cinema con i suoi telegrammi, recensioni brevi dei film visti nelle varie sezioni.


Downsizing (Concorso), voto 7. Il nuovo film di Alexander Payne parte bene, con un'idea geniale trattata in modo brillante e divertente, con toni da satira sociale. Regge anche nella parte centrale, nonostante un deciso calo di ritmo, grazie soprattutto alla splendide prove di Christoph Waltz e soprattutto di Hong Chau, bravissima a muoversi tra comico e drammatico. Il terzo atto è però eccessivamente lungo e melenso, e finisce per diluire la forza di una sceneggiatura potenzialmente dirompente.

The Insult (Concorso), voto 5. Un processo tra un cristiano e un palestinese viene trasformato dai media in una questione nazionale. Idea interessante, ma realizzata in modo troppo didascalico. Qui la recensione estesa fatta per Nonsolocinema.

The Shape of Water (Concorso), voto 8. Forse la summa del cinema di Del Toro, il film racconta l'emarginazione attraverso una fiaba non convenzionale che è al tempo stesso storia d'amore, dramma sociale e divertito e amorevole omaggio al cinema delle origini, tra mostri con il cuore d'oro e musical dove si balla il tip tap. Del Toro unisce questi elementi con un tocco delicato e poetico, realizzando un film semplice e al tempo stesso complesso, in cui i toni da fiaba si uniscono alla cruda durezza del reale, alla ricerca della definizione stessa di umanità.

First Reformed (Concorso), voto 7.5. Film difficilmente inquadrabile, questo di Paul Schrader, fotografato con sapienza e narrato in modo irregolare, disordinato, quasi onirico. Schrader segue il difficile percorso, in bilico tra dannazione e redenzione, di un prete che non ha perso la fede in Dio ma quella in se stesso, e i cui demoni sono talmente forti da rendergli quasi impossibile esorcizzare quelli altrui. Il film tocca vette di lirismo e crudo realismo di grande impatto, ma scivola pesantemente in alcuni momenti, soprattutto nella scena finale.

Human Flow (Concorso), voto 7. Ai Weiwei, eclettico artista cinese, realizza un documentario urgente e necessario sull'immigrazione e i rifugiati in ogni parte del mondo. Didascalico senza essere pesante, d'impatto senza essere retorico, il film lascia la parola alle immagini e alle voci di chi è dovuto fuggire dalle persecuzioni e dalla guerra. Non offre alcuna soluzione né un ragionamento complessivo sul fenomeno, ma forse non era necessario farlo.

Lean on Pete (Concorso), voto 6. Periferie polverose, violenza, cavalli e verdi praterie: gli ingredienti del grande romanzo americano, che qui racconta la storia di Charlie, adolescente che si trova a diventare adulto prima del tempo. Il film non brilla per originalità, ma funziona e Charlie Plummer, il giovane protagonista, è una rivelazione.

Under the Tree (Orizzonti), voto 7. Tragedia dell'assurdo in cui un albero che fa ombra sul giardino di un'altra casa scatena una serie di eventi sempre più drammatici, in un'escalation di violenza apparentemente incontrollabile. Efficace, in grado di muoversi bene sul sottile confine tra assurdo e thriller.

Invisible (Orizzonti), voto 4.5. Film già visto e rivisto su adolescente in crisi in famiglia con problemi. Il tema è trattato con delicatezza ma con scarsa originalità, e alla fine ci si chiede cosa rimanga di quanto visto: purtroppo, ben poco.

Pier

mercoledì 21 ottobre 2015

Sopravvissuto - The Martian

Robinson Crusoe in Space


Durante una missione su Marte, una tempesta di sabbia costringe l'equipaggio ad andarsene per evitare il peggio. Durante la fuga, l'esperto di botanica Watney viene colpito da un detrito, e si accascia a terra. Credendolo morto, il capitano dà ordine di abbandonarlo. Watney, però, è vivo, e riesce a sopravvivere alla tempesta. Da quel momento inizierà una personale lotta per la sopravvivenza in un mondo ostile, in attesa che la NASA trovi il modo di riportarlo sulla Terra.

Ridley Scott torna alla fantascienza dopo il capolavoro mancato (grazie, Lindelof) di Prometheus, e lo fa con un film apparentemente lontano dalle sue corde, in cui la scienza predomina sulla fantasia, e Marte diviene solo il pretesto per raccontare la sopravvivenza in condizioni estreme. Watney è una sorta di Robinson Crusoe, un McGyver con la soluzione sempre pronta e deciso a non arrendersi, a continuare a vivere in un pianeta che sembra l'antitesi stessa della vita. 

Scott segue le vicissitudini del suo protagonista - un Matt Damon convincente, con il giusto equilibrio di ironia e umanità che rende impossibile non affezionarsi a lui - con occhio da documentarista, tra video-confessione e paesaggi desolati inquadrati in campo lungo, che richiamano le atmosfere dei grandi western classici, con un uomo solo di fronte a un deserto foriero di sventura e morte, un nemico passivo, che non attacca direttamente ma sa attendere, che logora anziché ferire, consuma anziché aggredire. Il film riesce così ad avere un occhio "scientifico" e distaccato, come quello di uno studioso che sta osservando un soggetto, insieme alla personalità e vitalità garantite dai vari personaggi, tratteggiati rapidamente, ma in modo molto definito e vivace.

La trama riprende alcuni cliché della fantascienza, ma senza quello stucchevole patriottismo che spesso permea questo genere di film, con un'inaspettata apertura verso la possibilità che altri paesi offrano in aiuto nella corsa per lo spazio. Scott dirige un film che, pur non memorabile, diverte e intrattiene, mostrando una rinnovata abilità per il racconto che sembrava aver perso nelle sue ultime prove. Sopravvissuto non passerà alla storia, ma le due ore del film volano veloci nonostante l'abbondanza di dettagli scientifici (più o meno accurati), lasciando lo spettatore con la sempre più rara sensazione di aver visto qualcosa di divertente e interessante.

*** 1/2

Pier

mercoledì 12 novembre 2014

Interstellar

Un viaggio coraggioso ma senza cuore



Terra, futuro prossimo venturo. Il pianeta è squassato da ventate di sabbia che rendono il terreno sterile e minacciano la sopravvivenza dell'umanità. Tutte le risorse sono concentrate nelle coltivazioni, e ogni altra forma di ricerca scientifica è stata derubricata a propaganda. L'ex astronauta Cooper, costretto a diventare agricoltore, grazie a una strana anomalia gravitazionale scoperta nella stanza della figlia Murphy viene in contatto con una base spaziale segreta, dove si sta preparando una missione che ha come scopo quella di individuare altri pianeti dove trasferire la razza umana. Cooper accetta di pilotare lo shuttle per salvare la sua famiglia e tutta l'umanità dall'estinzione. Inizia così un viaggio che lo porterà fino ai confini estremi dello spazio e del tempo.

L'ambizione, il desiderio di andare oltre è la cifra dell'essere umano, ciò che lo rende diverso dagli altri animali: è il messaggio chiave di Interstellar, ma potrebbe essere il riassunto della cinematografia di Christopher Nolan. Nessun regista nel panorama contemporaneo, infatti, mostra il suo stesso costante desiderio di andare oltre i propri limiti, di esplorare mondi e meccanismi narrativi che sembrano impraticabili, di realizzare film radicalmente diversi da tutto ciò che è stato fatto in precedenza. Interstellar è un film coraggioso, innovativo non solo a livello visivo, ma anche a livello narrativo, per la sua capacità di unire spettacolarità e impegno, una storia appassionante e un meccanismo narrativo tanto affascinante quanto complesso. Nolan si pone come obiettivo 2001: Odissea nello spazio e va oltre, esplorando quei confini che Kubrick aveva lasciato inesplorati, indagando i motivi che possono spingere l'umanità ad affrontare un'avventura verso l'ignoto, che con tutta probabilità si concluderà con la loro morte.

Il genere fantascientifico viene rielaborato in modo originale. Il futuro della Terra è uguale al nostro passato recente, la paura dell'estinzione ci ha portato ad abbandonare quel sano desiderio di guardare oltre, verso le stelle, e a concentrarci sul quotidiano, condannandoci paradossalmente all'estinzione. La Terra di Nolan è vicina e lontana al tempo stesso, un futuro che somiglia sinistramente al nostro presente, sconvolto da continui fenomeni climatici estremi. La speranza viene dalla scienza, da un'esplorazione spaziale che dovrà affrontare tutte le leggi dello spazio e del tempo, che si sviluppano diversamente per i vari a protagonisti. Nolan sviluppa il racconto su piani paralleli che si rincorrono, si inseguono, e infine si incastrano e sovrappongono, violando le leggi della fisica per guidarci a scoprire ciò che non conosciamo. Il viaggio di Cooper - uno straordinario Matthew McConaughey, capace di passare in modo credibile - dalla risata alla commozione nell'arco di pochi secondi - diventa il viaggio dell'umanità intera, il suo percorso verso la conoscenza di se stessi e dell'universo che ci circonda.

Il film costringe lo spettatore a rimanere continuamente concentrato, e riesce a farlo senza annoiare mai, grazie anche a un meccanismo narrativo e visivo costruito con sapienza e rigore. Le regole del gioco si rivelano a poco a poco, in un processo di scoperta graduale e per questo appagante, in cui la visionarietà delle immagini restituisce la meraviglia di chi esplora per la prima volta mondi sconosciuti. Questa perfezione narrativa e visiva viene pagata con una certa freddezza emotiva, che impedisce di appassionarsi ai personaggi anche in scene che dovrebbero essere drammatiche. Per quanto sembri un rischio calcolato, questo finisce per privare il film di un'umanità che avrebbe arricchito notevolmente la forza e la portata del suo messaggio.

Interstellar è un film coraggioso e avvincente, una ventata d'aria fresca nel panorama degli stantii blockbuster d'oggigiorno, un tentativo riuscito di dimostrare che il cinema di intrattenimento può avere successo anche quando richiede attenzione per comprendere un meccanismo narrativo complesso ma comunque soddisfacente nella sua fredda e distante perfezione.

 *** 1/2

Pier

martedì 3 settembre 2013

Telegrammi da Venezia 2013 - #3


Terzo telegramma da Venezia. Ancora buoni film, ma anche qualche delusione.


Tom à la ferme (Concorso), voto 8. Thriller dalle atmosfere hitchcockiane e con forti eco freudiane, il film di Xavier Dolan è senza dubbio uno dei più interessanti della Mostra. Il ritmo non è altissimo, e alcune scene sono superflue, ma il film convince, colpisce e fa discutere. Qui la recensione estesa fatta per Nonsolocinema.

The zero theorem (Concorso), voto 8. In un futuro distopico, un genio matematico cerca di dimostrare che la vita non ha senso, mentre attende una chiamata che dovrebbe dargli la felicità. Gilliam realizza un film imperfetto, ma che fa dell'imperfezione e delle domande lasciate in sospeso la sua forza, che stimola alla riflessione e al ragionamento. Scenografie e regia sono eccezionali, e Christoph Waltz è semplicemente strepitoso.

Locke (Fuori Concorso), voto 7.5.Un uomo alla guida della sua auto, solo per 90 minuti, in viaggio verso un futuro incerto. A fargli compagnia solo il telefono, in una notte che diventerà una delle più importanti della sua vita. Il film di Knight è registicamente interessante e originale, pur non essendo certamente rivoluzionario. Tom Hardy interpreta il protagonista con misura e senza eccessi, regalandoci un personaggio interessante e complesso, che vuole riprendere il controllo della propria vita.

Zoran, il mio nipote scemo (Settimana della Critica), voto 7. Una bella commedia italiana, che vede un burbero cialtrone friulano, interpretato dal sempre ottimo Giuseppe Battiston, costretto a cambiare vita a causa dell'arrivo del nipote sloveno, dotato di parlata colta e libresca e di una mira infallibile a freccette. Il film si inserisce nel solco della commedia all'italiana e, pur non brillando per originalità, ne rielabora alcuni stilemi con efficacia e ritmo. Si ride, e pure tanto.

Ecco poi il link per i film recensiti per Nonsolocinema. Delude il film di Kim Ki-Duk, Moebius, mentre convince a fondo il film di Uberto Pasolini, Still Life.

Moebius (Fuori Concorso), voto 4.5.

Still Life (Orizzonti), voto 8.5.

May in the Summer (Giornate degli Autori), voto 6.5.

Traitors (Giornate degli Autori), voto 7.

Per oggi è tutto, alla prossima!

Pier

lunedì 27 giugno 2011

I guardiani del destino

Mancanza di profondità



David Norris, un politico rampante candidato a senatore per lo stato di New York, incontra per caso una giovane ballerina, Elise. I due si innamorano, ma la loro storia non è prevista dal Piano elaborato dal Presidente, misteriosa entità superiore che guida il destino di tutti gli umani. David dovrà quindi combattere contro i Guardiani alle dipendenze del Presidente per rivendicare il suo libero arbitrio e il suo diritto ad amare.

Ennesimo film tratto da un racconto di Philip K. Dick, I guardiani del destino offre molti dei classici spunti dello scrittore americano. La scelta, il destino, la presenza di uno o più deus ex machina che controllano le nostre vite. L'incontro di David e Elise è veramente casuale? Se sì significa che il Piano ha fallito. Se no, perchè il Piano vuole allora dividerli?

Il film procede veloce tra inseguimenti, ripensamenti e incontri, fino a giungere al gran finale, al rendez vouz con il proprio destino e con le conseguenze delle proprie scelte. Proprio gli incontri sono il motore del film, a cominciare da quelli tra Emile e David, veri e propri snodi della vicenda, imprevisti e proprio per questo dotati di una forza irresistibile. Ma importanti sono anche gli incontri tra i Guardiani, di grado sempre più elevato, e sempre più vicini alle stanze del potere, a quel Presidente che sembra regolare le vite di tutti, comprese le loro.

Il film fa del libero arbitrio la sua cifra e la sua forza. Sono le scelte a muovere i personaggi e a guidare gli sviluppi della trama, aiutandola a svilupparsi in modo non conforme al Piano. Proprio la non conformità però è una delle debolezze del film, in quanto il Piano viene disatteso tante, troppe volte, mettendone in dubbio la credibilità e l'infallibilità.
Gli attori offrono buone prove, in particolare i due protagonisti, che con il loro disperato desiderio di amare contro le regole ricordano da vicini quelli di grandi classici del genere come 1984. La storia d'amore ha però un taglio eccessivamente romantico per il tipo di trama, e se da un lato questo arricchisce il film di un altro piano di lettura, dall'altro riduce quella sensazione di oppressione totalizzante che solitamente trasmettono i film tratti da Dick.

I guardiani del destino è indubbiamente un buon film che offre degli spunti interessanti, anche se paga una trama troppo semplicistica e alcuni buchi di sceneggiatura che fanno perdere parzialmente di efficacia il messaggio di fondo.

**1/2

Pier

martedì 1 marzo 2011

Il Grinta

Classico senza innovazione



Il padre di Mattie Ross, quattordicenne determinata e senza peli sulla lingua, viene ucciso da Tom Chaney, un fuorilegge di bassa lega. La ragazza vuole vendetta, e per ottenerla si rivolge a uno sceriffo federale, Rooster Cogburn, detto "il Grinta" per la sua fama di spietatezza nei confronti dei malviventi. Dopo alcuni tentennamenti Cogburn, guercio e con il vizio dell'alcool, accetta l'offerta di Mattie. A loro si unisce La Boeuf, un ranger texano anch'egli sulle tracce di Chaney.

Un remake possiede intrinsecamente una scarsa originalità. Tuttavia i film più riusciti di questo genere riescono solitamente a offrire una nuova prospettiva al film originale, rileggendo un personaggio, riorganizzando gli eventi, o semplicemente utilizzando uno stile differente.
Il nuovo film dei fratelli Coen decide invece di non aggiungere nulla alla pellicola del 1969 di Henry Hathaway, che valse a John Wayne il suo unico Oscar. Il Grinta è infatti un film girato in maniera splendida, con una fotografia poetica degna del miglior John Ford e attori in stato di grazia, tra cui spicca il sempre ottimo Jeff Bridges, ma non è originale: non devia di una virgola dal suo predecessore, non aggiunge nulla, non tenta alcun guizzo d'autore, con la notabile eccezione della magnifica colonna sonora.

Il risultato quindi è un ottimo prodotto industriale, eseguito alla perfezione ma mancante di quell'anima e di quel sentimento che hanno reso grande il genere western. L'insensatezza della caccia all'uomo diventa metafora della vita, un tema caro ai Coen ma già presente anche nel film (e nel testo) da cui Il Grinta è tratto.
Sembra un'occasione persa, in quanto i piani di lettura offerti dalle avventure di Cogburn sono notevoli (dal contrasto legge-giustizia al significato della vendetta), ma vengono colpevolmente tralasciati per concentrarsi solo sui vizi e i difetti del protagonista, ovviamente compensati da virtù tanto nascoste quanto importanti.

Così come Ladykillers, anche Il Grinta suggerisce che i Coen si trovino più a loro agio con materiale originale o comunque mai filmato da altri, mentre non riescono a trovare la loro vena più sincera ed innovativa quando si devono confrontare con il cinema del passato, nonostante una realizzazione come sempre impeccabile.

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Pier

giovedì 6 gennaio 2011

Hereafter

La scommessa di Eastwood: stravinta !



Marie Lelay è una giornalista televisiva francese sopravvissuta ad uno tsunami in Thailandia. Marcus è un bambino di dieci anni che perde il fratellino gemello Jason e verrà affidato ad una coppia adottiva. George Lonegan è un sensitivo con evidenti problemi sociali a causa della sua facoltà di parlare con i morti. Le tre storie, che lambiscono i perimetri della morte sotto tre punti di vista diversi, finiranno per incrociarsi indissolubilmente.

Il solito Clint Eastwood verrebbe da dire; nessuna sorpresa per uno dei migliori registi viventi e non solo. Ma ragionandoci bene, il film stupisce. Stupisce perché leggendo attentamente la storia, analizzando i volti dei personaggi e le vicende prese nella loro singolarità, ci troviamo di fronte ad un Clint Eastwood del tutto inedito. Non ci sono più quei personaggi spigolosi come in Mystic River, Gran Torino, Milion Dollar Baby o Un Mondo Perfetto. In tutti i suoi film precedenti, il leitmotiv era quello di personaggi dalla psicologia molto complessa ma anche dalla dubbia moralità, una trama spesso arricchita da una violenza di fondo resa, a seconda della pellicola, più o meno esplicita.

Hereafter è l'esplorazione curiosa di un regista ormai ottantunenne di una storia, sì emotiva come nei film precedenti, ma con la violenza trasformata in dolcezza. Una dolcezza non spicciola, non dalla lacrima facile, ma complessa, cucita intorno ai tre personaggi che diventano la rappresentazione del desiderio di Eastwood di raccontare una storia dai veri sentimenti in un contesto paranormale.

Il ritmo del film è compassato, la scena è sempre buia e inizia a colorarsi solo quando le tre "vittime" del destino si incontrano. Le battute sono poche, semplici, ma sempre coi tempi giusti rispettando la narrativa che fa di questo film una pellicola preziosa e rara nella Hollywood moderna. Gli attori, pur non importanti, fatta eccezione del solo Matt Damon, sono sorprendenti, perfetti in ogni espressione del viso, in ogni movimento e sempre al centro di una scena che tende ad isolarli nella loro solitudine.

Penso che sia il film di Clint Eastwood più riuscito, di una complessità rara ma anche di grande concretezza per i numerosi richiami a fatti tragici accaduti di recente. Il film ci coinvolge portandoci a provare compassione per i personaggi.

La seduta che Logan - Damon fa al bambino Marcus è d'antologia; un combinazione di musica, battute ed espressioni che aprono il cuore, lasciando un forte senso di malinconia nello spettatore anche dopo aver lasciato la sala.

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Alessandro


martedì 27 aprile 2010

Green Zone

Una verità scomoda


Matt Damon è un soldato americano impegna nel dopo Iraq a trovare le armi di distruzione di massa che furono il vero e unico motivo alla base della guerra. Perlustrando sopra e sotto i siti suggeriti dall'intelligence americana e non trovando mai niente di rilevante, il soldato Damon inizia a dubitare dell'accuratezza delle informazioni. Coinvolto per caso in una missione ad alto rischio, il soldato scopre la verità celata e volontariamente nascosta.

Thriller politico e di guerra, Green Zone è il primo film che tratta in modo così schietto ed evidente la bugia della guerra irachena senza sotterfugi o giri di parole. Il mistero della storia si snoda in modo logico e appassionante, con i giusti intermezzi d'azione quando la trama diventa troppo politica e sembra perdersi in se stessa.

Molti hanno paragonato il film a alla saga di Jason Bourne. Di comune c'è solo Matt Damon. I personaggi sono completamente diversi: riservato ed eroico il primo, compassato e giusto il secondo; sono tutti e due degli action movie, ma Green Zone molto più politco stile Syriana, mentre la saga di Bourne spionaggio internazionale puro, tanto 007 e poca ironia.

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Alessandro

domenica 7 marzo 2010

Invictus

La speranza secondo Eastwood



Clint Eastwood dimostra ancora una volta un eclettismo unico nel realizzare film di genere e significato completamente differenti tra loro.
Dopo Gran Torino, film duro che lasciava pochissimo spazio alla speranza, ecco Invictus, un film che fa della speranza e della capacità di perdonare il suo tema principale.
La storia di Nelson Mandela parla infatti al cuore dello spettatore, così come quella della squadra di rugby che contro tutti i pronostici riesce ad arrivare fino in finale, a giocarsi la coppa del mondo.

Eastwood realizza un film "classico", un film fatto di certezze che chiude il suo periodo del dubbio e dell'incertezza, iniziato con Mystic River e chiuso da Gran Torino. Invictus manca dell'innovatività e dell'impatto dei film precedenti, ma resta comunque un buon film, scritto benissimo e recitato magnificamente.
Freeman sembra nato per interpretare Mandela, e Damon è perfetto nella parte del capitano degli Springboks.

La retoricità di alcuni passaggi è compensata dall'efficacia dei dialoghi in cui Mandela spiega la sua visione della situazione sudafricana, vere e proprie lezioni di politica e di leadership da cui tutti avrebbero qualcosa da imparare.
Un altro punto forte del film sono le scene di sport, molto realistiche, in cui Eastwood esalta pathos, sudore e fatica, facendo cogliere anche agli spettatori inesperti lo spirito del rugby.
Una nota merita anche la colonna sonora, bella ed emozionante, con Colorblind inspiegabilmente ignorata dall'Academy per le nomination.

Invictus non è certamente il miglior lavoro di Eastwood, ma risulta comunque emozionante e coinvolgente: la poesia letta da Mandela non ispira solo la squadra ma anche lo spettatore, che non può che provare ammirazione per un uomo che ha cambiato il suo paese con la forza del perdono.

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Pier

venerdì 18 settembre 2009

The Informant

Bugie e mezze verità

Mark Whitacre è un biologo al servizio di una grande azienda alimentare, la ADM. Avendo scoperto che la sua compagnia stringe accordi illegali con la concorrenza per il controllo dei prezzi, decide di denunciarla all'FBI e di diventarne informatore. La realtà dei fatti, però, si dimostrerà ben più complessa.

E' difficile dire di più di questa divertente commedia senza svelare alcuni dei molti colpi di scena che compongono la trama, splendidamente orchestrata da una sceneggiatura sontuosa.
Soderbergh unisce inchiesta e humour, realizzando un'opera che gira come un orologio svizzero: nessuna pausa, nessun momento morto, molti fili che si intrecciano per poi dipanarsi a poco a poco nel finale.

Matt Damon, ingrassato e invecchiato, sembra tagliato dal sarto per la parte del protagonista, grazie all'ambiguità e alla furberia del suo sguardo.

The Informant è il classico esempio di come le commedie americane possano essere divertenti senza essere volgari quando sono sorrette da un soggetto interessante e da una buona sceneggiatura.

Infine, un consiglio: se avete un amico un po' fanfarone, portatelo a vedere The Informant. Potrebbe cambiare radicalmente.

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Pier